il cosiddetto matrimonio civile, non già per il matrimonio concordatario, retto dal diritto canonico) alle distinzioni generali del negozio giuridico, considera la violenza morale come causa di annullamento; quando esistano i soliti presupposti. L'azione è esclusiva in favore dello sposo, il cui consenso sia stato estorto con violenza, e non può essere più proposta dopo un mese di convivenza dalla cessazione dell'influsso della violenza (art. 122). Nel Cod. civ. francese il matrimonio è invaiido e può essere impugnato entro 6 mesi (artt. 180-81); nel Cod. civ. germanico (§ 1335) il matrimonio è annullabile, ma la sentenza del giudice ha forza retroattiva.
V. Il T. COME VIZIO DI CONSENSO NEGLI SPONSALI. In rapporto agli sponsali (v.) sempre in diritto canonico (il diritto italiano non se ne occupa) il t. grave (assolutamente o relativamente), incusso ingiustamente per estorcere il consenso, è da alcuni ritenuto solo causa di rescindibilità, a norma del can. 103 § 2. Ma risponde più al vero l'opinione che lo ritiene causa di nullità, arguendo a maiori ad minus dall'invalidità del consenso matrimoniale per la stessa causa. Se il t. è lieve, ma ingiusto e dans causam contractus, gli sponsali sono validi, ma rescindibili da parte di colui che ha subito il t. Se il t., sebbene grave, sia ab intrinseco o anche ab extrinseco, ma incusso giustamente, gli sponsali sono validi.
Se il t. sia ingiusto, ma non diretto ad estorcere il consenso, anche allora gli sponsali dovrebbero considerarsi nulli: certamente sono rescindibili.
VI. Il t. come causa scusante dall'osservanza delle legGi. - Le leggi positive, sia divine che umane, generalmente non obbligano sotto t. grave, cioè con grave incomodo, presumendosi che in tali circostanze il legislatore non voglia esigere l'osservanza della sua legge. Quando però la legge positiva sancisce una prescrizione di diritto naturale, o quando la violazione della legge porterebbe un danno più grave dell'incomodo causato dalla sua osservanza, l'obbligo rimane. Questi principi nel diritto canonico trovano la loro applicazione anche nel fero esterno, specie in materia di delitto e di pena. Il t. grave, anche solo relativamente, la necessità, ed un grave incomodo tolgono per lo più del tutto il delitto, se si tratta di leggi puramente ecclesiastiche (can. 2205 § 2). Se però l'atto è intrinsecamente cattivo o si risolva in disprezzo della fede o dell'autorità ecclesiastica o in danno delle anime, le cause di cui sopra diminuiscono ma non tolgono l'impulabilità del delitto (ibid. § 3).
E in rapporto alle pene: "Se la legge ha le parole: praesumpserit, ausus fuerit, scienter, studiose, temerarie, consulis egerit e simili che richiedono la piena conoscenza e deliberazione, qualsiasi diminuzione d'impulabilità sia da parte dell'intelletto che della volontà (e quindi anche il t.) esime dalle pene latue sententiae e (can. 2229 § 2). Per le pene ferendue sententiae sta a chi le deve applicare regolarsi in conseguenza. "Se la legge non ha quelle parole... il t. grave non esime affatto dalle pene latue sententiae, se il delitto si risolve in disprezzo della fede e dell'autorità ecclesiastica o in pubblico danno delle anime" (ibid. § 3, n. 3; v. censura).
Nel Codice pen. ital. il t. non viene preso in particolare considerazione e rientra tra le circostanze attenuanti generiche (art. 62).
## Page 90

(fei, Alinari)
Timotzo, santo - S.Paolo consegna a T. e Sila la I e la II Epistola ai Tessalonicesi. Musaico del sec. xit - Monreale, Cattedrale.
BibL.: cfr. i testi di diritto e morale nei trattati de actibus humani, de matrimonix, ed i volumi delle Decisiones S. R. Rosas, dal 1908 in poi. Come sintesi della giurisprudenza rotale anteriore al 1930 cf. C. Badii, Sostenze matrimoniali, ... card. Lega, Roma 1930. E inoltre: F. M. Cappello, De absolutione a cessuris * ab homine * ac de metu relate ad censuras, in Nouv. rev. ibid., 47 (1920), pp. 527-31; F. Clacys Bouiart, De natus influxu in valorem tum moralem'jum iuridicum actuum, in Coll. Gandav., 13 (1926), pp. 71-78; C. Badii, Il t. risurenziale come vizio del consenso, Roma 1927; A. Vermonrsch, De metu, qui, saltem ex lege positiva, excusat ecc., in Period. de re mor., can., litur., 17 (1928), pp. 138-44; J. C. Sangmeister, Force and fear precluding matrimonial consent, Washington 1932; E. Voonen, De imputabilitate delicti, in Collat. Namurc., 28 (1934), pp. 336342; 29 (1935), pp. 19-29, 182-91; E. Ranwez, De pactis e metu procedentibus, in Collat. Namurc., 29 (1935), pp. 259-68; G. Dossetti, La violenza nel matrim. in dir. can., Milano 1943; J. G. Gatham, Force and fear as invalidating marriage : the element of injustice, Washington 1950.
Pietro Palazzini
## TIMORE DI DIO: v. DONI DELLO SPIRITO
SANTO.
TIMOTEO (T $\mu \dot{\delta} \delta \varepsilon 0 \varsigma$ ), santo. - Collaboratore e discepolo prediletto di s. Paolo, n. a Listra in Licaonia da padre pagano e madre giudea (o proselita), convertito dall'Apostolo forse durante la sua prima missione in Asia (45-49), poi suo compagno inseparabile dal secondo viaggio (49/50-53) fino al termine della prima prigionia romana (ca. 62-63). Durante il suo ultimo viaggio in Asia (65-66) s. Paolo lo mise a governare l'importante Chiesa di Efeso, poi gli inviò due lettere con le direttive per il suo ufficio di pastore. Ad Efeso T. passò verosimilmente gli ultimi suoi anni, terminati con il martirio, forse nel 97 d. C.
I. Vita. - Educato religiosamente e iniziato alle S. Scritture dalla madre Eunice e dalla nonna Loide (II Tim. 1, 5; 3, 5), T. fu circonciso da Paolo, ma solo per facilitare il suo lavoro fra i giudei, quando lo prese come socio di apostolato (Act. 16, 1-3). La sua conversione al cristianesimo poté avvenire al primo passaggio di Paolo per la Licaonia, quando T. fu testimone delle fatiche e persecuzioni da lui sostenute (II Tim. 3, 10 sg.). Assunto da Paolo in vece di Marco, ne divenne l'amico e il discepolo prediletto; fu al suo fianco nella fondazione delle principali Chiese e ne ebbe incarichi di fiducia : fra l'altro fu inviato ai Corinti (v. vol. IV, col. 553 sg.) per sedarvi il tumulto dei partiti (I Cor. 4, 17; 16, 10 sg.), ma il suo carattere timido e l'aspetto infermiccio (ibid. 16, 10; I Tim. 4, 12; 5, 23) non dovevano favorirgli il successo,
colto poi da Tito. Seguì forse Paolo prigioniero a Cesarea e a Roma : le epistole di questo tempo sono scritte anche in suo nome. Non si sa se andò con Paolo nella Spagna; Hebr. 13, 23 accenna forse ad una sua prigionia o processo; era però di nuovo con Paolo nell'ultimo suo viaggio in Oriente (I Tim. 1, 3). E difficile precisare l'età di T. quando fu eletto vescovo di Efeso; se Paolo, "vecchio" di ca. 65 anni, lo dice "giovane" (ibid. 4, 12), poteva avere 35-40 anni. Dopo il martirio di Paolo, da Roma, dove era stato da lui chiamato (II Tim. 1, 4; 4, 8. 21), ritornò ad Efeso, rimanendovi forse anche dopo la venuta di s. Giovanni; se vi morì martire sotto l'imperatore Nerva e il proconsole Peregrino ( 97 d. C.), forse le espressioni di Apoc. 2, 1-7 lo riguardano indirettamente. Il suo corpo, trasferito a Costantinopoli nel 336 , poi trafugato nel sec. xiti, è stato da poco ritrovato sotto l'abside del duomo di Termoli (v.). Il Martirologio romano lo ricorda il 24 genu., appena prima di commemorare la conversione del suo maestro.
II. - Lettere di s. Paolo a T. - Somigliantissime tra loro per il contenuto e lo stile, I e II Tim. con Tit. si presentano come scritte nelle medesime circostanze e per gli stessi scopi dallo stesso autore, s. Paolo, formando così il gruppo delle tre lettere "pastorali" (v.).
I. Autenticità. - L'autenticità letteraria, affermata fin dall'inizio, tranne da alcuni eretici del sec. it, dalla tradizione cristiana, unanime fino al sec. xix, è negata oggi dalla gran maggioranza dei protestanti, in tutto o in parte, solo per motivi letterari. I cattolici però, ed anche alcuni protestanti, hanno dimostrato l'insufficienza degli argomenti addotti di fronte alle testimonianze storiche favorevoli, confermate da importanti argomenti interni, per cui è giustificato l'intervento della Pont. Commissione biblica (12 giugno 1913: Denz-U, 2172-75). Marcione, Taziano, Basilide respinsero le pastorali perché contrarie alle loro eresie (Taziano però accettava Tit.). I primi dubbi critici, sollevati da J. E. C. Schmidt (1804) per I Tim., furono presto estesi alle altre due, e portati dalla scuola di Tubinga fino alla negazione totale dell'autenticità, sulla base di 3 argomenti : questi scritti non si possono collocare nella vita di s. Paolo nota dagli Atti; la loro forma letteraria è troppo diversa dalle altre epistole, e presenta molti vocaboli e frasi nuove; diversa è anche la dottrina, perfino su punti essenziali del pensiero paolino, p. es., intorno alla fede senza le opere; gli errori combattuti sono lo gnosticismo del sec. ir; la Chiesa è presentata con l'organizzazione gerarchica del sec. it, nota dalle lettere di s. Ignazio.
I cattolici adducono in favore numerose testimonianze storiche, a partire dagli scrittori più antichi: s. Clemente Romano, Didachè, s. Ignazio di Antiochia, s. Policarpo, con l'unanime tradizione monoscritta. Tali argomenti non sono infirmati dagli argomenti interni contrari. Poiché la prima prigionia romana (ca. 61-63) di Paolo terminò con la liberazione, dopo cui egli esercitò la sua attività fino al 67 , è almeno possibile collocare in questi anni le pastorali. Confrontando queste lettere con le altre di Paolo, specie con i tratti parenetici, la differenza risulta minore rispetto alle lettere della prigionia; rappresentano quindi uno stadio ulteriore. Le false dottrine, come i consigli destinati a pastori, esigevano termini nuovi, e Paolo era un forgiatore di parole nuove (A. Deissmann). Sono numerose anche le somiglianze, perfino nelle locuzioni più rare (è quindi poco probabile che Paolo si sia servito di un redattore, come suppongono Feine-Behm). Nelle "pastorali" si ritrovano quasi tutte le dottrine di Paolo, non esclusa quella della fede senza le opere; se c'è un'evoluzione, essa corrisponde alle nuove condizioni in cui si svolgeva la vita delle Chiese. Gli errori condannati possono essere quelli giustizi, ma solo in uno stadio iniziale: Harnack riconosce che possono essere tutti anteriori al 64. Anche la forma di gerarchia qui supposta è anteriore a quella attestata da s. Ignazio (il potere supremo non è ancora interamente in mano ai vescovi locali, e i termini «episcopo» e "presbitero» risultano sinonimi), in un periodo di transizione fra quello iniziale (Act. 6, 1-6; 14, 23) e quello del sec. 11 (v. diacono; PRESbitero).
## Page 91
Fra gli acattolici prevale oggi la «teoria frammentaria»: un falsario del sec. it, per combattere lo gnosticismo e raccomandare la gerarchia della Chiesa, avrebbe composto queste lettere imitando lo stile dell'Apostolo, inserendovi brani di lettere autentiche, ansi interi «biglietti» (Harnack, Renan, von Soden, Bultmann). Ma l'ipotesi solleva più problemi di quanti ne risolve (Dibelius) : perché, fra l'altro, la gerarchia e gli errori non vengono presentati come esistevano al sec. II. Nessun dubbio è possibile sulla integrità delle pastorali.
2. Tempo della composizione. - Delle circostanze di composizione non si può determinare con certezza ogni particolare. Certo è che le notizie personali si riferiscono ad un'attività di Paolo posteriore alla prigionia romana di cui det. all. 30.
Generalmente si ritiene che l'Apostolo, subito dopo essere stato in Spagna, abbia compiuto il viaggio in Oriente attestato dalle tre lettere pastorali. L'itinerario è molto incerto : per alcuni sarebbe andato prima a Creta, lasciandovi Tito, quindi ad Efeso, dove insediò T.; sarebbe poi passato nella Macedonia e di li avrebbe scritto I Tim. e Tit. quasi nello stesso tempo (65-66). Da Nicopoli di Epiro, dove avrà trascorso l'inverno, sarebbe ritornato a Troade, Efeso, Mileto. Forse in questo tempo fu di nuovo arrestato e condotto a Roma; secondo altri invece l'arresto avvenne a Roma, dove Paolo era ritornato di sua iniziativa insieme con s. Pietro. Poco dopo arrivato a Roma scrisse II Tim., da cui si sa che la sua carcerazione è molto severa, si che i suoi amici hanno difficoltà ad avvicinarlo; superato favorevolmente il primo dibattito del processo, Paolo non spera però altra liberazione che dalla morte.
Non c'è alcun motivo per mutare l'ordine cronologico finora universalmente ammesso. II Tim. è certo l'ultima : secondo questa Paolo è prigioniero e aspetta la morte. Resta incerto quale delle altre due, che lo mostrano libero e in piena attività, sia anteriore; i più ritengono I Tim. Senza vero fondamento von Soden, Moffat ed altri dànno la precedenza a II Tim. Il canone latino antepone le due a T.
3. Dottrina. - Notevole è l'importanza dottrinale di I e II Tim. Le principali dottrine del cristianesimo vi si trovano accennate con qualche sviluppo, in specie l'universalità della Redenzione, la Chiesa, i Sacramenti, la ispirazione (v. vol. VII, col. 320) biblica (II Tim. 3, 16); soprattutto i principi fondamentali del diritto ecclesiasticof il potere dei gradi gerarchici emana non dall'assemblea dei fedeli ma dall'autorità apostolica attraverso il rito dell'imposizione delle mani (v.); il vescovo appare già come il futuro erede dei pieni poteri apostolici.
Della I Tim. argomento principale sono gli errori, dai quali T. dovrà preservare i fedeli, le virtù necessarie nei funzionari nella Chiesa, i doveri delle varie categorie di persone. Dopo la formola d'introduzione (1, 1 sgl.), Paolo ricorda a T. di averlo lasciato ad Efeso per controbattere gli eretici che ancora aderiscono alla Legge, la quale invece dopo la Redenzione non ha più motivo di essere, rimanendo solo il precetto della carità; T. agisca con decisione verso chi così fa naufragio nella fede ( 1 , 1-20). Insista poi sulla preghiera, che dev'esser fatta anche per chi governa ( $«$ Dio vuole la salvezza di tutti»); essa sarà efficace quando si eleverà da un cuore puro, dedito ai propri doveri (2, 1-15). Speciali virtù si richiedono negli episcopi, nei diaconi, nelle donne che aiutano i funzionari della Chiesa; T. vi badi quando deve deciderne la scelta (3, 1-16). T. stesso dovrà prevenire, con l'insegnamento autorevole corroborato dall'esempio, gli errori presenti e futuri, guardandosene per primo con l'esercizio della pietà, tenendo desta la grazia dell'ordinazione (4, 1-16). Paolo gli dice come comportarsi con le varie categorie di fedeli, come regolarsi per l'ammissione nel gruppo delle vedove, con che riverenza deve trattare i presbiteri, ma anche quanto deve essere cauto prima di conferire loro i poteri spirituali ( $5,1-25$ ). Doveri di alcune classi di persone, specialmente dei servi verso i padroni, soprattutto se cristiani; i ricchi si guardino dall'avarizia, radice di ogni male (6, 1-21). Qui la lettera termina improvvisamente con l'augurio: «La grazia sia con voi».
La II Tim. ha caratteristiche proprie. Con l'accento accorato del padre che lascia al figlio prediletto le ultime raccomandazioni, s. Paolo inculca a T. il dovere supremo di custodire il deposito della fede, lavorando da a buon soldato di Cristo - nella predicazione instancabile del Vangelo, e termina supplicandolo di venire presto a Roma.
Nel prologo rievoca con gratitudine a Dio la fede di T. ereditata dalla madre e dalla nonna ( 1,1 -5), poi lo incoraggia a prodigarsi nella propagazione del Vangelo, ravvivando i doni celesti ricevuti nell'ordinazione, senza prendere scandalo dalle prove che l'Apostolo attraversa, poiché per questo Dio ha prescelto ambedue dall'eternità (1, 5-18). Lavori dunque da buon soldato di Cristo, tenendosi lontano dalle cure mondane, lieto di rivivere le sofferenze del Signore, evitando le vane controversie, arma preferita dai seminatori di errore, ma senza stancarsi d'insegnare la verità (2, 1-26). Errori e deviazioni morali anche più gravi Paolo prevede nel futuro, ma T. non perda la fiducia nel trionfo finale, anzi lavori con ardore pensando agli insegnamenti datigli da lui con la parola e con l'esempio e specialmente servendosi delle S. Scritture, la cui efficacia è assicurata dalla loro divina ispirazione ( $3, \mathrm{r}-17$ ). T. faccia tesoro di queste raccomandazioni : sono forse le ultime, poiché l'Apostolo prevede imminente la fine attraverso il martirio, che però considera come libazione sacrificale, termine e premio delle sue fatiche (4, 1-80). Paolo desidera ancora rivedere T. per l'ultima volta e lo prega di venire a Roma prima dell'inverno, portando con sé Marco, che lo aiuterà ad intensificare il suo troppo limitato ministero. Ora Paolo è rimasto quasi solo: i collaboratori di prima sono lontani. Ma ormai, anche se il primo dibattito della causa si è concluso bene per lui, non si fa illusioni sulla fine prossima. Intanto, nella solitudine del freddo carcere, gli farebbe comodo il suo mantello, lasciato a Troade, e grata compagnia gli terrebbero i libri e le pergamene della S. Scrittura: e chiede di portargliele. Durante l'assenza di T. da Efeso, Tichico lo sostituirà. Seguono altre notizie minori, i saluti e la benedizione (4, 8d-22).
Anche in questa lettera (come in I Tim. 1, 15; 3, 1; 4, 9) è citata forse una delle più antiche massime cristiane, introdotta con le parole «fedele è il detto» (II Tim. II sgg.). Dalla tradizione giudaica è invece desunto il nome dei maghi Iannes e Iambres (lat. Mambrei) che si opposero a Mosè davanti al Faraone (3, 8). Con particolare forza è affermata l'ispirazione del Vecchio Testamento; unica nel Nuovo Testamento è qui la menzione della preghiera per i morti, certo già in uso tra i fedeli : l'Apostolo ne formula una commovente per il cristiano Onesiforo che l'aveva beneficato e che allora quasi certamente era già morto ( 1,16 -18 e 4, 19). Il tono intimo e personale della lettera è un buon argomento internodi autenticità, riconosciuto da molti acattolici; fu quasi soltanto la sua somiglianza stilistica con I Tim. a far sorgere dubbi.
BibL.: C. Toussaint, Timothée, in DB, V (1912), coll. 22172244; E. Kalt, Pastoralbriefe, Timotheus, in Bibl. Realiza., II (1931), coll. 307-10, 849 sgg.; G. Bardy, Eplires pastorales traduites et commentées (La Ste Bible di Pirot-Clamer, 12), Parigi 1958, pp. 193-202; A. Médebselle, Timothée et Tite (Eplires d), in DThC, XV (1946), coll. 1036-1141; A. Ferrus, Le reliquie di c. T., in Cb; Cott., 1947, III, pp. 328-36; H. Höpfl - B. Gut, Intr. dev. in Nien. Test., 2 e ed., Roma 1949, pp. 443-64. I più importanti commenti cott. recenti alle Epistole pastorali sono: M. Meinertz, $4^{2}$ ed., Bonn 1931; H. Molinor, Friburgo in Br. 1937; C. Spicq, Parigi 1947; P. De Ambroggi, Torino-Roma 1953.
Luigi Vagaggini
TIMOTEO, santo, martire. - E già ricordato nella Depositio martyrum il 22 ag. sulla Via Ostiense. Alla stessa data è commemorato nel Sacramentario Gelasiano di S. Gallo e nel Gregoriano.
Nei Fasti Vindobonenses invece è ricordato il 22 giugno 306 (Prières) e al 23 ag. 303 (Posteriores). Il suo sepolcro stava presso la tomba dell'apostolo Paolo dove lo venerarono i pellegrini del sec. viI. Senza dubbio perì nella persecuzione di Diocleziano, ma niente si conosce del suo martirio. Gli Itinerari e due iscrizioni accennano come fonte biografica di T. gli Aetus Silvestri, scritto
## Page 92
apocrifo degli inizi del sec. vi. In essi si narra che T. era un nobile antiocheno; venuto a Roma fu accolto dal giovane Silvestro, il futuro papa. Per 15 mesi predico nell'Urbe operando molte conversioni finché arrestato fu condotto al tribunale del prefetto Tarquinio che, dopo aspri tormenti, lo fece decapitare. Il suo corpo fu seppellito da una certa Theon in un suo orto sulla Via Octiense, presso il sepolcro di s. Paolo. Il papa Milziade gli dedicò una memoria nella casa di Silvestro.
BibL.: Acta SS. Augusti, IV, Parigi 1867, pp. 330-35; MGH, Aust. Antiquiss., IX, pp. 291, 447; Martyr. Hieronymianum, p. 456 sg.; H. Delchaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 289; Martyr. Romanum, p. 353; R. Valentini - G. Zucchetti, Cod. topogr. della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 24, 108.
Agostino Amore
TIMOTEO di Costantinopoli. - Sacerdote e tesoriere della chiesa di S. Sofia.
Scrisse fra i secc. vi-viI, sotto il titolo Di quei che si accostano alla santa Chiesa, un'opera storica nella quale vengono elencati gli scismi e le eresie del sec. vi e specialmente le sètte monofisitiche. T. distingue quelli che devono essere battezzati, quelli che vanno soltanto cresimati e quelli che fanno semplicemente l'abiura al momento della conversione.
BibL.: PG 86, 11-68; Bardenhewer, V, p. 26.
Ignazio Ortiz de Urbina
TIMOTEO di Gerusalemme. - Nome fittizio d'un oratore sacro bizantino.
A T., presbitero di Gerusalemme, è attribuita in alcuni manoscritti (mentre altri recano i nomi di Metodio e di Eaichio, pure designati come presbiteri di Gerusalemme) un'omelia per la festa dell'Hypapante, o Presentazione di Gesù al Tempio (PG 86, 1, 237252), in cui l'oratore, parafrasando con enfasi retorica il racconto evangelico e illustrando particolarmente la prefezia di Simeone, allude all'immortalità a fino al presente e all'assunzione della Vergine (245 D).
Fondandosi sul silenzio circa la leggenda del sepolcro di Maria a Gerusalemme e circa la controversia nestoriana, il p. M. Jugie (La mort et l'assomption de la vie Vierge [Studi e testi, 114], Città del Vatic. 1944, pp. 7c76), giudicó questa omelia composta sulla fine del sec. Iv o sul principio del sec. v. Questa data fu accolta dal p. O. Faller (De priorum sacculorum silentio circa assumptionem B. Mariae Virginis [Roma 1948], col 130 sg .), che tuttavia mosse delle critiche all'interpretazione del passo assunzionistico. Recensendo quest'opera, B. Altaner (Theol. Revue, 44 [1944], col. 130 sg.) sostenne la datazione, prima comunemente accettata, del sec. vi. Dom B. Capelle (Ephem. Liturg., 63 [1949], pp. 5-26) ha dimostrato che all'autore di tale omelia, del quale si ignora il vero nome, sono dovute almeno altre quattro omelie, assai somiglianti a quella per vocabolario, stile, procedimenti oratori, da rivelare l'origine comune. Una, pervenutaci sotto il nome di Timoteo (PG 86, 1, 256-65), esalta la virtù della croce prefigurata dall'atteggiamento di Mosè in preghiera, commenta l'esortazione di Gesù a seguirlo portando la croce e illustra la trasfigurazione, nella quale il Salvatore volle mostrare la vittoria sua e dei suoi seguaci sulla morte. Delle altre tre, che portano il nome di s. Atanasio, ma già dai Maurini furono riconosciute spurie, la prima (PG 28, 905-14) commenta l'annunzio dell'angelo Gabriele a Zaccaria e alla Vergine. La seconda (ibid., 943-58), dopo aver narrato e commentato, con abbondanti amplificazioni oratorie, il viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme, si sofferma sulla nascita di Gesù, insistendo particolarmente sulla verginità di Maria dopo il parto. La terza (ibid., 1001-24) ha per argomento la guarigione del cieco nato. Qualche lieve indizio farebbe pensare all'Egitto come patria dell'autore; la data si può arguire con approssimazione (sempre secondo il Capelle) dall'abbondante uso degli apocrifi e dalle caratteristiche di lingua e di stile, che inducono a collocarlo nell'età bizantina, fra il vi e l'viit sec.
Michels Pellegrino
TIMOTEO I, patriarca nestoriano. - N. nel 727
: 0728 a Hazzā presso Arbela, m. nell'823. Monaco nel
monastero di S. Giorgio, fu più tardi vescovo di Bejt Bagaš e nel 779 patriarca.
Dopo due anni di lotta per far riconoscere da tutti la sua carica, governò in relativa calma con saggezza e fermezza per più di 40 anni la sua Chiesa, che ebbe allora la sua massima espansione. Fondò 6 nuove province ecclesiastiche, mandò missionari, generalmente monaci, al mare Caspio, in Transoxania, fin nel lontano Tibet e nell'Arabia meridionale, migliorò la formazione del clero, fondando scuole e ebbe grande cura nella scelta dei vescovi. Con la corte dei califfi 'abbāsidi a Bagdad, dove aveva forti sostenitori, seppe mantenere sempre buone relazioni e difese davanti al califfo al-Mahdi in una disputa pubblica la religione cristiana.
Tra i suoi scritti sono da segnalare anzitutto le numerose ed interessantissime lettere (più di 200), una serie di decisioni canoniche e la sua apologia del cristianesimo davanti al califfo al-Mahdi. La sua dottrina cristologica è in sostanza quella comune ai nestoriani. Egli riconosce la necessità della Grazia; la sua concezione dell'Eucaristia sembra esatta; ammette la validità del Battesimo amministrato da acceduti cattolici o monofisiti, considera i cinque patriarchi come uguali tra di loro, con una certa preminenza di quello di Seleucia-Ctesifonte.
Bibl.: E. Sachau, Syrische Rechtsbücher, II, Berlino 1902, pp. 53-117; J. Labourt, De Timothée I, Nestorianorum patriarche, Parigi 1904; O. Braun, Timothei I Epistolae, in Corpus Script. Orient., Script. Syri. $2^{2}$ serie, LXVII, ivi 1915; A. Baumstark, Cench. der syrisch. Liter., Bonn 1922, p. 217 sgg.; A. Mingana, Timothy's Apology for Christianity (Woodbrooke Studies, II, n. 1), Cambridge 1928; E. Tisserant, Timothée I, in DThC, XV, coll. 1121-39.
Guglielmo de Vries
TIMOTEO II, patriarca nestoriano. - Successe nel 1318 al celebre patriarca mongolo Jahballāhā III e tenne la carica fino al 1332.
Dopo di lui comincia la rapida decadenza della Chiesa nestoriana. T. ha una certa importanza per il

(Int. Fides)
Tingchow, diocesi di - Un indigeno intento a macinare il riso, con la caratteristica macchina - - Tingchow.
## Page 93

(Iftet. Alineri)
Tino di Camaino di Crescenzio di Diotisalvi - Statua giacente di Maria, figlia di Carlo di Calabria. Particolare del sepolcro. Napoli, Chiesa di S. Chiara.
suo trattato sui Sacramenti (Sulle sette cause dei Misteri ecclesiastici) che compendia la relativa dottrina nestoriana.
Biel.: J. B. Chabot, Littérature syriaque, Parigi 1934, p. 142; W. de Vries, Timotheus II. (1318-31) über die sieben Gründe der hiebl. Geheimnisse, in Orient. Chr. Period., 8 (1942), pp. 40-94.
Guglielmo de Vries
TiMPANO: v. Frontone.
TINDAL, Matthew. - Filosofo inglese, n. a Beer Ferrers (Devonshire) nel 1656, m. a Oxford nel 1733 .
Convertitosi al cattolicesimo, ritornò anglicano nel 1687. Dei suoi numerosi scritti, notevoli : The Rights of the christian Church against the Romish and all other priests who claim an independent power over it (pubblicata anonima nel 1706; malgrado la condanna, ebbe quattro edizioni in tre anni) e, principale tra tutti, Christianity as old as the Creation (1730), che ebbe una vasta influenza europea, soprattutto in Germania, dove fu tradotta nel 1741. Quest'opera fu per molti anni la Bibbia del deismo (v.) inglese.
Il T. identifica cristianesimo e religione naturale: la natura umana è immutabile come Dio, che si è rivelato alla ragione fin dalla creazione; dunque è superflua la Rivelazione positiva in quanto essa non aggiunge nulla alla rivelazione naturale (il Vangelo è «la ripubblicazione della legge di natura»). Non vi è alcuna differenza tra morale e religione, in quanto la ragione delle cose (secondo cui si agisce), considerata in se stessa e come legge di Dio, è identica.
Biel.: cf. i lavori fondamentali sull'illuminismo: E. Cassirer, La fïos. dell'illuminismo, trad. it., Firenze 1035; P. Hazard, La philos. au XVIII e siècle, Parigi 1946. Sulla filosofia inglese del '700: Leslie Stephen, English Thought in the eighteenth century, I vol., Londra 1902.
Michele Federico Sciacca
TINE, diocesi di: v. naxos, diocesi di.
TINGCHOW, diocesi di. - Nella parte sud-occidentale della provincia del Fukien, nella Cina meridionale.
Fu eretta in prefettura ap. il 27 dic. 1923 con l'omonima sottoprefettura civile, distaccata dal vicariato ap. del Fukien settentrionale, che, in quella medesima data, prendeva il nome di vicariato ap. di Foochow. L'8 maggio 1947 fu elevata a diocesi, suffraganca di Foochow. Fin dall'inizio è affidata ai Domenicani della provincia regolare di Colonia. Ha un'estensione di ca. 20.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 2.000 .000 di sò i cattolici erano 3711 e i catecumeni 365 ; i sacerdoti 22 , di cui 1 cinese; i seminaristi maggiori 1 e i minori 10 ; i fratelli laici 5 ; le suore 22 , di cui 4 indigene. Tra le opere figurano 1 ospedale, 8 dispensari di medicinali, 9 orfanotrofi, 22 scuole con 1316 alunni.
La prima predicazione evangelica nel territorio di T. risale al sec. xvir: nel 1663 i Gesuiti di Foochow contavano 800 cristiani a T., dove il p. Giulio Aleni aveva costruito una chiesa, che fu poi incendiata durante la persecuzione e anche la cristianità quasi scomparve. Poté essere risuscitata due secoli dopo, nel 1880, dal p. Bernon, delle Missioni Estere di Parigi, che si stabili a Hapahi, ove rimase fino al 1891. In questo medesimo
anno giunsero il p. Giacomo Garcia, O. P., e il sacerdote cinese Vincenzo Kiang, che rientrò quasi subito a Foochow. Nel 1900 i pp. Bienes e Martin con altri confratelli domenicani trovarono in tutto il territorio soltanto 52 cattolici: un progresso abbastanza sensibile si ebbe dal 1912. Nei primi anni di vita autonoma, i missionari incontrarono grossi ostacoli a causa dei comunisti, che infestavano già quella zona: la ripresa del lavoro e lo sviluppo considerevole verificatosi in seguito furono stroncati dalla grande guerra tra la Cina e il Giappone, che pose il personale tedesco della missione in una posizione difficile e pericolosa.
Biel.: AAS, 16 (1924), pp. 82-83; 39 (1947), pp. 387-89; GM, pp. 210-11; Arch. di Prop. Fide, Incarte elevate, T. a dioc., 1947; MC, 1950, p. 383.
Adamo Pucei
TINO di Camaino di Crescenzio di Diotisalvi. - Scultore ed architetto n. a Siena intorno al 1280 , m. a Napoli nel 1336 o 1337.
Le prime testimonianze della sua attività sono a Pisa ove T. si recò, verosimilmente quale collaboratore di Giovanni Pisano nel lavoro del pulpito del Duomo, ed ove nel 1312 istoriava il Fonte battesimale. Nel 1313 dopo aver avuto già da qualche tempo la commissione per la tomba di Enrico VII, da elevare sotto la vòlta della stessa grande chiesa, e dopo essere stato nominato capomaestro della costruzione, era costretto ad abbandonare la città avendo parteggiato per i guelfi e combattuto a Montecatini contro i pisani. Nel 1318 T. era a Siena intento con il padre, pur esso scultore, e con altri alla costruzione del Duomo del quale, fra il 1319 ed il 1320, veniva creato capomaestro; quindi si recava a Firenze, ma nel 1325 era già a Napoli ove rimase fino alla morte.
Tra le opere più antiche di T. è l'urna già sull'altare di s. Ranieri nel duomo di Pisa e quindi trasferita nel Camposanto. La scultura forse appartiene al tempo stesso in cui il giovane maestro collaborava con Giovanni al pulpito e la data 1306 sembra la più probabile. Quindi la chiara evoluzione dei modi plastici di T. s'intende confrontando quel marmo, ove con ritmi cadenzati e forme compatte le immagini s'accalcano staccandosi quasi a fatica dal fondo, con le opere successive, quali i residui frammenti del fonte battesimale e la tomba di Enrico VII. Questa, oggi scomposta fra il Duomo, ove è il sarcofago con la figura giacente, ed il Museo dell'Opera, per la vigorosa perentoria vivacità delle immagini, specie quelle del cinque consiglieri che attorniano l'imperatore assiso in trono, va posta tra le sculture più significative del nostro ' 300 . Qui T. inaugura modi plastici chiaramente distinti da quelli del suo maestro Giovanni; per essi le immagini, sintetiche, tondeggianti, definite entro grevi masse sottolineate nel loro improvviso variare dei piani da profondi incavi rettilinei, hanno analogie con quelle dipinte da Ambrogio Lorenzetti (Toesca). Modi analoghi appaiono nella tomba del card. Petroni nel Duomo di Siena (1319-20), nell'altra di Gastone della Torre nel chiostro di S. Croce a Firenze, mentre nel sarcofago del vescovo Orso che è in Duomo, pure a Firenze, è chiara un'evoluzione dello scultore in senso preziosamente gotico, per cui egli giunge a individuali ricerche di ritmi lineari che accentuano quelli plastici e talvolta ad essi si
## Page 94

(let. Alinari)
Tino di Camaino di Crescenzio di Diotisalvi - Monumento al Duca di Calabria - Napoli, chiesa di S. Chiara.
sostituiscono. Cosi in una Madonna col Bambino che è nel Museo nazionale fiorentino.
Nel 1324 T. è a Napoli e collabora dapprima alla tomba di Caterina d'Austria in S. Lorenzo Maggiore, poi, con l'architetto Gagliardo Primario, eleva l'altra a Maria d'Ungheria che è a S. Maria Donna-regina (1325). Più tardi scolpisce la tomba di Carlo di Calabria (1335) e quella di Maria di Valois in S. Chiara, semidistrutte nell'incendio che divorò la chiesa in seguito ai bombardamenti del 1943. In queste opere, come nelle altre dello stesso tempo che possono essergli attribuite, quali la tomba di Giovanni di Durazzo in S. Domenico, si osserva una maggiore accentuazione di inflessioni gotiche, e una più evidente ricerca di effetti pittorici nelle immagini che si profilano su fondi scuri.
Opere di architettura di T. a Napoli furono il chiostro di S. Martino, le fortificazioni imponentissime dell'attiguo castello di S. Elmo e lavori nel porto.
Staccatosi dal ceppo di Giovanni Pisano T., originalissimo scultore, diffuse i nuovi modi della plastica trecentesca toscana nell'Italia meridionale rinnovando tuttavia colà parzialmente il suo stile. Infatti durante il suo periodo napoletano T. reagendo al clima artistico d'una regione già aperta da almeno mezzo secolo alla cultura ed all'arte francese, accentuava la fluidità dei ritmi lineari, che si sovrappongono con sottile eleganza alla rudezza dei tondeggianti volumi dei suoi marmi e dava vita ad una serie di opere che sono fra le più significative della scultura italiana del suo tempo.
Bibl.: E. Bertaux, S. Maria Donna Regina e l'arte senese a Napoli, Napoli 1808; E. Carli, T. di C., Firenze 1934 con bibl. prec.; W. R. Valentiner, T. di C., Parigi 1935; O. Morisani, T. di C. Napoli 1945; F. Bologna e R. Cassa, Sculture lignee della Campania, Catalogo, Napoli 1951; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, p. 266 sgg.
Emilio Lavagnino
TINOS. - Vescovato cattolico dell'isola omonima. Vescovi di T. parteciparono ai Concilii ecumenici V (553), VI (680), VII (787). Alla fine del sec. ix il vescovato greco di T. apparteneva alla provincia ecclesiastica di Rodi.
Nei tempi della dominazione veneta (1207-1715) il vescovato greco fu soppresso; esisteva però il vescovato cattolico di rito latino a cui fu sottomesso il protopapa greco. Il vescovato greco fu restituito verso il 1719 e cessò nel 1833 quando fu incorporato alla metropoli delle Ci clodi la cui sede si trova a Ermopoli (Sira). Il vescovato cattolico di T. fu unito nel 1930 con l'arolvescovato cattolico di Nasso il cui presule risiede una parte dell'anno a Nasso e un'altra a T. Senza dubbio la storia del cattolicesimo a T. è consolante benché manchi, per la piccolezza del vescovato, di tratti grandiosi; e benché per l'emigrazione di non pochi cattolici a Costantinopoli, a Smirne e altrove il numero dei fedeli sia diminuito. Esso consta di ca. 4000 anime la cui cura è affidata ad una quindicina di sacerdoti secolari aiutati da religiosi (Gesuiti e Francescani).
Bibl.: G. Hofmann, Vescovati cattolici della Grecia, in Orientalia Christiana Analecta, 107 (1936).
Giorgio Hofmann
TINTORETTO, Jacopo Robusti detto il - N. a Venezia tra il 1518 e il 1519. Questa data, in contrasto con quella fornita dal Ridolfi (1512) e dal Borghini (1524), risulta quale più probabile dai necrologi e dalla indicazione di "settantenne" apposta al suo ritratto inciso nel 1588; m. ivi nel 1594. Il soprannome di "T." gli derivò dal mestiere del padre, tintore di panni, oriundo da Lucca.
Trascorse la sua vita a Venesia, tranne un viaggio a Mantova nel 1580 per la collocazione in Palazzo ducale dei Fasti gonzagheschi. Dei suoi figli, tre ne educò all'arte pittorica e tenne collaboratori: Marco, male identificabile; Marietta "la Tcntereta", buona ritrattista; Domenico, il più valido dei seguaci e continuatori. Fu onorato di numerosissime e cospicue commissioni, spesso da lui instantemente sollecitate, talora "soffiate" ai colleghi con tiri come quello per il concorso di un soffitto alla Scuola di S. Rocco, nel 1564, al quale egli consegnò il quadro già finito, mentre gli altri concorrenti presentavano solo i bozzetti. Commissioni per chiese e conventi (S. Marcuola, S. Marziale, Crociferi, S. Severo, Madonna dell'Orto, S. Maria del Giglio, S. Maria Mater Domini, S. Zaccaria, S. Trovaso, S. Polo, S. Cassiano, S. Stefano, S. Giorgio, S. Rocco, S. Marco, mussici, ecc.). per privati, in ispecie come ritrattista dell'alta società; per la Signoria (Palazzo Ducale, Libreria, Camerlenghi); per le Scuole maggiori (gli imponenti cicli in quella di S. Marco e soprattutto in quella di S. Rocco, della quale fu confratello e alla quale diede, quasi gratuitamente, buona parte della attivita per circa mezzo secolo).
Che un almeno generico fondamento tizianesco vi sia nella sua formazione è ovvio, data l'autorità di Tiziano, allora, a Venezia. Il preteso programma non può tuttavia rivelare la assurda intenzione di combinare insieme due cosi contrastanti poetiche. Il T. non è affatto un "eclettico" avanti lettera, né il luminismo, ch'è l'accento più peculiare del suo linguaggio, può esser considerato una sintesi dialettica degli opposti formacolore; bensì una originale intuizione del rapporto fra i vari elementi della visibilità, dei valori poetici attingibili nella sua rappresentazione pittorica. L'ideale, dunque, del disegno michelangiolesco non può significare, se non il proposito di esperienze, per acquistare la conoscenza della struttura intima del visibile e giungere al possesso di mezzi linguistici e tecnici (caratteristico tra questi la pennellata costruttiva per il conseguimento delle sue forme semplificate) indispensabili alla espressione del sentimento proprio all'artista mediante la rappresentazione di quel mondo di motivi che più lo interessa. Ed è quello che potrebbe dirsi "storico" in confronto all'«iconico" (e nella sua opera si vedono precisamente tendere a "storicizzarsi" e a "drammatizzarsi" anche soggetti iconici come pale, Madonne, ecc.). Temi che, congeniali al temperamento del Maestro, gli consentono di esplicare il suo portentoso estro inventivo, nella creazione dello "spettacolo" non soltanto sorprendente per la grandiosita, la complessità, la novità della messinscena (il Boschini parla addi-
## Page 95
rittura di "negromanzie e il Ridolfi ricorda il teatrino dalle figurine volanti, spunto primo all'invenzione scenica), ma anche possenti per la carica vitale dei personaggi avvolti in una atmosfera vibrante di emozioni. Per tale via il T. innesta felicemente nel tronco della tradizione veneziana il motivo più vivo e più valido del manierismo : la ricchezza e la varietà del contenuto, riprendendo i compiti della grande composizione narrativa che aveva particolarmente impegnato pittori delle generazioni precedenti come Gentile Bellini, il Carpaccio e, in genere, gli illustratori dei Fasti Veneziani nella sala del Maggior Consiglio.
Dopo le prime prove grandiose del Pordenone e i tentativi di Bonifacio il manierismo attecchisce, rigoglioso, in terra veneta per opera del T., quando più si andava imponendo la conoscenza dei problemi e degli interessi del gusto manieristico e si affermava anche a Venezia, sia per la venuta di pittori, come Cecchino Salviati (1539) e il Vasari (1541), sia per la diffusione di stampe raffaclische e di disegni michelengioleschi. La prepotente vigoria fantastica del T. evoca alla luce, quasi dal grembo del nulla, mondi prodigiosi, popoli di immagini con una presenzialità pungente e insieme con una irrealtà allucinante in una regia inesauribilmente rinnovata. Nel luminismo il T., che per primo ne fa uso coerente e larglassimo, trova il linguaggio più atto ed efficace ad esprimere l'impetuosa drammaticità del suo temperamento ed insieme il fervore della sua sincera fede religiosa, che talvolta raggiunge lo slancio di un vero rapine mistico, come nella impressionante ultima sua opera, la Cena di S. Giorgio, nella quale il senso miracoloso della Transustanziazione è espresso con una potenza di presussione e di commozione inarrivata e forse survivalale. Il luminismo, ponendo tutto l'accento poetico della rappresentazione sulla vibrazione luminosa, semplifica, scarnisce, essenzializza le forme ridotte a macchie e profili di ombra e di luce a contrasto, abolisce o meglio supera ogni mimica psicologica e trasfigura la espressione dei sentimenti umani in una dilatazione di respiro cosmico : il terrore delle madri nella Strage degli innocenti (Scuola di S. Rocco) scoppia in un sormovimento tellurico; l'estasi delle Sante eremite (pure a S. Rocco) diventa un palpito stellare di faville sprizzanti nella notturna oscurità monocolore (ma pur pregna di colori); la gioia dei Basti nello sterminato Paradiso di Palazzo Ducale prorompe in un rombo oceanico che trabocca, si spande da ogni lato come in un tono trionfale, nello spazio senza confine; nella Concefazione di S. Rocco più che un pianto di persone è un'angoscia di cieli affannosi e straziati.
Luminismo e pennellata costruttiva sono i caratteri peculiari del suo linguaggio, che egli è venuto foggiando attraverso copia e varietà di esperienze e di ricerche, con oscillazioni frequenti, talora persino con curiose, intenzionali contraffazioni mimetiche - rivelate dalle fonti - del linguaggio di altri pittori in voga. Così mentre prima di giungere al pieno e libero possesso della pennellata costruttiva - già notevole nel Miracolo di I. Marco del 1548 - lo si vede partire da una pittura di impasto alla Tiziano o alla Bonifacio (come nelle opere giovanili di S. Marcuzia o nei soffitti per l'Aretino); e anche dopo, impegnarsi talora alla descrizione di forme accuratamente tornite e limpidamente staccate in una squillante policromia alla Paolo Veronese (come nella Presenzione; ora alle Gallerie di Venezia, o nel S. Giorgio di Londra). E possibile riconoscere nella sua carriera, piuttosto che uno sviluppo rettilineo, una oscillazione a lunghi periodi, fra i poli del tonalismo e quelli del luminismo prevalente nelle opere della maturità e della vecchiaia, con qualche intermedia sosta su posizioni di un leggermente accentuato plasticismo, come alcuni quadri pei Camorienghi, e più tardi le Mitologie allegoriche di Palazzo Ducale. - Vedi tavv. XII-XIII.
Biel.: E. von Bercken, s. v. in Thieme-Becker, XXXIII(1939), pp. 188-98 (con la bibl. antecedente); Venturi, IX, ir, pp. 403-516; cf. anche le monografie di E. von Bercken-A. L. Meyer, T., Monaco 1923; M. Pittaluga, T., Bologna 1922; F. Fosco, T., Parigi 1929; R. Pallucchini, La gioninezza del T., Milano 1950; L. Coletti, T., $3^{4}$ ed., Bergamo 1952.
Luigi Coletti
TIPALDO, Emilio. - N. a Cefalonia l'8 ott. 1798, m. a Mirano (Venezia) il 31 marzo 1878.
Trasferitosi nel Veneto nel 1810 , fu dal 1826 professore di storia, geografia e diritto marittimo dell'I. R. Collegio Navale di Venezia. Durante la rivoluzione veneziana del 1848-49 aderì al governo provvisorio di Daniele Manin, il quale gli affidò una carica direttiva nell'amministrazione scolastica. Compreso nell'amnistia elargita da Francesco Giuseppe dopo la restaurazione austriaca, dovette peraltro lasciare la sua cattedra. La sua produzione scientifica comprende libri di letteratura e di storia e versioni dal greco : particolarmente importante la Istoria della letteratura greca profana dalle sue origini alla presa di Costantinopoli. Ma il nome di T. è specialmente legato ai dieci volumi della Bibliografia degli italiani illustri del sec. XVIII e contemporanei (Venezia 1834-45), compilati sotto la sua direzione da uno scelto gruppo di specialisti delle varie discipline e che costituiscono ancor oggi un prezioso strumento di lavoro.
Biel.: C. Würzbach, Biographisches Lex. des Kaiserthums Oesterreich, XLV, Vienna 1882, pp. 170-71; F. Nani Mocenigo, Della letterat. venez. del sec. XIX, Venezia 1901; G. Cappello, Le famiglie Bandiera e Graziani nel Rivorgimento d'Italia, Roma S. Casciano 1914, pp. 76-77.
Renzo U. Montini
TIPASA. - Cittadina della Mauretania Cesa- riense (attuale Algeria) sulle rive del Mediterraneo a 70 km . ad occidente di Algeri.
Fondata probabilmente dai Cartaginesi, il suo nome d'origine fenicia significa luogo di passaggio; ma divenne importante dopo che Claudio nel 39 a. C. vi stabili una colonia di diritto latino che in seguito ricevette il diritto completo di cinitas. Un frammento di epigrafe rinvenuta durante gli scavi nel 1951 dimostra che sotto Antonino Pio (138-61) fu costruita la porta orientale nel recinto delle mura. Giunse a splendore al tempo degli Antonini, svolgendo un'attività agricola e commerciale e col suo porto fu in relazione oltre che con l'Italia con la Spagna e la Grecia. Resistè nel 371 all'assedio del re mauro Firmo che devastò Cesarea (Cherchel) e Icosium. Soffrì sotto Giuliano l'Apostata (Ottato, De schismate donatistarum, II, 18, 19), i Vandali, al tempo di Genserico e di Unnerico; nel 484 un gruppo di cristiani di T. emigrò in Spagna, dove diffuse il culto di a. Salsa. Il cristianesimo in T. è documentato fin dalla prima metà del sec. ttr. da alcune iscrizioni sepolcrali. Un cimitero cristiano fu identificato da S. Gsell a sud-est di T., da esso provengono le iscrizioni di Rasinia Secunda che ha la data dell'anno 238 (199 dell'èra mauretana; E. Diehl, Inscr. lat. christ., n. 3319), di Magna Crescentina con la colomba col ramoscello d'olivo e l'ancora (S. Gsell, T., in Mél. d'arch. et d'hist., 14 [1894], p. 407, fig. 54), di I. Saturninus, di Samaita et Immi, di Modia Saturnina (id., loc. cit.).
La ricchezza dei monumenti scoperti in T., anfiteatro, templi, foro, Campidoglio, curia, basilica giudiziaria, teatro, terme, è superata dall'importanza dei monumenti cristiani, situati all'ovest e all'est della città. Presso il muro di cinta, a spese di edifici preesistenti, fu eretta una grande basilica di 52 m . di lunghezza per 40,50 di larghezza divisa in sette navate; furono in seguito aggiunte due file di colonne, tutte ora scomparse; anche l'abside è molto rovinata; era preceduta da un portico; il pavimento era a musaico; vi era annesso il battistero. A nord della Basilica si rinvenne una cappella con pavimento a musaico rappresentante pecore al pascolo; al sud una serie di edifici collegati tra loro. L'aula quadrata del battistero ha pavimento in musaico con fiori di loto e un'iscrizione di cui resta solo la fine: «sancta lava(cra)»; alla vasca rotonda si accedeva per tre gradini; vi era il foro per l'emissione dell'acqua. Nel vestibolo del battistero il pavimento a musaico conteneva l'iscrizione: «si quis ut vivat quserit addiscere semper, hic lavetur aqua et videat caelestia (dosa) (CIL, VIII, 20911). In una delle stanze annesse, nel pavimento a musaico era pure una lunga iscrizione in cui si parlava della «aula Dei» (CIL, VIII, 20912). Nella basilica civile venne inciso nel v o vi sec. un «signum Christi * con le lettere apocalittiche A e $\Omega$, e tra le due prime colonne, presso l'abside, si ri-
## Page 96
scontrano nel pavimento fori irregolari, che hanno fatto pensare che, come altrove in Africa, anche questa basilica sia stata adattata nel sec. v o vi al culto cristiano; alla stessa guisa che ad una casa prossima al Campidoglio di T. venne costruita una cappella absidata, fu aggiunta l'abside alla sala preesistente ponendo nel pavimento a musaicol'iscrizione metrica: «Colui che ha saputo vincere tutte le difficoltà dei lavori e decorare con varii musaici una vasta dimora, per aggiungere all'ampio edificio l'immensità del regno di Cristo, riceverà ben presto con gioia la corona e la gloria che gli sono dovute, in modo di rimanere in possesso del suo nome (Coronatus o Stephanos) e riceverne il premios (J. Heurgon, Nouvelles recherches a T. ville de la Maurétanie Césarienne, in Mél. d'arch. et d'hist., 47 [1930], pp. 182-201). Anche i suoi vescovi sono rivelati più dall'epigrafia sepolcrale che dalle fonti letterarie.
Nel 1892 si riconobbero nella parte occidentale di T. i resti d'una chiesa sepolcrale di forma trapezoidale, con pavimento a musaico contenente due grandi iscrizioni pure musive (L. Duchesne, Une basilique funéraire a T., in Bulletin arch. du Comité, 1892, pp. 466-84); mediante le iscrizioni l'autore vi riconobbe la chiesa fondata dal vescovo di T. Alexander, il quale raccolse sotto il suggestus d'un altare posto incontro all'abside sette sarcofagi con i resti dei suoi predecessori detti «iusti priores *; egli fu poi sepolto dinanzi all'abside (Les découvertes de M. l'abbé S. Gérard à T., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr., 1892, pp. 111-14). Alessandro è «legibus ipsis et altaribus natus»; divenuto vescovo, per la sua dottrina a floret innumera plebs Tipasensis; notevoli sono le espressioni finali: *huius anima refrigerat, corpus hic pace quiescit, resurrectionem expectans futuram, de mortuis primam, consors ut fiat sanctis in possessione regni* (CIL, VIII, 20905). Questa iscrizione è come quella del vescovo Cresconio di Djemila; è probabile che tutte e due derivino da un formulario comune. La seconda iscrizione in 13 versi attesta che tutta l'opera è dovuta al vescovo Alessandro il quale volle «iustos in pulchram sedem... locasse priores * situandoli sotto l'altare intorno al quale is comunità * laeta omnis sacra canens sacramento manus porrigere gaudens" (CIL, VIII, 20903). Le due iscrizioni sono della fine del sec. Iv e presentano reminiscenze vergiliane e damasiane. Oltre il bema era un'altra iscrizione musiva di cui si lesse solo : sanctu(s AlJexand(er) (CIL, VIII, 20904). Una quarta iscrizione pure in musaico contiene il duplice precetto del Vangelo: l'amore di Dio fino al martirio e l'amore verso il prossimo che impone di fare la