esentano reminiscenze vergiliane e damasiane. Oltre il bema era un'altra iscrizione musiva di cui si lesse solo : sanctu(s AlJexand(er) (CIL, VIII, 20904). Una quarta iscrizione pure in musaico contiene il duplice precetto del Vangelo: l'amore di Dio fino al martirio e l'amore verso il prossimo che impone di fare la carità secondo i propri mezzi: * clausula iustitiae est martyrium votis optare; habes et alium similem selemosinum (prci viribus facere* (CIL, VIII, 20906). Pure in musaico erano le iscrizioni sui sepolcri di Astania * nobilis et atavis clarissima femina* (CIL, VIII, 20908) e di Basilio «iustitia probitate, fide praeclarus* (CIL, VIII, 20907). Sul sepolcro d'un bambino fu costruita una mensa e la sua iscrizione in musaico dice \& $\boldsymbol{\text { de }}$ Ostarinus fidelis in pace visit annos II m(enses) v*.
Parte delle iscrizioni musive che ricoprivano il suolo della Basilica furono trasportate al Museo di Algeri. Nel 1914 nel coperchio del sesto sarcofago si identificò l'iscrizione musiva «Memo X ria Re(nati episcopi) musivo lacu/ (nari nitescit)» (J. Carcopino, Sopra un frammento di
iscrizione musiva proveniente da una chiesa di T. nella Mauretania, in Bull. com. arch. com., 55 [1927], p. 253 sgg.). Gli scavi ripresi nel 1939 misero in luce altre quattro iscrizioni in musaico; una nella navata sinistra ricorda una Donata madre di un diacono del vescovo Alessandro; le altre tre sono metriche ed una dice: «resurrectionem carnis/ futuram esse qui credit/ angelis in coelis/ resurgens similis erit». Nell'angolo nord-est della cappella si è trovato l'accesso ad una cripta di m. 6.50 $\times 3$ scavata nella roccia al disotto del livello della cappella stessa, con una finestra nella vòlta. Il suo pavimento è occupato da due file di 5 sepolcri mentre l'undicesimo è situato nell'abside. Senza dubbio sono queste le tombe degli iusti priores, predecessori del vescovo Alessandro.
A nord della cappella una scala immette in un ambiente a volta e ad un'area rettangolare recinta con 80 sarcofagi. Ivi pure in uno spazio di m. 30 $\times 14$ recinto da muri e, sul lato destro, una specie di portico a pilastri; ivi si sono trovati sei sepolcri con mensa,
uno dei quali con la iscrizione frammentaria in musaico: - Me(moria) marturom Rogati, Vitalis...». Un'altra tomba aveva le pareti intonacate con decorazione dipinta in rosso, fogliami in un grande vaso e l'iscrizione: «Massima in pace». Una Maxima è ricordata nella Mauretania Cesariense al IV delle none di dic. ( 12 dic.). Incontro altre sei tombe, in una delle quali a musaico si legge «Me(moria) Amanti(i) presbyteri v(e)rus Dei cultor qui etiam cum marturibus in sinu Abr(aham) requiescu(nt) cum Ilar(a) consoci(ata)». E si disopra "Memori(s) Amanti presbi(teri) Ilara et Aurelia». Ivi presso sopra un dado di musivo si legge : «Memoria Victorini in pace marture professum octav(o) idus Mai(as) die Solis ora octava (anno) pr(ovinciae) CC...». Forse è del 239, cioè dell'anno 200 dell'èra della provincia della Mauretania Cesariense o di una data non posteriore all'inizio del sec. Iv (J. Carcopino, Note sur une épitaphe de Martyr récemment découverte à T. de Mauretanie, in Recueil des Notices et Mémoires de la Société archéologique de Constantine, 66 [1948], pp. 87-101). Inoltre appoggiata alla parete l'iscrizione di antico sapore, tra due ancore: «Sabina hic dormit». Presso questa area e forse in parte sopra di essa il vescovo Alessandro eresse la sua cappella sepolcrale. A T. veniva adorato un serpente di bronzo a testa dorata; Salsa, giovane cristiana quattordicenne, spezzò l'idolo e subl il martirio. Essa è indicata nel Martirologio geronimiano al 20 maggio e al 10 ott.; la Passio, conservata in due manoscritti (BHL, 7467, edita da L. Duchesne, in Bull. critique, 1890, p. 125 sgg. e tradotta da P. Monceaux, in La vraie légende dorée, Parigi 1928, pp. 299-326) attribuisce il suo martirio o al 2 maggio o al 26 ag.; nei calendari mozarabici oltre il 2 maggio figura anche il 29 apr. (M. Ferotin, Le "liber ordinum» en usage dans l'Eglise visigothique et mozarabe de l'Espagne du V" au XI" siècle, Parigi 1904, pp. 462463, 497). Incerto è l'anno del suo martirio, che alcuni assegnano verso la fine dell'impero di Costantino. La Passio indica che le spoglie della martire furono poste "brevi admodum tabernaculo». In seguito fu eretta una grande basilica a tre navate, con pavimento a musaico, a quadrati alternati da losanghe e da croci inscritte in diachi. Davanti l'abside era nel pavimento un'iscrizione in musaico in cui si afferma che dove brilla il sacro altare " hic est Salsa "
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sempre più dolce del miele; essa ha meritato di abitare per sempre in cielo in perfetta beatitudine; i lavori furono eseguiti a cura di un tale Potentius (CIL, VIII, 20914) che G. B. De Rossi suppose potesse identificarsi con l'omonimo inviato nel 446 in Mauretania Casariense dal papa Leone I (Bull. arch. crist., $5^{\circ}$ serie, 2 [1891], pp. 24-26 con facsimile dell'iscrizione). Anche un'altra iscrizione frammentaria risorda in martire Salsa (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, n. 323). All'ingresso orientale della Basilica fu trovata l'iscrizione in tre righe: De Dei promissn (hì)c g(niez)cit in nomine Crist(n)... Salsa (CIL, VIII, 20915). Verso il centro della navata è un sarcofago in pietra con l'epigrafe di una parente della martire "Fabiae Salsae matri sanctissimac et rarissimac" (CIL, VIII, 20913). L'epigrafe può anche non essere cristiana, ma esagerò H. Grégoire scrivendo "Ste Salsa roman épigraphique, in Byzantion, 12 (1937), pp. 213224 (vedi in proposito Réc. arch. crist., 14 [1937], pp. 405406).
I sepolcri intorno alla basilica di S. Salsa sono costituiti da sarcofagi in pietra, cassoni in muratura e tavole funerarie o mensae.
Alcuni sono decorati da musaici con l'epitafio del defunto o con rappresentazioni, quali Noè nell'arca, Daniele tra i leoni, i tre fanciulli nella fornace. Le iscrizioni ricordano un Aviorius e una Bavaria, un Venustus negoziante di Mesarfefta (vicino all'attuale Biskra), l'epitafio in greco di una Maxima oriunda di Tripoli di Siria, inciso sul fianco di un sarcofago. All'esterno di un cassone in muratura era un voso, in cui si versavano le libazioni. Le numerose mensae funerarie costituite a mattoni a semicerchio per collocarvi i cibi e con uno spazio inclinato per i partecipanti. Una di esse è in un piccolo vano con sette finestre e sulla porta è scritto: "Ixove."
Presso la basilica di S. Salsa è una sala rettangolare con un corridoio in cui si apre un'abside; era stata in origine occupata da 19 sarcofagi e da una tavola per agapi. Nell'abside furono trovati frammenti di un pannello in pietra con l'iscrizione: "in Christo semperv; l'edificio anteriore alla Basilica presenta un carattere funerario; esso fu poi utilizzato come annesso alla Basilica, conservando il suo carattere funerario. I sarcofagi rinvenuti, erano tutti violati meno uno; uno solo aveva inciso 文, gli altri tutti anepigrafi; contennero ciascuno più scheletri, da due a sette, forse a causa di qualche epidemia. Nel cimitero tra le epigrafi si ricordano quella di un Berus di Icosium (Algeri); di un'italiana indicata soltanto "una Italorum" (E. Albertini, L'archéologie chrétienne en Algérie, in Atti del III Congr. inter. di Arch. crist., Roma 1934, pp. 418-24). Ad occidente della città si rinvenne contro la collina un grande mausoleo circolare ( $\mathrm{di} \mathrm{m} . \mathrm{s} 8,75$ di diametro) con 16 semicolonne all'interno in pietra calcare e, contro la parete, 14 grandi arcosoli per sarcofagi. Contro il muro esterno si rinvennero sarcofagi e semplici tombe a tegole o anche in anfore. Contro la roccia si aprivano piccoli cubicoli con arcosoli e formase. Circa una trentina di celle funerarie furono identificate da S. Gsell (T., in Mél., cit., p. 401); in una, situata nel cimitero occidentale, fu tro-
vato un sarcofago marmoreo mutilo col Redentore e le personificazioni delle stagioni (Wilpert, Sarcofagi, III, tav. 290, 2, pp. 41-42); molti i sarcofagi in pietra locale e in terracotta. A poca distanza dalla porta da cui partiva la via per Casarea (Churchell) fu trovato un piccolo mausoleo col sarcofago del Buon Pastore (ibid., I, tav. 67, 5, p. 83 sgg.; III, p. 40) e un altro sarcofago con una scena matrimoniale (S. Gsell, T., in Mél., cit., pp. 341 434). Pietre miliari hanno il "signum Christi" 文 una del tempo di Costanzo e l'altra del tempo di Valentiniano e Valente con l'indicazione del secondo miglio sulla via litoranea da T. ad Icosium (Algeri; S. Gsell, T., in Mél., cit., p. 411). In T. fu trovato un piatto in terra cotta di m . 0,39 di diametro con al centro due personaggi portanti una lunga croce (S. Gsell, T., in Mél., cit., pp. 448-49, fig. 61). Nel 1952 sulla via litoranea per Icosium si è rinvenuta un'area cimiteriale cristiana con molti sarcofagi in pietra locale disposti a sud di una basilica a tre navate con abside sopraelevata mediante tre gradini; i frammenti di un iscrizione ivi rinvenuta provano che vi erano venerate reliquie (brandea) dei "beati

(mol. Enc. Catt.)
TIPico - T. disciplinare del monastero di S. Niccolò "de Casulis", codice palinsesto del sec. XI - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. grec. 350 , ff. $59^{2}$ e $64^{2}$.
Brut. S. Gsell, T. ville de la Mauretanie Cénarienne, in Mél. d'arch. et d'hist., 14 (1894), pp. 291-450; id., De Tipasa Mauretaniae Caesariensis urbe. Algeri 1894; O. Grandidier, Deux manons, funér. à T., in Atti del II Congr. intern. di arch. crist., Roma 1902, pp. 51-77; S. Gsell, Promenades archéol. aux environs d'Alger, Parigi 1906; J. Lacoux, Autour des basiliques chrét. de T., in Mél. d'arch. et d'hist., 47 (1930), pp. 222-43; J. Heutron, Nouv. rech. à T. ville de la Maurét. César., in Mélang. d'arch. et d'hist., 47 (1930), pp. 182-201; E. Albertini-L. Leschi, Le cimetière de Ste Salsa, in Comptes rendus de l'Acad. des inscr. et belles lett., 1932, pp. 77-88; E. Albertini, L'archéol. chrét. en Algérie, in Atti del III Congr. di arch. crist., Roma 1934, pp. 418-27; L. Leschi, Les vestiges du christian. antique dans le département d'Alger, in L'Alpérer cath., 8 (1936), pp. 13-32; J. Gagé, Nouveaux aspects de l'Afrique chrét., in Ann. des Hautes Etudes de Gand, 1 (1937), pp. 181-230; L. Leschi, La basilique chrét. en Algérie, in Atti del IV Congr. di arch. crist., L Città del Vaticano 1940, pp. 145-67; id., Fouilles dans l'église chrét. de l'énèque Alexandre, in Bull. archéol. du Comité, 1940, pp. 422-31; 1942, pp. 355-70; J. Baradze, T., ville antique de Mauretanie. Algeri 1952.
Enrico Josi
TIPICO. - Dal greco τuπuóv, significa regola, regolamento. Questi T., che tanto influeso esercitarono sullo sviluppo del diritto bizantino, specie monastico, ebbero a partire dal sec. X un largo uso nell'Oriente.
Allora, infatti, si introdusse l'abitudine che il fondatore o restauratore di un monastero ne fissasse anche un particolareggiato regolamento, contenente o solo norme e prescrizioni liturgiche, o anche, e forse principalmente, prescrizioni disciplinari. Di qui la distinzione fra T. liturgico e disciplinare, che è quello che ha trovato più consensi, senza però escludersi ogni elemento liturgico.
Fra i disciplinari, che sono i più importanti, occupano il primo posto quelli che comprendono anche particolari
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disposizioni destinate ad assicurare per l'avvenire la vita economica della fondazione, chiamati comunemente тumixá ктtropixá (dal greco $\varkappa \tau \eta \tau \omega \rho=$ fondatore). In questi t. il fondatore o restauratore dispone dei suoi beni in favore del monastero, segnalando nello stesso tempo le norme per l'uso e l'amministrazione, cosi come per l'elezione dell'egumeno o superiore, per l'ammissione dei monaci ecc. Era naturale che nelle redazione di questi documenti, particolarmente in quelli di fondazione, venissero osservate le formalità prescritte dalla legge per simili documenti. Quali fossero queste formalità, non è possibile oggi determinare perché i T. sono a noi pervenuti in uno stato imperfetto. Sembra però molto probabile che la sottoscrizione dell'autore del T. fosse la sola formalità ritenuta necessaria per il suo valore. Un elenco dei T., con l'indicazione dell'edizione, vedi in P. de Meester, O.S.B., in Atti del $V$ Congresso Internazionale di Studi bizantini, II, Roma 1940, pp. 489-508.
BibL.: L. Allatius, De libris ecclesiast. Graecorum, diss. I, in A. Fabritius, Bibliotb. Graeca, V, Amburgo 1723; W. Nieson, Die Dratasis des Michael Attaleiates von 1077, Jena 1894; E. Herman, Ricerche sulle istituzioni monastiche bizantine. Typiha historika, caristicari e monasteri "liberi", in Orient, Christ. Period., 6 (1940), pp. 294-375. Clemente Pujol
T. liturgigo. - E il libro liturgico del rito bizantino, che contiene le norme (oï тúros) dell'Ufficio divino. Il T. spiega in modo sistematico lo svolgimento degli Uffici, indica come e dove le parti variabili debbono essere intercalate nell'Ordinario e, dove occorre, dà schiarimenti su cerimonie particolari. Il T. ha quindi qualche analogia con l'« Ordo Officii et Missae" del rito latino, ma è molto più sviluppato ed è perpetuo.
Diversi T. sono in uso: i Greci, Rumeni e Bulgari hanno quello della grande Chiesa di Costantinopoli, i Russi ed i Serbi quello di S. Saba, i monaci del Monte Athos il T. athonita, mentre altri monasteri hanno il proprio.
Il T. di S. Saba si divide in due parti; come modello prende il T. di Mosca del 1904. La prima parte tratta degli Uffici che debbono essere celebrati in tutte le chiese. Dopo una descrizione minuziosa dei piccoli Vespri e della Vigilia notturna (capp. I e 2), segue una parte generale nella quale si spiega come la festa di quei santi, che hanno qualche grado di festività, si congiunge con l'Ufficio della domenica, come si celebrano la domenica i Vespri e l'Orthros, quando non sono uniti in una vigilia notturna ( $5-7$ ), e come l'Ufficio si fa nelle ferie e il sabato (9-15). Fino al capo 25 vengono date istruzioni su parti secondarie dell'Ufficio, p. es., il Salterio, i canoni, i Vangeli coi loro commentario, ecc. Dopo questa parte il T. dà prescrizioni per la vita monastica (26-46). Poi segue la descrizione, fino nei minimi particolari, dell'Ufficio di ogni giorno dell'anno ecclesiastico, tanto del ciclo fuso che comincia il $1^{\circ}$ sett. e finisce al 31 sg., quanto del ciclo pasquale, che principia con la domenica del Fariseo e del Pubblicano e termina con la domenica di Tutti i Santi. Questa parte, molto sviluppata, contiene anche il testo dei tropari e dei kontakia, come anche i cosiddetti capitoli di Marco (cosi si chiamano gli articoli dello ieromonaco Marco che indicano come le diverse parti mobili dell'Ufficio si seguono quando le feste della Madre di Dio e le pre-feste e post-feste delle dodici grandi feste cadono in giorno di domenica o in un giorno del ciclo del Triodio e del Pentecostario [47-50]).
La prima parte termina con spiegazioni sui tropari, kontakia, theotokia, prokimena, epistole, ecc. (52-60). La parte seconda tratta nei suoi sessanta capitoli della coincidenza della festa titolare della chiesa con altre feste, con la domenica, ecc. Infine si trovano le tavole pasquali. Il T. della grande Chiesa segue un altro piano; nell'anno 1838, una nuova redazione ne ha diminuito il carattere monacale per adattarlo meglio alla vita parrocchiale. Dopo alcune osservazioni preliminari tratta in modo sistematico di tutte le parti secondarie dell'Ora Nona, dei Vespri, dell'Orthros e della liturgia el indica le diverse possibilità secondo le quali queste parti possono presen-
tarsi durante l'anno. Viene poi il corpo del T., cioè le spiegazioni dell'Ufficio feriale e domenicale, dell'Ufficio dei santi che di fatto vengono celebrati nei dodici mesi dell'anno, cominciando da sett., dell'Ufficio dei giorni di Quaresima e del tempo di Pasqua. Un'appendice, non eguale in tutte le edizioni, contiene le particolarità per alcuni Uffici secondo il loro modo di celebrazione nella grande Chiesa, p. es., per il sabato dell'Acátato, per la recita dei dodici Vangeli il Venerdi Santo, per la concelebrazione, ecc.
Eccezionale è l'importanza pratica del T. In Russia lo chiamavano la guida di tutti i libri liturgici. Anche per la storia della liturgia bizantina i diversi testi manoscritti del T. sono una fonte di primo ordine. Uno studio completo però della storia del T. non esiste, malgrado i lavori compiuti specialmente dai liturgisti russi. La raccolta più completa di testi manoscritti, talvolta largamente pubblicati, è quella di A. Dmitrievskij (v. op. cit. in bibl.). Dagli studi dello stesso autore risulta: 1) l'esistenza di un antico T. della chiesa patriarcalc di Gerusalemme, che ebbe grande influsso su tutta l'evoluzione del T.; 2) la Regola di S. Saba, lasciata dal Santo morendo, è una norma per la vita dei suoi monaci e non ha nessuna relazione con il T. liturgico detto di S. Saba; 3) non si è trovato finora nessun testo riproducente il T. originale e autentico; 4) per l'evoluzione del T. sono molto importanti i diversi T. ististorici (cioè dei fondatori dei monasteri) perché conducono al T. completo del sec. 211.
Bibl.: T. Toscani, Ad Typica Graecorum ac praesertim ad Typicum Cryptaferrateme: Barthel. obb. animadwer., Novica 1864; I. Monovikov, Tzerhannij Ostav, Mosca 1882, e le critici di A. Dmitrievskij in Khristianshie Etenia, 68 (1888), it. pp. 480276; N. Krasnoschnev, Tipik re. Sadii v. Konstantin., IX, c... Odessa 1892; A. Dmitrievskij, Opinonie liturgieeshibb rubatorii, t. I. Kiev 1896, t. III, Pietroburgo 1917; D. Beliajev, Novij stiisob drevnjago ustava Konstantinopolshibbh tverkoy, in Vizumt. Vvermenih. 3 (1896), pp. 427-60; M. Lixitsin, Pervomacalnij slatianovushii tipikan, Pietroburgo 1911; A. Baumstark, Denkmaler der Entstehungapsch. des byzantin. Ritus, in Orient Christiamn. 3a scrie, 2 (1927), pp. 1-22. Gabriele di Aalst
TIPICO, SENSO. - Quello dei sensi biblici (v.) che, al di là del senso letterale, esprime una realtà (persona, evento, istituzione) significato da un'altra realtà che ne è l'immagine (тúros). Il s. t., denominato anche "spirituale" o "reale", si ha quando una persona o cosa (istituzione, azione, avvenimento) del Vecchio Testamento, espressa dalla parola (littera), nell'intenzione di Dio, primario autore delle S. Scritture, è ordinata a significare una verità più sublime nel Nuovo Testamento, qualche cosa di più alto e di venturo nell'ordine della salvezza. Così Adamo è tipo di Cristo (Rom. 5, 14), il diluvio tipo del Battesimo ( $I$ Pt. 3, 21).
Il nome è strettamente biblico: «tipo» (Rom. 5,14; I Cor. 10,6), тumixúq «tipicamente" (I Cor. 10, 11); vi corrisponde l'antitipo (ávitunos; I Pt. 3,21 : il Battesimo è l'antitipo del diluvio che è la realtà significata dal tipo). Mentre s. t. è l'espressione tecnica e classica, vi sono anche termini simili, i quali però sono da usarsi con grande cautela, perché possono dar luogo ad equivoci : "parabola" (Hebr. 9,9), "allegoria" (Gal. 4,24), "spirituale" (I Cor. 10, 3 sg.).
Nell'encicl. Humani generis (12 ag. 1950) Pio XII parla, su questo punto, in modo prevalentemente apologetico, prendendo di mira sistemi che non di rado introducono nella S. Scrittura strane fantasie; perciò non usa il termine tecnico s. t., ma quello di senso "spirituale". Similmente la Instrucita della Pont. Commissione biblica del 13 maggio 1950: «Spiritualem quoque verborum significationem, dummodo eam a Deo intendi secundum sapientissimas normas a Summis Pontificibus identidem statutas rite constet, debito modo explicare curet..." (AAS, 42 [1950], p. 501).
Si suole distinguere una triplice specie di s. t.: dogmatico o allegorico, il quale prefigura ed illustra la storia della Redenzione e del regno di Dio in terra (Cristo e Chiesa); morale o tropologico, che ha per oggetto i costumi
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dei fedeli; anagogico o escatologico, che "conduce in alto a avendo per oggetto la vita futura. Esempio classico per questo triplice s. t. ed insieme per quello letterale è la città di Gerusalemme. Nel medioevo era diffusissimo il distico di Agostino di Dacia (v.) sul quadruplo senso delle S. Scritture: "Littera gesta docet; quid credas allegoria " Moralis quid agas; quo tendas anagogia " (cf. H. de Lubac, Sur un vieux distique, in Mélanges offerts au r. p. Ferdinand Cavallera, Tolosa 1948, pp. 347-66). Si suddistinguono ancora tipi personali (p. es., Adamo, Melchisedech, David), reali (p. es., l'agnello pasquale, il serpente di bronzo), legali (p. es., il divieto di spezzare le ossa dell'agnello pasquale). Come il senso letterale, così anche il tipico può essere o proprio o improprio.
L'esistenza del s. t. è spesso affermata negli scritti del Nuovo Testamento. "Un tal senso ce lo mostra e ce lo insegna il Divin Salvatore medesimo nei santi Vangeli, lo professano nel parlare e nello scrivere gli Apostoli, seguendo l'esempio del Maestro, lo addita la costante tradizione della Chiesa, lo dichiara infine l'antichissimo uso della liturgia..." (Pio XII, Divino affl. Spiritu, AAS, 35 [1943], p. 339). Criterio unico per conoscere l'esistenza del s. t. è la Rivelazione nella sua duplice fonte, Scrittura e Tradizione (Padri, liturgia, archeologia cristiana). Hanno negato l'esistenza del s. t., nell'antichità i marcioniti, nel sec. xvi alcuni protestanti, oggi comunemente gli esegeti "liberali".
L'estensione del s. t. fu male definita da due correnti estreme: . 1. "figuristi" (J. Coccejus, C. Vitringa), seguendo le orme di Origene, vellero trovare tipi in tutto il Vecchio Testamento, fin nei minimi particolari; gli "antifiguristi" invece non ammisero altri tipi se non quelli stabiliti esplicitamente dagli agiografi del Nuovo Testamento.
Il s. t. strettamente inteso è dimostrato dalle fonti della fede, cioè è rivelato in qualsiasi forma esplicita da Dio. Si può però avanzare di un passo e vedere inoltre un senso spirituale anche là, dove questa Rivelazione è solo implicita. Ogni interpretazione di un fatto o persona del Vecchio Testamento, che presenti un'interna somiglianza con una verità della salvezza del Nuovo Testamento, secondo il principio di s. Paolo che nel Vecchio Testamento "tutto accadeva loro figuratamente (rontalùc)" (I Cor. 10, 11), si potrebbe far valere come s. t. o spirituale, e quanto più questa somiglianza è grande, tanto più probabile è il senso spirituale. Senza dubbio, però, nello sfruttamento del s. t. largamente inteso, là dove non vi è per esso alcuna espressa testimonianza dogmatica, occorre molta misura (cf. A. Miller, Zur Typologie des Alten Testaments, in Antonianum, 25 [1950], p. 431 sg.). "Questo senso spirituale, da Dio inteso e ordinato, lo scoprano dunque e lo espongano gli esegeti cattolici con quella diligenza che richiede la dignità della divina parola; si guardino invece scrupolosamente dal presentare come genuino senso della S. Scrittura altri valori figurativi delle cose..." (Divino affl. Spiritu, loc. cit., p. 339).
Bell.: G. M. Perrella, Introduzione generale alla S. Bibbia, Torino 1948, pp. 276-87; H. Höpfl-B. Gut, Introductio generalis in S. Scripturam, 3a ed., Napoli-Roma 1950, pp. 469-84; E. Amann, Type, in DThC, 15 (1950), coll. 1935-45; H. de Lubac, - Typologie et "allégorisme", in Recherches de science religieuse, 24 (1947), pp. 180-226; id., "Sens spirituel", ibid., 36 (1949), pp. 542-76; J. Schildenberger, Vom Geheimnis des Gottesmertes, Heidelberg 1950, pp. 392-470; J. Danielou, Sacramentum futuri. Etudes sur les origines de la typologie biblique, Parigi 1950.
Adalberto Metzinger
TIPITTAKA (sanscr. TRIPITAKA): v. TRIPITAKA.
TIPO. - Si deve intendere per t. o "fenomeno tipico" quello che, data una collettività di fenomeni che entro certi limiti si differenziano l'uno dall'altro, meglio di tutti è in grado di rappresentare l'intera collettività. Gli statistici considerano come "tipico" il carattere che corrisponde, nella seriazione, alla
classe più numerosa, alla variante più comune fra molte più rare, talora anche la semplice risultante da un gran numero di osservazioni. Per "abito" o "s. morfologico" si intende la particolare architettura corporea di un individuo, rilevabile con la correlazione delle misure antropometriche dei segmenti e delle cavità del suo corpo.
Una vera scienza tipologica è di origine molto recente, avendo il suo fondatore in Achille De Giovanni (1838-1916), pur tuttavia una tendenza a classificare gli individui secondo vari gruppi è quanto mai antica, tanto che Ippocrate già distingueva due t. umani patologici : il lungo (dalle membra lunghe rispetto al tronco, magro, predisposto alla tisi), e il corto (predisposto alla apoplessia). Fino al 1800 , però, la classificazione degli individui più in uso era quella proposta da Galeno e propugnata dalla scuola salernitana, che più che una classificazione morfologica era una classificazione temperamentale, in quanto si basava sui caratteri clinici e funzionali determinati dalla presenza o meno di quattro presupposte scaianze (umori) nell'organismo: sangue, bile, flegma e atrabile. Da ciò quattro t. o temperamenti umani : il sanguigno, il collerico o bilioso, l'atrabiliare o melanconico, il flegmatico.
A. De Giovanni portò, invece, lo studio degli individui umani su un nuovo piano, aggiungendo alla pura osservazione clinica uno studio basato su rigorose misurazioni del corpo umano, iniziando così uno studio antropometrico della costituzione (v.) degli individui, cioè della loro fabbrica corporea, valore inteso sia in senso assoluto che nei rapporti reciproci delle singole parti del corpo fra loro. Egli creò così le sue tre "combinazioni" (o abiti), non solo individuando tre t. distinti a seconda dell'aspetto morfologico esteriore, ma anche valutando dalla costituzione esterna lo sviluppo degli organi interni, la loro funzionalità e le loro disposizioni morbose. Il De Giovanni riconobbe i brachitipi, i longitipi, i normatipi. Contemporaneamente ai suoi studi, numerosi altri ricercatori si occuparono di questa nuova branca della medicina, in Italia e in tutto il mondo, proponendo classificazioni più o meno simili. Si ricordano: Kretschmer, Stiller e Kraus in Germania, Niegeli e Jung in Svizzera, Marañon in Spagna, Obermer e Cavadias in Inghilterra, Marinescu in Romania, Charcone-Nienlaeff in Russia, Biant e Stockardt nel Nord America, Rossi, Boccia e Berardinelli nell'America latina.
L'antropometria compì un decisivo passo innanzi per opera di G. Viola il quale, per primo, ebbe l'idea di applicare alla medicina la legge degli errori (legge binomiale o legge delle probabilità) di Quetelet-Gauss, per la valutazione della frequenza di un determinato carattere in una data collettività d'individui. In tale maniera, si può ottenere graficamente una curva binomiale il cui spice rappresenta la "norma" in senso statistico, mentre sulle due branche (l'ascendente e la discendente), sono disposte le variazioni dalla norma. Viola ha così proposto il calcolo per stabilire l'entità della deviazione quantitativa dalla norma statistica e l'indice di gravità della deviazione. In base ai suoi studi egli ha formulato una nuova classificazione, basata sia sulle semplici misurazioni del tronco che sul valore del rapporto tronco-arti, considerando dei due termini il primo come espressione della vita vegetativa, il secondo come espressione della vita di relazione. Esistono così per Viola dei macroplancnici, dei noronoplancnici e dei macrooplancnici a seconda delle dimensioni del tronco, mentre in rapporto al variare della proporzione tronco-arti vi sono dei brachitipi (tronco più discosto dalla "norma", che gli arti) e dei longitipi (arti più discosti dalla norma, che il tronco), mentre se i due scostamenti dalla norma sono uguali, sia per il tronco che per gli arti, si hanno i normatipi. In tal modo i r., o meglio gli "ectipi costituzionali", sono il prodotto di un'unica legge biologica universale di deformazione del t. medio, legge enunciata e dimostrata dal Viola nel 1907: "Quanto più un organismo accelera il suo sviluppo, tanto più si differenzia morfologicamente,
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(Int. Ene. Catt.)
TIPOGRAFIA - Ultima pagina dell'incunabolo aldino del Corno copiae seu linguae latinae commentarii di Niccolò Perotti (1499), con il registro di guida per la legatura dei quinterni, ed il co lophon - Exemplare della Biblioteca Vaticana.
ma tanto meno acquista di massa somatica e inversamente" (legge dell'antagonismo morfologico-ponderale).
N. Pende ha portato in seguito nuove modificazioni e perfezionamenti al metodo antropometrico, sostituendo, alle norme statistiche allora vigenti, norme statistiche particolari per ogni entità razziale. Spetta inoltre al Pende di aver semplificato lo studio antropometrico degli individui mediante la misurazione dei rapporti intercorrenti fra tre semplici misure: l'altezza, il perimetro toracico medio e il peso. Il rapporto statura-peso è indice del peso relativo del corpo permettendo di dividere gli individui in (persomisi, iposomici o normosomici; mentre il rapporto altezza-perimetro toracico medio dà il valore dello sviluppo di massa del corpo per cui si avranno individui normolinei, brevilinei, longilinei.
Il semplice studio tipologico e costituzionale degli individui si è andato però sempre più perfezionando e completando in questi ultimi tempi, si che attualmente la tipologia è stata sostituita dalla "biotipologia" (v.), ossia dallo studio completo dell'individuo dal punto di vista somatico, funzionale o endocrino e neuro-psichico. Bins., M. Bichara, I fondamenti della biotipologia umana, Milano 1929; G. Viola - P. Benedetti, s. v. in Enc. Ital., XXXIII, pp. 882-87; N. Pende, Tratt. di biotipol. umana individuale e sociale, Milano 1930; M. Martiny, Essai de biotypol. humaine, Parigi 1948; M. Bufano, Tratt. di patologia spec. medica e terapia, Milano 1949; G. De Ninno, Quest. medico-marali, Roma 1951.
Alessandro Marolla
TIPOGRAFIA. - La scoperta della t., le cui conseguenze dovevano essere incalcolabili, fu favorita dalla circostanza che i copisti non riuscivano più a soddisfare le ordinazioni dei signori, sempre più presi di ammirazione per il mondo classico, e anche dal propagarsi fra il popolo dell'amore per le lettere e del bisogno di libri. Spiriti intraprendenti e ingegnosi rivolsero cosi i loro interessi e i loro studi per
ovviare alla crisi derivante dallo squilibrio tra richiesta ed offerta e a risolvere il problema concernente la moltiplicazione mediante processi industriali degli esemplari di opere più ricercate dal pubblico di lettori.
La scoperta della stampa non fu quindi la divinazione improvvisa di un genio, ma lo sviluppo tecnico di elementi che già preesistevano. Il processo storico di tale scoperta si è fatto da taluni risalire alla sclografia o incisione in legno, e più tardi si fogli volanti delle immagini di santi (come il S. Cristoforo della raccolta Spencer, 1423 ) e ai cosiddetti libri xilografici (v.) e chiroxilografici (la Bibla pauperum e altre opere di carattere religioso, lo Speculum humanae salvationis, l'Opera nova contemplativa, e profano, come i vari Calendriers e Almanacks e i Mirabilia (Irbis): essi però sono indipendenti dai primi documenti di stampa a caratteri mobili o tipi come essi vengono chiamati nella composizione del libro.
L'idea, di un nuovo sistema di riproduzione meccanica del manoscritto, che non fosse quello xilografico, sembra ormai certo sia dovuta a Giovanni Gutenberg (v.) di Magonza, benché da cronache e documenti dei secc. xv e xvi si sappia che esperimenti in tal senso dovettero compiersi parallelamente anche in Olanda (v. coetze) e Francia. La tradizione francese si appoggia ad alcuni documenti notarili degli anni 1444-46 scoperti ad Avignone, contratti dell'orefice praghese Procope Waldfoghel, ad Avignone dal 1444, stipulati con studiosi e artigiani per insegnar loro -artem scribendi artificialiter». Da tali documenti sembra risultare che Waldfoghel abbia costruito una specie di macchina da scrivere primitiva capace di riprodurre una a una le lettere dell'afebeto latino ed ebraico, ma non di moltiplicare un testo in numerosi esemplari. In ogni caso si trattava di un procedimento affatto differente da quello che immaginò Gutenberg, e solo 24 anni dopo la t. fu introdotta in Francia. Neppure è mancata all'Italia una sua leggenda, sulla base di una notizia tramandata da una cronaca del Seicento del p. Cambruzzi autore della Storia di Feltre, per la quale l'invenzione sarebbe da attribuire al medico Panfilo Castaldi (v.). Ma documenti e testimonianze di gran lunga più autorevoli accreditano la tradizione gutenbergliana, fra cui la Cronaca di Magonza in lingua tedesca per gli anni 1459-84, dove all'anno 1462 è scritto che Giovanni Gutenberg è stato "der erste Buchtrucker zu Ménica", il primo stampatore di Magonza; la Cronaca di Colonia, e la Cronaca di Eusebio, stampata a Venezia da E. Ratdolt, dove per l'anno 1457 si legge: "A Joanne Gutemberg zum Jungen, equite Maguetiae Rheni, salerti ingenio, librorum imprimendorum ratio 1440 inventa". Si può anche citare una lettera di Guglielmo Fichet, maestro della Sorbona, diretta nel 1477 a Roberto Gaguin, nella quale si esaltano i grandi servizi resi all'umanità dagli stampatori tedeschi e specialmente da un certo Giovanni Bonemontanus, cioè Gutenberg, cui si doveva l'arte di stampare rapidamente libri con caratteri di metallo.
La nuova scoperta si diffuse rapidamente; fiorente già nel 1470 in 19 centri della Germania, passò in Italia e si stabilì nelle principali città tra il 1465 e il 1475 , in Svizzera nel 1468, in Francia e Paesi Bassi nel 1470, in Ungheria, Boemia, Polonia verso il 1473, e verso la stessa epoca nella penisola iberica, nel 1477 in Inghilterra, nel 1482 in Danimarca e in Svezia, nel 1493 nel Montenegro; accanto ad opere a carattere umanistico o popolare o scientifico, furono pubblicate pure largamente leggende di santi, racconti miracolosi, operette morali, a carattere teologico e liturgico e soprattutto Bibbia. In Italia, specialmente, ad opera dei tedeschi Corrado Schweynheim di Magonza e Arnoldo Pannarta di Praga (v. sUSLACO), l'invenzione fu favorita e perfezionata; i caratteri tipografici persero l'asperità dei tipi gotici e acquistarono movenze nuove ed eleganti disegni ad imitazione della scrittura carolina dei secc. x e xi. Il nuovo carattere, rotondo, progredì particolarmente con Vindelino da Spira e poi con Jenson e Ratdolt, su su fino a Giovanni di Reno, Dionigi Paravicino, Lorenzo di Francesco Alopa,
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In alto a sinistra: CIMITERO CRISTIANO di Timgad. Al centro: ISCRIZIONE DEDICATORIA DELLA CIVITAS 'TAMOGADIENSIS DEL 539 - Timgad, Museo. In basso: LAMPADE CRISTIANE, con rilievi raffiguranti Cristo tra gli angeli, a. Paolo, il sacrificio di Abramo, i tre fanciulli nella fornace (sec. v) - Timgad, Museo. In alto a destra: CAPPELLA NEL FORTE BIZANTINO con annesso battistero - Timgad. In basso: ISCRIZIONE CON L' INVOCAZIONE "CRISTE TU SOLUS MEDICUS" (sec. v) - Timgad, Museo.
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(ftd. Aulereun)

(ftd. Alinas)
In alto: RITROVAMENTO DEL CORPO DI S. MARCO - Milano, Pinacotuca di Brera. In basso: L'ULTIMA CENA - Venezia, chiesa di S. Giorgio Maggiore.
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(fot. Alinari)

(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
In alto a sinistra: S. GIROLAMO - Vienna, Galleria nazionale. A destra: DUE SENATORI - Venezia, Galleria dell'Accademia. In basso: FRANCESCO BARBARO DIFENDE BRESCIA DAL DUCA DI MILANO Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio.
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TIPASA
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Enrico Scinzenzeler, Aldo Manuzio, cui si deve l'elaborazione del carattere corsivo che da lui fu detto aldino, italico, cancelleresco. Con l'innovazione dei caratteri non si trascurò di dare al libro una propria distinzione, fregi marginali di superba eleganza, decorazioni di tipo architettonico, fiorite iniziali. D'altro canto la produzione tipografica dava alla scienza e alla letteratura un notevole contributo, a poco a poco richiamando gli studiosi alle pure sorgenti della lingua, e quindi dando largo posto a quel fervore di studi e di ricerche che caratterizza l'umanesimo: la dottrina giuridica trovava nella stampa lo strumento più utile del suo progresso e della sua diffusione, e con essa la geografia, l'astronomia, la medicina, la matematica. S'arriverà più tardi ai grandi maestri della t. in Italia: gli Aldi, i Giunta, i Giolito fino allo Zatta, all'Albrizzi, a Lelio della Volpe, a G. B. Bodoni, al Camino; in Francia Sebastiano Griffo, Giovanni Barbou, gli Anisson, Antonio Vitré, il Panckoucke, i Didot; in Svizzera i Froben; nei Paesi Bassi Cristoforo Plantin, gli Elzevier, Guglielmo Blaeuw; in Inghilterra il Roycroft; in Spagna Joachim Ibarra; fino ai tipografi moderni, come oggi Alberto Taliose, cui si deve se la t. ha raggiunto il suo maggior sviluppo e il libro la più alta perfezione tecnica ed estetica.
Bibl.: K. Falkenstein, Gesch. der Buchdruckerbunst, Lipsia 1840; F. Dupont, Hist. de l'imprimerie, Parigi 1852; H. N. Humphreys, A hist. of the art of printing from its invention to its wide-spread development in the middle of the sixteenth century, Londra 1868; K. Foulmann, Illustrierte Gesch. der Buchdruckerbunst, Vienna 1882; P. Schwoncke, Untersuchungen zur Gesch. des ersten Buchdrucks, Burg h. M. 1900; C. Morzet, Les origines et les debats de l'imprimerie d'après les recherches les plus récentes, Parigi 1922; S. Dahl, Hist. du livre, trad. franc., ivi 1933; G. Fumagalli, Bibliografia, Milano 1935; D. Fava, Man. degli incunaboli, Milano 1939; A. Gallo, Il libro, Roma 1943.
Macchine tipogafiche. - La riproduzione multipla delle opere scritte avviene oggi mediante la t. (termine che denota sia l'industria sia l'officina tipografica) ad opera di macchine che possono dividersi in due categorie : compositrici e stampatrici.
La scoperta della stampa meccanica fu dovuta al tedesco Federico Koenig, il quale nel 1810 costruì il primo torchio meccanico che, dopo vari tentativi per sostituire i primi torchi a mano allestiti dal Gutenberg (v.), poté con una serie di perfezionamenti effettuare grandi tirature in brevissimo tempo. Le macchine tipografiche che industrializzarono un'attività fin allora esplicata da artigiani specializzati, sono state per i loro vari sistemi di produzione classificate in piane, piano-cilindriche e rotative, queste ultime con velocità a rotazione continua e ad alto rendimento, per la prima volta costruite nel 1846, e più tardi perfezionate da Ippolito Marinoni e Giulio Derriey, e generalmente adoperate per la stampa simultanea di parecchi fogli di un giornale.
Per quanto riguarda invece le macchine compositrici, il primo che ebbe l'idea di una «macchina a caratteri» fu Roberto Gaubert, il quale nel 1826 sperimentò un rudimentale sistema di spostamento e distribuzione di caratteri, più tardi perfezionato da John Mac Millian (1884). Abbandonato il pregiudizio che si potesse stampare solo con caratteri già pronti, furono realizzate, nel sec. xix, speciali macchine che nell'industria tipografica si sono poi dimostrate particolarmente utili : le macchine a punzoni, che imprimevano i segni su una sostanza plastica destinata a far da matrice per la fusione dei caratteri; e le macchine a matrice, o a incavo, che fondono i caratteri lettera per lettera o per linee. Sono le cosiddette monotype e linotype, realizzata la prima dopo un faticoso succedersi di tentativi dall'americano Tolbert Lanston (1897) e composta di una tastiera e di una com-positrice-fonditrice; creata la seconda dall'orologiaio tedesco Othmar Mergenthaler (1885), e costruita in modo che in un solo blocco realizza la composizione, la giustezza, la fusione e la scomposizione delle matrici, compiendo tutto il ciclo lavorativo quasi sempre senza l'intervento di mano d'opera: il «linotypista» deve solo battere su una tastiera che con il cosiddetto magazzino delle matrici e l'apparecchio di fonderia costituisce l'or-

(fot. Enc. Catt.)
Tiraboschi, Girolamo - Ritratto - Roma, Biblioteca Angelica.
gano essenziale della macchina. Il procedimento, tutto meccanico, di collocamento della matrice nel compositoio, nella camera di fusione dove si forma la linea di composizione, nel distributore, e quindi nel canalicolo donde essa è partita, consente una produzione di setteottomila lettere all'ora. Sullo stesso principio furono poi costruite altre macchine, come la typograph, la barotype (1890), la intertype (1913). Giovandosi della fototecnica, nuovi perfezionamenti sono stati apportati alle macchine tipografiche. Nel 1915 Bawtree e Lee crearono la photoline, che riproduce fotograficamente i caratteri utilizzando, per trasparenza, dischi di vetro di 25 cm . di diametro su cui essi sono disposti concentricamente. L'uniformità della forza di corpo si ottiene avvicinando o allontanando le matrici alla parete sensibile, come avviene con una comune macchina fotografica. A migliori risultati pervenne con la sua macchina il Robertson (1922) adoperando laminette di vetro anziché dischi, con l'immagine della lettera trasparente su fondo nero. Con la teletypesetter (1929) si cercò di applicare alla stampa il sistema di trasmissione a distanza dei telegrammi. Trattasi di un apparecchio centrale trasmittente collegato con altri apparecchi riceventi con sistema telegrafico o senza fili, i cui segnali emessi a distanza perforano un rotolo di carta collegato al ricevitore e applicato a una linotype dotata di un dispositivo a comandi automatici.
Altri sistemi di composizione meccanica sono la orotype di Max Ullman (1935), la typar, la thothmic dell'inglese Hunter, la uhertype del tedesco Uher, il quale ultimo ha aperto nuovi orizzonti alla tecnica libraria. - Vedi tav. XV.
Bibl: H. Fournier, Traité de typographie, Parigi 1925; D. Gianollo, Il libro e l'arte della stampa, Torino 1926; W. Sinclair, Linotypes and intertypes, Cleveland 1926; E. G. Gress, The art and practice of typography, Nuova York 1931; G. Fracchia - B. Rizzo, L'imprescore tipografo, Torino 1933; S. Morison, First principles of typography, Cambridge 1936; K. F. Bauer, Handbuch für Schriftzetzer, Francoforte 1938; A. Gallo, Il libro, Roma 1943. - Si v. le illustrazioni della voce: giornalismo cattolico. Renzo Frattarolo
TIRABOSCHI, Girolamo. - Storico, n. a Bergamo il 18 dic. 1731, m. a Modena il 3 giugno 1794. Entrato nel 1746 nella Compagnia di Gesù, insegnò eloquenza a Milano nel Collegio di Brera e dal 1770 fu prefetto della Biblioteca Estense di Modena.
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Qui pubblicò dal 1772 al 1782 la Storia della letteratura italiana, di cui usci la seconda definitiva edizione in sedici volumi, con aggiunte e correzioni, di nuovo a Modena dal 1787 al 1793; è una vasta raccolta di notizie, vagliate da una mente critica assai vigile, secondo il metodo e l'esempio del Muratori, e disposte in una solida costruzione, che vuol comprendere l'intero sviluppo della cultura italica, dall'età etrusca fino a tutto il sec. xvir. L'erudizione del T., spregiata da molti nella età del romanticismo, fu più tardi celebrata dai filologi puri per la sua serietà, ed è ancora utile agli studiosi.
Tale valore si manifesta pure nella Biblioteca modenese ( 6 voll., Modena 1781-86), con notizie sugli scrittori, sugli artisti e sui maestri di musica originari delle province estensi; nella Storia dell'angusta badia di S. Silvestro di Nomantola, fornita di codice diplomatico ( 2 voll., ivi 1784-85); nelle Memorie storiche modenesi ( 5 voll., ivi 1793-95), dove si espongono le vicende delle province estensi dall'età romana fino al sec. xv, si ricostruiscono le serie dei vescovi di Modena e di Reggio, si dànno notizie sui monasteri e sulle principali famiglie della regione, si pubblicano numerosi documenti, in gran parte inediti, dal 767 al 1469; nel Dizionario topografico-storico degli Stati Estensi (postumo, 2 voll., Modena 1824-25); e in altre opere minori.
BibL.: T. Sandonini, commemorazione di G. T., in Atti e memorie della R. Deput. di st. patr. per le province modenesi, $4^{2}$ serie, 6 (1895), pp. xxvi-xxv (cf. p. xxiv); V. Cian, Nel primo centenario della morte di G. T., in Riv. stor. it., 12 (1895), pp. 463482; id., G. T., in Atti e memorie della R. Accad. di scienze, lettere ed arti di Modena, $4^{2}$ serie, 4 (1933-34), pp. 3-13; E. Rosa, Tre gesuiti successori del Muratori nella Biblioteca Estense di Modena, in Cm. Catt., 1938, II, p. 346 sgg.; G. Natali, Il Settemeto, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1944, p. 427 sgg. (con bibl. e p. 478, n. 27). Sulle concezioni storiografiche del T., cf. M. Petrocchi, Razionalismo architettonico e razionalismo storiografico, Roma 1947, v. indice.
Giovanni Tabacco
TIRANA. - Capitale dello Stato albanese, sorta nel 1600 ca. ad opera dei Turchi, situata ad E. di Durazzo e a NE. di Elbassan, sul corso del fiume Ishmi (Drin).
La città è al centro di un'importante rete di strade a raggiera, naturali e artificiali, che la congiungono a Durazzo, Scutari, Valona e a tutti gli altri centri importanti dell'Albania; per via aerea è collegata con Brindisi, Salonicco e Scutari. A 120 m. s.m., T. ha clima notevolmente mite, specie se paragonato con quello degli altri centri albanesi. I suoi abitanti ( 31.286 nel capoluogo) tra musulmani ( $60 \%$ ), ortodossi ( $20 \%$ ) e cattolici ( $10 \%$ ), sono 59.160 (nella prefettura), secondo il censimento del 1941. I programmi di opere di pubblica utilità che avrebbero dovuto rinnovare T. furono attuati particolarmente dopo la fine della seconda guerra mondiale, allorché l'Albania riebbe la sua indipendenza formale. V. voce albania.
Bibl.: R. Almagià, L'Albania, Roma 1930; S. Ronart, Albanien von heute, Vienna 1933; G. Caraci, L'Albania, in Geografia Univer., I, II, Torino 1940.
Gastone Imbrighi
TIRANNIA e TIRANNICIDIO. - Tiranno (тúрavvos) e tirannia sono termini relativi, dei quali il secondo indica una forma di regime e il primo la persona che l'instaura o vi ispira la sua azione politica. Il loro significato non è stato sempre identico.
1. SIGNIFICATO DEI VOCABOLI. - Presso i Greci più antichi tiranno era denominato chiunque avesse usurpato il potere supremo nella città contro la volontà del popolo. Il significato del termine si restringeva, dunque, in modo prevalente a rilevare l'origine illegittima del potere e la mancanza di un titolo di legalità, prescindendo dal modo come l'usurpatore esercitava il potere politico. Ancorché egli amministrasse la cosa pubblica, curando il benessere dei cittadini, rimaneva sempre un tiranno. Si hanno cosi nell'antichità greca tiranni che si mostrarono buoni despoti, come Pisistrato ad Atene e Policrate a Samo, e altri che hanno lasciato nella storia una
triste rinomanza per la loro crudeltà, come Dionisio di Siracusa.
Presto però il termine si estese, senza riferimento espresso all'origine legale o meno del potere, a indicare la persona che lo esercita unicamente in vista del proprio vantaggio personale, secondo la definizione lasciata da Aristotele (Eth. Nic., VIII, io), e la cui azione politica degenera in dispotismo con l'uso della violenza, i mezzi d'oppressione e il sistema dei privilegi.
Platone (Rep., IX) descrive il tiranno come un uomo pieno di se stesso, che diventa furioso e incapace d'amore. La tirannia viene in tal maniera a coincidere concettualmente con quella forma di regime nel quale la volontà del sovrano, legittimo e llegittimo poco importa, è legge e criterio assoluto di governo, ossia con il dispotismo e l'autocrazia. Questa concezione, appoggiata sopra una valutazione morale dell'azione politica, si mantiene inalterata nei secoli seguenti. Nel medioevo i due aspetti della tirannia sopra rilevati vengono espressi con la distinzione tra il tyrannus tituli o usurpationis, che riflette in parte la primitiva accezione greca del termine, e il tyrannus regiminis, che si riferisce alla seconda. La distinzione appare già chiaramente delineata in s. Tommaso (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 103, a. 1 ad 2) e domina dopo di lui la questione sulla liceità o meno della resistenza al tiranno, alla quale viene data una diversa soluzione secondo i due casi concreti, che essa rappresenta teoricamente. La presenza della tirannia poneva, infatti, cosi alla scienza politica come alla morale, un piccolo nucleo di problemi non facili ad essere risolti, tra i quali quello della resistenza al dispotismo del monarca e quello dell'uccisione del tiranno o tirannicidio. Per il primo v. RIVOLUZIONE.
II. Giudizio sul tirannicidio. - Le opinioni sul tirannicidio si sono spesso modellate sulle condizioni politiche del tempo.
1. Nel mondo greco-romano. - Presso i Greci, amanti della libertà e delle istituzioni popolari, l'uccisione del tiranno fu ritenuta impresa degna di alta lode e il suo esecutore elevato nel cielo degli eroi. Senofonte è testimone di questo costume (Hiéron., 4) e Platone (Rep., X) condanna con parole cosi roventi la tirannia che facilmente si può dal suo modo di esprimersi dedurre l'approvazione del tirannicidio. Non meno acerba si dimostra Aristotele (Polit., IV, 1; VIII), sebbene espressamente non si faccia assertore della sua liceità. Lo stesso atteggiamento presso i Romani: Cicerone (Ait. Att., XIV, 6; De officiis, III, 4) loda Bruto e Cassio per l'uccisione di Cesare e li glorifica come eroi, e Quintiliano vede nel tirannicidio una dimostrazione di coraggio e di religione (De inst. orat., XII, §§ 1, 36).
2. Dall'inizio dell'éra cristiana al medioevo. - Nell'insegnamento cristiano dei primi secoli e presso i Padri prevalsero le esortazioni all'obbedienza verso l'autorità pubblica, contenute in germe nel Vangelo (Mi. 20, 25; 22, 21) e più esplicitamente espresse da s. Paolo (Rom., 1, 3, 2) e da s. Pietro, che nella sua prima lettera ( $I$ Pt., 2, 13, 18) consiglia sottomissione anche verso i principi malvag