rimi secoli e presso i Padri prevalsero le esortazioni all'obbedienza verso l'autorità pubblica, contenute in germe nel Vangelo (Mi. 20, 25; 22, 21) e più esplicitamente espresse da s. Paolo (Rom., 1, 3, 2) e da s. Pietro, che nella sua prima lettera ( $I$ Pt., 2, 13, 18) consiglia sottomissione anche verso i principi malvagi, etiam discolis. La questione del tirannicidio torna a galla nel sec. xir con Giovanni di Salisbury (Polycraticus, III, 15: PL 199, 572), che sembra essere stato il primo a riproporla, sebbene non sistematicamente, col sostenere la liceità dell'uccisione del tiranno anche da parte dei privati cittadini, appoggiandola sui diritti della comunità e sul potere della medesima di farli valere contro chi li viola ingiustamente. Tra questo e Giovanni il Piccolo (cf. Le proposizioni condannate, in HefeleLeclercq, VII, p. 293, n. 3), che nel sec. xv sostenne la stessa tesi, s'inserisce s. Tommaso, il quale ebbe il merito di formulare più esattamente il problema e di proporre una soluzione più moderata, sebbene non se ne sia occupato in modo sistematico (De regimine principum, I, 6; Sent., II, dist. XLIV, q. 2, a. 2).
Secondo lui il tiranno per abuso di governo (tyrannus regiminis) non può essere lecitamente ucciso per iniziativa privata; tuttavia, se non esiste un'istanza superiore,
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alla quale ricorrere, la nazione intera, rappresentata dai migliori cittadini, può sollevarsi contro di lui e decretare la pena capitale, se ciò è ritenuto necessario al bene comune. In questo caso, secondo il pensiero di s. Tommaso, sembra che un privato possa ricevere il mandato di eseguire la sentenza. Riguardo al tiranno per usurpazione (tyrannis usurpationis), sembra che egli ammetta la facoltà di ucciderlo, giacché non possiede titolo legittimo al governo e può essere considerato un nemico del popolo, grazie al principio che rende lecito l'uso della forza contro la forza, fino a causare la morte dell'ingiusto aggressore. Nell'uno e nell'altro caso il tiranno è un aggressore ingiusto della comunità, contro il quale questa può reagire per la propria difesa in modo collettivo, come società in quanto tale, donde l'esclusione del tirannicidio per iniziativa privata.
Da queste linee generali si è allontanato Giovanni il Piccolo, che dopo l'assassinio del duca Luigi d'Orléans (23 nov. 1407) ne difese l'uccisione e sostenne la tesi di Giovanni di Salisbury, condannata in termini generali, senza colpire il difensore, dal Concilio di Costanza nel 1413 (Mansi, XXVII, 765).
3. Presso i grandi maestri del sec. XVI. - Presso i grandi maestri del sec. XVI, Bellarmino, Suárez, Molina, Lessio, la dottrina torna alle posizioni di s. Tommaso, arricchendosi di qualche nuova determinazione. Esponente principale ne è il Suárez, il quale, mantenendo la distinzione ormai acquisita tra tiranno usurpationis e tiranno regiminis, risolve in modo diverso il doppio caso, mantenendosi sulla linea tomistico. Riguardo al primo, valendosi del principio della liceità della resistenza attiva contro un ingiusto aggressore, sostiene che tanto il popolo quanto ogni privato cittadino ha la facoltà di ucciderlo, poiché la società esercita contro di lui il diritto di legittima difesa, né combattendolo lede alcun diritto sovrano. Però a tale uccisione non è lecito fare ricorso che quando il bene comune lo richiede necessariamente, né esiste altra via. Riguardo al tirannicidio per abuso di potere fa due supposizioni. Se questi attenta alla vita di un privato cittadino, può essere respinto con la forza, come un qualsiasi ingiusto aggressore privato, ed essere anche ucciso, salva sempre la moderazione nella difesa ed eccettuato il caso in cui si possono temere dalla sua morte mali gravi per il bene pubblico. Il privato cittadino non può, tuttavia, erigersi di propria iniziativa a vindice dei diritti della società, troncando l'abuso del potere con l'uccisione del tiranno, non avendo egli facoltà alcuna di giudicare il legittimo possessore della potestà sovrana. Lo Stato però può dichiarargli guerra, perché in questo caso la società è superiore al re, avendogli conferito il potere a condizione che governasse politicamente, non tirannicamente. Ma l'azione contro una persona pubblica in quanto tale deve essere esercitata da una persona pubblica, ossia dalla collettività. Egli tuttavia accenna a una supposizione, nella quale sembrerebbe lecita l'azione privata. Ciò avverrebbe quando il re diventasse un attuale aggressore della comunità, lavorando alla sua rovina e uccidendo una moltitudine di cittadini. Caso limite certamente, e tuttavia non del tutto ipotetico, nel quale ogni cittadino minacciato dal capriccio del despota potrebbe provvedere alla propria sicurezza (De virtutibus, disp. XIII, sect. VIII, concl. 4; Defensio fidei, VI, 7; in Opera omnia, ed. Vivès, De Virtutibus, XII, p. 759; XXIV, pp. 677-78).
Il pensiero del Mariana (v.), passato alla storia come l'antesignano del regicidio, non si allontana di molto dalle linee teoriche sopra descritte. Eccettuate alcune espressioni alquanto ardite e la facoltà riconosciuta al privato di farsi interprete dell'opinione pubblica, col pigliare l'iniziativa dell'uccisione del tiranno, egli si muove lungo il filone della tradizione, che rimonta a s. Tommaso. Soltanto particolari contingenze storiche gli hanno conferito una celebrità, che va oltre il merito della sua opera, più letteraria che scientifica. Di maggiore crudezza sono stati, invece, nel sostenere la liceità del tirannicidio i protestanti Melantone, Zuinglio e Calvino.
4. Dal sec. XVII ai nostri giorni. - La susseguente speculazione cattolica, particolarmente sotto l'impressione delle nuove teorie rivoluzionarie, delle quali si ha un'eco
nella proposizione $63^{a}$ condannata dal Sillabo: "E lecito negare obbedienza ai monarchi legittimi, e insorgere contro di loro" (Denz-U, 1763), si è dimostrata alquanto più rigida. S. Alfonso Maria dei Liguori (Homo apostolicus, VIII, II, 13) non ha dubitato di definire falsa e perniciosa l'opinione del Suárez e dei moralisti e teologi del sec. xvi, confutando il principio democratico sul quale quelli si erano appoggiati. Egualmente contrario è stato il Taparelli (Saggio teoretico di diritto nat., II, Roma 1928, p. 16 sgg.), mentre altri moralisti, anche se non regalati come il Bossuet (Politique, VI, s. 2, prop. 6), hanno manifestato una certa ambiguità di atteggiamento. Si può tuttavia affermare che i più moderni, maggiormente sensibili alle voci del tempo, concordi nel rilievo dato alla persona umana e ai suoi diritti, si sono sempre più avvicinati all'opinione già espressa dagli antichi. Quanto al presente, due punti si possono ritenere come acquisiti : 1) il privato non ha facoltà alcuna di sollevare la mano omicida sul sovrano legittimo trasformatosi in tiranno; 2) il popolo unitariamente inteso come corpo politico ha il diritto di difendersi contro un governo diventato dispositivo e nei casi estremi, quando l'oppressione ha raggiunto un particolare grado d'intensità e sono messi in gioco i diritti individuali e la sicurezza personale, ha la facoltà di resistere attivamente, se non si presenta altra via per scuotere il giogo della tirannia. Di questo principio Pio XI riconobbe il valore positivo in occasione del regime vessatorio instaurato nel Messico contro i cattolici.
BtBL.: G. Balmes, Il protestanteimo comparato al cattoliciomo, III. Parma 1847, pp. 187-200; J. Herpenriches: Katholische Kirche und christlicher Staat, Friburgo in Br. 1872. pp. 460-410; J. Lossen, Die Lehre vom Tyrannenmord in der christlichen Kirche, Monaco 1891: A. Schmidt, Die Lehre vom Tyrannenmord, Tubinga 1801: R. Treumann, Die Monarchsmachen, Lipsia 1892; G. Saitta. La scolastica del sec. XVI e la politica dei Gesuiti, Torino 1911: V. Catterin, Filosofia morale, II, Firenze 1920, pp. 735-44; E. Emerton, Humanismus and tyranny, Cambridge 1922; F. Ercole, Da Bartolo all'Althasio. Firenze 1932: A. Pasa, Un grande teorico della politica nella Spagna del sec. XVI: il gesuita Giov. Mariana, Napoli 1939; C. Giacon, La seconda scolastica, III, I problemi giuridico-politici; Suárez, Bellarmino, Mariana, Milano 1930.
Antonio Messineo
TIRASPOL, diOCESI di. - Suffraganea di Mohilew, comprende la Russia meridionale dal Nistro fin quasi al fiume Ural.
La diocesi fu fondata il 3 luglio 1848. La sedeTera prima Cherson; ma di fatto il vescovo risiedeva a Saratov

(da M. N. Ksily, Russia, Londra 1888, fig. 62)
Tiraspol, diocesi di - Parte della vecchia città, ai piedi della cittadella, la cui torre rotonda fu distrutta dai Persiani nel 1795.
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sul Volga e dal 1917 a Odessa. I fedeli della diocesi (che nel 1914 erano ca. 390.000 , divisi in 100 parrocchie con 179 sacerdoti) hanno sofferto molto sotto il regime bolscevico ed il loro numero diminuì parecchio. Nel 1926 la diocesi fu divisa in cinque amministrazioni apostoliche; ma la nuova organizzazione rimase senza effetto, poiché gli amministratori sparirono nel carcere o nell'esilio. La diocesi è oggi completamente devastata, senza chiese e senza sacerdoti.
Bisc.: J. A. Kessler, Gesch. der Diocese Tyraspol, Dickinson (USA), 1930.
Guglielmo de Vries
TIRINUS (Le Thiry), lacobus. - Teologo fiammingo, n. ad Anversa nel 1580 , m. ivi nel 1636. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1600 , tenne per gran parte di sua vita cariche amministrative.
Discepolo di Cornelio a Lapide (v.), ebbe sempre vivo interesse per l'esegesi, che, oltre la teologia morale, insegnò ad intervalli, prima del 1616 e poi dal 1625 al 1629 e dal 1633 al 1636.
Costruendo la magnifica chiesa (oggi S. Carlo) attigua alla casa professa di Anversa, coinvolse la sua provincia in un'avventura finanziaria pericolosissima (scongiurata dal suo successore). Speciali meriti però raccolse la sua direzione ferma e prudente della Missione olandese dal 1629-33, tempo di persecuzione calvinista recrudescente. Unica, ma notissima sua opera è il Commentarius in Vetus et Novum Testamentum (Anversa 1632), che ebbe 26 edizioni (l'ultima in Torino 1882, di 5 voll.). E piuttosto una successione di brevi scholia, ai quali si aggiungono trattati introduttivi e specialmente indici; è un utile manuale biblico in cui, più che grande esegeta, T. appare professore pratico. L'indice sulle controversie meritò la confutazione del calvinista Samuel Des Marets (Maresius) in due grossi voll. in-fol.: Anti-Tirinus (Groninga $1646-48$ ).
Bisc.: Sommersvogel, VIII, coll. 49-52; Hurter, III (1907), coll. 785-86; A. Poncelet, in Biogr. nation. de Belgique, 25 (1931), pp. 322-27 (con la bibl. più antica).
Pietro Nober
TIRO (ebr.-fenicio Şâr, Şâr; cf. şûr «rocca»; gr. Túpoc; mod. Şür). - Città principale della Fenicia.
Le origini della città marinara di T. sono forse dovute a postazioni di pescatori (sciamati da Sidone?) al principio del III millennio; tracce antichissime, di origine ignota, si sono trovate più all'interno.
T. fu presto in relazione di scambio con l'Egitto, come mostrano testi locali e menzioni nei testi geroglifici, e così per tutta l'epoca di splendore della città, tra i secc. xiv e viI a. C. Nell'età di el-'Amârnah l'influenza, commerciale più che politica, dell'Egitto su T. era molto forte; in seguito la città si resse da sola e andò acquistando sempre maggiore sviluppo in confronto alla rivale Sidone. Nella città prosperavano varie industrie, anche a carattere di grandi imprese, specialmente in metallurgia, oreficeria, tessitura, tintoria; gli scavi hanno messo in luce tracce degli impianti, che del resto si possono conoscere meglio da Biblos, ove i resti si sono conservati meglio. Le colonie tirie, sparse in tutto il Mediterraneo (Cartagine, Ippona, Biserta, Utica, Cadice), e pare anche al di là delle colonne d'Ercole (Tharsis), erano grandi sbocchi per la collocazione dei manufatti. Sicché la navigazione non è che un aspetto della grandiosa civiltà di T. A parte l'accenno a T. in Ios. 19, 29 (cf. II Sam. 24, 7) a proposito della spartizione del Canaan, ove si dice che il confine nord-occidentale di Aser giunge « fino alla città fortificata da T. ", o, secondo i Settanta, "fino alla sorgente di T. ", ossia Râs el-'Ajn, 3 km . a sud della città, ove sono antichi pozzi artesiani e un acquedotto, T. entra nell'orizzonte biblico, appunto come centro industriale e artistico, fin dal tempo di David con il re Hiram (v.) e di Salomone con l'artista chiamato pure Hiram (v.).
In seguito i riferimenti biblici a T. acquistano contorni letterari e moraleggianti: allusione compiaciuta, benché indiretta, al suo splendore (Ps. 45, 13: i suoi doni per nozze regali; ibid. 87, 4: tra i popoli che fanno omaggio a Sion); aspro rimprovero per la cattura e il
commercio degli schiavi, che purtroppo non mancavano tra i generi di esportazione fenici (Am. 1, 9-10; Joel 4, 4-5); giudizio profetico sulla fine luttuosa della superba città (Is. 23; Ez. 26-28). Ezechiele fa una descrizione splendida della magnificenza di T., dei suoi traffici, del suo porto, figurando la città stessa come una nave, più a fine allegorice che reale, come personificazione di orgoglio, insulto agli altri popoli e a Dio (all'età di Ezechiele T., che aveva dovuto più volte difendersi da invasioni assire, era in decadenza), ma con riferimento all'effettiva storia della città e delle sue colonie.
Nell'età persiana ed ellenistica l'importanza di T. andò diminuendo; rimase però il grande ricordo della potenza passata, ordinariamente in unione con Sidone, come mostrano le allusioni del Vangelo (Mt. 11, 21-22; 15, 21; Mc. 3, 8; 7, 24. 31; Lc. 6, 17; 10, 13 sgg.), insieme con un certo movimento nel suo porto (Act. 21, 3-7).
Fu sede vescovile fin dai tempi apostolici. Quivi mori Origene e fu condannato s. Atanasio (335). Caduta sotto gli Arabi (638), seguì le sorti della Siria (sotto i califfi di Damasco, poi di Bagdad, poi i Selğūqidi). Un momento d'importanza ebbe ancora la rocca al tempo delle Crociate; conquistata da Baldavino II (1124), diventò sede di un vescovato latino, di cui fu titolare il celebre esemita Guglielmo; abbandonata però dopo la caduta di S. Giovanni d'Arci (1291), si ridusse a un piccolo centro, abitato per lo più da pescatori, oggi forse in numero di ca. 9 mila.
'T. è attualmente sede: 1) del vescovato dei melkiti dal 1683, con 10 parrocchie, 9 sacerdoti, 7945 fedeli in mezzo a 102.500 ab.; 2) di un vescovato dei maroniti dal 1838 , prima dal 15 ag. 1819 vicariato, con 22 chiese, di cui 20 parrocchie, 25 sacerdoti e 11.361 fedeli.
Bisc.: F. Jeremias, Tyres bis zur Zeit Nebeliediscaris, Berlino 1801; F. Ciminoas, Les prophéties d'Ezachiel contre Tyr, Parigi 1912; W. F. Fleming, The history of Tyre, in Columbia University orient. studies, 10 (1915), pp. 54-78; R. Dussaud, Topographie historique de la Syrie antique et médiévale, Parigi 1927; A. Poidebard, Un grand port disparu, Tyr, ivi 1939; Ph. K. Hitti, History of Syria, Londra 1951, v. indice.
Giovanni Rinaldi
Archeologia. - Dei vescovi di T. Eusebio ricorda nel II sec. Cassio, che partecipò al Sinodo sulla celebrazione della Pasqua (Hist. eccl., V, 25); ca. il 250 il vescovo Marino è ricordato in una lettera di Dionigi di Alessandria al papa Stefano (ibid., VII, 5).
Nella grande persecuzione caddero il vescovo Tyrannios (Eusebio, Hist. eccl., VIII, 13), il martire Ulpiano (id., De martyr. Palaestin., 5, 1), la martire Teodosia (ibid., 7, 1). Il Martirialogie geronimiana, al 24 luglio attribuisce alla città di T. la martire Cristina (v.). Eusebio fu presente in T. ai crudeli tormenti ai quali furono sottoposti molti cristiani; ricorda che quelli esposti alle fiere aizzate contro di loro, rimasero illesi, come cinque egiziani che vennero poi sgozzati e gettati in mare (Hist. eccl., VIII, 8).
In T. Eusebio trovò affissa una tavola di bronzo con la copia della lettera inviata dall'imperatore Massimino Daia per congratularsi con le città che avevano emanato decreti contro i cristiani (ibid., IX, 7).
Il dotto prete antiocheno Doroteo, di cui fu uditore Eusebio di Cesarea, ca. la fine del sec. III venne nominato dall'Imperatore amministratore della tintoria della porpora in T. (ibid., VII, 32). Da Eusebio, nel discorso per la consacrazione della nuova chiesa di T. da lui dedicato al vescovo di T. Paolino, il nuovo edificio viene chiamato "la più bella chiesa di tutta la Penicia" (ibid., VIII, 7). Tra le stoffe preziose donate dai papi alle chiese di Roma sono spesso ricordate quelle "Tyrea"; Adriano I (772-95) ne offrì 65 alla basilica di S. Pietro e 20 per ciascun titolo o parrocchia (Lilk. Pont., I, pp. 499, 504). Di T. è Frumenzio (v.), apostolo dell'Abissinia.
Nel 1845 furono eseguiti scavi e si ritrovò un battistero a cui si accedeva mediante due scale opposte (S. N. Seppz, Meerfahrt nach Tyrus zur Ausgrabung der Kathedrale mit Barbarossa's Grab, Lipsia 1879, pp. 210, 217). Dalle fonti è nota la chiesa ortagona della Theotokos. Alcuni musaici decorativi d'età bizantina sono a Parigi
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nel Museo del Louvre. T. è oggi anche sede titolare arcivescovile di rito latino.
Enrico Josi
TIROCINIO, CONTRATTO di. - Il contratto di t. (o apprendistato), per lo più si ha per i lavori manuali e tecnici, ma si può avere anche per il lavoro impiegatizio; salvo esclusioni stabilite da leggi, o, con discutibile fondamento giuridico, da contratti collettivi. Ha per oggetto l'insegnamento di un mestiere ad un giovane (apprendista) da parte di un capo bottega o di azienda (il quale pertanto dovrebbe essere retribuito e non retribuire).
Ma oggidi comunemente l'apprendista è considerato lavoratore subordinato, se pure in una speciale posizione. In effetti l'apprendimento del mestiere rimane lo scopo principale del contratto (a differenza del rapporto di s garzonato $s$, in cui un lavoratore è adibito alle mansioni di fatica più modeste senza intento di ulteriore qualificazione), ma l'apprendista è inserito nel ruolo dell'organizzazione, dell'azienda, è tenuto alla disciplina aziendale e riceve per lo più, anche se modesta, una retribuzione (a differenza, di solito, dei praticanti volontari negli studi professionali), perché si presuppone che l'attività svolta riesca di qualche utilità all'azienda. Anche il codice civilo configura il t. come una specie del genere a lavoro subordinato e e impone alcuni obblighi : a) che il periodo di t. non può superare i limiti stiboliti dalle fonti collettive e dagli usi; b) che la retribuzione non sia di un salario a cottimo, che presuppone una capacità che l'apprendista non ha ancora, ma tende invece ad acquistare con l'addestramento: c) che l'apprenditore deve permettere all'apprendista di frequentare i corsi per la formazione professionale (cosiddetto "preapprendistato s); d) che alla cessazione del rapporto deve consegnarsi all'apprendista un attestato del t. compiuto. Una legislazione speciale e contratti collettivi devono meglio adeguare il t. alle varie esigenze dei tipi di industria, dei lunghi e del tempo, secondo i bisogni attuali più sentiti e permettere che le botteghe artigiane, come sin dall'epoca delle corporazioni delle arti medievali, siano scuole per esperti lavoratori. Negli ultimi tempi si è anche provveduto ad istituire corsi per la qualificazione, il perfezionamento e la rieducazione professionale dei lavoratori disoccupati, allo scopo di mutare od accrescere rapidamente le loro capacità tecniche, adattandole alle necessità della produzione, del mercato interno del lavoro e alle possibilità di emigrazione, accrescendo cosi la possibilità del massimo e più proficuo impiego della mano d'opera.
Per principio generale, i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito del loro allievo e apprendista nel tempo in cui è sotto la loro sorveglianza, salvo che provino di non aver potuto impedire il fatto.
Bibl.: G. Ardau, Il contratto di t. nel nuovo codice civile, Roma 1941; G. De Serno, in Il diritto del lavoro, 1 (1941), p. 121 sgg; U. Borsi-F. Pergolesi, in Trattato di diritto del lavoro, vol. II, Padova 1952.
Ferruccio Pergolesi
## TIRONIANE, NOTE : v. Tachigrafia.
TIRSO de MOLINA. - Poeta, n. a Madrid nel marzo del 1584 (e non 1570, come è stato erroneamente ripetuto), m. nel convento di Soria il 12 marzo 1648. T. de M. è pseudonimo del frate Gabriel Téllez, figlio naturale di una Grazia Giuliana e, par certo, di un duca di Osuna.
Se è possibile adunare in una sintesi storica la sua grande produzione drammatica (delle quattrocento commedie, che poté scrivere, ne rimangono ottanta) e continuatamente seguirlo lungo la via della fantasia, altrettanto ricca e non meno evidente, se più certa, è la connaca della sua biografia, ricostruita ormai su documenti ineccepibili dopo il lungo oblio che lo travolse. Frate esemplare di costumi, di dottrina e di disciplina, onorato da una carriera assai ragguardevole nel suo Ordine, accetta accanto alla regola una missione poetica che non abbandona, in segreto, nemmeno quando si censura come
sconveniente all'abito ecclesiastico la sua attività di poeta di teatro; e via via trova in un punto sempre più profondo, di là da ogni compromesso, la conciliazione fra l'apostolato e la verità spirituale che la poesia gli disopre. Scarsissimo è quanto si sa del suo ambiente famigliare, e deducibile da quel tanto di autobiografico che inserisce in alcune opere, come Los cigarrales de Toledo, dove parla di una sorella "parerida a el en ingenio y desdichas s; ed è con tutta probabilità persona fittizia quel nipote don Francisco Lucas de Avila che pubblicò per lo zio la $3^{a}, 4^{a}, 4^{a}$ e $5^{a}$ parte delle Comedies del maestro T. de M. Entrò a sedici anni fra i Mercedari, nel convento di Guadalajara, pronunziando nel 1601 i quattro voti solenni del suo Ordine, studiò teologia ad Alcalá de Henares, dimorò a Guadalajara e a Toledo, dove conobbe Lope de Vega, iniziò verso il 1606 l'attività drammatica, passò nelle Indie, a S. Domingo, nel 1616 , fu nel 1629 a Salamanca, alle feste in onore di s. Pietro Nolasco, il fondatore dei Mercedari; diventò nel 1640 generale dell'Ordine, e poi storico, seguitando la Historia general de la Orden de la Merced iniziata da Alonso Ramón.
Il parallelismo della sua fervida e sempre più importante attività di religioso con l'inintermessa opera di drammaturgó ci conduce a seguire anche in questa un progressivo approfondimento di temi spirituali e di impegno morale. L'immensa invenzione di Lope de Vega è per opera sua sottoposta a un più attento impegno di osservazione, anzi di meditazione; non perde ancora, come talvolta accadrà in Calderón de la Barca, l'estro nativo, mentre guadagna di vigor riflessivo; ma avverti che, pur serbando l'incantesimo del giuoco e dell'avventura, la prospettiva sempre più attentamente disposta è quella di una meditazione morale. T. non rinunzia al libero giuoco dell'invenzione comica; e la sua fantasia s'accende con inesauribile fuoco; ma nemmeno trascura quell'attenzione esperta e in apparenza coperta che è del teologo e del moralista. A questo proposito è significativo che dei due più ricchi temi di Lope de Vega, il tema dell'amore e il tema della giustizia regale, toccò ai suoi più grandi prosecutori, T. appunto e Calderón, l'uno con El burlador de Sevilla, l'altro con El Alcalde de Zalamea, la definizione poeticamente più rigorosa. Ma l'intelletualismo di Calderón raffrena talvolta l'impeto e oscura l'immagine colorata di un mondo che è ancora fervida e nativo in colui che pure inizia l'opera di ordinamento e di classicizzazione della drammaturgia spagnola.
In due opere mescidate, I giardini di Toledo (1621) e Dilettore insegnando (1635) egli insieme inventa e riflette: tiene lo sguardo orientato sulla novellistica italiana e sulla commedia spagnola, ma la riflessione dell'intelligenza sul dato della fantasia è fin da principio assidua: nella seconda opera, poi, la contrapposizione del mondo gnomico e parenetico al mondo dell'invenzione è francamente e scopertamente disposta. L'impegno della riflessività gli consente tuttavia un liberissimo giuoco: è sua taluna commedia delle più attuali del repertorio spagnolo, come Don Gil dalle calze verdi; è sua quella leggenda di Don Giovanni (El burlador de Sevilla), che, pur imponendosi una rigida difesa morale, cui si piegarono il sarcastico Molière e l'ingenuo Mozart, definisce immortalmente il tipo del voluttuoso e demoniaco eversore d'ogni fedeltà umana e divina. Un velo di ritegno, una parola che ora mormora segreta, ora sorride, ora parla sola, nel torrente verbale che anima la drammaturgia barocca di Spagna : ecco la commedia del Timido a corte, che ridendo intrappola il veghiano estro d'amore; ed ecco, all'estremità opposta, a segnare il termine del suo meditare teologicamente nella cerchia della commedia, il Dainato per manco di fiducia, che fra la spensieratezza edonistica degli uni e la dubitosa angoscia degli altri propone una parola di severa saggezza.
Bibl.: edd. : Comedies escogidas, a cura di J. E. Hartzenbusch, Madrid 1866; Comedies, a cura di E. Cotarelo y Mori, ivi 1914; Obras dramáticas completas, ed. critica a cura di Blanca de los Rios, ivi 1946 (alla stessa autrice spetta il merito della ricostrua, autentica della longa, di Gabriel Téllez). Studi: M. Menéndez Pelayo, T. d. M., in Estudios y discursos de critica hist. y literaria, vol. III dell'ediz. naz. 1941. Mario Apollonio
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TIRUCHIRAPALLY, diocesi di. - E situata nell'India sud-orientale e confina con le diocesi di Madhurai, Coimbatour, Salem, Kumbakonam, Tanjore.
Fu eretta nel 1886, quando si costituì la gerarchia cattolica in India, con i territori che allora formavano il vicariato ap. di Maduré fondato dal p. Roberto de Nobili S. J. In settant'anni di esistenza subì varie dismembrazioni. Ne furono staccati infatti, parte nel 1893 e parte nel 1929 (Convenzione tra la S. Sede e il Portogallo, 29 giugno 1929), i territori di Tanjore e Pudukottah, che passarono alla diocesi di S. Tommaso di Meliapor, e quelli della costa di Pescheria, che nel 1923 furono eretti in diocesi con sede a Tuticorin. Nel 1938 fu ancora dismembrata quella parte di territorio che costituisce l'attuale diocesi di Madhurai, passata di fatto al clero secolare indiano. E suffraganea dell'arcidiocesi di Bombay.
Ha una superficie di 3098 km 9 , con una popolazione di 1.700 .000 ab . Di essi 120.000 sono cattolici, 10.000 protestanti, 1.431 .325 induisti e 105.406 maometrani. Il territorio diocesano è ecclesiasticamente diviso in 2 vicariati foranei, 33 stazioni primarie con residenza del sacerdote e 404 stazioni secondarie senza residenza; si contano un'ottantina di chiese e un numero doppio di cappelle. Vi svolgono il loro apostolato 55 sacerdoti secolari e 41 sacerdoti esteri, 11 fratelli della Compagnia di Gesù, 500 suore per lo più indigene, appartenenti a diversi istituti e 30 catechisti. Fiorenti vi sono le scuole, che hanno un migliaio d'insegnanti. Di esse 105 sono elementari, 20 tra medie, magistrali e professionali e 2 collegi universitari (di S. Giuseppe e di S. Croce) assai frequentati. In 7 diverse case poi sono mantenuti quasi mille orfani. Vi è inoltre 1 ospedale e funzionano attivamente 2 dispensari. Nella città di T. è il Seminario regionale di S. Paolo, la cui direzione è affidata alla Compagnia di Gesù ed in cui convengono per gli studi filosofici e teologici seminaristi delle diocesi circonvicine. Molte le congregazione mariane per la gioventù, le associazioni di Azione Cattolica, le opere pie e le confraternite. Proporzionalmente esiguo è invece il numero delle conversioni.
BibL.: anon., India and its missions, Nuova York 1923, pp. 134-81; MC, 1950, pp. 247-48; Archivio di Prop. Fide. Prosperus status missionis, pos. prot. n. 4439/32. Pompeo Borgna
TIRUVALLA. - Diocesi dei Siro-malankaresi suffraganea di Trivandrum nell'India.
Fu eretta l'11 giugno 1932 per la cost. apost. Christo pastorum principi. Consta dei distretti di Tiruvalla, Niranam, Moovattupuzha e Kumamkulam.
Su di una superficie di 16.068 kmq ., conta 1.997 .000 ab., di cui 15.235 cattolici. Ha 109 chiese, 69 parrocchie servite da 56 sacerdoti secolari, 15 religiosi, con 4 congregazioni maschili e 4 femminili.
BibL.: Ann. Pont. 195s, p. 401.
Guglielmo de Vries
TISCHENDORF, LOBEGOTT (Aenotheus), FRIEDRICH CONSTANTIN von. - Biblista protestante, n. a Lengenfeld presso Zwickau in Sassonia il 18 genn. 1815, m. a Lipsia il 7 dic. 1874. Professore straordinario nel 1845, fu ordinario di Nuovo Testamento e di paleografia biblica, cattedra creata appositmente per lui nel 1859; ma scarsa fu la sua attività accademica.
Frequentò il Gymnasium di Plauen (1829-34), poi studiò teologia a Lipsia ( $1834-38$ ) e si acquistò una solida scienza classica e neotestamentaria. Influì su di lui specialmente il professore Johann Georg Benedikt Winer (1798-1858), che compì solide ricerche di filologia neotestamentaria nella massima venerazione per la Bibbia. Mentre Strauss (v.), che T. chiamò Luftbildner ( $v$ creatore di fantasmi*) attaccava la genuinità dei Vangeli, T. restò del tutto fedele a tale genuinità e con tutti gli ausili della scienza moderna attese a ristabilire il testo più antico, opersino originale, della Bibbia, e ancora studente si applicò a studi di critica testuale, che continuò quando insegnò nell'Erziehungzanstalt del pastore Zehme. Di ritorno a Lipsia

(da L. Schneller, Search on Sinai. Londra 308, tesi, di franti a p. 20; Tischendorff, LobeGOTT FRIEDRICH. Constantin von - Ritratto eseguito durante il suo soggiorno a Parigi (1841-43).
nel 1839-40, compose la tesi per la libera docenza, che poi costituì i Prolegomena alla sua prima edizione del Nuovo Testamento greco (Lipsia 1841), in cui sottopose ad una critica piuttosto severa il Nuovo Testamento greco curato dal professore cattolico di Bonn J. M. Augustin Scholz (1794-1852), che pur era un'opera ragguardevole per quei tempi (usci nel 1830 e nel 1836); perché lo Scholz aveva seguite le testimonianze più numerose a proposito delle singole varianti ed era pervenuto così ad un testo vicino al textus receptus bizantino, scostandosene solo di rado sulla testimonianza dei codici maiuscoli allora noti. T., invece, sulle orme dell'inglese Richard Bentley (1662-1742), affermava che bisognava liberarsi di quel textus receptus, giunto a noi nella stragrande maggioranza dei codici minuscoli, per ritornare alla genuina veritas dei codici maiuscoli. Ne seguì per lui il proposito per tutta la vita di rintracciare quei codici antichissimi, studiarli ed usarli per edizioni critiche sempre più perfette, e cosi ricostruire il testo originale.
Oltre molte altre cose, curò non meno di 24 testi del Nuovo Testamento greco, da lui divisi in otto edizioni, basati sulle sue recensioni principali del Nuovo Testamento. Eccone lo schema: rec. $A$ : Lipsia 1841, Kochleriana (I); Parigi 1842, Didot "cattolica gr. lat. *, edia. minore (II); Parigi 1842, Didot "non cattolica" (III); rec. B: Lipsia 1849, Winter (IV); Lipsia 1849, Tauchnitz (V); Lipsia 1854, Mendelssohniana gr.-lat. germ.; ivi $1855,1857,1861,1864,1867,1870$, ed. academica; ivi 1858 , Mendelssohniana gr. lat.; ivi 1862 , Tauchnitiana ed. $2^{\text {a }}$; ivi 1864 , Mendelssohniana gr.-germ.; ivi 1865 , Mendelssohniana triglotta, ed. $2^{\text {a }}$ (VI); rec. C: Lipsia 1859, Winteriana ed. $7^{\text {a }}$ maior; ed. minor (VII); rec. D: Lipsia 1869-72 Hinrichs ed. $8^{\text {a }}$ maior; 1872 ed. minor; ivi 1873, Tauchnitz ed. $3^{\text {a }}$; ivi 1873 , Mendelssohniana, ed. academica; ivi 1873 , Brockhaus (VIII).
Cominciò la sua ricerca a Parigi, dall'ott. 1841 al genn. 1843. Divenne celebre decifrando il Codex Ephraem rescriptus, palinsesto solo con parziale successo studiato da altri (ed. Lipsia 1843-45, 2 voll.); inoltre si dedicò al Codex Chironontanus (ivi 1852); per guadagnarsi la vita accettò di collazionare altri manoscritti, e preparò le due edizioni parigine del 1842, perfezionandole con nuove lezioni trovate nei codici analizzati. Una di quelle, fatta secondo il parere di J. N. Jager, si chiama "la cattolica ", e il T. nei prolegomeni dell'ed. $7^{\text {a }}$ maior (pp. cxxivcxxviI) si diffonde sulle ragioni che lo spinsero a farla; cioè, oltre il desiderio di promuovere lo studio della Bibbia presso i cattolici, il fatto che nella Volgata restava molto della Vetus latina, strettamente dipendente dal testo greco, così che la Volgata virtualmente contiene un codice vicino a quegli antichissimi maiuscoli che ricercava. Si chiama cattolica perché tra le varie lezioni sceglie sempre quella che è vicina al testo della Volgata, versione autorizzata per i cattolici, e dà un testo greco "vulgatizzato ". Dal punto di vista cattolico, tale edizione potrà al sommo avere qualche utilità per un apparato critico della Volgata del Nuovo Testamento.
Da Parigi T. nel 1843 passò in Italia, sostando a Torino, Milano, Venezia, Modena, Firenze, Roma, Napoli, sempre alla caccia dei manoscritti. Frutto ne è l'edizione del Codex Amiatinus (Lipsia 1850, $2^{\text {a }}$ ed. 1854); ebbe in mano solo per sei ore a Roma il Codex Vaticanus, nonostante la benevolenza di Gregorio XVI (v.), perché
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ne aveva pronta un'edizione il card. Angelo Mai (v.), ma lo esaminò poi nel 1866 un'altra volta a Roma, e pubblicò il Novum Testamentum Vaticanum post Angelum Mai aliosque imperfectos labores ex ipso codice (Lipsia 1867).
Nel 1844 T. parti per l'Oriente, dove, tra altri acquisti o trascrizioni di codici, scopri, copiò ed acquistiò il Codice Sinaitico; egli descrisse quella scoperta in Reise in den Orient (2 voll., Lipsia 1845-46), e in Aus dem Lande der Bibel (ivi 1862); ma dovette lottare contro calunnie a suo riguardo: Anfechtungen der Sinnibibel (ivi 1863); Waffen der Finsternis wider die Sinnibibel (ivi 1863); Die Sinnibibel (ivi 1871); C. R. Gregory (Prolegomena.... Lipsia 1894, pp. 279-761, e Textkritik, ivi 1900-1902, pp. 1229, 971-80) che compiò i prolegomeni alla Octava critica maior, dovette procurarsi documenti dal Ministero degli esteri zaciata per documentare che T. non aveva sottratto quel tesoro ai monaci di S. Caterina al Monte Sinai. Di quel prezioso codice, nel 1844 aveva salvato dalle fiamme 43 pagine (pubblicate quale Codex PridericaAngustanus, Lipsia 1846), e copiato un'altra; nel 1853 rimase più settimane presso i monaci senza averne più traccia; nel 1859, sul partire, vide gli altri fogli in un panno rosso presso l'economo del monastero e copiò nella notte tutto il Pastor di Erma (v.), il cui testo greco era perduto in Occidente. Poi al Cairo, presso il monastero da cui dipendava quello del Sinai, dopo trattative delicate, poté copiare, quinterno per quinterno, le ritooo righe di quel codice. Ne segul un decennio di trattative fra le Zor ed i monaci, ed il codice poté passare nella Biblioteca imperiale di Pietroburgo, finché i bolscevichi lo vendettero alla Bodleian Library di Oxford (1933). Già nel 1862 T. ne aveva preparata a Lipsia una grande edizione in 4 voll., e un Nov. Test. Sinaiticum. Dal Sinaitico deriva la grande differenza fra la Ed. $7^{\text {a }}$ maior, più vicina al textos receptus, e la Ed. $8^{a}$ critica maior, la migliore per la ricchezza dell'apparato. Umano però è che il T. un po' esageri il valore, pur straordinariamente grande, di quel codice.
T. si occupò inoltre di apocrifi, e da buon luterano cercò anche manoscritti utili alla causa protestante. Ecco l'elenco delle sue maggiori pubblicazioni, tra cui si trova anche il testo dei 29 codd. maiuscoli, fra cui 14 palinsesti, di cui arricchì la scienza biblica: Monumenta sacra inedita (Lipsia 1846); Evangelium Palatinum ineditum (ivi 1847); Vetus Testamentum Graece sec. LXX interpretes (2 voll., ivi 1850, 1862, 1873; ne avrebbe data un'ed. più aggiornata, se non fosse stato prevenuto dalla morte); De Evangeliorum apocryphorum origine et usu (L'Aia 1851); Acta Apostolorum apocrypha (Lipsia 1851); Synopsis evangelica (ivi 1851, 1864, 1871, 1878 : del testo greco sempre più emendato); Evangelia apocrypha (ivi 1853): Von der Wohltat Christi (manoscritto romano che attesta la dottrina protestantica della giustificazione, (vi 1855); Anecdota sacra et profana (ivi 1855); Hermae Pastor Graece (ivi 1856); Monumenta sacra inedita: Nova collectio (ivi 1857-70: 9 voll., mancano però i voll. VII e VIII); Nov. Test. Latine, Textum Hieronymi... (ivi 1864); Apocalypses apocryphae (ivi 1866); Philonea inedita altera (ivi 1868); Clementis Romani epistulae (ivi 1872); Biblia s. Vet. Test. Hieronymo interprete (ivi 1873). Per altre opere cf. C. R. Gregory, Prolegomena (ivi 1894), pp. 7-22.
Quando, poco dopo il 1860 , vennero pubblicate la Vita di Gesù di Renan (che T. chiama «Zerrbildner *, "storpiatore ") e quella popolare di Strauss (v.), 'T. difese l'autenticità del Nuovo Testamento in due scritti: Wann wurden unsere Evangelien verfasst? ( 4 edd. tedesche, moltissime versioni; Lipsia 1865, ecc.); Haben wir den ächten Schrifttext der Evangelisten und Apostel? (ivi 1873).
T. godette in vita il favore anche di cattolici, tuttavia le sue polemiche mostrano che di fatto aveva compreso poco il cattolicesimo. Fu salutato come un gigante nella

(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Tiso, JozeF - Mons. J. T. nell'atto di pronunciare la sua difesa innanzi al Tribunale popolare (17-18 marzo 1947) - Bratislava.
Iotta contro i sovvertitori della Bibbia; e l'apparato critico della sua Octava critica maior non è ancora superato. Superati invece sono i suoi principi teoretici di critica testuale : non basta ora collazionare i codici più antichi; si deve investigare di più la storia del testo, le sue diramazioni in varie famiglie. Sono stati scoperti codici minuscoli di valore uguale ad alcuni maiuscoli. Il materiale, poi, si è accresciuto di molto, specialmente grazie ai papiri biblici (v.), e le versioni bibliche antiche forniscono adesso nuovi materiali utili. E aumentato anche il numero degli stessi maiuscoli, con la scoperta, ad es., del cod. di Koridethi.
Quando l'Apparatus criticus internationalis che si prepara da studiosi americani sui manoscritti, secondo la critica testuale più progredita, sarà edito, costituirà certo uno strumento di lavoro migliore della Octava critica maior di T.; ma ciò nulla toglierà ai meriti del T. nella storia della critica testuale e nella difesa della Bibbia.
Bibl., J. H. Volbeding, T., Lipsia 1862; C. Berthoux, T., in Realencykl. f. protest., Theol. v. Kirchen, ivi 1889, pp. 672-91 (nella $3^{a}$ ed., XIX [1907], pp. 788-97, sono sacrificate cose importanti); L. Schneller, T.-Erinnerungen, Lipsia 1927 (trad. ingl., Londra 1920).
Pietro NobeI
TISI, Benvenuto: v. Garofalo, il.
TISO, JozeF. - Sacerdote e uomo politico, n. il 13 ott. 1887, a Vel'kú Bytča, m. il 18 apr. 1947 a Bratislava.
Di famiglia di agricoltori, compl i suoi studi a Z̃ilina, Nitra e al Puzmaneum di Vienna, dove si laureò in teologia. Ordinato sacerdote nel 1910, cominciò l'apostolato in diversi posti come cooperatore, poi divenne segretario del vescovo di Nitra e direttore spirituale nel Seminario. Nel 1924 fu nominato parroco e più tardi decano a Bánovce nad Bebravou, incarico conservato da lui fino alla morte. Ben presto si associò a Hlinka (v.) nell'attività pubblica e politica del Partito popolare slovacco, che aveva come programma l'autonomia nazionale e la salvaguardia dei principi cattolici. Eletto deputato (1925), nel 1927 divenne ministro della sanità pubblica nel governo di Praga. Nel 1929 passò con il Partito all'opposizione, che capeggiò dopo la morte di Hlinka (1938). Il 6 ott. 1938 proclamava a ZZilina l'autonomia della Slovacchia, e fu presidente del governo autonomo a Bratislava. Il Parlamento slovacco decretava il 14 marzo 1939 l'indipendenza nazionale. T. tenne subito la presidenza del Consiglio dei ministri, e nell'ott. dello stesso anno ebbe la carica di presidente dello Stato. Governò il paese fino al 1945, rifugiandosi quindi in Germania. Consegnato dagli Alleati al governo di Praga, fu con-
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(fot. Anderson)
Titani - Gigantomachia. Sarcofago del sec. II d. C. ispirato a originali ellenistici del II sec. a. C. - Vaticano, Galleria delle Statue.
dannato a morte da un tribunale "popolare» ed impiccato a Bratislava.
T. fu sacerdote esemplare di vita intemerata; come presidente dello Stato conservò l'ufficio di parroco a Bánovce. Alla politica si diede per necessità, essendo agli inizi del secolo quasi solo il clero rimasto a difendere i diritti del popolo slovacco; fu quindi amato come padre da tutti. La Slovacchia durante il governo di T. ha segnato grandi progressi nel campo culturale, economico, sociale, dimostrando cosi l'autosufficienza nazionale. Specialmente è da notare la dottrina e la prassi sociali di T., secondo le encicliche papali. Il suo governo ebbe la disgrazia di venire intralciato dalla guerra e dalle ingerenze del bolscevismo.
Alcune ore prima della morte dettò al sacerdote che l'assisteva il suo testamento spirituale dicendo tra l'altro: - Muoio come martire della legge naturale data da Dio a ciascun popolo di promuovere la sua libertà e come difensore della civiltà cristiana contro il comunismo».
BibL.: St. Patusovič, Tisova nduka (La dottrina di T.), Bratislava 1941; K. Culen, Po Svatopluhovi druhá naša hlava (La vita di T.), Middletown Pa. 1947; Slov. Akônò Výbor, Memoriae excell. viri Dr. Josephi Tiso... [Roma] 1947; Dr. Josef Tiso o sebe (T. parla di se stesso), Passaic Pa. 1952. E il discorso di T. davanti al tribunale che lo condannò a morte ( 338 pagine). Qui si trova esposta la storia slovacca dal 1918 al 1945, come la visse T.
Michele Lacko
TIS̆RI. - Primo mese del calendario ebraico, corrispondente a sett.-ott. del nostro calendario.
Il primo giorno di $t$. (il cui nome non ricorre nella Bibbia) segna l'inizio dell'anno, in conformità a Lev. 23, 23 e Num. 29, 1; mentre secondo Lev. 25,9 il primo giorno dell'anno è il ro di $t$. Tale oscillazione si ritiene da alcuni sia dovuta all'origine straniera del costume di far cominciare l'anno in autunno. Nel mese di $t$. ricorrono le solennità : Capodanno (rō's haš-šāndh), Giorno d'Espiazione, festa dei Tabernacoli (v.) o capanne (sukh8th).
T. fa parte dei nomi di mese di origine babilonese, introdotti in Palestina in epoca piuttosto tarda, poiché s'incontrano solo nei testi biblici postesilici (tèbhèth in Esth. 2, 16; nisān in Esth. 3, 7; Neh. 2, 1; 'adhār in Esth. 3, 13; 8, 12; hislēev in Neh. 1, 1).
BibL.: A. Bertholet, La civilisation d'Israël, trad. franc., Parigi 1929, p. 326; M. Zabel, Das Jahr der Juden in Brauch und Liturgie, Berlino 1936, pp. 59-128.
Eugenio Zolli
TISSOT, Joseph. - Scrittore ascetico, n. ad Annecy il $1^{\circ}$ sett. 1840 , m. il 2 ag. 1894. Entrato nell'Istituto dei Missionari di S. Francesco di Sales ad Annecy, ne diventò superiore generale.
Fu predicatore valente e scrisse diverse opere intese a favorire il ripristino della spiritualità salesiana: La Flore mystique de st François de Sales, Parigi 1873; Les Abeilles Mystiques, ivi 1880; La Journée de Philothée; Petit Trésor Salésien de la Supérieure, ivi 1893. Maggiore risonanza ebbe l'opera da lui pubblicata: La Vie inté-
rieure simplifiée, di cui l'autore era il certosino François de Sales Pollien (m. nel 1936); (un'edizione italiana recente porta il nome di quest'ultimo). Scopo di quest'opera era di reagire contro il sentimentalismo nella pietà, riconducendola ai principi essenziali : il fine dell'uomo, la gloria di Dio e, secondariamente, la beatitudine propria; la via che vi conduce : la valentà di Dio, o significatia nei divini comandamenti, o di beneplacito negli eventi della Provvidenza; i mezzi sono, da parte di Dio la Grazia; da parte nostra gli esercizi di pietà, insistendosi più sullo spirito interiore che su una "fedeltà meccanica alle pratiche esteriori"; culmina nell'evocare Cristo, vita nostra e Capo del Corpo Matico.
BibL.: L. Buffet, Vie du p. Tisot, Parigi 1924.
Ernesto Mura
TITANI (Tıtâvec). - Dall'unione tra Urano e Gea nacquero i T., esseri giganteschi e dotati di forza prodigiosa.
La Teogonia ne nomina 12 (v. 133) e tra i più noti: Iporione, Rhea, Giapeto (il padre di Prometeo e di Atlante), Kronos, Atlante, Astreo ed altri. Ad essi vanno aggiunti due gruppi distinti di giganti, i Ciclopi : Bronte, Sterope ed Arge, ed i Centimani: Briareo, Cotto e Gie. Poeticamente, richiamandosi alla vendetta che essi presero del proprio padre, la Teogonia ricollega il nome dei T. alla radice titaûvecv. Diodoro invece a Titaûa, antico nome della Terra (Hist., III, 57; V, 66). Oppure, prendendo spunto da una concezione che ravvisava nei T. gli dèi della luce (Empedocle usa Tīvav per designare l'albōp [38, Diois], Nonno di Panopoli in età molto posteriore chiama il sole "IDaoc Tivōy [Dion. 19, 206]), si è voluto ravvisare nel vocabolo protoindogermanico "titan", il sinonimo indog. "deivo" = "dio", come di "dijeus-div" il lat. "dies". Per cui sotto questo appellativo sarebbero stati chiamati gli dèi preolimpici nella loro totalità (v. A. Nehring, in Glotta, 14 [1924], p. 167 sgg.; P. Kretschmer, ibid., p. 309 sg.). In seguito i T. vennero a lotta con Zeus, il quale aiutato dai Ciclopi e dai Centimani, questi ultimi liberati dalla prigionia, dopo una lotta furibonda durata dieci anni (Th., 635 sg .) e che sconvolse tutti gli elementi, riusci ad aver ragione di questi mostri immani ricacciandoli nel Tartaro. Mentre nei poemi omerici si hanno solo riferimenti impreciai (Iliade, I, 399; VIII, 477; Odissea, VII, 59), nella Teogonia esiodea queste lotte contro Zeus acquistano una parte rilevante nella cosiddetta Titanomachia ( 629 sg .) da alcuni ritenuta seriore o a sé stante (v. A. Koechly, De diversis Hesiodene theogoniae partibus, Turici 1860). La battaglia di Zeus contro i T. simboleggia l'avvenuto trionfo della religione olimpica sugli antichi dèi e quasi vuol serbare il riflesso, travestito in poetiche immagini, dei remoti e profondi sconvolgimenti tellurici.
BibL.: E. Wüst, in Pauly-Wissowa, $2^{2}$ serie, XII, coll. 14911508; L. Preller - C. Robert, Griech. Mythologie, $4^{2}$ ed., Berlino 1894, p. 42 sgg.; M. Pohlenz, Kronos und die T., in Neues Jahrb. f. d. klass. Altert., 37 (1916), pp. 549-94; O. Kern, Die Reli-
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gion der Griechen. I. Berlino 1926, p. 251 sge.: M. P. Nilsson, Gesch. der griech. Religion. I. Monaco 1941, p. 480 sge.
Lanfranco Fiore
TITELMANS, Franciscus. - Teologo francescano, n. a Hasselt (Belgio) nel 1502 o poco prima, m. nel 1537. Studiò filosofia all'Università di Lovanio ove nel 1521 ottenne il grado di "magister artium"; dopo gli studi teologici fu ordinato sacerdote per la diocesi di Liegi.
Ma nel 1523 entrò nell'Ordine di S. Francesco, ove gli fu affidato l'insegnamento ai suoi confratelli. Si procurs grande fama di scienza anche fuori dell'Ordine. Desideroso di silenzio e di perfezione, entrò ( 1536 ), con il permesso dei suoi superiori, tra i Cappuccini; eletto provinciale, mori prematuramente.
Tutte le sue opere sono scritte in latino, eccetto un opuscolo spirituale, De Schat des Kerstengeloufs (Anversa 1531; vers. lat.: Summa mysteriorum christianae fidei), semplice e chiara esposizione della dottrina cattolica mediante considerazioni e preghiere; questo è, con il De expositione mysteriorum Misuse (1544), il suo trattato più notevole. Le altre opere possono dividersi in quattro gruppi: filosofiche, esegetiche, teologo-ascetiche e storiche. La sua esegesi lo mise in conflitto con Erasmo.
Bibli: Chrysostome de Calmpchant, F. T. de Hasselt, Esquisse biographique, Rouleys-Bruxelles 1903; A. Paquay, F. T. von Hasselt: Opzoekingen over zijn leven, zijn toerken en zijn familie. Hasselt 1906: W. Schmitz, Het oandeel der Minderbroeders in onze middeleeuwste literatuur, Nimeg-a-Utrecht 1936, pp. 80-89; Biographic matianale de Belgique, XXV. Bruxelles 19301932, pp. 341-52. Pietro Grootens
TITO (Titos), santo. - Pagano di origine e forse antiocheno, fu compagno e valido collaboratore di a. Paolo, specialmente nel pacificare la cristianità di Corinto (ca. il 57). Lasciato provvisoriamente a Creta dall'Apostolo per riorganizzare le Chiese dell'isola, fu da lui poco dopo chiamato a Nicopoli di Epiro con una breve lettera (v. pastorali, lettere; timoteo) scritta forse dalla Macedonia nel 66. Durante l'ultima prigionia di Paolo, T. si recò in Dalmazia (II Tim. 4, 9); negli anni seguenti, secondo la tradizione unanime, fu vescovo di Creta fino alla morte, avvenuta in tarda età.
Non essendo mai nominato negli Atti (omissione difficile a spiegarsi), alcuni lo identificarono con altri personaggi noti (Timoteo, Sila, Tiaio Giusto), ma senza fondamento. Compare la prima volta con Paolo e Barnaba diretti a Gerusalemme per il Concilio degli Apostoli (ca. 49-50) : la presenza di un cristiano esemplare, convertito dal paganesimo (forse dallo stesso Paolo, che lo dice "figlio": Tit. 1, 4) e non circonciso, era l'espressione vivente del Vangelo libero dalla Legge (Gal. 2, 1, 3). Fu di nuovo con Paolo ad Efeso (54-58), insieme con Timoteo ed altri, però sembra con maggiore indipendenza dall'Apostolo. Dopo l'insuccesso di Timoteo e dello stesso Paolo a Corinto (v. coaintr, vol. IV, col. 553 sg .), accetto di andarvi lui, forse con la lettera intermedia "delle molte lacrime", riuscendo a riportare l'ordine in quella Chiesa (II Cor. 7, 6. 13; 12, 17 sg.). Ritornava ancora a Corinto per terminare la colletta e forse latore di II Cor. Come carattere era diverso da Timoteo : forse più anziano di lui, certo più forte davantialle difficoltà. Probabilmente era ancora con s. Paolo nel viaggio da Roma in Oriente dopo la di lui liberazione; in questo tempo fu incaricato di riorganizzare le cristianità di Creta, fondate forse da quei Cretesi convertiti un trentennio prima (Att. 2, 11). Poi seguì o raggiunse l'Apostolo, prigioniero a Roma nel 66, di dove si diresse, certo per motivi di apostolato, nella Dalmazia, ma sembra con dispiacere di Paolo, rimasto quasi solo (II Tim.