volume-12

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 Morassi, Nvatià e precisazioni nel T. in Le Arti, 1942; G. Vigni, Disegni del T., Padova 1942; A. Morassi, T., Bergamo 1943 ( $2^{\circ}$ ed. 1952); Th. Hatter, Die Freshen Tispolos in der Würzburger Residenz, Francoforte s. Meno 1942; A. Morassi, T. e la Villa Valmarana, Milano 1945; R. Paltuschini, Gli affreschi di G. B. e G. Dom. T. alla Villa Valmarana, Bergamo 1945; G. Lorenzetti, Il Quaderno dei T. al Museo Correr di Venezia, Venezia 1946; I. Grabar, I quadri del T. in Arcangelikos e l'atteritratto del maestro, in L'Arte, 2 (1947) (in russo); G. Vigni, T., Firenze 1951; T. Pignatti, Il T., Milano 1951.

Gian Domenico. - Pittore, n. a Venezia il 30 ag. 1727 e quivi m. il 3 marzo 1804. Fu educato nell'arte dal padre Giov. Battista, fu suo fedelissimo collaboratore sino alla di lui morte.

Oggi a differenza del passato si riconosce in D. una personalità ben individualide, che ad un certo momento riesce a realizzare una pittura più popolare, rivolta al mutato gusto dei tempi e, si dica pure, meno aristocratica di quella del padre. Manifestò presto la sua simpatia per la corrente illustrativa, o di genere, della pittura vaneziana; ma nella sua collaborazione col padre dovette assoggettarsi a tradurre in affresco (e più raramente, su tela) i di lui cartoni o "modelletti". Sin dal periodo di Würsburg, a ventitre anni, egli crea opere nelle quali il suo pungente estro moderno è già evidente; così nella Villa Valmarana; cosi nel periodo spagnolo; e soprattutto dopo la morte del genitore. Dotato di spirito inventivo inesauribile, basterebbero le sue incisioni ed i suoi cento e cento disegni, nei quali è a volte sarcastico o drammatico, o semplicemente fantasioso, a farne una figura di singolare risalto. Dopo i soggiorni in Germania (1751-53) ed in Spagna (1762-70) si stabili a Venezia; nel 1783 fu chiamato a Genova ad affrescare il soffitto del Palazzo Ducale; indi tornò nella sua città natale e vi rimase sino alla morte.

Poco dopo il 1745 affresca a Brescia nella chiesa dei SS. Faustino e Giovita e nella vicina Canonica; nel ' 47 fornisce per la chiesa di S. Polo a Venezia quattordici stazioni della Via Crucis; nel ' 49 dipinge nella Villa di Zianigo (dove affrescherà ancora nel 1771, 1791 e '93); a Würzburg fornì tre sopraporte per la Residenza, nel 1757 firma e data le scene carnevalesche nella Foresteria della Villa Valmarana a Vicenza, dove decora altre sale; nel 1759 affresca in Udine il fregio monocromo nella chiesa della Purità; è menzionato nella Fraglia pittorica nel 1761 e nel 1775; sposa il 20 ott. 1776 a Venezia Margherita Moschini, da cui ha due figli; dal 1780 all'83 è Presidente dell'Accademia.

Lo studio dello sviluppo artistico di G. Domenico T. è stato falsato dalla erronea lettura della data delle pitture della Villa Valmarana, ritenute del 1757 anziché 1757. Ma già nelle scene della Via Crucis appaiono identificabili le differenze di stile tra le opere sue e quelle del padre
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(Int. Agenzia fotografica industriale)
Tiepolo. Lorenzo Baldissera - Lorenzo T. ritrae la madre Cecilia Guardi, il fratello sacerdote Giuseppe Maria e le tre sorelle - Londra, Collezione Rosebery.
in un maggior affollamento delle figure, in certa sproporzione tra i personaggi di primo piano e quelli secondari, nel gusto un po' acidulo del colore, nel ripetersi di certi tipi (ragazzotti dagli orecchi sporgenti, le facce larghe, ecc.) nonché dal segno più tremulo e nervoso. Tuttavia, non sempre la distinzione è facile, poiché talvolta Domenico ha cercato di imitare fino all'inverosimile i modi paterni. Nelle scene carnevalesche della Valmarana le sue predilezioni sono ormai dichiarate; e così in varie gustose scene delle altre stanze di quella Foresteria, dove l'artista si esprime con briose e fresche invenzioni tratte dai costumi del tempo. Non v'è dubbio che quella era la sua strada: e bastino le scene dei Balletti, dei Ciarlatani ecc. al Louvre, o nel Museo di Barcellona (già nel Palazzo Papadopoli a Venezia) o infine quelle della collez. Blake ora a Kansas-City (U.S.A.), a dimostrarlo. Questo gusto egli lo perfezionò anche durante il suo soggiorno spagnolo, dove dipinse, tra l'altro, l'indimenticabile scena (firmata) della Partenza della gondola, appartenente alla coll. del conte di Quintanulla (già Torrecilla) a Madrid; scena che fa il paio con il Burchiello (siglato) del Museo di Vienna. In questo campo egli fu maestro; e mancò invece nelle grandi macchinose decorazioni, come mancò a Genova nel soffitto del Palazzo Ducale (1783), ove ripeteva senza entusiasmo ed affollandoli oltre misura i formulari paterni. Disegnatore ed incisore di straordinaria vivacità, D. s'impose giovanissimo con la serie delle sue Idee pittoresche sopra la Fuga in Egitto, edite nel 1753; incise molti quadri ed affreschi del padre; pubblicò la Raccolta di Teste. Nei suoi ultimi anni si dedicò particolarmente al disegno; immaginò la vita a la morte di Pulcinella in una serie di fogli fantasiosi dal titolo Divertimenti per li ragazzi - carte 104; schizzò rapide caricature della vita dei suoi tempi, di un sapore sarcastico e mordente come d'un Hogarth o di un Rowlandson.

Opere principali (oltre a quelle menzionate più sopra); Bassano, Museo: Madonna col Bambino; Detroit, Instituto of Arts: Alessandro e le Eglie di Dario; Firenze, Uffizi : Paggio, Dama con ventaglio (attrib. al Longhi); Museo Stibbert: Battesimo di Cristo; Francoforte, Istituto Staedel: Generosità di Scipione; Hartford (U.S.A.), Wadsworth Atheneum: Ultima Cena; Londra, National Gallery: Il cavallo di Troia (due bozzetti); Los Angeles, coll. Loewi: Cristo risana il cieco, 1752; Lugano, coll. Thyssen : Triunfo d'Erode; Madrid, Palazzo Reale: Apoteosi della Spagna, affresco nel soffitto della stanza prima dell'Anticamera de la Reyna; Magonza, Museo: Accampamento; Merlengo, Chiesa parr.: S. Osvaldo; Nuova York, Metropolitan Museum : Bozzetto per il soffitto del Palazzo Ducale di Genova; già coll. Wildenstein : I cani sapienti, Minuetto; Padova, S. Agnese: Madonna e Santi, 1777;

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Duomo: Madonna e s. Filippo Neri, Madonna e s. Gerolamo Emiliani, 1778 : Parigi, Louvre, Bozzetto per soffitto; Roma, coll. Albertini : Nascita della Vergine, Presentazione al tempio; coll. Carandini-Albertini : l'Arrive di Abramo e di Lot, La separazione di Abramo e di Lot (ca. 1752-53); Schleissheim, Galleria: Cristo nella casa di Simone, Ultima Cena, 1752; Stoccolma, Museo : Adorazione dei pastori, 1754, Presentazione al tempio; Venezia, Accademia: Abramo e gli angeli, S. Francesco da Paola, Miracolo dell'indemoniato, 1748; Ca' Reszonico : affreschi distaccati dalla villa T.; Verona, Museo civico: I Santi Olivetani (da Murano).

BibL.: oltre alle opere capitali del Molmenti e del Sack (v. sopra), hanno cenni su Domenico anche le monogr. minori sul T. padre. In particolare: O. v. Kutschera-Woborsky, Die Freshen der Puritá Kappelle in Udine u. die Kunst D. T., in Zobró. d. Preuss. Kanitsanm1., 1931; M. Goering, in Thieme-Becker, XXXIII (1939), pp. 159-61; A. Morassi, T. e la Villa Valmavana, Milano 1945; id., Dom. T., in Emporium, 1941; id., Novitá e precisazioni sul T., in Le Arti, 1942; M. Pinaluga, Acquafortisti veneziani del Settecento, Firenze 1953.

Lorenzo Baldissera. - Pittore, n. l'8 ag. 1736 a Venezia, m. poco prima dell'8 ag. 1776 a Madrid; figlio di G. Battista.

Segui il padre a Würzburg ed in Spagna. E menzionato nel 1761 nel libro della Fraglia pittorica di Venezia. Dipinse un soffitto al Palazzo Reale di Madrid nel 1768, poi numerosi ritratti della Famiglia Reale. Dal 1774 ebbe lunghe controversie per pagamenti di lavori a pastello eseguiti per la Famiglia Reale.

Poche sono le opere di L. a noi conosciute: un disegno firmato nella coll. Rasini di Milano; un ritrattino di Carlo Goldoni che servì per incisione, all'Albertina di Vienna; le incisioni delle opere del padre, firmate. Probabilmente opere sue sono ancora: un ritratto a pastello, detto della moglie, ma più probabilmente della madre, a $\mathrm{Ca}^{\prime}$ Reszonico; un disegno con tre teste del Museo Malaspina a Pavia; il dipinto con la famiglia T. della coll. Rosebery di Londra; un disegno preparatorio per la figura del pittore nel predetto quadro, in raccolta privata a Milano. Altre attribuzioni fatte in precedenza, hanno scarso peso; e pertanto la figura pittorica di L., che pur è da riconoscere, dalle incisioni e da codesti pochi disegni e pitture, d'un certo rilievo, resta ancora da chiarire. - Vedi tavv. IX-X.

BibL.! Sack, op. cit.; Molmenti, op. cit.; S.-Cantón, L. T. pastelista, in Arch. Español, 1 (1925), pp. 229-30; A. L. Mayer, Dipinti di L. T., in Bull. d'arte, nuova serie, 4 (1924-25), pp. 413-22; G. Fiocco, L. T., ibid., 5 (1924-25), pp. 17-28; L. Mayer, Ancora L. T., ibid., 5 (1925-26), p. 274 ; Lorenzetti, Ca' Reszonico, Venezia 1936; M. Goering, s. v. in Thieme-Becker, XXXIII, pp. 161-62; T. Pignatti, in Le Arti, 1931, n. 4; M. Pinaluga, Acquafortisti veneziani del Settecento, Firenze 1953.

Antonio Morassi
TIERRADENTRO, PREFETTURA APOSTOLICA di. E situata nel centro della Cordigliera della Colombia, a grande altitudine.

È stata eretta il 13 maggio 1921 con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Popayán ed è affidata ai Lazzaristi, che vi avevano iniziato il lavoro missionario fin dal 1905. Ha una superficie di kmq. 2000 ed una popolazione di ca. 36.000 ab. tutti cattolici, ad eccezione di pochissimi protestanti. Missionari 5, suore 16, catechisti 53, quasi-parrocchie 3, stazioni primarie 2, secondarie 22, chiese 20, scuole elementari 45, dispensari 4.

BibL.: AAS, 13 (1921), pp. 374-75; MC, 1950, p. 44; Amuario de la Iglesia cat. en Colombia 1951, Bogotá 1951, pp. 331-32.

Saverio Paventi
TIETMARO di Merseburgo. - N. il 25 luglio 975 da Sigfrido, conte di Walbeck, m. a Merseburgo il $1^{\circ}$ dic. 1018.

Entrò assai giovane nel monastero di Quedlinburgo e v'iniziò i suoi studi; indi passò in quello di Magdeburgo. Nel 1002 ebbe il titolo di priore del monastero fondato da suo nonno a Walbeck; nel 1004 fu ordinato sacerdote. Le relazioni della sua famiglia con la Corte reale gli facilitarono l'elezione a vescovo di Merseburgo (1009), dove dimorò fino alla morte.

Scrisse dal 1012 al 1015 un Chronicon in 9 ll., che dal 1016 al 1018 ritoccò e accrebbe. Il suo lavoro segue, come fonti, gli Annales di Hildesheim e di Quedlinburgo; ma deve la sua importanza all'apporto personale di T., perché egli lo redasse come una specie di diario di ciò che avvenne alla Corte reale, da lui frequentata; d'altronde poté avere notizie anche da parte delle famiglie nobili, imparentate e alleate alla sua. La sua cronaca costituisce, perciò, una delle fonti importanti per la storia della Germania.

BibL.: ed. : l'autografo del Chronicon, nella bibl. di Dresda, fu riprodotto in fototipia, con prefaz. a cura di L. Schmidt (2 voll., Berlino 1905); per la ed. a stampa, a quella della PL 139 è da preferire quella di F. Kurze, in MGH, Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, LIV, Berlino 1889. Studi: W. Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, I, Berlino 1893, pp. 355-60 (con importante bibl.). Guglielmo Mollat

TIFLIS, DIOCESI di: v. TIRASPOL, DIOCESI di.
TIGLATH-PILESER: v. THEGLATHPALASAR III.
TIGRAI. - Prefettura apostolica eretta il 15 marzo 1937 per la cost. apost. Quo in Aethiopiae regionibus (AAS, 29 [1937], pp. 357-58).

Comprende la regione omonima, i commissariati civili di Adua, Makallé, Adigrat, Abbi Addi e Alomatá (al tempo dell'occupazione italiana). La sede del prefetto apostatico è Adigrat. La prefettura, che è sottomessa alla S. Congr. per la Chiesa orientale, ha soffitto molto dalla guerra, dato che tutti i missionari italiani furono scacciati.

Ha io chiese, 16 sacerdoti e 4000 fedeli in mezzo a 1.800 .000 ab.

Bibl.: Ann. Pont. 1933, p. 767. Guglielmo de Vries
TIGRI. - Uno dei due grandi fiumi - quello ad est - che scorrono dai confini orientali del l'Asia minore in direzione sud-est fino al Golfo Persico, formando la « valle dei due fiumi» (Mesopotamia [v.]), una delle regioni che videro l'alba della civiltà umana.

Nel corso superiore il fiume, formato da 4 rami principali, che discendono nelle valli meridionali del sistema montuoso dell'Armenia (a occidente e a sud del Lago Van), bagna diversi centri, come Amida e Matarah. Il fiume così formato scorre verso sud, con leggera inclinazione ad oriente, ricevendo molti affluenti, che scendono dalla catena dello Zagros, come il Grande e il Piccolo Zâb (Záßaç), lo 'Adêm (Radãnu, Фúoxoç), il Dijâlah (Turnat, Tornadotac). Sul corso medio sorgono alcuni dei piú grandi centri dell'antichità: Ninive, Kalab (Nimrûd), Assur (Qal'at Šerqât). All'altezza dell'attuale Bagdad il T. si accosta notevolmente all'Eufrate (ca. 50 km .), poi leggermente distanziandosene giungeva anticamente per uno sbocco proprio al mare; anche in questo tratto bagna importanti centri, come Upi ('Omic) e Kût el-'Amârah. Oggi invece prima dello sbocco al mare il T. si unisce con l'Eufrate, formando lo Saṭt el-'Arab, che scorre per 50 km . in un tratto di pianura alluvionale ove anticamente era il mare.

Nella Bibbia il T. (ebr. Hiddeqel; sum. Idigna, accadico Idiqlat, Diglat; aram. Dighlath, arabo Dï̄lah; nell'antico persiano il nome aramaico foneticamente divenne Tigrá, onde il greco-latino Tîrpuc) è ricordato come uno dei quattro fiumi del Paradiso (Gen. 2,14) e come fiume della Mesopotamia è menzionato nelle storie tardive (Dan. 10,4; Tob. 6,1; Iudt. 1,6; Eccli. 24,35 [25]).

Giovanni Zinaldi
TIGZIRT. - Villaggio moderno sulle rovine romane di Rusucurru nella Mauretania Cesariense, odierna Algeria. Rusucurru è ricordata da Plinio (Hist. nat., V, 2, 20) il quale attesta che ottenne da Claudio il diritto di città; un'iscrizione la dichiara municipium (CIL, VIII, 8995); un'altra è dedicata al suo municipio (ibid., 20710).

La Passio di s. Marciana martirizzata a Cesarea, indica Rusucurru quale sua patria (Acta SS. Ianuarii, I, p. 569; Martyr. Hieronymianum, p. 369). Nel 411 è noto il vescovo Fortunato; Nicellus o Nigellus fu il vescovo

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(fot. A. F. I.)
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(fol. A. F. I.)
In alto: L'AGONIA DI GESÙ NELL'ORTO - Amburgo, Kunsthalle. In basso a sinistra: LA DEPOSIZIONE - Zurigo, Collezione privata. In basso a destra: RITRATTO DI UN PROCURATORE - Venezia, Galleria Querini-Stampalia.

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A sinistra: COMUNIONE DI S. LUCIA - Venezia, chiesa dei SS. Apostoli.
4 destra: L'ASSUNZIONE DELLA VERGINE. Affresco nel soffitto dell'Oratorio della Parità - Udine.

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che rappresentò la provincia al Concilio di Cartagine del 419; il re vandalo Unnico mandò in esilio nel 484 il vescovo Mettun. Le esplorazioni misero in luce nel 1888 una grande basilica il cui scavo fu compiuto nel 1895. Esso fu trovata tra il recinto bizantino e quello romano; occupa un rettangolo di m. $38 \times 21$; era a tre navate divisa da una duplice fila di colonne binate, ma la nave centrale aveva il centro limitato da otto pilastri. L'abside era sopraelevata di ca. 1 m ., vi si accedeva mediante due scale di quattro gradini ciascuna, ed era separata dalla navata da una fila di 4 colonne binate. Ai due fianchi si aprivano accessi per immettere nel diaconicon e nella prothesis. Nel centro dell'abside quattro colonne disposte in quadrato costituivano il supporto del ciborio eretto sopra l'altare, che doveva essere in legno perché non ne è rimasta alcuna traccia. Si penetrava nell'interno mediante tre porte che si aprivano sopra un grande atrio separato da una duplice fila di colonne binate. Nell'interno si raccolsero una serie di pulvini scolpiti rappresentanti elementi architettonici, croci monogrammatiche, anche con l'a e ss, animali, delfini e altri pesci. Daniele tra i leoni e una serie di cornici decorative. Tutto il pavimento era rivestito di musaici, tra i quali un frammento rappresentante un uomo nudo imberbe con un ginocchio a terra, le mani legate a tergo, davanti ad un'ara da cui si partono le fiamme, scena interpretata come il sacrificio di Isacco. Nella navata destra, in mezzo a decorazioni musive geometriche a forma di stelle, erano due iscrizioni pure a musaico; l'una diceva "Laboribus ex ultimis nomen non superest unquam, in labor est coeptis sed finis cuncta decorat ", l'altra epigrafe era molto più mutila: inoltre si sono riconosciuti i resti di una scena di pesca e di due grandi iscrizioni su cinque righe, ciascuna forse in versi, che contenevano, sembra, il nome del donatore Severus che con sua moglie aveva adempiuto un voto. Anche la navata sinistra aveva il pavimento rivestito di musaici contenenti iscrizioni metriche e decorazioni.

Una caratteristica di questo edificio erano le tribune superiori alle quali si accedeva mediante scale situate ai due fianchi. La data di questa singolare basilica venne fissata da P. Gavault tra il 432-55, ma essa subì rimaneggiamenti posteriori. A nord della basilica e in comunicazione con essa si trova il Battistero con piscina circolare alla quale si discende per tre gradini; due colonne ancora in situ mostrano che vi era un baldacchino.

Nella parte meridionale della città e contro il muro di cinta romano P. Gavault riconobbe le rovine, ora scomparse, di un terzo edificio di m. $25 \times 13$ diviso in tre navate da due file di pilastri, con la nave centrale larga m. 5, la destra m. 3, la sinistra m. 2,50; l'abside era preceduta da un arco con due colonne, una delle quali superstite era alta m. 3,20. Nel cimitero a oriente della città P. Gavault identificò una cappella di m. 20,10 $\times 11,50$ con abside sopra elevata alla quale si accedeva mediante tre gradini e con tre navate divise da pilastri. S. Gsell pubblicò un'iscrizione cristiana di T. dell'anno 299 (Bulletin archéologique du Comité, 1896, p. 217). Un'altra iscrizione è alla "memoria" di un Codvultdeus il quale "acceptus est in pace" (E. Diehl, Inscriptiones latinae christianae veteres, Berlino 1925-31, n. 2923); si ha poi l'epitafio preceduto dal 宜 ad un "Domitio Rufino magistro liberarum artium homini bono" (S. Gsell, in Bulletin archéol. du Comité, 1896, p. 218, n. 184). Nella fondazione di una casa si rinvenne una pietra con la seguente iscrizione: «H(ic) s(ervus) X(Chris)ti cruore Eusebi martyris» (E. Albertini, Inscription martyrologique de T. (Algérie), in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1931, pp. 6-9). Eusebio è forse un maitire africano.

Biel.: P. Gavault, Etude sur les ruines remaines de T., Parigi 1897, opera postuma, curata da S. Gsell; S. Gsell, Ménements antiques de l'Algérie, II, ivi 1901, pp. 204-306; id., Atlas archéologique de l'Algérie, ivi 1911, foglio 6, pp. 4-6; J. Mernage, L'Afrique chrétienne, ivi 1912, p. 470 sgg.

Dopo gli studi letterari a Szolnok e quelli teologici nel Seminario centrale di Budapest, fu, durante la prima guerra mondiale, cappellano militare; indi, richiamato, professore di teologia nel Seminario di Eger. Presa presto la decisione di occuparsi in modo particolare degli uomini e dei giovani, iniziò per essi un serie di conferenze nella chiesa della Università, organizzò circoli studenteschi e gruppi scout, pubblicando anche giornali e periodici adatti ad essi. L'irrequietezza del dopoguerra fornì materia abbondante al suo zelo e alla sua oratoria chiara, «ivace, aderente ai tempi, ricca di applicazioni che attraverso la radio lo resero celebre e consultato da tutte le parti del mondo. Nel 1924 ebbe una cattedra all'Università di Budapest e nel 1938 fu consacrato vescovo di Vezprem.

Tra le sue opere, tradotte in molte lingue e pubblicate in numerose edizioni, ancora giovano le serie (si cita l'edizione italiana) Consigli ai miei giovani: I. Giovinezza pons (vers. it., Venezia 1928); II. Formazione del giovane (ivi 1930); III. Il carattere del giovane (ivi 1931); IV. La religiosità del giovane (ivi 1934); V. Cristo e il giovane (ivi 1935), coronando la serie con un volume per gli educatori: L'educatore spirituale dei giovani (ivi 1936); I dieci comandamenti (2 voll., ivi 1938); Il simbolo degli Apostoli ( 7 voll., ivi 1940-48). Inoltre trattò a parte varie questioni: Matrimonio e famiglia (Roma 1944); Gesù Cristo e i problemi del nostro tempo (ivi 1946).

Biel.: M. Hoehn, Catholic Authors, Newark 1948.
Celestino Testore
TILLEMONT, LOUIS-SÉbastien, Le Nain de. - Erudito e storico francese, n. a Parigi il 30 nov. 1637, m. ivi il 10 genn. 1698. Educato a Parigi in ambiente giansenista si sentì ben presto attratto dagli studi storici.

Dopo lunga indecisione, solo nel 1672 acconsentì a ricevere il suddioconato e quattro anni più tardi il presidente. Stabilitosi ancora a Parigi, nel 1679 fu costretto a fuggire insieme con gli altri "solitari" di PortRoyal e si ritirò a Tillemont (donde il nome), nei dintorni di Parigi. Di qui compì vari viaggi, fra cui uno in Olanda. Nell'ultimo periodo della sua vita tornò nuovamente a Parigi.

Si ricordano di lui l'Histoire des empereurs et des autres princes qui ont regné durant les six premiers siècles de l'église ( 6 voll., Parigi 1690-97 i primi 4, postumi gli altri due, 1701 e 1738; $2^{2}$ ed., scorretta e incompleta, Bruxelles 1707-39; $3^{2}$ contemporaneamente a Venezia e Bruxelles 1732 sgg.), e i Mémoires pour servir à l'histoire ecclésiastique des six premiers siècles ( 16 voll., di cui l'ultimo incompleto, Parigi 1693-96 i primi 4, postumi gli altri dal 1698 al 1712; $2^{2}$ ed. Venezia 1732-39), concepite, pare, come un'opera unica, ma poi separate per l'incapacità di conciliare storia cristiana e storia profana. Il T. si rivela erudito di vasta dottrina, ma la sua è opera paziente di raccoglitore e "conciliatore" di fonti, cui presta talvolta fede eccessiva e da cui non si distacca che raramente per esprimere pensieri e opinioni, che racchiude tra parentesi. Rispetto al Stabilton ha il vantaggio di un'organizzazione più sistematica del quadro storico, benché si serva esclusivamente di fonti letterarie. Scrisse pure una Vie de st Louis roi de France, lasciata incom-

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(fot. Ene. Gali.)
Tillemont, Louis-SébaStien, Le Nain de - Ritratto. Incisione premessa alla Vie de M. Lenain de T., Colonia 1711. Esemplare della Biblioteca Vaticana.
piuta, proseguita da I. De Sacy e poi da Filleau de la Chaise, pubblicata fra il 1847 e il 1851 . Altri scritti rimasero inediti, e molto di suo passò nelle opere di G. Hermant, di T. du Fossé, dell'Arnauld, del Lombert.

BibL.: oltre alle opere generali sul giansenismo (v.), cf. M. Trouchar, Idée de la vie et de l'esprit de M. le Nain de T., Nancy 1706; id., Vie de L.-S. Le Nain de T., Colonia 1711; I. Neumann, Entwicklung und Aufgaben der alten Geschichte, Straalsurgo 1910, p. 86 sgg.; A. Momigliano, La formazione della moderna storiografia sull'Impero romano, in Rito. stor. it., $5^{2}$ serie, I (1936), pp. 38-44; E. Fueter, Storia della storiografia moderna, trad. it. I. Napoli 1943, pp. 376-77. Alessandro Pratesi

TILPINO (Tulpino, Turpino). - Benedettino, arcivescovo di Reims, n. nella prima metà del sec. viII, m. a Reims il 2 sett. 800.

Monaco a S. Dionigi, eletto arcivescovo di Reims nel 753, assistette con altri 11 vescovi francesi al Concilio Lateranense del 769 in cui fu condannato l'antipapa Costantino di Nepi. A richiesta di Carlomagno, papa Adriano gli inviò il pallio e confermó i diritti della sua sede.

La leggenda di Orlando se ne impossessò facendone un paladino di Carlomagno, e facendolo comparire in molte chansons de geste come uno dei 12 Pari di Francia. A lui infatti venne attribuita la cronaca o Historia de vita Caroli Magni et Rolandi, narrazione leggendaria della Crociata dell'Imperatore e dei suoi guerrieri contro la Spagna, scritta ca. la metà del sec. xir, tramandata in più di 100 manoscritti e tradotta in francese, provenzale, ecc., donde passò nei cantari e nei poemi provenzali e italiani (basti ricordare l'Orlando furioso dell'Ariosto).

Bibl.: ed.: Turpini Historia Karoli Magni et Ratholandi, a cura di F. Castets, Montpellier 1880; di W. Thoron, Boston 1934; di C. Meredith Jones, Parigi 1936. Studi: G. Paris, De pseudo-T., ivi 1869; id., Hist. poétique de Charlemagne, $2^{\circ}$ ed., ivi 1902 (vi sostiene che i primi cinque capitoli sarebbero l'opera di un monaco di Compostella del sec. xi e il resto di un monaco di Vienna tra il 1109 e il 1119); I. Bédier, Les légendes épigues, I, $2^{\circ}$ ed., ivi 1914 (dimostra che la Historia non è che un capitolo del Liber S. Jacobi in Santiago de Compostela, guida per i pellegrini, scritta ca. la metà del sec. xi); G. Bertoni, Il Trecento, $2^{\circ}$ ed., Milano 1930, cap. 3.

TIMMAVO. - Le foci del fiume, che dopo 40 km . di corso sotterraneo sgorga dalla roccia sul mare, furono sede di un culto antichissimo che il mito fa risalire a Diomede esule da Troia.

Le acque purificatrici segnavano il confine fra Veneti ed Istri (e fino a Cesare il confine d'Italia), ebbero un santuario romano e furono cantate da Virgilio. In età cristiana il culto fu continuato nel luogo e vi fu venerato a Giovanni Battista; scavi recenti hanno scoperto una basilica tripartita del sec. v, ricostruita nel xi e di nuovo alla fine del xv in un elegante edificio di forme ogivali, da poco restaurato, che attesta l'insistente continuità della sede di preghiera.

Bibl.: R. Pichler, Il castello di Duino, Trento 1882; B. For-lati-Tamaro, in Notizie degli scavi, 1925, p. 1 sgg.
Mario Mirabella Roberti
TIMGAD. - E l'antica Thamugadi nella Numidia, nell'attuale Algeria. Il legato L. Munazio Gallo della III Legione augusta ne tracciò il perimetro recinto da muro. Traiano ha il titolo di conditor coloniae (CIL, VIII, 17841); la città assunse infatti la denominazione di Colona Ulpia Thamugadis ex Numidia e appartenne alla tribù Papiria.

La città fu devastata dai Mauri nella prima metà del sec. vi, come attesta Procopio, e poi occupata dai Bizantini. La cittadella bizantina fu costruita nel 539 , come è attestato dall'iscrizione, nota da due esemplari (E. Diehl, Inscriptiones latinae christianae vesteri, Berlino 1925-31, n. 805 c L. Leschi, in Bulletin archéol. du Comité, 1941-42, pp. 133-34). Il testo che comincia "Deo fabente "dichiara che la cittadella è stata eretta nel tredicesimo anno di Giustiniano e Teodora, a cura di Saintmone prefetto per l'Africa. A sud-ovest della cittadella il patrizio Gregorio duca di Tigisi fece costruire una cappella ca. l'anno 645, come ricorda l'iscrizione rinvenuta nel fregio d'una porta laterale (CIL, VIII, 17822). L'edificio di m. $14 \times 10$ era a tre navate divise da colonne prese da monumenti anteriori. Gli Acta Mammarii assegnano a T. cinque martiri dell'epoca del vescovo Novato, cioè Crispino, Faustiniano, Lorenzo, Leucio e Ziddino. Nel Concilio di Cartagine del 256 appare, come vescovo di T., Novato (s. Agostino, De Baptismo, VI, II, 17). L' 8 dic. 320 si iniziò a T. il processo presieduto dal consolare Zenofilo, governatore della Numidia, per la querela data da Silvano, vescovo sciamatico di Costantina, contro il diacono Mondinario (Gesta apud Zenophilum). Nel 397 tenne un'adunanza a T. Ottato vescovo donatista di T., satellite del comes Gildone, tanto da essere chiamato Gildonianus (s. Agostino, Contra ep. Parmenium, 2, 2, 4; 22, 42; De Baptismo, 2, 11, 16; Contra litteras Pec filiani, 1, 10, 11; 24, 26; Contra Cresconium, 3, 60, 66; 4, 24, 31; Gesta cum Emerito, 9). Nel 411 il vescovo cattolico Faustiniano ebbe per competitore il donatista Gaudenzio (P. Monceaux, Le dossier de Gaudentius, évêque donatiste de T., ecc. in Revue de théologie, 31 [1907], pp. 111-33). Nel 484 fu vescovo Secondo. Nel sobborgo a nord-est della città nel 1903 fu esplorata una basilica di m. $27,50 \times 15$, divisa in tre navate mediante pilastri e colonne con una profonda abside (A. Ballu, in Bulletin archéol. du Comité, 1904, p. 166; P. Monceaux, T. chrétien, Parigi 1911, pp. 24-25). Un'altra basilica fu identificata nel sobborgo nord-ovest; essa misura m. $40 \times 18$ con i muri perimetrali ancora conservati fino a m. 1,50 di altezza; era divisa in tre navate da dieci colonne binate per lato e da due semicolonne, con capitelli di vari stili; il presbiterio, recinto da cancelli marmorei, terminava con un'abside sopraelevata a cui si accedeva da due piccole scale laterali; il pavimento era a musaico; restano le impronte del luogo dove era fissato l'altare in legno; ai lati del presbiterio due cappelle, quella a destra in comunicazione; quella a sinistra con pavimento a musaico e abside terminale. A destra del vestibolo è il battistero, rettangolare con quattro colonne e piscina rotonda, a cui si accedeva mediante due gradini; aveva un pavimento a musaico di cui restano due tralci uscenti da un vaso. L'edificio era circondato da una serie di altri ambienti, tra i quali

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uno munito di scala che immetteva al piano superiore; ad oriente della basilica si è riconosciuto un grande cortile rettangolare di m. $33 \times 18$, in cui si è creduto identificare una specie di chiostro. Nel sobborgo sud-ovest si è riconosciuta tra il 1906-1909 una grandiosa basilica di m. $63 \times 23$ a tre navate, la centrale larga m. 10 e le minori m. 5,15. Una serie di 16 pilastri sostenevano colonne binate oltre i quattro pilastri terminali; i capitelli erano corinsi; sotto il pavimento una serie di tombe. Sopra un sarcofago in pietra, il coperchio era munito di un foro in cui era fissato una specie di passino metallico per le libazioni (H.-J. Marrou, Survironces palenses dans les rites funéraires des donatistes, in Hommages à J. Bidez et à F. Cumont [Collection Latomus, 2], Bruxelles 1949). Inoltre i resti di una iscrizione in musaico "Dignis digna meren(tibus coronam l)eg(as et) vi(va)s i(n Chris)to ". (P. Monceaux, Sur une mosalque trouvée à T., in Comptes rendus de l'Acad. des inser. et belles lettres, 1913, pp. 381384). La facciata era preceduta da un atrio quadrato di m. 23 di lato, con quattro portici sostenuti da 6 colonne per parte. L'accesso alle tre porte della basilica era ottenuto mediante tre gradini; nel centro dell'atrio era una vasca quadrata col suo condotto di adduzione dell'acqua. Dall'atrio si accedeva al battistero costituito da una sala rettangolare, con ricco pavimento a musaico; dai quattro angoli tralci di acanto partivano da un vaso, formando volute; nel centro la piscina esagona era profonda m. i, larga 4 e lunga m. 1,90 , e vi si scendeva per tre gradini rivestiti di musaico e con monogrammi di Cristo agli angoli, che permettono la datazione tra il sec. iv e il v. Il battistero era in comunicazione con un'altra aula di m. $9,60 \times 8$. Normale alla basilica era un'altra cappella rettangolare di m. $19 \times 17$ interamente decorata di musaici, con abside; all'epoca bizantina vi si ricavò una cappella più piccola di ca. 10 m . di lato col suo battistero. Nel mezzo della navata si scoprì un grande sarcofago in pietra contenente ossa. Molto dopo venne ricavata nel coro una seconda cappella che presenta le caratteristiche dell'età bizantina. Al di sotto della cappella se n'è trovata un'altra di più piccole dimensioni (m. $18 \times 13,50$ ); ivi sotto il luogo dove si presume dovesse sorgere l'altare si rinvennero tre cofanetti in pietra contenenti vasi reliquiari in terracotta, uno dei quali presentava incisi motivi d'ispirazione egiziana; nell'ambito della cappella, attribuita al sec. Iv, erano numerose tombe. Presso questi edifici fu identificata una casa sulla cui soglia, nel pavimento a musaico, era l'iscrizione: "Haec iubente sacerdote Dei Optato perfeci ". E. Albertini propose di riconoscervi il vescovo donatista Ottaro (Un témoignage épigraphique sur l'évêque donatiste Optat de Thamugadi, in Comptes rendus de l'Académie des inser. et belles lettres, 1939, pp. 100-103). Tutto l'insieme di questi edifici venne poi circondato da un recinto e all'epoca bizantina vi si aggiunse un monastero di cui si riconobbe un grande cortile di m. $42 \times 16$, altri cortili minori, con portici e gallerie, un edificio rettangolare di m. $23 \times 8$ e una serie di cellule disposte simmetricamente (H.-J. Marrou, in Bulletin archéol. du Comité, 1932-33, p. 173 sgg.).

Un oratorio cristiano si è poi identificato contro il muro di cinta nella parte occidentale, diviso in tre navate da due colonne per lato, e con colonnine per sostenere l'altare; ivi presso, una serie di tombe anche nella stanza a nord dell'oratorio (A. Ballu, in Bulletin archéol. du Comité, 1921, pp. LxviII-Lxxx). Nel sobborgo ad ovest si è identificato un cimitero cristiano in uso per lungo tempo in cui venne adoperato materiale di spoglio. Un sarcofago in pietra calcare portata inciso il A $\times$ I e l'epitafio di una "Flavia Albula bonae memoriae in eo sarcofago constituta in quibus vixit annis octoginta quinque" (E. Diehl, Inscriptiones latinae christianae veteres, Berlino 1925-31, n. 2640). La necropoli cristiana all'estremità nord-ovest ha dato un serie di tombe per lo più a cappuccino e anonimo, qualche raro sarcofago; una chiesa a tre navate divisa da colonne, ma con la nave minore a sinistra fiancheggiata da un cortile con un portico pieno di sepolcri.

Nel 1919 in una cappella si trovò una pietra calcare con la seguente iscrizione: "B(onis) B(ene sit) | et gau-
![img-36.jpeg](img-36.jpeg)
(da Ch. Courtois, Timogd. Algeri BSL, p. 63)
Timgad - Chiesa cimiteriale, disegno di M. Christofle.
dete Petrus et Lazarus | rogo te | Domine | subveni | Criste tu | solus me]dicus sa|nctis et Penitent|ibus ama|re mani(bus) | et pedibus Dei" (J. Carcopino, L'invocation de T. au Christ médecin, in Rendiconti della Pont. Accad. rom. di arch., $3^{\text {a }}$ serie, 5 [1926-27], pp. 79-87; ivi la bibl. precedente, inoltre P. Debouxhtay, L'invocation au Christ médecin de T., in Serta Leodensia, Liegi 1930, pp. 31-32). Le esplorazioni hanno messo in luce una ricca messe di lampade cristiane in terracotta con rappresentazioni del monogramma $\mathfrak{F}$, sia semplice che con le lettere A e 10 , di oroci, di polimerie, di vasi, di pesci, di pavoni, di cervi, di colombe, di Eva e il serpente, del sacrificio di Abramo, del Salvatore e anche dell'apostolo Paolo. Singolare è una lampada in bronzo con supporto (alto cm. 43 con base formata da tre zampe di leone, e un vaso in calcare su cui si legge "B(onis) $\times$ B(ene) $\times$ (hoc) urceum Tiburium Portunatus fecit" (P. Monceaux, T. chrétien, Parigi 1911, pp. 46-47). - Vadi tav. XI.

Bial.: A. Ballu, Guide illustré de T., Parigi 1910; id., Les ruines de T., sept années de découvertes 1903-10, ivi 1911: M. Christofle, Rapport sur les fouilles et consolidations effectuées en 1927, 1928, 1929, Algeri 1930, pp. 58-79; S. Saumagne, Note sur la cadustration de la colonia Trajona Thamugadis, in Revue Tunisienne, 1931, pp. 87-104; Ch. Curtois, T., Algeri 1951. Per il cimitero del monastero ad occidente v. H.-J. Marrou, in Bull. archéol. du Comité, 1932-33, pp. 173-97; per il cimitero alla porta di Lambesis v. L. Leschi, ibid., 1934-35, pp. 36-51, 152-59; 1936-37, pp. 34-45; 1938-40, pp. 405-407; 1941-42, pp. 02-106, 150-36. Enrico Josi

TIMISOARA, diocesi di. - Città e diocesi in Romania.

Ha una superficie di 24.755 kmq . con una popolazione di 1.300 .000 ab. dei quali 380.000 cattolici; conta 164 parrocchie servite da 220 sacerdoti diocesani e 47 regolari; ha 7 comunità religiose maschili, e 33 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 422).

La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Solemni conventione del 5 giugno 1930, quale suffraganea di Bucarest, ed elevando la chiesa di S. Giorgio martire al grado e dignità di cattedrale.

Bin.: AAS, 22 (1930), pp. 381-86.
Enrico Josi
TIMMINS, diOcesi di. - Diocesi e città nella parte nord delle province di Ontario e di Québec (Canadà).

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Oggi la diocesi di T. conta una popolazione di 150.000 anfme dei quali 90.029 cattolici; ha un clero di 94 sacerdoti diocesani e 30 religiosi (Oblati di Maria Immacolata e Stimmatini) in servizio a 74 parrocchie. Vi sono 63 chiese con sacerdote residente, 11 missioni, 4 ospedali, 1 orfanotrofio, 3 scuole di agricoltura, i scuola normale per insegnanti ed i scuola ménagère. La superficie totale della diocesi di T. è di 32.000 migliaq.

Il vicariato apostolico di Temiskamingue fu eretto il 22 sett. 1908 per smembramento di Pembroke. Fu poi elevato a diocesi di Haileybury, con gli stessi confini, da Benedetto XV il 31 dic. 1913. La diocesi di Haileybury fu smembrata per formare le diocesi di Hearst, Amos ed il vicariato apostolico della Baia di James il 3 dic. 1938. Allo stesso momento una parte fu anche data alla diocesi di Trois-Rivières ed il io dic. 1938 la sede di Haileybury veniva trasferita a T. (Ontario) ed il nome della diocesi cambiato per quello di T.

Il Vangelo fu predicato nel territorio per la prima volta dal p. de Bellefeuille, sulpiziano, e dal sacerdote Dupuy. Visite annuali furono poi fatte fino a quando i Missionari Oblati di Maria Immacolata furono incaricati del territorio nel 1843 . Il più grande missionario fu il p. Giovanni Nicola Laverlochère, O. M. I. I missionari si stabilirono a Fort Temiskamingue, poi si trasferirono a Ville Marie nel 1886. Il primo vicario apost. fu mons. Elie-Anicet Latupile.

Biel.: Le Canada excléviast., Montréal 1951, pp. 384-89; Ann. Pont. 1952, p. 422: The Ontario Cath. Yearbook and Directory, Toronto 1951; AAS, 8 (1916), p. 35; Pio XI, Maximo interest, in AAS, 31 (1939), pp. 90-92; id., Christfidstium bonum, ibid., pp. 96-98; id., Territoria comitatum, ibid., p. 166; id., Ad satius consulendum, ibid., p. 167. Gastone Carrière

TIMONE, santo. - Uno dei primi sette diaconi.
E ricordato nel racconto dell'elezione dei diaconi in Act. 6, i-6, ma nulla si conosce della sua vita. Adone lo ricorda al 19 apr. nel suo Martirologio da cui è poi passato in quello Romano. Nei Sinassari il suo elogio si legge al 30 giugno.

Biel.: Acta SS. Aprilis, II, Parigi 1865, p. 616; Martyr. Romanum, p. 145. Agostino Amore

TIMORE. - Dal latino timor, è la trepidazione od il turbamento della mente a causa di un pericolo sovrastante o di un male imminente.

Si può considerare sia come passione o moto della parte sensitiva, con qualche commozione organica (ed allora viene chiamato più propriamente timor, paura), sia come moto che influisce nel processo deliberativo della volontà, indipendentemente dalla perturbazione passionale (metus, t.). In questo ultimo senso è preso il t. dai teologi e canonisti, che, per quanto riguarda gli effetti nella parte sensitiva, rimandano alla trattazione delle passioni (v.).
I. Dettasone. - 1) Guardando alla priorita o meno del moto di apprensione in rapporto all'atto, il t. è antecedente, se precede e genera l'atto, o concomitante, se lo accompagna soltanto; nel primo caso l'atto viene posto per causa del t., nel secondo invece con il t. 2) Guardando all'intensita dell'influsso, si parla di t. grave, quando, data l'entità del danno che si teme o può venire. l'animo di chi agisce è fortemente turbato; e di t. leggero, quando il turbamento è di lieve entità, sia perché il male che si teme non è grave, sia perché il pericolo non è imminente. La gravità del t. può essere assoluta o relativa. E assoluta, quando il t. è tale da far presa ordinariamente su tutti (cadit in virum constantem), perché il male che si teme è grave (carcere, esilio, perdita di gran parte dei beni, morte, mutilazione, ecc.), e insieme perché si attuerà con quasi certezza o con molta probabilità. La gravità è relativa, se la commozione che produce non è tanto improbabile alla natura dell'oggetto o del male che si teme, quanto all'età, all'indole o alla condizione della persona stessa che teme. Al t. leggero si riduce il t. riverenziale, con cui un suddito teme il dispiacere, l'offesa o l'indignazione dei genitori, del superiore o di coloro in genere a cui si deve rispetto. Questo t. è generalmente leggero;
se però l'offesa e l'indignazione temute sono gravi in sé o per le circostanze che lo accompagnano (litigi, rimproveri, preci importune e discussioni), anche questo t. è ritenuto grave. Se poi si teme un danno grave, come la perdita di un'eredità, l'espulsione dalla famiglia, percosse, ecc. il t. è semplicemente grave. Nel foro esterno il t. riverenziale si presume però leggero; ma questa presunzione può essere vinta dalla realtà dei fatti. 3) Guardando alla fonte o alla causa del t., si distingue il t. proveniente da causa necessaria, sia intrinseca (ad es., malattia) sia extrinseca (naulragio, incendio), e quello proveniente invece da causa libera creata (uomo). Quest'ultimo si suddivide in giusto od ingiusto. L'ingiustizia può provenire dal fatto che chi minaccia non ha alcun diritto di farlo (ingiusto quoad substantiam) oppure dal fatto che, pur avendo un diritto di risentirsi e minacciare, ecceda nel modo di farlo (ingiusto quoad modum).
II. Infulsso del t. Sull'atto libero e sulla moralita dell'atto. - 1) Sul t. come passione (paura) vale quanto si è detto parlando delle passioni (v.). Riassumendo brevemente, il t. come passione diminuisce la libertà degli atti, e perciò la loro moralità. Anzi, qualche volta, sebbene raramente, può togliere del tutto e l'una e l'altra (panico). 2) Nel t. come moto spirituale, occorre distinguere: è in chi agisce con t. (t. concomitante), l'atto è maggiormente volontario, perché dimostra una volontà così forte da vincere e superare anche il t. Quest'atto, perché ha maggior volontarietà, ha anche maggiore moralità. 8) In chi agisce per t. (t. antecedente), l'atto per lo più non è puramente volontario, ma misto di volontario ed involontario: la volontà infatti spinta dal t., dopo aver considerato tutte le circostanze, vuole efficacemente l'atto (atto simpliciter volontario), ma conserva insieme qualche ripugnanza all'atto, che altrimenti non si vorrebbe (involontario secundum quid); conseguentemente la moralità dell'atto ne è diminuita.
III. Il t. ed il valore giuridico degli atti. - Come principio generale, gli atti compiuti sotto l'assillo del t. sono pur sempre voluti e quindi annullabili, ma non nulli.
1) Nel diritto canonico. - Gli atti, posti per grave t. ingiustamente inflitto o per inganno, valgono, a meno che non sia stabilito diversamente dal diritto, ma a norma dei cano. 1684-89 possono venir dichiarati rescissi con sentenza del giudice, provocata da azione di parte oppure ex officio (can. 103 § 2). Tuttavia alcuni atti che richiedono una particolare considerazione, atti che danno origine ad un impegno stabile, forse duraturo per tutta la vita, non possono essere sufficientemente tutelati dalla semplice resecisibilitit (che a volte non è neppure possibile), e perciò nel diritto canonico sono garantiti dall'assoluto nullità dell'atto, sancita per legge positiva, prescindendo quindi dalla validità o meno che l'atto possa avere nel puro diritto naturale.

Sono considerati del tutto invalidi : la rinuncia all'ufficio o beneficio fatta per t. grave ed ingiusto (can. 185), il matrimonio contratto per grave t., inflitto dall'esterno ed ingiustamente (can. 1087 § i, v. appresso), il voto emesso sotto grave ed ingiusto t. (can. 1307 § 3), l'ammissione al noviziato e qualsiasi professione religiosa viziata da t. grave (can. 542 , n. 1, 572 § 1), l'assistenza al matrimonio dell'Ordinario o del parroco, costretti da grave t. (can. 1095 § 1, n. 7), la remissione della pena estorta da grave t. (can. 2238), il suffragio nell'elezione, se l'elettore sia stato costretto da grave t. L'ordinazione sacra, ricevuta con t., è da ritenersi valida, ma se poi non viene ratificata, l'ordinato non contrae alcun obbligo di celibato e di ore canoniche, e potrà dal giudice essere ridotto allo stato laicale (can. 214 § i; v. ORDINE).
2) Nel diritto italiano. - Anziché il t. si considera la violenza (v.) come vizio di consenso, intendendo però non la violenza fisica assoluta, ma la violenza morale che turba il processo formativo della volontà e che è causa di t. assolutamente grave (i) semplice t. riverenziale non ha rilevanza : art. 1437).

La violenza è sempre causa di annullamento (non di nullità) nei contratti, purché sussistano le condizioni volute dalla legge (art. 1434). Occorre innanzitutto che esista un soggetto attivo (che non deve essere necessariamente

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l'altra parte, ma può essere anche un terzo: art. 1434), il quale eserciti una minaccia con uno scopo preciso. La minaccia deve essere di tale natura da fare impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé ed i suoi ad un male ingiusto e notevole (art. 1435).

Il danno, per essere ingiusto, deve ledere un diritto (la minaccia dell'esercizio di un diritto può essere ingiusta solo se diretta ad ottenere effetti ingiusti : art. 1438); per essere notevole, deve essere più grave di quello cui si andrebbe incontro con l'atto, a cui si è spinti. La gravità del male va però valutata secondo due elementi : elemento oggettivo (danno in sé) ed elemento soggettivo (valutazione che del danno vien fatta dal soggetto paziente). Da ciò la necessità di tener conto dell'età, sesso, ecc. dell'individuo (art. 1435). Il male minacciato è rilevante sia che sia diretto contro la persona che si vuol costringere, ed i suoi beni, sia che sia diretto contro il coniuge, un ascendente o discendente ed i loro beni (art. 1438). Se è civolta ad altre persone, al giudice spetta valutare le circostanze. Parallela all'annullabilità dei contratti per violenza è l'impugnazione dell'accettazione dell'eredità (art. 482), della rinunzia alla medesima (art. 526), della disposizione testamentaria (art. 624), della divisione dell'eredità (artt. 761, 768), quando siano effetto di violenza.

IV. Il T. COME VIZIO DI CONSENSO NEL MATRIMONIO. Una menzione particolare merita il t. come vizio di consenso nel matrimonio per la molteplicità di problemi suscitati nella dogmatica del diritto e nella giurisprudenza.
I) Nel diritto canonico. - E E invaiulo anche il matrimonio contratto per violenza o t. grave, indotto dall'esterno, ingiustamente, per liberarsi dal quale il contraente sia costretto a scegliere il matrimonio. Nessun altro t., anche se causa il contratto, importa la nullità del matrimonio" (can. 1087).

Dal canone precedente si deduce che all'irritazione del consenso matrimoniale per t. occorrono quattro condizioni : a) Il t. deve essere grave. Anche qui i due elementi da prendere in considerazione sono: il danno notevole e la sua imminenza. Nel fero esterno per ammettere come provata la nullità del matrimonio per t., si devono osservare le disposizioni soggettive della persona che ha subito il t., ma tuttavia si richiede anche la considerazione della gravità oggettiva del male minacciato. Perché consti della gravità il giudice deve guardare alla persona che minaccia (se irascibile, violenta, di grande autorità, ecc.), alla persona che lo subisce (se timida, debole, docile, ecc.), e alle minacce o al danno stesso temuto. Nel dubbio poi, in fero esterno, si deve stare per il valore del matrimonio, che gode del favore del diritto (can. 1014). Il t. rivereaziale è anch'esso invalidante qualora sia qualificato. b) Il t. deve essere indotto dall'esterno. Si dice esterno quel t. che proviene da causa libera, cioè da persona umana, sia questa l'altro contraente o un terzo. c) Il t. deve essere inflitto ingiustamente. Ciò si ha tutte le volte che o chi patisce il t. non ha l'obbligo di sposare, o chi incute t. non ha il diritto di infliggere il male che minaccia. d) Il t. deve essere tale che per liberarsene il minacciato sia costretto a scegliere il matrimonio. L'opinione più comune ritiene che si richieda che il t. sia direttamente inflitto per strappare il consenso. Tale opinione è suffragata dalla giurisprudenza ed oggi anche dalla norma espressamente introdotta nel Codice orientale (can. 78 § 1). Mancando le quattro condizioni, vale quanto prescrive lo stesso can. 1087 § 2 "Nessun altro t., anche se è causa del contratto, importa la nullità del matrimonio. Il matrimonio nullo per t. può essere impugnato non solamente da chi l'ha subito, ma anche dall'altro coniuge ${ }^{n}$.

Indagando sul fondamento dell'irritazione del consenso matrimoniale per t., si discute se il t. dirima il matrimonio solo per diritto ecclesiastico (Feye, Gasparri) o anche per diritto naturale (s. Tommaso, s. Raimondo di Peñafort, Cappello, Vidal, Prümmer). E però chiaro per tutti che, se dal t. viene eccezionalmente tolta la deliberazione e l'essenziale libertà dell'atto morale, viene irritato il matrimonio per diritto di natura, perché manca il consenso.

La questione non è puramente speculativa, ma ha anche le sue conseguenze pratiche. Così, data la contro-
versia, è da considerarsi dubbio il valore del matrimonio contratto sotto l'influsso del t. dagli infedeli, qualora non esista impedimento civile invalidante. Naturalmente nei singoli casi va applicato il principio che si deve stare per il valore dell'atto (can. 1014) salvo il privilegio della fede (can. 1127), finché non si dimostri l'esistenza del t. invalidante. Nel matrimonio tra un fedele e un infedele, il matrimonio è sempre invalido, tanto se la vittima del t. è il fedele, quanto se l'infedele abbia subito il t. Nel primo caso infatti la Chiesa rende nullo il consenso del fedele e nel secondo caso rende il fedele inabile a contrarre un tale matrimonio per la tutela della libertà. Inoltre, atteso sempre il dubbio circa la fonte dell'impedimento, la Chiesa non dispensa mai dal vizio di consenso per t., perché è dubbia la sua potestà.
2) Nel diritto italiano. - Il diritto civile italiano, riconducendo la categoria dell'invalidità matrimoniale (per il cosiddetto matrimonio civile, non già per il matrimonio concordatario, retto dal diritto canonico) alle distinzioni generali del negozio giuridico, considera la violenza morale come causa di annullamento; quando esistano i soliti presupposti. L'azione è esclusiva in favore dello sposo, il cui consenso sia stato estorto con violenza, e non può essere più proposta dopo