el re Ral-pa-can nell'838). Saliva quindi al trono Glañ-dar-ma, feroce persecutore

(da F. Maraini, Segrata Tibet, Bari 2611, tasc. 7)
Tibet - Il Ciomolari ( 7400 m .) da Tuna.
della nuova religione, assassinato da un monaco buddhista nell'842. La successione fu disputata e la monarchia si sfasciò per mai più risorgere, mentre i possedimenti esterni andavano perduti. I secoli seguenti videro il T. sminuzzato in molti staterelli, mentre agli inizi del sec. xi una seconda ondata di influenza indiana rimetteva in auge il buddhismo, nella forma particolare che esso assunse nel T. (v. Lamaismo). L'influenza dei solidi organismi religioso-economici dei grandi monasteri cominciò ad esercitarsi anche nel campo politico. Quando nel 1247 il T. fu sul punto di essere invaso dai Mongoli, l'abate di Sa-skya (Sakya) riuscì ad ottenere dall'aristocrazia e dai conventi tibetani il mandato di trattare con l'invasore. Da queste trattative uscì il riconoscimento del dominio temporale dell'abate di Sa-skya sotto l'alta sovranità mongola. Con il decadere della dinastia mongola di Cina (Yüan) nella prima metà del sec. xix, decadde anche il potere di Sa-skya; sulle sue rovine si fece largo intorno al 1350 la supremazia dei gerarchi di P'ag-mo-gru. La dinastia cinese dei Ming ( $1368-1644$ ), succeduta ai Mongoli, non esercitò alcun potere nel T., limitandosi a riaffermare i propri nominali diritti con la concessione di titoli altisonanti ai principi tibetani. Questo periodo vide l'opera riformatrice di Tson-k'a-pa; la setta da lui fondata, i dGe-lugs-pa, si diffuse sempre più, malgrado l'ostilità delle più antiche sète rosse. Nel sec. xv il potere di P'ag-mo-gru declinò, mentre cresceva quello dei principi di Rinspuǹs (Rinpung), che pure non riuscirono a guadagnare una posizione preponderante. Fu un periodo di lotte oscure, in cui gli antagonismi religiosi si affiancavano alle competizioni secolari. P'ag-mo-gru appoggiò i dGe-lugs-pa; Rin-spuñs invece appoggiò le sète rosse, e così fecero pure i sovrani (ade-pa) del gTsañ (Tsang), saliti a grande potere nel sec. xix come zelanti seguaci della setta Karma-pa. La potenza dei sovrani del gTsañ era tale, che il capo dei dGe-lugs-pa, il III DalaiLama bSod-nams-rgya-mts'o (1543-88) cercò appoggio fuori del T. Il suo viaggio in Mongolia gli procurò nel 1578 la conversione di quella nazione al lamaísmo. Questa politica diede i suoi frutti all'epoca del V Dalai-Lama Blo-bzañ-rgya-mts'o (1617-82), il quale riuscì ad ottenere
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(fot. Fosco Maraini)
Tibet - Sulle rive del Rham-tso.
l'appoggio di Gusri Khan, capo dei mongoli Khoshot; tra il 1640 ed il 1642 i Khoshot abbatterono i vari principi tibetani, principale fra essi quello del gTsañ, si impadronirono del paese e ne fecero dono al DalaiLama, riservandosi il protettorato militare. Il T. divenne così lo Stato teocratico durato fino ai nostri giorni. Negli ultimi anni della sua vita il V Dalai-Lama nominò reggente (ubi-srid) il suo figlio naturale Saks-rgyas-rgyamts'o e si ritirò a vita privata. La sua morte fu tenuta celata dal Reggente, che solo nel 1697 proclamò il nome del suo successore. Questi, il VI Dalai-Lama Ts'ahsdbyahs-rgya-mts'o, gaudente, ottimo poeta d'amore e pessimo religioso, provocò un tale malcontento, che nel 1705 il capo dei Khoshot, Lha-bzañ Khan, marciò su Lhasa, uccise il Reggente e nell'anno seguente eliminò il DalaiLama, sostituendolo con una sua creatura. La legittima incarnazione, il VII Dalai-Lama bsKal-bzañ-rgya-mts'o (1708-57) si rifugiò nel Kukunor sotto la protezione cinese. In quegli anni avvenimenti gravi si susseguirono con rapidità fantasmagorica. Nel 1717 i mongoli Dsungari occupano il T., ponendo fine al governo dei Khoshot. Nel 1720 un esercito cinese caccia gli Dsungari, conduce a Lhasa il VII Dalai-Lama (peró senza alcun potere temporale) ed instaura il protettorato cinese. Il governo tibetano installato dai Cinesi crolla nel 1727; e da una breve guerra civile emerge, come sovrano laico del T., P'o-lha-nas (1728-47), bene accetto alla Cina; egli ridà la pace e la prosperità al paese. Suo figlio, il tirannico e capriccioso "Gyur-med-rnam-rgyal (1747-50) viene assassinato dai Cinesi, e nel 1751 l'Imperatore conferisce nuovamente al Dalai-Lama il potere temporale, mettendogli però a fianco due residenti cinesi (amban). Questo regime durò senza gravi scosse per un secolo e mezzo; fu un periodo di calma stagnante sotto il gravoso protettorato imperiale; calma interrotta solo dalla guerra con il Nepal (1791-92), finita vittoriosamente per l'intervento cinese.
Nel 1875 nacque il XIII Dalai-Lama T'ub-ldan-rgya-mts'o, uno dei più abili della serie. Nel 1904 una missione inglese, a cui era stato vietato l'ingresso nel paese, si aperse armata manu il varco fino a Lhasa e costrinse le autorità locali ad entrare in rapporti diplomatici con il governo inglese dell'India. Il Dalai-Lama, rifugiato in Cina, rientrò a Lhasa solo per fuggirne nuovamente, questa volta in India, di fronte all'avanzata di una spedizione cinese che nel 1910 occupò Lhasa. Due anni dopo, con la caduta dell'Impero, crollava anche l'occupazione cinese, e per il T. si apriva un periodo di quasi quarant'anni di indipendenza de facto. Il DalaiLama, rientrato a Lhasa, governò fermamente e saggiamente il paese, appoggiandosi (entro limiti ben definiti) all'Inghilterra. Dopo la sua morte nel 1933, la ricerca della sua reincarnazione fu lunga e difficile, e il XIV Dalai-
Lama fu formalmente intronizzato solo nel 1940. I reggenti che tennero il potere dal 1933 al 1950, l'incarnato di Rva-sgren (Reting) e poi quello di Brag-à'ra (Taktra), si dimostrarono deboli e impopolari, e l'appoggio inglese venne a cessare con l'indipendenza dell'India nel 1947. E così, quando nel 1949 la Cina passò sotto il governo comunista, la pressione politico-militare esercitata dal governo di Pechino ebbe facilmente ragione delle scarse possibilità di resistenza del governo tibetano. Con il Trattato del 23 maggio 1951 il T. diventava parte integrante della Repubblica popolare cinese, con ampia autonomia locale sotto il governo del Dalai-Lama. La Cina si riservava gli affari esteri, quelli militari e lo sviluppo delle risorse del paese.
Nel sett. 1951 le truppe comuniste entravano a Lhasa. Sebbene i Cinesi nel complesso procedano con tatto e prudente lentezza, la fine del vecchio T. lamaista e teocratico non è ormai più che una questione di tempo.
Bibl.: G. Schulemann, Die Geschichte der Dalai-lamas, Heidelberg 1911; L. Petech, A study on the chronicles of Ladabh, Calcutta 1939; id., China and T. in the early 16 th century, Leida 1950; Bacot, Thomas e Toussaint, Documents de Touen-houang relatifs a l'hist. du T., Parigi 1940; Ch. Biff, Portraits of the DalaiLama, Londra 1946; G. Tucci, Tibetan painted scrolls, a voll., Roma 1949; id., The tombs of the Tibetan Kings, ivi 1950.
Lusiano Petech
III. Evangelizzazione. - Il primo missionario a penetrare nel T. fu Antonio d'Andrade, S. J. E ormai accertato che né Marco Polo, né Odorico da Pordenone, O.F.M. effettivamente vi penetrarono, ma solo ne sfiorarono le province confinanti. D'Andrade riuscì ad aprire la missione nel 1624 in Tsaparang, capitale del Regno occidentale tibetano di Guge; però nel 1630 , la missione fu distrutta dopo che questo Regno fu occupato dal re di Ladak. I tentativi del p. Francisco de Azevedo S. J. di aprire una missione nel Regno di Ladak fallirono, come anche quelli dei pp. Estevão Cacella e João Cabral S. J. nel Regno meridionale di Tsang. Anche il viaggio dei pp. Johann Grueber e Albert d'Orville da Pechino, via Lhasa, verso l'India nel 1661 non ebbe nessun effetto missionario. Nel 1703 Propaganda affidò la missione tibetana ai Cappuccini. I primi arrivarono a Lhasa nel 1707, rimanendovi fino al 1712. Nel 1716 altri Cappuccini si recarono a Lhasa ove trovarono il gesuita Ippolito Desideri, mandato dall'arcivescovo di Goa. A lui si deve la migliore descrizione del T. in quell'epoca. Per ordine di Propaganda fu costretto a lasciare Lhasa nel 1721. Sotto la direzione del prefetto della missione Francesco Orazio della Penna di Billi O. M. Cap. (17201745) i Cappuccini riuscirono a costruire una chiesa e un convento a Lhasa, ma il risultato numerico delle conversioni fu assai scarso. Nel 1742 scoppiò una persecuzione e nel 1745 i Cappuccini furono costretti a lasciare il T. definitivamente, fissandosi nel Nepal e nell'India settentrionale. Fu, però, mantenuto il nome di T. a questa missione senza che sul posto si potesse esercitare una vera attività missionaria.
Nel corso del sec. xix i due lazzaristi Evariste Huc e Joseph Gabet penetrarono nel 1844 fino a Lhasa, ma dopo sei settimane furono espulsi. Sforzi e tentativi eroici di penetrazione furono intrapresi dai Missionari del Seminario di Parigi, ai quali nel 1846 la missione del T. era stata affidata, sia dal lato della Cina che di quello dell'India. Ma i pp. Nicolas Michel Krick e Augustin Etienne Bourry furono trucidati il $1^{\circ}$ sett. 1854. Charles René Alexis Renou riuscì nel 1854 a fissarsi a Bonga in una valle deserta del Regno di Lhasa; nel 1864, dopo la morte di Renou, Auguste Desgodina fu definitivamente espulso da Bonga.
Da quell'epoca il T., propriamente detto, rimase chiuso alle missioni cattoliche. Solo nelle province confinanti, nelle cosiddette Marche tibetane all'Est
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# TIARA

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(fol. Ene, Cett.

(fol. Minori)
In alto: BATTAGLIA DI TOLBIAC. Il cervo mostra ai Francesi la via per raggiungere il nemico (1547) - Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi. In basso: PARTICOLARE DELLA RECINZIONE MARMOREA DEL CORO DEL DUOMO - Milano.
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In alto a sinistra: MURAGLIE DI GYANTSE. In alto a destra: BIBLIOTECA TIBETANA. In basso a sinistra: LETTURA DEI LIBRI SACRI IN UN TEMPIO DI GYANTSE per ottenere la pioggia. In basso a destra: LAMA DI NGOR, importante dignitario della setta Sakya, setta che nel sec. xim-xiv ebbe l'investitura su tutto il Tibet dagli imperatori cinesi.
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A sinistra: AFFRESCO ANTICO nella «cappella IV» del II piano del tempio Kum-bom di Gyantse.
A destra: BUOTA DELLA VITA, tela di tipo tibetano eseguita dal pittore contemporaneo Rig-zin di Gangtok.
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e nell'India settentrionale sui confini del Sikkim, i Padri delle Missioni Estere di Parigi poterono fondare alcune stazioni come posti avanzati.
Per la religione del T.: v. Lamaismo. - Vedi tavv. VII-VIII.
BibL.: A. Launay, Hist. de la mission du Thibet, a voll., Lillo-Parigi 1903; Clemente da Terzwin, Le missioni dei Minori Capp., VIII: Indie orientali, Roma 1932. pp. 139-414; G. M. Toscano, La prima missione cati. nel T., Parma 1951.
Giovanni Rommerskirchen
TIBURIO. - Tale viene definita una copertura poligonale a spicchi, rivestita all'esterno da una muratura che sorregge un tetto a piramide.
Molto frequente nell'architettura dell'età romanica, specie di Lombardia, all'incrocio delle due navate, assunse talora, come nelle chiese dei Benedettini e dei Cistercensi, per la grande altezza, il carattere di vera e propria torre campanaria. T. appaiono spesso nell'architettura di gusto gotico, e anche durante il Rinascimento, specie nelle costruzioni lombarde di intonazione bramantesca (v. anche cupola; tamburo).
Emilio Lavagnino
TIBURZIO, santo, martire. - Fu deposto sulla Via Labicana nel cimitero inter duas lauros. Nulla si sa circa la sua vita e l'epoca del suo martirio, che Damaso indica «tempore quo gladius secuit pia viscera matris" nel breve carme posto sul suo sepolcro, conservato dalle sillogi epigrafiche (A. Ferrua, Epigr. Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 164 sg.).
La Passio 1. Sebastiani ne fa un "vir clarissimus" (BHL, 7543). Il suo natale è indicato al «III Id. Aug.» (II ag.) sia nei Sacramentari gelasiano e gregoriano che nel Martirologio geronimiano, dove però all'indicazione esatta Romae via Lavicana inter duas lauros natale Tiburti "furono erroneamente interpolati i nomi di Valeriano e Cecilia. T. è indicato deposto nel sopraterra a nord del mausoleo di S. Elena dalla Notitia ecclesiarum (R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, Roma 1942, p. 83); sempre nel gruppo dei martiri di questa via è segnalato negli altri due itinerari del vir sec. (ibid., pp. 113, 146). Sul suo sepolcro sorse un oratorio restaurato dal papa Adriano I (Lib. Pont., I, p. 500). Il papa Gregorio IV (827-44) trasportò nella Basilica Vaticana le sue reliquie (ibid., II, p. 74).

(da J. Baltramido, Etudes sur l'art méd. en liturgie et Arménie, Parigi 1888) Tiburto - T. della chiesa di Ateni (sec. viI) nella Georgia.

(ftc. Gab. int. naz.)
Tiburio - T. della chiesa di S. Maria della Passione compiuta nel 1230 da Cristoforo Solari - Milano.
T. è rappresentato in un affresco nella vòlta di un cubicolo del cimitero inter duas lauros n nell'atto di acclamare l'Agnello divino insieme con gli altri martiri locali Gorgonio, Marcellino e Pietro (Wilpert, Pitture. tav. 252).
Bibl.: Acta SS. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 613-24; Martyr. Hieronymianum, p. 434 sg.; Martyr. Romanum, p. 333. Enrico Josi
TIBURZIO, VALERIANO e MASSIMO, santi, martiri. - La parentela tra V. e T. è attestata solo da Acta et passio beatissimae martyris Caeciliae, Valeriani et Tiburtii.
In essi V. è dato come sposo di s. Cecilia e T. come suo cognato, mentre M. è il "cornicularius" del prefetto Almachio, convertito da V. e sepolto da Cecilia in un sarcofago con l'effige della fenice presso V. e T. (H. Delehaye, Etude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, pp. 73-93, 194-220). Nel Sacramentario leoniano, che è mutilo, nel mese di apr. si ha un frammento di Messa in onore del solo T.; nel Sacramentario gregoriano e nel Calendario Marmoreo napoletano sono ricordati solo V. e T.; il Martirologio geronimiano indica i sepolcri dei tre martiri al 14 apr. sulla Via Appia, "in cimitero Praetestati»; al 21 apr. "in cimiterio Callisti" e all' 11 ag. a T. martire deposto sulla Via Labicana inter duas lauros n fu interpolato per errore anche V., insieme con Cecilia. Gli oli che ardevano sui sepolcri dei tre martiri furono portati alla regina Teodolinda al tempo di Gregorio Magno (R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 44-45). Nel sec. vir i sepolcri dei tre martiri sono indicati sulla Via Appia "in ecclesia" dagli itinerari dei pellegrini (ibid., pp. 86, 111, 149). Questo edificio sopraterra è ricordato dal Liber Pontificalis nelle biografie di Giovanni III che vi avrebbe consacrato anche vescovi (I, p. 305 sg.), di Gregorio III che lo restaurò (ibid., I, p. 420), come più tardi Adriano I (ibid., p. 509). Pasquale I (817-24) avrebbe traslato i corpi dei tre martiri e di s. Cecilia dal cimitero di Pretestato nella basilica di S. Cecilia in Trastevere, ed offrì per l'altare della stessa Basilica una stoffa con la scena di un angelo che porge la corona ai martiri Cecilia, V. e T. (ibid., II, pp. 56-57).
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(fot. Alinari)
Tiburzio, Valeriano e Massimo, santi, martiri - Martirio dei ss. V. e T., dipinto di A. Aspertini (1474-1552) - Bologna, chiesa di S. Cecilia.
Bibl.: E. Josi, Note sul cimit. di Pretestato, in Riv. arch. crist., 4 (1927), pp. 195-200; H. Delehaye, Les orig. du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 284; Martyr. Hieronymianum, pp. 189, 200 sg., $434-35$.
Enrico Josi
TICHICO (Tuyusós "fortunato", Tychicus). Cristiano dell'Asia proconsolare, probabilmente di Efeso, fedele compagno e collaboratore di s. Paolo.
Compare la prima volta verso la fine della terza missione dell'Apostolo (a. 58) insieme con altri sei o sette (Art. 20, 4 sgg .; qui il cod. Claromontano, la versione copta-ga'ldica e una glossa marginale della siriaca harclense lo dicono di Efeso), forse, come Trofimo, delegato delle Chiese dell'Asia che mandavano a Gerusalemme le offerte per i cristiani, per garanzia (voluta da Paolo) che le offerte stesse erano amministrate fedelmente (II Cor. 8, 19 sgg.). Verso il 62 è di nuovo a fianco di Paolo, prigioniero a Roma, che lo dice "amato fratello e fedele ministro e conservo nel Signore", inviandolo in Asia a portare la lettera per i Colossesi (v.) e gli Efesini (v.) con altre notizie orali riguardanti l'Apostolo, insieme con il "fedele ed amato fratello» Onesimo (v.), schiavo di Filemone ([v.] Col. 4, 7 sgg.; cf. Eph. 6, 21 sg.). Intorno al 65 T. era nuovamente con Paolo in missione attraverso la Grecia; qui l'Apostolo dà a Tito appuntamento a Nicopoli di Epiro, esprimendo l'intenzione di mandare Artema o T. a Creta per sostituirlo durante l'assenza (Tit. 3, 12); è probabile che vi abbia mandato Artema e che T. abbia seguito l'Apostolo a Roma, se di qui nel 66-67 s. Paolo raccomanda a Timoteo di venire insieme con Marco, dicendogli di avere già inviato T. alla volta di Efeso (II Tim. 4, 12) per prendere temporaneamente il suo posto.
Nonostante il significato del nome greco, T. va distinto da Fortunato, "primizia dell'Acaia" (I Cor. 16, 15, 17). Le altre vicende della sua vita sono incerte. Tradizioni varie lo fanno vescovo di Colofone nella Ionia, di Calcedonia nella Bitinia, di Neapolis in Cipro. Il Martirologio romano lo ricorda il 29 apr. e lo dice morto a Pafo (Cipro).
Bibl.: Acta SS. Aprilis, III, ed. Anversa 1679, p. 613; E. Kalt, Tychikus, in Bibl. Reallex., II (1931), col. 889.
Luigi Vagaggini
TICHON (WassiliJ Jvanović), Bellavin. - Patriarca di Mosca, n. il 17 genn. 1865 a Toropec, m. il 7 apr. 1925 a Mosca.
Terminati nel 1888 gli studi nell'Accademia teologica di Pietroburgo e nominato professore del Seminario di Pskov, nel 1891 si fece monaco, cambiò il suo nome
di Battesimo Basilio in T. e ricevette l'Ordinazione sacerdotale. Fu successivamente nominato rettore dei Seminari di Kazan e di Cholm, finché nel 1897 divenne vescovo di Lublino, ausiliare dell'Ordinario di Cholm. Dal 1898 al 1907 T. con il titolo di vescovo delle Aleutine (dal 1905 arcivescovo) ebbe la cura spirituale dei dissidenti orientali in America. Nel 1907 fu trasferito a Jaroslav in Russia e nel 1913 passò a Vilna. Il 23 giugno 1917 un'assemblea diocesana del clero e dei laici elesse T. arcivescovo di Mosca e Kolomna; il 13 ag. il S. Sinodo concesse a T. il titolo di metropolita. A T. toccò subito il delicato compito di ospitare a Mosca il Concilio panrusso riunitosi il 28 ag. 1917, e l'assolse con tale tatto e modestia da guadagnarsi le simpatie di tutti.
Il Concilio ristabilì la dignità patriarcale soppressa da Pietro il Grande, e il 10 nov., in piena rivoluzione bolscevica, T. fu eletto patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Sotto di lui, il Concilio tracciò un piano di profonde riforme nella Chiesa russa. Però la guerra civile costrinse il Concilio a sospendere le sessioni a Pasqua del 1918 e poi nell'ag. ad aggiornarsi indefinitamente. T. si recò in diverse città, anche a Pietroburgo, al-
lora centro della rivoluzione, e dappertutto fu ricevuto con entusiasmo da tutti i ceti. Ma il 23 genn. 1918 il governo bolscevico, trasferitosi intanto a Mosca, emanò un decreto che proclamava la separazione della Chiesa dallo Stato e della scuola dalla Chiesa e sequestrava tutti i beni ecclesiastici compresi gli edifici ed arredi sacri. T. in una lettera aperta indirizzata al governo protestò contro tutti gli abusi e le violenze perpetrate dal regime bolscevico. Nel frattempo T. dovette lottare pure contro le scissioni interne della Chiesa patriarcale, fomentate dai bolscevichi. Finalmente nel maggio 1922 il patriarca, che continuava a combattere contro le vessazioni delle autorità bolsceviche, fu incarcerato e rilasciato solo nel giugno 1923, dopo aver riconosciuto formalmente la legittimità del governo sovietico, sperando con ciò, purtroppo invano, di mitigare la persecuzione della sua Chiesa. T. tentò poi di consolidare l'amministrazione ecclesiastica sconvolta dalle scissioni interne e dai continui arresti di vescovi e sacerdoti.
Bibl.: P. M. Volkonsky, La reconstitution du patriarcat en Russie, in Echos d'Orient, 20 (1901), pp. 195-219; M. d'Herbigny, Après la mort du patriarche T., Roma 1925 (Orient. Christ., IV, 15); E. Guudal, Les Eglises russes, in Echos d'Orient, 27 (1928), pp. 45-67; A. Wuyts, Le Patriarcat de Moscou au Concile de Moscou de 1917-18, Roma 1941. Giuseppe Olèr
TICHON di Zadonsk. - Una delle figure più salienti e popolari dell'agisgrafia russa. N. a Novgorod nel 1724, m. a Zadonsk il 13 ag. 1783.
Fu successivamente professore, vescovo, asceta e "staretz". Fattosi monaco molto giovane cambiò il suo nome di Timoteo. Fu rettore del Seminario di Tver, vescovo ausiliare di Novgorod e residenziale di Voronez. Come vescovo ebbe cura di istruire il clero sull'amministrazione dei Sacramenti che illustrò in un volumetto e stabili l'uso di fare pubblicamente lettura spirituale dopo la liturgia. Fu assiduo predicatore e i suoi sermoni insistono sull'amore a Gesù, sulla imitazione di lui e criticano le ingiustizie sociali e il ritualismo. Dopo quattro anni (1769), allegando la sua cagionevole salute, si ritirò non lontano da Voronez nel monastero della Madonna di Zadonsk. Come asceta, ricercato da numerosi pellegrini, si segnalò per la severità verso se stesso e per la mansuetudine e comprensione verso gli altri. Ebbe a soffrire molte prove sia dal vescovo suo successore sia dal superiore del convento, il quale lo maltrattava e umiliava per vendetta. T. ebbe speciale tenerezza per i bimbi e per i poveri che beneficò generosamente. Morì senza la Comunione, causa l'incuria del superiore da lui chiamato. La Chiesa russa
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canonizzo T. nel 1861. Le suc opere principali sono: Il vero cristianesimo; Il Tesoro spirituale raccolto nel mondo e Lettere dalle celle.
BibL.: le opere di $\Gamma$. furono edite spesso a Pietroburgo. Studi: A. Lebedev, S. T. d. Z. (in russo), Pietroburgo 1896, $3^{\circ}$ ed.; T. Popof, S. T. d. Z. e la sua dottrina morale, Mosca 1916 (in russo); N. Gorodetzky, N. T. Z., Londra 1931 (in inglese); S. Tyszkiewicz, S. T., Moralizex russe, Roma 1931, p. 43 sg.; G. Kologrivof, S. T., Ascensions de la sainteté en Russie, ivi 1932.
Giovanni Kologrivof
TICONIO. - Scrittore donatista, benché scomunicato dai suoi, m. ca. il 400 .
Aveva scritto: De bello intestino libri tres e Expositiones diversarum causarum (Gennadius, De viris illustribus, 18). Queste opere, ora perdute, che non mantenevano la linea rigida dei donatisti, furono condannate nella "Epistola Parmeniani ad Tyconium" (verso il 378 ?). Due altri scritti si sono conservati: Un liber regularum, cioè un compendio di ermeneutica biblica (ca. 380), e un commentario sulla Apocalisse di cui il testo originale si è potuto ricostruire da scrittori posteriori, specialmente da Beato di Liebana. La sua interpretazione spiritualistica dell'Apocalisse e la sua rinuncia al cluilsismo trovò grande risonanza nell'esegesi posteriore. T. ha avuto una grande influenza su s. Agostino, che lo chiamò (Contra epist. Parmen., I, I): "hominem quidem et acri ingenio praeditum et uberi eloquio, sed tamen donatistam ".
BibL.: ed. F. C. Burkitt, The Book of Rules of Tyconius (Texts a. Studies, 3, 1), Cambridge 1894. Per il testo del commento sull' Apocalisse v. J. Haussleiter, Die latein. Apokalypsie der alten afrikan. Kirche, in Th. Zahn, Forschungen zur Gesch. des neutest. Könens ecc., IV, Erlangen 1891, pp. 1-224; W. Boucset, Die Offenbarung Tohamais, Gottings 1896, p. 60 sg.; T. Hahn, Tyconius-Studien, Lipsia 1900, p. 7 sg.; H. L. Ramsay, Le comment. du l'Apocalypse par Beatus de Liebana, in Rev. d'hist. et de litt. rel., 7 (1902), p. 419 sg.; H. A. Sanders, Beati in Apocalypsim, Roma 1930; J. Haussleiter, v. in Realencyblop., XXIII, p. 831 sg.; H. Dinkler, in Pauly-Wissowa, II, 6, p. 649 sg. Su T. nel commento di Autperto, v. S. Bovo, in Misc. bibl. et orient. Ath. Miller oblata, Roma 1931 (Studia Anselmiana, 27-28), p. 382 sg. Su T. nella Biblioteca di Cassiodoro, v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 351. Erik Peterson
TIDDIS. - Antica diocesi nella Numidia, nell'attuale Algeria, oggi sede titolare.
È l'antico "Castellum Tidditanum" a 40 km . da Costantina. E oggi sede titolare. Il vescovo più antico noto è Lampadius nel 411 ; Abundius nel 484 . Presso il mitreo si è rinvenuta una basilichetta cristiana e un battistero, la cui vasca è circondata da quattro colonne, detta perciò bacino delle quattro colonne. Nel mezzo della necropoli pagana si trovano sepolture cristiane, tra le quali una con iscrizione in musaico; vi si sono raccolte lampade fittili con simboli cristiani e un anello d'argento con 光 e l'augurio "in Deo vivas".
BibL.: S. Gsell, Atlas archéol., foglio 17, n. 89; J. Mesnage, Afrique chrét., Parigi 1912, pp. 315 e 434; A. Berthier, T. Castellum Tidditanum, Algeri 1931.
Enrico Josi
TIEFFENTALLER, JOSEPH. - Gesuita missionario e geografo, n. a Salorno (Bolzano) il 24 apr. 1710, m. a Laknau (India) il 5 luglio 1785.
Entrato nell'Ordine nel 1729, parti per l'India nel 1740; nel 1743 si trova nel Regno del Gran Mogol; e dal 1747 al 1764 a Narvar. Soppressa la Compagnia di Gesù, non abbandonò l'India, ma continuò a fare il missionario pellegrinante. Nei suoi viaggi ebbe modo di raccogliere molte notizie e osservazioni di astronomia, storia, scienze naturali, usi, costumi, religioni, che formarono oggetto di molte comunicazioni agli scienziati di Europa. A lui si deve soprattutto l'esplorazione scien-

(ftd. Fides)
tifica del Medio Gange e dei suoi affluenti, specialmente del Gogra; per cui il T. viene chiamato il "Padre della moderna geografia indiana ". L'Anquetil du Perron, con 3 grandi e 32 piccole carte geografiche, avute nel 1776 dal T. con le occorrenti spiegazioni, pubblicò: Carte générale du cours du Gange et du Gogra dressée par les cartes particulières du p. T. (Parigi 1784). L'astronomo tedesco J. Bernoulli, a sua volta, ottenute dal medico Dr. Kratzenstein molte lettere e altri 30 pregevoli manoscritti del missionario, pubblicò, con tutte le carte geografiche: Des p. 7. Tieffenthalers der Gesellschaft Jesu und apostolische Missionarius in Indien historisch-geographische Beschreibung von Hindoustan (3 voll., Berlino e Gotha 1785-88; vers. franc., ivi 1786-89).
BibL.: Sommervogel, VIII, 21-24; S. Nori, P. 7. T. Missionar und Geograph, Friburgo in Br. 1920. Celestino Testore
TIENTSIN, DIOCESI di. - Nella parte nordorientale della provincia del Hopeh, sulla costa del Mar Giallo.
Fu eretta in vicariato ap., con il nome di Celi marittimo, il 27 apr. 1912, per divisione del vicariato ap. del Celi settentrionale (v. PECHINO) e fu affidata alla Congregazione della Missione, che, per il lavoro apostolico, vi manda i religiosi della provincia di Parigi. Il 3 dic. 1924 prese il nome di T. e l'1 1 apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi, suffraganea di Pechino. Ha un'estensione di ca. 12.500 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 3.500 .000 ab., i cattolici erano 50.000 ; i sacerdoti 85 , di cui 46 cinesi; i seminaristi maggiori 5 , i minori 25 ; i fratelli Isici 32, di cui 14 cinesi; le suore 132, di cui 70 indigene. Tra le opere figuravano 4 ospedali, 3 dispensari di medicinali, 2 orfanotrofi, 1 ospizio per vecchi, 20 scuole con 6743 alunni. A T. aveva pure sede l'Università Cattolica Tsinkou, retta dai Gesuiti, che nell'anno accademico 1948-47 contava 721 studenti.
A metà del secolo scorso, sull'attuale territorio di T., non vi era alcun sacerdote con dimora stabile: i ca. 200 cristiani sparsi su di essa erano visitati solo periodicamente da missionari di Pechino. Verso il 1858 vi fu inviato il sacerdote cinese Siu, che, avendo fama di abile medico, poté fermarsi nella città di T. come farmacista e di nascosto istruiva e battezzava; ma, scoperto, fu imprigionato e costretto all'inazione completa. Nel 1869 fu costruita una chiesa a T., ma l'anno dopo fu bruciata, durante una nuova persecuzione in cui furono trucidati il sacerdote cinese Ou, il p. Chevrier e 10 suore Figlie della Carità. Altri gravi massacri si verificarono nel 1900 per opera dei Bosers, ma nel 1903 i cristiani erano 3345 , saliti a 31.898 nel 1911 , l'anno antecedente all'erezione di T.
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(fol. Agencia fotográfica industriale)
Tiepolo, Giovanni Battista - Adorazione dei Magi - Monaco, Alte Pinsitothek.
Birl.: AAS, 4 (1912), pp. 289-90; 17 (1923), p. 23; GM, p. 210; Annuaire de l'Eglise catbol, en Chine 1948, Sciangsi 1948, passim; MC, 1950, pp. 315-16. Adamo Pucci
TIEPIDEZZA. - Disposizione dell'anima che non è né fredda né calda (Apoc. 3, 15-16) e, pur non essendo in stato di peccato o di morte spirituale, manca del fervore e del dinamismo della carità (v.).
Non bisogna confondere la t. con l'aridità dell'orazione (v.: orazione, VII), che è la privazione di gusto o consolazione, sia sensibile che spirituale, nelle pratiche di pietà e nell'esercizio delle virtù (s. Bernardo dipinge l'anima arida sicut terra sine aqua s; Sermo 54 in Cant., 8: PL 183, 1044), con sensazione di noia e di pesantezza, impotenza a pregare, invasione di tenebre interiori, torpore paralizzante lo slancio dell'azione. Tale aridità può essere una purificazione (v.) mistica, da Dio voluta per rassodare l'anima nel possesso perfetto delle virtù $v$ renderla atta ad una vita superiore di orazione; s. Giovanni della Croce (v.) la classifica "notte passiva del senso" e la caratterizza come una ricerca ansiosa e penosa di Dio con timore di non servirlo, ma di tornare indietro (Notte oscura dell'anima, 1. I, c. 9, n. 2-3). Ma talora l'aridità ha origine da anormalità psichico-fisica, o da malattia, come osserva s. Teresa.
La t. invece è un'aridità colpevole, che dipende dalla volontà, come conseguenza di atti responsabili. E un rilassamento, un torpore nelle cose dello spirito, una specie di anemia o di paralisi che assottiglia gradatamente la vita spirituale, fino a portarla sull'orlo della morte alla Grazia. La preghiera viene omessa oppure è languida, volontariamente distratta, annoiata. Il sacrificio è quasi completamente scartato, si ha paura della mortificazione, si preferisce una vita senza incomodi, magari con qualche compromesso di coscienza, che viene tranquillizzata con la persuasione che in fondo non si compie nulla di grave. Anzi la t. è caratterizzata dal peccato veniale deliberatamente e frequentemente ammesso. S. Bernardo dipinge i tiepidi come uomini pusillanimi, quorum brevis et rara compunctio, anin.alis
cogitatio, tepida conversatio; quorum obedientia sine devotione, sermo sine circumspectione, oratio sine cordis intentione, lectio sine aedificatione, quosque denique vix gehennae metus inhibet, vix frenat ratio, vix disciplina coërcet" (Sermo 6 in Ascen. Dom). Il tiepido provoca "il vomito ", riprovazione di Dio, come all' "angelo" di Laodicea dice il Signore: "Poichè sei tiepido e non fervente né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Apoc. 3, 16).
Talvolta la t. tien dietro ad un periodo di fervore, per difetto di costanza nella vita spirituale. L'anima si lascia dominare da una progressiva negligenza. Compiaciata della propria mediocrità, l'anima non mira alla perfezione (v.). Dissipata e tutta esteriorizzata, si espone con imprudenza ai pericoli, resiste solo a metà al fuoco della tentazione.
I rimedi sono quelli imposti all' "angelo " di Laodicea (Apoc. 3, 18-19) : energico, radicale ritorno all'antico fervore, iniziando una vita decisamente tesa, attraverso sforzi e rinunzie, al progresso e alla perfezione spirituale.
Birl.: P. Lancisius, Censos et remedio ariditatis, Anversa 1643; G. B. Scaramelli, Direttorio ascetico, 1. $3^{\circ}$, art. $2^{\circ}$; C. Grimbert, L'aridité et certains processus pcycopathologiques, in Etudes carnalitaines, 22 (1937, II), pp. 121-31; P. Pourtat, Trédour, in DThC, XV, coll. 1026-29; R. Daeschler, Aridité, in DSp. 1, coll. 845-55; R. Biot e B. Galimard, Guida medica delle vocazioni sacerdotali e religiose, vers. it., Milano 1940, pp. 164-70. Antonio Blasiacci
TIEPOLO, Giovanni Battista. - Pittore, n. a Venezia il 5 marzo 1696, m. a Madrid il 27 marzo 1770. Figlio di Domenico "parcenevole di vascello", cioè comproprietario di nave mercantile, e di Orsola; padre di Gian Domenico e di Lorenzo, ugualmente pittori. E universalmente riconosciuto come il più grande pittore del Settecento.
Giovinetto, alla scuola di Gregorio Lazzarini apprese i rudimenti dell'arte. Si formò poi da sé, sull'esempio del Piazzetta, del Bencovich e del Ricci; e più avanti, liberatosi dalla corrente tenebrosa, soprattutto s'ispirò a Paolo Veronese. Ingegno precoce, espose a vent'anni un Faraone sommerso, ch'ebbe gran successo, per la festa di s. Rocco. Nel 1716 dipinge per la chiesa dell'Ospedaletto il Sacrificio d'Abramo, tuttora esistente. Nel 1717 è nominato nei libri della "fraglia " pittorica; il 21 nov. 1719 sposa Cecilia Guardi, sorella dei pittori Antonio e Francesco, e ne ha nove figli. Dopo i primi saggi in pitture da cavalletto, il T. s'impone come grande affreschista; e in oltre mezzo secolo di operosità, che ha del prodigioso, egli nobilita l'affresco, già ridotto al compito di "arte decorativa", riportandolo all'alto livello artistico dei tempi aurci di Giorgione e Tiziano. Già nel soffitto di Palazzo Sandi a Venezia, affrescato poco prima del 1725, in cui raffigurò la Forza dell'eloqueaza, appare in pieno sviluppo l'impeto creativo del giovane artista. Un nuovo afflato drammatico, un attentissimo studio di movimenti, uno scattante gioco di luci-ombre, di riflessi, di scorci: questi gli elementi rivelatori del suo nuovo linguaggio pittorico. In quegli anni egli affresca la Gloria di s. Teresa per la chiesa degli Scalzi, aiutato per la parte prospettica dal quadraturista di educazione bolognese-biblenesca Girolamo Men-gozzi-Colonna, che rimarrà suo fedele collaboratore sino alla partenza del T. per Madrid (1760). Nel 1726 è chiamato a decorare, nel duomo di Udine, la cappella del Sacramento, e nei documenti è già detto pittore "celebre». In Udine affresca altresì (1725-28), forse con qualche intervallo, il Palazzo Arcivescovile, raffigurando nello scalone la Caduta degli angeli ribelli, nella galleria varie Storie del Vecchio Testamento e nella "sala rossa" un Giudizio di Salomone; e questi affreschi segnano un passo decisivo nella conquista della luce, non soltanto per il T. stesso, ma per tutta la pittura dell'epoca. Nel medesimo periodo il T. fornisce per il Palazzo Dolfin a Venezia dieci grandi tele con soggetti della storia romana, ora divise tra l'Ermitage di Leningrado (5), il Kunsthistorisches Museum di Vienna (2) ed una collezione privata a Nuova-York (3).
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(1st. Pizz)
CADUTA DI CRISTO. Particolare della Salita al Calvario Venezia, S. Alvise.
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A Milano, nel 1731, affresca cinque mirabili soffitti nel Palazzo Archinto, tutti distrutti nei bombardamenti del 1943. L'artista crea con rapidità incredibile; e nello stesso anno decora con affreschi il salone principale del Palazzo Dugnani (allora Casati). Queste pitture, limpide di colore, piene di luce, valgono all'artista nuove commissioni. Da Bergamo lo si sollecita a decorare la cappella Colleoni, dove infatti egli affresca nel 1732 quattro figure allegoriche nei peducci della volta; mentre nell'anno seguente compie le decorazioni della cappella stessa, raffigurandovi tre grandi scene della Vita del Battista nonché un S. Marco ed un Martirio di s. Bartolomeo. Durante questo primo soggiorno lombardo, che fu peraltro interrotto da viaggi a Venezia, il T. portò un'aria nuova nella pittura della regione. Dopo aver lavorato a Venezia a vari quadri da cavalletto, il T. va a Vicenza, e nel 1734 affresca lo scalone e la sala principale della Villa Loschi al Biron. Poi torna a Venezia, dipinge il gran fregio del Serpente di bronzo per la chiesa dei SS. Cosma e Damiano (ora all'Accademia), inizia la pala con Martirio di s. Agata (collocata appena nel 1747) per la chiesa del Santo di Padova. In questo periodo entra in rapporti col conte Algarotti, a cui rimarrà legato in stretta amicizia. La tavolozza del T. si rischiara ancora, prende risonanze argentine, abbandona del tutto il senso ondulato, mira ad un raggiungimento plastico più compatto; ad una maggiore "tensione" della linea. Il re di Svezia, avvisato del nuovo astro pittorico veneziano, incarica il conte de Tessin, suo ministro a Venezia, di invitare il T. a recarsi a Stoccolma per dipingere il nuovo Palazzo reale, ma le trattative falliscono perché gli onorari proposti sono troppo esigui per il T.
Nel 1737 è di nuovo a Milano, dove affresca nella cappella di S. Vittore in S. Ambrogio una Decollazione di s. Vittore ed un Naufragio di s. Satiro (opere molto malandate); e certo in quel tempo decora il soffitto della sagrestia delle Messe, nella Basilica medesima, con una Gloria di s. Bernardo, pur questa distrutta dai bombardamenti del 1943. Fra il 1735 ed il ' 40 l'arte del T. si avvia verso un nuovo "classicismo", è tesa nella ricerca d'un nuovo canone di bellezza. Lo si vede nelle due immense tele di Verolanuova con il Sacrificio di Melchisedec e con la Caduta della manna; e soprattutto nei tre dipinti già nella Villa Girola sul Lago di Como, ed una delle quali, con il Trionfo di Asfittite, è ora nella Galleria di Dresda. Ma in quegli anni egli crea altresi opere di profonda umanità e d'un verismo assolutamente insolito per quell'epoca, come l'impressionante Andata al Calvario, cui fanno ala una Flagellazione ed una Incoronazione di spine, a S. Alvise a Venezia. In queste tele il T., quasi angosciato dai temi sacri, lascia ogni ricerca di bellezza formale per attingere unicamente al senso drammatico dell'epopea di Cristo: e s'ispira perciò a Tiziano ed a Rembrandt. Nello stesso periodo, e certo lavorando contemporaneamente a più opere, il T. condusse a termine (fra il maggio 1737, in cui s'impegnò e l'ott. 1739, in cui lo finì) l'affresco nel soffitto dei Gesuati, a Venezia, in cui rappresentò $S$. Domenico che istituisce il Rosario. Invitato nuovamente a Milano, dipinse nel 1740 per il palazzo Clerici lo stupendo soffitto con l'Olimpo, che segnò una nuova tappa nella conquista della pittura dei "cieli".
Un lavoro intensissimo svolse il T. nel quinto decennio del secolo, nella sua Venezia. Per la Scuola del Carmine esegui tra il 1740 ed il ' 45 le tele del soffitto, di cui la centrale, con la Vergine del Carmelo, nel suo argenteo fluttuare della luce, rappresenta una delle sue più armoniose creazioni. Per la chiesa degli Scalzi affresch (1743-44) l'immenso soffitto con il famoso Trasporto della S. Casa di Loreto, purtroppo distrutto da bomba nemica nel 1915. Molto dipinse altresì per i palazzi veneziani: fornì al Palazzo Barbaro la tela di soffitto con l'Apoteosi di Francesco Barbaro (ora al Metropolitan Museum di Nuova-York), e quattro sopraporte ovali, ora disperse in varie raccolte; dipinse per il Palazzo Cornaro una bellissima Allegoria degli Sposi (ora nella raccolta Contini di Firenze); ed altro ancora.
Ma il suo capolavoro, per questo periodo, è la deco-

(fot. Alinari)
Tiepolo, Gian Domenico - Pagliacci sotto l'ombrello - Venezia, $\mathrm{Ca}^{\prime}$ Rezzonico.
razione di Palazzo Labia, in cui, collaborando col Men-guzzi-Colonna, affresco mirabilmente l'Incontro di Antonio e Cleopatra ed il Banchetto di Cleopatra, con altre scene minori nella sala centrale: esempio insuperabile di gioioso e solare illusionismo pittorico. In questo periodo, il T. si allontanò da Venezia solo nel 1743, per affrescare la Villa Cordellina a Montecchio Maggiore presso Vicenza con scene della Generosità di Scipione e la Famiglia di Dario; purtroppo malandate e lasciate dai proprietari della villa in completo abbandono (il soffitto fu trasportato nel 1919 al Museo di Vicenza per le pessime condizioni della Villa).
Ripetutamente sollecitato a decorare la Residenza di Würzburg, il T. giunse con i figli Domenico (ventitreenne) e Lorenzo (quattordicenne) il 12 dic. 1750 nella capitale della Franconia, accolto splendidamente dal principe vescovo Carlo Filippo di Greiffenklau. Nei tre anni del soggiorno tedesco, il T., colmato di onori, creò con i suoi affreschi del salone imperiale (Kaisersaal), dove raffigurò nel soffitto Apollo che conduce al Barbarossa la sposa ed alle pareti le Nozze di Barbarossa e l'Investitura del vescovo Aroldo, nonché nel soffitto dell'immenso scalone una sbalorditiva Apoteosi dell'Olimpo, il più monumentale complesso di affreschi esistente, e forse il suo capolavoro assoluto: certo una delle più solenni creazioni artistiche dell'epoca. Dipinse ancora le due grandi pale di altare per la cappella della Residenza stessa (1752) e l'Epifania (1753) per la chiesa di Schwarzach (ora nella Pinacoteca di Monaco di B.). Ritornato a Venezia sul finire del 1753 , il T., ora avendo a grande aiuto l'opera dei figli, riprese la sua attività febbrile; e certo in questo periodo, e forse poco prima, affresco la Villa Soderini a Nervexa (distrutta nella guerra nel 1917).
Nel giugno 1754 venivano iniziati, e nell'ag. 1755 finiti gli affreschi al soffitto della Chiesa della Pietà: creazione tra le più auree, luminose e musicali dell'artista. Nell'autunno del 1755 o nella primavera del ' 56 , affresch la Villa Contarini alla Mira, raffigurandovi, tra l'altro, un Ricecimento di Enrico III, ora al Museo Jacquemart-André a Parigi. Nel 1757 è a Vicenza, dove affresca, aiutato dal figlio Domenico, il delizioso complesso della Villa Valmarana (affreschi già ritenuti erroneamente tutti di mano del T., e di vent'anni più antichi); nonché il soffitto
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(per cortesia del dott. R. Averini)
Tiepolo, Gian Domenico - Ritratto di fanciulla in bauta e tiscorno - Venezia, collezione Alessandro Brass.
del Palazzo Trento-Valmorana (distrutto nel 1944). L'anno seguente orna con due soffitti in affresco, una Allegoria nuziale ed un' Allegoria del merito, il Palazzo Rezzonico; ritorna ad Udine, e tra il 14 ag. ed il 16 sett. 1759 dipinge nella cappella della Purità un soffitto con l'Assunta; la vigilia di Natale 1759 colloca sull'altare della chiesa delle Grazie in Este la commovente pala di S. Tecla; nel 1761 affresca a Verona il soffitto del Pa lazzo Canossa con un Trionfo d'Ercole; tra l'autunno dell'anno stesso ed i primi mesi del 1762 realizza nella Villa Pisani a Stra la Glorificazione della famiglia Pisani, in affresco, nel salone centrale. Il 7 apr. 1762, sempre accompagnato dai figli, il T. parte per Madrid, giungendovi appena il 2 giugno, per decorare il Palazzo reale dietro invito di Carlo III. Affresco nel gran salone del trono un' Apoteosi della Spagna, che firmò e datò 1764 ; nella sala della guardie, Enea condotto al Tempio da Venere; nella * saleta * o anticamera * de la Reyna *, un Trionfo della Monarchia spagnuola (1764-66). Terminati i lavori, ebbe la commissione di dipingere per la chiesa di Aranjuez sette pale d'altare, che furono poi tolte e disperse (tutte però rintracciabili). Gli ultimi anni del T. furono amareggiati da intrighi di corte; ma ciò non gli impedì di creare capolavori altissimi, come il S. Giacomo di Compostella, ora al Museo di Budapest, e soprattutto una serie di piccole tele di soggetto sacro, nelle quali è espresso, con un senso profondamente doloroso e umano, il vero animo dell'artista. Il 27 marzo 1770 il grande pittore improvvisamente moriva a 74 anni; e fu sepolto nella cripta del S. Cristo in quella chiesa di S. Martino, presso cui aveva preso alloggio. Ma la chiesa fu distrutta e con essa la tomba dell'artista.
Un ricchissimo corredo di disegni fiancheggia l'attività pittorica del T. Quasi ogni tappa della sua carriera è documentata da studi preparatori a sanguigna come a carboncino, a penna come a seppia acquerellata; oltre un migliaio di fogli conosciuti; una piccola parte di quanto il vulcanico artista produsse. Ne possiedono gruppi sostanziosi il Museo Correr a Venezia, il Museo Horne a Firenze, il Victoria and Albert Museum di Londra, la Morgan Library ed il Metropolitan Museum
di Nuova-York; mentre il gruppo più cospicuo è quello già del barone Sartorio, ora al Museo civico di Trieste. Al T. si debbono anche alcune serie d'incisioni, che sono tra le cose più squisite dell'epoca, sia per la freschezza e luminosità del segno, sia per lo spirito delle invenzioni; in tutto dieci Capricci, ventitré scherzi di fantasia, una Epifania, un S. Giuseppe ed altri due o tre pezzi controversi, oltre a poche illustrazioni e vignette per libri.
Impossibile elencare qui tutte le opere dipinte dal T.; si ricordano, oltre a quelle indicate più sopra, le principali: Amburgo, Kunsthalle: Preghiera nell'orto e Incoronazione di spine; Angers, Museo: Bozzetto per il soffitto della Villa Pisani (1760); Arcangelo, U.R.S.S.: Incontro di Antonio e Cleopatra e Bauchetto di Cleopatra; Bergamo, Duomo: Martirio di s. Giovanni Vescovo (1743); Berlino, Museo: Martirio di s. Agata; Burano, chiesa di S. Martino: Crocefissione; Castelgomberto, coll. Conte da Sclao: Ulisse scopre Achille (e due laterali) già in Palazzo Sandi a Venezia; Chicago, Art Institute: quattro tele con storie di Rinaldo e Armida; Dresda, Galleria: Maria bambina presentata al Padreterno, 1759, già a Cividale; Bolzano, chiesa parr.: Battesimo dell'imperatore Costantino, 1759; Francoforte, Istituto Staedel: I santi della famiglia Crotta, 1754; Leningrado, Ermitage: Mecenate presenta le Arti ad Augusto; Londra, National Gallery: S. Massimo e s. Osvaldo; S. Agostino e altri santi; Le nozze di Barbarossa; Conte Seilern: quattro bozzetti per le pale di Aranjuez; Lugano, coll. Thyssen: Morte di Giacinto; Madrid, Prado: Immacolata; Melbourne (Australia), National Gallery: Convito di Cleopatra, già all'Ermitage; Milano, Brera: La Madonna del Carmelo; coll. M. Crespi: La famiglia di Dario davanti ad Alessandro, bozzetto per la Villa Cordellina, 1743; coll. Rasini: Ripudio di Agar (1717 o '19, prima opera conosciuta firmata e datata); coll. Treccani: Predica del Battista; Mirano, chiesa parrocchiale: Miracolo di s. Antonio da Padova; Monaco, Pinacoteca: Rinaldo e Armida e Rinaldo abbandona Armida; Montréal (Canadà), Museo: Alessandro e Campaspe nello studio di Apelle; Nuova York, Metropolitan Museum: S. Tecla (bozzetto per Este); Apoteosi della Monarchia spagnuola (bozzetto per Madrid); Oranienbaum (U.R.S.S.), Castello: Marte con le Grazie, soffitto; Padova, Basilica del Santo: Martirio di s. Agata, 1757; Parigi, Louvre: Ultima cena; Apollo e Dafne; Museo Cognaeq-Jay: Convito di Nabol e Abigail; Parma, Pinacoteca: S. Fedele di Sigmaringen; Filadelfia (U.S.A.), Johnson Coll.: Venere e Vulcano; Rovetta, chiesa parr.: Pala d'Ognissanti, 1734; Stoccarda, Galleria: Apollo, bozzetto per Würzburg; Stoccolma, Museo: Magnanimità di Scipione, bozzetto per la Villa Cordellina, 1743; Museo dell'Università: Danae; Torino, Pinacoteca: Trionfo di Aureliano; Udine, Museo: Comilium in arena (in collaborazione con Domenica), 1748-50; Venezia, Accademia: quattro tele con soggetti mitologici, ca. 1720-22; Trasporto della S. Casa di Loreto, bozzetto per gli Scalzi, 1743; Incenzione della Croce, già nella chiesa delle Cappuccine; Galleria Querini-Stampalia: Ritratto del procuratore Querini; chiesa dei Gesuati: Madonna e tre Sante; chiesa di S. Stue: Martirio di s. Bartolomeo, ca. 1721; Palazzo Ducale; Nettuno offre a Venezia i doni del mare; Vicenza, Pinacoteca: Immacolata, Allegoria della fama (dalla Villa Cordellina), il Tempo che scopre la Verità; Vienna, Accademia: Petonte ed Apollo, bozzetto per il Palazzo Clerici di Milano, 1731; Washington, National Gallery: Timoclea e il comandante (già nel Palazzo Barbaro a Venezia), Apollo e Dafne; Apoteosi della Spagna, 1762, bozzetto per Madrid; Würzburg, Università: Famiglia di Dario e Muzio Scevola.
L'importanza del T. nell'arte del Settecento europeo fu grande: non soltanto in Italia egli ebbe scolari ed imitatori numerosi, ma anche nella Germania meridionale e nell'Austria, e sin nella Spagna, se si pensa al Goya, che certo vide le sue opere ed ammirò i suoi Capricci e Scherzi di fantasia. Il neoclassicismo oscurò la fama del T., ma solo per breve tempo; perché rinacque con il romanticismo di Delacroix e soprattutto con gli impressionisti che videro nelle luminosita del T., nel guizzare estroso delle sue improvvisazioni, un precedente
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tra i più vivaci e brillanti. Ed è tuttora valido il giudizio del Berenson (1894): «il T. non sembra l'ultimo dei grandi macstri, quanto il primo dei nuovi; le opere che lasciò in Spagna, ci spiegano largamente la rinascita pittorica spagnola del Goya; che, a sua volta, ebbe grande influenza su molti tra i migliori francesi moderni».
La critica d'arte degli ultimi decenni ha riscoperto un nuovo capitolo sulla giovinezza del T., ha chiarito la cronologia delle sue opere, ha sceverato la parte avuta dal figlio Domenico, ed ha messo in luce l'interessantissima personalità pittorica di quest'ultimo.
Bibl.: P. Molmenti, Acqueforti del T., Venezia 1896; id., T. e la Villa Valmarana, ivi 1898; id., T., Milano 1909; E. Sack, G. B. und Dom. T., Amburgo 1910; M. Goering, s. v. in Thieme-Bocker, XXXIII (1939), pp. 145-6I (con bibl. precedente); H. W. Hezemann, G. B. T., Berlino 1940; M. Scierbatcheva, I dipinti del T. di Palazzo Delfino all' Ermitage, Pietroburgo 1941 (in russo); G. Lorenzetti, La pittura venez. del Settecento, Novara 1942; A. Morassi, Nvatià e precisazioni nel T. in Le Arti, 1942; G. Vigni, Disegni del T., Padova 1942; A. Morassi, T., Bergamo 1943 ( $2^{\circ}$ ed. 1952); Th. Hatter, Die Freshen Tispolos in der Würzburger Residenz, Francoforte s. Meno 1942; A. Morassi, T. e la Villa Valmarana, Milano