volume-12

Back to Volumes
 alla morte. Nell'aula parlamentare si acquistò ben presto, per la sua dottrina ed indipendenza di giudizio, oltre il rispetto dei colleghi del proprio partito, anche quello dei liberali. Dopo aver criticato e combattuto nel 1865-66 la legge sulle fondazioni e sulle borse di studio contraria ai cattolici, si separò nel 1868 dai suoi colleghi di partito nella questione della difesa nazionale. Considerato pertanto troppo militarista, non entrò nel gabinetto cattolico mantenutosi al potere dal 1871 al 1878 ; si trovò anzi in conflitto con il ministero per la richiesta, mossa in parlamento, di introdurre il servizio militare obbligatorio e un sistema di volontariato invece di quello basato sul sorteggio. Nel gabinetto cattolico, presieduto da Beernaert, T. fu ministro degli Interni e dell'Istruzione pubblica dall'ott. 1884 all'ott. 1887. Colpito da competione polmonare e da paralisi nel 1888, trascorse gli ultimi anni in un'incoscienza quasi completa.

## Page 58

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)

Tholonet, abbazia di le - La sala capitolare ( $2^{4}$ metà sec. xII).

BibL.: A. Nyssens, T., in La Revue générale, 35 (1802), pp. 5-23; C. Terlinden, T., in Biogr. nation. de Belgique, XXV. Bruxelles 1930, coll. 112-18, con bibl.; G. Guyot De Mishaegen, Le parti cath. belge de 1830 à 1884, ivi 1946, passim.

Silvio Furlani
THORONET, abbazia di le. - Antica abbazia cistercense nella diocesi di Fréjus nel dipartimento del Var, in Francia.

Raimondo di St-Gilles chiamò il 14 apr. 1136 alcuni monaci cistercensi dell'abbazia di Majan (diec. di Viviers) per fondare una abbazia nel territorio di Tourtou presso il fiume Floreya in diocesi di Fréjus. Il monastero, che prese il nome di Notre-Dame de Florièges nel 1147, ebbe doni da Raimondo Berengario il Vecchio, marchese di Provenza. Ma poi l'abbazia si spostò di sei miglia nel luogo detto il T. nel Varo e Ildefonso, figlio di Raimondo, re d'Aragona, confermò il possesso e arricchì di privilegi il monastero, che fiorì soprattutto durante i secc. xI-xII.

La chiesa, di pura architettura cistercense, fu iniziata ca. il 1160 , finita ca. il 1190 ; è a tre navi, a tre campate, ispirata a quella di Morimond con abside semicircolare illuminata da tre finestre; cappelle absidate nel transetto. La facciata non ha porta centrale. Il chiostro e gli edifici monasteri sono a nord della chiesa. Il chiostro contemporaneo all'edificio sacro è trapezoidale, seguendo il declivio del colle; tra la galleria meridionale, che è quasi al livello della chiesa e le altre, c'è un dislivello superato da sette gradini; le gallerie nord e ovest sono posteriori alla chiesa; meno la nord, le altre tre avevano un piano superiore con arcate a pieno sesto. La sacrestia, la Biblioteca, la sala capitolare e gli annessi furono eretti ca. il 1170-1200; il dormitorio ca. il 1200; si costruì pure la cella per il campanaro. Ad ovest del chiostro i servizi e la cantina, inoltre una speciale costruzione per i conversi e un molino ad olio.

Nel sec. xviri il vescovo di Riez e abate commendatario mons. Philipeaux separò il coro mediante cancelli, rivestì i muri di marmi, trasformò le finestre in nicchie con statue dei SS. Lorenzo, Bernardo, la Madonna con il Bambino (gruppo, questo, portato nel 1806 nella chiesa di Lorgues). Nel 1793 l'abbazia venne soppressa e venduta. Nel 1841 fu deciso il suo restauro. Prospero Merimée nel 1854 riacquistò la chiesa e gran parte del monastero. Nei restauri iniziati nel 1878 furono riaperte le antiche finestre e tolti i cancelli; i lavori vennero ripresi nel 1906 da J. Formigé e F. Roustan. - Vedi tav. III.

Bibl.: F. Roustan, Monogr. de l'abbaye du T., in Bull. des amis du Vieux Toulon, Tolone 1924; M. Aubert, Abbaye du T., in Congr. arch. de France, Aix-Nice 1931, Parigi 1933, pp. 224243; Cottinesu, II, coll. 3153-54.

THORVALDSEN, Bebtel. - Scultore, n. a Copenaghen il 13 nov. 1768, m. ivi il 24 marzo del 1844. Prima scolaro del padre, quindi dell'Abilgaard e del Carstens, a 29 anni si recò in Italia, dapprima a Napoli, poi a Roma, ove ritrovato il Carstens divise i suoi interessi tra l'osservazione, lo studio ed il restauro dei marmi antichi e la imitazione delle opere del Canova.

Una imitazione tuttavia subito tradotta con deliberato spirito polemico, quasi egli volesse riproporre, di volta in volta, i temi canoviani al lume di una più ortodossa fede nei principi del Winckelmann, dal Canova (v.) molto spesso temperati. Ma fu tale suo atteggiamento evidente in un Giasone (1801) ed in numerose immagini di Ebe, di Venere, d'Amore e Fisoke, delle Grazie, e nel Leone che è a Lucerna (1820), reso più acuto dall'operare del T. sotto la guida costante dell'archeologo e mecenate Zoega, a farlo considerare dai più intraosigenti critici neoclassici del suo tempo, superiore allo stesso Canova. Possedeva ad ogni modo il T. una innegabile anzi eccezionale abilità tecnica e conoscenza ogni sottigliezza nel modellare rilievi; onde non v'è da meravigliarsi che lo stesso Canova, esaltatore egli medesimo della «esecuzione sublime», lo proponesse, nel 1811, quale insegnante di scultura nella riordinata Accademia di S. Luca.

Nello stesso anno il T. riceveva da Napoleone l'incarico di scolpire il fregio con l'Entrata di Alessandro in Babilonia per la Sala del trono del Quirinale (rilievo poi ripetuto nella Villa Carlotta sul Lago di Como), ove è ripreso con freddezza e calcolo minuto niente di meno che il grande motivo del fregio del Partenone. Successivamente per sei anni il T. lavorò per conto del principe Luigi di Baviera al restauro delle sculture del tempio di Egina, mentre portava innanzi altre imprese quale il rilievo con le Tre Grazie ripetuto nel Monumento ad Andrea Appiani a Milano. Andatosene nel 1819 a rivedere la patria $n^{\prime}$ ebbe accoglienze trionfali; poi attraverso la Polonia e la Germania se ne tornò a Roma carico di commissioni, fra le quali quella delle statue e dei rilievi per la decorazione della Frauenkirche di Copenaghen. Il gesso della immagine del Redentore di quella serie di sculture è a Roma nella chiesa dei SS. Luca e Martina. In esso è evidente lo sforzo del maestro nel prescindere dalla diretta imitazione di un modello antico, raffigurando il Cristo in un umanissimo atteggiamento benevolo, accogliente. Un tipo non dissimile da quello diffuso dai «nestereni» (v.), una figura ben distinta dalle togate immagini di senatori e filosofi antichi frequenti nel suo repertorio, e tuttavia una immagine nella quale il T., per la stessa freddezza raziocinante del temperamento, non riesce a superare i limiti della propria cultura fondamentalmente unilaterale.

Minori pregi si colgono nel monumento a Pio VII in S. Pietro, ove tuttavia è bellissima la figura del Pontefice, cupo nel volto e tutto raccolto nel gesto chiuso della benedizione, e in numerose altre opere commissionate al T. dal principe Luigi di Baviera per le città tedesche, fra le quali si ricordano il Monumento a Massimiliano I che è a Monaco, e la Statua di Gutemberg a Magonza. Tra le opere più fini dell'ultimo tempo italiano del T. è da porre il piccolo Monumento funebre di Isabella Alfani nel S. Giovenale di Rieti. Frattanto intorno al 1840 anche nell'ambiente artistico romano la scultura del T. cominciava a suscitare polemiche, e i giovani guardavano piuttosto al Tenerani che proclamava i maestri del Rinascimento, unici imitatori della "vera natura». Disgustato il maestro volle tornarsene in patria, ove a Copenaghen era stato costruito un museo per accogliere le sue sculture, ma ormai anche in Danimarca il gusto ncoclassico volgeva al tramonto.

## Page 59

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(1ot. Sercice monuments historiques)
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(1ot. Sercice monuments historiques)
In alto: IL CHIOSTRO DELL'ABBAZIA (1160-75) - Thoronet.
In basso: IL DORMITORIO DELL'ABBAZIA (1160-75) - Thoronet.

## Page 60

![img-7.jpeg](img-7.jpeg)

A sinistra: MONUMENTO A PAPA PIO VII - Basilica di S. Pietro.
A destra: STATUA IN GESSO DI GESU CRISTO - Roma, chiesa dei SS. Luca e Martina.

## Page 61

Oggi, fuori della polemica neoclassica e purista, si può riconoscere che l'aspirazione alla serenita ellenica, che nel miglior Canova aveva assunto il valore di un intimo processo di decantazione formale, per il T., che aveva scarsa immaginativa, si risolveva in un gusto sulico di decorazione condotta secondo ormai invecchiati principi wincledmaniani. Nei suoi marmi, scolpiti con tecnica impeccabile e raziocissante impersonalita, tutto è evidente e chiaro e reso leggibile, anche i ritmi ostentatamente scanditi e reiterati che ben di rado si risolvono in musica. In lui sembra far gelo, più che la fermezza nordica, l'intransigente determinismo del protestante. Vedi tav. IV.

BibL: N. Tarchiani, La scultura ital. dell'800, Firenze s. d., p. 16; A. P. e H. V., s. v. in Thieme-Becker, XXXIII, pp. 94100; A. Riccoboni, Roma nell'arte. La scultura, Roma 1942, p. 356. Emilio Lavagnino

THOUAR, PIETRO. - Educatore e scrittore, n. a Firenze il 23 ott. 1809; m. ivi il $1^{\circ}$ genn. 1861.

Scolaro indisciplinato, passò come correttore di bozze prima presso V. Battelli, poi presso G. Vieusseux; qui ebbe modo di formarsi da sé una vasta e varia cultura. Ma a guadagnarlo all'apostolato costante a pro' dei fanciulli fu R. Lambruschini, che ne lodò assai gli scritti avuti in consegna e lo volle suo collaboratore nel periodico Guida dell'educatore. Nel 1841 fu alla Sopraintendenza agli studi; nel 1848 direttore della Pia Casa di lavoro; nel 1860 direttore della prima scuola magistrale maschile, istituita a Firenze.

Iscritto alla «Giovane Italia», si diede pienamente alla educazione del popolo seguendo il movimento politico toscano. Con la mira di sostituire il lunario : Il Sesto Caio Baccelli, abbastanza scipito, pubblicò nel 1832 , il Nipote di Sesto Caio Baccelli, più serio e più adatto ad educare il lettore, che, dopo una vita grama, cessò nel 1848, come finì il suo Giornale dei fanciulli. Opere riuscite assai bene e durate a lungo e con efficacia nelle scuole, sono: i due racconti popolari Una madre e Le tessitore, i Racconti storici, i Racconti per i fanciulli e i Racconti per i gioninetti; nei quali la speditezza e chiarezza della lingua, la spontaneità del narrare, la vivacità del sentire si fondono in una serena pacatezza, che mira ad una lenta e sicura riforma del carattere. Prelude e apre la via al Colledi e al De Amicis, ma non sa sottrarsi dal troppo manifestare lo scopo morale e da una leccata prolissita.

BibL.: un'ed. completa delle opere del T. fu pubbl. a Fi renze 1870-77. Studi: N. Giotti, P. T., Firenze 1861; R. Lambruschini, P. T., in Elogi e biografie, ivi 1872, pp. 157-62; G. Mori, P. T. e la letteratura educativa in Italia, ma specialmente in Toscana, nella prima metà del sec. XIX, Caserta 1908; O. Giacobbe, Manuale di letter. infantile, 3 e ed., Roma 1947, pp. 60-66; G. Fanciulli, Scrittori e libri per l'infanzia, Torino 1949, pp. 37-50.

Celestino Testore
THOUVENEL, Edouard. - Statista francese, n. a Verdun l'11 nov. 1818, m. a Parigi il 10 ott. 1866.

Dopo aver percorso una rapida e brillante carriera diplomatica (fu, tra l'altro, ambasciatore a Costantinopoli durante la guerra di Crimea), il 4 genn. 1860 succedette ai Walewski quale ministro degli Esteri di Napoleone III e resse tale portafoglio per ca. due anni. Il T. si trovò quindi a dirigere la politica estera francese all'indomani della Pace di Zurigo (v.), della quale capì immediatamente che non sarebbe stato possibile applicare i deliberati riguardanti la costituzione di una confederazione italiana. Negozio allora con il Cavour il consenso della Francia all'annessione dei Ducati, delle Legazioni e della Toscana al Regno di Sardegna dietro il corrispettivo della cessione di Nizza e della Savoia all'Impero: al che pervenne con il Trattato del 12 marzo 1860. Auspici altresi accordi diretti fra Torino e la S. Sede perché il Piemonte garantisse l'integrità dei relativi confini politici, in quanto era suo desiderio porre fine alla protezione armata imperiale del Patrimonio di S. Pietro, ma i suoi sforzi in tale senso non ebbero seguito per l'opposizione del governo di Roma. Altrettanto inutilmente cercò di promuovere un'azione comune dei gabinetti di Parigi e di Londra
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(BA. R. N. Aqedonj Giotti) Thuburbo Malus - Interno della Basilica cristiana (sec. v).
per impedire a Garibaldi lo sbarco sul continente dopo l'occupazione della Sicilia, e protestò con energia per l'invasione sarda delle Marche e dell'Umbria, interrompendo le relazioni diplomatiche con Torino, nonostante che la spedizione fosse stata direttamente autorizzata dall'Imperatore. Si deve ancora al T. l'elaborazione di un progetto di accordo italo-francese relativo alla questione romana, sulla cui falsariga venne poi stipulata nel 1864 la cosiddetta Convenzione di settembre (v.). Il disegno, che non era stato realizzato nel 1861 per la morte del Cavour, venne ripreso dal T. dopo Aspromonte: ma poiché Napoleone III vi si dimostrò allora contrario, egli rassegnò le dimissioni, imitato da numerosi diplomatici francesi che condividevano le vedute del ministro.

BibL.: L. Thouvenel, Le secret de l'Empereur, Parigi 1892 (contione la biogr. del T. e il suo cartaggio con l'ambasciatore franc. a Roma, de Gramont); id., Pages del' hist. du Second Empire, ivi 1903; J. Maurain, La politique ecclés. du Second Empire, ivi 1930; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni. $3^{2}$ ed., Torino 1952, pp. 236-38, 281-82. Renzo U. Montini

THUBAL (ebr. Tübbal; Settanta 60\$̧\&̇). - Uno dei figli di Iapheth nella tavola etnografica, ove è ricordato tra Iavan e Mosoch (Gen. 10, 2).

I tre nomi sono associati ancora in $E z .27,13$ come fornitori di schiavi ai Fenici; T. e Iavan sono ricordati in Is. 66,19 come tipici popoli lontani, oltreorarini; ma più spesso T. è associato a Mosoch : ambedue fanno parte dell'esercito escatologico di Gog e Magog ( $E z$. 38, 2.3; 39,1); se ne predice la distruzione (ibid. 32,26).

Lo stesso accostamento si osserva nei nomi dei testi assiri Tabal (Tabali, -um, -ā) e Muthu (-i, -aja: cf. A. Jirku, Altor. Komm. zum Alt. Test., Lipsia 1923, p. 38), popoli abitanti originariamente sul corso settentrionale dell'Eufrate, e nei nomi classici Tifaznyol e Mózyoi, localizzati in vari punti tra la Siria e il Mar Nero (Erodoto, III, 94; VIII, 78 ecc.). Ancora Cicerone (Ad familiares, XV, 4) parla di "Tiberani" come selvaggi che abitavano vicino alla Cilicia.

Giovanni Rinaldi
THUBURBO MAIUS. - Antica diocesi e città nell'Africa proconsolare, detta colonia «Iulia Aurelia Commoda Thuburbo Maius», l'attuale Henchir-elKasbat in Tunisia; oggi è sede titolare.

## Page 62

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(fot. Mussi Vaticani)
Thutmose III e IV - Stele commemorativa della regina Hashepsowe: il dio Amon-Ra adorato da T. III e dalla regina Hashepsowe (XVIII dinastia) - Vaticano, Museo Egizio.

I suoi vescovi noti sono Sedato, presente al Concilio di Cartagine del 256; un Faustino al tempo di s. Agostino (Ad Donatum post collationem, 22, 38), un Cipriano nel 411; un Germano nel 646 ; era ancora sede episcopale all'inizio del sec. viII (A. Gelzer, in Byzant. Zeitschrift, 2 [1893], p. 26). L'antico tempio di Baal-Saturno e di Tanit-Cerere fu trasformato in chiesa verso l'inizio del sec. vi nella parte meridionale e nel peristilio; la parte sinistra del portico divenne la nave destra e fu aggiunta una nuova fila di colonne in calcare. Le tre navate furono separate da cancelli appoggiati alle colonne; il pavimento era a musaico geometrico; tre lastre in calcare contenevano epitafi (formola "fidelis in pace"); furono aperte alcune porte e la parte rimasta libera adibita a cimitero. Durante alla chiesa, su quattro basi di colonne disposte in quadrato, fu posta la tomba di una donna che venne deposta in una cassa di legno, con le sue gioie, orecchini in oro, due fibule in oro, collare in oro, ecc. Presso detta chiesa fu trovata poi l'iscrizione musiva presso l'altare di un "Arifridos in pace" oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Anche il tempio di Mercurio sembra sia stato trasformato in chiesa (CIL, VIII, 12372.) Un'altra chiesa fu ottenuta presso il porto dei Petronii.

Bibl.: J. Mesnage, L'Afrique chrét., Parigi 1912, pp. 90-91; A. Merlin, Découvertes à T. M., in Comptes rendus de l'Acad. des Imor., 1912, pp. 346-47; L. Poinssoz, Bijuux dans une tombe chrét., ibid., 1912, p. 358 sgg.; id., Trois inscriptions de T. M., ibid., 1915, p. 325 sgg.; id., Quelques inscriptions à T.M., in Bull. archéol. du Comité, 1917, pp. 124, 129-30; L. Poinssoz e R. Lantier, in Atti del III Congr. internaz. di arch. crist., Roma 1934, p. 407, fig. 17; B. L. Feuille, T. M., Tunisi 1930, Enrico Josi
THUBURBO MINUS. - Antica diocesi nell'Africa proconsolare, oggi Tebourba in Tunisia; ora è sede titolare.

Nel 411 fu vescovo Vittore; ma può darsi che i nomi dei vescovi si confondano con quelli di Thuburbo maius; cosi pure non si può determinare con certezza se appar-
tengano a Thuburbo maius o a T. m. il gruppo delle martiri Massima, Donatilla e Seconda, ricordate nel Calendario di Cartagine al 30 luglio: «III Kal. aug. sanctarum Thuburbinarum et Septimiae»; mentre il Murtiralogio geronimiano alla stessa data indica: "In Africa Lucernariae Maximae Secundae Donatillae». Le tre martiri ricorrono anche nella "Poesio Crispinae" di Tebessa (BHL, 1989). A Tichilla, l'attuale Testour, situata nella stessa vallata del Bagrada come T. m. nella grande moschea, fu trovata l'iscrizione: "Sanctae tres Maximilla et Donatilla, Secunda bona puella Stefanus" (P. Monceaux, Enquête sur l'épigr. chrét. d'Afrique, Parigi 1907, p. 38, n. 245); sempre le stesse martiri sono nominate anche nella "memoria" posta da Faustino vescovo di Tebessa e trovata nel 1906 a Route (ibid., pp. 176-79, n. 337). In onore delle martiri s. Agostino pronunziò un sermone (Sermo habitus in natale martyrum Thuburbitanorum, in Misc. Agostin., I, Roma 1930, pp. 201-209).

Bibl.: P. Franchi de' Cavalieri, Della Poesio ss. Maximae, Donatillae et Secundae, in Note agiogr., 8 (Studi e testi, 65). Città del Vatic. 1935, pp. 75-97. Enrico Josi
THUN-HOHENSTEIN, Leo, conte di. - Uomo politico, n. a Tetschen il 7 apr. 1811, m. a Vienna il 17 dic. 1888.

Studio diritto a Praga ed entrò nella magistratura e poi nella carriera amministrativa. Nel 1847 prestò servizio in Galizia alle dipendenze del conte Rodolfo Stadion; membro della Dieta boema, intervenne con gli scritti a favore del movimento nazionale ceco; nel 1848 per pochi mesi fu presidente del governo in Boemia; dal 28 luglio 1849, ministero del culto e dell'istruzione nel gabinetto Schwarzenberg, si dimostrò avversario del giuseppinismo e fautore di una concorde collaborazione dello Stato con la Chiesa. Dopo trattative e colloqui con i vescovi, tenuti di comune accordo con l'Imperatore e con il ministero, furono infatti emanate le patenti imperiali del 18 e del 23 apr. 1850, che abolirono il placito regio per le comunicazioni dell'episcopato con la S. Sede ed assicurarono ai vescovi il diritto di pronunciarsi a proposito dei candidati designati dal governo per le cattedre di teologia nelle università o per impartire l'insegnamento religioso nelle scuole. Validamente coadiuvato da F. Exner e da H. Bonitz, attese a riordinare la scuola media in Austria. Si adoperò inoltre per l'inizio delle trattative con la S. Sede, per il Concordato concluso del 1855. Lasciato il ministero nell'ott. 1860, l'anno successivo passò a far parte della Camera dei Signori, dove fu uno dei più ascoltati ed attivi membri dell'ala conservatrice. Nel 1868 prese la parola nel corso della discussione sul progetto di legge matrimoniale affermando, il 21 marzo 1868, essere tale legge contraria al Concordato e che, di conseguenza, la proposta governativa, dettata da spirito liberale ed anticlericale, tendeva ad una unilaterale revoca dei Concordato stesso. Proponeva, pertanto, che fosse aggiornato il dibattito sul disegno di legge e su quello dell'istruzione in attesa di provvedere di comune accordo con la S. Sede a modifiche del testo concordatario. Malgrado le perorazioni del T., il governo, ottenuta l'approvazione del Parlamento, rese esecutive le due leggi. Dopo aver appoggiato nel 1871 nella Dieta boema il federalismo del ministero Hohenwart, T. si ritirò dall'attività pubblica in seguito alla vittoria dei liberali. Ritornò tuttavia alla vita politica nel 1883.

Bibl.: S. Frankfurter, Graf Leo T.-H., F. Exner und H. Bonitz, Lipsia 1895; H. Brück, Gesch. der hath. Kirche in Deutschl. im 19. Jahrh., III, Magonza 1896, passim; B. von FrankdHochwart, Carneri und Leo T., in Deutsche Revue, 26 (1901), pp. 306-15; H. Friedjung, Österr. son 1848 bis 1880, 3a ed., vol. II, parte 1*, Stoccarda-Berlino 1912, p. 480 sgg.; E. Winter, Leo T., in Sudetendeutsche Lebensbilder, Reichenberg 1934, pp. 301-304.
Silvio Furiani
THURLES, diOcesi di: v. CASHEl, diOcesi di.
THURSDAY, diOcesi di : v. DARWIN, DIocesi di.
THURSTON, Herbert. - Gesuita, agiografo e liturgista, n. a Londra il 15 nov. 1856, m. ivi il 3 nov. 1939.

## Page 63

Entrato nell'Ordine il 28 sett. 1874, fu addetto dal 1894 al periodico The Month, pur con ampia libertà di attendere ai suoi studi particolari. Trattò, infatti, in modo speciale, argomenti di agiografia e di storia della liturgia, intorno ai quali scrisse molti articoli in The Month, The Tablet, The Dublin Review, Studies, nella Catholic Encyclopedia e nella Encyclopaedia of Religion and Ethic; a parte pubblicò : History of the Eucharistie in Great Britain, The life of st. Hugues of Lincoln; The holy Year of Jubilee, Lent and holy Week; The Stations of the Cross; The Rosary, ecc. Curò la nuova edizione delle Lives of the Saints, di A. Butler, now edited, revised and copiously supplemented ( 12 voll., Londra 1926-38), in cui sono degne di nota le osservazioni critiche alle singole biografie. Si occupò pure con passione e spirito critico degli studi di psicologia, dei fatti mistici, dei fenomeni spiritici; intorno a questi si hanno le opere: Spiritualism (Londra 1935; trad. it., La Chiesa e lo spiritismo, Milano 1937; $2^{a}$ ed. ivi 1945 e The physical Phenomena of Mysticism postumi, Londra 1952). Godette la stima e la fama di acuto critico oggettivo, di studioso serio ed erudito, anche se talora incorse in qualche esagerazione di ipercritica.

Brill.: C. Martindale, Father H. Th., in Studies, 38 (1939), pp. 662-66; J. Murray, Father H. Th., in The Month, 174 (1939). pp. 492-503; G. Chreshan, Father Th., A memory with a bibliography of his, Londra 1952.

Calestino Tiviare

THUTMOSE III e IV. - Faraoni della XVIII dinastia, di cui si fa talora il nome per identificare con uno di essi il faraone dell'oppressione o dell'esodo d'Israele (Ex. I-I2).
T. III (1496-1442 a. C.) fu uno dei faraoni più gloriosi, soprattutto per le sue conquiste, anche in Palestina ed oltre fino all'Eufrate. Liberatosi della pesante tutela della zia Hashepsowe, riprese nel 1475 la marcia degli eserciti egizi in Oriente ed occupò la Palestina fino al Libano. In altre 19 campagne consecutive rassodò il suo potere in tutto l'Oriente. Anche in direzione della Nubia allargò i suoi confini, giungendo fino alla $4^{a}$ cataratta. Sono celebri i suoi annali, scritti sopra una parete del recinto di Karnak, a Tebe.
T. IV (1416-1408), figlio di Amenophis II, figlio del precedente, assicurò con numerose guerre le conquiste di questo, in Palestina compresa, ma morì a soli 25 anni. Ordinò in seguito ad un sogno di liberare la sfinge dall'invasione delle sabbie. La sua identificazione con il
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(da H. E. Menn, Tembe and portraits of the Pepsi of the middle ages, Londra (III, tav. 21)
Tiara - Busto di Papa (Clemente IV o Innocenzo VI) con le t. munita di una sola corona. Scultura romana della fine del sec. xiri - Roma, Museo di Palazzo Venezia.
faraone dell'esodo è ancor meno probabile che per T. III.

Brill.: P. E. Newberry, The life of Rehmara, Londra 1900; Pl. Petric, Egypt and Israel, ivi 1911; G. Jéguier, Hist. de la civilis. égypt., Parigi 1923, p. 233 sgg.; J. H. Breasted, Ancient records of Egypt, II, Chicago 1927, p. 23 sgg.; P. Gilbert, Esquisse d'une histoire de l'Egypte ancienne, Bruxelles 1949, p. 60 sgg.

Aristide Calderini
TIARA. - Dal greco mápa sinonimo del φóiyov (= turbante) copertura del capo, propria del papa, di forma conica ornata con tre corone (= triregnum), sovrastata (dal sec. xvi) da una piccola croce. Non è usata durante le funzioni li-
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(fot. R. Senevini)
Tiara - T. con tre regni, sormontata dalla Croce, che viene posta sulla testa della stanza eresa di S. Pietro nei giorni di grande solennità. L'uso di rivestire la stanza con i paramenti sacri risale al 1736 - Basilica di S. Pietro.
turgiche ed il papa la riceve dalle mani del cardinale primo diacono, come in antico, fuori della Basilica Vaticana, il giorno della sua solenne incoronazione dopo celebrata la Messa solenne, dinanzi al popolo. La portava poi nella solenne cavalcata con la quale si recava a prendere il possesso dell'Arcibasilica Lateranense, dal tempo in cui stabili ordinaria dimora nel Palazzo Vaticano. Oggi il papa la porta nel ritorno dalla celebrazione o dall' assistenza alla Messa pontificale.

Ha un'origine comune con la mitra, con somiglianza al copricapo frigio, usato alla corte persiana, fatta poi insegna dell'Imperatore bizantino. Pare venisse usata dai papi almeno dal sec. viri-ix come segno del loro potere terreno forse dal tempo del papa sino Costantino (708-15; cf. Constitutum Constantinum, ed. K. Zeumer [1888], cap. 16). Aveva la forma di un cono alto e acuminato, fatto di stoffa bianca; attorno all'orlo inferiore girava una fascia dorata (cf. le monete di Sergio III [904-11] e di Benedetto VII [974-83] rappresentanti s. Pietro con copricapo conico acuminato). Questo copricapo va distinto dal camelaucum che si trasformò poi in mitra liturgica. Non prima del sec. x la fascia dorata del copricapo frigio divenne una corona, dopo il 1256 dentellata, detta regnum. All'inizio del sec. xiv sotto Bonifacio VIII (12941303) si muta alquanto la forma e si aggiunge una seconda corona (cf. il tentativo di Ildebrando arcidiacono nel 1059 di aggiungere la seconda corona); la terza corona si aggiunse sotto Benedetto XI (1303-1304) o Clemente V (1305-14); e di qui il nome triregnum. Innocenzo III indica la mitra "pro sacerdotio»; la t. "pro regno». La doppia corona ha lo stesso significato dell'autorità pontificale ed imperiale in analogia della doppia corona dell'imperatore che portava sopra la mitra clericale il "diadema imperii». E. Eichmann spiega le tre corone della t. in analogia alle tre corone dell'Imperatore : tedesca di Aquisgrana, lombarda di Milano-Monza, romana di Roma. La forma dell'incoronazione papale del Pontificale romano del 1596 invece dichiara il Papa 1) padre dei principi e re, 2) rettore dell'orbe, 3) vicario di Cristo. - Vedi tav. V.

Brill.: J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occident und Orient, Friburgo 1907, pp. 498-508; G. Ladner, Die Statue Bonifaz VIII. in der Lateranbasilika u. die Entstehung der dreifach grhrösten Tiara, in Röm. Quartalschr., 42 (1934), p. 35 sgg.; P. E. Schramm, Zur Gestalt der päpstl. Tiara, in Hist. Zeitschr., 152 (1935), pp. 307-12; M. Righetti, Manuale di st. liturg., I, Milano 1950, p. 536; F. Hermanin, Tre ritratti

## Page 64

![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(Int. Crecil)
Tiarini. Alessandro - La Madonna consegna lo scapolare a s. Simone Stock - Bologna. Pinacoteca.
di Pontefici, in Rendiconti Pont. accad. rom. di arch., 18 (1942), pp. 149-74; E. Eichmann, Weihe und Kröuung des Papstes im Mittelalter, Monaco 1951, pp. 28-32, 37-40, 56-57. Pietro Siffrin

TIARINI, Alessandro. - Pittore, n. a. Bologna il 23 marzo 1577, m. ivi l'8 febbr. 1668. S'iniziò all'arte con Prospero Fontana e, quindi, con Bartolomeo Cesi.

Rimasto qualche tempo sotto l'influsso della scuola toscana, il T. si orientò, poi, decisamente verso l'eclettismo carraccesco, specie di Ludovico, esplicando una doviziosa vena narrativa, non insensibile al colore dei cinquecentisti veneti, e mercé il forte chiaroscuro accentuò gli effetti patetici dei soggetti sacri, nei quali emerse. La sua produzione fu, si può dire, senza respiro e si svolse principalmente a Bologna, ma anche a Reggio Emilia ( 1618 -26 e dopo il 1650 ), in Romagna, in Lucchesia e a Cremona. Benché dotato di straordinaria facilità nell'inventare e nell'eseguire, il T. non ha lasciato opere notevoli nel campo dell'affresco. Come pittore ad olio, invece, egli alterna intuizioni felicissime a stasi e a convenzionalismi, per cui occorre considerare le sue innegabili virtù in certe opere singole, che figurano fra le più nobili del Seicento italiano. Il gruppo più cospicuo sta nella Pinacoteca di Bologna: una drammatica, bene architettata Pietà, l'Estasi di s. Caterina da Siena, dagl'indovinati ritmi verticali e particolari realistici, il lunettone della Vergine col Bambino, venerata dai s. Carlo Borromeo e Matteo e dal b. Raniero, ed un solido ritratto di gentildonna. Pure a Bologna, meritano ricordo la barocca Presentazione della Vergine, nel coro di S. Maria dei Servi, e soprattutto la luminosa tela, insolitamente viva di colore, del S. Martino che risuosta il figlio della vedena nel Museo di S. Stefano. Altre opere memorabili si trovano nel Museo civico di Reggio Emilia : quali il Miracolo di s. Giovanni e l'aristocratico ritratto della contessa Camilla Ruggeri Brami. Attesta, inoltre, la perspicua capacità nel T. di aderire allo spirito pre-romantico del Tasso l'ampia scena idilliaca di Rinaldo e Armida, nella Galleria Borghese a Roma.

Boll. - C. Malvasia, Felsina pittrice, Bologna 1841, pp. 119124; G. Cantalamessa, A. T., in Rasi, nazian., 13 (1891), pp.

651-74; F. Malaguzzi Valeri, A.T., in Cronache d'arte, Bologna, 1 (1924), pp. 133-54; U. Ojetti, L. Dami, N. Tarchiani, La pitt. ital. del 600 e del 700 alla mostra di Palazzo Pitti, Milano-Roma 1924; L. Magnani, Dipinti e disegni ined. eseguiti dal T. per Bo. logna e Parma, in Aures Parma, 20 (1936), pp. 54-58; H. Bodmer, s. v. in Thieme-Becker, XXXIII (1939), pp. 126-28; A. Sorrentino, Ritratti ined. del T. e del Parabasso, in Le arti, 1 (1939), pp. 298-601; U. Nebbia, La pitt. ital. del Seicento, Novara 1946, p. xix e tav. 34 . Alberto Neppi

TIATIRA. - Città della Lidia, fondata o meglio abbellita ed ingrandita da Seleuco I (v.), che vi stabili coloni macedoni, ove ora sorge Akhisar.

La località ospitava un presidio militare, data la sua posizione strategica rispetto alla Misia ed alla Lidia, ma la sua fama era connessa alla sua industria, in modo particolare a quella tessile, diffusa in tutta la regione fin dal tempo di Omero (cf. Iliade, IV, 141 sg.). Da tale città proveniva la mercantessa di porpora Lidia (v.), che ospitò l'apostolo Paolo a Filippi dopo avere accolto con entusiasmo la religione cristiana (Act. 16, 14).

Sullo stato del cristianesimo in T., che fu evangelizzata forse dai cooperatori dell'Apostolo durante la sua dimora efesina (ibid. 19, 8-10), si hanno informazioni dall'Apocalisse (2, 18-29), che, pur rilevando lo slancio e la bontà dei primi convertiti, accenna con espressione metaforica alla diffusione di una dottrina perversa, accompagnata da grave rilassamento morale. Con ogni probabilità si tratta della dottrina dei nicolaiti (v.), nominata nella lettera diretta alla vicina Pergamo (ibid. 2,15). Angelo Penna

TIBALDI, Pellegrino. - Dotto anche Pellegrino de' Pellegrini, pittore e architetto, n. a Puria (Valsolda) nel 1527, m. a Milano il 27 maggio 1596.

Si avvio alla pittura a Bologna, nell'ambito del raffaellismo dominante, come provano lo Sposolizio di s. Caterina e la Vergine e santi (entrambi alla Pinacoteca di Bologna); la sua presenza è documentata a Roma dal 1549 al 1553. Del 1549 è l'Adorazione dei pastori (Roma, Galleria Borghese) ispirata a Michelangelo e a Daniele da Volterra, con il quale il T. collaborò nella cappella Rovere alla Trinità dei Monti; ma presto, decorando (1550-53 ca.) la vòtta della cappella di S. Dionigi a S. Luigi dei Francesi e la sala paolina in Castel S. Angelo (Storie di Alessandro, l'Arcangelo Michele, Traiano), si volse, sotto la suggestione dell'immaginosa pittura di Fr. Salviati, ad espressioni irruente, bizzorre, prettamente congeniali alla sua fantasia spregiudicata e focosa. Tale tendenza si rafforza, dopo il suo ritorno a Bologna, nella decorazione della cappella Poggi in S. Giacomo Maggiore ( 1555 ca., Storie del Bastista) e soprattutto negli affreschi di Palazzo Poggi (1554-55, Storie di Ulisse e di s. Paolo) condotti con spirito mordace, colori vivacissimi e figure muscolose in pose involute, esagerate, caricaturali. Durante un soggiorno nelle Marche ( 1558 ca. e sgg.), lavorò ad Ancona eseguendo a Palazzo Ferretti il fregio con le nerborute Divinità dell'Olimpa, gli affreschi della Loggia dei Mercanti (1558-61), ora malconci, e il fiacco e coloristicamente scialbo Battesimo di Cristo ( 1560 ca., Ancona, Pinacoteca; già in S. Agostino) la cui predella, ora smembrata, era formata dalla Visitazione (Urbino, Galleria), dalla Nascita del Battista (collezione privata emiliana) e dalla Decollazione (a Brera), dove l'estrosa fantasia del T. si associa ad espressioni di raffinata eleganza e a delicate osservazioni della realtà. Interrotta la pittura per l'architettura, il T. vi ritornò ad intervalli; prima, durante un nuovo soggiorno bolognese, con opere (la Lucrezia, 1569, Bologna, Pinacoteca; il Silenzio, affresco, ivi, Museo civico), che indicano un suo temporaneo adeguarsi al manierismo della seconda metà del secolo; ed in seguito, durante la sua dimora a Madrid (dove nel 1588, fu chiamato da Filippo II), con la decorazione dell'Escuriale (Storia di Cristo, nel chiostro degli Evangelisti e Allegorie nella Bibliotece), nella quale sembra risorgere l'esuberanza dei giovanili affreschi bolognesi.

All'architettura il T. attese nel soggiorno lombardo dal 1584 al 1588 incoraggiato dall'illuminato mecenarismo di s. Carlo Borromeo che nel 1567 lo volle architetto

## Page 65

della Fabbrica del Duomo. Un robusto movimento di membrature caratterizza le sue opere principali che sono a Pavia: il Collegio Borromeo, disposto intorno ad un cortile a loggisto su colonne binate, cui il Richini s'ispirerà per quello di Brera; e a Milano: la Canonica del Duomo ( 1565 sgg .) con il cortile a bugnato rustico; il battistero, la cripta, il coro pittoresco nella Cattedrale, nonché vari sitiati e il progetto per la facciata, eseguito solo in parte, che gli attirarono una accesa polemica con Martino Bassi; la chiesa di S. Fedele (iniziata nel 1569 e compiuta da M. Bassi e Fr. M. Richini) notevole per lo sviluppo in altezza accentuato dalla cupola. Dopo il secondo soggiorno bolognese attese tra l'altro ai progetti per il massiccio tempio circolare di S. Sebastiano, votato dopo la peste del 1569 , di chiara ispirazione classica, per i santuari di Saronno, di Rho e di Caravaggio e per il sacello di S. Carlo al Lazzaretto, terminato nel 1591. - Vedi tav. VI.

Bibl.: H. Bodmer, in Thieme-Becker, XXXIII (1939), p. 129 sgg. con bibl. prec.; C. Baroni, Docum. per la stor. dell'architet. a Milano nel Rinasc. e nel Burocco, I, Firenze 1940, p. 113 sgg.; id., L'architet. lombarda dal Bramante al Richini, Milano 1941, p. 127 sgg.; G. Briganti, Il manierismo e P. T., Roma 1945; F. Bologna - R. Causa, Fontainebleau e la maniera ital., Firenze 1952, p. 40 sgg.

Amalia Mezzetti
TIBERIADE. - Città della Palestina, quasi al centro della sponda occidentale del lago omonimo, fondata presso l'antica Reccath (Ios. 19, 36) fra gli anni 18 e 22 da Erode Antipa (v.), tetrarca della Galilea, che la chiamò T. in onore dell'imperatore Tiberio.

In un primo tempo i giudei più osservanti decisero di non abitarvi, perché T. era ritenuta luogo impun essendo stata costruita in parte sulla necropoli della vicina città; Erode vi chiamò quindi i nullatenenti e i pregiudicati, che ne costituirono il primo nucleo urbano. Elevata a capitale della Galilea e trasferitivi da Seffora gli uffici governativi e le banche, i giudei, tolto dai rabbini l'interdetto, vi accorsero numerosi, formando la maggioranza della città, che divenne la più popolata della Galilea.

La costituzione della città era ellenista, con il senato di 600 membri, presieduto da un arconte; con uno strategos per gli affari interni e un agoranomos per il controllo dei mercati. Il Palazzo reale era decorato con figure d'animali, motivo di scandalo per i giudei, che nel 66 lo rasero al suolo; vi erano lo stadio, il foro, il tempio per i pagani e numerose sinagoghe per i giudei. Favorita da Claudio, la città iscrisse sulle sue monete il titolo Tiberias Classilopolis Syriae Palestinae. Nel 55 d. C. fu assegnata da Nerone ad Agrippa II, amico dei Romani, e nel 66, all'appressarsi delle legioni, sebbene difesa e fortificata da Flavio Giuseppe, si avrese a Vespasiano. Dopo la caduta di Gerusalemme, divenne il centro religioso della nazione: vi risiedé il Sinedrio; vi sorse una celebre scuola rabbinica, che attorno alla Miśnāh compilò nel sec. Iv il Talmud "di Gerusalemme" e nel sec. vi elaborò la masora (v.), cui aggiunse una puntuazione vocalica detta di T.

Costantino autorizzò il giudeo convertito conte Giuseppe di T. ad aprirvi una chiesa e la comunità cristiana ebbe nel sec. v il proprio vescovo, suffraganeo di quello
di Scitopoli. Giustiniano eresse altre chiese, fra le quali quella dedicata a s. Pietro, che durò anche dopo l'occupazione musulmana del 637 , quando T. divenne capitale della "provincia del Giordano ". Conquistata dai Crociati nel ro99, fu capitale del Principato della Galilea, affidato a Tancredi, il quale la recinse di mura, vi elevò chiese e monasteri e vi fondò un vescovato latino. Presa nel 1187 da Saladino, ritornata nel 1240 per breve tempo ai cristiani, si ridusse con il dominio arabo e turco ad un misero villaggio di pescatori. Nel sec. xviII lo sceicco 'Omar
ez-Zāhir, conosciuto con il nome di Dāhir, favorì lo sviluppo edilizio, rinnovò la cinta delle mura e vi eresse una cittadella, visibile anche oggi, sebbene sconquassata dal terremoto del 1837. La città non presenta elementi d'interesse archeologico; nelle costruzioni recenti è stato utilizzato materiale medievale ed arabo. Colonne, capitelli, resti di mura di una sinagoga con pavimento musivo, indicano la prosperità della città romana.

L'immigrazione giudaica, la fondazione di fiorenti colonie nelle vicinanze e, dopo l'alluvione del 1934, la ricostruzione su un nuovo piano con la creazione di ville e nuovi quartieri, hanno reso T. un centro importante nello Stato d'Israele, come stazione balneare.

Bibl.: F.-M. Abel, Géogr. de la Palest., II, Parigi 1938, p. 482; G. Governanti, La chiesa di S. Pietro a T., Gerusalemme 1946; M. Avi Yonah, The foundation of Tiberias, in Israel exploration journ., I (1950-51), pp. 160-69.

Il lago di T. - Lago palestinese, formato dal fiume Giordano che ne è il tributario e l'emissario, lungo ca. 21 km ., largo al massimo II, profondo sino a 45 m . La superficie è di 144 kmq ., a 212 m . sotto il livello del Mediterraneo.

Ebbe vari nomi : "mare di Cenereth" (Num. 34,11; Deut. 3,17; Ios. 11,2), dalla città oggi seppellita su Tell el-'Orejmeh, a 25 km . a nord di T.; stagno di Genesareth (v.) o Genesar (I Mach. 11,67; Le. 5,1), probabilmente dal villaggio costituitosi ai piedi di Cenereth, o dalla pianura adiacente (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., III, 10,8); "mare di Galilea" (Mt. 4,18; 15,29; Mc. 1,16: 7,31) dal nome del distretto politico. Al tempo romano, dopo che T. ebbe il predominio su tutte le altre città della riva, prevalse il nome di lago di T. (Io. 6,1), che si è mantenuto fino ai nostri giorni nel nome arabo di Bahr Tabarijjah. Nelle carte dello Stato d'Israele viene segnato con l'antico nome biblico jâm-Kienèreth. Incassato fra pareti ripide, con pendici costituite per lo più da materiali vulcanici, di solito nude, o coperte di magro pascolo, soltanto queste al nord si allargano in due ampie pianure: quella di el-Batibah a nord-est, verso lo sbocco del Giordano, ove nel sec. I esisteva la città di Bethsaida (v.) Giulia, delta lacustre formato dal Giordano e da altri corsi provenienti dal Gölän; e quella a nord-ovest o piana di Genesar, fra el-Meğdel e 'Ajn etTābigah, decantata da Fl. Giuseppe (Bell. Jud., III, 10,8) per la sua feracita. Il lago ha acque chiare quasi perfettamente dolci e perciò potabili, subisce variazioni di livello notevoli, essendo in magra durante l'autunno e alla massima altezza in primavera. La ricca fauna, ca. 22 specie di pesci, costituisce un'inesauribile fonte di

## Page 66

![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(per cortesia di mano, A. P. Frutas)
Tiberiade - Santuario delle Beatitudini sul lago di T., architetto A. Barluzzi.
sussistenza per gli abitanti. Per quanto le aree coltivate guadagnino terreno e fiorenti colonie ebraiche si siano impiantate sulle rive, il lago appare ancora desolato.

Diversa era la regione al tempo di Gesù, che scelse proprio le rive del lago come centro del suo apostolato, con residenza a Cafarnao (v.). Ivi raccolse le turbe e parlò loro, assiso su barche peschereccie (Mt. 13, 1-3); fra i pescatori del lago scelse i suoi Apostoli (ibid. 4, 18-22); sulla barca di Pietro lo traversò più volte da una sponda all'altra, calmando una furiosa tempesta (ibid. 8, 23-27). Ivi avvennero la pesca miracolosa ( $L c .5,1-11$ ), la moneta trovata da Pietro per pagare il tributo (Mt. 17,20), le apparizioni di Gesù sopra le acque (ibid. 14, 31), infine, dopo la Risurrezione, la conferma del primato a s. Pietro (Io. 21). Le cittadine e le colline circostanti ricordano il suo apostolato, la predicazione delle beatitudini e delle parabole. Delle città ricordate dalla storia, situate sulla riva sopra le colline circostanti, cadute in rovina, sono state identificate con scavi archeologici: Tarichea o Magdala ( $=$ villaggio di el-Meğdel); Cafarnao ( $=$ Tell Hūm); Corozain ( $=$ Hirbet Kerāzeh); Filateria, a sud di T. (Hirbet Bejt Jerah), dove è in corso il più importante scavo archeologico. Sulla riva orientale sono Bethsaida Giulia, identificata in et-Tell, e Gergesa, in el-Kursl; gli scavi degli ultimi tempi hanno messo in luce, nella baia di et-Tābigah, una chiesa del sec. Iv a ricordo della moltiplicazione dei pani, una cappella del sec. Iv sul colle detto delle Beatitudini, e sulla riva del lago un'altra cappella dedicata al primato di s. Pietro.

Bibl.: per la storia dei santuari lungo le rive del lago: D. Baldi, Ench. Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935. Donato Baldi

TIBERIO, Claudio Nerone (Tiberius Claudius Nero; dopo l'adozione ad Augusto, Tiberius Iulius Caesar), Imperatore romano. - N. il 16 nov. 42 a. C., m. nella villa di Miseno il 16 marzo 37 d. C. Nel Nuovo Testamento è nominato espressamente solo in Lc. 3, 1; si accenna a lui in Mt. 22, 17, 21 e paralleli (quando Gesù è interrogato sulla liceità del tributo a Cesare), Lc. 23, 2 e Io. 19, 12.15 (al processo di Gesù davanti a Pilato). Durante il suo impero (14-37 d. C.) si svolse tutta l'attività pubblica del Battista e di Gesù, accadde il martirio di s. Stefano e probabilmente anche la conversione di s. Paolo.

Sono in parte contemporanei (Lc. 3, i sg.) Ponzio Pilato (v.) come procuratore della Giudea (26-36 d. C.), Erode tetrarca della Galilea (4 a. C.-39 d. C.), Filippo tetrarca delle regioni nord-orientali della Palestina (4 a. C. 34 d. C.), Caila sommo sacerdote dei Giudei (18-26 d. C.) e Lisania tetrarca dell'Abilene (fra il 14 e il 29 d. C.). La
determinazione dell' "anno $15^{\circ}$ dell'impero di T. (Lc. 3, 1) sarebbe molto utile per precisare in quale anno della nostra èra si iniziò la predicazione del Battista e quella di Gesù (che incominciò tre, al massimo nove mesi più tardi), come anche l'età del Signore in quel tempo (indicata troppo vagamente in Lc. 3, 23). Purtroppo rimane incerto sia l'inizio del computo (dalla morte di Augusto: 19 ag. 14, oppure dalla correggenza di T. con Augusto nel governo delle province, iniziata nel 12), sia il modo stesso di computare (contando o no come un anno intero i mesi intercorrenti fino all'inizio dell'anno seguente, che per i Romani era il $1^{\circ}$ genn. e per i Giudei era il $1^{\circ}$ tilri o nivän). Le conclusioni quindi oscillano fra gli 2. 26-29, con preferenze per il 26-27 e il 28-29. Così i "ca. 30 anni" di Gesù (Lc. 3, 23) possono essere da 31 a 34.

Si riconosce a T. una grande cura per la buona amministrazione delle province; soleva dire che "dovere del buon pastore è di tosare il gregge, non di scorticarlo s; lasciava in carica i legati anche più di tre anni, persuaso che se si scacciano le mosche che succhiano il sangue di un ferito, ne verranno altre più assetate che lo dissangueranno (Fl. Giuseppe, Antig. Jud., XVIII, 6, 5). Il miglior legato che T. dette alla Siria fu L. Vitellio (35-39), il quale ebbe molta parte negli affari della Giudea (v. legato, II, di Siria, 14). Invece nella nomina di Pilato a procuratore della Giudea influì forse Seiano, ostile ai Giudei. Eppure diverse volte T. dette soddisfazione a loro contro Pilato, come quando fece portare a Cesarea gli scudi d'oro da lui collocati nel Palazzo di Erode a Gerusalemme. Sembra poi che T. facesse sorvegliare segretamente Pilato da Erode Antipa; certo è che Pilato si decise a pronunciare la condanna a morte contro Gesù per timore di essere deferito come favoreggiatore di un accusato del delitto di less maestà (Lc. 23, 2; Io. 19, 12 sg.).
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

Tiberio, Claudio Nerone, imperatore - Statua di T. in sem-
bianze di Giove - Museo Vaticano.

## Page 67

E assai probabile che il denaro del tributo mostrato a Gesù ( $M$ r. 22, 19 sgg. e paralleli) fosse quello di T.; in tal caso era d'argento e recava sul davanti l'immagine dell'Imperatore incoronato attorniata dall'iscrizione: Tiberius Caesar Divi Aug(usti) P(ilius) Augustus, e sul retro l'effigie di Giulia Livia con scettro e fiore, e attorno la scritta Pontif. Maxim. Livia ebbe il titolo di "augusta" a partire dal 14 d. C. fino al 29 (quando mori) : di questo tempo è dunque l'iscrizione di un certo Ninfeo, liberto del tetrarca dell'Abilene (v.) Lisania, in onore degli augustis (Tiberio e Livia). Riferisce Paolo Orosio (Histor. adv. paganos, VII, 4: PL 31, 1066-69; cf. Tertulliano, Apol., V: PL i, 290-92) che T., informato da Pilato della morte e risurrezione di Gesù e dei suoi miracoli, voleva dichiararlo Dio: ma il Senato vi si oppose. Tale notizia può basarsi sugli apocrifi di Pilato, in cui si legge anche che T. ricevette il Battesimo dopo essere stato guarito adorando il sudario della Veronica (v. pilato, Apocrifi di, n. 3).
Bull.: G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., I, Torino 1913, p. 228 e passim: D. Buzy, St Jean-Baptiste, Parigi 1922, p. 123 sgg.; id., The life of st. John the Baptist, rifacimento di J. Berton, Londra 1933, p. 69 sg.; U. Holzmeister, Chronol. situe Christi, Roma 1933, pp. 55-85 (con ampia bibl.); E. Cioceri, T. successore d'Augusta, $2^{\circ}$ ed., in: 1944: G. Ricciotti, Vita di G. Cristo, 13* ed., Roma 1950, p. 185 sgg.

Luigi Vagaggini
TIBET. - Grande ed elevato ( 5000 m . in media) altopiano, compreso fra Himalaia e Kuen lun. del tutto desertico ad O., con qualche pascolo a SE. ed po' meno inospitale a E., ma dovunque di difficile accesso e finora assai imperfettamente conosciuto.
I. Geografia. - La sua sezione orientale costituisce le due province cinesi del Tsinghai o Chinhai e del Sikang; il resto è in condizioni di dipendenza sole formale dal governo cinese. Paese di allevatori e localmente di agricoltori, il T. ha un'economia primitiva, con scambi ristrettissimi, con una popolazione di appena 1 milione di anime su una superficie di 1,2 milioni di kmq . Condizioni di suolo (montagne, laghi, deserti) e di clima (estrema continentalità, scarsezza di piogge, burrasche violente) vi rendono la vita difficile e precaria. Quantunque governato da una oligarchia che fa capo al Dalai Lama, il T. è stato teocratico, essendo l'autorità tutta nelle mani dei sacerdoti buddhisti, sparsi nei numerosi monasteri. Il centro abitato più cospicuo è la capitale Lhasa (ca. 20 mila ab.), che sorge a 3536 m . sul livello del mare.

Boll.: G. Dainelli, Il mio viaggio nel T. orientale, Milano 1932; P. Ackerman, Land and Peoples, Nuova York 1950.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - Il T. (in tibetano: Bod, pron. P'6) era abitato per lo meno sin dal sec. in da gruppi seminomadi parlanti il tibetano o lingue affini. Vi mancava un organismo statale centralizzato e il paese era diviso in una serie di piccoli Stati dominati da un'aristocrazia di origine in gran parte centro-asiatica. Alla fine del sec. vi i principi di Yao-kluǹs (Yarlung) unificarono il paese, dandogli una struttura monar-chico-feudale.

Il re Sron-btsan-sgam-po (ca. 620-49) entrò in rapporti politici con la Cina e con il Nepal, e di conseguenza durante il suo regno cominciarono a penetrare nel paese le influenze religiose e culturali della Cina e dell'India. Sotto i suoi successori il T. divenne una grande potenza asiatica, in lotta da pari a pari con la Cina da una parte e con il califfato dall'altra. L'Asia centrale, già occupata dal 670 al 692, fu definitivamente conquistata, assieme a vaste porzioni della Cina occidentale, da K'ri-sron-idebtsan ( $755-97$ ); il suo regno vide anche la vittoria definitiva dell'influenza religioso-culturale dell'India su quella della Cina, e l'adozione del buddhismo mahāyānico indiano come religione di Stato al posto dell'antica religione Bon-po. Nei decenni seguenti il buddhismo segnò sempre maggiori progressi, provocando la reazione del partito Bon-po (uccisione del re Ral-pa-can nell'838). Saliva quindi al trono Glañ-dar-ma, feroce persecutore
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)
(da F. Maraini, Segrata Tibet, Bari 2611, tasc. 7)
Tibet - Il Ciomolari ( 7400 m .) da Tuna.
della nuova religione, assassinato da un monaco buddhista nell'842.