volume-12

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(da V. Lerognate, Les Heres d'Heures mes, de la thimestargue nationale, Mâcen 1937, tav. 21)
Veronica - S. V., vestita a lutto, sorregge il Volto Santo. Miniatura del Libro d'Ore, eseguito per Luigi di Lavai (ca. 1480) Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 920, f. $296^{\circ}$.

VERONICA. - Appellativo dato, per metonimia, all'icona con il "Volto Santo" di Cristo, conservata tra le reliquie maggiori della basilica di S. Pietro in Vaticano. V. (da Bepvîxn, Bepovîxn, Beronica, e non da vera eicon) è il nome dato dagli Apocrifi di Pilato all'emorroissa guarita da Gesù (Mt. 9, 20-22; Mc. 5, 25-34; Lc. 8, 43-48) proprietaria del "Volto Santo", e il soprannome di Marta, identificata con la predetta emorroissa sull'esempio dello pseudo Ambrogio (PL 17, 721) e di altri, come si legge negli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury: "propter diutinam passionem fluxus carnalis in poplitis vena incurvata, unde Veronica dicta est" (III, 25: Dobschütz, op. cit. in bibl., p. $292^{*}$ ).
I. V. "Volto Santo". - I primi accenni alla presenza in S. Pietro della V. si hanno tra lo scorcio del sec. x e i primi dell'xi. Sin d'allora la V. era conservata in una edicola con altare, posto davanti all'oratorio della Vergine fatto costruire da Giovanni VII (705-707) all'inizio dell'ultima navatella destra della Basilica Vaticana. Questo oratorio, distrutto nel 1606 assieme al ciborio per la V. eretto da Celestino III nel 1197, è chiamato dal monaco Benedetto di S. Andrea (v.) "a Veronice" (Chronicon, ed. G. Zucchetti, Roma 1920, p. 41) e l'abate Giovanni in un documento del 18 febbr. 1018 aggiunge alla sua sottoscrizione la qualifica di mansionario "S. Marie in Beronica" (cf. L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'Arch. cap. di S. Pietro in Vat., in Archiv. della R. Soc. Rom. di St. Patria, 24 [1901], pp. 450-53).

Stilisticamente, per quanto si pud giudicare dalle copie medievali e moderne tuttora reperibili, tra loro assai discordanti (non si è ancora potuto studiare l'originale in modo diretto), la V. si riallaccia alle icone riproducenti il volto di Cristo il cui prototipo va ricercato nel celebre

[^0]
[^0]:    $\mu \alpha \nu \delta \hat{v} \lambda \omega v$ di Edessa, trasportato nel 944 a Costantinopoli (v. Acheropita). La V. tuttavia, in confronto, ad es., della S.te Face di Laon (v.) e del S. Volto di Genova, trasportato nel sec. xiv da Costantinopoli e tuttora conservato in S . Bartolomeo degli Armeni, ha un aspetto più realistico e patetico (si v. anche i Volti Santi riprodotti ai voli. II, tav. 32; IV, 971, Cristo con V. nel penultimo toado a sinistra [inizio sec. xiv]; VI, 1539; X, tav. 92; XI, tav. 42, XII, tav. 53 ).

    La tradizione popolare attribuisce naturalmente una altra origine alla V. e trovò il modo di spiegarne la sua presenza in Roma. Il velo della V. con il volto di Cristo è ricordato nell'antichità del gruppo degli Apocrifi di Pilato (v.; secc. II, 16-viII). Innanzi tutto gli Acta Pilati chiamano Bernice o Beronice (testo greco) o V. (testo latino, copto e siriaco) l'emorroissa guarita da Gesù (cap. VII : ed. C. v. Tischendorf, Evangelia apocrypha, $2^{\circ}$ ed., Lipsia 1876, pp. 239, 356; P. Vannutelli, Actorum Pilati textos synoptici, Roma 1938, pp. 74-75; Hypomnemata Domini nostri seu Acta Pilati, vers. siriaca, ed. J. E. R. hmbol, Surfah [Monte d. Libano] 1908, p. 18). Ora la Vindicia Salvatoris pone la pia V. in possesso del ritratto di Cristo che Velosiano fa sequestrare con violenza per portarlo a Tiberio, il quale guarisce dalla lebbra appena lo vede e l'allora. La V. abbandona ogni cosa in Palestina e segue il suo cimelio a Roma (Tischendorf, op. cit., pp. 478-85; cf. anche la Cura sanitatis Tiberii, in St. Baluzius, Miscellanea a cura di J. D. Mansi, IV, Lucca 1764, p. 56). La More Pilati precisa il modo con cui la V. venne in possesso del ritratto di Cristo: la pia donna desiderava far ritrarre le sembianze di Cristo; questi, saputa la cosa, le chiede il velo su cui l'artista avrebbe dovuto operare e vi lascia impresse le sue sembianze. Volusiano, meno crudele del Velosiano della Findicta, la fa venire a Roma e quivi la presenta a Tiberio che guarisce appena vede il Sacro Volto (Tischendorf, op. cit., pp. $45^{6-57)}$.

    Altre versioni sul modo con cui Cristo avrebbe impresso il suo volto sul velo della V. si hanno nel tardo medioevo. Verso la metà del sec. xir, Pietro di Mallio (v.)
    (da ed. anastatica a cura di Ch. Hälsen, Berlino 1925)
    Veronica - Ostensione della V. a Volto Santo in S. Pietro. Incisione inserita nei Merabilia Romae, Roma, per i tipi di Stefano Pianck, 20 nov. 1489.

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attesta, sulla fede dei maggiori, che il Salvatore avrebbe impresso il suo volto sul sudario conservato in S. Pietro "quando sudor eius factus est sicut guttae sanguinis decurrentis in terram ", cioè durante l'agonia al Giardino degli Ulivi (Descriptio Bas. Vaticanae, ed. R. ValentiniG. Zucchetti, Cod. top. della città di Roma, III, Roma 1946, p. 420 ; cf. anche Pietro Discono di Montecassino, cit. in Dobschütz, p. 283*). Dal sec. xiv in poi, per influsso di Ruggero d'Argenteuil (ca. 1300, Bible en frangois o Storia sccra: Dobschüta, p. 304*), e soprattutto delle grandi Fascioni francesi del sec. xv (Mercadé, Gréban, Jean Michel) e del pio esercizio francescano della Via Crucis ([v.] VI Stazione; cf. D. Baldi, Enchiridion locorum sanctorum, Gerusalemme 1935, pp. 762, 764-65, 769, 779, 780-81), cominciò a divulgarsi l'opinione che l'impressione del Sacro Volto della V. fosse avvenuta durante la salita al Calvario, quando una donna con gesto coraggioso e pietoso avrebbe asciugato il volto del Salvatore madido di sangue e di sudore, gesto che in arte non viene difatti raffigurato prima del sec. xiv (cf. E. Mâle, L'art religieux de la fin du m. d. en France, $4^{a}$ ed., Parigi 1931, p. 64). Infine, la $3^{a}$ lezione del II Notturno della festa di s. V. nel Breviario Ambrosiano del 1513 spiega come la Chiesa Romana sia venuta in possesso del prezioso cimelio : la V. l'avrebbe lasciato per testamento al papa s. Clemente I. Inoltre il Grimaldi (cit. in bibl., p. 6) precisa che la V. sarebbe stata portata a Roma l'anno 34 (p. x).

Inutile dire che questi racconti nulla contengono di storico. Comunque dal sec. xir in poi, da tutti credevasi che la basilica di S. Pietro fosse in possesso della "pictura Domini vera ", come la definisce Gervasio di Tilbury nel 1210 nei suoi Otia imperialia (III, 25, cit. in Dobschütz, p. 292*). Sin da quel tempo infatti la V. fu oggetto di grande venerazione. Benedetto Canonico (Ordo, ed. R. Va-ientini-G. Zucchetti, op. cit., p. 210) e Pietro di Mallio (Descriptio, ed. cit., pp. 411, 425) trattano delle incensazioni e dei luminari dell'altare del "Sudarium Christi" ossia della V. Celestino III fa crigere un sontuoso ciborio per la V. e mostra il Sacro Volto al re Filippo Augusto nel 1191 (cf. Ex gestis Henrici II et Richardi I, in MGH, Script., XXVII [1885], p. 131); Innocenzo III, il 3 genn.
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(da P. Perutricet, in Seminarium Koudak., V, Prago 1288, tux. I, 1) Vespotica - Distintivo con la V. o Volto Santo, applicato sul capricapo di un pellegrino. Testa in pietra dell'inizio del sec. xv, conservata nel Museo di Evreux.
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(da Guide des monuments visités par les membres du XIIIe Congrès International d'histoire de l'Art, Stoccolma 1951, fig. 21) Veronica - La V. o Volto Santo riprodotto in una volta della chiesa di Härnevi (Svenia), pittura a tempera, attribuita ad - Albertus Pictor * (1480 ca).
1208, stabilisce che l'« effigies Christi» venga trasportata con solennità, la $1^{a}$ dom. dopo l'Ottava dell'Epifania, nell'Ospedale di S. Spirito (Potthast, 3260), uso durato sino al pontificato di Clemente V (1303-14); Niccolò IV, il 25 febbr. 1289, rinnovando le indulgenze per quelli che visitavano S. Pietro, ricorda espressamente la "pretiosissimi Vultus Domini imaginem, quam Veronicam fidelium vox communis appellat" (Potthast, 22890). Dello straordinario entusiasmo che si ebbe per la V. nel tardo medioevo basti ricordare alcune testimonianze del sec. xiv: G. Villani per il Giubileo del 1300 (Hist. Fiorentine, VIII, 36, in RIS, XIII [1728], col. 367), Dante (Paradiso, XXXI, 103-109 [rla V. nostra»]; Vita Nova, 40, 1), Petrarca (lettera a Filippo di Vitry del 1330: Familiarium rerum lib., IX, 13: ed. V. Rossi, II, Firenze 1934, p. 254, e il sonetto Mo vesi il vecchierel: Le rime, ed. G. Salvo Cozzo, Firenze 1904, pp. 11-12) e M. Villani (Istorie, I, 56, in RIS, XIV [1729], col. 57) per il Giubileo del 1350. I pellegrini a ricordo della visita a Roma portavano sul loro copricapo un distintivo quadrato con la V. (v. es. in G. Kaftal, Iconography of the Saints in Tuscan Painting, Firenze 1952, coll. 515, 895). Giova ricordare che Cincio Romano (L. Bertalot, Cincius Romanus u. seine Briefe, in Quellen u. Forschungen aus italienischen Archiven u. Bibliotheken, 31 [1929-30], p. 224) si lamentava nel 1416 della caccia data ai codici nelle biblioteche dell'Urbe da coloro che allestivano tali distintivi, chiamati da altri "pictores veronicarum». Tra le prose medievali in onore del S. Volto (cf. U. Chevalier, Repertorium hymnologicum, VI, Bruxelles 1920, p. 33, indice, s. v. Facies Christi), le più note erano l'Ave facies praeclara del tempo di Innocenzo IV (12431254) e soprattutto la Salve sancta facies, attribuita a Giovanni XXII (1316-34), il quale avrebbe concesso 10 mila giorni d'indulgenza a chi la recitava guardando la V. (Grimaldi, p. 121). I Mirabilia Romae (manoscritti o stampati, si cita l'ed. di Roma per i tipi di Stefano Planck, 11 genn. 1499, esemplare della Bibl. Vaticana) ricordano addirittura che i presenti all'ostensione della V. potevano lucrare 3 mila anni d'indulgenza se Romani, 6 mila se dei dintorni, 12 mila se provenienti da più lontano * et tot quadragenas et remissionem tertie partis omnium peccatorum».

Fu la V. distrutta durante il sacco di Roma, come lasciano supporre due lettere alla duchessa d'Urbino di un certo messer Urbano, scritte da Orvieto e da Nepi, il 14 e 21 maggio 1527 (M. Sanuto, I Diarii, XLV, Venezia 1896, coll. 133, 192) e la lettera dei card. Salviati dell'8 giugno 1527 (Pastor, IV, 11, p. 725)? Non sembra, poiché la relazione di un soldato del Fronsberg dice che

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la V. non fu trovata dalla soldataglia (cf. E. Rodocanachi, Rome au temps de Jules II et de Léon X, Parigi 1912, p. 432). D'altronde l'antico rito di mostrarla al Papa quando celebrava pontificalmente in S. Pietro il giorno di Pasqua, fu osservato dopo il sacco di Roma, nel 1533 , 1535 e 1536, come risulta dai Diari di Blasio de Montinellis (cod. Vat. lat. 12277, foll. 168, 239, 248). Inoltre l'Alfarano nel 1582 (De bas. Vat. antiquis. et nova structura, ed. M. Cerrati, Roma 1914, pp. 107, 194, altare n. 115), e il Grimaldi nel 1618 (p. 174) parlano della V. come di reliquia presente nella Basilica.

La V. fu trasportata nell'odierna tribuna della cupola il 21 maggio 1606 (Grimaldi, pp. 210-14) ed è racchiusa in tre teche d'argento protetta da un cristallo e da un velo o "crivellotto". Le fattezze del S. Volto si distinguono, a quanto pare, pochissimo. Dal pontificato di Paolo V e soprattutto di Urbano VIII è proibito levarne copia, anzi Urbano VIII ordinò, nel 1629, che tutte le copie della V. venissero bruciate. Tra le copie non distrutte è da ricordare quella tuttora conservata nella chiesa del Gesù, ritratta sull'originale con permesso di Gregorio XV (1621-23).

La V. viene mostrata ai fedeli dall'alto della tribuna la $2^{a}$ domenica dopo l'Epifania, i 4 ultimi giorni della Settimana Santa, a Pasqua quando il papa celebra in S. Pietro, il lunedì di Pasqua, il lunedi di Pentecoste, il 22 febbr., 3 maggio, 18 nov. e in altre straordinarie circostanze (cf. S. Barbier de Montault, cit. in bibl., II, pp. 377, 393-94).
II. Culto tributato alla V. "Persona". - La V., supposta persona, ebbe qua e là culto al 4 febbr. (s. Carlo Borromeo soppresse questa festa, che figurava nel Breviario [1513] e nel Messale [1560] ambrosiani), 26 febbr., 25 marzo. A S. Pietro si credeva possederne il corpo (cf. Alfarano, op. cit., pp. 108, 194). In Francia, è stata considerata cervelloticamente, assieme al marito Zaccheo il pubblicano (identificato con s. Amatore, Amadour), l'apostola del Médoc e si additava la sua tomba a Soulac in diocesi di Bordeaux. A Parigi, s. V. (Ste Venisse) era la patrona della confraternita delle lavandaie e stiratrici, con sede in S. Eustachio. Era invocata contro i mali viscerali e di testa ed è la patrona dei fotografi. - Vedi tav. CXXXIV.

BibL.: per la tesi tradizionale: J. Grimaldi, Opusculum de SS. Veronicae Sudario et lancea, qua Salvatoris nostri 7. Christi latus patuit, in Vatic. Basil. maxima veneratione asservatis, cod. Vat.lat. 6439 (scritto nel 1618, ma con aggiunte fino al 1628 e 1635, contiene una ricchissima documentazione sulla V., in parte comunicata a A. Bovwiki, Annalium ecclesiasticorum post., C. Bormium, t. XIII, Colonia 1616, coll. 243-22); Acta SS. Pebraviti, I, Anversa 1658, pp. 449-57 (cf. anche ibid., Maii, VII, ivi 1688, p. 356, n. 156); Benedetto XIV, De Servorum Dei beatific. et Beatorum canoniz., I. IV, pars $2^{2}$, c. xxxi, n. 14, in Opera Omnia, IV, Prato 1841, pp. 697-98; Moroni, CIII (1861), pp. 91-109, Testi vari in BHL. 4218-22, 8540, Studi critici: Tillemont, I, Venezia 1732, pp. 447-48; X. Barbier de Montault, Oeuvres complètes, II, Poitiers 1889, pp. 467-70, VII, Parigí 1893, pp. 532 354, 498-504, VIII, ivi 1893, p. 274; A. De Waal, Die antiken Reliquiare der Petersbirche, in Röm. Quartalschr., 7 (1893), pp. 243262; P. L. de Feis, Del monum. di Paneas e delle immagini della V. e di Edessa, in Bessarione, 3 (1898), pp. 177-92; E. v. Dobschütz, Christabilder. Unters. zur christl. Legende (Texte u. Untersuchungen, $2^{2}$ serie, III), Lipsia 1899, pp. 197-202 (v. in particolare la raccolta di testi, pp. 276*-333*); P. Perdrizet, De la Véronique et de la Ste Véronique, in Seminarium Kendalunianum, V, Praga 1952, pp. 1-13; autori vari, La S. Sindone nelle vicerche moderne, Torino 1941, pp. 166-68 (A. Barberi), 204 (C. Cecchelli); H. Leclercq, Véronique, in DACL, XV, coll. 2962-66; C. Cecchelli, Reliquie insigni di Roma, in Capitolium, 25 (1950), pp. 292-94; A. Frugoni, La V. nostra, in Humanitas, 5 (1950, 1), pp. 561-66; F. Ravanet, Appunti stor. nella rel. del Valse Santo che si conserva nella Basil. Vatic. (ms. gentilmente comunicato all'autore).
A. Pietro Frutas

VERONICA da Binasco, beata: v. Negroni, VEronica, beata.

VERONICA GIULIANI, sANTA. - Clarissa cappuccina e scrittrice mistica, n. il 27 dic. 1660 a Mercatello, m. il 9 luglio 1727 nel monastero delle Cappuccine di Città di Castello, ove era entrata il 17 luglio 1677.

I fenomeni della sua spiritualità mistica furono controllati con lungo e severo esame dalle autorità ecclesiastiche. L'amore al mistero della Croce le merito le Stimmate (1697), e l'autopsia comprovò l'impressione vivibile degli elementi della Passione nel suo cuore. Dal 1695 al 27 febbr. 1727 V. G. dovette descrivere minutamente per obbedienza in un Diario le fasi e le esperienze della sua vita interiore. Ne uscirono ben 45 volumi, scritti senza nessun artificio, che essa doveva consegnare al confessore senza rileggerli; ne balza viva la sua personalità mistica di una esperienza vissuta. Gli autografi si conservano nel monastero di Città di Castello. F. B. Dausse curò un'edizione parziale in italiano e in francese: Scritti di s. V. G. cappuccina dal 1677 al 1727 (t. I, parte $2^{2}$, Città di Castello 1885 e Parigi 1883); il can. Annibale di Francia stampò poi: Un tesoro nascosto, ovvero scritti inediti di s. V. G. (Messina 1891); finalmente il p. L. Palai. caria, ne pubblicò 8 voll. tradotti tosto in spagnolo: Un tesoro nascosto, ossia Diario di s. V. G. (Prato 18951905, Barcellona 1905-1909; i voll. IX e X editi nel secondo centenario della morte della Santa, Città di Castello 1928). Altre edizioni parziali uscirono in seguito. V. G. fu beatificata il 12 sett. 1802 e canonizzata il 26 maggio 1839; festa il 9 luglio.

BibL.: anon., Relaz. delle meravigione aperaz. divine ritrovate nel cadavere e nel cuore di sute V. G., Perugia 1727; anon., Das neueste Welt-Wunder in dem Wanderopfen Leben der Gottad. Dienerin Gottet V. G., Monaco 1741; Th. Villanova Gerster, S. V. G. Lebendold... nach ihrem Tagebuch, Bolzano 1926; Diseré des Planches, La Passion renouvelée, on s. V. G., Parigi-Combloux 1927 (vers. it., Siena 1939); L. Veuthey, La vita della grazia nell'esperienza mitica di s. V. G., in Vita erit., 15 (1943), pp. 481-89, 566-89; Metodio da Nombro, Due mitiche della Croce, nel Settee ital., in Italia francese., 24 (1940), pp. 27-40; Lex. Capucs., Roma 1951, coll. 1801-1803. Melchiorre da Pabbalum

VEROT, Jean-Marcel-Pierre-Auguste. - Vescovo, n. il 23 maggio 1805 a Le Puy (Francia), m. il 10 giugno 1876 a St. Augustine (Florida).

Ordinato sacerdote nel 1828 e inviato a Baltimora nel 1830, fu professore in seminario, quindi parroco, e infine vicario ap. della Florida. Consacrato il 25 apr. 1858 si trovò, nella sua nuova giurisdizione ecclesiastica, alle prese con difficoltà immense, poiché la Florida costituiva una vera e propria terra di missione. Si pose subito alacremente al lavoro, fece ricostruire le chiese distrutte, ne fondò di nuove, istituì scuole elementari a St. Augustine, fece venire sacerdoti e monache, promosse insomma nei più diversi modi la diffusione della fede cattolica. Nel 1861 fu trasferito, pur conservando il vicariato della Florida, alla sede di Savannah (Georgia). Durante la guerra di secessione recò la sua parola di conforto ai prigionieri nordisti nel campo di Andersorville, dove, per mancanza di viveri e di medicinali ed in condizioni inumane di superaffollamento, morirono ca. tredicimila prigionieri in tredici mesi.

Cessato il turbine del conflitto fratricida V. iniziò la ricostruzione degli stabilimenti ecclesiastici distrutti. Nel 1870 partecipò al Concilio Vaticano. Antinfallibilista, si sottomise in seguito alla volontà della maggioranza. Nello stesso anno il vicariato ap. di Florida venne soppresso: in sua voce fu costituito il vescovato di St. Augustine, di cui V., dopo aver rinunciato alla sede di Savannah, fu il primo titolare.

BibL.: R. J. Purcell, P., in Dist. of Amer. Biogr., XIX, Nuova York 1936, pp. 252-53, con bibl. Silvio Furlani

VERRATI, Giovanni MARIA. - Teologo e controversista carmelitano, n. a Ferrara ca. il 1490, m. ivi il 20 luglio 1563.

Insegnò per molti anni S. Scrittura e teologia a Bologna e a Ferrara; fu definitore generale della sua Congregazione e più volte priore a Ferrara. Deciso avversario del luteranesimo, lo combatté nelle Deputationes adversus lutheranos (Bologna 1538), dove in 15 trattati affronta i punti più controversi (fede e opere, libero arbitrio e predestinazione, i Sacramenti, specialmente l'Eucaristia, il Purgatorio e le indulgenze). Inoltre, sempre a sfondo antiluterano: Super sermone Domini in monte (Venezia 1547); De incarnatione Verbi Domini (ivi 1551); Homiliae, o com-

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menti ai vaugeti domenicali di tutto l'anno (ivi 1556). Tra i suoi opuscoli sono da ricordare: De instificatione (ivi 1547): De divina et aeterna praedestinatione (ivi 1556); De Gratia et libero arbitrio (ivi 1558); De suffragiis annuizque legatis defunctorum (ivi 1558); e l'ultimo in favore del Concilio di Trento: Contra responsiones et protestationes eorum, qui ad generale concilium venire contemnunt (Ferrara 1561).

BibL.: ediz. completa delle opere, 6 voll., Venezia 1371: il VII. Bologna 1581. Studi : P. De Licht, Carmelitana Bibliotheca, Firenze 1333, ff. 50-51; C. Vaghi, Commentaria fratrum et secorum Ord. B. Mariae V. de M. Carmelo Congregationis Muntuanae, Parma 1723, pp. 24-26; F. Lauchert, Die italienischen literarischen Gegner Luthers, Friburgo in Br. 1912, pp. 423-39. Nilo di San Brocardo

VERRAZANO, Giovanni. - Navigatore fiorentino, n. intorno al 1485 da famiglia originaria della Val di Greve; ucciso in una spedizione nel 1528.

Nulla si conosce della sua giovinezza, tranne che, dedicatosi assai presto ai viaggi, aveva dimorato a lungo al Cairo ed in altri luoghi del Levante. Almeno dal 1522 è stabilito in Francia e nel 1524 compie, per incarico del re Francesco I, una memorabile spedizione lungo le coste dell'America Settentrionale, intorno alla quale, perduti altri documenti, si ha una importante lettera-relazione del navigatore al Sovrano, inviata in copia anche ad un mercante fiorentino stabilito a Lione e da lui trasmessa a Firenze. Scopo della spedizione era di trovare un passaggio per giungere al Catoi, ossia alla Cina settentrionale, con un cammino più breve di quello, ormai risultato enormemente lungo, percorso da Magellano attraverso il Pacifico.

Di quattro navi che dovevano comporre la spedizione, solo una ne rimase, la Delfina, che partì segretamente da uno scoglio deserto presso Madera il 17 genn. 1524, e, raggiunte le coste dell'attuale Carolina il 7 marzo, dopo breve punta a sud, risalì tutto il litorale fino verso il Capo Bretone, addentrandosi nelle numerose frastagliate insenature e facendo frequenti soste (tra l'altro nella Baia di Nuova York, della quale si ha la prima esatta descrizione). Durante la lunga navigazione si credette anche di aver intravvisto il passaggio verso ovest nella regione lagunare detta oggi Pamlico Sound : qui infatti alcune carte, che, insieme con la citata relazione costituiscono le sole nostre autentiche fonti, rappresentano ipoteticamente uno stretto. La Delfina era di ritorno in Francia, a Dieppe, nei primi giorni del luglio 1524. La navigazione del V. fuori la definitiva dimostrazione che le terre scoperte di là dall'Atlantico costituivano un'unica massa, dal Circolo Artico allo Stretto di Magellano, completamente isolata dal Continente Antico; da ciò la sua eccezionale importanza.

Il V. capitanò anche una seconda spedizione oceanica partita nel 1528, della quale peraltro si è pochissimo informati. Sembra che essa fosse diretta al Mar Caraibico e al Darien, e che il V. vi trovasse la morte in un'isoletta non identificabile, massacrato e divorato dagli indigeni. Alla scena orrenda, avrebbe assistito da lontano il fratello Gerolamo, navigatore anch'egli e cartografo, autore, tra l'altro, di un grande planisfero nel quale sono rappresentate le scoperte del fratello (Bibl. Apost. Vaticano).

Bibl.: A. Bacchioni, G. da V. e le sue scoperte nell'Am. Settentr. (1324) secondo l'inedito codice sincrono Cellere di Roma, Roma 1929; R. Almagià, Gli italiani primi scapritori dell'America, ivi 1937, parte 2*, cap. 3.

Roberto Almagià
VERRI, Alessandro. - Letterato, n. a Milano il 9 nov. 1741, m. a Roma il 23 sett. 1816.

Seguace dapprima, col fratello Pietro, delle idee illuministiche, le abbandonò dopo un viaggio a Parigi e a Londra (1776-77). Stabilitosi a Roma, imitò Shakespeare nelle tragedie Congiura di Milano e Pantea (Livorno 1779). Tentò anche il romanzo con la Avventura di Saffo (Padova 1782) e la Vita di Erratrato (Roma 1815), ma la celebrità gli venne dalle Notti romane (ivi 1792, nuovo ed. ampl., ivi 1804) liberamente imitate dalle Notti dello Young.

Schieratosi fra i classici, anticipò in realtà atteggiamenti romantici.

Bibl.: U. Acerta, I romanni di A. V. e l'influenza della letter. franc. e ingl. Aversa 1912; M. Gellioli, A. V., Milano 1921.

Pietro, suo fratello, fu scrittore e uomo politico, n. a Milano il 12 dic. 1726, m. ivi il 28 giugno 1797.

Partecipò alla Guerra dei Sette anni; a Vienna nel '60 scrisse gli Elementi del commercio, nei quali propugnò un mercato nazionale chiuso e completa libertà interna. Tornato a Milano, tracciò una relazione Sul tributo del sale e un Saggio sulla grandezza e decadenza del commercio in Milano. Col fratello Alessandro, col Beccaria e altri amici fondò l'Accademia dei Pugni (1761), centro di cultura cosmopolita e illuminista, spingendo il Beccaria alla composizione del suo Dei delitti e delle pene, che difese nella Risposta alle Note del Facchinei (1763). Nel Discorso sulla felicità (Livorno 1763) seguì ecletticamente Rousseau ed enciclopedisti. Nel 1764 fondò il Caffe, nel quale per due anni si fece banditore della cultura dei lumi, combattendo il nazionalismo dei pedanti, i privilegi e i vincoli economici. Membro di una Giunta per la riforma della ferma, di cui aveva chiesto la sostituzione con la regia, pubblicò il Bilancio del commercio dello Stato di Milano (ivi 1764) e, nel nuovo ordinamento fiscale, fu il rappresentante dell'erario (1765). Nelle Riflessioni sulle leggi vincolanti principalmente nel commercio ( 1769 , ma pubbl. nel 1797) propugnò la libertà del commercio quale aspetto della libertà politica e nelle Meditazioni sull' economia politica (Livorno 1771) contrastò la tesi fisiocratica della classe sterile, sostenendo che produrre non significa creare materia ma valore e ricchezza.

Deluso nelle ambizioni politiche, pubblicò l'Indole del piacere (ivi 1773), sostenendo essere il piacere mera cessazione del dolore. Sposata la nipote Maria Castiglioni (1776), riprese nelle Osservazioni sulla tortura (postuma 1804) il motivo suggerito al Beccaria, ma su un piano pratico più che razionale. Per la figlia Teresa (n. nel 1777) scrisse i Ricordi a mia figlia, nei quali afferma la sua credenza in un Dio creatore e la necessità di ubbidire alla Chiesa, pur combattendo la superstizione. Nella Storia di Milano (ivi 1783), conforme ai canoni illuministici, seguì nelle tenebre del passato l'affermarsi della ragione e dei lumi. La politica ecclesiastica giuseppina destò un lui nuovi entusiasmi, facendogli fantasticare un cristianesimo ricondotto alle origini evangeliche, ma in realtà ridotto a deismo razionalistico (cf. Dialogo fra Pio VI e Giuseppe II); il Papato gli apparve nemico del progresso e ormai destinato a sparire (cf. la Decadenza del Papato, postumo 1825). La morte della moglie e del padre (1782), la lite coi fratelli per l'eredità, la perdita delle cariche per la riforme giuseppine (1786) lo ripiombarono nelle amarezze. Con rinnovati entusiasmi e copiosi scritti salutò quindi la Rivoluzione Francese, rivendicando una costituzione e una rappresentanza nazionale. Eletto decurione (1791), sostenne libertà di stampa e di parola, ma con l'arrivo dei Francesi si sentì superato e solitario, pur sperando Educioso l'indipendenza d'Italia. La morte lo colse in piena seduta notturna della Municipalità.

Bibl.: edd.: Opere filor. e di economia polit., Milano 1835; Scritti vari, a cura di G. Carcano, 2 voll., Firenze 1854; Lettere e scritti ined. di P. e A. V., a cura di C. Casati, 4 voll., Milano 1879-83; Cartaggio di P. e A. V., a cura di E. Greppi - A. Giuliani, 12 voll., ivi 1923-40, non ancora terminato. Per la critica, cf.: L. Negri, Saggio bibliogr. in P. V., in Arch. st. lombardo, 55 (1926), pp. 136-51, 337-51, 499-521; C. Morandi, P. V. e

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![img-29.jpeg](img-29.jpeg)
(da C. Caminada, Il Missionario degli schiavi, Como 1836, tar. contra il frontespizio) Verri, Biagio - V. B. sul letto di morte (acquerello).
la Rivoluz. Franc., ibid. 55 (1929); M. R. Manfra, P. V. e i problemi economici del suo tempo, Roma 1932; N. Valeri, P. V., Milano 1937; Sergio Cotta

VERRI, Biagio. - Missionario apostolico, n. a Barni, in Vallassina, il 2 ott. 1819, m. a Torino, il 26 ott. 1884, associato nell'Opera del Riscatto delle piccole schiave africane con d. Niccolò Olivieri.

Questi, n. a Voltaggio (Genova) il 21 febbr. 1792, era pronipote di s. G. B. De Rossi (v.); apprezzato direttore del Ricovero delle Penitenti di Genova, nel 1838 cominciò ad estendere la sua attività al riscatto delle morette. Le acquistava sui mercati egiziani e le collocava per la loro educazione in numerosi istituti religiosi di Europa. L'iniziativa, cominciata senza un piano prestabilito, in brevi anni si trasformò nell'attività sapientemente organizzata che prese il nome di Opera del Riscatto. L'Opera assorbì pressoché tutta l'attività dell'Olivieri, sicché nel 1848 rinunciò al proprio ufficio e si dedicò completamente ad essa. Nell'ag. 1850 conobbe a Milano don B. V. che, comprendendo perfettamente l'importanza dell'Opera, se ne fece propagandista per la raccolta dei fondi necessari. In seguito sentì nascere in sé il desiderio di una collaborazione più diretta e completa. Nel 1857, volendo conoscere la volontà di Dio a suo riguardo, compi il mese ignaziano di spirituali esercizi nella Casa dei Gesuiti a Verderio (Milano); si recò poi a Torino per consigliarsi con d. Bosco, che conosceva da alcuni anni. Il 9 dic. partiva da Milano per l'Egitto in compagnia di d. Olivieri. Fu quello il primo di numerosi viaggi, disagevoli e pericolosi. Comperava morette e le portava in Europa, le collocava in istituti e raccoglieva le ingenti somme indispensabili per l'Opera. Per suo consiglio, le Francescane Missionarie d'Egitto fondarono al Cairo il Collegio delle Morette, che fu di valido aiuto per l'opera del Riscatto. Il 25 ott. 1864 d. Olivieri moriva. Don V. continuò solo l'immane compito del Riscatto. Contrariamente ai consigli di molti non volle costruire case, perché molti istituti già provvedevano all'educazione delle morette e perché si era allora nell'epoca dell'incameramento dei beni religiosi. Inoltre non voleva spendere in immobili somme che avrebbero potuto servire per riscattare più numerose morette. A Napoli strinse amicizia con il ven. Ludovico da Casoria, che fondò il Collegio dei moretti, per avviarli al sacerdozio secondo il suo celebre detto: "L'Africa deve salvare l'Africa!". Nel 1884 moriva al Cottolengo di Torino. Tre anni dopo la sua salma veniva trionfalmente trasportata a Barni. E in corso la sua causa di beatificazione. I frutti dell'attività instancabile dei due missionari furono notevolissimi. Delle moltissime morette riscattate la maggior parte fece ottima riuscita sia nel mondo come nel chiosiro. Alcune si elevarono ad alti gradi di santità.

Bitti, L. Traverso, N. Olivieri e il riscatto delle schiave afric., Firenze 1916; G. Nardi, Il ven. Ludovico da Casoria e
il Collegio dei moretti, Milano 1935; C. Caminada, Il Missionario degli schiavi, Como 1936; id., Don B. Verri, Vates 1951. Costantino Caminada

VERROCCHIO, Andrea di Michele di Francesco de' Cioni, detto il. - Pittore, scultore e orafo, n. a Firenze nel 1436 e m. a Venezia il 7 ott. 1488. Fu detto V. perché lavorò giovinetto nella bottega dell'orafice Giuliano Verrocchi.

Scolaro di Alessio Baldovinetti, subì l'influenza del Pesellino e più tardi anche quella dei suoi collaboratori. Ghirlandaio e Perugino (Bresnon). Come scultore, secondo la tradizione, deriva da Donatello, ma non esiste legame alcuno, se non esteriore, tra i due artisti. Il fatto che il V. abbia probabilmente finito il Lavabo, lasciato incompiuto da Donatello nella sagrestia di S. Lorenzo e abbia preso il suo posto presso i Medici, ha un valore puramente storico.

Egli è indubbiamente più vicino al Ghiberti e a Desiderio da Settignano. D'altra parte la sua formazione e l'attribuzione delle sue stesse opere restano tuttora un problema aperto, nonostante i numerosi studi che la critica gli ha dedicato. La definizione di una personalità di primo piano come questa è resa più complessa dalla vicinanza di Leonardo, che nel 1470, a 17 anni, entrò nella bottega del V., proprio nel periodo in cui questi, che fu soprattutto scultore, si dedicò alla pittura; fino a quei tempi infatti nei documenti lo si trova citato come "schalpellatore", orefice, intagliatore. La più antica tradizione parla di una collaborazione di Leonardo giovinetto al famoso quadro del Battesimo di Gesù per la chiesa di S. Salvi, ora agli Uffizi, e ancor oggi la critica non è d'accordo sui limiti di questa collaborazione. Tra le altre opere di pittura, si ricorderanno una Madonna con il Bambino del Kaiser Friederich Museum di Berlino, posteriore al Battesimo, e la pala della cattedrale di Pistoia, opera di scuola dipinta in gran parte da Lorenzo di Credi. La prima opera di scultura risale al 1467, anno in cui il V. iniziò il gruppo con Cristo e s. Tommaso, nel tabernacolo di Mercanzia (eseguito da Donatello in Orsannichele); tale opera fu terminata nell'83. Del 1472 è la tomba di Piero de' Medici nella sagrestia di S. Lorenzo, di raffinata eleganza coloristica, ammiratissima anche ai suoi tempi (Vasari). Dello stesso anno è probabilmente anche il Davide in bronzo (ora al Museo nazionale), ceduto alla Signoria nel 1476 da Lorenzo e Giuliano de' Medici, per esser posto in Palazzo Vecchio, dove ora si trova invece, ad adornare la fontana del cortile, il Putto alato col pesce, eseguito poco dopo il 1469 per la villa di Careggi. Nel 1477 il V. lavora al sepolcro di Francesca Pitti Tornabuoni, di cui restano due bassocilievi che ornavano la fronte del sarcofago (Firenze, Museo nazionale) e quattro Virtù (Parigi, collez. J. André); opere singolari per la sincera e appassionata adesione alla realtà, espressa al di fuori dei canoni classici, con una violenza nuova. La Decollazione del Battista per il dossale del Battistero di Firenze è del 1480 . Al Museo nazionale di Firenze sono conservate : la Madonna di S. Maria Novella (terracotta), un'altra Madonna in marmo; il busto della Dama detta delle mammole, che molti attribuiscono a Leonardo, specialmente per le sensibili, bellissime mani. Dopo il 1477 il V. cominciò a lavorare al monumento del card. Forteguerri a Pistoia, poi interrotto avendo il V. avuto dalla Repubblica di Venezia l'incarico per il monumento al Colleoni. Nell'81 il V. si recò a Venezia portando secoli modello in "stracci» del cavallo, che distrusse per sdegoo quando venne a sapere che la Serenissima aveva decretato che il Bellano eseguisse la figura del condottiero. Ma nel 1485 riprese a lavorare a Venezia, lasciando tutti i suoi interessi di Firenze affidati al discepolo Lorenzo di Credi. Quando egli morì la Repubblica affidò ad Alessandro Leopardi il compito di fondere l'opera. Questi, bronzista esperto con forti tendenze alla deco-

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razione, volle bardare il destricro come per un torneo, sembrandogli che ciò gli conferisse maggiore solennità. Del V. esistono disegni agli Uffizi, al Louvre, al British Museum, a Oxford e al Gabinetto dei disegni del Kaiser Friederich Museum di Berlino. Opere di incerta attribuzione e di scuola sono nel citato Museo di Berlino (Madonna), a Francoforte e alla National Gallery di Londra (Madonna dal Berenson riconosciuta come un suo dipinto sicuro). Delle sue opere di oreficeria resta soltanto il rilievo d'argento della pala di s. Giovanni Battista nell'Opera del duomo di Firenze (1472). - Vedi tav. CXXXV.

Bibl.: G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 357-82; M. Mackowski, V., Lipsia 1901; M. Crutwell, V., Londra 1904; C. Comba, Una terracotta del V. a Careggi, in L'Arte, 7 (1904), pp. 59-61; id., La Resurrezione di Andrea del V. al Bargello, in Boll. d'arte, 11 (1931), pp. 193-98; Venturi, VI (1908), pp. 706-22; VII, I (1911), pp. 776-85; id., Leonardiana, in L'Arte, 25-27 (1922-24); J. Thiis, Leonardo da Vinci: the florentine years of Leonardo and V., Londra 1914; W. R. Valentiner, Leonardo at V. cusurker, in The art bull., 12 (1930), pp. 43-89; B. Berenson, V. e Leonardo, in Boll. d'arte, 27 (1933), pp. 153-214; id., Fittori e pittura ital. del Rinascimento, Milano 1936; A. Bertini, L'arte del V., in L'Arte, 38 (1935), pp. 433-73. Michelangelo Muraro
VERSAILLES. - Città e diocesi nel dipartimento della Seine-et-Oise in Francia. Ha una superficie di 5659 kmq . con una popolazione di 1.500 .000 ab . dei quali 1.000 .000 di cattolici, distribuiti in 587 parrocchie, servite da 846 sacerdoti diocesani e 130 regolari; ha grande e piccolo seminario, 40 comunità religiose maschili e 95 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 446 ).

La diocesi fu creata da Pio VII il 9 marzo 1802. Essa comprendeva i due dipartimenti della Seine-et-Oise e di Eure-et-Loir; ma quest'ultimo dipartimento venne dismembrato dalla diocesi di V. nel 1822 per ristabilire l'antica diocesi di Chartres. E suffraganea di Parigi. Fra i suoi vescovi si ricordano J.-Fr.-Et. Borderies (1827-32); P.-A.-S. Goux (1877-1904); Ch. Giber (1906-31).

La cattedrale St-Louis fu costruita tra il 1743 e il 1754 da J. Hardouin-Mansart in stile Luigi XV; vi sono conservate reliquie del re s. Luigi, prima venerate nel castello. Davanti alla Cattedrale è la statua dell'ab. De l'Epée benefattore dei sordomuti. La chiesa di Notre-Dame è l'antica parrocchia del castello; è pure opera del Mansart, la sua prima pietra fu posta da Luigi XIV il 10 marzo 1684 .

Fu l'antica residenza della Corte di Francia da Luigi XIV fino alla Rivoluzione Francese e sede del Governo francese dal 1871 al 1879. Fino al sec. xvir non era stato che un semplice villaggio in cui Luigi XIII costrui nel 1624 una piccola casina da caccia e nel 1632 ne acquistò la signoria. Luigi XIV affidò la ricostruzione dell'antico castello all'architetto Le Vau, e a Le Nôtre l'incarico per i giardini, in seguito gli ingrandimenti a J. HardouinMansart ( 1645 -1708). A questo sono dovuti le grandi e piccole scuderie, la Grande Galleria detta anche degli specchi; per l'arancera e per la cappella fu coadiuvato dagli architetti R. De Gotte e Le Nôtre; poi il Grand Trianon, i castelli di Clagny e di Marly. L'architetto Gabriel per Luigi XV aggiunse altri appartamenti, la sala per l'opera e il piccolo Trianon. Sotto Napoleone I venne restaurato dall'architetto Fontaine. Il re Guglielmo di Prussia fu proclamato imperatore di Germania nella Galleria degli Specchi il 18 genn. 1871. Il 28 giugno 1919 nella stessa galleria fu firmato il Trattato di V.; a V. viene eletto il presidente della Repubblica francese. Vedi tav. CXXXVI.

Bibl.: H. Lebon, St-Louis de V., Versailles 1876; J. M. Alliot, Le clergé de V. pendant la Révolution, ivi 1913; Guide de la France chrét. et mission. 1948-49, Parigi 1948, pp. 411-16, 799-803, 1119-23.

VERSCHAEVE, Cyriel. - Sacerdote e poeta spirituale fiammingo, n. a Ardooie (Fiandra occid.) il 30 apr. 1874, m. in esilio a Hall (Tirolo) l'8 nov. 1949.

Fece i suoi studi umanistici e filosofici a Roeselare, quelli teologici a Bruges, ove fu ordinato sacerdote nel

1897. Fin dalla gioventù fu sotto l'influsso diretto di Gezelle (v.), Hugo Verriest e Rodenbach, animatori della nuova generazione fiamminga (s Vlaamse Beweging s). Dal 1897 al 1911 fu professore di retorica a Tielt, ove pubblicò i suoi primi lavori letterari. Nel 1911 V. diventa viceparroco a Alveringhem e la storia della sua vita si confonde con quella del suo pensiero e dei suoi scritti. Cià nella prima guerra mondiale era stato il sostegno dei soldati fiamminghi maltrattati nelle retrovie dai loro stessi ufficiali; tra le due guerre la gioventù fiamminga attingeva nei suoi scritti e nei suoi discorsi l'ideale di un "risorgimento" religioso e morale, spirituale e culturale, sociale e nazionale. Nella seconda guerra mondiale, per puro slancio ideale, combatté risolutamente i nemici del suo popolo misconosciuto e della Chiesa minacciata dal comunismo ateo. La Corte militare belga lo condannò ignominiosamente a morte nel 1946. Ma V. era già fuggito in esilio. V. sopravvive nella stima del popolo fiammingo.
V. è essenzialmente «l'aquila della grandezza». Le sue molteplici opere (poemi, drammi, saggi, conferenze) scrutano incessantemente il mistero dell'essere umano, stiracchiato tra le sue passioni di grandezza e di miseria, eppure raggiunto dal soffio divino. La sua meditazione personale, fecondata dallo studio continuo dei grandi spiriti dell'umanità, volle penetrare il mistero con una sintesi di speculazione e di sentimento. Il suo linguaggio è di una rara ricchezza. Nonostante i difetti, V. resta il genio che illustra il suo secolo e il suo popolo.

Bibl.: opere: Verzameld Werk van V., 10 voll., Brugge 1936-40. Studi: V. R. Van Don Buuscha, C. V., BruxellesAnversa 1942, trad. it. di R. Guernieri, Brescia 1949.

Alberto Ampe
VERSIGLIA, LUIol. - Salesiano, vescovo, martire, n. a Olivo Gessi (diocesi di Tortona) il 5 giugno 1873, ucciso a Linchow il 25 febbr. 1930.

Entrato fra i Salesiani nel 1888 e ordinato sacerdote, dopo gli studi a Foglizzo e alla Università Gregoriana, nel 1895, attese per un decennio alla formazione dei novizi della sua Congregazione e a vari ministeri, finché nel 1906 partì per la Cina a fondare una missione cinese a Macao. Nel 1920 fu eletto e consacrato vicario sp. del nuovo vicariato di Shinchow, dove si prodigò con tutto lo zelo e tutte le energie.

Suo compagno di martirio fu il salesiano Callisto Caravario, n. a Cuorgné (dioc. di Torino) l'8 genn. 1903, entrato fra i Salesiani nel 1918, passato in Cina nel 1924, ordinato sacerdote nel 1929.

Partiti da Shinchow per visitare la cristianità di Linchow, mons. V., don Caravario e tre ragazze cinesi, di cui una religiosa catechista, furono sorpresi, in un tratto del loro viaggio in barca, dai banditi cinesi, i quali li costruisero ad attraccare alla riva; indi domandarono al vescovo una forte somma, ma poi, viste le ragazze, cambiarono parere e cercarono di rapirle. I due missionari vi si opposero e cercarono di difenderle con il proprio corpo; ma i banditi, furenti, li percossero spietatamente, li legarono e li uccisero a colpi di fucile. Dei due missionari è stata introdotta la causa di beatificazione il 13 giugno 1952.

Bibl.: G. Cassano, Sangue salesiano in terra cinese. Mons. L. V. e don C. C., Torino 1933.

Calestino Teotore
VERVOORT, Francesco. - Teologo ascetico francescano, n. a Malines ca. il 1500 , m. ivi il 24 sett. 1555 .

Si hanno pochi dati biografici su di lui. Ereditò dai genitori una vasta fortuna e, secondo la sua confessione, godeva dei piaceri del mondo; ma improvvisamente (dopo il 1520) entrò tra i Frati Minori di Malines. Acquistò una conoscenza intima della letteratura ascetica e mistica, sia antica sia contemporanea. Quando Johannes von Isemborch, arcivescovo di Treviri, chiese un uomo apostolico, che lo sapesse aiutare nella riforma della sua diocesi, gli fu proposto V. dal p. provinciale Holstanus, che ne fece l'elogio in una lettera del 30 giugno 1551, fonte principale per la biografia di V. Non si sa però se V. si sia recato a Treviri.

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(da La miniature del Sacramentario d'Ivrea e di altri codici warmondiani, a cura di L. Magouni, Cittá del Vaticano (93), tax. 1) VESCOVO - Conservazione del v. Il v. consacrante benedice il nuovo eletto che s'inchina, assistito da altro v. e dal clero in atteggiamento di attesa per la rituale imposizione delle mani. Miniatura del Sacramentario di Vermondo, f. 8 (967-1012). Ivrea, Biblioteca capitolare.

Dei suoi scritti, alcuni restano inediti; la maggior parte fu pubblicata anonima per cura dei suoi amici protettori. V. non è un pensatore originale : attinge, senza indicare le fonti, agli autori anteriori (p. es., Buusbroec, Herp, Eckehart, Tauler; resta da fare un'indagine metodica). Tutti i suoi scritti però sono imbevuti di spirito personale. La sua dottrina ha un fondo speculativo che lascia la prospettiva aperta sull'ascesa mistica. Ma lo sviluppo e la trama generale delle sue opere sono di tipo affettivo e trattano il tema inesauribile dell'amore ardente del Cristo sofferente e di Dio abitante nel cuore. Lo stile di V. è ricco e vario; la sua immaginativa si dispiega in un lirismo incessante.

Bim.: Pr. Verheyden, Inleiding tot Passietooneelen, Anversa 1924; id., in Handelingen v. d. Mecheleschen Kring, Malines 1925-27; Prosper Verheyden gehu diad 27 october 1943 (mirochlanca), Anversa 1943; A. Ampe - A. Doblacve, in Oto Geestlike Erp. 1945, pp. 211-26.

Alberto Ampe
VERZERI, Teresa Eustochio, beata. - Fondatrice delle Figlie del S. Cuore, n. a Bergamo il 31 luglio 1801 , m. ivi il $1^{\circ}$ marzo 1852.

Dimostrò fu dai primi anni un desiderio ardente di salvare le anime e tanto senno e raccoglimento, da farsi più tardi chiamare la donna che non fu mai bambina. Però la via da percorrere fu assai lunga e irta di spine : entrata, infatti, nel monastero benedettino di S. Grato, ne uscì sei mesi dopo per epilessia; rientrata, ne uscì di nuovo dopo 19 mesi per ordine del suo direttore; la terza volta ne fu richiamata, alla vigilia della professione, dal vescovo e dal direttore insieme.

Questi, allora ( 8 febbr. 1831) le ordinò di prendere subito la direzione di una scuola e di iniziare senz'altro il nuovo Istituto, che egli aveva sognato da anni; di prendersi la cura delle giovani che volevano seguirne l'esempio, osservare, sperimentare e stendere le regole della nuova Congregazione che si sarebbe chiamata "Società delle Figlie del S. Cuore». La V. eseguì a puntino gli ordini e Dio ne benedisse l'attività, accrescendo le vocazioni e le varie qualità di case : concitti, scuole, ricoveri, pensionati. Fu beatificata il 26 maggio 1946.

Bim.: della V. sono pubblicati le Lettere, Brescia 1874, e il Libro del doveri. Documenti di spirito proposti alle Figlie del S. Cuore di Gesù, 3 voll., $3^{2}$ ed., Bergamo 1937. - Biografie: C. Arcangeli, Vita della ven. T. E., nob. Verzeri, fondatr. e super. delle Figlie del S. Cuore, $2^{2}$ ed., Bergamo 1896; [M. A. Balocchi], Una donna forte, la b. T. E. V..., ivi [1946]. Celestino Testore

VESCOVI e REGOLARI, Sacra Congregazione del : v. congregazioni romane.

VESCOVO. - E il successore degli Apostoli nel governo ordinario delle singole Chiese (v. Diocesi) sotto l'autorità del Romano Pontefice (CIC, can. 329 § i).

Vescovo ( $\varepsilon \pi \dot{\varepsilon} \sigma \varkappa \sigma \tau o \varsigma$, da $\varepsilon \pi \hat{\imath}-\sigma \varkappa \sigma \tau \varepsilon \omega=$ guardare sopra, vigilare) equivale a is pettore, sovraintendente, guardiano, osservatore, ed in tal senso è usato nel linguaggio comune; nel sec. I e II a. C. erano detti v. i pubblici ufficiali dell'isola di Rodi (cf. F. Prat, Enégues, in DThC, V, coll. 1658-59). Nella traduzione dei Sittanta si indicano con tal nome i governatori (Indc. 9, 28), i prefetti (II Esdr. 11, 9) i magistrati (Is. 60, 17), gli ambasciatori regi (I Mach. 1, 46), lo stesso Dio (Iob 20, 20; Sap. 1, 6). Nel Nuovo Testamento la parola $\varepsilon \pi \dot{\varepsilon} \sigma \varkappa \sigma \tau o \varsigma$ è usata solamente cinque volte, di cui quattro per indicare i superiori della comunita cristiana (Act. 20. 28; Phil. 1, 1; I Tim. 3, 4; Tit. 1, 7), una per significare Gesù Cristo (I Pt. 2, 25 : " episcopus animarum nostrarum»). Nella letteratura patristica diventò di uso comune dall'inizio del sec. II, per indicare il capo delle singole comunità cristiane.
I. Origine divina dell'episcopato monahchico. - E storicamente accertato che dall'inizio del sec. II in poi ovunque vige l'episcopato monarchico, come una norma costituzionale fondata sulla volontà di Dio (sive dicino).

1) Episcopato monarchico. - S. Ignazio di Antiochia (m. nel 107) attesta che tutte le Chiese, a cui scrisse le sue lettere, erano dotate di un solo v., come capo riconosciuto e venerato, di cui ricorda anche il nome: Onesimo nella Chiesa di Efeso (Eph. 1, 2), Damas nella Chiesa di Magnesia (Magu. 2, 1), Polibio nella chiesa di Tralle (Troll. 1, 1), Policar po nella Chiesa di Smirne (Ad Polye., prologo); il v. di Filadelfia è ricordato (Philadel. 11, "quem episcopum cognovi"), tacendone però il nome; Ignazio stesso si presenta come l'unico vescovo di Antiochia (Rom. 2, 2; 9, 1), anzi ritiene che in ogni parte del mondo, ovunque è stata fondata una Chiesa vi sia un v. (Eph. 3, 2; v. ordine e ordinazione). Verso la metà del sec. II furono redatti cataloghi di v., che indicano la successione per ogni Chiesa di un unico capo. Secondo la testimonianza di Egesippo, riportata da Eusebio (Hist. eccl., IV, 22, 1-3: PG 20, 378-79) erano monarchiche le Chiese di Corinto, di Roma e tutte le altre di cui, in modo generico, ricorda la successione dei v. (s in singulis autem episcoporum successionibus et per singulas urbes eadem manent", ibid.). Nello stesso tempo s. Ireneo redasse il catalogo dei v. di Roma (Adv. haeres., III, 3, 3: PG 7, 849 sgg.); e attesta la successione monarchica dei v. della Chiesa di Smirne (ibid., III, 3, 4: PG 7, 851) e di tutte le altre Chiese del mondo (ibid., III, 3, 1: PG 7, 848). Poco dopo, dalla nota controversia sulla celebrazione della Pasqua, emergono chiare testimonianze della costituzione monarchica di tutte le Chiese che parteciparono al dibattito (Eusebio, Hist. eccl., V, 23 : PG 20, 491-94) : Cesarea di Palestina (Teofilo), Gerusalemme (Narciso), Ponto (Palma), Lione (Ireneo), Corinto (Bachillo), Roma (Vittore). Nella lettera a papa Vittore, Policrate, v. di Efeso, ricorda vari v. dell'Asia Minore (ognuno preposto a una Chiesa) : Trasea di Eumenia, Policar po di Smirne, Sagari di Laodicea, Melitone di Sardi e aggiunge che un "ingens numerus episcoporum ", tra quelli viventi al suo tempo, stava per l'uso quartodecimano della celebrazione della Pasqua (Eusebio, Hist. eccl., V, 24: PG 20, 485-86).

Che l'episcopato sia per norma inderogabile monarchico è universale persuasione, che affiora dai documenti. S. Ignazio scrivendo ai Romani (cap. 9) afferma che la Chiesa antiochena è senza pastore; ciò non avrebbe asserito se avesse ritenuto che si fosse potuto governare una Chiesa in forma collegiale dai presbiteri. Lo stesso santo martire esorta i fedeli ad usare di una unica Eucaristia, non solo per la ragione che una è la Carne di Gesù e uno è il suo Sangue, ma anche perché uno solo è il v. per ogni Chiesa (Philadelphia, 4, 1). La stessa persuasione appare in testimonianze esplicite di s. Ireneo (Ado. Haeres., III, 14, 2: PL 7, 914), di s. Cornelio Papa (Ep., 49, 2; Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 11: PG 20, 617: ergo ille Evangelii vindex ignorabat unum episcopum esse

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oportere in Ecclesia catholica) e soprattutto di s. Cipriano (De Unitate Ecclesiae, cap. 8).
b) L'episcopato è monarchico per volontà di Dio. - Lo afferma, con particolare insistenza, s. Ignazio, in varie