ignorabat unum episcopum esse
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oportere in Ecclesia catholica) e soprattutto di s. Cipriano (De Unitate Ecclesiae, cap. 8).
b) L'episcopato è monarchico per volontà di Dio. - Lo afferma, con particolare insistenza, s. Ignazio, in varie forme : esige assoluta obbedienza ai v. (Eph., 2, 2; Trall., 13, 2; Philadelph., 3, 2; Smyrn., 8, 1); per il motivo che tale è la volontà di Dio (Eph., 5, 3; 6, 1; Trall., 2, 1; Smyrn., 9, 1). Pertanto avverte che nulla si può fare nella Chiesa senza il v. (Philadelph., 7, 1: "sine episcopo nihil faciatis»; cf. Magn., 4, 1;6, 1; Trall., 2, 2; 7, 2; Smyrn., 8, 1; Polyc., 4, 1). Lo stesso concetto è svolto da Egesippo (presso Eusebio, Hist. eccl., IV, 11; PG 20, 350), da s. Ireneo (Adv. Haeres., III, 3, 1; IV, 26, 2: PG 7,848 e 1055), da Tertulliano (De praescriptione haereticorum, 32: PL 2, 52-53), soprattutto da s. Cipriano (Ep., 6, 7 ad Florentium Puppianum) e da tutta la tradizione occidentale e orientale dei secoli seguenti.
Sulla costituzione della Chiesa al primo secolo, ancora viventi gli Apostoli, vige un'annosa controversia determinata dalla sinonimia dei termini mperflúvepos ed ènlegnitos (Act. 20. 17 e 28) e dal fatto che la monarchia episcopale non appare chiaramente costituita. Qualunque soluzione si voglia accettare, rimane incontestabile per quanto si è detto (v. ORDINE, II) che gli Apostoli prima di morire diedero norme precise sul regime monarchico della Chiesa e stabilirono che ovunque ci fossero eredi e successori del loro apostolato.
II. POIERI E BIGNITÀ DEI v. - I v., come successori degli Apostoli nel regime ordinario della Chiesa, hanno ereditato i tre poteri conferiti da Cristo al Collegio apostolico al momento di salire al Ciclo: "Andate e istruite tutte le genti, battezzandole... e insegnando loro ad osservare quanto vi ho insegnato" (Mt. 28, 28), ossia il potere di insegnare (magisterium), di santificare (ministerium) e di governare (imperium). I v. sono "veri doctores seu magistri" (can. 1326), che prolungano nel tempo l'insegnamento divino-apostolico: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Lc. 10, 16).
Al potere di santificare dei v. si riferiscono le parole del Pontificale Romano: "Episcopum oportet iudicare, consacrare, ordinare, offerre, baptizare et confirmare». Lo iudicare riguarda principalmente l'ordinamento penitenziale della Chiesa antica, in cui l'inizio (confessione), lo svolgimento (soddisfazione) e la conclusione (assoluzione) della penitenza dei fedeli erano riservati al v. che poi, nell'aumentare delle occupazioni pastorali, si fece coadiuvare da presbyteri paenitentiarii (v. penitenza).
Il consecrore è in rapporto alle consacrazioni del fonte battesimale, degli oli santi, delle Chiese, che, per principio, erano e sono riservate ai v., anche se dopo la costituzione delle parrocchie siano state, in parte, concesse ai semplici preti.
L'ordinare è la funzione incomunicabile del v. (v. ORDINE, III) quella per cui si distingue essenzialmente dal prete. L'offorre, ossia la celebrazione dell'Eucaristia, spettava inizialmente al v. (cf. s. Giustino, I Apol., 65). Il baptizare et confirmare erano funzioni prevalentemente episcopali, soprattutto il confirmare, di cui è rimasto il ministro ordinario. Quanto al Battesimo, sebbene fin da principio anche i diaconi (Act. 8, 36-38) esercitassero queste funzioni, era tuttavia ufficio proprio e ordinario del v. (cf. s. Ignazio, Smyrn., 8, 2) ossia del summus sacerdos (Tertulliano, De Baptismo. 17, che ricorda anche i preti e i diaconi come ministri subordinati).
Il potere di giurisdizione (il sacro principato o imperium, a cui sottostà ogni forma di magistero esercitato nella Chiesa da altri membri del clero) è il potere più cospicuo dei v., "Spiritus Sanctus posuit episcopos regere Ecclesiam Dei" (Act. 20, 28: il testo, anche se nella sua cornice storica non si riferisce esclusivamente ai v., è stato però dalla tradizione ad essi riservato); tale potere è oggi regolato da norme precise del Diritto canonico.
Per il complesso di tali poteri spirituali la figura del v. apparve fin dall'inizio del cristianesimo rivestita da particolare dignità e degna di speciale riverenza. Per s. Ignazio di Antiochia il v. è l' "immagine del Padre" (Trall., 3, 1), poiché ricorda la presenza "del v. invisi-

(fta. Enc. Catt.)
Vescovo - Consacrazione di un v. Momento delle oblazioni simboliche: torcie e focaccia, all'Offertorio della Messa pontificale. Miniatura dal Pontificale di Giovanni Vitez, vescovo di Veszprímia (1498-1500) - Biblioteca Vaticana, cod. Ott. lat. 901, $1,38^{2}$.
bile, il Padre di Gesù Cristo" (Magn., 3, 1). Nella Didascalia degli Apostoli, II, 26, 4-8 il v. è lodato come "il principe dei sacerdoti, il ministro del Verbo, il mediatore, il dottore, il padre presso Dio, colui che rigenera con il Battesimo, il capo e la guida.... colui che tiene il posto di Dio». Secondo l'ignoto autore dell' Adversus aleatores (PL 4, 827) il v. ha ricevuto da Dio "apostolatus ducatum", "vicariam Domini sedem", "originem authentici apostolatus" che "in superiore suo portat". A giudizio di s. Ilario di Poitiers (Contra Constantium, 11: PL 10, 589) il v. è lo stesso Cristo. Secondo s. Tommaso (IV Sent., d. 24, q. 2, a. 1, qc. 1) il v. è lo "sponsus Ecclesiae" (cf. G. M. Monsabré, Esposizione del dogma cattolico: L'Ordine, XIV, trad. it., Torino 1929, pp. 148185).
III. Erorri e definizioni. - Aerio ([v.] sec. iv) fu il primo a negare qualunque differenza tra il v. e il prete: "Est enim, amborum unus ordo, par et idem honor et dignitas" (s. Epifanio, Haeres., 75, 3: PG 42, 509). Quest'errore fu ripetuto da Marsilio di Padova (Deno-U, 498), da Wicleff e Huss (ibid., 675) e aggravato da Lutero e Calvino (Institutio religionis christianae, IV, 4, 2): infatti questi ultimi negarono la costituzione episcopale e gerarchica della Chiesa (cf. H. Dieckmann, De Ecclesia, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 472-80). I protestanti liberali e razionalisti moderni ritengono che l'episcopato sia un'istituzione di origine puramente umana, sorta dall'influsso di varie circostanze storiche. Sulle varie teorie di Baur, Rothe, Hatch, Harnack, Sohm, Sabatier, cf. F. Prat, Enêques. Origine de l'épiscopat, in DThC, V, coll. 1694-99. Notevole per la sua apparente facilità è la teoria del Renan, secondo il quale la gerarchia ecclesiastica sarebbe l'effetto di una triplice abdicazione: della primitiva comunità cristiana a favore dei presbiteri, dei presbiteri a favore dei v., di questi a favore del Papa (Les Evangiles, Parigi 1877, p. 332).
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La Chiesa in varie circostanze ha manifestato il suo pensiero intorno all'origine e i poteri dei v. Il Concilio di Trento (sess. XXIII, ctp. 4): «Sacrosanta Synodus declarat... episcopos, qui in Apostolorum locum successerunt, ad hunc hierarchicum ordinem praecipue pertinere (Denz-U, 960). Lo stesso concetto è ripetuto dal Concilio Vaticano (sess. IV, cap. 3: ibid., 1828). Il decreto Lamontabili ( 3 luglio 1907) condanna la teoria modernista di un episcopato costituitosi per motivi puramente pratici, indipendentemente dalla sua missione di continuare l'opera degli Apostoli (ibid., 2050). Il giuramento antimodernista asserisce esplicitamente che i v. sono successori degli Apostoli (ibid., 2147) mentre il CIC ne afferma la divina istituzione (can. 329 § i).
BibL.: A. Michiels, L'arig. de l'épiso., Lovanio 1900; V. Ermoni, Les orig. de l'épiso., $4^{e}$ ed., Parigi 1903; E. Ruffini, La gerarchia della Chiesa negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di 1. Paolo, Roma 1921; V. Cavalla, Episcopi e presbiteri nella Chiesa primitiva, in La scuola cott., 64 (1936), pp. 235-36 (nuova interpretazione); A. Vellico, De episcopis iuxta docte, cabl., Roma 1937; L. Coppola, I v. nella dottrina degli ultimi Papi, Leace 1942; E. Seiterich, Ist der Episcopat ein Sohrament?, in Scholastik, 18 (1943), pp. 200-18; A. G. Martimort, De l'éédque, Parigi 1946; Y. Congar, Faits, problèmes et réflexions à propos du pouvoir d'ordre et des rapports entre le presbytérat et l'épiscopat, in La Maison-Dieu, n. 14 (1948), pp. 107-28; K. Braun, Bischof, in Theol. pralit. Quaetalschr., 97 (1949), pp. 293295; B. Pinalt, Le Sacrement de l'Ordre, in Nouvelle rev. théol. 81 (1949), pp. 1030-44; M. Jourson, L'éedque comme membre du peuple de Dieu selon st Augustin, Lione 1951; J. Colson, L'éedque dans la Débatcalie des Apôtres, in La Vie Spirituelle, Supplément, 18 (1951), pp. 271-90; Y. Congar, La structure du sacerdose chrétien, in La Maison-Dieu, n. 27 (1951), pp. 51-85; J. Lecuyer, La grâce de la consécration épiscopale, in Revue des sc. phil. et théol., 36 (1952), pp. 389-417; id., Episcopat et presbytérat dans les écrits d'Hippolyte de Rome, in Rech. de sc. relig., 41 (1953), pp. 39-49. Antonio Piolanti
IV. Diritto canonico. - Nulla aggiunge al v. nella gerarchia dell'ordine (v.) l'essere egli decorato dei titoli di arcivescovo o metropolita (v.), di primate, di patriarca (v.); lo stesso Romano Pontefice (v. PAPA) non gli è superiore che nella gerarchia di giurisdizione. Di regola egli esercita giurisdizione ordinaria su un determinato territorio: diocesi (v.) o eparchia, o su una determinata popolazione (v. circoscrizioni ecclesiastiche); mentre la giurisdizione del v. di Roma, oltre che sulla sua diocesi, si estende su tutta la Chiesa.
i. Elexione. - I v. furono designati da principio dagli Apostoli tra persone da loro direttamente sperimentate o loro presentate come capaci; in seguito furono scelti in seno alle singole comunità o furono chiamati dalle comunità stesse grazie al buon nome che s'erano altrove acquistato. Il v. viciniore o quello della città capo della provincia, dopo esaminata la legittimità della scelta e la capacità dell'eletto, gli conferiva la consacrazione, per lo più con l'assistenza di altri v. Quando un poco più tardi in Oriente si costituirono in modo regolare le province ecclesiastiche, l'elezione avveniva in presenza del metropolita che era giudice delle qualità e in special modo dell'ortodossia dell'eletto, cui conferiva la consacrazione; l'intervento del popolo si ridusse così ad una testimonianza esteriore di gradimento. Nel caso del metropolita erano i v. comprovinciali i responsabili della elezione del loro superiore e di essa davano notizia agli altri metropoliti della regione in segno di mutua comunione. Un tale ordinario svolgimento di fatti venne però spesso turbato dal sec. Iv in poi dall'intervento degli imperatori di Costantinopoli nell'imporre l'elezione di personaggi da loro preferiti specialmente nelle sedi patriarcali. In Occidente, dove l'autorità metropolitana si affermò un poco più tardi, l'intervento popolare conservò un'importanza maggiore finché non fu praticamente stroncato dall'intervento dei sovrani delle nuove dinastie barbariche. Rimase però sempre vivo in Occidente il principio canonico che il v. dovesse essere eletto col concorso del clero e del popolo (come l'abate della sua comunità), sotto la legittima assistenza del superiore ecclesiastico; e rimase fermo anche quando col feudalesimo (v.) e la conseguente investitura, i rapporti ecclesiastici parvero quasi assorbiti in quelli pubblici,
in modo che i sovrani aspirarono a tramutare in diritto quella che di fatto era un'intromissione indebita. Di qui la lotta per le investiture (v.) conclusa con il Concordato di Worms (1124) che ristabili nelle sue linee essenziali la genuina tradizione ecclesiastica. In pratica però, secondo il diritto delle Decretali, l'elezione dei v. venne di fatto e quasi da per tutto assegnata ai Capitoli cattedrali con cui concorreva, secondo particolari usanze, anche l'approvazione del resto del clero e dei maggiori dipendenti laici (v. PRINVIETA CANONICA). Il Papa aveva il diretto controllo sulle sedi dell'Italia perainsulare ed insulare, sulle quali sino al sec. x era l'unico metropolita; al suo giudizio, come a tribunale supremo e percio in casi straordinari, venivano deferite le cause controverse sulle elezione e sulla deposizione dei v. degli altri paesi ed egli stesso faceva poi le nomine relative quando lo riteneva necessario. Durante il sec. xili egli cominciò a riservare a sé per regola la nomina dei v., quando concorrevano determinate circostanze; finché nel sec. xiv le nomine a tutte le sedi vescovili furono soggette alla sua riserva. Ciò non mancò di suscitare malumore nei diversi paesi e dopo il grande scisma, mentre in Italia e in qualche altro paese le nomine dei v. rimasero riservate al Papa, in altri si ritornò al diritto delle Decretali; non senza offrire di nuovo ai sovrani l'occasione di intromettersi nelle nomine par i loro domini specialmente in caso di contrasti oppure di interessi dinastici. Particolarmente in Francia, ricostituito ad unità nazionale, una tale intromissione si fece sentire più forte e col Concordato del 1516 il sovrano ottenne il privilegio di nominare i v. coi il Papa conferiva l'istituzione canonica e concedeva le bolle. Tale privilegio passò poi nel Concordato del 1801 e servì di modello agli altri concordati di quella età. Il diritto di patronato che la legislazione canonica riconosceva a coloro che fondavano o dotavano benefici ecclesiastici (parrocchie, canonicati, monasteri, benefici semplici) fu voluto applicare a favore di sovrani che erigessero nuove sedi vescovili; ciò avvenne particolarmente per la Spagna riguardo alle nuove sedi che sotto il suo patrocinio venivano erette nelle Indie Occidentali, e per il Portogallo riguardo a quelle erette nelle Indie Orientali e durò per la Spagna sin agli inizi del sec. xix e per il Portogallo fino alquanto più tardi; anche altrove (come nel Regno di Napoli e nella Sicilia) la nomina ad alcune sedi fu voluta per un tal motivo. Oggi di, tranne in alcune sedi della Germania, dove la nomina si fa dai Capitoli con molte restrizioni imposte dall'autorità civile, i v. vengono nominati di regola dalla S. Sede in seguito a previe consultazioni, diverse secondo i diversi luoghi. Secondo i più recenti concordati la S. Sede notifica i nomi dei designati all'episcopeto all'autorità civile, perché essa abbia a palesare le legittime eccezioni qualora la nomina risultasse inopportuna. Il processo (informativo) per ogni singola elezione viene preparato dalla S. Congregazione Concistoriale, la nomina stessa viene fatta per bolla, e pubblicata in concistoro.
2. Autorità. - Per disposizione divina la giurisdizione ecclesiastica viene regolarmente esercitata sui fedeli attraverso il corpo episcopale, il quale la deriva come la causa prossima ed immediata dal Romano Pontefice quale capo in terra di tutta la Chiesa (v. chiesa; PRIMATO DI S. PIETRO, IV). A lui infatti compete il compito di determinare l'ambito dell'autorità dei v. e di determinare i loro vicendevoli rapporti, di assegnare il territorio e le persone su cui tale autorità deve essere esercitata, di dare l'istituzione canonica e di ritirarla quando ciò risultasse necessario per il bene spirituale dei singoli luoghi.
Il v. viene eletto per una determinata città; però, almeno nell'alto medioevo, anche per un'intera regione, quando essa non era ancora evangelizzata e non c'era un centro urbano o rurale di qualche importanza dove stabilire la sede cattedrale; cosi nei secc. viI-IX nelle regioni vastissime d'oltralpe si ebbero i v. peregrinanti, itineranti, veri v. missionari che esercitavano il loro ministero più o meno alle dipendenze di un v. residenziale su un territorio a confini assai poco determinati; molti
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(lat. Landesmaterim)
Vescoyo - V. seduto in trono. Sportello in legno scolpito da Benedetto Dreyer (1510-20 ca.) - Hannover. Museo.
di essi crano di nazione irlandese (Scotti) e preparavano la fondazione di nuove sedi vescovili.
Più tardi, particolarmente dopo il sec. xir, quando intere regioni caddero o ricaddero sotto i musulmani si continuò a nominare i v. di quelle sedi latine i quali non potevano governarle né farvi residenza, ma si adattavano a coadiuvare nel governo o nell'esercizio delle funzioni episcopali (sicarii in pontificalibus) i v. delle grandi diocesi dell'Occidente ed anche a sostituirli quando non facevano residenza; essi furono anche denominati v. titolari o in partibus infidelium; dal sec. xvı furono anche assegnate come titolo a tali v. vescovati antichi da lungo tempo soppressi (p. es., in Africa) od anche occupati da v. scianutici od eretici, e tutto ciò per evitare l'abuso che stava prendendo piede di creare v. in ecclesia Dei, cioè senza alcun titolo determinato.
Anche la denominazione di suffraganei che secondo il diritto competeva ai v. sottoposti ad un metropolita, fu usurpato da tali v., che oggi invece sono chiamati ausiliari. Condistori sono invece anche oggi quei v. titolari che hanno parte del governo della diocesi e sono assegnati dalla S. Sede con diritto di successione o senza.
Secondo le più recenti norme si richiede per l'elezione all'episcopato la legittimità dei natali, lo stato di celibato, l'età di almeno trent'anni, un quinquennio per lo meno di sacerdozio, purezza di costumi, attitudine di governo, zelo, laurea od almeno licenza in teologia o in diritto canonico, oppure vera perizia conosciuta nelle sacre discipline (CIC, can. 331). La consacrazione del v. è riservata al Papa (can. 953) e nessun v. la può compiere senza mandato apostolico. L'eletto è tenuto a risoverlo entro tre mesi dall'avvenuta nomina ed entro quattro a prendere possesso della propria diocesi. Viene conferita
durante la Messa solenne nelle domeniche e feste degli Apostoli e, di regola, con l'assistenza di altri due v. La presa di possesso con la quale incomincia l'esercizio della giurisdizione della diocesi, non comporta alcun rito liturgico. Il nuovo v. la compie parsonalmente o per procuratore, presentando al Capitolo nella chiesa cattedrale la bolla di nomina e siede senz'altro sulla sede episcopale ricevendo l'omaggio dei membri del Capitolo e del clero cattedrale. Quando l'eletto veniva consacrato nella sua sede episcopale prendeva senz'altro possesso del suo ufficio; oggi potrebbe prenderlo anche prima della sua consacrazione, purché abbia emessa la professione di fede ed il giuramento di soggezione al Pontefice.
Nell'esercizio del potere dell'ordine il v. è tenuto a seguire le prescrizioni liturgiche del proprio rito. Non può conferire l'Ordine sacro che ai propri sudditi e con le cautele imposte, cosi pure la Cresima; né esercitare funzioni episcopali fuori della propria diocesi a meno che non ne sia richiesto da chi ne ha l'autorità.
Il v. esercita il suo compito con giurisdizione (v.) ordinaria nel foro interno ed esterno e talvolta anche come delegato della Sede Apostolica; è tenuto all'osservanza delle leggi ecclesiastiche e può compiere nell'intera diocesi quanto compie il parroco nella sua parrocchia. Può concedere con giusta causa dispensa dall'osservanza delle leggi generali nei casi in cui ciò gli è concesso dalle leggi stesse, e viceversa non può proibire ciò che le leggi stesse permettono. In forza di tale autorità ordinaria egli esercita il potere: a) legislativo, promulgando leggi, senza dipendere da altri eccetto in quei casi in cui i canoni gli impongono previa consultazione od anche consenso del Capitolo cattedrale e per i quali raduna il sinodo (v.) diocesano secondo le norme canoniche; b) giudiziario, tenendo tribunale in prima istanza sulle controversie dei suoi sudditi e nelle cause matrimoniali ed anche in seconda istanza se è metropolita, con potere di emettere sentenza; c) coercitivo contro i disobbedienti sia del clero che del popolo, irrogando pene anche temporali, censure ed altri castighi. Come maestro nella sua Chiesa il v. predica e regola la predicazione del suo clero, dirige l'istruzione religiosa specialmente della gioventù, sorveglia la stampa, particolarmente per le materie di fede e di costume, e riserva alla sua diretta approvazione quanto si manda alle stampe dal suo clero. Egli è responsabile dell'amministrazione dei beni ecclesiastici, decide sulla fondazione degli uffici ecclesiastici e delle pie istituzioni, ne sorveglia il funzionamento e dirige soprattutto il governo del Seminario. Tutto ciò che contribuisce al progresso religioso e morale del clero e del popolo forma oggetto delle sue cure pastorali. Per potere adempiere questi doveri, la legge canonica lo obbliga a fare residenza attiva (v.) nella diocesi ed in particolare nella città episcopale, a compiere a tempo opportuno la visita pastorale della diocesi stessa, nelle forme prescritte. Dello stato della diocesi egli fa relazione scritta alla S. Sede, particolarmente in occasione della periodica visita ad limina Apostolorum (per i vescovi d'Europa ogni cinque anni) cioè delle basiliche dei SS. Pietro e Paolo ed al Papa a Roma. Per il governo della diocesi e la spedizione degli affari il v. costituisce la curia diocesana (v.) e gli è anche concesso di esigere mo-lerati tributi (v. cxtreoratico) e tasse; percepisce i redditi della mensa per il personale sostentamento e quello dei famigliari. Gli competono pure diritti onorifici, come quello dell'altare pontatile, del trono con baldacchino, della precedenza su altri prelati, v. ed arcivescovi nella diocesi (eccetto il proprio metropolita ed i legati della S. Sede); concede l'indulgenza sino a cento giorni.
BISL.: sui diritti e doveri dei v. trattano tutti i comment. del Decretum e delle Decretali e tutti i trattatisti del diritto can. Per questioni particolari : J. B. Ferreres, Sobre ciertas facultates de los ordinarios ... en el nuevo Codigo canónico, in Razon y Fe. 51 (1918), pp. 251-57; M. Mostazs, De celebr. Misure episcopi in aliena ecel., in Ephem. Liturg., 32 (1918), pp. 11-20; N. Milling, La proprietà delle formule giuridiche nella presentaz. e nominax. ai vescovadi, in Cic. Catt., 1921, iv, pp. 113-20; E. Rauwer, De potestate legifera episi, extra Senodium, in Coll. Numerum., 19211922, pp. 21-26; A. De Meester, Obblig. celebrandi pro grege,
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in Coll. Brug., 23 (1923), pp. 203-205, 292-94; J. Warichez, Les nominations épisc. au disc. de Tournai, in Coll. Tournai., 19 (1923-24), pp. 143-64; E. Garnier, Adnotationes ad unan episc., in Per. de re mor. can. liturg., 1924, pp. 99-121; V. Martin, La chola des élogues dans l'Egl. lat., in Rev. de sc. relig., 4 (1924), pp. 221-64; M. G. Carbó, Communist, breve regiminis pastoralis, ecc., Roma 1930; id., Episcopalis audientia. L'attivita giurisdizionale del v., Milano 1937; C. Magni, Questioni controverso intorno alle rooiginnate delle elea, episc. in Italia prima della lotta delle investiture, in Riv. di st. del dir. ital., 4 (1931), pp. 421-38; U. Mozzoni, I v. nel diritto eccl. ital. concordatario, Roma 1932; J. Haring, De iure remonstrationis episc. contra iura et mandata Sadis Ab., in Misc. Vermeersch. I, ivi 1936, pp. 321-26; L. Broggaier, Die Besetzung der bischöfl. Stähle in Deutseh. auf Grund der Konbardate für Reich und Lōnder, ibid., p. 355 sgg.; E. Garcia, El decreto sobre la residencia de los obispos en la tercera asemblea del Conc. Trid., Cadice 1944; R. Adam, Le pouvoir coëretif. Si l'ólogue, Québec 1946; A. M. Franquess, La constitutio apostolica aurica los obispos que asisten a la consagración episcopal, in Rev. esp. de el der. can., 12 (1947, II), pp. 209-38; T. Jedin, Il tipo ideale di v. secondo la riforma cott., Brescia 1950; I. Conson, L'ólogue dans les communautés primitives, Parigi 1951; M. Crovini, Adnat. ad Decr. de consecr. episcopi sine provisione sanos., in Monitor eccles., 5 (1951), p. 221 sgg.; A. De Luca, Jus remonstrandi dei v. contro gli atti legislativi del Pontefice, in Studi in onore di V. Del Giudice, I, Milano 1953, pp. 243-73; M. Castellano, De decreto episcopali administrativo, in Monti, eccles., 6 (1952), p. 7 sgg.; G. Oesterle, Facultas Ordinariorum ritus latini dispensandi orientales, ibid., p. 105 sgg.
Pio Paschino*
V. Archeologia. - L'epigrafia cristiana offre una serie di iscrizioni sepolcrali di v. con l'indicazione della loro dignità. Fra le iscrizioni greche si ricordano quelle dei v. di Roma in cui si legge BIIT(CK(onsc) come, ad es. negli epiraffi di Pocatano (230-35), Eutichiano (275-83), Gaio (283-96), o solo EIII(oxonsc) come in quello di Fabiano (236-50); intero si trova nell'iscrizione sepolcrale di M. Giulio Eugenio di Laodicea èxioxonsc della prima metà del sec. Iv (P. Franchi de' Cavalieri, Marco Giulio Eugenio di Laodicea di Licaonia nel sec. IV, in Note agiografiche, 3 [Studi e testi, 22], Roma 1909, pp. 59-73). In latino la più antica epigrafc è quella di s. Cornelio (251-53) in cui si trova l'abbreviazione EP(iscopus).
Damaso adopera anche antistes, e vi aggiunge sedis apostolicae o Christi (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 4); cosi viene chiamato Damaso stesso in un'epigrafe posta in S. Anastasia (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, Roma 1888, pp. 24-25); antistes Domini è detto Giovanni I (523-26); antistes Giovanni II (523-35), sacrosanctae legis antistes è detto Ilario di Arles (CIL, XII, 949); antistes sono detti pure Novato di Settf (CIL, VIII, 8834) e Pietro di Sulci (CIL, X, 7533). Antistes Dei è detto un vescovo di Cesarea, l'attuale Cherchel (CIL, VIII, 20975). Papa (v.) è detto Marcellino nell'iscrizione del diacono Severo, Liberio nelle epigrafi di Euplia (G. B. De Rossi, Roma sott., III, Roma 1877, p. 361 e tav. 29, n. 48) e di Legitima (CIL, XI, 4975) e nel carme attribuito a Liberio e papa è anche chiamato Damaso da Furio Dionisio Pilocalo (A. Ferrus, op. cit., n. 46). Al vescovo Scutari si augura papa vive Deo (E. Le Blant, Inscr. chrét. de la Gaule, Parigi 1856, n. 572 ).
Damaso adopera pastor per Sisto II che col suo sacrificio numerum gregis ipse tuetur (A. Ferrus, op. cit., p. 124). Si ritrova pastor nelle iscrizioni di Bonifacio II e di Gregorio Magno; bonus pastor è detto Andrea vescovo di Formia (CIL, X, 6218). "Pastore" sono detti i vescovi Achille di Spoleto, Giovanni di Ravenna (CIL, XI, 301); falso di Vercelli è detto custos gregis ovium Christi (CIL, V, 6725). Bonifacio II si invoca quale sancte pater (G. B. De Rossi, Inscr. chr., I, Roma 1861, n. 1029). Frequente assai è pontifex; a Sulci, si dice di Antonio: Pontifexis XVI (CIL, X, 7533). Celestino I è detto praesul apostolicae sedis (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, p. 62, 1); Simplicio è pure detto praesul (id., loc. cit., p. 55, 12). E ancora praesul si trova scritto di Gennaro in Carnia, m. nel 490 (CIL, V, 1858), di Cassio di Narni m. nel 536 (CIL, XI, 4164); di Sabino di Attipalda (CIL, X, 1194). Damaso adopera come sinonimo rector (A. Ferrus, op. cit., nn. 15, 17-18, 23, 40, 42, 44) e usa anche spesso sacerdos (A. Ferrus, op. cit., nn. 16, 57, 66-68) titolo che viene dato a Liberio (summus
sacerdos) nel carme a lui attribuito, dove pure si trova l'espressione divinae legis magistrum (G. B. De Rossi, Inscr. chr., II, 1, Roma 1888, p. 83, 26); a Siricio (ibid., p. 102, 30), a Giovanni I. è Signifer Ursus è detto il vescovo di Ficulea contemporaneo di Innocenzo I.
Nella citata iscrizione di Eugenio di Laodicea si ricordano i suoi 25 anni di episcopato: sîxosn révte óxous èxosv vîy èxusxosiv.
A Torino si trova episcopavit (CIL, V, 7136); sedit per Agnello di Ravenna, per Aureliano di Nola (CIL, X, 1366), per Miasno di Pozzuoli (CIL, X, 3229), per Vittore di Capua (CIL, X, 4502), per il vescovo Adeodato sepolto nel 569 in S. Alessandro; sedit episcopatuin per Valente di Verona (CIL, V, 5896); del vescovo Arcadio m. a Chiusi si dice pontificatum tenens (in Notizie degli Scavi, 1888, p. 487); vixit in episcopatu: Boczio di Carpentras (CIL, XII, 1213); Palladio di Tebessa (CIL, VIII, 2009); Rutilio di Mactar (CIL, VIII, 11894); Gallo di Aosta, m. il 5 ott. 546 (CIL, V, 6858); mansit in episcopatu: Silvestro di Besançon (CIL, XIII, 5407); duravit in episcopatu: Silvestro di Rauguniae (in Compire rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1900, p. 51); implevit in episcopatu: Reparato di Tanarumis. presso Tipasa (CIL, VIII, 9286).
Si ha quindi : vixit in sacerdotio per Spes di Spoleto (CIL, XI, 4967); fecit in sacerdotio per Reparato di Orléanaville (CIL, VIII, 9709); di Nemesano di Ala Millaria si dice che sacerdotium Domini administravit (CIL, VIII, 21570). Di Bonifacio di Caralis si legge che sedit cathedra (CIL, X, 7753). Fra le più antiche rappresentazioni di vescovi si ricordano il ritratto in mosaico (sec. v) di s. Ambrogio ([v.]; cf. A. Ratti, Il più antico ritratto di s. Ambrogio, in Ambrosiana, Milano 1897, p. 20); del sec. vi i ss. Sisto II, Cornelio, Cipriano e Ottato presso il sepolcro di s. Cornelio in Collisto (Witperi, Pitture, v. indice) e s. Massimiano a Ravenna; nel sec. viII nelle pitture di S. Maria Antiqua. Nell'arte cristiana il v. è vestito con tunica talare, paenula e pallio, porta il libro della lex christiana. La serie di ritratti dei vescovi fu in uso nelle antiche chiese come a Napoli, a Roma in S. Pietro, in S. Paolo; più tardi anche al Laterano, ma non prima di Niccolò III (1277-80).
Enrico Josi
VESPASIANO (Flavius Vespasianus Augustus), Imperatore romano. - N. il 17 nov. del 9 d. C. a Falacrinae, presso Rieti, m. ad Aquac Cutiliae il 24 giugno del 79 d. C. (sull'identificazione dei luoghi, v. E. Evans, The Cults of the Sabine territory, in Amor. Academy in Rome, 1939, pp. 95, 89) da famiglia anch'essa originaria della Sabina.
- Tribunus militum * sotto Tiberio, percorse la carriera degli onori finché Nerone lo inviò come legato imperiale in Siria con l'incarico di domare l'insurrezione dei Giudei. Durante le prime operazioni militari, dopo la presa di Jotapata, fece prigioniero uno dei capi della rivolta, Giuseppe, che in seguito, graziato, divenne lo storico della guerra giudaica. Nel torbido periodo che seguì all'assassinio di Galba, le legioni d'Oriente, seguite più tardi da quelle di stanza nella regione danubiana, proclamarono imperatore V. che travolse le ultime resistenze del suo competitore Vitellio nelle fasi di un'atroce lotta civile, svoltasi anche in piena Roma.
Appena assunto il potere V. dovette affrontare con energia gravi problemi, come il senso di smarrimento che possedeva l'Impero e la conseguente diminuzione del prestigio imperiale, il disagio economico ecc. Domata la ribellione batava e pacificata la regione renana, condotta felicemente a termine la guerra di Giudea per merito del figlio Tito (v.), V. ristabilì la dignità imperiale (assunse il prenome di "imperator»), riformò il Senato, eliminando quelli che potevano dargli ombra e immettere, dovi nuovi senatori tratti dall'ordine equestre ed esponenti della borghesia italica. Il suo oculato senso pratico rese l'amministrazione più efficiente sia in Italia che nelle varie province dell'Impero. Di questo V. rafforzó il "llmes * ed aumentó il numero delle legioni escludendo tuttavia gli italici dal reclutamento legionario e riserbando
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ad essi solo il servizio nelle coorti pretorie ed urbane, per evitare che l'esercito venisse inficiato dal proletariato urbano. Anche nella letteratura si verificò un ritorno ai grandi modelli del passato con Plinio il vecchio. Quintiliano, Valerio Flacco e Silio Italico. Nella fervida attività edilizia in Roma si devono a V. insigni monumenti tra i quali il "Forum Pacis" e il "Templum Sacrae Urbis", trasformato in chiesa sotto il titolo dei SS. Cosma e Damiano da papa Felice IV. Sotto V. fu iniziata la costruzione dell'Anfiteatro Flavio, inaugurato poi da Tito nell'80 e terminato da Domiziano.
BibL.: fonti: Tacito, Hist. I-V, 26; Svetonio, Vespasianus: Dione Cassio, Hist. Rom., LXIV, 2 - LXVI, 17; Eutropio, Breviarum, VII, 1-20; Oronio, Adn. pag., VII, 8-9; Eusebio, Hist. eccl., III, 12-16; Sulpicio Severo, Chron., II, 30, 2-8. Letteratura: Weynand, Flavius V., in Pauly-Winsowe, VI, col. 2623-95; B. W. Henderson, Five Roman Emperors, Cambridge 1927; M. Rostovtuf, Stor. econom. e soc. dell'Imp. Rom. (trad. it., Firenze 1946, p. 123 sgg.); G. Bersancti, V., Roma 1941; L. Homo, V., l'empereur du bon sens, Parigi 1949.
Lanfranco Fiore

(fol. Celere)
Vespignani, Virgilio - Porta Pia, fronte prospiciente la Piazza omonima costruita dal V. nel 1869 - Roma.
VESPIGNANI, Virgilio (Virginio).-Architetto, n. a Roma il 12 febbr. 1828, m. ivi il 4 dic. 1882.
Fece le sue prime esperienze accanto al Poletti del cui freddo accademismo riusci presto tuttavia a svincolarsi evolvendosi lentamente ed in ritardo rispetto ai tempi. Le sue opere antiche sono in provincia, a Ceprano ove costrui un palazzetto per mons. Francesco Ferrari e rifece la facciata della collegiata, a Viterbo ove eresse il teatro; a Orvieto ove pure eresse il teatro, a Gualdo 'Tadino ove dava il disegno per il rifacimento dell'interno

(fol. Miusi Vaticani)
del Duomo. Tutti edifici condotti con precisione accademica, come la costruzione da lui attuata a Roma della porta S. Pancrazio che era stata molto danneggiata nei bombardamenti del 1849 .
Migliore, più libero appare il V. nel minuscolo santuario della Madonna dell'Archetto (1851) nella Via omonima, sempre a Roma, ove qualche tempo dopo elevava quello che forse può considerarsi il suo capolavoro : il prospetto esterno della Porta Pia. Una soda architettura costruita con bella lunghezza di forme e giusto equilibrio di rapporti che molto guadagnerebbe alla vista, se il livello stradale verso la piazza fosse riportato, com'era in origine, almeno un metro di livello più basso. Altre sue opere romane sono gli edifici che formano l'ingresso del cimitero del Verano, l'altar maggiore di S. Pietro in Vincoli, la confessione di S. Maria Maggiore, il restauro delle basiliche di S. Lorenzo fuori le Mura e di S. Lorenzo in Damaso, il rifacimento in forme romanico-gotiche della chiesetta di S. Tommaso da Canterbury, già nella Trinità degli Scozzesi nella Piazzetta della Rota, la prosecuzione dei lavori di S. Paolo dopo la morte del Poletti, nonché l'inizio degli ampi restauri nella basilica di S. Giovanni in Laterano voluti da Pio IX, di cui il V. fu l'architetto preferito, ma in massima parte attuati durante il pontificato di Leone XIII.
V. Francesco, architetto, figlio del precedente, n. a Roma nel 1842 , m. ivi nel 1899. Allievo ed aiuto del padre, costrui nel 1827 in forme vagamente bramantesche la chiesa ed il convento del S. Cuore a Via Marsala.
Qualche anno più tardi, intorno al 1890 , accanto al padre Hildebrand de Hemptime intraprendeva la costruzione in forme lombardeggianti della chiesa e del collegio di S. Anselmo sull'Aventino.
BibL.: E. Schultze Battmann, s. v. in Thieme-Becker, XXXIV (1940), p. 309, con bibl. prec.
Emilio Lavagnino
VESPRI (Vesperae, Agenda vespertina, Synaxis vespertina, Solemnitas vespertina, Gratia vespertina, Duodecima). - Ora canonica al tramonto del sole; forse la più antica delle ore di preghiera. Nel Vecchio Testamento era l'ora del sacrificio vespertino.
Per i cristiani dei tre primi secoli era un'ora di preghiera privata, si converti in pubblica nei monasteri e nelle chiese. Talvolta s'identifica con il lucernare (v.). Secondo Callewaert (diversamente Batiffol e altri), i V. si recitavano già nel sec. III a Roma privatamente, poi nei secc. iv e v come ora canonica. D8 s. Benedetto (Regola, cap. 41) l'ora viene stabilita sì da non aver bisogno di una lampada, cioè come un'ora diurna del pomeriggio. Secondo il p. J.-M. Hanssens, i salmi propri del lucernare vennero sostituiti nel rito romano con i salmi correnti del salterio (i psalmi vespertini, 109-47), uso questo
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Vespio siciliano - Interno della chiesa dei Vespri (sec. xil) - Palermo (dintorni).
monastico. Le parti, aggiunte in seguito al nucleo primitivo dei cinque salmi con le loro relative antifone salmodiche, hanno ridotto gli attuali V. romani ad uno schema simile a quello delle Lodi.
Bibl.: C. Callowaert, De Breviarii Romani Liturgia, Bruges 1939, nn. 223-26; id., Vesperae antiquae in ufficio praesertim Romano, in Sacris Erudiri, Stecnbrugge 1940, pp. 91-117; M. Righetti, Man. di stor. litur., II, Milano 1946, pp. 587-603; J.-M. Hanssons, Aux origines de la prière liturg. Nature et genèse de l'Office des Matines (Anal. Gregor., 57), Roma 1952, pp. 24-41. 42-43. 87-89.
VESPRO SICILIANO. - E così indicato il moto insurrezionale che scoppiò in Sicilia nel 1282 per cause complesse e con risultati diversi da quelli previsti.
Il dominio angioino, accettato con relativa facilità nell'Italia meridionale, aveva reagito con molto vigore al risorgere delle tradizioni sveve; ma la durezza della repressione aveva aperto un solco tra dominatori e dominati specialmente in Sicilia, dove la situazione era aggravata dalla durezza delle pressioni fiscali, dall'immissione di feudatari e di funzionari angioini, dal definitivo trasferimento della capitale da Palermo a Napoli con tutte le conseguenze economiche che ne derivavano. Gli esuli dall'isola e dalla parte continentale del Regno - ed in particolare il salernitano Giovanni da Precida - intrigavano con i nemici degli Angioini e soprattutto con Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia di Manfredi, che era fortemente interessato a tutti gli avvenimenti mediterranei dell'espansione marinara catalana. I preparativi di una spedizione militare veneto-angioina contro l'Impero bizantino indussero Pietro III ad intendersi col secondo e a preparare uno sbarco in Sicilia, trasferendo la sua flotta sulle coste africane. Il 31 marzo 1282 l'insurrezione popolare scoppiava inopinatamente a Palermo; massacrati od espulsi i Francesi, le città siciliane tentarono di darsi ordinamenti popolari e di costituire un governo federale, sotto la protezione del Papa, che sconfessò invece il movimento. Impreparazione politica e difficoltà militari le spinsero senza troppi esistazione ad offrire la corona a Pietro III, che il 7 sett. 1282 sbarcò a Palermo ed assunse con il titolo di re di Sicilia la direzione della guerra. Liberata Messina dall'assedio degli Angioini, Pietro III passò all'offensiva per scacciare gli Angioni anche dalla penisola, ed ottenne successi militari sul continente e per mare. Papato e Francia intervennero in appoggio di Carlo d'Angiò, determinando un pericoloso contrasto francoaragonese per cui Giacomo II giudicò opportuno rinunciare alla Sicilia, ottenendo in cambio Sardegna e Corsica. I Siciliani non accettarono la cessione ed elessero loro
re Federico d'Aragona, fratello minore di Giacomo (genn. 1296), il quale continuò la guerra contro gli Angioini, con alterna vicenda, finché ottenne con il Trattato di Caltabellotta (1302) il riconoscimento della situazione di fatto ed il titolo di re di Trinacria, con la condizione che alla sua morte l'isola ritornasse agli Angioini. Ciò non avvenne e si determinò cosi un continuo stato di guerra, aperta o latente tra le due parti dell'antico Regno, che ne esauri le energie e le risorse, preparando la soggezione dell'isola agli Aragonesi e aprendo la via al successivo loro intervento nella penisola.
Bibl.: A. Amari, La guerra del V., Milano 1886; O. Cartellieri. Peter v. Aragon und die Sicilian. V., Heidelberg 1904; H. Wietzagowski, Conjuraciones y alianzas politicas de rey. Pedro de Aragon contra Carlos de Anjou ante de las Vesperas, Madrid 1933; G. Falco, Il V. s., in Albori d'Europa, Roma 1947, p. 478; P. Soldevila, Peire el Gran, Barcellona 1940-42; S. Bottari, Per un nuovo ed. della Guerra del V., in Sizelarum Gymnasium, 1949, p. 295 sgg.
Gina Fasoli
VESPUCCI, Amerigo. - Navigatore, uno dei più grandi, anzi il massimo fra i seguaci di Colombo, n. a Firenze nel marzo 1454, terzo di quattro figli di ser Nastagio notaio, m. a Siviglia il 22 febbr. 1512.
Il nome, che doveva poi rimanere per sempre al Nuovo Continente, era tradizionale nella famiglia. Il V. ebbe da giovanetto un'istruzione umanistica, nel 1479 accompagnò, come "garzone", un suo parente inviato dai Medici oratore al re di Francia, ed al ritorno entrò nel "banco" di Lorenzo e Giovanni di Pier Francesco de' Medici, acquistandovi la piena fiducia dei suoi principali. Questi lo inviarono, alla fine del 1491, a Siviglia dove avevano un'attiva agenzia, diretta da un Giannotto Berardi, che si occupava di diversi negozi, ma soprattutto, a quanto pare, dell'armamento di navi. Pertanto V. assisté con ogni probabilità al ritorno di Colombo dalla prima spedizione che il Berardi aveva aiutato; più tardi dovette collaborare, ancora col Berardi, all'allestimento di una nave per la seconda spedizione di Colombo e di altre per la terza; in questa occasione V. e Colombo si conobbero personalmente. Morto il Berardi alla fine del 1495 o ai primi del 1496 , il V. ne fu esecutore testamentario e rimase poi capo effettivo dell'agenzia di Siviglia.
Il periodo, nel quale il V. compi le sue navigazioni, cade tra il 1497 ed il 1504 . Ai primi del 1505 , chiamato alla Corte spagnola per una consultazione su questioni riservate, il V. veniva assunto come esperto presso la famosa Casa de Contratación de las Indias, istituita due anni prima a Siviglia, e successivamente nel 1508 era nominato piloto mayor presso la Casa stessa: ufficio altissimo e di grande fiducia, cui era annessa la funzione di esaminare tutti i piloti e i capitani marittimi che aspiravano ad una patente per navigazioni d'oletemare, e l'altra di apprestare la carta ufficiale delle terre nuovamente scoperte e delle rotte ad esse dirette (padron real), vagliando e coordinando tutti gli elementi che i piloti e i capitani di mare erano obbligati a fornire : tale carta rappresentava una gelosa segreto e chi n'era custode doveva essere in fama di scrupolosa coscienza e fedeltà. Tale ufficio il V., che aveva ottenuto la cittadinanza spagnuola, tenne fino alla sua morte; alla vedova, Maria Cerezo, fu concessa una pensione in riconoscimento degli alti servizi prestati dal marito.
Sulle navigazioni del V. si posseggono due serie di documenti. La prima è costituita: da una lettera del V. stesso datata da Lisbona 4 sett. 1504, in lingua italiana, diretta forse al gonfaloniere Pier Soderini, stampata a Firenze nel 1505; da due versioni o rifacimenti latini di tale lettera messa in circolazione per le stampe col titolo di Quatuor Americi navigationes e di Mundus Novus; la seconda serie è costituita da tre lettere private (cioè
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non destinate alle stampe) dirette dal V. ai suoi patroni Lorenzo e Giovanni di Pier Francesco de' Medici. Nei documenti della prima serie si parla di quattro viaggi del V., in quelli della seconda solo di due. Fino a pochi anni fa i documenti della prima serie erano ritenuti autentici, per quanto la successione dei quattro viaggi suscitasse un'infinità di incertezze e di dubbi; secondo un'ipotesi formulata da Alberto Magnaghi, invece, quei documenti sarebbero il risultato di abili manipolazioni (cui il V. sarebbe stato estraneo) e i soli documenti autentici sarebbero al contrario le lettere private, onde i viaggi accertati si ridurrebbero a due. La questione, fondamentale per la valutazione dell'opera del V., ha dato luogo ad ardenti polemiche e non è ancora chiusa. Il tentativo di conciliare le due serie di documenti, ripetuto anche di recente da uno storico argentino, R. Levillier, non può ritenersi riuscito.
E certamente autentico il viaggio compiuto dal V. fra il maggio 1499 ed il giugno 1500 in qualità di pilota in una spedizione di quattro navi inviate dalla Spagna e comandata da Alonso de Ojeda (è la seconda spedizione della serie tradizionale). Poiché il V. vi partecipava come pilota è da ritenersi per certo che non fosse alla sua prima prova; ma una precedente navigazione (1497-98), che avrebbe avuto per teatro le coste del Golfo del Messico e quelle atlantiche dalla Florida alla Baia di Chesapeake, non sembra assolutamente potersi ammettere come realmente avvenuta.
Nella navigazione del 1499-1500, il V. si separò dall'Ojeda dopo raggiunte le coste della attuale Guiana e navigò verso sud, scoprendo le foci del Rio delle Amazzoni, poi procedette lungo le coste dell'attuale Brasile fino al C. de la Consolación o C. S. Agostino (circa $6^{\circ}$ lat. s.) indi tornò sui suoi passi, raggiunse Trinidad, vide le foci dell'Orinoco e si ricongiunse con le navi dell'Ojeda ad Haiti. Il viaggio ebbe, dal punto di vista scientifico, importanza enorme : il V. ritenne di avere navigato lungo le coste di una estrema penisola orientale dell'Asia, quella nella quale Tolomeo poneva l'emporio commerciale di Catticara, anzi di tale penisola ricercò la estremità occidentale, il Capo di Catticara, come il V. dice, varcato il quale le navi sarebbero, secondo le sue idee, pervenute nei mari dell'Asia meridionale. Ed appena tornato in Spagna si diede ad apparecchiare una nuova spedizione (in concorrenza con quella allestita in quel tempo da Vasco de Gama) con l'obbiettivo di raggiungere l'Oceano Indiano, il Golfo gongetic o l'Isola di Taprobanc. Ma il governo spagnuolo non accolse le proposte del V., il quale sul finire del 1500 passo, per ragioni non conosciute, al servizio del Portogallo e sotto gli auspici del Portogallo compì una seconda spedizione, che partì da Lisbona il 13 maggio 1501. Dopo una sosta alle fsole del C. Verde le navi traversarono l'oceano in direzione sudovest, raggiunsero le coste del Brasile verso il C. Agostino, scoprmero (nel genn. 1502) la baia detta Rio de Janeiro, e navigarono certamente fino al Rio de la Plata del quale il V. è da ritenersi il primo scopritore. Con tutta probabilità una rapida corsa condusse le navi ancor più a sud lungo le coste della Patagonia, fino al Golfo di S. Giuliano o forse più oltre. L'itinerario del ritorno è ignoto. Le navi approdarono a Lisbona il 22 luglio 1502 .
Quale che sia l'estremo punto raggiunto a sud dal V., questa navigazione ha nella storia delle scoperte geografiche un'importanza fondamentale e decisiva, in quanto radicò nel V. stesso e diffuse nell'ambiente dei dotti la convinzione che le terre nuovamente scoperte non fossero porte dell'Asia, ma costituissero un "Mondo Nuovo". Non è pertanto da meravigliarsi se in un cenacolo di studiosi tedeschi a St-Dié di Lorena, un umanista, Martino Waldseemüller, ristampando nel 1507 le Quatuor Americi navigationes, precedute con un breve opuscolo intitolato Cosmographiae Introductio, lanciasse la proposta che il nuovo mondo testé rivelato fosse denominato "ab Americo inventore... Amerigen quasi Americi terram sive Americam ". La proposta è consacrata anche in un grande planisfero dello stesso Waldseemüller, nel quale appare per la prima volta il nome America, appli-

Vespucci, Americo - Ritratto, attribuito al Parmigianino (sec. xvI) - Napoli, Museo nazionale, Pinaoatoca.
cato tuttavia solo all'America del Sud. La proposta ebbe una fortuna forse inattesa; ma l'estensione del nome all'America del Nord è più tardiva. Nella parte superiore della carta, figurano in corrispondenza all'emisfero abbracciante il Continente Antico, il ritratto di Tolomeo; in corrispondenza a quello dove è delineato il Mondo Nuovo, il ritratto del V.
Che questi partecipasse ancora ad un'altra spedizione per conto del governo portoghese (si dice a quella, assai dubbia, comandata da G. Coelho) è incerto, anzi improbabile. In ogni caso questa spedizione non arrecò alcun contributo di conoscenze nuove. Successivamente il V. tornò al servizio della Spagna e certamente, in qualità di piloto mayor, contribuì alla preparazione di altre spedizioni, ma a nessuna più partecipò di persona.
Sul V. furono pronunziati giudizi diversissimi: non è mancato chi lo ritenesse un ignorante, un falsario, un ciarlatano usurpatore di menti altrui, ecc. A smentire queste accuse basta il fatto che la Spagna confidò a lui straniero, a preferenza che a qualsiasi connazionale, l'ufficio altissimo di piloto mayor, il che implica che a lui, si riconoscessero qualità eminenti scientifiche e pratiche in materia di nautica, dirittura morale, e scrupolosità tale da poter esser custode di materiali e di elementi di eccezionale importanza e riservatissimi. Quali che siano state le ragioni del suo temporaneo passaggio al servizio del Portogallo, è certo che il governo spagnuolo non gli fece di ciò alcun carico. La fama del V. è ormai definitivamente consacrata come quella di un uomo di mare e navigatore di altissimo valore, tale da potersi porre a pari con Colombo, che ebbe pure per lui, come risulta da una lettera autografa, la maggiore estimazione. L'antagonismo onde in passato si contrapponevano i due grandi italiani è ormai da tempo definitivamente composto : a Colombo spetta l'incomparabile merito di aver per primo valicato l'Oceano occidentale, per millenni ritenuto invalicabile, e di aver scoperto le terre della altra sponda ${ }^{\text {; }}$; a V. quello di aver dimostrato che tali terre non appartenevano all'Asia, ma costituivano un nuovo Continente.
Il V. esegui il rilievo delle coste da lui scoperte e ne costrui la carta, ma questa è andata perduta al pari dei diari di bordo. Rimangono tuttavia alcune carte
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(ffel. Alimari)
Vesta e Vestalia - Una Vestale, Scultura del sec. i d. C. Roma, Museo delle Terme.
(oltre quella già citata dal Waldseemüller) di diretta o indiretta provenienza vespucciana.
Bim.: è ricchissima, essendovi, anche tra le opere più vecchie, alcune tuttora fondamentali : A. Vignaud, Amćric Vespucci, 1454-1512, Parigi 1917, con citazione di tutta la letteratura precedente: A. Magnaghi, Amerigo Vespucci, $2^{\circ}$ ed., Roma 1924; id., A. V., primo scopritore del Brasile, in Mem. dell' Accad. delle Scienze di Torino, $2^{\circ}$ serie, XIX, it. 4, Torino 1941; R. Almagia, Gli Italiani primi esploratori dell'America, ivi 1937, parte $2^{\circ}$, cap. 1; F. J. Pohl, Amerigo Vespucci piloto major, Nuova York 1944; R. LLevillier, America, La bien llamada, 2 voll., Buenos Aires 1949; id., Amerigo Vespucio, ivi 1951; Th. O. Marcondes de Souza, Amerigo Vespucci e sus viagens, San Paulo (Brasil) 1949.
Roberto Almagia
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