volume-12

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 $2^{\circ}$, cap. 1; F. J. Pohl, Amerigo Vespucci piloto major, Nuova York 1944; R. LLevillier, America, La bien llamada, 2 voll., Buenos Aires 1949; id., Amerigo Vespucio, ivi 1951; Th. O. Marcondes de Souza, Amerigo Vespucci e sus viagens, San Paulo (Brasil) 1949.

Roberto Almagia
VESTARARIUS (Vestearius, Vastararius). Era il custode del tesoro o della guardaroba di alti dignitari ecclesiastici o laici, oppure di Capitoli e di monasteri. Sin dal sec. vir era così chiamato il funzionario cui era affidata la cura del vestiarium lateranense, ossia del tesoro sacro o della guardaroba del Pontefice.

Nei giorni festivi, secondo l'Ordo Rom. I (n. 22, ed. M. Andrieu, II, p. 73), il V. doveva concedere, munendoli del suo sigillo, i vasi sacri preziosi (per numerum gemmarum) per il pontificale papale (calicem et patenam maiores, evangelia maiora) e nel corteo cavalcava subito dopo il Papa, accanto al vicedomino (Ordo cit., n. 10, p. 70). Col sec. 12 la carica del $V$. passò all'aristocrazia laica. L'Ordo Rom. di Cencio Camerario (ed. Fabre-Duchesne), redatto nel foire del sec. xir, accenna alla presenza nel a Corte pontificia di parecchi $V$. i quali ricevevano ogni anno, a Natale e a Pasqua, una gratifica (presbyterium) di quattro soldi provisini (proveniensee). Apparteneva pure al loro ufficio presentare al Papa, nella festa della Purificazione, i veri da benedire. Per tutte le grandi solennità, eccetto che per la festa dell'Assunzione, i $V$. preparavano gli stoppini necessari alla confezione delle candele occorrenti. Il giorno poi dell'incoronazione del Papa essi mangiavano alla sua mensa.

Birl.: P. Fabre-L. Duchesne, Le liber censuum de l'Eglise Rom., I, Parigi 1884, pp. 293 a, 304 a, 305 b, 429 b; P. Galletti,

Del Vesterario della S. Romana Chiesa, Roma 1758; C. Dufresne Ducange, Vesturarius-Vestiarius, in Glossarium, ed. L. Furte, VIII, Parigi 1938, pp. 291-92; M. Andrieu, Les Ordines romani du haut m. d., II, Lovanio 1948, pp. 42-43. A. Pietro Frutaz

VESTA e VESTALIA. - Le origini della dea V. a Roma risalgono a tempi antichissimi : le sua festa, Vestalia, figura nel calendario arcaico: il suo tempio rotondo sul Foro romano, più volte incendiato e ricostruito, appartiene alla più antica fase edilizia della città; le sue sacerdotesse venivano elette con un procedimento sacrale (captio) di cui l'unica analogia è offerta dall'elezione del Flamen Dialis, sacerdote di Giove già nel periodo anteriore al culto capitolino.

Secondo la tradizione romana, le origini del culto risalirebbero anche a tempi più antichi dell'esistenza stessa di Roma: la madre di Romolo e Remo, Rea Silvia, sarebbe stata già una Vestale di Alba Longa; e, infatti, si può dimostrare l'esistenza del culto in questa città che è stata distrutta dai Romani all'inizio della loro storia

A Roma, il tempio di V. aveva forma rotonda. Non conteneva alcuna immagine cultuale della dea, ma solo un fuoco perpetuo considerato come focolare dello Stato. Era inaccessibile al pubblico: solo durante i Vestalia vi potevano accedere le donne, gli uomini mai (non era, nel senso tecnico romano, un templum, vale a dire un edificio inaugurato dagli auguri in cui potesse riunirsi il Senato). Aveva un vano recinto detto penus: qui erano custoditi oggetti segreti ed ignoti al pubblico romano come a noi, considerati come garanzie (pegnere) della potenza di Roma: di questi faceva parte ad ogni modo anche il Palladium, statua di Minerva ritenuta proveniente da Troia.

Il sacerdozio di V. era affidato inizialmente forse a tre, più tardi a sei vergini. Queste venivano elette a sorte tra venti fanciulle patrizie tra i sei e i dieci anni e consacrate mediante il rito della captio da parte del pontefice massimo : una specie di presa di possesso dell'intera personalità del soggetto ai fini del culto. Le Vestali dovevano prestare un servizio di trent'anni, dopo i quali erano libere di lasciare o meno la loro carica. A capo del collegio stava la Virgo Vestalis Maxima che poteva rappresentare tutto il collegio nelle funzioni rituali. Le Vestali vivevano nell'utrium Vestae accanto al tempio, ma potevano uscire liberamente. Avevano diritti e doveri eccezionali. Dovevano sorvegliare soprattutto il fuoco perpetuo, il cui spengersi era considerato come un prodigium particolarmente mitsacrioso per lo Stato. Per la perdita della sua verginità, la Vestale veniva sepolta viva con una modesta scorta di viveri, poiché l'esecuzione capitale era incompatibile con la sua posizione. A tale rigore corrispondono i privilegi delle Vestali che godevano dei più alti diritti e onori civili (uniche tra le donne romane, avevano anche il diritto di far restamento). L'incontro casuale con una Vestale comportava, per un condannato a morte, l'annullamento della sua condanna. I doveri sacrali delle Vestali non si limitavano al culto della dea stessa. Non solo esse dovevano presenziare a numerosi riti pubblici di alta importanza (Parilia, Argei, Parentalia, ecc.), ma preparavano con le proprie mani l'ingrediente indispensabile di qualsiasi sacrificio pubblico o privato, la mala salua, farina tostata mista con sale, con cui si cospargeva (immalare) l'oggetto del sacrificio. Conservavano inoltre gli ingredienti del suffimen, mezzo di purificazione, che esse stesse dovevano preparare e distribuire al popolo nella festa del Parilia. Insieme con i pignora del potere dello Stato, si può dire che le Vestali detenevano le chiavi stesse della sua esistenza sacrale in generale. Tale carattere generale e fondamentale si osserva anche nel culto della dea, poiché questa e Giano sono le uniche divinità obbligatoriamente invocate in tutte le preghiere, l'uno al principio, l'altra alla fine.

La festa Vestalia è fissata nel calendario al 9 giugno (in corrispondenza con la festa di Giano del 9 genn.). In questo giorno culmina il culto festivo che dura dal 7 al 15 del mese; in questo tempo si svolgono le operazioni di purificazione del tempio di V.; perciò il 15 porta nei calendari la sigla Q (uando) ST(ercum) D (elatum) F(as) : il carattere "religioso" della serie di giorni - in cui non

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(1) CALCO DELLA COBRA DI VETRO, rinvenuta ad Onia nella casa detta del Pettino, con incintezza ed intere componenti Cristo che sorvegga con la rinforza la creazione monogramma, e con la destra un libro aperto ai lati una palma ed un usnetto di pasti (fise del sec. iv - inizio del sec. v) - Onia, Museo. 2) VETRO DORATO con Lamento e Cognano, per Cittison, (sec. iv) - Biblioteca Vaticana, Museo Cittisano, n. 294. 3) VETRO DORATO con i ricorsi di due esempi interessati da Cristo al centro, e attuarsi: Fucra, Feste, Limenzo, Sisto, Cipriano, Epoiano (sec. iv) - Firenze, Museo archeologico. 4) VETRO DORATO CON BUON PASTORE (sec. iv) - Roma, cimitero di Fattito. 5) TRITTICO CON VETRI ORNATI DI FIGURE IN GRO, svilupparsi in Conciliaione e, ai lati, la Madonna col Bambino e a Michele Arcangelo, opera di Jacopino Cistario (1460) - Torino, Museo civico di arte antica.

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A sinistra: VASCELLO, vetrata del Palazzo di Jacques-Coece (sec. xv) - Bourges. In alto a destra: CRISTO CON LA CROCE E STERDARDO. Vetrata del sec. xv: nella
chiesa di Eudre nel Gotland (Sveria). In basso a destra: ADORAZIONE DEI MAGI, particolare d'una vetrata del 1327 - Amadorg, presso Mariatoll, chiesa parrocchiale.

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In alto a sinistra: L'INCORONAZIONE DELLA VERGINE. Particolare della vetrata eseguita su cartone attribuito a Duccio da Boninsegna (inizio del sec. xiv) - Siena, Duomo. In basso a sinistra: RESURREZIONE. Vetrata eseguita su disegno di L. Ghiberti (1425) - Firenze, Duomo. A destra: VOCAZIONE DI S. MATTEO. Vetrata dipinta da fra' Guglielmo di Marcillat (1518) - Arezzo, Duomo.

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A sinistra: LA CROCIFISSIONE. Stazione XI, scultura di G. Manni (1932) - Roma, chiesa di S. Eug整n. A destra: PARTICOLARE DELLA STAZIONE DELL' ECCE HOMO, oggi non più in uso. Via Crucis con 4 stazioni ed un Calvario, fatta scolpire dal canonico Gerhard Berendunck (1323-36), raffigurato a destra - Xanten, Duomo.

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si poteva contrarre matrimonio, la Flaminica Dialis non poteva convivere con il marito, né pettinarsi e tagliarsi le unghic ecc. - viene abolito nel momento in cui le immondiare del tempio vengono portate via. Il giorno 9 è la festa vera e propria in cui tra l'altro s'incoronano gli asini, animali sacri alla dea soprattutto per la loro funzione presso il mulino (le Vestali stesse avevano un piccolo mulino nella loro dimora, probabilmente per la preparazione della farina adoperata nella mola salsa).

La teologia antica identificava la dea ora con il fuoco ora con la terra, vedendo in essa sempre come la base e il centro della vita cosmica. I poeti e scrittori la esaltavano come simbolo della castità, considerando le Vestali come sue rappresentanti o immagini vive, par quanto anche l'epiteto mater spettasse alla dea cui non mancano rapporti con la fecondità (da notare che le Vestali tributavano un culto al dio Fascinus, il phallos considerato di per sé come dio). Ma le speculazioni dei filosofi e dei poeti dotti non riflettono che la mentalità di un'epoca lontana ormai da quella della formazione del culto.
V. appare, benché scarsamente, anche nel culto privato. Secondo le testimonianze indirette della letteratura romana sembrerebbe che la dea fosse considerata presente nel focolare domestico (che, d'altra parte, risulta altare degli dèi Penati). Non è facile dire quanto in questa opinione dei letterati sia da ascrivere semplicemente alla cultura ellenistica : perché la dea Hestia - con cui V. ha del resto indubbiamente origini comuni (forse anche linguisticamente, benché la discussione sulla questione sia tuttora aperta) - in Grecia era effettivamente il focolare domestico, mentre gli scarsi documenti di un culto domestico di V. (ad es., nei dipinti delle case campane) limitano la sfera della dea alla cucina, al forno e simili locali funzionalmente ben definiti della casa.

Bint.: R. H. Klausen, Aemus und die Penaten, Anibargo 1839-40, p. 620 sgg.; A. Preuner, Hestia-V., Tubinga 1864; H. Jordan, Der Tempel der V., Berlino 1886; G. Wissowa, Religion und Kultur der Homer, 27 ed., Monaco 1912, p. 156 sgg.; G. Wissowa, in W. Roscher, Ausführliches Lexikon für klassische Mythologie, VI, p. 241 sgg.; O. Huth, F., Lipsio-Berlino 1943; P. Lambrechts, in Latamus, 5 (1946), p. 321 sgg.; A. Brelich, V., Zurigo 1949.

Angelo Brelich

## VESTFALIA: v. WESTFALIA.

VESTI SACRE. - Sono gli indumenti portati dai ministri sacri nelle funzioni liturgiche.

Per rendere più augusto il culto e per maggiore riverenza verso Dio la Chiesa ha voluto che speciali v. s. fossero usate durante le funzioni sacre. Esse non sono derivate da quelle in uso nel culto del Vecchio Testamento, né da quelle dei culti pagani dell'età classica, ma furono scelte fra quelle che si usavano nella vita civile (escluse quelle di carattere militare) del mondo romano dalle persone più serie e qualificate. I chierici usavano una lunga tunica (v.) talare di color bianco, alla quale i chierici maggiori sovrapponevano la casula o pianeta (v.) senza maniche che copriva tutta la persona; nel sec. vi è già in uso la dalmatica (v.) che doveva ben presto essere la sopravveste propria dei diaconi. Le altre vesti od ornamenti sacri si introducsero man mano nell'uso liturgico. Questo rimase costante anche di fronte all'uso di vesti più o meno succinte che si introdussero con le invasioni barbariche; la Chiesa restò fedele all'uso antico delle classi superiori. Prescindendo dal rocchetto (v.), che non è considerato come v. s., si ha la cotta, della quale il nome superpellicemn indica lo scopo, che era la sopravveste ampia bianca di lino che ricopriva nei chierici inferiori l'abito d'uso quotidiano (i cardinali vescovi la portano sul rocchetto quando indossano il piviale).

Vesti inferiori o sottovesti liturgiche sono oggi nel rito latino: l'amitto, l'alba o camice con il cingolo; quelle superiori sono: la pianeta, per il celebrante la Messa, la dalmatica e la tunicella per i ministri sacri, e il piviale per le funzioni fuori della Messa. Come insegno liturgiche maggiori sono: il manipolo, per tutti i chierici maggiori compreso il vescovo; la stola, per il diacono (che la porta a tracolla), il sacerdote ed il vescovo; il pallio per l'arcivescovo metropolita e il Papa; il razionale, portato sopra la pianeta soltanto da 5 vescovi di
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(da Gernich Tiber, Magyerebzig Romankori Emleti, Budapest 1818, tav. CCXLV)
Veszprilmia - Due Apostoli. Affresco del sec. xiri in una cappella della Cattedrale - Veszprimia.

Germania, Francia e Polonia. Insegne pontificali sono: la mitra, il pastorale, l'anello e la croce pettorale. Altri accessori vescovili sono i guanti, i sandali ed i calzari. Il Papa usa la falda, sottoveste ampia che copre la persona dalla cintura in giù sin oltre i piedi; il fanone, sopra la pianeta, a strisce bianche e oro, il succintorio da attaccarsi alla parte destra del cingolo (v. le rispettive voci).

Pietro Siffrin
VESZPRIMIA (Veszprém), diocesi di. - Città e diocesi in Ungheria. Ha una superficie di 13.710 kmq . con una popolazione di 874.163 ab. dei quali 703.198 cattolici. Nel 1949 essi erano distribuiti in 329 parrocchie servite da 440 sacerdoti diocesani e 183 regolari; inoltre un seminario, 22 comunità religiose maschili e 47 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 446).

La città di V. è una delle più antiche dell'Ungheria. La b. Gisella, moglie del Re s. Stefano, la scelse pir sua dimora e vi costruì la prima Cattedrale che nel medioevo ebbe annessa una scuola dove, oltre al latino, alla logica ed alla rettorica, si insegnava anche il quadrivio, e che godette di alta fama. Fu più volte saccheggiata e subì la dominazione turca. Oggi si può ammirare nel lato meridionale della Cattedrale una cappella che risale al sec. XI e nella quale sono conservate ancora pitture del tempo. E il ricordo più antico del gotico ungherese. Attorno alla città si vedono le suggestive rovine del convento delle Domenicane fondato dalla b. Gisella, nel quale fu educata s. Margherita d'Ungheria. La Cattedrale è dedicata a s. Michale. La diocesi è suffraganea di Strigonia.

La diocesi alla sua fondazione, cioè nel 1009, era molto estesa ed i vescovi di V. ebbero sempre grande parte nella vita cattolica del paese. Una prerogativa del vescovo di V. ancora dei primi tempi era quella di incorporare la regina e questa prerogativa gli fu riconosciutanche dalla S. Sede nel 1220. I vescovi di V. si distina

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sero soprattutto nella lotta contro i Turchi. I più illustri e valorosi furono Janos Vitéz (1489-99) e Péter Beriszlo (1512-20). Ma nel 1526 i Turchi invasero tutta la regione ed al tempo del vescovo Pal Bornemissza (1549-53) la sede vescovile fu trasferita a Sümeg. Liberato finalmente il territorio, la diocesi, dal sec. xviri, inisiò una nuova vita piena di intensa attività, retta da vescovi illustri per dottrina e santità. János Ottó Volkra (1710-20) costruì il Seminario; Imre Esterházy (1723-25), poi arcivescovo di Esztergom e Primate d'Ungheria, costruì la nuova Cattedrale ed il vescovo Márton Biro (1745-62), morto in fama di santità, costrui o restaurò ben 107 chiese. Nel 1777 la diocesi fu notevolmente rimpiccolita, perché da essa fu eretta la diocesi di Székesfehérvár. Oggi vescovo di V. è mons. Bertalan Badalik O. P., che insieme con il p. Bangha S. J. ed al compianto suo predecessore nella sede vescovile, mons. Tobit Tihamúr, tanto fece per la rinascita cattolica dell'Ungheria dopo la prima guerra mondiale.

Bibl.: Eubel, I, pp. 523-24; II, p. 266; III, p. 331; IV, pp. 365-66; V, p. 413; W. Frahoni - J. Lukesics, Monumenta Rom. episc. V'sprim., 4 voll., Budapest 1896 -1907. Giulio Toth

VETITUM ECCLESIAE. - Questa espressione, secondo il significato proprio delle parole, indicherebbe qualunque proibizione fatta dalla Chiesa ai fedeli; ma nel linguaggio canonico è stata usata principalmente in materia matrimoniale.

Prima del CIC il v. E. era uno degli impedimenti del matrimonio, insieme al tempo chiuso, agli sponsali ed al voto. Poteva avere carattere generale, ed allora era stabilito dalla S. Sede; cosi, ad es., era proibito per tutti contrarre matrimonio senza che prima fossero state fatte le pubblicazioni, si figli di famiglia era vietato sposarsi senza il consenso od il consiglio dei genitori, erano vietati i matrimoni misti. In casi particolari poteva intervenire una proibizione per determinate persone, fatta o dal Papa o da una S. Congregazione o dal vescovo per motivi gravi e ragionevoli; come, ad es., per impedire scandali o danni pubblici o gravi inimicizie, ovvero per il sospetto che esistesse qualche impedimento dirimente o vi fosse danno di terzi. In tutti questi casi, qualora si fosse celebrato il matrimonio nonostante l'impedimento del divieto, generale o particolare, il matrimonio stesso era valido, ma illecito.

Nella nuova legislazione matrimoniale, introdotta dal decr. Ne temere e ritenuta dal CIC, il v. E. non è più un impedimento, nemmeno impediente, ma viene conservato nella forma di un consiglio, un grave ammonimento, un comando, una norma pratica, che non ostacola la validità del matrimonio. La S. Sede però, e solo essa, potrebbe apporre al divieto la clausola irritante.

Anche oggi si hanno divieti stabiliti in generale per tutti e divieti particolari. I primi sono contemplati dal CIC, gli altri possono essere posti nei singoli casi sia dalla S. Sede, ossia dal Papa o dalle SS. Congregazioni che trattano pratiche matrimoniali, sia dagli Ordinari. Tutti questi divieti, però, sono temporanei, in modo che, cambiare le circostanze, i motivi o la volontà che furono causa dei medesimi, cessa ogni efficacia della proibizione.

Divieti generali sono quelli indicati nei cann. 1065 e 1066. Col primo si ammoniscono i fedeli a non contrarre matrimonio con coloro che si sono allontanati dalla fede cattolica, sebbene non abbiano aderito ad alcuna setta acattolica, ovvero sono ascritti a società condannate dalla Chiesa. Non si tratta di matrimoni misti, propriamente detti, ma essi presentano pericoli quasi uguali. Quindi il divieto cessa o col ritorno alla fede della persona, o con la prestazione delle cauzioni richieste nei casi di matrimoni misti. Col secondo canone si ingiunge al parroco di non assistere al matrimonio di un pubblico peccatore o di persona notoriamente incorsa in una censura, e che non si sia prima accostata alla Confessione o si sia rifiutata di riconciliarsi con la Chiesa. Riparatosi allo scandalo cessa la proibizione. Come si vede, in entrambi i casi la cessazione del divieto dipende dalla volontà dei contraenti. Altri divieti generali riguardano i matrimoni dei giovani : sono quelli che vietano al parroco di assistere al matrimonio di coloro che ancora non hanno rag-
giunto l'età determinata dagli usi della regione (can. 1069 \$2) o dei minori di età, che vogliano sposare all'insaputa o contro la volontà ragionevole dei genitori (can. 1034).

Divieto particolare o personale stabilito dalla S. Sede è, ad es., la clausola che talvolta si aggiunge alla dispensa dal matrimonio solo e non consumato con le parole "vetito transito ad alias nuptias inconsulta S. Congregatione" o "S. Sede", quando rimane il dubbio di impotenza o di altra causa di nullità. Questo divieto è posto nel rescritto di grazia rilasciato dalla S. Congr. dei Suoramenti per le dispense da essa impetrate dal S. Padre, o in una sentenza del tribunale della S. R. Rota, in seguito ad udienza pontificia, quando dal processo, anziché la nullità del matrimonio, emerge la prova dell'inconsumazione, o dalla S. Congr. per la Chiesa orientale, per i fedeli di rito orientale, quando occorrono i due suddetti casi; tale divieto può esser tolto, rimosso il dubbio che lo ha provocato.

Il CIC (can. 1039 \$ 1) concede agli Ordinari la facoltà di stabilire divieti per i propri sudditi, dovunque si trovino, ma in casi particolari e temporaneamente, cioè finché perdura la giusta causa che li ha provocati. Perciò gli Ordinari talvolta vietano qualche matrimonio per impedire uno scandalo, vietano la celebrazione nelle ore pomeridiane o in casa privata, o differiscono la concessione del nulla osta per accertarsi meglio che non esistano cause di nullità, od altri pericoli o difficoltà.

Il parroco, mancando di giurisdizione in fóro esterno, non può propriamente stabilire divieti, ma praticamente può negare la sua assistenza ad un matrimonio, quando giudica che esista una grave causa per impedirlo, o differirlo; in certi casi però egli deve ricorrere all'Ordinario.

Bibl.: F. M. Cappello, Tract. Canon.-moralis, V, De matrimoio, $5^{2}$ ed., Torino 1947, n. 62-63. Giovanni Miceli

VETO. - Il v. o esclusiva (ius exclusionis, ius exclusivae) è una delle forme di ingerenza dell'autorità civile nell'elezione del Pontefice ed importava un pretesto diritto o privilegio per cui negli ultimi secoli i sovrani di Germania (poi Austria), Spagna e Francia, prima che fosse completata l'elezione papale, potevano escludere ciascuno ufficialmente uno fra i cardinali dell'elezione; senza però che, per speciale legge ecclesiastica, i cardinali presenti fossero obbligati ad aderire all'esclusione fatta come a vero diritto (Wernz, Ius canon., I, $1^{2}$ ed., Roma 1894, p. 664).

Ingerenze estranee nell'elezione papale si ripetono sotto forme ed aspetti diversi nella storia del Papato, ma esse assumono un aspetto particolare e costante durante il sec. xvi, quando le contese per la supremazia in Italia, dove il pontefice era anche principe, indussero Francia e Spagna (con l'Impero) a formarsi in seno al S. Collegio aderenti alla propria politica, dividendo i cardinali in opposti partiti, e ad influire per mezzo di questi sulle elezioni pontificie. Di qui quei conclavi agitati da interessi politici più che religiosi, che si constatano in quel periodo. Sulla fine del secolo, intollerabile divenne l'influsso della Spagna, perché Filippo III insisteva nella tendenza del padre Filippo II di voler dirigere i conclavi secondo la propria volontà, sebbene Pio IV avesse vietato ogni patteggiamento diretto ad includere od escludere dalla elezione uno o più cardinali. Soprattutto in occasione della guerra con la Francia, funestata dalle lotte religiose, la Spagna si fece intollerante campione del cattolicesimo e pretese perciò avere le prime parti nel conclave. Si trattava ancora di sollecitazioni o minacce esercitate dai rappresentanti laici od ecclesiastici dei sovrani per indurre i singoli cardinali a votare per gli uni o per escludere altri dalla possibilità di essere eletti pontefici. Circolavano perfino liste di porpurati, secondo che sembravano più o meno favorevoli e su cui si potesse contare nel favorire e render più probabili le candidature. Metodi questi che continuarono durante il sec. xvir a resero lunghi e difficili i conclavi per la difficoltà che ne conseguiva di raggiungere i due terzi dei voti su un'unica persona. Ma si osó andare anche più innanzi.

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La riforma con la quale Gregorio XV (1621-22) impose lo scrutinio segreto, per evitare le elezioni di sorpresa e renderlo più libere, non riusci ad eliminare l'ingerenza dei principi ed i pattuggiamenti condotti più o meno apertamente dagli ambasciatori per mezzo dei cardinali di corona o dei cardinali protettori dei singoli regni o di altri fiduciari. Erano questi che indicavano le persone ritenute meno gradite sulle quali non dovevano convergere i voti dei loro colleghi. Nel Conclave del 1644 il card. Albornoz, spagnolo, portò l'esclusiva contro il card. Sacchetti, esclusiva che fu ripetura poi contro lui stesso nel 1655 ; il card. Albizzi compilò allora una scrittura con cui respingeva come illecita la pretesa della Spagna al diritto di esclusione; gli fu risposto, analogamente a quanto s'era detto nel caso precedente, che non si poteva in coscienza dare il voto ad un cardinale escluso da un re cosi illustre e pio. Si era giunti cosi all'esclusiva vera ed ufficiale presentata da un cardinale in nome del suo sovrano davanti al S. Collegio. Questa si proponeva il più possibile all'ultimo momento, quando un candidato malviato sembrava ormai vicino al Papato; e poiché una tale esclusiva si poteva esercitare durante un conclave una volta sola in nome di un sovrano, non conveniva proporla che quando apparissero insufficienti gli altri mezzi per impedire un'elezione non desiderata. Una volta avvenuta l'elezione, non era più ammessa l'esclusione. Queste le regole, ma alcune volte l'esclusiva fu minacciata senza che poi vi fosse bisogno di proporla ufficialmente, come quelle della Francia e della Spagna nel 1669 e quella della Francia nel 1676. Nel 1721 si ruppe la comunanza d'interesse fra Impero e Spagna durata fino allora, e la Spagna accordò i suoi interessi con quelli della Francia contro l'Impero. Fu allora che l'Imperatore propose la sua esclusiva contro il card. Paolinot. Nel 1730 la Spagna, secondata dalla Francia, escluse il card. Imperiali; nel 1758 la Francia escluse il card. Cavalchini; nel 1823 l'Austria escluse il card. Severoli; nel 1830 la Spagna escluse il card. Giustiniani. Specialmente clamorosa fu l'esclusione dell'Austria nel 1903 contro il card. Rampolla del Tindaro, che provoch le misure di Pio X contro il v.

Una copiosa letteratura si svolse sull'argomento se l'esclusiva formale costituisse un vero e proprio diritto delle tre potenze ricordate, e quindi impegnasse il S. Collegio, ovvero fosse un mero abuso, sia pure tollerato in alcuni periodi. I sostenitori della prima tesi si sono, poi, domandati se un tale diritto fosse consuetudinario ovvero acquistato per prescrizione.

Il Wabrmund, sostenitore del diritto consuetudinario, ha rilevato che le prime manifestazioni dell'esclusiva formale risalgono alla fine del sec. xvir ed alla prima parte del sec. xviri, e per conseguenza non si riferiscono all'esercizio di tale pretesa da parte degli Stati cattolici le disposizioni proibitive di data anteriore; quindi il suo sviluppo non può considerarsi contrario alla legge. Il Sägmüller, invece, è partito dalla premessa che le origini dell'esclusiva risalgano al sec. xvr e precisamente a Carlo V (Conclavi del 1549-50 e del 1555) per cui tale presunto diritto fu colpito direttamente dalla bolla Aeterni Patris di Gregorio XV ed il suo sviluppo ulteriore fu contrario alla legge, se pure tollerato per ragioni di opportunità e di prudenza. Il Pivano, dopo aver criticato la teoria della consuetudine, ha sostenuto che le ius exclusivae è sorto a favore della Spagna, dell'Austria e della Francia per prescrizione a seguito dell'esercizio ininterrotto protrattosi almeno cento anni del quasi possesso con buona fede.

La tesi che l'esclusiva formale sia stata introdotta nell'ordinamento della Chiesa da una consuetudine contra legem incontra l'ostacolo della mancanza dei due requisiti essenziali, l'opinio iuris vel necessitatis e la rationabilitas. In altri termini, non sembra che, nella specie, ci sia stata l'osservanza continuativa degli atti dovuta alla convinzione, in chi li pose in essere, della loro giuridica obbligatorietà, e, comunque, tale comportamento sarebbe stato irrationabilis in quanto contrastante con i principi sui quali si fondano la costituzione e la legislazione della Chiesa, confermati da molteplici pronuncie
pontificie. Nessun dubbio che l'esercizio di un vero e proprio diritto di v. nell'elezione del Pontefice violerebbe il principio costituzionale del potere laico. Né maggiore fondamento giuridico sembra avere - nonostante la penetrante indagine del Pivano - la teoria per cui la ius exclusivae sarebbe stato acquistato per prescrizione, soprattutto perché non poteva considerarsi presente la bona fides continua da parte degli Stati cattolici sopra ricordati, dato che, come è stato giustamente osservato (Falco), non si trattava qui di esercitare un diritto spettante ad altri, ma di un'azione che le leggi canoniche proibivano, l'immistione nell'elezione del Pontefice.

Sembra oggi potersi ritenere che l'esclusiva formale non sia mai stata configurabile come un diritto ma solo come una pretesa arbitraria, tollerata in qualche periodo storico (sec. xviri), che non ha creato alcun vincolo per i cardin.li. Non è provato d'ultr a parte che essa potesse ritenersi compresa nelle conclune di Pio IV, Gregorio XV o Clemente XII che parlano delle "intercessiones principum» e non del v. in forma espressa ed assoluta.

Pio IX, con le bolle In hac sublimi ( 23 ag. 1871), Licet per apostolicas (8 sctr. 1874) e Consultari ( 10 ott. 1877), condannò qualsiasi intervento della potestà laica nell'elezione del Pontefice; in tali documenti, però, non fece un espresso riferimento all'esclusiva, per cui qualche scrittore (Pivano) ha mostrato di ritenere che la condanna pontificia non riguardasse l'esclusiva ma piuttosto quegli orientamenti, affermatisi specialmente in Germania, che suspiravano un ritorno all'antico sistema dell'elezione del Pontefice con l'intervento del popolo e del clero inferiore.

Ad eliminare qualsiasi dubbio sulla legittimità dello ius exclusivae, Pio X (v.), a ciò spinto anche dalle vicende del Conclave dal quale era uscito eletto il 20 genn. 1904, con la cost. Commissum Nobis "riprovava assolutamente il v. civile detto anche esclusiva, anche sotto la forma di semplice desiderio, cosi pure qualunque intervento od intercessione, proclamendo che non era lecito ad alcuno, nemmeno ai supremi capi delle nazioni, sotto alcun pretesto interporsi od ingerirsi nel grave affare della elezione del Romano Pontefice ". Questa esplicita produzione, sovretta dalla sanzione della scomunica latae sententiae riservate al futuro Pontefice, fu pubblicata solo nel marzo 1909 (v. Papa, II).

Bial.: J. G. Estor, Comment. de iure exclusivae, Jena 1740: L. Wabrmund, Das Auszchliessungsrechte der hath. Staaten Österr., Frankreich und Spanien bei den Papstcahlen, Vienna 1888: I. B. Sägmüller, Das Recht der Exclusive, in Kathafik, 1 (1889), p. 589 sgg.: id., Die Papstcahlen und die Staaten von 1447-1551. Tubinga 1890: L. Wabrmund, Beitr. zur Gesch. des Exclusionrechtes bei den Papstcahlen, in Sitzungderichte d. Wien, Jbad., CXXII, fasc. xim, Vienna 1890; id., Zur Gesch. des Exclusionarechts der Papstcahlem im XVIII. Jahrh., in Archiv. f. hath. Kirchenrecht, 68 (1892), p. 110 sgg.: I. B. Sägmüller, Die Papstcahbullen und das staatl. Recht der Exclusive, Tubinga 1892: L. Wabrmund, Die Bulla Aeterni Patris Filius und der staatl. Einflust auf die Papstcahlen, in Arch. f. hath. Kirchenrecht, 72 (1894). p. 201 sgg.: A. Giobbio, Austria, Francia e Spagna e l'esclusiva del Conclave, Roma 1903: S. Pivano, Il v. e esclusiva nell'elezione del Pontefice, in Studi in onore di V. Scialoja, II, Milano 1905. p. 281 (con bibl.); A. Eisler, Zum V. der hath. Staaten bei der Papstwahl seit dem Ende des 16. Jahrh., Vienna 1907: I. B. Sägmüller, Lehrbuch des hath. Kirchenrechts, III, Friburgo in Br. 1909, p. 317 sgg.; A. Simbern, Il v. nel Conclave, in Clin. Catt., 1908, 1, pp. 641-61; id., La castituc. pontif. contro il v. v. civile. ibid., 1909, 1, pp. 714-18; U. Stutz, Der neueste Stand des deutsch. Bischofscalirechts, in Kirchenrechtliche Abhandlungen, vol. 58, Stuttgart 1909, pp. 231-40 sgg.; K. Cochlovices, D. Pasptcahl und d. Veto d. Kath. Staaten, 1910; M. Falco, Il novim. dir. della Chiesa catt., in Riv. dir. pubblico, 1 (1910), p. 343 sgg.; F. Ruffini, Perché C. Baronio non fu papa, in Per Cesare Baronio. Scritti... nel III cent. della sua morte, Roma 1911, pp. 355-456; H. Ploch, Das. Tus exclusivae d. Staaten bei d. Papstcahl, Gottinga 1919; F. Engel-Janosi, Zwei Studien zur Geschichte des österreichischen Vetorechtes, in Postschrift des Staatsarchives Wien, II, Vienna 1951; N. Miko, Das Konhlave vom Jahre 1903 u. das österreichisch-ungarische Veto, in Theologisch-Prathische Quartalschrift, 101 (1953), pp. 289-302.

Pio Paschini
VETRANIONE. - Generale delle truppe stanziate nell'Illiria e nella Pannonia; dopo la morte di Costante e l'esaltazione di Magnenzio, per inter-

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(fot. Muero Civico, Torino)
Vetro - Bicchiere egiziano in v. verdacloro, decorato con ovuli rilevati, e baccollevare, inciso sotto l'orlo (sec. v-vi d. C.) - Torino, Museo civico di Arte antica.

Prusia in Bitinia (dic. 350). Quivi visse ancora per alcuni anni con i cospicui redditi assegnatigli da Costanzo, il quale gli scrisse anche parecchie lettere esortandolo a starsene tranquillo e ricordandogli il gran beneficio che gli aveva fatto liberandolo dalle preoccupazioni del governo.

BibL.: Socrate, Hist. ecel., II, 24, 28; Sesomeno, Hist. ecel., IV, 1, 4; Zosimo, Historia, II; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Imp. d'Occid., Bologna 1941, p. 117 sgg. Agostino Amore

VETRO. - I più remoti esemplari di industrie vetrarie con carattere d'arte risalgono nel bacino del Mediterraneo alla diciottesima dinastia egiziana dei Faraoni ( 1550 a. C.) e sono rappresentati da minuscoli balsamari policromi, in cui la decorazione era ottenuta colando sul vaso un filo di smalto fuso in spirali.

Ma uno sviluppo più cospicuo ebbe in seguito quest'arte nei centri della Fenicia e particolarmente a Sidone, con i v. insufflati entro matrici fittili, e di là i vasi, le coppe e le bottiglie vennero importati nell'Etruria (lo attestano le tombe tra il sec. vir e il sec. v a. C.), mentre a Pompei e nella Roma augustea si produssero v. soffisti di rilevante mole sotto l'influsso di artisti siriaci e di Sidone. Nel periodo imperiale successivo venivano da Alessandria prodotti v. di stile greco-egizio, in cui il virtuosismo tecnico sfoggia ogni sorta di striature, motivi serpeggianti, spire lattescenti, stelle, rosette, tasselli con maschere e fiori, nonché graffiture e solchi ottenuti con l'uso della ruota e dorature applicando sottili fogli di metallo. Non si ebbero innovazioni tecniche durante i periodi paleocristiano e bizantino che videro trasferirsi l'arte vetraria in Oriente, arricchita di motivi cromatici, specie nelle paste per oreficeria e nelle tessere musive, e quindi nel mondo arabo. Dopo il sec. xI, l'Europa occidentale fece rifiorire forme e accorgimenti esecutivi e si ebbero le produzioni considerevoli di Altare, in provincia di Savona, e di Venezia. Di qui, nel sec. xirI inoltrato, tali industrie si concentrarono nell'isola di Murano, dove ebbero fama il maestro trecentesco Giovanni Fioier e, nel secolo successivo, la bottega di Angelo Barovier e del figlio Marino, che produssero caratteristici vasi azzurri e «lattesini» e opere smaltate di stupendi colori, come le coppe nuziali dei Musei di Murano e di Bologna, il bicchiere del Museo naz. di Firenze, dov'è raffigurato il Triomfo della Giustizia, e il grande piatto nella Biblioteca civica di Trento con fondo paonazzo diasprato e un
fregio bizantineggiante di pampini e grappoli d'uva, uccelli in volo e pavoni. Le dinastic artigiane muranesi diedero al v. soffiato per oltre tre secoli prestigio incomparabile di movenze slanciate ed esili, con applicazioni di fogli filogranati (a reticella), opalescenze, incisioni e imitazioni delle pietre dure, e con le margarite, o perle, ricavate dal taglio delle bacchette vitree policrome che servivano a formare i vasi detti millefiori. Ma l'espressione più artisticamente suggestiva del Quattrocento italiano in questo campo è quella dei v. a oro con graffiti, dove la sottile foglia metallica era fissata con chiara d'uovo e scalfita mediante la punta dell'ago. L'opera più antica di codesto tipo è una finissima Madonna del Museo civico di Torino, attribuita a Lorenzo Monaco, e in cui traspaiono tinte svariate sotto il graffito. Pure nel sec. xv s'inizia una caratteristica produzione in Germania e soprattutto in Boemia, dove s'affermta il cristallo, dai fulgidi riflessi, idoneo alla molatura. Durante il periodo barocco, la Francia, che aveva avuto nel Trecento la supremazia con i maestri della vetrata, sviluppò ad opera del parigino Lucas de Nehon (seconda metà del sec. xvi) la fabbrica delle lastre per colata e laminazione e, contemporaneamente, in Inghilterra prendeva voga il cristallo piombico, detto flint. La produzione settecentesca appare dominata dalle fabbriche germaniche di Norimberga e di Augusta, con la lavorazione a ruota e a punta di diamante, e da quelle della Boemia, i cui metodi venivano assunti da Giuseppe Briati di Murano per i suoi specchi in grandi dimensioni, adorni di fiori in rilievo. I progressi industriali del secolo scorso resero meccanica e dozzinale la fattura degli oggetti in v. e soltanto negli ultimi decenni le fornaci di Murano ripresero il loro prestigio, mettendo al servizio della nuova estetica decorativa le tradizionali capacità di mestiere.

Bibl.: A. Deville, Hist. de l'art de la verreric dans l'antiquité, Parigi 1871; J. Labarte, Hist. des arts industriels un moyen dge ecc., III, ivi 1872, p. 383 sgg.; W. Fruchaux, La verrerie antique, ivi 1879; E. Gerspach, L'art de la verr., ivi 1883; E. Garnier, Hist. de la verr. et de l'cmaillerie, Tours 1886; E. Dillon, Glass, Londra 1907; P. Toesca, V. ital. a oro con graffiti, in L'arte, 11 (1908), pp. 247-61; id., Storia dell'arte ital., I. Il mediceo, Torino 1927, passim; II, Il Trecento, ivi 1931, pp. 863-73; G. Sangiorgi, Collez. di u. antichi dalle orig. al sec. V d. C., Milano 1920; G. Marangoni, Le arti del fuoco Ceramica - V. - Vetrate, ivi 1927, pp. 77-95, 115-20; G. Lorenzetti, V. di Murano, Roma 1931; Th. Bossert, Gesch. des Kunstgewerbes, V-VI, Berlino 1932-35; E. Zocca, V. umbri dorati e graffiti, in L'arte, 42 (1939), III, pp. 174-84. Alberto Neppi
V. dorati. - Tra i cimeli dell' antichità cristiana hanno notevole importanza, per le scene ofigure in essi rappresentate, i v. dorati, detti anche cimiteriali, perché conservati e rinvenuti nei cimiteri, dove erano stati fissati nella calce di alcuni loculi, per riconoscimento od ornamento dei medesimi.

La loro scoperta è contemporanea a quella dei cimiteri, essendo ricordati dal Bosio, nella sua Roma setteoranea. Tali v. provengono in gran parte dalle varie officine romane; l'arte del v. dorato o inciso e intagliato fiorì anche in lontane regioni dell'Impero, specialmente nella Gallia renana. Non sono d'invenzione cristiana, perché prima di essere eseguiti da artistio artigiani cristiani uscirono da officine pagane, e forse anche ebraiche. L'uso dei v. dorati, formati collocando una foglia d'oro, graffita a figure o a lettere, tra due v. saldati poi a fuoco, si fa risalire almeno al tempo di Caracalla (211-17),
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(fol. Biblioteca Vaticana)
Vetro - Ritratto di un certo Eusebio. V. dorato del sec. III. Museo sacro della Biblioteca Vaticana.

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come potrebbe dimostrare un v., proveniente dal cimitero di Callisto, nel quale, tra le altre raffigurazioni, si vuole riconoscerne una che presenta il tipo iconografico caratteristico di questo Imperatore. Similmente dallo stesso cimitero deriva uno dei più antichi esemplari, con la dicitura "Potita propina". In linea generale, gli archeologi sono concordi nell'attribuire i v. dorati al sec. in e, specialmente, al iv.

I v. sono per lo più fondi di coppe, le cui figure o iscrizioni erano state eseguite in modo che il loro diritto corrispondesse alla parte interna della coppa stessa, per essere vedute o lette più facilmente da chi se ne serviva. La loro misura varia, per i più grandi, da cm .82 cm . 10 e più; minore, per i più piccoli, essendovene alcuni di 3 cm . Le iscrizioni sono quasi sempre in latino; non mancano quelle in greco o in greco-latino; talvolta presentano errori di ortografia e scambio di lettere (Critus - Zesus). Secondo alcuni le coppe di v. con soggetti cristiani hanno servito alla celebrazione della Messa, o almeno alla distribuzione della Comunione, o finalmente alle agapi sopra i sepolcri dei martiri. Per l'uso eucaristico dei v., specialmente delle patenue (dischi di v., non fondi di coppe; da ricordare in modo darticolare le due patene dette di Colonia), nel sec. vi l'autore del Liber Pontificalis attribuisce al papa Zeffirino (199-217) l'ordine di usare patene vitree durante la celebrazione della Messa, e scrive che il papa Urbano (222-30) prescrisse che si usassero patene d'argento (Lib. Pont., I, p. 139, n. 3 e p. 143, n. 2). In conclusione, per le coppe a fondo dorato, si può dire che queste abbiano servito ad ogni uso della vita civile e famigliare, non solo per i cristiani, ma anche per i pagani, come è facile dedurre dai soggetti in esse rappresentati, che sono molto vari: mitologici (Achille e Deidamia, le fatiche d'Ercole, Minerva, Plutone, Serapide, Cerere, ecc.), scenici, ginnastici, venatori, domestici, di scene campestri, di mestieri.

Poste sopra i sepolcri, le coppe subirono gravissimi danni e rovine da parte dei saccheggiatori dei cimiteri, che le spezzarono per venderne i frammenti, rimanendo spesso il fondo fissato nella calce dei loculi. Quest'uso si fa risalire perfino ai primi tempi, accusandone gli Ebrei, venditori ambulanti, specialmente nel Trastevere, che si servivano di v. spezzati per scambi di piccole commercio, riferendo ad essi un passo di Marziale : "... transtiberinus ambulator / qui pallentia sulphurata ( $=$ zolfanelli) fractis / permutat vitreis..." (Epigrammi, I, 4 I [edd. antiche, 42], vv. 3-5), o anche di Stazio : "hic plebs scenica quique comminutis / permutant vitreis gregale sulpur" (Silbue, I, 6).

I v. dorati hanno importanza sia dal punto di vista archeologico, sia, in modo speciale, agiografico, perché anche quelli con soggetti ebraici (tempio, candelabro a 7 braccia, area del Testamento) sono interpretati come simboli e figure del cristianesimo. Si possono distinguere, secondo le scene, in biblici: Adamo ed Eva, Susanna, Giuseppe nella cisterna, serpente di bronzo, ritorno degli esploratori da Canaan, Giosuè che arresta il sole, Mosè, Daniele nella fossa dei leoni, i tre fanciulli nella fornace, la storia di Giona, Tobia, il sacrificio di Abramo, ecc. ; in propriamente agiografici : il Buon Pastore, la Madonna, i sa. Pietro e Paolo, spesso insieme con Cristo, talvolta indicato col $\boldsymbol{\&}$. gli Evangelisti, santi, pastefici, i ss. Lorenzo, Ippolito, Timoteo, Cipriano, Agnese e altri, a gruppi o isolati; vi sono quelli con scene del Nuovo Testamento: nozze di Cana, risurrezione di Lazzaro, Mosè, Pietro che percuote la rupe
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(fet. Biblioteca Vaticana)
Vetzo - V. dorato con Sisto e Timoteo (sec. pl) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro cristiano.
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(fet. Fiorentini)
Vetro - Coppa nuziale detta dei Barovier, con i ritratti degli sposi dipinti a smalto (sec. xv) - Murano, Museo vetrario.
(«Petrus virga perquosed fontes ciperunt quorere»), Gesù o l'Agnello sopra il monte, e altri; quelli famigliari : sposi che si stringono la mano, con l'espressione: "vivatis in Deo»; altro esempio "Martvra Epectete vivatis». Gruppi di genitori con i figli: spesso con uno, talvolta con due, raramente con più : notevole un v. con i genitori e quattro figli.

Nelle espressioni graffite, ricorre quasi sempre il concetto di bere e vivere, spesso in greco con lettere latine: «bibe et propana, pie zeses, vivas cum parentibus tuis, pie zeses cum Donata, piete zeszte - propinate, refrigeris in pace Dei, spes hilaris, zeses cum tuis, dignitas amicorum vivas cum tuis feliciter, hodor suavis»; o in greco: ПIE ZHCAIC EN AГAӨOIC, EYODI ГAYKYTATE. ZHCAIC ANIMA BONA. KONIAIA KAI AECTINA ПIE ZHCEC.

Importante la coppa di vetro con profonde incisioni, raffigurante Cristo con la Croce monogrammata ed un libro aperto nella mano destra e con ai lati una palma ed un cestello di pani (sec. iv-9), ritrovata da poco in un fognolo di una casa di Ostia antica.

Bibl.: A. Bosio, Roma sott., Roma 1632, p. 309, figg. 1-10; F. Bismarroti, Osservaz. sopra alcuni framm. di vasi ant. di v. ornati di figure trovati nei cimii. di Roma, ivi 1716; M. A. Biddetti, Osservaz. sopra i cimii. dei santi martiri, ivi 1720, v. indios; C. Cavalloni, Osservaz. sopra alcuni framment. di vasi di e., Modena 1839, p. 41; G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, pp. 601-605, e cap. 20, pp. 326-330; id., in Bull. di arch. crist., 1864, pp. 81-87 e tav. s. p. 88 e pp. 89-91; ibid., 1868, pp. 1-6; ibid., 1 (1874), pp. 126-28, tav. 10, 2, pp. 123-25, tav. 11; ibid., 2 (1882), pp. 1331-33, tav. 7, e tav. 8), pp. 127-28, tav. 7, 1; F. X. Kraus, Die christl. Kunst. in ihren frühesten Anfängen., Lipsia 1872, pp. 135-44, figg. 23-34; R. Garrucci, Stor. dell'arte crist., III, Prato 1876, pp. 104-97, tavv. 168-203, e VI, pp. 90-99, ivi 1876, tavv. 462-64, pp. 127 164, tavv. 490-91; I. Liell, Die Darstell. der allerheiligsten Jungfrau und Gottesgebärerin. Maria auf den Kunstdenkmälern der Katalomben, Friburgo 1877, pp. 172-93, figg. 2-7; J. Gespach, L'art de la verrerie, Parigi 1885, p. 67; J. Ficker, Die Darstell. der Apostel in den altchristl. Kunst-Goldgläsern, Lipsia 1887, p. 4860 ; jM. Armellini, I v. crist. della Col. leo. di Campo Santo, in Röm. Quart., 6 (1892), pp. 52-57; W. Frochner, Catalogue de la Collect. Dutuit. Parigi 1897, p. 27, tavv. 119-20; id., Collect. du château de Galuchon, Verres chrét. à figures d'or, Parigi 1893; H. Vogel, Die altchristl. Goldgläser. in Archäol. Studien zum christl. Allertum und Mittelalter, V, Friburgo 1899; G. Jossi, V. cimiteriali con fig. in oro, conservati nel Museo Brit., Roma 1900; G. Schneider-Graziosi, Due vasi vitrei "miliarii " con iscrio. crist. nel Museo di Arenches, in Nuovo bull. di arch. crist., 19 (1913), pp. 213-22; F. Grossi Gondi, I monum. crist. iconograf. ed architetton. dei sei primi secoli, Roma 1923, pp. 193-95; G. Ferretto, Note storicobibliogr., ivi 1942, pp. 234-37, 272 e passim; H. Leclercq, Coupe, in DACL, III, coll. 2004-13; id., Fonds de coupes, ibid., V, coll. 1819-92; id., Patène, ibid., XIII, coll. 932-98; id., Verre, ibid., XV, coll. 2966-82; M. Floriani Squarciapino, Coppa cri-

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(da F. Kissinger, Glasmalerei in Gelernich, Fiumna del, tor. I)
Vetro - S. M. Maddalena. Vetrata del 1230. Cappella della Maddalena. Weitentalid presso Gurk.
lori prescelti dominavano il turchino, il verde, il rosso e l'arancione. Nel tardo periodo romanico, la produzione più congioua e pregata si ebbe in Francia e particolarmente a Cluny e a St-Denis, donde si diffuse a Chartres, Poitiers, Rouen e quindi in Inghilterra. Notevoli appaiono in quel periodo anche taluni esemplari dei paesi tedeschi, come la ieratica, elementare figura del profeta Mosè nel duomo di Augusta e la più tarda Madonna (sec. XII) del Museo di Zurigo. Ma lo sviluppo più elevato, soprattutto ai fini dell'edificazione mistica dei fedeli, si ebbe con l'avvento dello stile gotico negli edifici religiosi. Lo dimostrano, alla metà del sec. xirI, le opere compiute a Parigi e principalmente i superbi finestrani della Sainte-Chapelle e quelle germaniche del duomo di Bamberga e del coro di Ratisbona. In Italia il più antico centro produttivo sembra essere stato Siena, dove nel 1262 è menzionato un Dono, pittore su v., e quindi, verso il 1330 , un Andrea di Mino che lavorò per il duomo di Orvieto, dove di li a poco Giovanni di Bonino di Assisi, educato dai senesi, eseguiva la mirabile vetrata della tribuna. Il complesso gotico più importante, prodotto in Italia su cartoni di maestri senesi, fra i quali Simone Martini, è quello della chiesa inferiore di S. Francesco in Assisi (cappelle di S. Caterina, S. Martino, S. Ludovico e S. Pietro d'Alcantara). Verso la fine del Trecento e nei primi decenni del secolo successivo si verificava a Firenze la netta distinzione tra l'opera creatrice dei pittori e la elaborazione tecnica dei vetrai. Per le decorazioni di quel Duomo fornivano cartoni Agnolo Gaddi, in un primo tempo, e quindi Lorenzo Gbiberti (L'Assunta, sul portale mzdiano, S. Lorenzo e angeli, sul portale di destra, la Presentazione al Tempio, l'Orazione nelL'Orto e l'Ascensione, in tre occhialoni della cupola). Per ornare gli altri oculi lavorarono Andrea del Castagno (la Deposizione) e Paolo Uccello con l'Annunciazione, la Natività e la Risurrezione in cui egli sembra aver voluto ripristinare gli smalti irrealistici delle vetrate romaniche. Con l'affermarsi delle idealità rinascimentali nell'intera Penisola, vennero perseguiti anche in questa branca delle arti figurative effetti naturalistici di rilievo, chiaroscuro e prospettiva, con detrimento delle originarie funzioni ornamentali delle vetrate. Ancora nella prima fase dell'attività milanese attorno al Duomo (dal 1400 ca. al 1450) i pittori, fra
cui Michelino da Besozzo, gli Zavattari, Paolino da Montorfano, Stefano da Pandino, rivaleggiano con i maestri francesi e tedeschi, eredi della tradizione gotica, e cosi dicasi di quel fra' Bartolomeo di Pietro al quale si deve l'immenso finestrone del coro di S. Domenico a Perugia (1441); ma in seguito si vede a Bologna rifulgere un nuovo cromatismo con le vetrate di S. Petronio, su cartoni di Michele di Matteo di Panzano e di Lorenzo Costa, e di S. Giovanni in Monte, su disegni di Francesco del Cossa. E nella seconda fase dei lavori per il duomo di Milano, fin verso il 1513 , il realismo classicheggiante s'impone con Niccolò da Varallo, Cristoforo De Mottis e Antonio da Pandino. operante anche nella certosa di Pavia. Su tutti i maestri del Cinquecento eccelse però, con ampiezza stilistica, desunta da Raffaello e da Michelangelo, e con grande ricchezza di sfumature cromatiche simulanti la pittura da cavalletto, il monaco domenicano Guglielmo di Marcillat. oriundo del Berry. A lui si devono le vetrate di S. Maria del Popolo a Roma ( 1509 ca.), con predominio di chiaroscuro grigio, ed altre opere a Cortona e soprattutto ad Arezzo, nel Duomo, con vivaci tonalità cremisi, giallo cromo, verde d'acqua e azzurro cinerognolo ( 1519 e sgg.). Il Marcillat fondò in Toscana una vera scuola, costituita ol