iaroscuro grigio, ed altre opere a Cortona e soprattutto ad Arezzo, nel Duomo, con vivaci tonalità cremisi, giallo cromo, verde d'acqua e azzurro cinerognolo ( 1519 e sgg.). Il Marcillat fondò in Toscana una vera scuola, costituita oltre che dal suo erede Pastorino da Siena, che esegui il grande rosone nella facciata di quel Duomo, su disegno di Perin del Vaga, Stagio Sassoli e Lorenzo Borro d'Arezzo e i cortonesi Maso Porro e Michelangelo Urbani. Nella prima metà del sec. XVI vennero molto apprezzate a Firenze le opere dipinte a grottesche da Giovanni da Udine per la Biblioteca Laurenziana, e allo stesso scolaro di Raffaello si attribuiscono le otto vetrate, ad arabeschi su fondo bianco, nella certosa di Ema (1520), ricche di tonalita delicatissime. Mentre in Italia il gusto manieristico e quello barocco furono esiziali per la pratica di quest'arte, in Germania essa proseguì durante il Seicento anche nell'edilizia privata, con abbondante impiego di "grisailles ", clementi araldici e festoni di fiori e frutti. Come nelle altre manifestazioni ornamentali, l'Ottocento europeo esercitò nella ripresa delle vetrate la pedantesca riproduzione dell'antico finché William Morris attuava, in piena fioritura precaffaellita, una nuova sintesi di linee e colori con le vetrate nella cappella del Jesus College di Cambridge, su disegni del pittore Burne Jones. Successivamente si ebbero caratteristiche vetrate soprattutto in Francia ed Inghilterra nelle stile liberty o floreale, fin quando nei primi decenni di questo secolo il ripristino degli antichi principi, che assicuravano alla vetrata la sua funzione luminosa con la purezza delle colorazioni, influie una nuova originalità di concezioni e di effetti visivi. Memorabile, fra le altre, a Roma, l'attività di Cesare Picchiarini, che si valse dei cartoni di Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi e soprattutto di Duilio Cambellotti per comporre saggi di lirica esaltazione nei ritmi lineari e negli accordi di viola, rosso amaranto, avana, perlacei ed argentei, come attestano, nell'ambito sacro, la vetrata francescana, quella della Crocifissione per il duomo di Orvieto e la triade, più complessa ed imponente, che orna la chiesa della Flagellazione a Gerusalemme (1929). - Vedi tavv. CXXXVIICXXXIX.
Bibl. : E. H. Langlois, Essai histor, et descriptif sur la peinture sur verre, Rouen 1882; A. Westlake, Hlatory of design in painted glass, Londra 1881; L. Getin, Le vitrail, Parigi 1896; R. Bruck, Elsässische Glasmalerei, Strasburgo 1001; A. Michel, Hist. de l'art, V. II, Parigi 1905; G. Mancini, G. de Marcillat, Firenze 1909; E. M. Giusti, Le vetrate di S. Francesco in Assisi, Milano 1911; J. L. Fischer, Handbuch der Glasmalerei, Lipsia 1914; G. Zucchini, Le vetrate di S. Giovanni in Monte di Bologna, Roma 1917; U. Monneret de Villard, Le vetrate del duomo di Milano, Milano 1918; P. Toesca, Vetrate dipinte florentine, in Boll. d'arte, 14 (1920), pp. 3-6; id., St. dell'arte it., Torino 1921, pp. 1072-76; id. Il Trecento, ivi 1951, pp. 884-73; C. Picchiarini, Tra vetrate e diamanti, Amatrice 1935; J. Helbig, L'introdact. du style Renaissance soc., in Boll. des Musées royaux soc., n. 3 (1937), pp. 10-60; H. Lehmann, Gesch. der luxerner Glasmalerei, Lucerna 1941; P. Clau. del, L'oeil écoute, Parigi 1946; P. Boesch, Schweiz. Glasgemälde im Ausland, in Zeitschr. für Schweiz. Arch. und Kunst, 11 (1950), tt. pp. 107-17; G. G. Culton, Le vetrate del XII sec., in Il Regna, 10 (1952), p. 96; L. Grodecki, Vitrione de France du XIr au XV'le siècle, Parigi 1953; E. Müntz, Les Marcillat et la peinture sur verre en Italie, Parigi s. d.
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VETTER, Paul Alexander. - Armenologo ed esegeta cattolico, n. il 14 luglio 1850 in Oberdettingen (presso Biberach, Württemberg), m. a Tubinga il 21 sett. 1906.
Dal 1868 studiò filosofia e teologia nel Wilhelmsstift di Tubinga, e nello stesso tempo filologia, in cui ivi si laurco nel 1872. Sacerdote dal 1873 , fu ripetitore nel medesimo istituto nel 1881; poi parroco a Weiler presso Rottenburg; ma non interruppe gli studi, copiando e col. lazionando a Parigi manoscritti armeni. La Kirchenväterkominizion di Berlino l'incarico della trattazione degli scrittori cristiani armeni antichi, e nel Lehrbuch der Patrologie und Patristih (III, Magonza 1881, pp. 206-62) di J. Nirschl trattò magistralmente degli scrittori siriaci e armeni. Nel 1891 ebbe l'incarico della cattedra d'introduzione e d'esegesi del Vecchio Testamento a Tubinga. Nominato professore, non smise di studiare i manoscritti armeni, facendo altri viaggi a Parigi e a S. Lazzaro di Venezia (v. mEchtaristi), e su di essi pubblicò preziosi articoli nella Theologische Quartalschrift (v.) di Tubinga e nell'Oriens christianus (v.), nei primi anni a Roma. Già aveva pubblicato in versione latina Chasrane Magni episcopi monophysitae explicatio precum Missae (Friburgo 1880). Nel campo esegetico pubblicò un solo libro: Metrih des Buches Job (Friburgo 1897), allora importante, oggi di solo valore storico a causa della teoria della "cesure" troppo complicata. Su altre questioni bibliche si pronunziò in articoli ed estese recensioni di Theol. Quartalschrift e di Biblische Zeitschrift; di valore è il suo studio sul "romanzo " di Abiqár (v.) in relazione al libro di Tobia. Ebbe parole coraggiose in occasione della lotta BabelBibel, scoppio violento ed esagerato delle nuove ricerche intorno ai testi cuneiformi, troppo a lungo non adibiti per chiarire l'ambiente storico e religioso d'Israele, pretendendosi che il mitismo e la fede nella Rivelazione si escludono a vicenda. Meno felice, sebbene mossa da ottima intenzione, fu la sua posizione sul problema del Pentateuco (v.). Accentuando la tesi del libro famoso di V. v. Hummelauer, Exegetisches zur Inspirationsfrage (Friburgo 1903), sostenne che "l'inerranza condizionata dal carattere ispirato della Bibbia " non esclude l'imperfezione ("Unvollkommenheit") di essa nel campo delle scienze profane, tesi che contrasta con l'encicl. Spiritus Paraclitus (v.). Associandosi alla scuola "larga e progressiva", quanto al Pentateuco non ammise l'argomento tratto dai nomi divini; inoltre $P$ per lui è anteriore al profeta Amos e D anteriore al profeta Osea. Ma ammetteva come necessaria per la salvezza della Chiesa una "cattolica critica del Pentateuco", che accogliesse in sostanza i documenti sostenuti dai criticisti, ma respingesse il fondo dell'evoluzione religiosa d'Israele, propugnata da Wellhausen secondo principi razionalistici. Il decreto della Commissione biblica sul Pentateuco (cf. Denz-U, nn. 1997-2000) giunse ( 27 giugno 1906) quando V. era già sul letto di morte.
Biol.: gli articoli non citati sopra sono menzionati in N. Peters, V., in Wissenschaftl. Beilage zur Germania, 45 (1906), p. 353 b; A. Koch, Zur Erinnerung an P. V., in Theol. Quart., 89 (1907), pp. 583-612; J. Göttuberger, P. V.'s Stellung zur Pentateuchhritih, in Bibl. Zeitschr., 5 (1907), pp. 113-25. Tutti questi autori, ca. il 1906-1907, erano favorevoli alla scuola larga; senza menzionare tale circostanza, R. Storr, s. v. in LTNS, X (1938), col. 587 , cita le lodi di N. Peters (che non nomina), che andrebbero temperate.
Pietro Nober
VETTORI, Pietro. - N. a Firenze nel 1499, ivi m. nel 1585, dopo una vita tutta dedita agli studi, tranne una falsa partenza, in politica antimedicea, dalla quale subito si ritrasse; e i Medici gliela scontarono poi senza residui, con una generosa e lunga protezione.
In effetti il V. non era animo di ribelle, come dimostrò con la vita e con l'opera stessa; e se dagli scolari che ebbe numerosissimi nello Studio di Firenze, ove dal 1538 alla fine tenne cattedra d'eloquenza greca e latina, e dai cultori dei classici di tutto il mondo si continuò a guardare a lui come "eruditorum corypheo, cui debetur quidquid fructus ex eorum librorum lectione percipitur

(da F. Kieslinger, Glasmalerei in Österreich, Vienna 1917, tav. 1) Vetro - Una Vergine stolta, vetrata della chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo ( 1260 -70) - Friesach.
(sono parole del grande Muret), ciononostante è giusto parlare di lui piuttosto come d'uno dei più grandi maestri del tempo della Controriforma, che come di un grande maestro dell'età dell'umanesimo. Il suo merito fu di aver portato la filologia a un rigore scientifico non ancora per lo innanzi raggiunto, e ne son prova le fatiche di lui su autori greci e latini, alcune dei quali, p. es., Clemente d'Alessandria, vide la luce per la prima volta per merito suo. Famoso il suo Cicerone pubblicato dal Giunti. Con tutto ciò il suo amore per i classici finisce circoscritto alla filologia. Di vederlo scrivere in volgare il trattatello Della lode e della coltivazione degli olivi, delle sue simpatie per gli scrittori volgari i suoi predecessori si sarebbero scandalizzati.
Della mistica fede nella risurrezione del latino, appannaggio della sua cattedra ancora con gli Amaseo e con i Bonamico, in lui non è più traccia. Quanto avesse ormai perduto di mordente in lui l'accordo tra pietas e Sapienza, si può vedere in quello che sarebbe dovuto riuscire il suo lavoro filologico più ricco di problemi ideologici: Commentarium in primum librum Aristotelis de arte poetica (Firenze 1560), nel quale invece si ha l'impressione che egli per questo rispetto divenga discepolo dei suoi scolari.
Biol.: P. Nolhac, P. V. e Carlo Signoio. Correspondance avec Fulvio Orsini, Roma 1889; W. Rudiger, P. V., Halle 1896; F. Niccolai, P. V., Firenze 1912; C. Roth, Lettere di D. Giannotti a P. V., Firenze 1922 con catalogo dei Cartaggi di P. V. al British Museum, Londra; R. Ridolfi, in La bibliofilia, 39 (1937), pp. $384-97$.
Giuseppe Toffanin
VETUS TESTAMENTUM. - Trimestrale pubblicato dall'Organizzazione internazionale degli studiosi del Vecchio Testamento, fondata a Leida nel 1951.
Può già annoverarsi fra i più autorevoli organi della scienza anticotestamentaria. Vi collaborano protestanti, giudei, cattolici. Comprende articoli (in media di 16 pp .), brevi note, recensioni talvolta anche estese. E specialmente per la critica testuale, per le ricerche in cui si applicano al Vecchio Testamento le nuove cognizioni orientalistiche e
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(du Petit de Folloville, Histoire de la langue et literature francetir, Parig 356 Veuillot, Louis - Rirtatto,
per le discussioni sui manoscritti del Mar Morto. Gli articoli vengono scritti in inglese, francese, tedesco; vi si escludono, a differenza delle riviste internazionali pubblicate in Roma, l'italiano, lo spagnolo, il portoghese e il latino. Editrice è la casa E. J. Brill.
Bibl.; anon., D\&. claration, in $V . T$., 1 (1951), p. 1; sull'orgamizz. cf. Biblioi, 32 (1951), p. xxiit, n. 387.
Pietro Nober
VEUILLOT, Louis. - Giornalista e scrittore francese, n. a Boynes (Loiret) l'1 1 ott. 1813, m. a Parigi il 7 apr. 1883. Suo padre era un povero bottaio, che campava duramente la vita e non sapeva né leggere né scrivere. Il ragazzo, primogenito d'una numerosa figliolanza, ebbe una rudimentale istruzione primaria e nessuna educazione religiosa.
Trasferitasi la famiglia a Parigi, a tredici anni fu collocato come scrivano presso un procuratore, Fortuné Delavigne, fratello del poeta Casimir Delavigne. Preso dal desiderio di leggere e d'istruirsi, cominciò a curar da sé la propria formazione letteraria. E singolare infatti che questo prosatore, uno dei più schietti e robusti dell'Ottocento, alla familiarità con i classici del suo paese - i suoi veri maestri - sia giunto a poco a poco senza una regolare disciplina d'umanesimo universitario o ecclesiastico, come se obbedisse alla voce del sangue. Giornalista a diciassetr'anni, in quell'improvvisato reclutamento che si fece subito dopo la Rivoluzione del luglio 1830, prima all'Echo de Rouen, poi al Mémorial de la Dordogne, e più tardi alla Charte de 1830, si trovò a difendere la cosiddetta "Résistance", cioè l'ala destra del liberalismo costituzionale, contro l'ala sinistra, il cosiddetto "Mouvement", ma com'egli stesso ebbe a confessare in seguito, più per l'occasione che gli s'era presentata, e per gusto del mestiere e amore della polemica, che per vero impegno morale e saldessa di convinzioni. Devoto a Guizot, senza dubbio, ma, in fondo, indifferente ai due partiti : portato piuttosto da un malizioso buon senso e da un'istintiva onestà a notare i meschini egoismi, le ridicole vanità, le ipocrisie e le vigliaccherie delle diverse e opposte clientele politiche. Il V. di quei giovani anni rivive nella simpatica figurina d'un giornalista ch'egli tratteggiò più tardi in un romanzo, L'honnête femme (1844), felicissimo ritratto satirico della borghesia di provincia sotto Luigi Filippo.
Il ritrovamento di se stesso, e la sua conseguente vocazione di scrittore che ha un'apostolato da compiere, datano da un suo viaggio a Roma nel 1838. L'avvenimento è di capitale importanza nella vita di V., ma ne ha anche una grandissima nella storia del cattolicesimo in Francia. Non è una coincidenza fortuita che il più battagliero e vigoroso difensore laico dell'ultramontanismo avanzante, in quei decenni di strenue lotte, contro il gallicanismo (duro a morire anche perché protetto dal potere politico) abbia trovato a Roma, nel cattolicesimo romano, la forma di religione ch'egli cercava da tempo senza che se ne rendesse ben conto. Si sentì allora nella piena luce della verità e alla difesa di questa si consacrò con tutta la foga del suo temperamento. Alcuni amici (Gustave Olivier, Adolphe e Elisabeth Féburier) lo avevano assistito e guidato in questa crisi. Un vecchio gesuita francese, che in gioventù era stato amico di Joseph de Maistre e aveva lavorato validamente con lui alla propaganda cattolica in Russia sotto
Alessandro I, il padre Jean-Louis de Leissègues-Rosaven. ora assistente di Francia presso il generale dell'Ordine, ricevette al Gesù la prima confessione del convertito. Anche questo incontro non è da trascurare; l'ultramontanismo di V. si ricollega infatti a quello di J. de Maistre, e c'è tra i due scrittori una somiglianza di baldo umore polemico che non ci si aspetterebbe di riconoscere in uomini di cosi differente provenienza sociale e culturale. Documento bellissimo della conversione e di quel primo soggiorno a Roma e in Italia rimane un libro che è forse il più schietto e candido di V., Rome et Lorette (1841), preceduto ${ }_{4}$ di poco da un altro, Pèlerinages de Suisse, anch'esso di calda ispirazione religiosa.
Entrato al Ministero degliintorni, nel 1840 accettò per consiglio di Guizot il posto di segretario presso il general Bugeaud, governatore dei possedimenti francesi nell'Africa del nord, e dall'esperienza di quel soggiorno trasse un libro: Les Français en Algérie (1845). Ritornato in Francia e rientrato al Ministero, rinunziò ben presto all'ufficio per darsi tutto al giornalismo (1843). Redattore e poi redattore-capo dell'Univers religieux, durante la Monarchia di luglio condusse con vigore la campagna per la libertà dell'insegnamento insieme con i cattolici liberali, da cui poi doveva separarsi clamorosamente, e difese i Gesuiti dagli attacchi dell'Università e della stampa anticlericale. Nel 1848 sperò molto dalla democrazia repubblicana, ma - dopo l'insurrezione di giugno la simpatia si mutò in diffidenza. Sono di allora alcuni dei suoi scritti più battaglieri: Les libres penseurs; L'esclave Vindex. Caldamente favorevole alla politica del principe presidente, aderì senza riserve al secondo Impero, di cui difese nell'Univers il regime interno e l'azione all'estero. La guerra di Crimea lo ebbe tra i più aperti fautori. Si accentuava intanto il suo dissidio con i cattolici liberali: Falloux, Montalembert, Dupanloup, l'arcivescovo di Parigi mons. Sibour.
Contro questi avversari la polemica di V. è forse più violenta, e certo più acre, che contro gli stessi liberi pensatori e anticlericali. Forte dell'appoggio di Pio IX, che pur lo invita a un più moderato linguaggio, egli non sa resistere al suo bisogno di aggredire e colpire. E la difesa del Papato, cosi nel campo spirituale come in quello temporale, lo porterà a un aperto conflitto con Napoleone III, di cui avverserà fieramente l'intervento nella questione italiana. L'Imperatore fece allora sopprimere l'Univers, che poté riprendere le pubblicazioni solo dopo sette anni ( 1867 ), quando Napoleone III tentò una politica di distensione (il cosiddetto "Empire libéral "). Ma i lettori del giornale, ormai innumerevoli, ritrovavano il loro polemista prefiletto nei libri e opuscoli ch'egli veniva via via pubblicando: la lunga serie dei Mélanges religieux, historiques et littéraires; Çà et Lá (1860); Le Pape et la diplomatie (1861); Le parfum de Rome (1861); Vie de Notre-Seigneur Jésus-Christ (1863); Molière et Bourdaloue (1866); Les odeurs de Paris (1866). Difensore delle tesi romane sempre più intransigente, il Concilio Vaticano lo trova in prima linea tra i sostenitori dell'infallibilità pontificia (La liberté du Concile, 1870, e Rome pendant le Concile, 1871), e negli anni che seguono l'occupazione di Roma e l'instaurazione della terza Repubblica non abbandona il suo posto di combattimento in difesa della Chiesa e del Papato. Ma il suo compito era ormai finito. E difficile dire quale sarebbe stato il suo atteggiamento dinanzi alle iniziative di Leone XIII per riconciliare alla Chiesa la società moderna. All'inizio del nuovo pontificato egli era esausto dall'enorme lavoro e negli ultimi anni di vita lasciò al fido fratello Eugène la cura del giornale. Forse non a caso l'attività di V. cessò col pontificato di Pio IX, il Papa secondo il suo cuore.
Cristiano intrepido, uomo tutto d'un pezzo, generoso anche quando è ingiusto, V. è anche uno dei più grandi scrittori del secolo. C'è nella sua opera letteraria una parte caduca, quella in cui indulge a un'innzione o a un'apaingetica di maniera. Ma la sua polemica e la sua satira sono d'uno stilista di razza. Le sue pagine di critica letteraria, spesso scutissime, dimostrano quali doti egli avrebbe avuto se si fosse volto a quest'attività. E poeta
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si rivela non tanto nei versi (tra i quali non ne mancano per altro d'ottima vena) quanto nelle pagine di prosa in cui il suo senso religioso si effonde in carità e tenerezza schiettissima o sale a una sorta d'ebbrezza mistica. Gli Italiani, da lui più volte offesi nel loro sentimento nazionale, debbono essergli grati per aver espresso da vero pocta il fascino di Roma cristiana.
Bibl.: le opere complete di V. sono in corso di pubblicaz. a Parigi presso l'ed. Latbailieux, dal 1924, a cura ${ }^{2}$ del nipote François, La $1^{2}$ serie, 14 voll., consta di opere diverse; la $2^{2}$, 12 voll., contiene l'epistolario; la $3^{2}$, non ancora ultimata, anch'essa di 12 voll., raccoglie i Mélanges. La raccolta è preceduta da un'introdua, generale, e un'introdua, particolare è premessa ad ogni vol. La precedente ed. dei Mélanges (in due serie, rispettivamente di 18 e 4 voll.) è integrata da una $\backslash$ Table analyt, et alphabet. a cura di G. Cervezu, Parigi 1913. Per la biografia e la critica, cf.: Ch.-A. de Sainte-Beuve, Nouveaux Landis, I, Parigi 1863; J. Lemaitre, Les Contemporains, $6^{2}$ serie, ivi 1896; E. Veuillot, Louis V., 3 voll., ivi 1899-1904 (è la biogr. più ampia e importante); L. Dimier, V., ivi 1912; C. Lecigne, L. V., ivi 1913; E. Tavernier, L. V., l'homme, le luttour, l'écrivain, ivi 1913; M. Vellet, L. V., sa sia, ses idées sociales, ses idées politio., ses idées littér., ivi 1913; P. Fernessole, Les origines littér. de L. V., ivi 1923, e Bio-bibliogr. de la jeunesse de L. V., ivi 1923. Da vedete inoltre: Yves de la Brière, L. V., sa politique religieuse, in Etudes, 137 (1913), pp. 145-67; A. Brou, L. V., son oeuvre littéraire, ibid., pp. 168-97; F. Veuillot, L. V. et la question romaine en 1871 et 1872, ibid., pp. 198-230; e Lettres inédites di L. V., ibid., pp. 231-50; P. Silva Tarouca, Nel senten. della nativita di L. V., in Cro. Catt., 1913, iv, pp. 641-68.
Pietro Paolo Trompeo
«VEXILLA CHRISTUS INCLYTA ». - Inno delle Lodi nella festa di Cristo Re, composto dal p. Vittorio Genovesi S. J. nel 1925.
Il regno di Cristo non risuona del fragore delle armi, ma splende per la concordia e l'armonia fra i sudditi; vive in esso la pace e l'unione, la fedeltà tra i coniugi; la gioventù cresce morigerata e le case sono focolai di virtù.
Bibl.: V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovi 1932, p. 288; A. Mitra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 126; V. Genovesi, Lyra sacra, Roma 1952, p. 15.
Silverio Mattei
«VEXILLA REGIS PRODEUNT». - Inno dei Vespri nel tempo della Passione, composto a Poiriers ca. il 569 da Venanzio Fortunato in occasione dell'arrivo di una reliquia della S. Croce, donata a s. Radegonda da Giustiniano II, imperatore d'Oriente.
E l'apoteosi della Croce e di quello che in essa è stato compiuto da Gesù per la redenzione del mondo.
Bibl.: G. G. Boli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, p. 154; S. G. Pimont, Les hymnes du Bréo. rom., III, Parigi 1884, pp. 36-46; A. Mitra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 114-16.
Silverio Mattei
VÉZELAY, sANTUARIO di. - Antica abbazia di monache benedettine, fondata da Gerardo di Roussillon, reggente del Regno di Provenza, nell'858-59 a V. (diocesi di Autun).
Niccolò I concesse nell'863 al monastero di dipendere direttamente dalla S. Sede; Carlo il Calvo ne confermò nell'868 i beni. Danneggiato dai Normanni nell'873, fu rifatto da Gerardo che lo dette a monaci provenienti, sembra, da S. Martino di Autun, e consacrato, sotto l'invocazione della B. Vergine e degli apostoli Pietro e Paolo, nell'878 da Giovanni VIII mentre si recava al Concilio di Troyes. Un incendio lo distrusse tra il 907 e il 926 ; nel sec. xi il Duca di Borgogna concesse il monastero cadente a Guglielmo di Volpiano, abate di S. Benigno di Digione, perché lo riunovasse. Nel 1027 Landrico, conte di Nevers, sostituì l'abate Ermanno con Oddone. In quest'epoca cominciò a spargersi la notizia che la chiesa abbaziale conservasse le reliquie di s. Maria Maddalena. L'abate Gauffredo (1037-50) circondò di cancelli l'altare maggiore tanta era la folla dei pellegrini. Ma poiché l'abbazia di S. Massimino in Provenza pretendeva possedere le reliquie di s. Maria Maddalena, i monaci di V. sostennero che Adelelmo, fratello di Oddone, si era recato a prenderle. Il vescovo Norgaudo di Autun (1098-1111) proibì

(feb. Bullez)
VÉzelay, sANTUARIO di - Interno della chiesa abbaziale di V. eretta nel sec. xi e restaurata da Viollet-le-Duc nel 1840.
le offerte; ma nel 1103 il papa Pasquale II tolse l'interdetto. I pellegrinaggi aumentarono sempre più e V. divenne il centro di raccolta, nel nord-est della Francia. per i pellegrinaggi a S. Giacomo di Compostella.
L'abate Artaudo nel rog6 iniziò la costruzione di una nuova basilica sul luogo di quella carolingia; nel 1104 celebrò la dedica del nuovo edificio, ma, in una sommossa contro le imposte, fu ucciso nel 1106 . Il nuovo abate fu Renaudo de Semour, nipote di s. Ugo abate di Cluny. Il 21 luglio 1120 un violento incendio distrusse la chiesa e vi perirono oltre mille persone. L'abate iniziò subito la ricostruzione. Nel 1131 Innocenzo II nominò il nuovo abate Alb:rico e nel 1132 assisté alla consacrazione della nuova abbazia, che fiorì rapidamente sotto Ponzio di Montboissier (1138-61). Nella Pasqua del 1146 s. Bernardo venne nell'illustre monastero a predicare la seconda Crociata (PL 182, 306-307). Poi l'abate dovette lottare contro Guglielmo III conte di Nevers, e il suo successore contro Guglielmo IV, tanto che nel 1165 i monaci si rifugiarono per qualche tempo a St-Germain des-Prés a Parigi. Alessandro III nel 1162 concesse nuovi privilegi. Nel 1165 un incendio danneggiò la Basilica e l'abate Gerardo di Arcy (1171-98) ne iniziò la ricostruzione in stile gotico. Ugo suo successore fu deposto da Innocenzo III nel 1207.
Nel monastero si rifugiò nel 1166 Tommaso Becket arciv. di Canterbury. Fu visitato più volte da Luigi VII. nel 1190 da Filippo Augusto, dal re Riccardo Cuor di leone e più volte dal re s. Luigi il quale assisté alla traslazione del 1267 alla quale fu presente il cardinale legato Simone de Brion, poi Martino IV.
In seguito alle polemiche, circa le reliquie, con S. Messimino di Provenza, l'abbazia di V. decadde e Paolo III nel 1537 sostituì i monaci con 15 canonici. Gli ugonotti occuparono V. nel 1569. Essi rubarono le suppellettili liturgiche e istallarono scuderie nella chiesa. Fra gli abati commendatari si ricordano O. de Châtillon card. di Lorena e il card. di Tenzin. La Rivoluzione nel 1790 soppresse i monaci e la chiesa divenne la parrocchia di V.
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(1st. Alinari)
Vezzolano - Il Redentore tra i simboli degli Evangelisti; l'Adorazione dei Magi con il committente accompagnato da un angelo e l'apparizione dei tre scheletri a Carlomagno. Affreschi del sec. xiv nel chiosiro dell'abbazia.
Gli edifici monastici, in parte demoliti fin dal 1760 , furono venduti; Prospero Merimée nel 1835 ne propose il restauro, approvato nel 1837 , e dal 1840 l'arch. Viollet-le-Duc iniziò la riparazione della chiesa. Nel 1870 una reliquia di M. Maddalena donata a V. fu l'inizio di nuovi pellegrinaggi. La facciata occidentale fu in parte modificata nel sec. xir, in parte dal restauro di Viollet-le-Duc. Ha tre portali, nel timpano di quello centrale è Gesù Cristo fra i simboli dei quattro Evangelisti, poi il giudizio; sull'architrave, episodi della Maddalena; nella vòlta, angeli. Al di sopra, intorno e sulle finestre, statue. Il nartece è composto di grossi pilastri con colonne e capitelli istoriati, con episodi del Vecchio e Nuovo Testamento e di vite di santi. Intorno, in otto scomparti, sono effigiati i vari popoli ai quali si rivolgerà la missione apostolica; poi i segni dello zodiaco, i lavori dei mesi. Nel portale destro sono scene dell'infanzia del Salvatore, in quello sinistro episodi successivi alla sua resurrezione. L'interno della Basilica è a tre navate, la centrale molto alta a dieci campate; i capitelli sono istoriati con scene del Vecchio Testamento ed episodi delle vite dei santi mescolate con scene mitologiche e della vita umana. Il coro è gotico; nel deambulatorio si aprono cinque cappelle; sotto il coro è la cripta; nel transetto sud si passa alla sala capitolare.
Nel villaggio di Saint-Père-sous-Vèzeley è una chiesa gotica preceduta da un portico a due campate del sec. xiv con portale centrale in cui è scolpito il Giudizio Universale; nel portico sono pure rappresentati i due coniugi fondatori, più oltre una tomba è datata al 1258 ; in un portale oggi murato è la Crocifissione. L'interno della chiesa ha vòlte a ogiva, con un deambulatorio su cui si aprono cappelle; nell'alto campanile ai quattro angoli sono quattro angeli.
Bibl.: Ch. Porée, L'abbaye de V., Parigi 1920; M. Morel, V., Parigi 1946; F. Salet, La Madeleine de V., Melun 1948. Enrico Josi
VEZZOLANO. - Abbazia di Canonici Regolari di S. Agostino, dedicata a Maria S.ma, in diocesi di Casale (Piemonte), nel territorio già appartenente alla diocesi di Vercelli.
Una leggenda attribuisce la fondazione dell'abbazia all'apparizione improvvisa nel luogo di tre scheletri a Carlomagno durante una caccia. L'abbazia, fondata nel sec. xr, fu terminata nel 1189 , al tempo di Federico Barbarossa e del prevosto Vibone, come è indicato in una iscrizione in versi leonini. La chiesa, in origine a tre navate divise da pilastri, fu in seguito ridotta a due perché la nave minore meridionale venne sacrificata per la costruzione del chiostro. All'altezza del terzo pilastro per tutta la larghezza della navata venne costruito un grande lecturium a cinque archi decorati, con gradini per salirvi sopra come un pulpito. Il tempio ha nella facciata di tipo romanico due portali : in quello maggiore sono scolpiti s. Gregorio Magno, un angelo e un diicono e nei pulvini dell'arco i simboli degli Evangelisti Marco e Luca. Su questo portale sono tre gallerie, nella seconda in una bifora sono le statue di due angeli e di s. Pietro; in alto le testa del Salvatore. All'altare maggiore è una tavola a rilievo rappresentante la Madonna col Bambino e un monaco che presenta a s. Agostino l'imperatore Carlomagno. A destra dell'abside si entra nel chiostroquadrilatero a pilastri ottagonali su due lati, nel terzo lato a pilastri cilindrici, nel quarto a bifore. Nelle pareti affreschi del ' 300 tra cui il Redentore in maestà, la Madonna col Bambino, i quattro dottori della Chiesa, l'Epifanio, l'episodio dell'apparizione dei tre scheletri a Carlo Magno, con sculture rappresentanti nella zona inferiore 33 patriarchi della stirpe di David e nella zona superiore episodi della vita della Madonna. L'abbazia fu soppressa nel 1797. Recentemente venne isolato il monumento, togliendo i fabbricati che vi si erano addossati a sud, e furono restaurati chiesa e chiostro.
Bibl.: E. Durando, Cartori Minoni, I. Cartario dei monasteri di Grazzano, V., Crea e Pentestava (Biblica della Soc. stor. tubalp., 42), Pinerolo 1908, pp. 99-1 10; A. Motta, L'abbazia monumentale di S. Maria di V., Torino 1912 (2a ed. Milano 1933); P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VI, II, Berlino 1914, pp. 50-52. Enrico Josi
VIA CRUCIS. - Si suole indicare con questo nome il viaggio che Gesù, carico della Croce, fece dal

(1st. Giordani)
Via Crucis - V. C. nella Basilica di Massenzio - Roma.
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(fot. Alinari)
Via Crucis - La Condanna di Gesù, dipinto di G. D. Tiepolo (scc. xvili). I stazion - Venesis, chiesa di S. Polo.
pretorio di Pilato al Monte Calvario, dove tu crocifisso e mori. In senso proprio la V.C. è una pratica di pietà che consiste nella meditazione di alcuni episodi della Passione di Gesù Cristo distribuiti in un numero determinato di stazioni, per richiamare alla venerazione dei fedeli il viaggio di Cristo verso il Calvario.
L'origine di questa devozione non si conosce, ma indubbiamente essa ricevette un forte impulso nei secc. xirxiv all'epoca delle Crociate, quando fu possibile ricostruire idealmente quel viaggio attraverso le strade della città. Tornando i Crociati e i pellegrini alle proprie terre, ebbero cura di erigere nei loro paesi memorie del Calvario, del S. Sepolcro e degli altri luoghi della Passione per infervorare i fedeli e per eccitare maggiormente in essi la devozione alla Passione di Cristo.
Le varie stazioni al principio non erano fisse e variavano anche nell'oggetto, perché frutto di devozione privata. Fu solo nel sec. xvili che l'autorità ecclesiastica intervenne con lo stabilire a 14 il numero delle stazioni della $V$. C. e l'episodio ricordato in ogni singola stazione. Di questi episodi alcuni sono esplicitamente desunti dal Vangelo, altri invece ne sono una verosimile drammatizzazione: le cadute sotto la Croce, l'incontro con la Madre e con la Veronica (v.). Cio provocò nel sec. xvili una controversia letteraria da parte di qualche dotto di tendenza giansenista, come il Puiati ed il Ricci dei quali il primo osò proporre una serie di stazioni di propria invenzione.
Nel propagare questa devozione extraliturgica ma sanamente popolare si distinsero maggiormente i Frati Minori, ai quali già fin dal sec. xiv era stata affidata la custodia dei Luoghi Santi della Palestina. Essi diffusero ovunque questo pio esercizio, e nelle loro chiese e presso i loro conventi eressero stazioni della V. C., esortando i fedeli a ricordare la Passione di Cristo e i Misteri della Redenzione. Principale propagatore ne fu s. Leonardo da Porto Maurizio, che nel corso delle sue missioni per l'Italia (1731-51) eresse 572 V. C. A sua istanza Clemente XII, il 3 apr. 1731, tramite la S. Congregazione delle Indulgenze, emanò speciali Manita ad recte ordinandum denotum exercitium V.C., che ancor oggi, con alcune modifiche da parte della Penitenzieria Apostolica, in data 13 marzo 1938, costituiscono la norma fondamentale che regola la erezione della V. C. e le annesse indulgenze.
Le disposizioni che in base ai citati decreti vigono oggi, sono: 1) le stazioni della V.C. possono essere erette
nelle chiese e negli oratori pubblici e semipubblici ed anche in quelli privati nei quali per indulto apostolico si celebra la Messa. Per gli oratori domestici si richiedono facoltà speciali che sono concesse dal ministro generale dei Frati Minori. Possono essere erette anche fuori delle chiese, nei cimiteri, nei viali, ecc. - 2) Le stazioni debbono essere 14 a distanza l'una dall'altra, e ad ognuna deve sovrastare una croce di legno ben visibile, anche se piccola. Croci di pietra o di metallo non sono permesse. Che le singole stazioni siano dipinte o scolpite non è strettamente necessario, ma è raccomandabile per maglio fissare nella mente dei fedeli il Mistero meditato. 3) Affinché i fedeli possano lucrare le indulgenze concesse, è necessario che le stazioni siano canonicamente erette da un sacerdote munito della debita facoltà. La formula della benedizione si trova nei Rituale romano. Secondo i cann. 239 e 349 del CIC hanno facoltà di erigere e benedire le stazioni della V. C. i cardinali, i vescovi, i superiori degli Ordini dei Frati Minori ed i sacerdoti degli stessi Ordini a ciò delegati dai rispettivi superiori. Gli altri sacerdoti hanno bisogno di una speciale facoltà della Penitenzieria Apostolica. - 4) I fedeli che praticano il pio esercizio della V. C. lucrano l'indulgenza plenaria ogni volta, purché adempiano le condizioni volute dalla Chiesa, e l'indulgenza parziale di 10 anni per ogni singola stazione, qualora non potessero compierle tutte. Per lucrare dette indulgenze è necessario fra una stazione e l'altra uno spostamento anche minimo del corpo come per seguire il cammino di Cristo verso il Calvario. Però quando la moltitudine di fedeli ostacolasse il loro moto per l'angustia del luogo, basta che uno a nome di tutti percorra le singole stazioni, accompagnato spiritualmente dagli altri. Spaciali preghiere non sono prescritte per compiere con profitto la V.C. Si richiede soltanto di meditare durante la visita delle stazioni la Passione del Salvatore secondo le capacità di ciascuno.
Bibl.: P. Moccheggiani, Collectio indulgentiarum theologice, canon. et hist. digesta, Qusraochi 1897; D. Sleutjes-B. Kurtschrid, Instructio de stationibus S. V. C., ivi 1907; D. Biddi, Eschiridion locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935, pp. 754-83; F. M. Cappello, De Sacramentis, II, Torino-Roma 1944, pp. 705-707; S. De Angelis, De Indulgentiis. Tratt. quand earum naturam et suum, Città del Vaticano 1950, nn. 436-56; A. a s. Elia Pianisi, De pio V. C. exercitio diquisitio historica, inridica, ritualis, Roma 1950.
Massimiliano Brandys
Arte. - Nelle raffigurazioni cicliche della Passione di Cristo, pervenuteci nel tardo medioevo, la presentazione

(fot. Museo di Stato, Berlinas)
Via Crucis - Gesù aiutato da Simone il Cireneo, dipinto di Hans Multscher (sec. xv). V stazione - Berlino, Museo di Stato.
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delle diverse successive scene dipendeva dalla scelta dell'artista stesso, che le concepiva di solito come complementari della immagine principale, dove si vedeva che Cristo porta la Croce. Cosi è, p. es., negli affreschi trecenteschi del Barna a S. Gimignano.
Serie di raffigurazioni, che espongono in modo sempre omogeneo lo svolgersi della Passione di Cristo, appaiono per la prima volta nell'arte popolare della Germania meridionale verso la metà del sec. xv. Esse constano inizialmente solo di sette scene e solo nel sec. xviri raggiunsero il numero di 14 , chiamate ormai «stazioni».
Le singole stazioni devono raffigurare nel seguente ordine: 1) Gesù condannato a morte; 2) Gesù caricato della Croce; 3) Gesù che cade per la prima volta; 4) Gesù che incontra la sua santissima Madre; 5) Gesù aiutato da Simone il Cireneo; 6) Gesù asciugato dalla Veronica; 7) Gesù che cade la seconda volta; 8) Gesù che consola le pie donne; 9) Gesù che cade la terza volta; 10) Gesù spogliato ed abbeverato di fiele; (1) Gesù inchiodato alla Croce; 12) Gesù morto in Croce; 13) Gesù deposto dalla Croce; 14) Gesù posto nel sepolcro.
Dalla seconda metà del sec. xviri fino ad oggi sono innumerevoli le $V . C$. in pittura, in stampe, in plastica, delle quali non molte hanno vero valore artistico. Rarissimo esemplare di alto valore è la V. C. settecentesca nella chiesa di S. Polo (Venezia) opera di Gian Domenico Tiepolo (v.). Buona veramente la V. C. del Poma nella cattedrale di Treviso. Fra quelle riprodotte in bronzo vanno ricordate a Roma quella della chiesa di Cristo Re e quella della chiesa di S. Eugenio dovuta a diversi scultori. - Vedi t.ix. CXL.
BibL.: K. Künstle, Ihmogr. der Christl. Kunst, I, Friburgo in Sr. 1928.
Witold Wehr
VIA, LA. - Settimanale illustrato, uscito la prima volta a Roma il 29 genn. 1949, per iniziativa di Igino Giordani, secondato subito da personalità del mondo cattolico e politico.
Il settimanale, partendo dall'evangelico a Io sono la Via, la Verità e la Vita ", si propone di interpretare idee e avvenimenti della politica, dell'economia, della letteratura e della filosofia, con tutta libertà, cattolicamente, avendo di mira la cristianizzazione della società e la sua riforma strutturale secondo giustizia e carità. Igino Giordani
Vialar, Emilie de, santa. - Fondatrice dell'Istituto delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, n. a Gaillac (diocesi di Albi) il 12 sett. 1797, m. a Marsiglia il 24 ag. 1856.
Educata piamente dalla mamma, quando questa mancò fu affidata per breve tempo alle Suore di Nostra Signora, e poi richiamata per attendere al governo della casa e all'educazione del fratellino. Superate, poi, le difficoltà familiari e avuta una pingue eredità dal nonno paterno, poté assecondare l'ardente desiderio di vita religiosa. Comprata e restaurata una bella casa a Gaillac, subito raccolse intorno a sé altre giovani generose, gettando così, nel 1833 , le basi del suo nuovo Istituto, cui volle aggiungere il titolo e dell'Apparizione ", perché le suore ricordassero l'angelo che aveva rivelato a S. Giuseppe il mistero dell'Incarnazione. Le suore cominciarono tosto a prestare ogni sorta di sollievo ai poveri e agli infermi, anche a domicilio, e a indirizzare alla pietà e alle lettere le fanciulle, in attesa di qualche nuovo campo di missione.
Che si aprì loro nel 1835 , quando la fondatrice passò con alcune suore in Algeria, dove il colera mise presto in evidenza il loro eroismo e provocò conversioni numerose anche di musulmani. Sorsero però contraddizioni e l'autorità religiosa giunse a scacciarle. Tornata a Gaillac, poté poco dopo trasferire la casa madre a Marsiglia, dopo una breve sosta a Tolosa. Presiedette all'Istituto 24 anni, governandolo con cura e diffondendolo ampiamente, tanto da lasciare alla sua morte, 42 case, sparse in Europa e fuori.
Fu beatificata da Pio XII il 18 giugno 1939 e canonizzata il 24 giugno 1951.
BibL.: Onella di Pio XII, in AAS, 43 (1951), pp. 530-33; L. Picard, E. de. V., fondatrice des Religieuses de St Joseph de l'Apparition, Parigi 1924; P. Testas, La beata E. de V., Roma 1939; L. Pecchiai, S. E. de V., ivi 1951.
Celestino Testore
VIALE PRELA, Michele. - Cardinale n. a Bastia (Corsica) il 29 sett. 1798, m. a Bologna il 15 maggio 1860 .
Sacerdote nel 1823 , venne avviato alla carriera diplomatica ed iniziò il suo cursus quale uditore della nunziatura in Svizzera. Dopo una lunga permanenza in Segreteria di Stato, nel 1838 , fu destinato a Monaco di Baviera come internunzio, promosso nunzio nel 1841 ed innalzato alla dignità arcivescovile di Cartagine e finalmente trasferito a Vienna nel 1845 . Le sue dette doti gli procurarono nella capitale austriaca vaste simpatie e sicure amicizie, principale fra tutte quella del Metternich : circostanza che riusci preziosa alla S. Sede nel 1848, perché il V. P. poté rimanere in sede, quasi a titolo personale, anche dopo la partenza dell'imbasciatore austriaco da Roma ed evitare una rottura completa tra il Vaticano e il governo imperiale nel momento difficilissimo in cui si minacciava addirittura uno sciama contro il Pontefice, che a Vienna era riguardato come asservito alla rivoluzione italiana. Sollevatasi anche la capitale contro l'assolutismo abeburgico, il nunzio seguì la famiglia imperiale ad Innsbruck per espresso invito del sovrano; e di li ebbe a trasferirsi a Soden, per seguirvi da vicino i lavori dell'Assemblea costituente di Francoforte e riferirne costantemente alla Segreteria di Stato. A sett., prima ancora del ristabilimento ufficiale dei rapporti diplomatici tra la S. Sede e l'Impero, egli era di nuovo a Vienna, inteso a rendere ancora cœuliali le relazioni con Roma.
Ma il capolavoro diplomatico del V. P. fu la stipulazione del Concordato del 1855 , di cui egli suggerì la prima idea ad uno dei più autorevoli prelati austriaci, Giuseppe von Rauscher, sino dalla primavera del 1849 , traendo motivo dalla promulgazione della Costituzione dell'Impero, concessa da Francesco Giuseppe, il 4 marzo di quell'anno. Intervenne così alla conferenza episcopale diretta dal card. di Schwarzenberg, dalla quale uscì appunto l'invito al sovrano di negoziare un concordato con la S. Sede. La richiesta della conferenza venne accolta dal governo soltanto nel 1852 e le trattative ebbero inizio tra il V. P. ed il von Rauscher - divenuto fratsunto arcivescovo di Vienna - ai primi del 1853. L'instaurazione di un regime concordatario con l'Austria presentava per la S. Sede un'importanza del tutto particolare, perché si trattava non solo di addivenire a uno strumento che potesse servire di modello per le trattative con altri governi dopo la bufera rivoluzionaria del 1848 , ma di cancellare ogni traccia del a giurisdizionalismo a giuseppino che aveva sino allora dominato la politica ecclesiastica degli Abeburgo. Il V. P. fu all'altezza del grave compito e in tre anni di laboriose trattative raggiunse la meta, con piena soddisfazione di Pio IX. Cardinale riservato in peciore dal 1852 e proclamato nel 1853 , egli rimase a Vienna come pronunzio sino alla firma del Concordato (18 ag. 1855), ratificato dal Papa il 3 nov. con la bolla Deus humanus salutis auctor e proclamato legge di Stato in Austria due giorni più tardi. Rientrato finalmente in Italia, il V. P. venne nominato arcivescovo di Bologna e raggiunse immediatamente la sua sede, alla quale si volle con insistenza che lo avesse destinato il card. Antonelli per allontanare da Roma il più abile diplomatico pontificio, ad evitare che il Papa avesse ad affidargli la Segreteria di Stato.
Per quanto vissuto fino allora lontano dalla cura pastorale, il V. P. fu, nei quattro anni in cui resse la diocesi, un presule veramente esemplare, che le maggiori cure dedicò alla formazione del suo clero e al miglioramento dei costumi dei fedeli. Seguita nel 1859 la caduta del dominio pontificio in Emilia, egli evitò studiosamente ogni contatto con le nuove autorità politiche dimostrandosi strenuo difensore dei diritti della Chiesa.
BibL.: F. Fontani, Della vita e delle opere del card. M. V. P., arcto, di Bologna, Bastia-Bologna 1861; B. d'Agen, Une dernière amitié de Metternich: le card. V. P., Parigi 1919; M. Hussareck, Die Vorhandlung des Konkordats vom 16. August 1833, Vienna 1922; A. C. Jemilo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1952, pp. 170-76.
Renzo U. Montini
VIA MATRIS. - Pratica di devozione alla Vergine Addolorata che, a somiglianza della Via
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Crucis, medita i dolori che la Madonna ha sofferto nella sua vita, in sette stazioni secondo i sette dolori che la tradizione medievale ha consacrato come i principali; profezia di Simeone al Tempio, fuga in Egitto, smarrimento di Gesù nel Tempio, incontro con Gesù, la crocefissione di Gesù, la deposizione e la sepoltura di Gesù.
Questa pia pratica, nota già nel 1450 , andò diffondendosi sulla fine del sec. xvir, specialmente nella Spagna e presso i popoli slavi. Dal 1836 cominciò a praticarsi nella chiesa di S. Marcello al Corso in Roma. Il 13 luglio 1837, Gregorio XVI l'approvava e l'indulgenziava. Ampliarono le indulgenze Leone XIII (23 luglio 1898) e il b. Pio X (14 apr. 1913). Nel 1937, sotto il nome di «Novena perpetua», nella chiesa dell'Addolorata dei Servi di Maria, a Chicago, lo sviluppo di questa pratica assumeva proporzioni straordinarie. In un giorno solo si dovette ripetere 38 volte, presenti 78.000 persone. Attualmente questa novena è stabilita in oltre 161 diocesi e viene praticata in oltre 1300 chiese. La S. Penitenziaria ha esteso (4 luglio 1946) alla V. M. le concessioni fatte alla Via Crucis, quanto alle modalità nel praticarla; il 24 apr. 1951 ha concesso l'indulgenza plenaria.
Rom.: F. M. Pecoroni, Pratiche dixate in cuore di Maria Sima Addolorata, Roma 1859, p. 190; C. Berti, De cultu Septem Dolorum S. Mariae, in Mariamum, 2 (1940), pp. 81-86; L. Pazzanillo, La donna del dolore, $2^{2}$ ed., Torino 1947, p. 329; Manuale del Terzo Ordine dei Serviti, Roma 1948, p. 190 sgg. Enrico Zanetta
VIATICO. - Dal punto di vista liturgico, il termine fu prima assunto per indicare tutti i soccorsi o conforti religiosi apprestati ai moribondi (cf. can. 13 del Conc. di Nicea [325]; can. 3 del Conc. di Orange [441]; Hefele-Leclercq, I, 436, 593; Graziano, Decr., 6-89; XXVI, q. 6); ma ben presto fu limitato ad indicare esclusivamente l'Eucaristia e, più determinatamente, la Comunione eucaristica data quale ultimo alimento ai moribondi, senza obbligo del digiuno.
I. Obbligo. - Per legge sia divina (cf. Io. 6, 54; Summ. Theol., $3^{2}$, q. 8o, a. 11) che ecclesiastica (can. $86_{4} \S$ I), urge in pericolo di morte l'obbligo grave di ricevere il v.
Il Concilio di Nicea, già citato, parla di una «legge antica e canonica» (cf. Hefele-Leclercq, I, 436). Tale è l'urgenza di questo precetto, che, per procurare il v., anche ad un solo moribondo, il sacerdote, che non ha a sua disposizione ostie consacrate, non solo può celebrare non digiuno e a qualsiasi ora del giorno o della notte, ma può anche usare, per la consacrazione, pane fermentato, se di rito latino, o pane azimo, se di rito orientale (cf. can. 851 § 2).
Questo precetto incomincia ad obbligare con l'inizio del pericolo di morte, qualunque ne sia la causa (can. 964), interna o esterna (msiattia, prima di una battaglia, di un'operazione chirurgica pericolosa, di esecuzione capitale, di parto difficile). Qualora il precetto non fosse stato compiuto coscientemente, si è commesso un peccato, ma non si è tenuti a ricevere la Comunione, perché il precetto non urge più. Se non potesse essere adempiuto nello stesso pericolo di morte, l'obbligo incomincia poco prima del pericolo, ossia quando, moralmente parlando, lo stesso pericolo è prossimo, poiché in tal caso il pericolo già si inizia, e non potendosi soddisfare a tempo debito, si deve subito adempiere. Di qui, giusta la prescrizione del can. 865 : «non si differisca troppo il santo v. agli infermi; e coloro che hanno cura di anime si industrino perché gli infermi lo ricevono quando sono ancora perfettamente consci di sé» (cf. Rituale Rom., tit. V, cap. 4, n. 2; tit. VI, cap. 4, n. 10).

(let. Gab. fol. naz.)
Viatico - Vintico all'orfana. Dipinto di G. Toma (1836-91)- Roma, Galleria nazionale d'Arte moderna.
Il can. $86_{4} \S 2$, dirime una vecchia questione (cf. s. Alfonso, Theol. mor., 1, vi, n. 285, dub. 2, ed. L. Gaudé, III, Roma 1909, p. 259 sgg.), se cioè chi ha ricevuto lo stesso giorno la Comunione di devozione sia tenuto o possa ricevere il v., e prescrive che la recezione del v. non è obbligatoria, ma sommamente consigliabile. Secondo alcuni autori moderni (Cappello, Coronata) la stessa cosa sembra che si debba ritenere, qualora la Comunione sia stata fatta pochi giorni prima che si verificasse il pericolo di morte. Durante tutto il pericolo di morte è lecito, anzi conveniente, a giudizio del confessore, ricevere, anche non digiuni, il v. in più giorni, distinti ed anche quotidianamente (can. 864 § 3). Anzi il v. potrà essere lecitamente ricevuto due volte nello stesso giorno in due pericoli di morte differenti. Il v., quindi, può essere amministrato in qualsiasi giorno, non escluso il Venerdì Santo, ed anche in caso di interdetto locale, generale o particolare (cf. cann. 2270-71), ed a qualsiasi ora del giorno o della notte.
II. Soggetto. - Ogni fedele, in pericolo di morte, è tenuto a ricevere il v. (can. 864), posto che ne sia capace e degno. Non si soddisfa all'obbligo con la Comunione sacrilega (can. 861), né si è tenuti al digiuno eucaristico (can. $86_{4} \S 3$ ).
Anche i bambini, a rigor di termine, sono tenuti al precetto del v., anche se non sono stati ammessi alla prima Comunione, purché sappiano distinguere il Corpo di Cristo dal comune cibo e lo sappiano riverentemente adorare (can. $854 \S 2$ ). La confessione stessa non è richiesta, se il bambino non è giudicato capace di peccato. Ma se v'è sufficiente discernimento, il bambino sarà precisamente e possibilmente istruito sulle verità necessarie di necessità di mezzo, ed in seguito assolto dai suoi peccati. Alla stregua dei bambini vanno considerati gli adulti che ignorano le verità della religione e si trovano in pericolo di morte. I dementi perpetui, secondo l'attuale disciplina ecclesiastica, non possono ricevere il v. Diversamente se deficienti, vecchi rimbambiti e dementi con lucidi intervalli : questi possono e devono ricevere il v. alle stesse condizioni dei bambini.
III. Ministro. - E riservata all'Ordinario del luogo ed al parroco, nei limiti del rispettivo territorio, l'amministrazione del v., sia pubblicamente che in privato, tanto ai propri sudditi quanto ai forestieri, salvo le eccezioni previste dal diritto e salvo il caso di necessità (cann. $8_{4} 8-50$ ).
Al vescovo gravemente ammalato amministrano il v. le dignità e i canonici del Capitolo cattedrale, secondo l'ordine di precedenza. A coloro che dimorano in casa religiosa l'amministra il superiore (cf. can. 848, Comm. pontif. per l'autentic