sendo consolidati in benefici. Si dànno per eccezione dei benefici veri e propri, destinati all'ufficio di v. cooperatore in tutta la cura d'anime e conferiti, per lo più, come le parrocchie: si chiamano vicarie autonomie, benché l'autonomia sia incompleta, non avendo l'investito rotto la dipendenza di soggezione alla parrocchia.
1. Il v. attuale o perpetuo. - Quando una parrocchia è unita pleno iure e cioè intitolata a un collegio, a un Capitolo, a un monastero o a qualunque altra persona morale, a questa spetta la cosiddetta cura abituale e al parroco la sola cura attuale, e perciò egli viene chiamato v. attuale o perpetuo.
La distinzione tra i due concetti di cura, di cui si hanno già tracce nel diritto canonico prima del Concilio di
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Trento, fu sviluppata in seguito alle disposizioni tridentine, le quali obbligarono i vescovi a far cessare la cura d'anime, gestita in solidum da persone morali, dove la responsabilità frazionata e non organica è meno sentita, affidandola a persone fisiche (sess. VII, cap. 7, de reform.).
Dopo di allora i Capitoli incaricarono delle incombenze psicocehiali o un membro del collegio, ovvero uno o più vicari subalterni; ma si riservarono un'altra direzione che comprendeva, con la rappresentanza giuridica ed economica della chiesa, la vigilanza sul parroco, e che prese a chiamarsi cura abituale : uno stato potenziale che si traduceva de iure e de facto nella cura attuale, esercitata da altri. Ma, non essendo sempre tracciato il limite divisorio tra l'una e l'altra, c'era l'adito a sconfinamenti e a dubbi di diritto.
Perciò il CIC, pur lasciando intatti privilegi apostolici e convenzioni speciali stipulate nell'erezione della parrocchia, riserva all'ente morale, oltre il diritto di presentare il titolare della cura attuale, l'alta sorveglianza liturgica e amministrazione patrimoniale della parrocchia, e aggiudica al v. la piena autonomia nell'esercizio della cura d'anime (can. 47 I § 4). Questi perciò è equiparato al parroco in tutti i diritti e doveri pastorali; e, se dianzi poteva essere amovibile, oggi è inamovibile come il parroco propriamente detto (can. 74 I § 3), salva la amobilità per i v. religiosi.
II. Il v. ecomomo. - E il sacerdote deputato dall'Ordinario a reggere la parrocchia vacante, previo il consenso del superiore religioso sulla scelta del soggetto, se la parrocchia è regolare. L'economo ha tutti i diritti spirituali e tutti i doveri del parroco titolare; ma non può pregiudicare i diritti del parroco o del beneficio. Gli è assegnata a titolo di stipendio una quota fissa dei redditi beneficiali, oltre agli emolumenti di stola. Cessando d'ufficio, deve fare la consegna dell'archivio e rendere i conti del dare e dell'avere della sua amministrazione al nuovo parroco o all'economo che gli succede, alla presenza del v. foraneo o di altro sacerdote designato dall'Ordinario (can. 473).
III. Il v. sostituto. - Il parroco titolare o l'economo, che stia per assentarsi per un tempo superiore alla settimana, propone all'Ordinario il sacerdote che lo sostituisca. Questi, approvato, consegue i pieni poteri di cura d'anime anche in materia matrimoniale, a meno che l'Ordinario o il parroco assente non abbiano posto limitazioni, e viene sotto il nome di v. sostituto. Qualora il titolare fosse costretto da grave e repentina causa ad assentarsi per oltre una settimana il sostituto acquista subito tale ampiezza di poteri e la conserva, finché l'Ordinario, che deve essere avvertito quanto prima per iscritto dell'assenza e della sostituzione, non disponga altrimenti (cann. 465 §§4-5, 474; Pont. Comm., 14 luglio 1922; 20 maggio 1923). La sostituzione del parroco che si assenta per un tempo inferiore alla settimana rientra nelle regole comuni della delegazione. Il parroco, sostituito al parroco rimosso nelle more d'appello, è nominato direttamente dall'Ordinario ed è pareggiato nei poteri al v. economo.
IV. Il v. aggiunto (adiutor). - Quando il parroco diviene impari in tutto o in parte ai suoi uffici per una sopravvenuta causa permanente d'ordine fisico o per insufficiente capacità, il vescovo, se non crede opportuno procedere alla rimozione, nomina il v. adiutore, la cui posizione giuridica varia a seconda delle incombenze che gli vengono affidate. Se gli fu data piena potestà di supplire il titolare del tutto inabile gli competono tutti i diritti spirituali e tutti gli uffici propri del parroco, tranne la Messa pro populo. Se invece gli fu commessa una supplenza limitata, l'ambito dei suoi poteri è segnato dalla lettera di deputazione (can. 475).
V. Il v. cooperatore. - Il CIC riserva all'Ordinario il diritto di assegnare liberamente i cooperatori alle parrocchie, in cui l'intensità del lavoro di cura di anime richiedesse aiuto, previo il parere del parroco. Le competenze del v. cooperatore si desumono da tre fonti: dagli statuti diocesani, dalle lettere di nomina e dalla commissione del parroco. E però obbligato in linea di massima a supplire negli uffici il parroco e a coadiuvarlo in universo parueciali ministerio, fatta eccezione
per la Messa pro populo (can. $476 \S 6$ ). Solo il v. cooperatore è abile a ricevere la delegazione generale ad assistere ai matrimoni e quando l'avesse può suddelegarla nei casi singoli. Come per i matrimoni cosi anche per il resto la potestà giurisdizionale del v. cooperatore è sempre delegata e mai ordinario, a meno che egli non sia investito del beneficio vicariale a norma del can. 477 § 2.
BibL.: parte storica per il v. attuale : L. Fini, Evoluz. stor. can. della cura d'anime nelle custodrali, Urbana 1043. Parte giuridica; cf. i canonisti in genere not de prosivio. E inoltre: D. Bouix, Instit. iur. can. De parochie, Parigi 1832, p. 417 sgn.: E. P. Regetillo, Los vicarios parrocyniales, in Sul terrae, 11 (1922), pp. 767-76; 13 (1924), pp. 207-13; id., Los vicarios auxiliares (adiutores), ibid., 13 (1924), pp. 681, 770-78, 843-52; A. De Meester, De vicario oeconomo, in Collat. Brogen., 23 (1923), pp. 374-76; id., De vicario substituto, ibid., 23 (1923), pp. 408-409; F. M. Cappello, De vicario substituto, in Perioid. de re mor. can. liturg., 19 (1930), pp. 1-10; F. B. Cagnasso, De potestate Ordinarii loci in vicarios parueciales necnon in temporalia bona paruec. relig., in Angelicum, 18 (1941), pp. 36-100. Luigi Fini
VICARIUS. - Titolo di un funzionario dell'Impero romano. Dapprima rappresentante straordinario del praefectus praetorio, assunse, sotto Diocleziano, la figura di un organo autonomo.
E posto a capo delle grandi circoscrizioni (docesi) che, in numero di dodici dapprima, e poi di quindici, raggruppano le provincie e la cui riunione dà luogo alle quattro prefetture in cui - a partire dall'epoca di Costantino - è stato diviso tutto l'Impero.
Nominato direttamente dall'imperatore, il v., per quanto gerarchicamente inferiore al praefectus praetorio, non solo ha un proprio potere amministrativo e giurisdizionale, ma costituisce un organo di controllo sull'attività dello stesso praefectus. Gli compete, inoltre, le sorveglianza sui governatori delle provincie che compongono la sua diocesi e ad essi può infliggere ammende. Al v. spetta l'appellativo onorifico di spectabilis.
BibL.: Th. Mommsen, Die Diodletianische Reichspräfectur, in Ges. Schrift., VI, Berlino 1910, p. 284 sgg.: P. de Francizci, Storia del diritto romano, III, 1. Milano 1936, p. 128 sgg. Rodolfo Danieli
VICEDOMINO. - Per le amministrazioni patrimoniali dei vescovati e dei monasteri, già la legislazione imperiale romana e i canoni dei concili orientali dettarono le norme e la disciplina per i casi nei quali non era opportuno che il vescovo e l'abbate concentrassero l'amministrazione nelle loro mani.
Così in Oriente fu creato un funzionario speciale, l'economo, la cui nomina venne indicata come obbligatoria principalmente dal Concilio di Calcedonia (a. 451). L'atttuzione passò anche nelle Chiese occidentali, dove accanto alla parola greca economo, fu usata talora la parola vicedominus, per indicare il funzionario che, per l'amministrazione economica, faceva le veci del dominus; non erano funzioni sacerdotali, ma dominicali.
Oggi la parola vicedominus è scomparsa nella legislazione canonica occidentale, mentre è rimasta, cosi in Oriente, come in Occidente, la voce economo, per indicare quasi sempre una funzione vicaria, di carattere cosi sacerdotale che economico.
Poiché i vescovati e i monasteri avevano bisogno oltre che di un funzionario per l'amministrazione economica, anche di un funzionario che difendesse e tutelasse i diritti, gli atti temporali dell'amministrazione in giudizio; in Occidente questo fu, in corrispondenza di un analogo funzionario esistente in Oriente fin dal periodo imperiale, l'advocatus. Le funzioni di v. e avvocato, s'intrecciano e si confondono nella storia della Chiesa occidentale e specialmente in Italia: talvolta si incontrano ambedue contemporaneamente; qualche volta si trovano più v. e più avvocati; qualche volta è una sola persona che assorbe le funzioni di entrambi. In alcune fasi della loro storia v. e avvocato non sono più semplici ufficiali della Chiesa, ma anche ufficiali la cui attività era rilevante per il principe. Ciò dipendeva dal rapporto della potestà del dominus, vescovo ed abbate, con il principe.
S'incontrano v. in Italia nel sec. vi, a Roma e a Ravenna; e per essi specialmente Gregorio Magno detta
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prescrizioni nelle sue lettere, attraverso le quali si vede rappresentato il v. tipico, che riappare ugualmente nel Decretum Gratiani. V. doveva essere un chierico, ed esso prende, nelle curie episcopali, un rango importante, spesso accanto e sopra l'arcidiacono. Viene scelto e nominato dal vescovo; e se questi omette di farlo si deve provvedere, dice s. Gregorio Magno, communi consilio di tutto il clero. Egli ha la funzione di episcopium disponere; partecipa a tutti gli atti di amministrazione; la sua importanza aumenta nell'assenza del vescovo, che supplisce in parte. Nei secc. viit-ix i suoi poteri, con l'espandersi della potenza patrimoniale e territoriale del vescovo, si accrescono; e il v. diviene un agente generale del vescovo, munito di veste pubblica riconosciuta nella legislazione carolingia. Ormai è un ufficiale obbligatorio nella sfera dell'immunità ecclesiastica, intermediario fra questa e il potere pubblico del re e del principe; deve amministrare le terre immuni nell'interesse della Chiesa, ma anche in quello dello Stato. Ne viene quindi generalizzata l'istituzione, resa obbligatoria la nomina, alla quale partecipava il potere regio o i suoi rappresentanti; al v. sono richieste determinate garanzie personali, e sopra di esso il potere regio esercita giurisdizione.
Come amministratore interno del Palazzo vescovile, il v. ha lasciato poche tracce di sé; invece come agente del vescovo, che godeva di una sfera di immunità, secondo alcuni scrittori, esercitava anche la giurisdizione entro il territorio immunitario, sugli uomini liberi, sui non liberi, sui coloni, sui servi. Qualche volta egli esercita i poteri propri dell'avvocato.
Nei secc. x e xi si nota una nuova fase dell'istituzione. S'incontra tra i vassalli del vescovo un vicedominus il quale è per lo più un signore laico, possessore di un castello fortificato. Il movimento feudale ha spogliato l'antico v. del carattere di ecclesiastico dipendente strettamente dal vescovo. Il vescovo, con l'acquisto di una parte dei poteri pubblici sovrani, ha bisogno, per assicurarè i suoi vassalli, di una protezione efficace, di un luogotenente scelto di solito fra i signori più potenti, cui, come appannaggio dei servizi, costituisce un feudo.
Le funzioni del v. signore di questa età, sono un misto di quelle dell'avvocato e del v. carolingio. Il v. è il protettore del vescovato, rappresenta in giudizio il vescovo, lo supplice talvolta nell'amministrazione della giustizia. Altre funzioni sono quelle antiche di ufficiale dell'immunità, cioè giurisdizione e districtio. Altre saranno sopravvivenze curiose dell'epoca in cui il v. non era che ecclesiastico dipendente strettamente dal vescovo. In alcuni luoghi, dove non c'è più bisogno di protezione armata, da laico tornerà ad essere ecclesiastico. Delle funzioni consistenti nell'amministrazione e nella guardia dei beni vescovili, il v. sembra più tardi aver conservato solo quella che lo fa guardiano del palazzo e dei beni del vescovo, in caso di vacanza della sede vescovile. Esso esercita senza scrupoli il diritto dell'amministrazione interinale nella vacanza, e il diritto di spoglio sulle sostanze mobiliari del vescovo defunto (Dante dice, dei v. di Firenze, "... quando la nostra chiesa vaca, si fanno grassi stando in concistoro ").
La condizione del v. muta presso ogni vescovato, altri ufficiali limitano i suoi poteri; prende parte alla vita cittadina, anche contro il vescovo; ha parte nelle lotte per la formazione del comune; resta però sempre dipendente dal vescovo. La formazione del comune provoca squilibri che vengono regolati dopo lotte, violenze, torbidi. Il feudo, diventato ereditario e alienabile, prolunga i conflitti. La lotta è aperta tra vescovi, papi, imperatori, re da una parte, e v. e avvocati dall'altra parte, in ispede riguardo a quelle funzioni e a quei diritti che erano divenuti inutili o avevano degenerato. Il conflitto termina con un nuovo regolamento o con rinunce del v. o dell'avvocato al feudo. Il v. o l'avvocato, semplici agenti del vescovo, conserveranno funzioni e diritti talvolta soltanto simbolici, e la loro presenza sarà constatata, solo oggetto di alcuni diritti ed onori, fino all'abolizione della feudalità o alla Rivoluzione Francese. In qualche luogo in Italia c'è ancora il v. quale dignità del Capitolo cattedrale.
Bibl.: L. A. Muratori, Antiquit., V. Dissertaz., LXIII, De Advocatis et vicedominis; F. Senn, L'institution des vidamies, Parigi 1907; S. Pivano, Stato e Chiesa da Bérengario ad Arduino, Torino 1908, p. 300 sgg.; G. Volpe, Per la storia delle giurisdiz. vescovili e della costituzione comunale e dei rapporti fra Stato e Chiesa, 21 (1913), pp. 67-236.
Giuseppe Forchiolli
VICENTE, GIL. - Scrittore portoghese, n. forse nel 1465 e m. certamente prima del 1540 . E il più grande autore di teatro del suo paese e uno dei più grandi della penisola iberica; anche per il valore della sua opera molte località, soprattutto del Minho e della Beira, se ne contendono l'origine: la critica tende ormai a identificare l'autore di teatro con l'omonimo apprezzato orefice che servì la regina Donna Leonor e Don Manuel I, e il cui più pregevole lavoro, la famosa custodia d'oro della chiesa di Nossa Senhora de Belém in Lisbona, è fatto col primo oro giunto dall'Oriente scoperto e colonizzato da Portoghesi.
G. V., giunto a Lisbona in epoca indeterminata, è presumibile abbia fatto il suo ingresso a corte come maestro di retorica del menzionato Don Manuel; accompagnò poi la corte nei suoi vari soggiorni, bene accetto - quando si fu fatto conoscere con il teatro - e ben ricompensato, oltre che da Donna Leonor e da Don Manuel, da Don Joāo III.
L'opera di V. è costituita da 44 (o, secondo certi studiosi di oggi, la cui opinione è ancora discussa, 46) autos: 10 tragicommedie, 13 farse, 17 "opere di devozione" o "moralità", e quattro composizioni difficilmente classificabili; di essi, 16 scritti in portoghese, 11 in castigliano e 17 bilingui, dal che viene l'importanza iberica anche linguistica di questo teatro. Ai primi autos di G. V., lo Auto da Visitacão, o Monólogo do Vaqueiro (1502), l'Auto Pastoril Castelbano (1502) e l'Auto dos Reis Magos (1503), si deve la trasformazione dell'egloga pastorale, ispirantesi alle feste cristiane, in produzione drammatica: con essi è nato l'auto, la forma peninsulare del dramma sacro, che attingerà le sue vette più alte con l'opera spagnola di Calderón. Ma l'orizzonte dei temi, dei personaggi e degli stati d'animo dell'attività drammatica di V. si andò ampliando rapidamente, com'è documentato dalla cronologia, anche se spesso incerta, degli autor, dei più importanti dei quali si dànno qui i titoli: la Farsa do Escudeiro (1508?) - comunemente nota con le prime parole del testo, Quem tem farelos? presentazione di potente realismo di svariati tipi umani; l'Auto da Alma (1508?), ispirato al mistero della Passione; la tragicommedia Exortação da guerra (1513), ardente apologia della guerra per la fede; l'Auto da Fama (1513), fervida allegoria dell'azione portoghese di scoperta e di conquista in Africa; le tre Barcas, do Inferno (1516), do Purgatorio (1518) e da Gloria (1519), mirabili trasformazioni in capolavori drammatici delle medievali «danze della morte», delle quali è mantenuta la tradizionale ispirazione religiosa con l'aggiunta, però, di motivi di implacabile satira sociale, in un vastissimo e animatissimo quadro umano; il Pranto de Maria Parda (1522), la più celebre delle composizioni minori - l'indiavolato lamento di un'ubriacona sul rincaro del prezzo del vino - composizione alla quale solo si può avvicinare per vivacità, fra le opere del genere, il ditirambo Bacco in Toscana del Redi o, in pittura, il quadro Los Borrachos del Velázquez; la Farsa de Inês Pereira (1523) che presenta, in una forma drammaticamente perfetta per unità d'azione e per sviluppo sconcertante e pure logicissimo delle scene, i tipi comici più espressivi del teatro "vicentino"; l'Auto Pastoril Português (1525), che nel mettere in scena contrasti d'amore di pastori della Beira ha modo di dare scene di incantevole lirismo popolare; O Clérigo da Beira (1526?), indiretto ma forte rimprovero alla egualtica indiferenza dei grandi dignitari ecclesiastici nei confronti del clero negletto della campagna; la Tragicomédia da Serra da Estrêla (1527), altra mirabile esaltazione lirica della Beira, presentata con abbondanza di costumi mozarabi; la tragicommedia Triunfo do Inverno (1529), drammatizzazione, in forma rinascimentale, del tema mitico
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(per cortesia di G. Mentzer)
Vicenza, diocesi di - Stele dei SS. Felice e Fortunato ( $v$ sec.). Vicenza, basilica dei SS. Felice e Fortunato.
della lotta fra l'inverno e l'estate; la farsa Auto da Lusitânia (1531), sul tema del contrasto fra la cupidigia del comando e l'ironia della coscienza; lo Auto da Cananeia (1534), che con trasporto lirico di profonda fede sviluppa il tema biblico dell'accoglimento, da parte di Gesù, nel regno della sua Grazia, della donna di Canaan.
Per la sua natura cortigiana, il teatro di G. V. ha come finalità immediata quella di divertire; la vis comica dell'autore corrisponde a meraviglia a quanto l'epoca e l'ambiente gli chiedono, e a sentire comicità in quello che lo circonda provvede, in G. V., il suo distacco dalla vita che egli scruta acutamente, mentre a comunicare questa comicità allo spettatore ci pensa la vivacissima mobilità della realizzazione artistica dell'autore. Ma il profondo senso di uomo del medioevo che c'è in G. V. dà a questa sua naturale vis comica una straordinaria forza e integrità morale, sia nel senso sociale che in quello religioso, evidente quest'ultimo al di là di certi atteggiamenti del drammaturgo che possono esteriormente far pensare a quelli dei ribelli della riforma o dei loro immediati predecessori (qualcuno ha idealmente accostato G. V. a Erasmo), nella sua devozione assoluta allo spirito della tradizione cattolica. D'altro canto la forte cultura, e non solo religiosa, che sta al di sotto di questa fede sicura, non toglie l'incanto della freschezza del teatro "vicentino", che non si sa se sia più suggestivo nella rappresentazione del paesaggio (con predilezione di quello della regione montagnosa della Beira) o in quella del popolo portoghese, che per lo scrittori è un'entità viva, concreta, la cui vitalità risalta di contro alla vuotezza e alla esteriorità del modo di essere dei cortigiani (per i quali G. V. scrive), essi pure ritratti, nel loro atteggiamenti, con altrettanto acume e felicità d'arte. Dal sincero amore per il popolo e per la patria, che ispira G. V., viene uno degli aspetti più duraturi del suo teatro;
la riproduzione della vita nazionale in una profusione a piene mani di folklore, con un lirismo improvviso che viene suggestivamente a scompaginare l'intelaiatura drammatica, allo stesso tempo ricomponendola grazie alla potenza dei mezzi espressivi e alla prontezza psicologica dell'artista.
Bibl.: edd.: la prima ed. completa dell'opera di G. V., a cura del figlio dell'autore, Luís Vicentis, e le Capilupam de todas las obras de G. V., 5 voll., Lisbona 1562 ; l'ultima a cura di M. Braga à G. V., Obras completas, 6 voll., ivi 1942-44. Repertori bibl.; fondamentale la Bibliografia Vicentina, a cura della Biblioteca nacional de Lisboa, ivi 1942: di utile consultazione la Bibliografia Vicentina di L. M. de Castro e Azevedo, ivi 1942. Fra gli studi più autorevoli : R. Menéndez Pidal, Antes Portugueses de G. V. e da Escola Vicentina, Madrid 1922; C. Michaelis de Vasconcellos, Notas Vicentinas, etc., Lisbona 1949. In Italia: G. Mazzoni, L'Italia nell' Auto da Fossa di G. V., Roma 1934; una introduzione della Trilogia delle Barche, in G. Contini, Teatro religioso del medioevo fuori d'Italia, Milano 1940: G. C. Rossi, Due composizioni bilingui di G. V: la Fossa - Quem ten farelos? e lo Auto da Iudia, Roma 1952.
Giuseppe Carlo Rossi
VICENZA, diOCESI di. - La città, attraversata dal Bacchiglione e dal Retrone, che divide il centro dell'antica Berga (Berica), è capoluogo di una vasta provincia (kmq. 2722.36), estendendosi per la massima parte nella regione delle colline e delle Preslipi, ed è sede vescovile, suffraganea di Venezia. I confini della provincia risentono dei numerosi mutamenti avvenuti in varie epoche, specie dopo il Mille, mentre quelli della diocesi rispecchiano sostanzialmente la circoscrizione territoriale del Ducato longobardo. La diocesi (kmq. 2151) conta 308 parrocchie con 702 sacerdoti secolari, 194 regolari e 602.000 fedeli.
I. Storia. - I primi abitatori del Vicentino, di cui si ha qualche notizia, furono gli Euganei, frammisti forse a gruppi di italici sui quali ha fatto un po' di luce la scoperta delle palafitte di Fimon e della necropoli di Angarano nel Bassanese. Tra la fine dell'viri e il principio del vis sec., gli Euganvi, sopraffatti dai Veneti, un popolo di origine illirica, con centro principale ad Athlete (Este), vennero spinti verso i monti dove, probabilmente, formarono i 34 appida delle Euganeeæ gentes di cui parla Catone, citato da Plinio (Nat. hist., III, 24). I Veneti, probabili fondatori di V., dovettero sostenere l'urto continuo degli Etruschi prima e poi dei Galli. Nella prima metà del sec. III a. C., i Romani occuparono il piccolo dominio

(per cortesia di G. Mentzer)
Vicenza, diocesi di - Abside del martyrium dei SS. Felice e Fortunato - Vicenza, basilica dei SS. Felice e Fortunato.
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dei Veneti e V. quale municipio (modicae municipio vires, dice Tacito) fu aggregata alla tribù Menenia. L'archeologia ha permesso una ricostruzione abbastanza sicura della civitas e dell'arbs, dotata, specie nei tempi dell'Impero, di palazzi dai pavimenti in musaico, di acquedotti, di ponti, del teatro Berga, e governata da guastoorviri iure dicunds con i suoi Collegia tra cui quello dei Centonari.
La prima comunità cristiana si venne organizzando, a partire dal sec. IV, intorno alla tomba dei ss. Felice e Fortunato (v.), vicentini di nascita, secondo la tradizione, e martirizzati ad Aquileia. Un'iscrizione, assegnata da G. B. De Rossi al periodo costantiniano, e gli scavi fruttuosamente operati, hanno dimostrato l'esistenza di una cappella nella prima metà del sec. IV e di una grande basilica alla fine del sec. iv o principio del sec. v quando, con ogni probabilità, V. divenne diocesi suffraganea di Aquileia; ma Oronzio (590), il primo vescovo sicuro, compare solo durante la lotta dei "Tre Capitoli». Sotto i Longobardi V. fu sede di uno dei 36 ducati; ma mancano affatto notizie sui vescovi del periodo longobardo e solo con il sec. VIII-IX si conosce la regolare successione dei vescovi Reginaldo (808), Andrea (820) e Franco che partecipò al Concilio di Mantova (827). Dopo la generale decadenza ecclesiastica che accompagnò il tramonto dell'Impero carolingio, il vescovo Rodolfo (967), ricostruita la chiesa e il monastero di S. Felice, distrutti dagli Ungheri (899), tentava anche a V. una riforma sull'esempio di Raterio di Verona e Atto : di Vercelli. Poiché è falso un diploma per cui il vescovo Girolamo, con privilegio di Ottone III (1001), sarebbe stato investito del comitato sulla città e territorio, fino allora tenuto dai Conti, forse può essere più vicina al vero la cronaca del Paglierini (sec. xv), che lascia supporre tale investitura comitale avvenuta negli ultimi decenni del sec. xi, cioè durante la lotta delle investiture, nella quale il vescovo Ezzelino favorì la politica imperiale. Comunque è certo che il suo successore Torengo, tenendo l'«imperio della città ed essendogli contrari molti cittadini», dovette sostenere una lunga lotta che ebbe termine solo quando il vescovo si rassegnò a lasciare quell'autorità che spettava ai Vicentini. Questo fu l'inizio di una dolorosa e interminabile catena di guerre intestine del Comune, dove nel irz2 era già istituito il consolato (la prima elezione di un podestà

(per cortesia di G. Mantese)
Vicenza, diocesi di - Frammenti musivi della chiesa cimiteriale dei SS. Felice e Fortunato (330-50) - Vicenza.

(per cortesia di G. Mantese)
Vicenza, diocesi di - Pianta degli scavi della basilica dei SS. Felice e Fortunato - Vicenza.
straniero risale al 1175 ) contro i diritti del vescovo e contro la nobiltà feudale in genere.
Nella lotta per la difesa dei diritti ecclesiastici trovarono la morte due grandi vescovi: il b. C. Cacciafronte (1179-84) e Fistore (1184-1203). Passato il turbine della tirannia di Ezzelino «qui bona quasi porentium omnium nequiter publicavit» ecco riaccendersi il contrasto tra Comune e vescovo per la decima delle colture. Il b. Bartolomeo da Breganze s'impose con le sue straordinarie doti personali, ma sotto il suo successore B. Nicelli la situazione peggiorò e né i severi decreti del Concilio provinciale tenuto dal patriarca Raimondo nel 1282, né scomuniche ed interdetti sulla città, né l'influenza del b. R. Concorreggi, né infine un lungo processo svoltosi in Curia romana tra Comune e vescovo, poterono risparmiare a quest'ultimo la quasi completa rovina del ricco patrimonio ecclesiastico. E non si può affermare che movente di tante lotte, degenerate spesso in atti di vero odio e di sangue contro il clero, con il tacito favore di iniqui statuti (solo una multa di qualche soldo a chi uccideva un sacerdote), fosse la scadente vita religiosa degli ecclesiastici. Alle inevitabili mancanze cercò di porre riparo il vescovo Sperandio (1315-21) con i suoi Statuta Synodalia (ancora inediti) nei quali vengono riportate le costituzioni emanate nei Concili provinciali di Aquileia sotto i patriarchi Raimondo ed Ottobono, per riformare i costumi del clero e del popolo. Si era aggiunto intanto il benefico influsso esercitato in mezzo alla popolazione dai Francescani e dai Domenicani. Questo movimento riformistico pretridentino suscitò, specialmente nel xv sec., un vero vivaio di confraternite nel cui clima si formo uno dei pionieri della santa causa : s. Gaetano Thiene (v.).
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Vicenza, diocesi di - I resti di una precedente chiesa scoperti sotto il pavimento del Duomo, colpito dai bombardamenti del 1944 - Vicenza.
Tale riforma, iniziatasi ufficialmente sotto il vescovo Matteo Priuli (1565-79), che aveva assistito al Concilio di Trento ed a cui spetta il merito di aver fondato il Seminario, ebbe la sua piena realizzazione sotto i successori Michele Priuli e i due Delfino, la cui opera è testimoniata dalle numerose cartelle delle visite pastorali. I rivolgimenti politici del secolo scorso trovarono sulla sede vicentina i vescovi Marco Zaguri e Giuseppe Cappellari; il nome di quest'ultimo è particolarmente legato alla costruzione dell'attuale Seminario. Larga fama ha lasciato mons. Ferdinando Rodolfi, vescovo dal 1911 al 1943, per la multiforme attività pastorale durante la prima guerra mondiale, per la costruzione di molte chiese, per lo sviluppo della riforma liturgica e canto sacro, per il Seminario e l'assistenza agli emigranti e l'Azione Cattolica.
Bibl. opere generali: Lanzoni, pp. 917-19; F. Barbarano, Bibi. ecclesiast. di V., 6 voll., Vicenza 1649-1762; G. B. Verci, Stor. degli Ecelini, Bassano 1779; S. Castellini, Stor. della città di V., 14 voll., Vicenza 1783-1822; T. Riccardi, Stor. dei vescovi vicentini, ivi 1786; C. Macca, Stor. del territorio vicentino, 14 voll., Caldogno 1812-16; M. Girardi, La topografia di V. romana, in Arch. veneto-trident., 6 (1924), pp. 1-67; C. Fanton, La riforma Tridentina a V. nella seconda metà del sec. XVI, Vicenza 1941; A. Peulon, V. romana e medioevale, in numero unico: La diocesi di V.-Pagine di storia, ivi 1945; G. Mantese, La chiesa vicent. nei tempi napoleonici, ivi 1944; id., Memorie storiche della Chiesa vicentina, I. Delle origini al Mille, ivi 1952; cf. S. Rumor, Bibl. storica della città e grem. di V., ivi 1916, aggiornata con supplemento del 1924.
II. Arre. - Di particolare importanza storica ed artistica il complesso monumentale di S. Felice che gli studiosi attribuiscono ad un periodo compreso tra il 310 -20 ed il $460-70$. Una prima chiesa di modeste proporzioni, fu costruita tra il 330 e il 350 , di cui rimane ancora gran parte del musaico pavimentale votivo. Ad essa seguil tra il 380 e primi anni del 400 una grande basilica (quasi 90 m . di lunghezza) con atrio, nartece, maestoso ingresso, colonne di marmo greco ed orientale, musaici, affreschi, ecc. Venne distrutta, come affermano l'anonimo biografo del vescovo Teodorico di Metz ed il cronista Sigeberto Gemblacense, dagli Ungheri nell'anno 899. Ricostruita dal vescovo Rodolfo negli ultimi decenni del sec. x e. in parte, dopo il terremoto del 1117, resistette, sostanzialmente, a tutti i rifacimenti posteriori. In questi ultimi anni è stata quasi completamente ripristinata e liberata dalla mascheratura barocca.
Non piccola sorpresa recarono agli studiosi gli scavi nel sottosuolo del Duomo, appena risorto dalle rovine della recente guerra. Risultò certo che ivi sorse un edificio di epoca classica. Sono apparsi infatti i resti di due costruzioni romane giacenti rispettivamente a m.
1,35 e m. 0,85 dalle basi dei pilastri della chiesa del sec. viII e la più recente delle due presenterebbe caratteri di un edificio pubblico (forse basilica o mercato). A cm . 20 sotto le basi dei suddetti pilastri fu trovato un musaico con iscrizione votiva, certamente cristiana, sulla cui datazione è discorde il giudizio. Comunque sembra accertato che tra il sec. iv e il sec. vi sorse quivi una chiesa ed il titolare secondario, s. Eufemia, ancora conservato, inclinerebbe per il sec. v-vi quale data di costruzione. Il sacro edificio venne rifatto verso il sec. viit ed il titolare, s. Maria, se già non esisteva, suggerirebbe quale data più probabile a tale costruzione il periodo immediatamente successivo alla fine dello scisma aquileiese e alla totale conversione dei Longobardi al cattolicesimo.
Nel sec. xiv sorsero a V. quattro chiese di stile gotico: S. Lorenzo, S. Corona, S. Michele e S. Bartolomeo, di cui rimangono ancora le prime due. Costruita sulle rovine di una della primitive cappelle cittadine, concessa dai Canonici ai Francescani nel 1280. S. Lorenzo, con il magnificoportale e con gli artistici monumenti sepolcrali fu chiamato a ragione la S. Croce di V. S. Corona fu fatta costruire nel 1260 dal vescovo b. Bartolomeo, detto da Breganze, per ospitarvi la reliquia della corona di spine del Salvatore, che il Bsato ebbe in dono da s. Luigi IX di Francia. Appartiene al sec. xiv la chiesa di S. Agostino nella coltura di S. Felice con notevoli affreschi della scuola emiliana. La sua origine però è certo più antica e, con ogni probabilità, è conva a quelle numerose chiesette sorte nel territorio tra l'vilt e il x sec. e di cui rimangono ancora sostanzialmente conservate: S. Martino di Ponte del Marchese, S. Zeno di Costanissara, S. Maria in Favrega, S. Michele di Caldogno. S. Giorgio di Angarano, S. Benedetto e S. Vito di Marostica, S. Bartolomeo sul Brenta, S. Niccolò di Pianezze, S. Martino di Schio, S. Martino di Brogliano, SS. Filippo e Giacomo di Longara, S. Giustina di Sossano, S. Vito di Lovertino, S. Maria Etiopissa di Polegge, S. Silvestro e S. Giorgio di V. Delle antiche pievi conserva ancora qualche elemento della sua primitiva costruzione quella di S. Maria in Colle di Bassano del Grappa, dove nell'ultimo ' 300 sorse pure la bella chiesa di S. Francesco, da pochi anni rimessa nel suo stato originale. Allo stile rinascimentale di Lorenzo da Bologna e, forse, di Rocco da Vicenza, s'ispira la costruzione della chiesa di S. Rocco (1485). Il Palladio (v.) non lasciò a V. grandi monumenti religiosi come in altre città : tuttavia la sua interpretazione originale e moderna dell'architettura classica, seguita, sostanzialmente, dallo Scannozzi (1548-1616) e da altri fino ai sec. xix, esercitò un grande influsso anche nell'arte religiosa. L'architetto padovano Frigimelica (1653-1732) regalò a V. la bella chiesa di S. Gactano che non sfigura affatto accanto alla $\mathrm{La}^{\prime}$ d'oro. Doppia pure di rappresentare la sua epoca è la chiesa dei Filippini, opera di G. Massari e di O. Calderari (1730-1804). Tra i principali monumenti della scultura vanno ricordati, oltre al portale di S. Lorenzo (sec. xiv), l'altare di S. Giovanni a S. Corona, il portale dell'ex chiesa di S. Marcello e le statue dei fratelli Albanese (sec. xvi); e di Orazio Marinaii, bassanese (sec. xviri). Le belle Madonne di Bartolomeo Montagna, del Veronese, del Tiepolo, ed i dipinti di Battista da V., Giovanni Buonconsiglio, del Tintoretto, del Fogolino e di Francesco Maffei, per ricordare i nomi più rappresentativi, abbelliscono ancora le chiese della città oppure si trovano al Museo cittadino. Di sommo pregio sono le pitture murali trecentesche di S. Agostino, gli affreschi della chiesa di S. Rocco, l'affresco della decollazione di S. Paolo, del Montagna, a S. Lorenzo, oltre poi agli affreschi tiepoleschi delle varie ville vicentine. Tra le molte opere che adornano il tempio di S. Corona meritano particolare rilievo: la pala del
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Battesimo di Gesù del Giambellino, la S. Maria Maddalena del Mantegna e l'Adorazione dei Magi del Veronese.
La confraternita di S. Nicola eresse (sec. xvi) l'oratorio di S. Nicola, ridotto (metà sec. xvir) ad una vera galleria pittorica da F. Maffiei e da G. Carpioni, che lavorarono pure nell'altra galleria della pittura vicentina del Seicento: la chiesa di S. Giacomo.
Anche la musica vanta una gloriosa tradizione e nella cappella musicale della Cattedrale, di cui si hanno documentate notizie fin dall'inizio del sec. xvi, prestarono la loro opera (vè Niccolò Vicentino (Nicolaus de Vicentinis) inventore di un archicembalo e archiorgano e prè Leon Leoni, le cui composizioni sacre e madrigalesche attendono ancora il lavoro paziente del musicologo.
Tra i sussidi culturali, oltre la Biblioteca civica ed il Museo con annessa pinacoteca di 400 dipinti ca., meritano ricordo la Biblioteca del Seminario con ca. 35.000 voci e precorsi incunaboli; l'Archivio capitolare e quello della Curia con una raccolta di codici feudali, dal sec. xir al sec. xix. Degna di nota la fiorentissima arte della stampa nel sec. xv a V., dove nel 1476 usciva, a cura del tipografo L. Achates di Basilea, la $2^{a}$ ed. della Valgata con testo attinto direttamente dai codici.
Biel.: G. Amati, Storia della tipografia a V. e a S. Orso nel ne. XV, in Ricerche storico-critico-scientifiche, V, Milano 1830, pp. 223-62; D. Bortolan, S. Corona, chiesa e convento dei Domenicani in V., Vicenza 1889; D. Giorgio, La necropoli crist. di V. del V. sec., iv 1908; T. Boronius, The Painters of Vicenica 1460 1530, Londra 1900 (trad. it.); G. Zorsi, Contributo alla storia dell'arte vicentina nel secc. XV-XVI. I Pittori (Misc. di storia con. della R. Deputato, di storia patria, 3 e serie, t. XI, Venezia 1916; id., parte $2^{2}$ : Architetti, ingegneri, muratori, scultori, tachiquiste: tibid., $4^{2}$ serie, vol. II), iv 1924; D. Bortolan e S. Rumor, Guida di V., Vicenza 1919; S. Rumor, Il tempio di S. Lorenzo in V., ivi 1927; G. De Mori, Chiese e Chiuetri di V., ivi 1928; autori vari, La diocesi di V. dal 1911 al 1936, 2 voll., iv 1936; G. Lorenzon, La Basilica dei SS. Felice e Fortunata in V., ivi 1927-42; S. Bittini, La pittura delle origini cristiane, Novara 1942; F. M. Motorvigo, La chiesa sculigera di S. Agostino, in Arte cristiana, 34 (1947), sett.-ott., pp. 73-81; Barbieri Cevese-Magagnata, Guida di V., 1933.
III. Santuario di Monte Benico. - La prima chiesetta in stile gotico, di cui si conserva ancora la facciata, venne aperta il 25 ag. 1428 , in seguito a due apparizioni della Vergine a donna Vincenza Pasini. Un progetto di ingrandimento presentato dal Palladio nel 1576 non sent il suo effetto e l'architetto C. Borella, tra il 1687 ed il 1702, costrui l'attuale basilica barocca. Il tempio, con la venerata immagine della Madonna, attribuita allo scultore Antonino da Venezia, con le tele di Bartolomeo Montagna e del Veronese (nell'attiguo convento dei Servi di Maria) e con le tre facciate adorne di scalea e di statue di O. Marinoli, rappresenta per V., e non solo per V., il cuore di tutta la vita religiosa (cf. S. Rumor, Il santuario di Monte Berico, Vicenza 1926).
IV. Personaggi illustri. - Nella prima metà del sec. xiri, esplicò l'opera riformatrice e pacificatrice nelle città d'Italia centro-settentrionale il frate domenicano b. Giovanni da V. ( 1200 ca.-1260 ca.), più noto come Giovanni da Schio. Il moto riformatore cominciò nell'assemblea del 23 ag. 1253 alla Paquara, presso Verona, dove dinanzi ad una grande moltitudine di ecclesiastici e laici venne giurata la pace tra la maggior parte dei comuni dell'Italia centro-settentrionale. Sebbene con effimero successo, quel movimento di pace rispondeva ad una vera esigenza delle popolazioni ormai esasperate da tanti odi e discordie.
Antonio Loschi, n. a V. (m. nel 1441), buon latinista e scrittore, segretario, notaio e abbreviatore di Curia, dal 1406 fino alla morte; particolarmente caro ai papi Alessandro V (Pietro Filargi, già vescovo di V.) e a Giovanni XXIII che lo volle come notaio nel Concilio di Costanza. Si acquistarono nome a Roma, tra il 1450 ed il 1550 : Leonardo Nogarola (1476), creato protonotario apostolico da Stato IV. filosofo e teologo; i nunzi Lionello Chieregato di Concordia (v.), familiare del card. Marco Barbo; Francesco Chieregato, vescovo di Teramo, inviato in Ger-
mania (v.); Girolamo Bencucci (1481-1533) detto comunemente da Schio, segretario del card. Regino e poi vescovo di Vaison, nunzio apostolico a Barcellona (15271530) e alla Dieta di Augusta (1530); Girolamo Gualdo (1492-1566) protonotario apostolico e fondatore del musco Gualdo di V. Fama di grande naturalista ebbe il gesuita vicentino p. Luigi Sodiro (1836-1909), per trentotr'anni missionario nell'Equatore dove venne assunto dal presidente della Repubblica, Garcia Moreno, come insegnante di botanica all'Università di Quito. I suoi studi sulle crittogame vascuiari di Quito e sulla flora equatoriana lo resero celebre tra i più eminenti studiosi tanto che nel 1898 il botanico francese C. De Candolle pubblicava un lavoro dal titolo: Piperaceae Sodirianae. La storia ecclesiastica, oltre che civile, di V. ebbe in questi ultimi tempi due appassionati cultori nei due bibliotecari della Biblioteca cittadina: D. Bortolan (18501928) e S. Rumor (1862-1929). - Vedi tav. CXLI.
Bbac.: Angioloabriello di S. Maria (Paolo Calvi), Bibliot. e stor. di quelli Scrittori... di V...., 6 voll., Vicenza 1772-28; A. Magnini, Notizia di fra Giove. da Schio, Padova 1841: id., Notizia di Giral. Gualdo canonico, ecc., Vicenza 1856; G. Da Schio, Sulla vita e ingiì scritti di Ant. Loschi vicentino, Padova 1858; B. Marsolin, Giral. da Schio vesc. e diplomatico del sec. XVI, Vicenza 1872: W. Cloetta, A. Loschi. Sua vita, sue opere. Osservazioni preliminari, in Beiträge zur Literaturgeschichte des Mittelalters und der Renaissance, Halle 1892, pp. 91-147; C. Sutter, Johann von V. und die italien. Friedensbescegung im Jahre 1255, Friburgo in Br. 1892; trad. it. Vicenza 1900; S. Rumor, Gli scrittori vicentini dei secc. XVIII e XIX, 3 voll., Venezia 1903-1909; G. Aruna, Trent'atto anni all'Equatore e l'opera scientifica del vicentino p. Luigi Sodiro, Vicenza 1914.
Giovanni Mantese
VICH, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Barcellona nella Spagna.
Ha una superficie di 3367 kmq , con una popolazione di 250.246 ab., quasi tutti cattolici, distribuiti in 262 parrocchie, servite da 391 sacerdoti diocesani e da 66 regolari, ha un seminario conciliare, 19 comunità religiose maschili e 98 femminili (Ann. pass. 1953, p. 446). Il suffraganea di Tarragona.
V. è l'antica «Ausa» dei Romani e la sede vescovile fu chiamata duzonensis fino al sec. xiri. Il primo vescovo noto è Cinidio, che partecipò nel 516 al Concilio di Tarragona; Aquilino (589-99) fu al III Concilio di Toledo, Guerico all'VIII (653); Vuelto iniziò un suo rappresentante al XIII (683). Sopraggionse poi l'invasione saracena, e V. fu riconquistata solo al tempo di Ludovico il Pio, passando sotto l'archidiocesi di Narbona. Nell'888 fu fatto vescovo di V. Godomaro. Tra il 915 e il 938 fu vescovo Jorge; tra il 960 e il 972 Attone; tra il 1018 e il 1046 Oliva abate di Ripoli; poi Pietro Retorta nel 1180. I vescovi, che avevano ottenuto già nell'età carolingia il titolo di principi, dovettero contendere a lungo con le pretese della famiglia Moncada; nel 1315 il vescovo Berenguer Laguardia cedette i diritti al re Giacomo I. Al Concilio di Trento intervenne il vescovo Anisclo Moya de Contreras.
I diritti di cattedrale furono a lungo contesi tra la chiesa di S. Pietro e quella di S. Maria Rotonda, dove il vescovo celebrava la prima messa di Natale, mentre in S. Pietro celebrava la terza. Rimasero acquisiti a S. Maria quando l'antica chiesa dell' 886 venne ricostruita a cura del canonico Guglielmo Bonfili e consacrata nel 1180 dal vescovo Retorta. Il transetto fu aggiunto nel 1401 dal vescovo Diego De Heredia; la porta detta di S. Giovanni, nel 1585. Il tempio subl altre trasformazioni tra il 1633 e il 1680; venne demolito nel 1787 per la costruzione della nuova cattedrale, finita e riconsacrata il 15 sett. 1803. J. M. Sert la decorò con un ciclo di affreschi, una prima volta dal 1900 al 1915, una seconda volta dal 1926 al 1930; ma nel 1936 la cattedrale venne bruciata e devastata; tra il 1940 e il 1945 l'edificio venne restaurato e ingrandito con un deambulatorio e con annessi. L'interno, di m. 70 x 29 , è diviso in tre navate da pilastri quadrati a nervature dorate; ha cappelle laterali; nel transetto si eleva la cupola a 35 m . di altezza. In una cappella a sinistra è il sarcofago in argento del vescovo Bernardo Calvó m. nel 1284, opera di Juan de Matons (1728). Notevole è il retablo dell'altar maggiore,
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Vich, diocesi di - Retablo gatico in alabastro dell'eltar Maggiore della Cattedrale, opera di Pedro Oller (1418-22) - Vich.
in alabastro, di Pedro Oller rappresentante nel centro la b. Vergine e s. Pietro, intorno i Misteri gaudiosi, episodi della Vita di s. Pietro e gli Apostoli. La cripta del sec. xI è a vòlte, sostenute da sei colonne (v. riproduzione al vol. IV, tav. 53 ).
J. M. Sert iniziò la nuova decorazione dell'interno della basilica col ciclo relativo alla Redenzione, gli Apostoli, i Martiri, le Beatitudini; l'opera, interrotta nel 1945 dalla sua morte, fu continuata da M. Masset. A sud della cattedrale è il chiostro del sec. XII con gallerie superiori del xiv; ivi è l'sula capitolare, già cappella dello Spirito Santo, con abside e cupola, opera di B. Ladernose (sec. xiv); vi è inoltre la cappella di S. Maria de la Redonda con altare barocco del 1632 ; lungo le pareti vi sono: un'ara romana a Diana, sarcofagi e il monumento al filosofo J. Balmes (v.), eretto nel 1865 , con statua opera di J. Bover.
A nord della Cattedrale è la Biblioteca popolare Balmes. Nel Palazzo episcopale il vescovo B. José Morgades y Gili (1882-98) fondò il Museo archeologico, che contiene una ricca collezione di pitture e sculture, i pannelli del grande retablo delle Clarisse opera di L. Borrassà (1414), stoffe dal sec. x al xiri, paramenti sacri, tra i quali il piviale del vescovo Bellera (1352-77), preziosi manoscritti e suppellettile liturgica. Ricco è l'Archivio diocesano: possiede 5 documenti papiracei, 105 codici pergamenacei e 12 cartacei, tutti di alto valore. Il Museo lapidario è nell'interno d'un tempio romano, trasformato nel sec. IX in castello. Nel suo territorio si trovano i monasteri di Monserrato (v.), di Ripoll (v.) e di S. Juan de las Abadesas; questo fu uno dei monasteri più insigni della Spagna, fondato ca. l'anno 885 dal conte Vifrido el Velloso e da sua moglie Vinulilda. La chiesa, a croce latina, dedicata a S. Giovanni Battista, fu consacrata il 24 giugno 887 dal vescovo Godomaro (E. Junyent, El necrologio del monastero de San Yuan de las Abadesas, in Analecta sacra Tarraconensia, 23 [1950], pp. 131-91); il chiostro è romanico. Il Seminario fu istituito dal vescovo Gaspare Gil (1633-38). V. fu sede universitaria e ottenne privilegi nel 1595 da Filippo II e nel r7oz da Filippo V.
Nella diocesi di V. nacquero Michele de los Santos, detto Miguel Argemir Trinitario (1591-1625), e la beata Gioacchina Vedruna (v.); in V. è il sepolcro di s. Antonio
Claret (v.), canonizzato nel 1952 (AAS, 42 [1950], pp. $268-269,314-16 ; 44$ [1952]. p. 345 sgg.).
BibL.: J. L. De Moncada, Episcopologia de la Iglesia de V., 3 voll., Vich 1891-1904; J. Gudiol, Els Trascutistes Catalans, 2 voll., Barcelona 1924; J. Rius Serra, El bisbat de V. en el regue XIII. in Anal. Sacra Tarraconensia, 1 (1925), pp. 397411; J. Witscke, Documenta selecta, Barcelona 1936; Eubel, I. pp. 525-26; II. p. 293; III, p. 355 ; IV, p. 367 ; V, p. 413; Enc. Ger. Am., s. v., LXVIII (1929), pp. 650-58. Enrico Josi
VICO, Giovanni Battista. - Filosofo italiano, n. a Napoli il 23 giugno 1668, ivi m. il 22 genn. 1744.
1. Vita. - Nato da un modesto libraio, G. B. V. dopo i primi studi, in parte da solo e in parte presso i Gesuiti, fu avviato alla filosofia dal nominalista p. Del Balzo; continuò poi col p. Ricci e finì con lo studiare da solo il Suárez. Studiò poi leggi e fece pratica presso un avvocato. Ma la sua mente metafisica non poteva appagarsi nei cavilli delle contese forensi. Accolse così l'invito di recarsi precettore in casa Rocca, a Vatolla, nel Cilento, e vi rimase nove anni. E il periodo decisivo della sua formazione umanistica attraverso lo studio dei classici italiani e latini, del diritto romano e della filosofia greca e cristiana. Rientrato in Napoli, vinse nel 1699 la cattedra di retorica presso l'Università.
Erano anni politicamente difficili, poiché, attraverso la guerra di successione spagnola, il Regno di Napoli veniva staccato ( 1707 ) dalla Spagna, ove si insediavano i Borboni, e passava temporaneamente sotto la corona austriaca. Il V., però, estraneo alla politica, visse una vita piuttosto ritirata, attendendo con pari scrupolosità ai suoi doveri di padre di famiglia e di insegnante. Non riusci mai ad assicurarsi una stabile agiatezza, che lo liberasse dalle preoccupazioni economiche, cui cercava di far fronte con l'accettazione di incarichi per dediche e iscrizioni commemorative che egli stilava in eccellente latino. Non fortunato con i figli, maldestro nei rapporti con gli altri, amareggiato nella vita accademica - non ottenne la cattedra di giurisprudenza cui concorse nel 1723 il V. visse tutto assorbito nello sforzo di chiarire a se stesso e partecipare agli altri le grandi intuizioni della Scienza nuova, ch'egli andava, sempre insoddisfatto, continuamente rielaborando fino all'edizione definitiva, uscita a pochi mesi dalla morte. Tardo conforto - per quanto da lui vivissimamente sentito, come vivissimamente sentiva ogni riconoscimento, del pari che ogni misconoscimento dei suoi meriti - gli era giunta, nel 1735 , la nomina a regio storiografo e nel 1741 la conferma della successione del figlio Gennaro nella cattedra di retorica da lui per tanti anni tenuta all'Università.
Fra i molti problemi riguardanti la vita di V. alcuni più direttamente interessano la sua formazione filosofica e la sua posizione di fronte all'ortodossia. Fu il V. implicato nel famoso processo degli «ateisti» napoletani del 1688-93? E certo che il V. nel novennio di Vatolla non fu cosi autodidascalo e senza contatti col mondo, come si potrebbe pensare leggendo l'Autobiografia; ebbe relazioni con circoli e persone, il nome di talune delle quali compare fra gli incriminati del famoso processo. Ma nessuna prova esiste che vi fosse egli stesso implicato. Ancora si vorrebbe vedere indizio di un periodo di eterodossia dottrinale giovanile nella canzone Affetti di un disperato e in alcune espressioni di una lettera al p. Giacco (del 12 ott. 1720) che accennano a debolezze ed errori giovanili». Ma il pessimismo della prima, per quanto inconsueto al filosofo della Provvidenza, può intendersi entro i limiti di una crisi psicologica, e quanto alle debolezze ed errori * delle seconda non c'è ragione per ri-
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tenerli proprio di natura teoretica, filosofica, religiosa. E l'interpretazione idealistica (Nicolini, Croce) che, conscia della debolezza intrinseca della propria ricostruzione dottrinale del vichianesimo, desidererebbe apportarvi il conforto di ragioni estrinseche, tolte dalla vita del filosofo. Del resto, di fronte all'ortodossia di u