ione idealistica (Nicolini, Croce) che, conscia della debolezza intrinseca della propria ricostruzione dottrinale del vichianesimo, desidererebbe apportarvi il conforto di ragioni estrinseche, tolte dalla vita del filosofo. Del resto, di fronte all'ortodossia di un pensiero affidato alla mole degli scritti, ben poco interesse (filosofico) avrebbero, anche se documentati, smarrimenti ed eterodossie giovanili, che quelle opere appunto smentirebbero(v., in merito, C. Cappello, G. B. V. e il processo contro ateisti napoletani del 1688-93, in Salesianum, 1947, pp. 326-42).
Questione di più reale interesse è quella intorno alla formazione della filosofia vichiana. L'Autobiografia, documento per altro fondamentale, ma scritto assai tardi, e perciò con scorci, accostamenti e preterizioni che possono trarre in inganno, deve essere completata e corretta con l'esame degli altri scritti (cf. F. Nicolini, La giovinezza di G. B. V., Bari 1932, e J. Chaix-Ruy, La formation de la pensée philosophique de 7.-B. V., Gap 1945). Il V. studiò s. Agostino, conobbe il pensiero scolastico, certamente Suárez e lo scotismo, lesse di Ariutetele almeno l'Ethica, ma insieme si tenne al corrente delle novità filosofiche, allora vivacemente discusse a Napoli, dove, particolarmente in taluni circoli, si mettevano insieme Epicuro, Cartesio, Gassendi, Bacone, Bruno, i neoplatonici italiani e le idee anticurialiste di parte della borghesia napoletana. Il problema delle fonti importa, evidentemente, un duplice giudizio: sugli autori studiati o comunque conosciuti dal V. e sull'influsso da essi esercitato sulla mente vichiana. Ora, si può ammettere che a taluno di questi autori - e particolarmente a Cartesio - il V. debba più di quanto egli non si mostri disposto a riconoscere, ma rimane incontestabile che la formazione della filosofia vichiana è in senso anticartesiano, antisensistico, antiluministico. Le eventuali suggestioni di filosofie eterodosse - come di Epicuro, di Hobbes, di Bruno - si risolvono infine in suggestioni culturali, erudite e filosoficamente piuttosto negative, cosi come, analogamente, l'anticurialismo se non è episodico e superficiale, non copre però mai anticlericalismo e irreligiosità. Il V. stesso ha voluto riassumere in quattro nomi gli influssi che ritiene decisivi per la sua concezione dottrinale: Platone, Tacito, Bacone, Grozio. La critica attuale riconosce la legittimità di tale dichiarazione in quanto Platone rappresenterebbe l'esigenza del vero e della filosofia. Tacito del certo e della filologia, Bacone della sintesi di ambedue, e Grozio indicherebbe la via per l'attuazione di tale sintesi, che, com'è noto, è l'assunto della Scienza nuova (cf. G. Fassò, I quattro "autori" del V., Bologna 1949).
II. Opere. - Tutti gli scritti significativi del V. si orientano al capolavoro, preparandolo. Prescindendo da quelli occasionali (iscrizioni, dediche, commemorazioni, allocuzioni, elogi), dagli scritti minori (fra i quali da ricordare le Vindictae, energica risposta ad una sgarbata recensione alla Scienza nuova comparsa nel 1727 sugli Acta eruditorum di Lipsia; il De mente heroica, pubblicato nel 1731; un Commento all'epistola ai Pisoni e le Institutiones oratoriae del 1711, rielaborate nel 1738, scritti che ci introducono nel suo insegnamento universitario) e dagli scritti di argomento storico (come il De rebus gestis Antonii Carfei [1716] e la Principum neabolisanorum coniurationis anni 1701 historia, che è la storia della cosiddetta congiura di Macchia, inedita sino al secolo scorso), si indicano le opere di impegno più propriamente filosofico. Tra il 1699 e il 1707 il V. tenne sette Orazioni per l'inaugurazione dell'anno accad., di cui solo una venne allora pubblicata ( 1708 ), rielaborata e notevolmente ampliata col titolo De nostri temporis studiorum ratione, e contiene una prima efficace critica all'indirizzo cartesiano della cultura e degli studi. Le altre orazioni, per quanto di carattere prevalentemente retorico-pedagogico, non mancano di spunti di interesse filosofico, importanti per la storia della formazione della dottrina vichiana. Del 1710 è il De antiquissima italorum sapientia, concepita in tre parti - metafisica, fisica, morale - di cui rimane solo la prima. Il titolo si riferisce all'impostazione del lavoro, nel senso che il V. pretende ricavare le dottrine che

(fol. Sansoni)
Vico. Giovanni Battista - Ritratto, tela di anonimo - Roma, Biblioteca Angelica.
espone dall'analisi della lingua latina intesa come portante le tracce dell'antichissima sapienza degli Italici. Nella prima sezione si espongono le idee gnoseologiche, tra cui quella famosa del verum factum. Nelle altre sezioni si sviluppano concetti cosmologici e metafisici, dando del mondo una visione di tipo monadistico, riferita a Zenone antico, e che ha in parte analogia con il monadismo di Leibniz, in opposizione al meccanicismo di Cartesio. Destò vive polemiche, la cui conoscenza è importante per precisare il senso di taluni passi dell'opera, in generale tutt'altro che perspicua. Si tratta di due articoli sul Giorn. dei letterati d'Italia, cui il V. contrappone due Risposte, negli anni 1711-12. Sul problema dei rapporti tra De antiquissima e Scienza nuova le opinioni non sono concordi, accentuandone alcuni la convergenza, altri la divergenza. Fra questi ultimi, B. Croce, di contro al $\cdot$ razionalismo o della Scienza nuova, amerebbe vedere nel De antiquissima uno "scetticismo assoluto" (Le fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio sullo Hegel, Bari 1913, p. 246). Dopo un decennio di preparazione, tra il 1720 e il 1725 , esce il cosiddetto Diritto universale, che consta del De universi iuris uno principio et fine uno, del De constantia iurisprudentis, e di un volume di Notae, ampliamenti e delucidazioni delle due precedenti trattazioni.
Con queste opere il V. ha ormai definitivamente incentrato il suo interesse e il suo sforzo speculativo sul campo dell'umana società, di cui studia il diritto come manifestazione per essa più significativa, al fine di intenderlo nella evoluzione e giustificarne le modalità con cui si è sviluppato presso i vari popoli e le varie età. Sono presenti nel Diritto universale quasi tutti i motivi che costituiranno poi la trama e il fondamento della Scienza nuova, tanto che alcuni vogliono considerarlo come una prima redazione, immatura, del capolavoro, quest'ultimo allargando all'interpretazione dall'intero divenire storico princìpi e metodi di cui quello faceva prova nel limitato settore del mondo giuridico. Si sa dal V. stesso che la prima esposizione della Scienza nuova era $\cdot$ in forma negativa $\cdot$ (Autob., p. 48) [di questa come delle altre opere citate ci si riferisce all'ed. Nicolini]), ma non rimangono se non le
## Page 878
varie redazioni della Scienza nuova a in forma positiva a, la prima delle quali porta la data del 1725 e il titolo Principi di una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni. Nel 1730 usciva una $2^{2}$ ed. che, di fatto, ne è un completo rifacimento. Su questa il V. continuò a rifare, aggiungere, chiarire, in vista dell'ed. definitiva del 1744. Documenti importantissimi per la conoscenza della formazione e del significato della filosofia vichiana sono l'Ripistolario e la già citata Antobiografia, scritta nel 1725 e completata poi con aggiunte fino al 1731.
Le opere del V. si hanno oggi nell'ed. curata da F. Nicolini (Bari 1914 sgg.), fornita di accuratissime informazioni storico-biografiche. Comprende 8 voll. e rende pressoché inutili le odd. precedenti sia parziali - come quelle del Villarosa (4 voll., Napoli 1823) e del Corcia (2 voll., ivi 1834) - sia complete - come quella del Ferrari ( 6 voll., Milano 1835-37). Il capolavoro, la Scienza nuova, ha avuto molte altre edd. Il Nicolini ha pubblicato un Commento storico alla seconda Scienza nuova (Roma 1949) e riedun l'Antobiografia (Milano 1947). $\pm$
III. Dottrina. - Da una generica contrapposizione al cartesianesimo come cultura e formazione, di cui i documenti più notevoli sono il De studiorum ratione e alcune lettere (specialmente quella del 12 genn. 1729 all'Estevan e quella del 20 genn. 1726 al De Vitry) il V. passa a una più precisa critica del cartesianesimo come metodo e sistema filosofico, affidata particolarmente al De antiquissima.
Il cartesianesimo, come cultura, dà importanza esclusiva alle discipline fisico-matematiche e alla pura astratta ragione. Occorre, al contrario, rivendicare i diritti della cultura umanistica e classica, ove la poesia, le arti, il diritto, la storia sviluppino tutto intero lo spirito umano, ricco di ingegno, di sentimento, di fantasia, oltre che di ragione critica. Il cartesianesimo come filosofia è errato nel suo criterio e nel suo inizio : nel suo criterio (la chiarezza e distinzione dell'idea) ch'è soggettivo e da cui null'altro si può ricavare che «uno scetticismo inorpellato di verità" (Secondo risposte, p. 274), nel suo inizio, che è il "cogito ", inizio volgare-precritico, e non filosofico critico. Il carattere critico e scientifico del conoscere sta infatti, per V., nel riflessivo e nel mediato, mentre il "cogito" è prezenzialità immediata e pura constatazione : esso "è segno indubitato del mio essere ", ossia me ne dà certezza, ma "non mi induce scienza dell'essere" ossia non me ne dà la verità (Prime risposte, p. 209). Nel De ant. il V. giunge pertanto alla formulazione del suo nuovo criterio, inteso all'approfondimento del carattere spiegativo dell'intelletto, il verum factum. Se spiegare una cosa è conoscere la causa, conoscere la causa importa però essere causa. Essere causa, efficere, deve venire inteso nella sfera conoscitiva e non nella sfera esitenziale. "Fare l'oggetto" significa possederne nella mente gli elementi in maniera tale da poter ricostruirsi la struttura dell'oggetto; nel quale atto di ricostruzione si acquista la certezza critica della verità, onde il conoscere (criticamente) e il fare - il verum e il factum in tal senso - si identificano : «dum mens colligit eius veri elementa, quod contemplatur, fieri non potest quin faciat vera, quae cognoscit" (De ant., p. 135; cf. p. 141).
La concezione idealistica per cui conoscere è fare nel senso di "porre in essere l'oggetto", è pertanto estranea al significato vichiano del famoso principio. In esso la rivendicazione della dinamicità del conoscere come condizione del suo valore critico non porta alla negazione né del suo valore informativo, né della trascendenza della norma che lo fa tale (la scienza divina è quella "ad cuius veri normam vera humana metiri debemus"; De ant., p. 141).
L'applicazione del criterio conduce a confermare l'onniscienza divina "quia Deus in se continet elementa ex quibus omnia componit" (De ant., p. 132). Quanto alla scienza umana, essa non può riguardare la fisica, ma solo la matematica come costruzione astratta della mente, e la storia come costruzione concreta della medesima mente. L'applicazione del verum factum alla storia non era ancora stata raggiunta nel De ant., che, nonostante la pole-
mica anticartesiana, rimaneva impostato secondo una mentalità ancora filosofico-scientifica. Solo attraverso il Diritto universale il V. era pervenuto al nuovo punto di vista dell'interesse filosofico-storico, che gli permetterà di sfruttare il principio gnoseologico del De ant. in una maniera geniale e prima inavvertita. Il problema del V. è il problema della storia. Non dunque un problema prospettivo, ma piuttosto retrospettivo, anche se nella soluzione di esso il V. creda di aver raggiunto principi tali (quelli costituenti la storia ideale eterna) che gli permettano di dare alla Scienza nuova un carattere deduttivo e, addirittura, un atteggiamento profetico (cf. L'arte diagnostica della Scienza nuova prima). La storia viene vista dal V. insieme come scienza e filosofia. Come scienza in quanto essa sia un' a arte critica... che ne dia le regole di sceverare il vero in tutte le storie gentilesche " (Scienza nuova prima, § 91; cf. Autob., p. 49). Come filosofia in quanto ricerca nelle ultime ragioni della storia una qualche legge assoluta del divenire umano, la "storia ideale eterna" (Scienza nuova, § 34-9). In V. i due significati non sono sempre distinti e questo non contribuisce certo alla chiarezza del capolavoro vichiano; ma non si può dubitare che tale non sia il senso pregnante dell'espressione "Scienza nuova ". Orbene, l'indole "scientifica" della conoscenza storica deriva dall'applicabilità ad essa del criterio verum factum: "questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana" (Scienza Nuova, § 331).
La storia, secondo le scoperte vichiane, è insieme inveramento del certo e accertamento del vero, il certo essendo ciò che consta, ossia il dato, il particolare (non il dato fisico, che si fonda sulla natura, ma il dato civile. come leggi, costumi, ecc., che si fonda sull'autorità umana), il vero invece ciò che si sa davvero, ossia la ragione, l'universale. La storia è allora anche insieme, sintesi di filologia (che "osserva l'autorità dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo $n$ : Scienza nuova, degn. 10) e di filosofia (che "contempla la ragione onde viene la scienza del vero" : Scienza nuova, ibid.). Il V. con ciò trae la storia dal duplice pericolo di rimanere insignificante esattissima erudizione e di riempirsi di anacronistici arbitrari significati : condanna delle mode storiografiche del suo tempo e di quelle posteriori, positivistiche e idealistiche. Nella storia cosi intesa si rivela la ricchezza concreta idella natura umana secondo un ritmo che il V. definisce di senso, fantasia e ragione, esprimentesi in tre momenti successivi del divenire storico, età degli dèi, degli eroi, degli uomini; ché gli uomini dapprima "sentono senza avvertire, di poi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura" (ibid., degn. 53). Il V. ritiene di aver colto con ciò la legge del divenire storico, ossia "la storia ideale eterna sopra la quale corrono i tempi, le storie di tutto le nazioni" (ibid., § 349). Per essa si potrà dunque "verificare" la vicenda storica e introdurvi quel "dovette, deve, dovrà" (cf. ibid., § 348), senza del quale la storia non è "scienza ".
Il problema della storia si è posto al V. essenzialmente come problema delle origini. Il campo delle origini - anche per nazioni civilissime come la Grecia formicola di incongruenza e assurdità cronologiche, morali ecc. (ibid., §§ 79-80). Se il V. ha la chiave per capire la storia umana, questa chiave dovrà mostrarsi capace di disservare, assitutto, le porte chiuse di quel mondo assurdo. Anzi, il V. si pone senz'altro il problema delle origini assolute dell'incivilimento umano, che egli riprende da quello stato presociale, ipotesi allora comune presso i giusnaturalisti, e da lui vivamente dipinto in pagine famose come quella dei bestioni primitivi (ibid., l. II, Prolog., cap. 3). Ma il "bestione" di V. si riempie di significato del tutto diverso da quello di Hobbes e dei giusnaturalisti con i quali il V. sempre polemizza. Esso infatti, da una parte viene riconnesso con il dato biblico (ibid., degn. 42), e dall'altra viene riconosciuto nella sua integra umanità per quanto degradata (ibid., § 6,446 ecc.). Il problema, allora, si pone, in generale, come segue: come mai l'«Adamo decaduto", ossia gli uomini primitivi, rozzi, tutti senso e passione, hanno sa-
## Page 879
puto costruire la società e la civiltà che, nell'età della ragione tutta spiegata, neppure riescono a conservare (ibid., $\S 79-80$ ). La risposta a codesto interrogativo introduce il concetto di Provvidenza; la sproporzione tra i fini e i mezzi dell'azione da una parte (l'utile proprio e l'angustia della mente primitiva) e il risultato raggiunto dall'altra (la società e l'incivilimento) importa la presenza di una collaborazione divina: la legge dell'eterogenesi dei fini è la prova vichiana della Provvidenza (ibid., § 1108). Non per nulla la Scienza nuova vuole essere anche una "teologia civile ragionata della provvidenza divina" (ibid., § 342). Questa Provvidenza, trascendente, agisce nella storia non per miracoli, ma per via naturali, attraverso la conoscenza e la volontà umane. In quanto le menti conoscono, venerano, temono, amano un Essere ad esse superiore. Dio (o questa conoscenza e volontà sono religione), riesce agli uomini di superare egoismo e passioni, di moralizzarsi e incivilirsi. Di qui la connessione intima e necessaria tra la religione e la civiltà, che è uno dei temi dominanti della Scienza nuova. Gli inizi della civiltà sono al primo accendersi dell'idea di Dio (cf. degn. 30). Per quanto aberranti e imparfatte, meglio siffatte religioni che l'ateismo, poiché "con quelle sursero luminosissime nazioni, ma con l'ateismo non ne se fondò al mondo niuna" (ibid., § 518). Ma allora è chiaro anche che, se società e civiltà sono dovute alla collaborazione umano-divina, abbandonare Dio significa compromettere società e civiltà. Cio è possibile quando alla spontaneità della natura sensitivo-fantastica, naturalmente aperta al vero, succede la riflessione della ragione tutta spiegata, che, per abuso di libertà, creatrice di malizia, può al vero,chiudersi e ribellarsi.
In questa visione complessiva la tripartizione di senso, fantasia, ragione, si rivela uno schema alquanto meccanico e superficiale, e acquista il suo autentico e profondo significato solo in quanto si risolve nella dicotomia spon-taneità-riflessione, sapienza volgare-sapienza riflessa, che costituisce, essa, la vera e profonda dialettica della storia.
Gran parte della Scienza nuova (il l. II) è dedicata a delineare il mondo primitivo, che - come s'è detto è quello che avvince maggiormente l'interesse del V. Esso, mondo dei bestioni prima, dei giganti e degli eroi dopo, è al il mondo della spontaneità sensitivo-fantastica, mondo del genere umano fanciullo (cf. degn. 49), ma è anche il mondo della "sapienza poetica ". Sapienza, poiché in esso è presente il vero, il momento sensitivo-fantastico non è un momento alogico; se fosse tale sarebbe disumano. Ma il logos, la verità in esso presente non lo è nella sua forma perfetta, la forma critica della ragione, ma in una forma imperfetta, la forma del senso comune nell'involucro del l'espressione immaginativa, che è la caratteristica appunto dell'atteggiamento poetico (cf. la dottrina dell'universale fantastico e carattere poetico, ad es., degn. 45). Si ha qui il riconoscimento di un prezioso valore non solo pratico, ma anche teoretico nel senso comune, vera "sapienza del genere umano" (Scienza nuova prima, § 46), e perciò nella poesia in cui esso vive. Nella sua dottrina della poesia, concependola come espressione naturale della mente fantastica, il V. si pone contro le estetiche dilettantistiche e intellettualistiche di allora e di ogni tempo, attribuendosi il merito di iniziatore dell'estetica moderna; e, rivendicando un valore di verità nell'espressione poetica, si distacca dagli esaltatori della fantasia pura e precorre la moderna scienza mitologica. Gran parte della Scienza nuova è appunto intesa al disvelamento dei miti, finora erroneamente intesi come invenzioni oziose e favole sconce o travestimenti di filosofici veri. Essi, invece, sono "vere e severe istorie" (Scienza nuova, § 7); esprimono sempre una verità naturale (come Nettuno, che significa il mare) o civile (come Minerva che significa eroi armati in assemblea) o metafisica (come Giove, che significa la prima nozione del divino). I miti, cosi, sono i testimoni e i documenti autentici delle età in cui sono nati, alle quali è vano pensare di giungere dietro le tracce degli scrittori e storici, come Erodoto e Tito Livio, come pure applicando criteri riflessi convenzionalistici e intellettualistici. In questa medesima sapienza poetica è il valore dell'umana autorità che si trova a fondamento di costumi
leggi e consuetudini civili, fondamento cioè di quel certo che non è quindi solo effettualità e storicità, ma anche ragione, per quanto "oscurezza della ragione" (degn. IxI), come il V. si preoccupa di mostrare, può dirsi, in tutte le pagine del Diritto universale e della Scienza nuova.
Tutto nelle prime età sorge naturalmente atteggiandosi secondo la logica del senso e della fantasia, della passione e del sentimento: lingua e religione, proprietà e famiglia, economia e diritto e persino geografia e fisica e astronomia. In base a siffatta logica fantastica il V. tenta scoprire il significato autentico di ciò che la logica della ragione ha finora dichiarato stolto, assurdo e - comunque - inintelligibile, riuscendo a darci di molti aspetti della civiltà antica un quadro originale e singolarmente efficace. In questo settore il V. ha non di rado precorso la più recente critica storica, deducendo dai suoi canoni filosofici quanto l'erudizione storica ha poi raggiunto per le sue lente vie. Fra le innumeri anticipazioni nel campo dell'antichissima storia di Roma e di Grecia, basti ricordare l'audace tesi di Omero non già persona storica, ma carattere poetico "di uomini greci in quanto narravano essi, cantando, le loro storie" (cf. tutto il I. III della Scienza nuova).
La dottrina vichiana più nota e più fraintesa è quella dei corsi e ricorsi. Essa si atteggia, senza dubbio, come legge del divenire storico, ma non induce né la necessità né la ripetizione degli eventi, poiché non riguarda il contenuto della storia, gli eventi, ma soltanto la loro forma, ossia la mentalità che li " verifica ". Il corso della storia, giunto, attraverso la spontaneità sensitivo-fantastica, alla riflessione della ragione tutta spiegata, ove questa si dissolva nella dissoluzione della società civile, non si arresta, che l'uomo in quella dissoluzione ritrovala mente primitiva spontanea che, condizionando la ripresa del contatto con Dio, la religione, rende possibile la ripresa del cammino. Ciò che ricorre è dunque la mente, la forma, e non i fatti, le cose: infiniti contenuti e infiniti valori si possono esprimere tanto in una modalità sensitivofantastica come in una riflessivo-razionale. Il V. crede di trovare una dimostrazione della sua tesi del ricorso nel medioevo, di cui tenta una geniale interpretazione appunto come di un ritorno della mentalità primitiva, sen-sitivo-fantastica (ibid., I, V).
IV. Fortuna del pensiero vichiano. - Le vicende e le fortune del pensiero vichiano sono ricostruite passo per passo dal Nicolini nella Bibliografia vichiana (v. bibl.). L'interesse dei contemporanei fu rivolto particolarmente a talune rivoluzionarie affermazioni riguardanti la storia di Roma (particolarmente contrastata fu la tesi dell'origine autoctona della legge delle XII tavole). Ma il profondo significato della Scienza nuova non venne avvertito per tutto il secolo neppure da quel gruppo di studiosi napoletani che della Scienza nuova conservarono vivo lo studio e quasi il culto (Cuoco, Lomonaco, Pagano, ecc.) e, disperdendosi dopo i fatti del '99, lo portarono in Lombardia. Le ragioni dell'incomprensione si trovano sia nell'estraneità degli interessi e delle menti illuministiche agli interessi e alla mente vichiana, sia nella difficoltà intrinseca della Scienza nuova, esagerata in maniera tale, che, sulla fine del '70o, fornirà pretesto alla leggenda dell'intensionalità di essa per mascherare una presunta eterodossia del pensiero. Nell'80o l'interesse per il V. non solo continuò e riprese in Italia, ma si diffuse anche in Francia, specialmente per opera del Michelet cui si deve anche la traduzione della Scienza nuova. Incominciò allora una più sicura penetrazione e valutazione della filosofia del grande napoletano. Se ne interessarono il Tommaseo, che vi dedicò un'intera monografia, il Rosmini, il Manzoni e, soprattutto, il Gioberti e i giobertiani di Napoli (Fornari, Acri, Galasso, ecc.). Il periodo positivistico poco si interessò di V., anche se ha la-
## Page 880
sciato un'importante monografia (Cantoni). La riconquista del V. alla filosofia è merito precipuo dell'idealismo italiano. Particolarmente B. Croce ha portato V. alla considerazione che gli spettava come figura tra le massime della filosofia europea, anche se la sua interpretazione del vichianesimo non possa non risentire sfavorevolmente della pregiudiziale immanentistica dell'esegeta. In questi ultimi anni il pensiero di V. è oggetto di sempre più vasto interesse anche fuori d'Italia. 13
Bibl.: la difficoltà e la maniera inconsueta del filosofare vichiano spiegano le molteplici e diverse intepretazioni proposte: il secolo scorso interpretò infatti il V. in senso positivista e il presente perviene a un'interpretazione esistenzialista (E. Paci, Ingenu Sylva, Milano 1949). Il punto cruciale di ogni esegesi riguarda il serum factum, che i positivisti vedono come anticipazione del loro criterio gnoscologico sperimentale (la verità è nel fatto, nell'esperimento: cf. R. Ardigo, Il sera, ed. Draghi, vol. V, Padova 1891, p. 540) e gli idealisti come anticipazione della loro sintesi creatrice. Dell'interpretazione idealistica, la monografia di B. Croce (La filus. di G. B. V., Bari 1911, poi più volte ristampata) ha dato la più completa e acuta presentazione: V. anticiperebbe non solo la sintesi a priori nel serum factum, ma anche l' "Idea " bageliana nella Provvidenza concepita immanentisticamente, e preluderebbe a due dottrine del Croce stesso, nella scoperta della poesia come fantasia pura e del diritto come pura economicità. Questa interpretazione, già largamente seguita, viene oggi dimostrata inconsistente da una cerchia sempre più larga di critici che vedono nella filosofia vichiana un'impostazione fondamentalmente e chiaramente ortodossa. Fra le opere anteriori restano sempre notevoli C. Cantoni, G. B. V. Studi comparativi e critici, Torino 1867; K. Werner, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Vienna 1881; R. Flint, V., Effenburgo 1884. Fra gli studi più recenti: G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1912; E. Chiocchetti, La filos. di G. B. V., Milano 1932; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari 1932; B. Donati, Nuovi studi sulla filos. civile di G. B. V., Firenze 1936; L. Giusso, La filos. di G. B. V. e l'età barocca, Roma 1943 (interpretazione ontologistica); G. Cappello, La dottrina della religione in G. B. V., Chieri 1944; G. C. Federici, Il principio animatore della filus, vichiana, Roma 1947; F. Amerio, Introd. allo studio di G. B. V., Torino 1947; B. Croce pubblicò nel 1904 una Bibliografia vichiana, poi continuata con supplementi. Ora, del tutto rifatta e aggiornata, è uscita a cura di F. Nicolini, in a voll., Napoli 1947. Franco Amerio
VICO EQUENSE. - Cittadina e antica diocesi in provincia di Napoli.
Fu sede vescovile dal sec. xiri al 1818 , allorché venne soppressa dal papa Pio VII e incorporata con la sede di Sorrento di cui era stata suffraganea. L'antica Cattedrale è dedicata ai ss. Ciro e Giovanni.
Bibl.: Eubel, I, p. 74; II, p. 92; III, p. 109; IV, p. 266 , V. p. 413 .
Enrico Josi
VICOFORTE, SANTUARIO DELLA VERGINE: v. MONDOVI.
«VICTIMAE PASCHALI». - Sequenza di Pasqua rivestita d'una splendida melodia gregoriana che mette in notevole rilievo il concitato dialogo su Cristo Risorto tra Maria Maddalena e la comunità dei fedeli, dialogo che servì di spunto ai vari drammi liturgici pasquali medievali.
In origine essa comprendeva nove strofe; ma dalla riforma di s. Pio V (1570) non ne conta più che otto, essendo stata cancellata la quinta che ricordava l'incredulità degli Ebrei. Vi si trova adoperata la rima e l'assonanza; ciò ha fatto pensare che il suo autore, Vipone (m. dopo il 1046), poeta e musico, cappellano degli imperatori Corrado II e Enrico III, si sia ispirato ad un testo preesistente.
- BibL.: U. Chevalier, Repertorium hymnologicum, II, Lovanio 1897, n. 21502 (v. anche supplemento); H. Bresslau, Die Werke Wipus, 5 e ed., Lipsia 1912; J. Handschin, Gezangen Apologetik, in Miscellanea L. C. Mahlberg, II, Roma 1949, pp. 75-90; J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, vers. it., Torino 1923, pp. 332-93.
VICTORIA, DIOCESI di: v. SPIRITO SANTO, DIOCESI di.
VICTORIA (PORT VICTORIA), DIOCESI di: v. DARWIN, DIOCESI di.

Vida, Girolamo - Frontespizio dei Dialogi de Reipublicae dignitate, Cremona 1550 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
VICTORIA NELL'ISOLA VANCOUVER, DIOCESI di. - Città e diocesi nella provincia della Columbia canadese (Canadà).
Ha una superficie di 14.000 kmq . con una popolazione di 200.000 ab. dei quali 16.000 cattolici, distribuiti in 24 parrocchie, servite da 25 sacerdoti diocesani e 20 regolari; ha un seminario, 5 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 447).
La diocesi di V. comprende l'isola di Vancouver e le isole adiacenti della provincia della Columbia canadese. I primi sacerdoti apparsi sul territorio furono i Francescani spagnoli che si stabilirono a Nootka. Nel 1793 vi si trova il p. Magin Catala; il p. Gomez che gli successe vi rimase sino alla conquista inglese, il 25 marzo 1795. Il 14 marzo 1843, il sac. canadese G. B. Bolduc scoprì le vestigia dell'apostolato francescano nell'isola di Vancouver che Pio IX elevò a diocesi il 14 luglio 1846; primo vescovo fu mons. M. Demers, che entrò nella sua sede, a Victoria, il 5 sett. 1852, allora priva di una chiesa e con un clero di tre sacerdoti ed un suddiscono. Il papa Leone XIII il 19 giugno 1903 elevò V. ad arcidiocesi, ma il 19 sett. 1908 la sede perdette la sua dignità arcivescovile in favore di Vancouver.
Bibl.: AAS, I (1909), p. 198; A.-G. Morice, Hist. de l'Egl. cath. dans l'Ouest canadien, III, Montréal 1912, v. indice; L. Le Jeune, s. v. in Dict. général du Canada, II, Ottawa 1931; Le Canada ecclés., Montréal 1931, pp. 621-24. Germano Lesage
VIDA, Girolamo. - Vescovo e poeta, n. nel 1490 a Cremona, m. ad Alba il 27 sett. 1566.
Entrò fra i Canonici Regolari della Congregazione di S. Marco; passò a Roma sotto Giulio II, fu accettissimo a Leone X ed entrò in famigliarità con i migliori rappresentanti della vita letteraria del tempo: Bembo, Sadoleto, Tebaldeo, Castiglione, lodato per mitezza di
## Page 881
animo ed illibatezza di costume, ammirato per la facile vena poetica, informato allo studio soprattutto di Virgilio. Ebbe prima il priorato di S. Silvestro presso Frascati, poi la prepositura di S. Lorenzo di Monticelli ed il priorato di S. Pelagia in diocesi di Cremona, della sua congregazione. Sotto Clemente VII è ricordato come "notarius, familiaris continuus commensalis "; finché lo stesso Papa il 7 febbr. 1533 lo nominò vescovo di Alba. Nel giugno 1546 era al Concilio di Trento. Per la sua diocesi nel 1562 promulgò le Constitutiones synodales.
Opere della sua giovinezza sono : Schacchialeder dove in 608 esametri descrive una partita a scacchi fra Apollo e Mercurio e l'altro poemetto Bambycorum libri duo, sull'allevamento dei bachi da seta, dedicato ad Isabella Gonzaga; per Francesco delfino di Francia compose Poëticorum libri tres. Maggior fama gli procurò l'ammiratissimo poema in 6 libri: Christian, pubblicato per le stampe nel 1535, ma scritto assai prima, per cui fu proclamato il Virgilio cristiano, in cui senza finzioni mitologiche, con piena sincerità d'animo, elegantemente cantò la Redenzione cristiana. Dedicò al card. Polo il trattato De reipublicae dignitate. Inni, orazioni, egloghe, odi di varia intonazione completano la sua produzione letteraria "d'alta facondia inessicabil vena", come disse l'Arissto (Orl. Fur., XLVI, 13).
Bibl.: Opera omnia, Cremona 1520, curate dallo stesso V.; Poémata oomia cum dialogis, Padova 1735; Fr. Flamini, Il Cinquecento, Milano 2. d., pp. 107-108, 113-14; Pastor, IV, 1, pp. 413-15; G. Toflanin, Il Cinquecento, Milano 1941, pp. 49-52.
Pio Paschini
VIDAL, Pedro. - Gesuita, canonista, n. a Igualada (diocesi di Barcellona) il zo luglio 1867, m. a Roma il 24 ott. 1938.
Entrato nell'Ordine nel 1884, fu inviato, dopo il compimento degli studi, a Roma per attendere al diritto canonico sotto la guida del p. Fr. S. Wernz. Dopo una splendida laurea, tornò a Tortosa per l'insegnamento della teologia dogmatica, rimanendovi fino al 1906, quando il p. Wernz, eletto generale dell'Ordine, lo volle suo successore a Roma all'Università Gregoriana. Ivi rimase 32 anni fino al termine della vita. Il lavoro come membro della Commissione per la codificazione del diritto canonico (1908) e poi di quella per l'interpretazione autentica del CIC (1918); le numerose consultazioni di 6 congregazioni romane di cui fu consultore (solo per il S. Uffizio sciolse 300 cause) e inoltre le molte altre consultazioni private non gli lasciarono gran tempo per la stesura di opere particolari; accettò però di aggiornare conforme al CIC, ai nuovi decreti e al progresso degli studi l'opera monumentale lasciata dal p. Wernz: Ius decretalium.
Bibl.: Necrologio, in Memorabilia Soc. Jesu, 6 (1939). pp. 734-35.
Celestino Testore
"VIDI AQUAM": v. ASPERGES ME.
VIDIMUS. - Formola per dare valore probativo alle copie dei documenti.
Tra i modi usati nel medioevo per dare valore probatorio alle copie dei documenti, affinché esse valessero, ad ogni effetto, alla pari degli originali, fu largamente diffuso quello di farle eseguire ed autenticare da un'autorità pubblica provvista di potere giurisdizionale : il testo comincia di solito con una formola in cui ricorre la parola v., che è passata poi a designare il documento stesso, ed è munito del sigillo dell'autorità, sia essa il sovrano o un suo officiale, il principe, il magistrato comunale o anche il vescovo o un officiale della sua curia.
Il Papa e la Cancelleria pontificia hanno emanato raramente atti di questa natura. L'uso dei v. si ebbe specialmente nei secc. xill e xiv e fuori d'Italia, dove il notariato era meno sviluppato. Quando la copia così vi-

(fot. Enc. Catt.)
Vipriatia - F. dell'officiale della curia vescovile di Le Puy, in data 23 ottobre 1583, con il testo di un decreto del Camerario Pontificio, a favore del monastero di St-Hostien, in data 16 febbr. 1583. La parola e, è la penultima della prima riga. Il sigillo di cera, pendente a coda semplice, è andato perduto - Archivio Segreto Vaticano, Instr. Misc. 2160.
dimata proviene dall'autorità stessa che aveva emanato l'originale o da altra superiore, il v. implica anche riconoscimento o conferma del contenuto; a parte questo caso particolare, i v. corrispondono come valore alle copie autentiche notarili, salvo la differenza di forma, che proviene dal fatto che essi sono emanazioni di un potere giurisdizionale più ampio, non di una facoltà specifica come quella dei notai.
Bibl.: A. de Boüard, Manuel de diplomatique française et pontificale. I, Parigi 1929, pp. 176-80.
Giulio Battelli
VIDONI SORESINA, Pietro. - Cardinale, n. a Cremona il 2 sett. 1759, m. a Roma il 10 ag. 1830.
Compiuti gli studi alla Pontificia Accademia dei Nobili ecclesiastici, fu nominato da Pio VI cameriere segreto soprannumerario, prelato domestico (1781), vicelegato di Ferrara e protonotario apostolico (1784), ponente di Consulta (1790). Pio VII lo volle (1801) delegato apostolico di Ancona e presidente del governo di Pesaro e Urbino (1806) ed il V. S., nel disbrigo degli affari, dimostrò cospicue doti di sagacia e di prudenza. Durante l'invasione francese stipendiò del suo gli impiegati pubblici da lui dipendenti e vendette le sue preziose argenterie per sovvenire ai bisogni della S. Sede. Negli uffici da lui ricoperti non volle mai accettare alcun emolumento, anzi, nel governo di Pesaro e Urbino, contribuì notevolmente del proprio all'esecuzione di importanti lavori pubblici.
Pio VII, nel Concistoro dell'8 marzo 1816, lo creò cardinale diacono di S. Nicola in Carcere. Dotato di profonda erudizione e mecenate degli studiosi, fece pubblicare a sue spese (1826) l'opera di Antonio Nibby, Q. Verri Flacci fastorum sacrorum reliquiae jam a Figginio illustratae super veterum subsidia instauratae. Acquistò in Roma il Palazzo Stoppani in Via del Sudario, che ora porta il suo nome, e la Cappella della Madonna della Purità, in S. Andrea della Valle, ove volle essere sepolto.
Bibl.: Moroni, XCIX, p. 247; G. Berthelet, Conclavi, pontefici e cardinali nel secolo XIX, Roma 1903, pp. 25. 33-34; P. Dardano, Diario dei Conclavi del 1219 e del 1230-31, comment. ed annot. da D. Silvagni, Firenze 1879, passim.
Mario De Camillis
VIDUCHINDO di Corvey. - Monaco benedettino di origine sassone, vissuto nel sec. x nell'abbazia di Corvey (Corbeia nova), m. intorno al 1004.
Della sua vita non si hanno che pochissime notizie (cf. la prefaz. del Waitz all'ed. delle Res gestae [v. bibl.]). Delle molte opere che gli attribuisce Triternio (Annales Hirsaugienues, ed. St. Gallen 1690, p. 98), le più sono spurie. Probabilmente mai esistita è la Vita di Ottone I, attribuitagli da Sigeberto di Gembloux (Liber de script.
## Page 882
eccl., 129: PL 160, 575), perdute una Passio di s. Tecla in versi e una Vita di s. Paolo eremita in prosa mista a versi (Sigeberto di Gembloux, loc. cit.). Conservata invece è l'opera a cui V. deve la sua fama, le Res gestae Saxoniae, sive Annalium libri tres, dedicata alla figlia dell'imperatore Ottone I, Matilde badessa di Quedlinburg. Scritta per la maggior parte intorno al 968 , l'esposizione si prolunga poi fino alla morte di Ottone (973).
Distaccandosi dalla tradizione cronografica più diffusa, l'autore prende le mosse, anziché dall'Impero di Roma, dalle origini dei Sassoni, descrive le lotte di questi contro i Franchi, la conversione al cristianesimo, le conquiste fino al regno di Enrico I, il trionfo sotto l'impero di Ottone I. Sebbene spesso inesatta, soprattutto in relazione agli avvenimenti di Francia e d'Italia, e non di rado anche partigiana, l'opera di V. è importante perché rappresenta l'unica fonte per molti degli eventi narrati. Abbondano nel racconto le reminiscenze letterarie, soprattutto di Virgilio ed Ovidio, e le citazioni della Volgata; lo stile, per amore di concisione, riesce spesso duro o addirittura incomprensibile. Le Res gestae acquistarono ben presto una larga popolarità e già nel sec. x furono utilizzate, per il suo Chronicon, da Tietmaro di Merseburg (v.).
Bim.: ed. di G. Waitz in MGH, Script., III (1826), pp. 416* 467 (da cui PL 137, 115 sgg.); $2^{\circ}$ ed., a cura di P. Hirsch e H. E. Lohmann, in MGH, Script. rerum germanic. in unum scholar., LX (1935). Studi: R. Köpke, Widubind von Korvey. Berliou 1867: J. Raase, Widubina von Korvey, Rostock 1880; B. Simson, Zur Kritik des Widubind, in Neues Arch. der Gesellsch. für ältere deutsch Geschlechth., 12 (1886), p. 597 sg.; K. E. H. Krause, Zu Widubind I, 17, ibid., 16 (1891), pp. 610-12; W. Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, I, Berliou 1893, pp. 328-33; H. Bloch, Die Sachsengesch. Widuhinds von Korvey. in Neues Archiv das Gesellsch. für ältere deutsch Geschlechth., 38 (1913), pp. 93-141; Manitius, I, pp. 714-18; II, p. 813.
Alessandro Pratesi
VIE CATHOLIQUE, LA. - Settimanale cattolico francese, fondato nel 1924 da M.-F. Gay, con carattere di larga diffusione, nell'intento di far conoscere l'attività dei cattolici in tutti i settori della vita religiosa, sociale, scientifica, letteraria, artistica.
I resoconti sono divisi in varie rubriche, secondo l'argomento. Notevoli i numeri speciali in occasione di avvenimenti o manifestazioni di rilievo. Degno di menzione il deciso atteggiamento di difesa dell'operato del Pontefice assunto da $L a v . c$. in occasione della condanna dell'Action française (v.). Dal 1945, mutata veste tipografica, esce con il titolo La vie catholique illustrée.
Alessandro Pratesi
VIEDMA, diOCESI di. - Città e diocesi della provincia di Rio Negro (Argentina).
Ha una superficie di 691.679 kmq . con una popolazione di 220.000 ab. dei quali 190.000 sono cattolici; conta 23 parrocchie servite da 15 sacerdoti diocesani e 82 regolari; ha 19 comunità religiose maschili e 15 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 423). E suffraganea di La Plata.
La diocesi fu eretta dal papa Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae Nationis, del 20 apr. 1934, ed abbraccia i territori di Rio Negro, Chubut, Santa Cruz e Tierra del Fuego separati dall'arcidiocesi di Buenos Aires.
La chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice fu elevata al grado e dignità di cattedrale.
BibL.: AAS, 27 (1935), p. 260 sgg.
Enrico Josi
VIE INTELLECTUELLE, LA. - [Periodico quindicinale dei Domenicani della provincia francese, apparso dal 1928 al 1940 sotto la direzione del p. Bernardot.
Vi collaborarono principalmente i Domenicani di Juvisy, ma non mancò il contributo di altri religiosi e di laici. Gli articoli miravano a illustrare, alla luce del cattolicesimo, conquiste e tendenze del pensiero contemporaneo, in tutti i campi; particolarmente trattati furono i problemi di maggiore attualità nel campo filosofico, sto-
rico e scientifico. Dal 1929 affiancò il periodico la pubblicazione di una collana dal titolo Les documents de la vie intellectuelle.
Alessandro Pratesi
VIEIRA, ANtonius. - Gesuita, oratore e missionario, n. a Lisbona il 6 febbr. 1609, m. a Bahia (Brasile) il 18 luglio 1697.
Trasportato fanciullo a Bahia, ivi entrò nell'Ordine il 5 maggio 1623 e, ordinato sacerdote nel 1635 , si diede subito con grande successo alla predicazione. Rientrato a Lisbona nel 1641, fu dal re Giovanni IV nominato presettore dell'infante Don Pedro, predicatore di corte, membro del Consiglio reale. A lui si devono il rifiorire del commercio con il Brasile, la fondazione di una banca nazionale e l'organizzazione di una compagnia commerciale brasiliana. Il Re se ne servì anche per varie missioni diplomatiche in Francia, Olanda, Inghilterra e Roma (1646-50). Nel 1652 ritornò alle missioni del Maranhão e Pará, dove lavorò instancabilmente 9 anni, tranne un rapido viaggio a Lisbona per perorare la libertà degli Indios. Per questo motivo, alla morte di Giovanni IV (1661), fu costretto dai coloni a rientrare a Lisbona, donde fu confinato a Oporto, indi (1667) processato a Coimbra e condannato a domicilio contro dal tribunale dell'Inquisizione soprattutto per i suoi scritti esagerati sul prossimo millennio di trionfo del Portogallo, che doveva seguire alla risurrezione di Giovanni IV : Esperanças de Portugal, Quinto Império do Mundo e Clínis prophetarum, in cui divulgava con treppa credulità le false profezie di Gonçalo Annes Bandarra. Liberato (1668), passò nel 1669 a Roma, dove predicò alla Corte pontificia, come battendo anche contro i metodi dell'Inquisizione portoghese. Tornato nel 1673 a Lisbona con un breve di Clemente X, che lo sventava da quella Inquisizione, s'imbarcò di nuovo per il Brasile (1681), dove attese da prima a limare e pubblicare i suoi sermoni e gli scritti polemici, e poi alla carica di visitatore generale.
Fine diplomatico, riformatore sociale, amministratore oculato, apostolo e protettore degli Indios, il V. viene considerato anche e soprattutto uno tra i migliori prosatori e oratori della letteratura portoghese per le sue doti letterarie, la purezza della lingua, l'impeto della parola facile e abbondante (quantunque abbia indulto al gusto fallace del "gongorismo", importato allora dalla Spagna), la vivacità della fantasia, il pathos, che vibrava nel gesto e nel discorso. Che non deve far dimenticare l'attività missionaria spiegata in tutto il Maranhão e il Pará fino a Pernambuco nei 22 lunghi viaggi fluviali e le 11.000 miglia percorse a piedi, e la conquista al cristianesimo di tribù feroci e ostili.
Le sue opere edite, con ristampe totali o parziali e traduzioni in molte lingue, comprendono 15 voll. di Sermones (Lisbona 1679-99); 3 voll. di Cartas (ivi 1735), oltre i molti altri scritti politici e polemici. Nuove edizioni, col titolo di Obras completas, non sono ancora condotte a termine ( 27 voll., Lisbona 1854 sgg. [sermoni e alcune opere]; 15 voll., Oporto 1907-1909 [sermoni]; 16 voll., S. Paulo 1943-45 [sermoni]).
Bibl.: Sommervogel, VIII, coll. 653-85; più completa e aggiornata in S. Leite, Hist. de Companhia de Jesus no Brasil, IX, Escritores, Rio de Janeiro 1949, pp. 194-356, Studi: A. de Bastos, Vida do apostólico p. A. V., Lisbona 1748; E. Carol, V., sa Vie et ses Oeuvres, Parigi 1879; autori vari, Homenagem do Instituto Geographico e Historico de Bahia, per il $2^{\circ}$ centenario della morte, Bahia 1897; L. G. Cabral, Une grande figure de prêtre, V., Parigi 1900; id., V. Pregador, Porto 1901; J. Lúcio de Azevedo, Historia de A. V. conflictos e documentos novos, 2 voll., Lisbona 1918-21; A. Baiano, O. p. A. V., in Episodios dramaticos da Inquisigão Portuguesa, I, Porto 1919, pp. 205316; S. Leite, op. cit., IV, Rio de Janeiro 1947, pp. 271-272; 3-94.
Celestino Testore
VIEIRA DE*MATTOS, Manuel. - Vescovo, n. a Poiares (Portogallo) il 22 marzo 1861, m. a Braga il 28 sett. 1932.
Sacerdote nel 1883, dopo un lungo e proficuo ministero pastorale fu consacrato arcivescovo titolare di Mitilene e deputato vicario generale del patriarcato di Lisbona (1899). Quattro anni più tardi gli venne affidata
## Page 883

(fol. Kuli)
(fol. Minari)
In alto a sinistra: UNA DELLE TRE FACCIATE del santuario di Monte Berico, ricostruito tra il 1687 e il 1703 su disegno di C. Borella. I bassorilievi e le statue sono di Orazio Marinali (fine sec. xvil - inizio sec. xvili) Vicenza. In alto a destra: ESTERNO DELLA CATTEDRALE (ca. 1467) - Vicenza. In basso a sinistra: LOGGIA DEL CAPITANIO, iniziata da A. Palladio il 25 ag. 1571 e rimasta incompiuta - Vicenza. In basso a destra: PALAZZO BIEGO di A. Palladio (1552) - Vicenza.
## Page 884

(fol. P. Ledermann)
(fol. Bildarchiv d. $\ddot{\text { O. }}$. Nationalbibliothek)
In alto a sinistra: ESTERNO DI S. STEFANO visto dallo Stock im Eisen - Vienna. In alto a destra: OSSARIO ROMANICO (metà sec. xili); piano superiore romanico-gotico (ca. 1300) - Pulksu. In basso a sinistra: INTERNO DI S. STEFANO, dopo il restauro del 1945-51 - Vienna. In basso a destra: INTERNO DELLA CHIESA PARROCCHIALE di Wiener Neustadt (sec. xili, con coro gotico sec. xiv).
## Page 885

(fot. Bildarchiv d. 0. Nationalbibliothek)

(fot. Bildarchic d. 0. Nationalbibliothek)
In alto a sinistra: PIAZZA E CHIESA DELL'UNIVERSITÀ, opera di A. Pozzo (1628-31) - Vienna. In alto a destra: INTERNO DELLA CHIESA DI S. PIETRO, costruita su disegno di Gabriele Montani (1703-1708) Vienna. In basso: VEDUTA AEREA del quartiere imperiale con in primo piano i Musei - Vienna.
## Page 886

In alto a sinistra: FACCIATA DELLA CATTEDRALE, dedicata a S. Maurizio (sec. xiv-xv) - Vienne. In alto a destra: ABSIDE E CAMPANILE della chiesa di S. Andrea (sec. xit) - Vienne. In basso a sinistra: INTERNO DELL'ANTICA BASILICA DI S. PIETRO (sec. vi), ora Museo archeologico - Vienne. In basso a destra: CHIOSTRO dell'antica abbazia benedettina (sec. xit) - Vienne.
## Page 887
la diocesi di Guarda, che egli resse con intrepida costanza in anni particolarmente difficili per il cattolicesimo lusitano. Capo riconosciuto del partito cattolico in età di imperante massoneria, subì per due volte l'arresto e tre volte fu allontanato con violenza dalla sua sede tra il 1910 e il 1913 , ma alle vessazioni oppose sempre la risolutezza del suo animo e lo zelo della sua dignità episcopale. Nel 1913 il papa Pio X lo promosse alla cattedra arcivescovile di Braga, primaziale del Portogallo, che il V. tenne sino alla morte, per lo spazio di quasi venti anni. Rallentata la persecuzione contro la Chiesa, l'arcivescovo svolse opera preziosa per riaccendere la fede tra i suoi soggetti; particolarmente notevole l'iniziativa, approvata dalla Sede Apostolica nel 1919, di ripristinare nella sua Cattedrale l'antica liturgia bracarense, un tempo assai diffusa nel Portogallo. Si occupò anche, con largo successo, di problemi sociali e culturali, nonché di assistenza alle classi indigenti.
BibL.: J. A. Ferreira, Notas biogr. do M. V. de M., Famalicão 1927; F. Stugmuller, s. v. in L'ThL. X. col. 299. [Renso F. Montini
VIEL, Placida, beata. - Al secolo Eulalia Vittoria, n. a Quettehou (diocesi di Coutance) il 26 sett. 1805 , m. a St-Sauveur-le-Comte il 4 marzo 1877.
La vita passata in famiglia, tutta permeata di pietà, e l'abitudine di raccogliersi intorno le coetanee per istruirle nel catechismo ed educarle al bene, come le meritarono l'appellativo di "piccola santa", e di "la buona Vittoria", così la prepararono assai presto alla vita religiosa, che abbracciò a 16 anni, nel 1833, entrando nella recente Congregazione delle Suore delle Scuole cristiane della Misericordia. Tale si rivelò nel tempo del noviziato e nei primi anni di formazione, che la fondatrice, s. Maria Maddalena Postel, il giorno stesso della sua professione, 21 sett. 1838, la elesse a sua consigliata e a maestra delle novizie. Nel 1846 successe alla fondatrice nella carica di madre generale. I numerosi e lunghi viaggi intrapresi in varie nazioni di Europa sia per raccogliere elemosine per la costruzione della casa madre a sia per far conoscere il suo Istituto, apportarono una bella fioritura di nuove case e di vocazioni. Ma soprattutto essa attese alla formazione delle sue religiose, che in lei vedevano la più perfetta personificazione delle Regole e della carità verso la fanciullezza e il prossimo più diseredato.
Fu beatificata da Pio XII il 6 maggio 1951.
BibL.: AAS, 17 (1925), pp. 587-92; Discorso di Pio XII ai pellegrini accorsi per la beatificazione, ibid., 48 (1951), pp. 435437.
Celtesimo Testore
VIENNA (Wien, lat. Vindobona), ARCIDIOCESI di. Sede metropolitana e capitale della Repubblica Austriaca. Il territorio dell'arcidiocesi ha una estensione di 9220 kmq . con 2.049 .224 cattolici (su $2.310 .642 \mathrm{ab}$.), di cui nel solo comune di V. 1.459.255 (su 1.780 .000 ab.). Possiede 595 parrocchie, di cui 186 nel comune di V., servite da 1813 sacerdoti