Kathelih, 43 (1911), pp. 130-49; 44 (1911), pp. 17-37; 45 (1912), pp. 38-55.
Celestino Testore
VILLION, Aimé. - N. a Genay (Ain, Francia) il 2 sett. 1843 e m. il $1^{\circ}$ apr. 1932.
Entrato il 50 sett. 1863 nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi e ordinato sacerdote il 26 maggio 1868, partì il 14 giugno per Hong Kong, donde nel 1870 fu mandato nel Giappone a Kobé, dove prese contatti con i cristiani esiliati e di nascosto fece molti Battesimi. Nel 1878 passò a Kyoto come professore di lingua e si diede anche allo studio del buddhismo nel celebre tempio di Chion. Fondò poi le stazioni di Yamaguchi, Hagi, Tsuwano e Jifuku ora nel vicariato di Hiroshima. Nel 1926 prese cura della cristianità di Nara, antica capitale del Giappone ( $719-84$ ) e gran centro di pellegrinaggio buddhista, e vi costrui una chiesa in stile giapponese. Morì ad Osaka. Mai aveva rivisto la Francia come ne aveva fatto voto per ottenere la conversione del padre, che ritornò alla fede prima di morire. Le autorità civili di Osaka gli hanno eretto un monumento a Yamaguchi e introdussero la sua biografia nel manuale di storia delle scuole primarie. Il V. tradusse in tre volumi le Lettres de H. François Xavier e scrisse le sue memorie: 30 Ans d'apostolat au Japon (Nazareth, Hong Kong 1923).
BibL.: anon., Compte-rendu de la S. des M. E. P., Parigi 1933, p. 356 sg. Antonio Anoge
VILLON, François. - Nome coniatosi (su quello del suo protettore, il cappellano Giovanni di V.) da François de Montcorbier, detto des Loges, n. a Parigi intorno al 1430 e licenziato da quella Università come maître ès arts nel 1452 : considerato e riconosciuto, nei tempi moderni, come il maggior poeta lirico del medioevo francese.
Il poco che è noto dai documenti della vita di V. si riferisce quasi soltanto ai conti che ebbe a rendere alla giustizia per la sua poco onorevole attività di goliardo scapestrato, ladro e rissoso. La sera del Corpus Domini, 5 giugno 1453, ferì mortalmente con il pugnale un prete col quale era venuto a divertio, nei pressi della Sorbona. Fuggì, e riusci ad ottenere l'anno seguente amnistia dal Re; un nuovo breve soggiorno a Parigi, verso la fine del 1456, gli permise di partecipare a un furto di 500 scudi nel Collegio di Navarra, scoperto due anni dopo. Errabondo nel centro della Francia, fu imprigionato per altre colpe ad Orléans ed a Meung, donde uscì nell'estate del 1461, poi ancora a Parigi per il furto al Collegio di Navarra e per una rissa con ferimenti, che gli valse alla fine del 1462 la condanna capitale, commutata in appello in dieci anni di bando dalla città.
Di queste sue tempestose vicende rimane testimonianza nelle non molte poesie, che a lui si possono attribuire con sicurezza (vennero a lungo stampate insieme con le sue cose, ma non appartengono sicuramente a lui, componimenti comico-satirici della fine del secolo o dei primi anni del seguente, come il Franc Archier de Bagnalet, il Dialogue de Mallepays et de Baillovent, le Repuos franches). Sono ballate ed altre brevi liriche nelle forme e secondo il
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gusto del tempo; la maggior parte si trova inserita nel poemetto del Testament, dove, come nel più breve Lais, V. in una serie di lasciti rievoca v risticamente le proprie scape. strataggini e sventure, ed effonde i propri sentimenti più seri e sinceri: l'affetto per la madre, i rimorsi ed i rimpianti per il passato male impiegato, la sofferenza, le invocazioni a Dio.
Bibl.: ed.: Geuove complètes, a cura di A. Longnon, Parig 1892 (rived. da L. Foulet, ivi 1935); Poesie di V. a cura e con comm. di F. Neri, Torino 1923. - Studi: G. Paris, V., Parigi 1901: M. Schwob, F. V., rédactions et notes, ivi 1912; P. Champion, V., sa vie et son temps, ivi 1933; I. Siciliano, F. V. et les thèmes poétiques du moyen âge, ivi 1934; L. F. Benedetto, Alla ricerca di V., in Pan, 4 (1935), pp. 62-71; L. Cons, Etat présent des études sur V., Parigi 1936; G. A. Brunelli, V., le rime, commento e note, Milano 1953. Enzo Bottasso
VILNA: v. wilna, ARCidiOCesi di.
VINALIA. - Con questo nome sono segnate due feste nel più antico calendario della religione romana.
Le notizie letterarie distinguono tra queste, definendo quella del 23 apr. come $V$. priora e quella del 19 ag. come $V$. rustico. La prima era collegata al primo assaggio del vino nuovo, la seconda all'inaugurazione della vendemmia da parte del famoso Dialis, sacerdote di Giove. A Giove risultano, infatti, dedicate entrambe le feste, sebbene il fatto che non solo la tradizione su di un loro rapporto con Venere, ma che anche i templi più antichi di questa dos a Roma hanno il loro giorno di dedica proprio nei due $\mathrm{V}_{\text {, }}$, non sembri privo di importanza.
BibL.: W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 85 sgg., 204 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, II, Monaco 1912, p. 115; F. Bömer, in Rheinisches Museum, 90 (1941), p. 30 sgg. Angelo Brelich
VINAYA PITAKA: v. buddHismo e TRIPITAKA.
VINCENNES, diOCesi di: v. indianapolis, diocesi di.
VingENTI MARERI, Ippolito Antonio. Cardinale, n. a Rieti il 20 genn. 1738, m. a Parigi i 121 marzo 1811.
Nel 1785 venne eletto da Pio VI arcivescovo titolare di Corinto e nuzzio apostolico di Spagna; indi creato cardinale il 21 febbr. 1794. L'anno seguente divenne legato in Bologna e si trovò a fronteggiare l'invasione delle truppe francesi al comando di Napoleone Bonaparte (1796). Durante il corso della Repubblica giacobina (1798) fu arrestato e rinchiuso nel carcere delle Convertite e, mentre era in prigionia, divisò di rinunciare alla porpora come i suoi colleghi Antici ed Altieri, ma la virtù ed il coraggio del marchese Gabriele Vicentini reatino, che l'aveva seguito in prigione dandosi a credere suo nipote, fece sì che desistesse da un gesto di così grande viltà. Lo stesso Vicentini riuscì a farlo liberare offrendo una forte somma al generale Delamagne e ricchi doni ad altri ufficiali francesi.
Il V. M., nel 1801, fu nominato prefetto dell'Economia del Collegio Romano, allora affidato al clero secolare per la soppressione della Compagnia di Gesù e, nel Concistoro del 3 ag. 1807, optò per 1 sede suburbicaria di Sabina. Costretto, nel genn. 1810, a recarsi a Parigi, fu tra i cardinali che assistettero al matrimonio di Napoleone con Maria Luisa (1811).
Bibl.: Moroni, Cl. p. 13; P. Baldassari, Relaz. delle avversità e patimenti del glorioso papa Pio VI negli ultimi tre anni del suo Pontificato, I, Modena 1840, p. 74; III, ivi 1842, p. 115; G. Vincenti Marori, Un diplomatico del sec. XVIII: Il card. I. A. V. M. ed i suoi tempi, Milano 1931; U. Besoghi, I tredici cardinali neri, Firenze 1944, pp. 58-75. Mario De Camillia
VINGENTIUS HISPANUS. - Canonista, vissuto nel sec. xiri. Controverse sono la sua origine e identità.
L'appellativo Hispanus e l'esistenza di un vescovo Vincentius a Saragozza (1239-44) lo fecero credere spagnolo (Schulte, Wernz). Più accettabile la conclusione di Gillmann, che lo ritiene portoghese (come Petrus Hispanus), canonico regolare della S. Croce a Coimbra, decano del Capitolo cattedrale di Lisbona, cancelliere del re Sancio II, vescovo di Idanha-Guarda (1229; m. il 21 sett. 1248).
Studio diritto canonico e romano alla scuola di Accursio a Bologna, ove fu anche maestro. Numerosi e famosi, sebbene inediti, i suoi scritti: Apparatus ad Compilationem I, Apparatus ad Compilationem III, Apparatus ad Canones Concilii Lateranensis IV (1215); fu il primo commentatore delle Decretali di Gregorio IX (1234: «Apparatus* [Creavit Deus hominem in virili estate ...] e *Casus in Gregorianas Decretales * [Gregorius. In prima parte dicitur quod a Deo]). Giossò in Compilatio II, le Leges e probabilmente il Decretum Gratium.
BibL.: J. F. v. Schulte, Gesch. der Quellen und Liter. des canon. Rechts, I. Stoccarda 1875, 191 sgg.; Hurter, II, col. 301; F. Gillmann, Der Kommentar des V. H. zu den Kanonen des vierten Lateran Konz. 1113, in Arch. für hath. Kirchenrecht, 109 (1929), pp. 223-74; id., Wo war V. H. Bischof?, ibid., 113 (1933), pp. 99-107; A. Van Hove, Prolugmassa, 2 e ed., MidinesRoma 1945, pp. 420, 444 sgg., 473. Augusto Moreschini
VINGENT, SAINT. - Arciabbazia benedettina, nella diocesi di Pittsburg nello Stato di Pennsylvania negli Stati Uniti di America.
Il monastero fu fondato nel 1846 da d. Bonifacio Wimmert dell'abbazia di Metten in Baviera, che insieme con 4 studenti e 14 fratelli fu inviato ad assistere nella regione gli immigrati tedeschi e poi a poco a poco fondò missioni per fedeli di altre nazioni, e per indigeni e negri. Il monastero si sviluppò sempre più e venne creata l'abbazia detta spesso la aMonte Cassino e dell'America. Essa istituì le abbazie di St. John's nel Minnesota, di St. Benedict nel Kansas, di St. Mary's nel New-Jersey, di Balmont nel North-Carolina e il priorato di St. Procop nell'Illinois; fondò missioni per gli Indiani nel Minnesota ed eresse una scuola agricola per negri a Skidaway nella Georgia; stabilì in Roma il Collegio di S. Elisabetta per l'educazione dei suoi monaci e poi contribuì alla fondazione nel 1887 del Collegio internazionale di S. Anselmo. Nel 1883 il Papa concesse il titolo di arciabbazia e la cappa magna all'arciabate B. Wimmert, che mori l'8 dic. 1887. I suoi successori ne continuarono l'opera, fondando le abbazie di St. Bernard nell'Alabama, St. Leo nella Florida, Sta Croce nel Colorado e St. Peter's, nel Canadà, S. Bada nell'Illinois e l'Università di Pechino. Attualmente sotto le guide dell'arciabate A. Koch e del suo coadiutore D. Strittmatter l'arciabbazia conta 185 sacerdoti, 28 chierici, 8 novizi, 30 fratelli e 2 fratelli oblati. Ha una scuola superiore con 300 studenti, un collegio con 800 allievi; dirige il Seminario diocesano di Pittsburg e amministra nella diocesi 40 parrocchie. Enrico Josi
- VINCENZA GEROSA, santa. - Confondatrice dell'Istituto delle Suore di Carità o di Maria Bambina, n. a Lovere (diocesi di Brescia) il 29 ott. 1784, m. ivi il 28 giugno 1847.
Offrì con sua sorella Rosa a ricovere di malati una villa ereditata, che solo alla loro morte sarebbe diventata ospedale, e a dirigerla chiamò la futura a. Bartolomea Capitanio. Sapendo che questa pensava intanto a formare un nuovo Istituto, che ampliasse le sue mire e allargasse il campo di lavoro, la G. volle furseia compagna e consorella, serbandosi, come diceva, la parte del bove. La nuova Congregazione nacque in quell'ospedale il 21 nov. 1832.
Morta agli inizi dell'opera la Capitanio, tutto il peso per la stesura delle Costituzioni, l'avviamento e l'approvazione dell'Istituto, la formazione delle nuove reclute cadde sulle spalle della G., la quale, pur senza grandi doti di ingegno, ma ricca di buon senso e con un'anima orante, penitente ed eroica, seppe trionfare di ogni difficoltà, aumentando il numero delle case e delle suore e diffondendole anche in terre di missione. Lasciò, morendo, 24 case con 243 religiose. Fu beatificata da Pio XI il 7 marzo 1933, canonizzata da Pio XII il 18 maggio 1950. Festa il 28 giugno.
BibL.: AAS, 42 (1950), pp. 417-21; A. Tamburini, La b. V. G., Milano 1933.
Celestino Testore
VINCENZO, santo, martire. - Diacono spagnolo, vittima della persecuzione dioclezianea probabilmente nel 304; è tra i pochi martiri ricordati nel calendario
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di Polemio Silvio (CIL, I, $2^{\text {a }}$ ed., p. 259 ).
Il racconto poetico di Prudenzio nell'inno a lui dedicato (Peristephanon, V) non è in sostanza diverso da quello della Passio (BHL, II, 1247 sgg.; suppl., pp. 306, 307; BHG, n. 265); ma la Passio originaria è diversa da quella giunta a noi, V., diacono di Valerio, viene condotto a Valencia per essere giudicato, sottoposto a molti crudeli tormenti, il corpo del martire viene esposto alle fiere, poi gettato in mare e restituito dalle onde; la sabbia e il suo primo scpolcro (s sacra fo-

(da Wilpert, Pitture, tav. 222) Vincenzo, santo, martire - S. V. orante, nimbito con penula. Affresco del sec. vi-viI - Roma, cimitero di Ponziano.
venus la pace vol. tar quietem debitam praestat beatis ossibus ${ }^{3}$ ); una basilica viene eretta e ben presto la sua venerazione si estende. Prudenzio commemora V. anche nell'inno l'8 del suo \& Peristephanon * in onore dei 18 martiri di Saragozza (vv. 77-78, 89-108). Notevole è un sermone in suo onore di s. Giusto di Urgel, in cui il santo diacono è detto \& nobis vernula, noster ex genere... noster in tumulo s, ecc. (B. De Gaiffier, Sermons, cit. in bibl.).
La sua deposizione è al 22 genn. nel calendario di Cartagine, nel Martirologio geronimioso e nel Synaxarium Eccl. Constant.; nel secondo è ricordato anche nei giorni 11 e 22 genn., 19 apr., 21 ag. e 31 ott.; nel terzo all' 11 nov. insieme con s. Vittore e s. Menna e al 6 ag. per la dedica della sua chiesa èv vï xdjceq; sotto la mura di Costantinopoli. E il più celebre dei martiri della Spagna; la sua venerazione si era subito talmente propagata che s. Agostino si domanda: "quousque vel romanum imperium vel christianum nomen extenditur natalem non gaudet celebrare Vincentii?" (Sermo 276: PL 38, 1257). Di s. Agostino infatti si conoscono 6 sermoni * in natali o in feste Vincentii martyria * (PL 38, 1252-68), da lui pronunziati al 22 genn. degli anni 410 (serm. 274), 411 (serm. 275); 412 (serm. 276); 413 a Cartagine nella basilica Restituta (serm. 277); inoltre il sermone De Evan et Jacob (PL 38, 57-52) pronunziato tra il 410 e il 412 . Da uno di essi si apprende che in Africa la Passio del Santo, al tempo di s. Agostino, veniva letta in chiesa (s quae nobis hodie recitata est * [PL 38, 1255]). Un altro Sermo in natale sancti Vincentii è in Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930, pp. 243-45. Paolino di Nola lo ricorda "Vincentius extet Iberis" (Carm., XIX, 153 e XXX, 7 : PL 61, 520, 673; così pure Venanzio Fortunato: PL 88, 270); Eugenio di Toledo ca. il 650 dettò un epigramma in suo onore (PL 87, 361); Ildebarto gli dedicò un poema (PL 171, 1301); s. Pier Damiani un inno (PL 145, 947), come poi Adamo di San Vittore (PL 196, 1475 sgg.).
Il Liber Sacramentorum mozarabicus (ed. M. Férotin, Parigi 1912, coll. 112-21) ha una messa in onore di s. V. in cui si ricorda la tunica desuper totum contexta; con questa messa è collegato il sermone a cunctorum s falsamente attribuito a s. Agostino, a s. Leone o a s. Massimo di Torino; nel 531 Childeberto portò la tunica a Parigi al monastero di S. V. poi St-Germain-des-Prés (Gregorio di Tours, Historia Francorum, III, 29); in Roma
la sua immagine fu dipinta nel sec. vi-viI nel cimitero di Ponziano (SCS BICENTIUS) con grande tonsura vestito con penula e in atteggiamento di orante (Wilpert, Pitture, tav. 258). Un'altra immagine di s. V. è nell'Expositio in Evangel. S. Lucae di s. Beda, codice del sec. 2 ora nella Biblioteca naz. di Torino (ms. D.III, 16). Il Museo provinciale di Pittura a Valencia ha una statua del martire del sec. xir, proveniente dall'antico monastero de la Roqueta.
S. V. fu onorato subito a Saragozza, a Salona (F. Bulić, L'iscricione di s. V.m. Caesaraugustano trovata a nord della basilica urbana a Salona, in Bull. d'arch. e storia dalmata, 29 [1906], pp. 246-36), a Sagunto, a Béziers, a Tolosa, a Vaison (CIL, XI, 499), ad Agen, a Chalon, a Ugento, in Svizzera ecc.
Sue reliquie (brandea) furono venerate a Carmona (CIL, XII, n. 374), in Africa (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrét. d'Afrique, Parigi 1909, nn. 193, 262, 304) e specialmente a Tamalla, oggi Tocqueville in Algeria (Bull. arch. du Comité, 1909, p. 36). Furono fondati monasteri in suo onore a Mans (PL 72, 638-40), al Volturno (v. VINCENZO AL VOLTURNO, sAN), a Metz (PL 160, 713), a Conques al tempo di Carlo il Calvo.
Bibl.: A. de Waal, Zum Kult des heiligen Vincenz von Saragossa, in Röm. Quartalschr., 21 (1907), pp. 153-58; L. de Lacger, St Vincent de Saragosse, in Revue d'hist. de l'Eglise de France, 13 (1927), pp. 307-59; P. Franchi de' Cavalieri, A proposito della - Passio s. Vincentii leoitae., in Note agloge, 8 (Studi e testi, 65) Città del Vaticano 1935, pp. 117-23; B. De Gaiffier, Sermons latins en l'honneur de st Vincent antérieurs au $X^{e}$ siècle, in Anal. Bolland., 67 (1930), pp. 267-86; id., Le prétendu sermon de st Léon sur st Vincent mentionné dans le Martyrologe romain, in Mon. Moldberg, II, Roma 1949, pp. 313-16. Enrico Ioni
VINCENZO di Beauvais. - Teologo e filosofo domenicano, n. ca. il 1190, m. a Beauvais nel 1264. Religioso probabilmente a Parigi (ca. il 1220) dimorò in seguito nel convento di Beauvais, da cui prese il nome (Bellovacense). Fu in relazione di amicizia (un contemporaneo lo dice familiaris) con s. Luigi re di Francia e insegnò nell'abbazia cistercense di Royaumont, fondata dallo stesso Re.
La sua opera principale è lo Speculum maius (Stra* sburgo 1473-76; delle) altre edd. la migliore è quella curata dai Benedettini di Douai [4 voll., 1624] con indice analitico) : una vasta enciclopedia di tutto lo scibile del tempo dove sono citate ca. 2000 opere di 450 autori; divisa in tre parti: Speculum naturale (in 32 il.), in cui si tratta di Dio e dei suoi attributi, della Trinità e della creazione, angeli, mondo materiale, viventi, con speciale riguardo all'uomo; Speculum doctrinale (in 17 il.), in cui si svolge tutta la scienza scolastica: filosofia, arti liberali, scienze profane; Speculum historiale (in 31 il.) in cui si racconta la storia del mondo dalla creazione al 1254, con un "excursus" sulla fine del mondo nel 2376, sul regno dell'Anticristo, sul Giudizio universale. Una quarta parte, lo Speculum morale, venne aggiunta più tardi, da un compilatore anonimo, dopo il 1310 .
V. raccolse' molto materiale in vista di un Opus universale di scienze politiche per il Re di Francia. Ma la regina Margherita lo pregò di sospendere quel lavoro e di preparare un manuale per l'educazione dei principi; il V. accondiscese e scrisse (tra il 1248 e il 1250) il De eruditione filiorum regalium (Basilea 1481, ed. di A. Steiner, Cambridge-Massachusetts 1938). Per desiderio del Re di Francia e di quello di Navarra pubblicò poi (12601263) il De morali principis institutione, opera prima destinata a far parte della grande enciclopedia politica. Gli si attribuisce pure (dopo essere stato edito fra le opere di s. Tommaso) un De eruditione principum, che è opera di Guglielmo Peyraut. Il metodo delle opere pedagogiche è simile a quello dello Speculum: un insieme di massime e di consigli desunti dalla S. Scrittura e da autori cristiani e pagani. Altre opere di V. sono: Liber Gratias (un trattato sull'Incarnazione e la Redenzione); Liber laudum Virginis gloriosae : de vita scilicet et gestis B. Virginis; Liber de s. Johanne Evangelista (sèguito del precedente); Consolatio super morte amici, dedicata a s. Luigi in occasione della morte del suo primogenito Ludovico (edite tutte e quattro insieme a Basilea 1481); De poeniten-
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(fot. Enc. Catt.)
Vincenzo di Beauvata - V. di B. nel suo studio, intento a scrivere l'Histariale malus; e lato inservienti che gli portano volumi. Miniatura di scuola francese della $1^{2}$ metà del sec. 2v, che orna l'Incipit del I libro del Miroir historial, tradotto da Jean de Vignay. Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 538, f. 17.
tia: trattato teologico-ascetico sul Sacramento e sullo spirito di penitenza (Parigi, Bibl. naz., Cat. 3214); Expositio orationis dominicae et salutationis B. Mariae (ibid., 1489).
L'opera di V., particolarmente lo Speculum, ha valore come raccolta di testi, che altrimenti sarebbero andati perduti, e come fonte storica per avvenimenti a lui contemporanei (ad es., la fondazione dei vari Ordini religiosi). V., più che enciclopedico del genere di s. Alberto Magno o di Bacone, era un compilatore senza personalità propria. preoccupato di raccogliere materiale da mettere a disposizione di altri; ammirevole è la diligenza nello scegliere e indicare le referenze esatte degli autori citati e nel riassumere il loro pensiero che dispone ordinatamente mostrando di averlo assimilato; spesso spiega e precisa passi oscuri.
Bim.: Quotif-Echard, I, pp. 212-40; A. Touron, Hist. des hommes illustres de l'Ordre de St Dominique, I, Parigi 1743, pp. 186-99; M. Daunon, Vincent de B. auteur du Speculum Moins terminé en 1256, in Hist. litt. de la France, XVIII, Parigi 1835, pp. 449-519; A. Bourgeat, Etudes sur Vincent de B., ivi 1856; L. Delisle, Miroir historial de Vincent de B., in Hist. litt. de la France, XXXII, iv; 1898, pp. 745-48; L. Lieser, Vincens von B. als Kompilator und Philosoph, s. I. 1927; G. Sarton, Introd. to the hist. of science, II, Baltimore 1931, pp. 929-32; H. Pehler, Vincent de B., in DThC, XV, 11, coll. 3026-34; A. Dondaine, Guillaume Peyraut, vie et oeuvres, in Arch. Fratrum Praed., 18 (1948), pp. 221, 223-31.
Alfonso D'Amato
VINCENZO da Capua. - Prete della Chiesa romana, che nel 325 papa s. Silvestro mandò come legato al I Concilio di Nicea, insieme con il prete Vito ed il vescovo Osio.
Era vescovo di Capua quando papa Giulio I lo inviò a Milano all'imperatore Costanzo, dal quale ottenne l'indizione del Concilio di Sardica (343), al quale partecipò. Fu anche legato di papa Liberio al Sinodo di Arles del 353, dove ebbe la debolezza di sottoscrivere la condanna di s. Atanasio, deplorata da Liberio in una lettera a s. Eusebio di Vercelli. Il papa Damaso attesta che non rinnegò
mai la fede cattolica, anzi combatté gli Ariani al Concilio di Rimini (359). Dopo il 360 non se ne ha più notizia.
Bim.: Sozomeno, Hist. Excl., I, 17; Tillemont, VIII, pp. 117 120; Lanzoni, p. 201 sg.; Fliehe-Morfin-Frutos, III, pp. 137, 145 sg. Francesco Russo
VINCENZO di Lérins, santo. - Scrittore ecclesiastico gallico del monastero di Lérins, m. verso il 450. Le notizie sulla sua vita si riducono ad alcuni brevi cenni trasmessi da Gennadio e a quel poco che si può ricavare dall'esame dei suoi scritti.
Dopo una vita mondana, "variis ac tristibus saecularis militiae turbinibus ", si rifugia nel segreto riposo del monastero. Tre anni dopo il Concilio di Efeso (434), compose la vigorosa dissertazione: Tractatus Peregrini pro catholicae fidei antiquitate et universitate adversus profanas omnium haereticorum novitates, o Commonitorium, in a ll., più un riepilogo finale, con l'intento manifesto, nelle sue prime pagine e perseguito in tutte le altre, di "scoprire le frodi ed evitare i lacci degli eretici». Scomparso il II l., questo viene sostituito dalla ricapitolazione (capp. 29-35).
Dall'esame interno (uso dello pseudonimo, formola semipelagiane, reticenze su s. Agostino ecc.), si deduce la mente semipelagiana dell'autore del Commonitorio prime che il semipelagianesimo fosse condannato dalla Chiesa, nel 529. V., giudicando che la dottrina di s. Agostino sulla predestinazione e la Grazia era una novità contro la tradizione, scrive il suo Commonitorio, opponendogli, benché in modo velato e con uno pseudonimo, il principio della Tradizione. Per il resto, scartato questo relato fine personale, formulò felicemente diverse norme della Tradizione che erano disperse nei SS. Padri, suoi predecessori.
Così formula il principio della Tradizione: "id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est ", che secondo il suo pensiero deve interpretarsi in un senso esclusivo, disgiuntivo e di fede manifesta. Come conseguenza dello stesso principio devono interpretarsi anche le sue norme sul progresso dogmatico. Egli ha formole felicissime per esprimerlo entro la stabilità della Tradizione; benché sia vero che dal punto di vista della tendenza del suo libro quelle similitudini e sentenze possiedono un senso rigorista ed esclusivo incompatibile con la teoria del progresso dogmatico che oggi espone la teologia, dato che non autorizza un progresso d ila fede implicita all'esplicita, ma solamente una maggior precisione ed una maggior conoscenza della fede già espressa e manifesta. Rappresenta i Padri della Chiesa "qui suis quieque temporibus et locis in unitate communionis et fidei permanentes, magistri probabiles exstitissent»; e alludendo al Concilio di Efeso, delinea per la prima volta una teoria dell'argomento patristico.
Si sono perdute le Obiectiones Vincentianze, che confutò s. Prospero di Aquitania. Recentemente è stata scoperta un'altra opera di V. già promessa nel Commentario (cap. 16). In essa l'introduzione, il prologo e l'epilogo sono originali; il resto è una antologia di testi ricavati da s. Agostino e forma una Summa Augustiniana contro Nestorio. E interessante che V., come facevano altri scrittori semipelagiani, mentre impugna s. Agostino nelle dottrine della predestinazione e della Grazia, invoca invece la sua autorità in materia trinitaria e cristologica. Si può osservare inoltre che in quest'opera non si citano testi soterologici agostiniani. Gli Excerpta sono un buon testimonio per precisare alcuni dati sul Quicumque; in essi appaiono per la prima volta vari articoli del celebre Simbolo, formulati da V. che non si trovano altrove, e che preannunziano l'elaborazione del Quicumque nella regione lirinese, presso a poco verso il 500 . Festa il 27 maggio.
Bim.: molto numeroso sono state le edd. del Commonitorio (PL 50); ultimamente: G. Rauschen, Vincentii Lerin. Commentioria, Bona 1906; A. Jülicher, Vincenz von Lerinus, Commmit., Tubinga 1923; J. Madoz, Excerpta Vincentii Lerin. (Estudios Ouienses, 1* serie, 1), Madrid 1940: cf. Theol. Revue, 1941, p. 108 sg.; Revue d'hist. occit., 38 (1942), pp. 412-14. Studi: H. Koch, Vincenz von Lerin und Gennadius (Texte und Untersuchungen, 31, II); J. Loris, Der Kanon des V. von Lerin, in Der Katholik, a (1913), pp. 245-55; J. Madoz, El concepto de la tradiciôn en s. V. de Lérins (Anal. Gregor., 5), Roma 1933; F. A. d'Alès, in Rech. de sc. relig., 26 (1936), pp. 334-36, e R. Draguet,
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In alto: LE SETTE VIRTU CARDINALI E TEOLOGALI E I SETTE VIZI CAPITALI, raffigurati simbolicamente nella parte superiore della miniatura di Niccolò da Bologna (1354), preposta al cod. di Giovanni Andrea, Novella super quinque libros Decretalium. Nella parte inferiore le Arti liberali - Biblioteca Ambrosiana B 42 inf. In Salto: I SETTE VIZI CAPITALI, di Girolamo Bosch ( 1450 ra. - 1516). Nei tondi sono raffigurati: la raccomandazione dell'anima, le tentazioni, i giudizi universale e particolare - Madrid, Prado.
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(lat. Elanvi)
A sinistra: ARCA DI BERNABÒ VISCONTI, di un maestro campionese, furso Bonino (fine del sec. xiv) - Milano, Castello Sforzesco. A destra: MONUMENTO FUNERRE DI GALEAZZO VISCONTI. L'edicola è di G. C. Romano, la Madonna col Bambino è di B. Briosco, l'urna fu eseguita su disegno di G. Alessi (fine sec. xv - inizio sec. xvi) - Pavia, chiesa della Certosa.
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in Eph. theol. Lovan., 13 (1936), pp. 435-50; J. Madoz, Un tratado desconocido de s. V. de L., in Gregorianum, 21 (1940), pp. 75-94; P. De Labriolle-G. Bardy, Hist. de la litt. lat. chrét., Parigi 1947, pp. 649-52; J. Madoz, Cultura humanistica de s. V. de L., in Mélanges Lebreton, Parigi 1951, I, pp. 461-71.
Giuseppe Madoz
## VINCENZO AL VOLTURNO, SAN, ABbazia
di. - Presso le sorgenti del fiume Volturno, in un vasto pianoro deserto, a 500 m . sul mare, circondato da monti, sono le rovine dell'abbazia benedettina di S. Vincenzo Martire, fondata nel 703 da tre nobili della corte beneventana.
Sorta 180 anni dopo Montecassino, divenne presto fiorente centro religioso e culturale e bonificò la zona selvaggia con laboriose popolazioni agricole. Ad oriente sono la grande chiesa abbaziale col palazzo ed edilizi diruti e, verso occidente, al di là del fiume e del ponte, gli abati fecero sorgere, a piè del monte, chiesine ed oratòri, di cui undici sono ricordati dal Chronicon Vulturnenae. Appena 15 anni dopo la fondazione, monaci e popolazione accorsero a ricostruire l'abbazia di Montecassino distrutta dal Longobardi di Zotone. Tra gli abati è ricordato Giosuè che consacrò, nell'808 la chiesa abbaziale, presente la corte carolingia. Dopo l'invasione saracena dell'854, segui la strage del 10 ott. 882 nella quale perirono, con l'abate Majone, 800 monaci. I superstiti si rifugiarono a Capua, ma dopo un trentennio l'abbazia ebbe un nuovo periodo di vita che il Chronicon ricorda con la chiesa consacrata da Pasquale II. Dal 703 al 1154 sono ricordati 36 abati e degli ultimi periodi, poco noti, restano avanzi considerevoli.
Nel 1885, a pochi metri dal ponte, tornò in luce una cripta-oratorio, interamente dipinta all'epoca dell'abate Epifanio (826-43). Nella vòtta centrale il Salvatore e la Vergine sono rappresentati entro due grandi cerchi stellati. Nelle sottostanti pareti e nell'abside arcangeli slati, l'Annunciazione, la nascita, il battesimo di Gesù; presso l'altare la Crocifissione, la Madonna, le Sante, le storie di s. Stefano e di s. Lorenzo, ecc. formano un importante ciclo pittorico d'età carolingia. Nel vasto recinto rettangolare di accesso, con ingresso antico, a pochi metri dal ponte, un atrium di carattere sacro per i frammenti delle decorazioni parietali, ma forse chiesa per gli avanzi di muretti addossati al fronte della cripta, tra la finestra antica che dà luce alla sottostante cripta dipinta e soprastante l'altare, del quale restano avanzi. Sopra la cripta dipinta, ricavata nello stesso masso tufaceo naturale, è una costruzione a tre absidi.

(fot. Gab. tot. naz.)
Vincenzo al Volturno, San. Abbazia di - Il Redentore tra cerchi
stollati. Particolare degli affreschi del sec. in nella cripta-oratorio
presso l'Abbazia di S. V. al V.

(fot. Ballus)
Vincenzo de Paul, santo - Ritratto. Particolare del quadro di Jean Restout (1732) - Parigi, Chiesa di S. Margherita.
dell'ist. stor. it., 1909, pp. 75-80 V. Federici, Chronicon Vulturnenae del monaco Giovanni, I-II, Roma 1925, III, ivi 1938; Cottineau, II, coll. 2918-19. Maria Barosso
VINCENZO DE PAUL (o DEPAUL, come egli si firmava; ital. de' Paoli), santo. - N. a Pony presso Dax in Guascogna il 24 apr. 1587, m. a Parigi il 27 sett. 1660.
Di modestissima famiglia di contadini, fu il terzo fra i sei figli di Giovanni (m. nel 1598) e di Bertranda de Moras (m. dopo il 16ro); studiò a Dax poi a Tolosa, ove nel 1604 divenne baccelliere in teologia. Ordinato prete il 23 sett. 1600 , passò a Parigi nel 1609 con la speranza di ottenere un beneficio. Nel 1610 divenne elemosiniere di Margherita di Valois, il 17 maggio 1610 ottenne l'abbazia di St-Léonard-de-Chaumes ed il 6 maggio 1612 la parrocchia di Clichy-la-Garenne. Conosceva frattanto Pietro de Bérulle (v.) e riceveva l'impronta della sua spiritualità. Non abbandonò nel frattempo gli studi e nel 1623 ottenne la licenza in diritto canonico.
Tenne la parrocchia di Clichy sino al 1626 e nel frattempo per mezzo anno nel 1617 quella di Châtillon-desDombes; fu prima precettore poi elemosiniere (1618) presso Filippo Emanuele de' Gondi generale delle galere. Nel dic. 1618 conobbe a Parigi s. Francesco di Sales e l'anno seguente s. Giovanna Francesca di Chantal sopraggiunta per la fondazione del monastero della Visitazione. Nel 1622 s. V. fu dallo stesso s. Francesco designato come superiore delle religione ch'egli continuò a governare sino al termine della vita. Qualche anno dopo s. V. fu anche in stretto contatto con il celebre abate di Saint-Cyran (v.), ch'egli tentò invano di trattenere e sottrarre all'influsso funesto delle dottrine che si manifestarono e propagarono sotto il nome di giansenismo. I contatti si estesero anche ad Antonio Arnauld ed a madre Maria Angelica, ma l'ortodossia di s. V. non rimase mai offuscata: egli professò sempre la maggiore devozione per la S. Sede, accettò senza alcuna riserva la condanna delle 5 celebri proposizioni e si preoccupò sempre di tener in guardia i suoi dalla faziosa attività dei nuovi eretici. Anche contro l'incipiente quietismo si schierò il Santo e prese pure larga parte contro quella mania del duello che fu causa di tanti lutti nella nobiltà francese. L'operosità spirituale nei diversi campi avvicinò il Santo oltre che alla parte migliore dell'alta classe parigina anche alla corte: prima a Luigi XIII ed al card. di Richelieu, poi soprattutto ad Anna d'Austria reggente dopo la morte del Re (m. nel maggio 1643). Nel 1644 egli fu chiamato a far parte di quel Consiglio di coscienza, che aveva fra le sue attribuzioni specialmente la trattazione degli affari ecclesiastici del Regno; ma al potente card. Mazzarino, ministro della Regina, dava ombra l'influsso spirituale di s. V., che non vi partecipò più dopo il 1654 e fu sempre dal Mazzarino guardato con diffidenza, anche perché egli fu sempre per la pace in occasione delle discordie della Fronda. Il campo d'attività di s. V. fu Parigi e si svolse su tre vie principali: la prima è quella dell'assistenza ai poveri. A questo scopo sino dal
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(fol. Alinari)
Vincenzo FERRERI, santo - Dipinto su tela di Tiziano - Roma, Galleria Borghese.
1617 aveva organizzata a Châtillon una Confraternita della Carità per provvedere ai poveri ammalati e bisognosi; una analoga ne fondò nel 1623 a Clichy ed altre se ne fondarono sull'esempio di queste nelle parrocchie della Francia. Ma a Parigi specialmente il Santo associò le Dame della Carità (v.) a quelle forme di beneficenza che le miserie molteplici in una grande città richiedecano. Non fu miseria alla quale non cercasse di venir incontro, a cominciare da quelle dei condannati alle galere, por giungere agli schiavi cristiani in Barbaria; dai mandicanti ai prigionieri, dagli infanti abbandonati alle donne paricolanti o perdute. Interessò le Dame alle miserie degli ammalati all'Hôtel-Dieu, in particolare par prepararli alla morte; ed in aiuto alle Dame chiamò le Figlie della Carità (v.) cui diede man mano una propria organizzazione. Nille pubbliche calamità provocate dalle guerre e dai tumulti venne incontro alle immani necessità delle provincie più desolate della Lorena ( 1638 ), de l'Ile-deFrance (1648), di Piccardia (1650).
Seconda preoccupazione del Santo fu quella della santificazione del popolo per mezzo di una predicazione umile e semplice e di frequenti missioni, e per questo si affrettò ad associarvi zelanti sacerdoti che riunì nella Congregazione della Missione (v.). Ebbe a tale scopo il Collège des Bons-Enfants (1625) con una congrua dotazione cui provvide madame de Gondi. Nel genn. 1632 i missionari ebbero anche il priorato di S. Lazzaro che era dei Canonici regolari e da esso ebbero in Francia il loro nome. Oltre che le missioni del popolo francese essi assunsero in seguito anche quelle degli infedeli particolarmente nel Madagascar. Con l'istituzione dei Missionari è strettamente collegata anche la terza preoccupazione del Santo: quella della riforma del clero, alla quale egli attese attraverso i ritiri ecclesiastici (1633), l'Associazione delle conferenze dei martedì, i seminari (1642).
Innegabilmente nello sviluppo di questa sua attività il Santo ebbe l'aiuto e il concorso di molti e non va dimenticata la Compagnia del S.mo Sacramento (v.), iniziata nel 1630 , della quale egli fece parte ancor prima del 1637; ma mentre questa finì nel 1666 per l'ostilità della corte, l'opera del Santo s'allargò sempre più, né valse la Rivoluzione ad impedirle di rivivere. Quando mori, il suo irradiamento aveva varcato la frontiere del
suo paese. La causa di beatificazione cominciò nel 1697 e terminò il 21 ag. 1729; nel 1737 Clemente XII lo canonizzò e il 12 maggio 1885 Leone XIII lo proclamò patrono delle opere di carità. Festa per la Chiesa universale è il 19 luglio.
Gli scritti. - S. V. non ha dato alle stampe che le Règles ou Constitutions communes de la Congrégation de la Mission (Parigi 1658). Tuttavia, nel 1748, si stimavano a 30.000 le lettere che egli aveva firmato. L'edizione Coste contiene nel suoi primi 8 voll. quelle che sono state conservate, cioè meno di 3000 , indirizzate a 400 corrispondenti diversi, di tutte le condizioni sociali, di un interesse di prim'ordine per la storia della vita religiosa nel sec. xviI. Degli Entretiens aux Filles de la Charité si conserva il testo di 120 conferenze ( $\pi$. IX e X dell'ed. Coste), modelli viventi di catechesi, che utilizzano con eguale efficacia la S. Scrittura e i fatti della vita corrente. L'edizione Coste nei suoi voll. XI e XII dà 224 testi o sunti di allocuzioni dirette ai sacerdoti della Missione; e di un insegnamento spirituale particolarmente diretto e vigoroso. La dottrina che s. V. insegna risale certamente a quella del de Bérulle e di s. Francesco di Sales, di cui egli leggeva assiduamente le opore, ma passata e vissuta attraverso la sua esperienza ed il suo ripensamento spirituale. Di fronte alle degenerazioni quietiste ed al rigorismo giansenista essa rappresenta la continuazione della migliore corrente ascetica francese.
Bibl.: L. Abelly, La vie du v'́n. serc. de Dieu, V. de P., Parigi 1664: P. Collet, Le vie de s. V. de P., Nance 1748: P. Coste, Le grand Saint du grand siècle, Monsieur V., 3 voll. Parig1 1922; T. Casini, S. V. de ${ }^{2}$ P., Firenze 1937. Studi: J. Dabasse, L'idéal missionnaire du prêtre d'aperé s. V. de P., Parigi s. d. [1947]; A. Dodin, S. V. de P., ivi 1949, v. bibl. pp. 32-34; id., La prière avec Monsieur V., $2^{2}$ ed., ivi 1951.
Pio Paschini-Andres Dodin
VINCENZO FERRERI (FERRER), santo. - Domenicano spagnolo, celebre per le sue peregrinazioni apostoliche e potere taumaturgico, nonché per la parte avuta nelle vicende religiose e politiche del suo tempo; n. a Valencia il 23 (?) genn. 1350, m. a Vannes in Bretagna il 5 apr. 1419.
Vesti l'abito religioso nel convento della sua città nel febbr. 1367. Appena ventenne insegnò logica a Lérida. L'anno 1378, mentre veniva consacrato sacerdote, scoppiò il grande scisma. Il Santo, spinto probabilmente dal card. aragenese Pietro de Luna, si mise con Clemente VII, il papa di Avignone, e gli guadagnò l'obbedienza di parte della Spagna. Dal 1383 al 1389 fu lettore di teologia nella cattedrale di Valen-la. Eletto ad Avignone il de Luna col nome di Benedetto XIII (1394), il Santo venne chiamato ad Avignone come suo confessore e consigliere. Ma dopo tre anni, disgustato dal contegno di Benedetto XIII, e sotto l'impulso d'una visione in seguito a grave infermità, ottenne di lasciare la Curia (nov. 1399), per darsi ad un apostolato più proficuo. Iniziò così in qualità di legato a latere Christi le sue peregrinazioni apostoliche attraverso l'Europa sud-occidentale. Per un ventennio folle spesso enormi venivano trascinate dal nuovo apostolo, che annunziava la prossima fine del mondo, cui del resto davano credito le calamità dell'epoca. Pubbliche penitenze e numerosi miracoli accompagnavano le sue prediche, insieme con abbondante mèsse di conversioni tra i giudei e i mori, nell, Spagna.
Non cessava intanto di adoperarsi per l'unità della Chiesa: nel 1408 tentò invano di far abboccare i due Pontefici avversari per una soluzione dello scisma; e nel 1415 tutto mise in pratica per convincere Benedetto XIII a rinunciare. Visti infranti tutti i tentativi, il Santo la ruppe definitivamente con lui e, con la predicazione, gli sottrasse l'obbedienza della Spagna, divenendo così uno dei principali restauratori dell'unità della Chiesa.
Nel 1412, col compromesso di Caspe, designando il successore del defunto re d'Aragona contribuì all'unità della Spagna. Cercò anche di far porre fine, o almeno d'ottenere una tregua alla guerra dei Cent'anni e appunto a Vannes chiuse la sua operosa e movimentata
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esistenza. Si ricordano dei suoi scritti i due trattati filosofici Incipiunt supposiciones e De unitate universali (Parigi 1909); Tractatus de vita spirituali sive de interiori homine (trad. spagnola nel 1520 , e franc. nel 1920: testo lat. e nota delle varie ed. lat. in H. D. Fages [v. bibl.]); De moderno schismate (Roma 1901; $2^{\mathrm{a}}$ ed., BolognaModena 1906); sermoni, ecc.
Callisto III il 3 giugno 1455 lo dichiarò beato e Pio II il 12 ott. 1458 pubblicò la bolla della canonizzazione. Festa il 5 apr. L'arte raffigura di solito s. Vincenzo F. con una fiamma sul capo e un libro aperto su cui si legge Tinutte Deum et date illi honorem. Talvolta ha le ali dell'Angelo dell'Apocalisse.
BibL.: H. D. Fages, Hist. de s. Vinc. Ferrer, Parigi 1894; $2^{2}$ ed.. Parigi-Lovenio 1901 (la più completa e critica); Procès de canonisation, ed. H. D. Fages, Parigi 1905; Gowvres de st. V. F., ed. H. D. Fages, 2 voll., ivi 1909; M.-M. Gorge, Les bases de l'étude hist., s. V. F., ivi 1923; id., St. V. F., ivi 1935; H. Gheon, S. V. F., Madrid 1945; V. Galduf, Vida de s. V. F., Valencia 1950; E. Sauras, La teologia del cuerpo mistico en los escritos de s. V. F., ivi 1950.
Abele Redigenda
VINCENZO MARIA STRAMBI, santo. - Passionista, vescovo di Macerata e Tolentino, n. a Civitavecchia il $1^{\circ}$ genn. 1745, m. a Roma il $1^{\circ}$ genn. 1824. Intrapresa la carriera ecclesiastica, studiò nel seminario di Montefiascone, a Roma nel Collegio Calasanzio, a Viterbo presso i domenicani di Gradi, e di nuovo a Roma nel convento domenicano di S. Sabina. Ordinato sacerdote nel 1767 a Bagnoregio, dov'era già rettore del seminario, l'anno seguente fu ricevuto tra i Passionisti dal santo Fondatore Paolo della Croce (v.).
Vi si distinse per elette virtù, per l'insegnamento teologico contrario alle correnti giansenistiche e gallicane del tempo, per le alte cariche occupate, per la predicazione di Missioni ed Esercizi spirituali, essendo riguardato come uno dei migliori oratori del suo tempo. I suoi autori preferiti erano s. Giovanni Crisostomo, s. Tommaso d'Aquino. s. Alfonso M. de' Liguori. Promosso da Pio VII nel 1801 vescovo di Macerata e Tolentino, prese a modello s. Carlo Borromeo; ravvivò nel clero l'impegno per la virtù, per lo studio e la cura pastorale; ampliò i due seminari e vi fece rifiorire gli studi e la disciplina; stimolò i religiosi alla perfezione; fondò asili per gli orfani e i vecchi; ebbe sollecita cura degli infermi e dei carcerati; soccorse i poveri con inesauribile generosità, giungendo fino a vendere la sua suppellettile, le vesti e gli stessi vasi sacri. Per sé la più rigida povertà e le asprezze della penitenza. Instancabile nella predicazione e nel ministero pastorale, dedicava più ore del giorno e della notte all'orazione, favorito da Dio anche di doni soprannaturali. Nel 1808, rifiutandosi con fermezza di prestare il giuramento di fedeltà imposto da Napoleone I e riprovato dal papa, fu tradotto a Novara e poi a Milano. Anche nell'esilio procurò di assistere con lettere le sue diocesi e di esercitare un proficuo apostolato. Tornato nel 1814, riprese con zelo le cure pastorali. Nel 1815 preservò Macerata dalle devastazioni delle truppe belligeranti di Gioacchino Murat e degli austriaci. Aggravato dagli anni e dalle fatiche, cercò più volte di essere esonerato dal governo delle due diocesi e finalmente l'ottenne, nell'ottobre del 1823, da Leone XII, che lo volle a Roma come suo consigliere nel palazzo apostolico del Quirinale. Ma alla fine di dic., per conservare la vita del papa gravemente ammalato, offrì a Dio la sua vita e fu esaudito morendo pochi giorni dopo.
Come direttore spirituale, V. guidò alla perfezione molte anime, fra cui la b. Anna M. Taigi, la ven. M. Luisa Maurizi, Carlo Emanuele IV di Sardegna e la consorte ven. M. Adelaide Clotilde.
Come scrittore, fu il primo apprezzato biografo di s. Paolo della Croce, del quale promosse pure la causa di beatificazione in qualità di postulatore; diede alla luce l'opera in 3 voll. Dei tesori che abbiamo in Gesù Cristo (1805) e varie operette spirituali, scritte specialmente durante il suo esilio; è pure autore, insieme con mons. G.
Bonanni, del libretto assai diffuso: Il mese di luglio consacrato al Preziosissimo Sangue di G. C.
Fu beatificato da Pio XI nel 1925 e canonizzato da Pio XII nel 1950; il suo corpo è nella basilica dei SS. Giovanni e Paolo in Roma. Festa il $1^{\circ}$ gennaio.
Bibl.: Stanislao dell' Addolorata, Vita di S. V. M. S., Roma 1949; P. Joachim, St Vincent M. S., Mérignac 1950; Gioacchino della S. Paniglia, S. V. M. S., ivi 1950; Gaetano dell' Addolorata, L' outore di un famoso libro, in Il Crocifisso, settembre 1950, p. 23 sg.
Giacinto del S.mo

(per cortesia dei Padri Passioniati)
Vincenzo Maria Strangi, santo. Ritratto, Anonimo dell'Ottocento. Roma, Ritiro dei SS. Giovanni e Paolo.
VINCENZO, ORONZO e VITTORIO, santi, martiri. - Il Martirologio romano li ricorda il 22 genn., come vittime della persecuzione di Diocleziano a Embrun in Francia; altre fonti li assegnano a Gerona, nella Spagna.
Si è creduto di conciliare la divergenza facendoli martiri di Gerona, mentre poi le reliquie sarebbero state trasferite a Embrun. I loro Atti sono " apocrifi e favolosi"; e forse Vincenzo sarebbe da identificare con il noto diacono di Saragozza, martirizzato nel 304. O., vescovo, martire e patrono di Lecce, sarebbe distinto da quello ricordato in questo gruppo di martiri.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, pp. 2-6; E. Flórez, España Sagrada, XLIII, Madrid 1886, pp. 493-506; Lussoni, p. 310 sg.; Martyr. Romanum, p. 31.
VINDICATIO. - Termine suggerito da un testo di s. Ottato di Milevi (De schismate Donatistarum, I, 16: PL. 11, 917), con cui si volle denotare una specie di riconoscimento ufficiale del martirio, secondo l'interpretazione data da G. B. De Rossi alla sigla SP nell'iscrizione del papa Fabiano, nella quale la sigla stessa risulta aggiunta sulla lastra in un secondo tempo.
Ma dopo la scoperta dell'epitafio del papa Ponziano, in cui pure si verificò come aggiunta posteriore la stessa sigla, si pensò doversi riconoscere in essa niente altro che l'uso invalso dal 258 in poi di scrivere sui sepolcri dei testimoni della fede il titolo onorifico di martyr, come si riscontra per intero nell'iscrizione del martire Giacinto, del quale però non si conosce l'anno del martirio. Certo l'uso di apporre tale titolo onorifico è posteriore alla translaxione delle reliquie del papa Cornelio, morto in esilio nel 253, poiché anche sulla sua lastra il titolo martyr fu aggiunto per intero dopo la sua deposizione nel cimitero di Callisto. I testi che si conoscono circa una tale v. si riferiscono tutti alla Chiesa africana, dove i vescovi dovettero spesso vigilare per reprimere gli abusi dei donatisti.
Bibl.: H. Delchaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1933, p. 69; id., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l'antiquité, ivi 1927, pp. 162-89.
Enrico Josi
VINDICTA SALVATORIS: v. filato, apocrifo di.
VINEAM DOMINI. - E la bolla emanata da Clemente XI il 15 luglio 1705 a conferma delle costituzioni di Innocenzo X e di Alessandro VII relative alle polemiche sulla condanna dell'Augustinus di Giansenio, nella quale si respinge come
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insufficiente il cavillo giansenistico del «rispettoso silenzio».
Nel 1702 ebbe larga diffusione un ospuscolo dal titolo Un caso di coscienza. Vi si proponeva tra le altre una questione : un ecclesiastico che non accetta le cinque proposizioni condannate da Innocenzo X, ma quanto al "fatto" se siano contenute nel libro di Giansenio mantiene un ossequioso silenzio, può essere assolto? La Sorbona, a cui la domanda era proposta, rispose con quaranta dottori affermativamente, ma Fénelon disapprovò la risposta e lo stesso Clemente XI condannò l'ossequioso silenzio. Quasi tutti i dottori della Sorbona ritirarono l'approvazione, ma se ne fece eco vasta in Francia. Per ristabilire l'ordine Clemente XI emise la bolla V. D. Dichiarava il Papa che "per togliere di mezzo per l'avvenire ogni e qualunque pretesto all'errore... il rispettoso silenzio non soddisfaceva all'obbedienza dovuta alle antecedenti costituzioni papali, ma dovevano tutti i fedeli con la bocca e con il cuore ripudiare come eretico il senso del libro di Giansenio, il quale era in quelle cinque proposizioni condannate e veniva espresso dallo stesso tenore letterario ". I giansenisti infatti avevano contraffatto le decisioni di Clemente XI e di Innocenzo XII in loro favore interpretando la pace clementina come una limitazione dei precedenti decreti pontifici. Le cinque proposizioni estratte dall'Augustinus di Giansenio sarebbero state condannate nel senso naturale e letterale, ma tal senso sarebbe stato diverso da quello che hanno le cinque proposizioni nel libro di Giansenio. Perciò, affermavano, l'obbedienza alle decisioni pontificie non esigeva che si respingessero interiormente le cinque proposizioni come eretiche, ma che era sufficiente un rispettoso silenzio. Si giungeva anche ad asserire che fosse lecito firmare il formulario di condanna senza essere intimamente convinti che il libro di Giansenio contenesse una dottrina eretica. Clemente XI nella bolla dichiarava espressamente che le cinque proposizioni riproducevano il contenuto essenziale dell'Augustinus, che i Papi antecedenti le avevano condannate nel senso di Giansenio e che questo senso e il senso di tutto il libro era eretico. Sembrava ormai definita la polemica esegetica e la sua interpretazione, ma i giansenisti obbiettarono che tale definizione non era emessa come proposizione di fede e altre capziose distinzioni circa il rispettoso silenzio, ritenendosi liberi in coscienza. Ne nacquero nuove difficoltà aggravate dai gallicani circa la sua accettazione, ma infine fu accolta dalla chiesa francese. Solo il vescovo di St-Pons, Percin de Montgaillard, resistette, polemizzando con Fénelon, obbligando prima la Congregazione dell'Indice, poi il Papa stesso ad intervenire. Anche PortRoyal si oppose con le superstiti monache, e fu questa opposizione a motivare la distruzione avvenuta per ordine di Luigi XIV il 22 genn. 1710.
Bibl.: Bull., XXI, 233; Pastor, XV, 134 sgg.; J. Sahuc, Un ami de Port Royal, Pierre Jean François de Percin de Montgaillard, évêque de St-Pons, Parigi 1909. Benvenuto Matteucci
VINET, Alexandre. - Apologista e scrittore protestante liberale, n. a Ouchy (Losanna) il 17 giugno 1797, m. a Losanna il 10 maggio 1847.
Ricevette un