volume-12

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34 sgg.; J. Sahuc, Un ami de Port Royal, Pierre Jean François de Percin de Montgaillard, évêque de St-Pons, Parigi 1909. Benvenuto Matteucci

VINET, Alexandre. - Apologista e scrittore protestante liberale, n. a Ouchy (Losanna) il 17 giugno 1797, m. a Losanna il 10 maggio 1847.

Ricevette un insegnamento teologico un po' superficiale all'Académie di Losanna, e insegnò quindi per alcuni anni lingua e letteratura francese a Basilea, accettando poi anche incarichi pastorali. Influenzato dal De Wette, filologo e teologo, vicino a Schleiermacher, poi dalle correnti del Déveil protestante, e dalle opere di Thomas Erskine, si allontanò progressivamente dall'ortodossia delle formule e del culto della Chiesa nazionale di cui era membro, rigettando infine anche la Confessione di fede Elvetica, e fondando una "Chiesa libera" a Losanna, l'anno stesso della sua morte. Ebbe largo seguito specie fra i protestanti di lingua francese, come ispiratore di una "teologia dell'esperienza o della coscienza" (Gétas), e come fautore della separazione fra Stato e Chiesa.

BibL.: oltre alle opere del V., ripubbl. dalla Société d'édition V., Losanna, in a serie (in corso di pubbl.), cf. E. Bambert, A. V., hist. de sa vie et de ses ouvrages, $5^{e}$ ed., Losanna 1930; M. Gétas, Les variations de la doctr. christolog. chez les théol.
protest. de la Suisse Romande, in Studia Friburg., Friburgo 1940; Ph. Bridel, La pensée de V., Losanna 1944; per i rapporti con la cultura francese, E. Seillère, A. V., histortin de la pensée française, Parigi 1923.

Ettore Passerin
VINFRIDO: v. BONIFACIO, santo, martire.
VINH, vicariato apostolico di. - E situato nella regione sud-orientale dell'Annam (Vietnam), che si affaccia sul golfo del Tonkino.

Fu eretto il 27 marzo 1846, col nome di Tonchino Meridionale, per distacco da quello di Tonchino Occidentale, e affidato alla Società delle Missioni Estere di Parigi. L'attuale denominazione di V. data dal 3 dic. 1924. La missione si trova dal 1947 quasi completamente sotto il controllo del Vietminh. Le comunicazioni col resto del paese sono molto difficili, tranne che col confinante vicariato di Thanh-Hoa, che si trova anch'esso sotto il controllo del Vietminh.

Il vicariato ap. di V., formato dalle province di Nghe-An e Ha-Tinh e dalla parte nord della provincia di Quang-Binh, conta 167.469 fedeli su 1.800 .000 ab . Va rilevata nella presente situazione la fedeltà indefettibile dei cristiani verso la Chiesa, anche a costo di gravi sacrifici. La storia dell'evangelizzazione di questo vicariato si fonde con quella di tutte le missioni del Tonchino, le cui origini sono strettamente legate al nome del p. Alessandro Rhodes (v.). I sacerdoti nazionali sono 180 e 26 esteri : questi ultimi sono stati tutti confinati dal Vietminh; si contano inoltre 2 fratelli nazionali, 165 suore nazionali, 16 stazioni primarie e 430 secondarie; 160 chiese e 386 cappelle. Benché per ordine del governo del Vietminh la città di V. sia stata quasi completamente rasa al suolo, la cattedrale, il vescovado, la procura, i conventi sono stati finore risparmiati. Il 24 giugno 1951 il vicariato apost. di V. è stato trasferito dalla Società delle Missioni Estere di Parigi al clero secolare vietnamita.

Bibl.: AAS, 17 (1925), pp. 25-26; 43 (1951), p. 865; H. Champoulin, Rome et les missions d'Indochine au XVI/rs siècle, I. Parigi 1943, passim; MC, 1950, p. 286; Arch. di Prop. Fide, Relaz. con somn., pos. prot. n. 2042/51. 7. Edoardo Pecoraio

VINH-LONG, vicariato apostolico di. - Si trova nel centro della Cocincina (Vietnam) ed è affidato al clero secolare vietnamese.

Esso fu eretto l'8 gennaio 1938, per smembramento del vicariato apost. di Saigon, e consta delle province civili di Tra-Vinh, V.-L., Bentré e di parte della provincia di Kanto, la cui superficie complessiva è di 5.000 kmq., con una popolazione di 950.000 ab . Vi sono 46.469 cattolici e 1.807 catecumeni; 63 sacerdoti nazionali e uno estero; 35 fratelli; 20 seminaristi maggiori e 120 minori; 319 suore. La missione è articolata in 7 vicarie foranee; 6 quasi-parrocchie; 31 stazioni primarie e 108 secondarie. Vi sono 435 edificio sacri; 3 ospedali; 3 farmacie; 4 orfanotrof, un ospizio per vecchi; 90 scuole elementari con un totale di 9301 alunni; 3 scuole normali. L'Azione Cattolica è organizzata in 25 centri parrocchiali.

Bibl.: Arch. della S. Congr. di Propag. Fide, Relaz. quinquenn., pos. prot. nn. 58/36, 295/38, 1018/38; Relaz. ann. 1949-50, pos. prot. n. 1890/50; Relaz. Ann., 1950-51, pos. prot. n. 3452/52; MC, 1950, pp. 286-87; AAS, 30 (1938),pp. 279-80.

Edoardo Pecoraio
VINTIMILLE DU LUC, Charles. - Arcivescovo di Parigi, n. il 15 nov. 1655 a Luc (Fréjus), m. a Parigi il 13 marzo 1746.

Vescovo di Marsiglia dal 21 genn. 1692, poi arcivescovo di Aix ( 14 maggio 1708), dove si segnalò per il suo spirito di sacrificio durante una pestilenza, successe al card. de Noailles nella sede parigina ( 17 ag. 1729). Zelante e di tendenza moderata, fin dalla prima pastorale esortò tutti a sottomettersi alla bolla Unigenitus, e disapprovò gli appellanti. Condannò le Nouvelles ecclésiastiques, rivista giansenista per cui suscitò contro di sé l'opposizione del parlamento parigino. Contro le manifestazioni dei convulsionari sulla tomba del diacono Paris (v) riuscì ad ottenere la chiusura del cimitero di S. Medardo (1732) e dichiarò illusori i presunti miracoli (v. CONVULSIONARI DI S. MEDARDO).

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Bibl.: Pastor, XV (v. indice); A. Grasier, Hist. doctrin. du mouvement jansén., II, Parigi 1924, pp. 5-9; U. F. Thomas, La querelle de l'Unigenitus, ivi 1950 (v. indice).

Piero Sennazzaro
VIOLAZIONE DI LUOGO SACRO. - La v. di chiese, cimiteri e, in genere, di qualunque altra cosa che sia stata ordinata al culto divino, è determinata da atti o fatti per i quali vengono a realizzarsi gli estremi della figura del sacrilegio (v.), vizio di irreligiosità, con il quale si pecca indirettamente contro Dio offendendo quelle cose che sono destinate al suo culto. E poichè possono essere oggetto di consacrazione persone, luoghi e cose, si suole distinguere tra sacrilegio personale, locale e reale.

Gli atti che possono essere causa di v. di chiese, di cimiteri, ecc. sono il delitto di omicidio (ed egualmente devosi ritenere il suicidio), un grande spargimento di sangue umano, volontariamente ed ingiuriosamente provocato; la sepoltura di un infedele o di una persona scomunicata dopo la sentenza dichiarativa o di sondanna; ed infine altri empi ed irriverenti usi (can. 1172). E espressamente richiesto che tali fatti siano certi e notori e che siano stati commessi in tali luoghi. La predetta elencazione ha carattere tassativo e non può perciò essere soggetta a interpretazione estensiva. La stessa regola vale per l'elemento locale: cosicché, in caso di v. di chiesa, la stessa non può essere estesa al contiguo cimitero e viceversa. Ciò in base al CIC e in contrasto con la precedente legislazione ecclesiastica.

A causa della v., il luogo sacro, quantunque non perda l'originaria consacrazione, rimane tuttavia contaminato. Perciò varie sono le conseguenze. Immediato effetto della v. è che in luoghi così profanati non possono essere celebrate divine cerimonie. Anzi è prescritto che se la v. accada durante le sacre funzioni, queste siano subito interrotte. A riparare le estreme conseguenze della v. soccorre l'istituto della riconciliazione (v. cHigza, B, II, iv). Altri atti, pur non costituendo v. in senso stretto, sono ritenuti offensivi della natura dei luoghi sacri e pertanto in essi vietati. Fra tali atti profani devono essere annoverati i giudizi civili, le negoziazioni, gli spettacoli teatrali, ecc. Per espresso richiamo, la stessa disciplina dettata con riguardo alle chiese, si applica anche ai cimiteri (can. 1207).

A coloro che perpetrano i suddetti delitti, il CIC commina la pena dell'interdetto; e inoltre concede la facoltà all'Ordinario di applicare altre opportune pene. I violatori di sepolcri, oltre che con l'interdetto, sono colpiti ipso facto d'infamia e se chierici sono deposti.

Nel diritto penale italiano, la v. di chiese, sepolcri e cimiteri consacrati è considerata quale attività criminosa diretta contro il sentimento religioso. All'art. 404 il Cod. pen. contempla le offese alla religione mediante vilipendio alle cose. Tali cose, alla v. delle quali si riferisce la sanzione della legge, sono richiamate con una espressione indeterminata: "cose che formano oggetto di culto, siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto». L'oggetto in cui si concreta il significato di queste ultime espressioni comprende fra l'altro le chiese, i sepolcri, i cimiteri consacrati. Ma tale requisito, del quale fa menzione la legge, non deve essere inteso come "consacrazione" in senso stretto. E pertanto sono da considerare tali anche quei luoghi divenuti sacri mediante la sola benedizione costitutiva (cf. can. 1497 § 2). La legge pone inoltre come condizione di punibilità del fatto che il vilipendio sia avvenuto in luogo pubblico o aperto al pubblico oppure in luogo destinato al culto. Ma, per ciò, è sufficiente anche una pubblicità semplicemente presunta: cosicché il fatto è punibile anche se, nel caso concreto, l'offesa sia stata commessa di nascosto. Di conseguenza, nel vilipendio di chiese, cimiteri, ecc. la pubblicità non è che un aspetto del reato stesso. Sotto questo profilo alle chiese, ai templi, ecc. sono pienamente equiparati gli oratóri semi-pubblici e le cappelle domestiche. Tuttavia, per una esatta applicazione della legge, è opportuno far ricorso al dettato del CIC, per il quale sono luoghi sacri quelli destinati al
culto divino o alla sepoltura dei fedeli mediante consacrazione o benedizione liturgica (can. 1154).

Nel concetto di vilipendio rientrano in genere tutti quei fatti per i quali si ritiene che il luogo sacro non sia stato convenientemente rispettato. Tali fatti possono concitistere sia in atti materiali contro la cosa, sia anche in atti immateriali come parole, discorsi, ingiurie, diffamazioni, disegni, ecc. E necessario, infine, che l'attività ingiuriosa sia svolta con dolo specifico, cioè con volontà e coscienza di vilipendere e disprezzare la religione. E chiaro che se le cose viltpese sono anche danneggiate o distrutte, si ha concorso di reato (artt. 404 e 635, n. 3 Cod. pen.). Il Codice italiano, inoltre, punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chiunque violi una tomba, un sepolcro o un'urna. Oggetto della v. è qualunque costruzione fatta in luogo di sepoltura per la deposizione di spoglie umane. Perché possa aversi il reato, è necessario che il sepolcro raccolga realmente resti umani. Per tale reato non si richiede il dolo specifico: il movente del delitto può consistere nel vilipendio stesso o nel furto, danneggiamento, ecc. In questi ultimi casi la stessa azione dà luogo a diversi eventi giuridici, realizzandosi cosi un concorso di reati.

Bibl.: G. Stocchiero, Dir. penale della Chiesa e dello Stato it., Vicenza 1932, passim; I. Chelodi - P. Ciprotti, Ius Can. de delictis et punuit, Vicenza-Torino 1943, n. 67; G. Maggiore, Dir. Pen., II, 1, Bologna 1950, pp. 342-43; V. Manzoni, Dir. pen. ital., VI, Torino 1950, p. 1 sgg. Francesco Ercolani

VIOLENZA. - Per v., forza o coazione si intende nel linguaggio teologico-canonistico una mozione che proviene da un principio esterno, mentre il paziente vi si oppone o resiste. Perché si abbia un atto di v. si richiedono quindi due elementi: 1) una mozione da un principio esterno (dall'interno non si può recare vera v.): il timore (che alle volte è detto v. morale, prendendo l'effetto per la causa) si distingue quindi dalla v.; 2) resistenza o opposizione da parte del paziente.

Si dà v. assoluta, se il paziente resiste in tutte le maniere, relativa, se il paziente resiste, ma non quanto può e deve. Quest'ultima è detta anche v. morale ed è causa del timore (v.). La resistenza che si oppone alla v., può essere interna, se consiste nel dissenso della volontà, o esterna, se si tenta di respingere la mozione della v. con la persuasione, con preghiere, con minacce, con il gridare o con il difendersi : o può essere insieme interna ed esterna.

1. Esercizio della v. - La volontà non può patire v. per quanto riguarda i suoi atti eliciti, derivanti immediatamente dalla volontà stessa, come il consentire, l'amare, ecc. Invece può subire v. per quanto riguarda gli atti imperati, da emettersi cioè per mezzo di altra potenza o esterna od interna (v. volonTà).
II. Influsso della v. sul volontario, sul libero e la sloralitá. - 1. Se il paziente internamente ed esternamente, come può e deve, resiste, l'atto determinato dalla v. sarà del tutto involontario, in nessun modo imputabile né a merito né a demerito. La stessa resistenza interna ed esterna, volontaria e libera, è buona o cattiva, secondo che la v. spinge a raggiungere il male od il bene.
2. Nel caso in cui il paziente resiste esternamente, con tutta la resistenza di cui è capace, ma internamente acconsente o ha affetto all'atto cui la v. lo spinge, per giudicare, si deve esaminare l'imputabilità sia del consenso interno, sia delle stesso atto compiuto, sia della resistenza esterna. Certamente il consenso interno è da imputarsi, ma questa imputabilità diminuisce secondo il grado di libertà e volontarietà del consenso stesso; e cosi, p. es., quanto maggiore è stata la v. arrecata, o quanto più prepotente è stato il piacere naturalmente incluso nello stesso atto di v. ed allettante la volontà, tanto minore sarà l'imputabilità del consenso, sia che ai tratti del bene o del male. L'atto stesso esterno della v., considerato astrattamente dallo stesso consenso interno, da cui del

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resto deriva, non è volontario, né imputabile. La resistenza esterna, che si ha per altro motivo, diverso dal consenso interno (p. es. evitare l'infamia) considerata separatamente, ha la sua imputabilita, che è anche da considerarsi relativamente al grado di imputabilità del consenso interno.
3. Se il paziente soltanto internamente dissente, ed esternamente né acconsente, né resiste, ma rimane passivo, l'atto esterno è indirettamente volontario ed anche peccaminoso, tutte le volte che vi è l'obbligo di resistere esternamente. Simili casi debbono risolversi secondo i principi del volontario indiretto e della cooperazione materiale al peccato del prossimo. Qui è sufficiente notare che : a) quando, resistendo esternamente, il soggetto può senza incomodo sproporzionato, respingere la v. ed impedire il male, è tenuto a resistere; b) anche quando la resistenza per allontanare il peccato esterno appare inutile, può essere obbligatoria per altro motivo, come p. es. quale protesta necessaria per impedire lo scandalo, od anche per evitare il pericolo del consenso interno, p. es. in materia di castità.
4. Nel caso in cui il paziente internamente dissente e un po' resiste esternamente, ma non quanto può e deve moralmente, l'atto esterno è indirettamente volontario ed imputabile, in quanto si ha l'obbligo di resistere efficacemente.
III. La v. nel diritto canonico. - Il Codice di diritto canonico riguardo alla v. ed al suo influsso sancisce: «Gli atti che la persona fisica o morale pone, per forza esterna, a cui non si possa resistere, si reputano non fatti (can. 103 § 1). La v. fisica che toglie ogni facoltà di agire, esclude del tutto il delitto (can. 2205 § i). Per quanto poi riguarda l'influsso nell'atto giuridico, il Codice in genere attribuisce alla v. lo stesso effetto del timore grave : così riguardo al matrimonio (can. 1087 § 1), cosi riguardo all'ammissione al noviziato od alla professione (can. 542 , n. $1^{\circ} ; 572$ § 1), riguardo all'assistenza dell'Ordinario e del parroco al matrimonio (can. 1095 § 1), riguardo alla remissione della pena (can. 2238).
IV. La v. nel diritto civile e penale italiano. - Il diritto considera solo la v. come causa di timore, cioè la v. morale; la dottrina invece distingue tra v. assoluta che toglie ogni volontà al soggetto, influendo direttamente sulla manifestazione (come costringere un individuo a fare un cenno oggettivamente di assenso con il capo) e che rende radicalmente nullo il negozio per mancanza assoluta della volontà, e la "vis" morale (vis compulsiva) che sotto l'influsso di una minaccia fa sì che il processo formativo di volontà del minacciato si svolga nel senso voluto dal minacciante e che rende l'atto annullabile (non nullo), per la ragione che l'atto compiuto è pur sempre espressione della volontà di colui dal quale procede ("quantvis si liber essem, noluissem, tamen coactus volui»). Questa specie di v. è dal diritto canonico considerata assieme al timore (v.) di cui è causa.

Nel diritto penale italiano, più che come circostanza attenuante (art. 62 Cod. pen. ital.) o escludente il delitto, la v. o minaccia viene considerata come configurazione di delitto a sé stante nelle sue varie fattispecie: come semplice minaccia (art. 612), come intimidazione diretta in genere a costringere altri a fare, tollerare o omettere qualche cosa (art. 6ro), come intimidazione diretta a costringere altri a commettere un reato (art. 611), come intimidazione a pubblico ufficiale (artt. 336, 339), o ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o a rappresentanze di essi (artt. 338, 339), come mezzo di farsi giustizia da sé (artt. 392-93). Molte di queste configurazioni di delitto rientrano direttamente o indirettamente nei delitti contro la libertà individuale e l'individuo che la subisce è costretto ad agire sotto l'influsso del timore. A delitto contro la libertà individuale può riportarsi anche lo speciale tipo di v., che va sotto il nome di v. carnale, giacché la libertà sessuale è una parte della più generica libertà individuale (artt. 319, 339-44; Cod. civ. ital., art. 269; v. STUPRO). Per l'esercizio della v. nello sciopero, v. sciopero.

Bibl.: cf. i testi di teol. morale, di dir. can. e i conun. al Cod. civ., e pen. ital. E inoltre : U. Bocca, Contributo allo studio della v. nei negosi giuridici, Torino 1904; A. Breton, La notion
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(olo V.-L.-D. Diction. ratione du
fintibit. frangine du Xle au XVle
nivile. I, Parigi 1861
Viollet-le-Duc. Eugène-Emmanuel. Rirtatto.

Milano 1937; G. Dossetti, La v. nel matrim. in dir. can., ivi 1943; A. Bride, Violence, in DThC. XV. it. coll. 3086-93: O. Lottin, Principi di morale, I. Livorno 1947, pp. 99-100. Pietro Palazzoni

VIOLLET-LE-DUC, Eugène-Emmanuel. - Architetto e scrittore francese, n. a Parigi il 21 genn. 1814, figlio dello scrittore Emmanuel-Nicolas, m. a Losanna il 17 sett. 1879.

Nel 1863 ottenne la cattedra di Estetica e Storia dell'arte all'Ecole des Beaux-Arts di Parigi, da cui dovette dimettersi per le polemiche che suscitò il suo insegnamento; nel 1874 fu eletto deputato radicale del quartiere di Montmartre. Il V. è soprattutto noto come geniale restauratore delle chiese e dei monumenti medievali francesi. Nei lavori di restauro egli segui il canone di rifare le parti mancanti o pericolanti tali e quali erano uscite dalle mani degli artefici medievali. Tale canone è ora abbandonato, però al V. va il merito di aver salvato da certa rovina i più insigni monumenti romanici e gotici della Francia e di aver suscitato per essi un intenso interesse. I suoi studi e i suoi restauri hanno dato anche un notevole contributo alla diffusione del gusto per il neoromanico e il neogotico, cui si deve purtroppo la costruzione di tante chiese romaniche e gotiche perfino in territorio missionario. Tra i monumenti restaurati vanno ricordati tra altri la Ste-Chapelle di Parigi; la chiesa di Vézelay, di Notre-Dame di Parigi, le Cattedrali di Amiens, Laon, Reims, Losanna, il Palazzo municipale di Narbonne, ecc. Come scrittore, sempre chiaro e conciso, deve la sua notorietà al Dictionnaire raisonné de l'architecture frangaise du XIè au XVIè siècle (ro voll., Parigi 1854-68) ornato di numerosissimi suoi disegni, opera tuttora fondamentale. Da ricordare anche : Dictionnaire raisonné du mobilier frangais de l'époque Carlovingienne à la Renaissance ( 6 voll., ivi 1872-75); Entretiens sur l'architecture (2 voll., ivi 1838-72); la Cité de Carcassonne (ivi 1856). I suoi disegni, pubblicati nel 1884 ( 100 tavv.) e nel 1896 ( 2 voll.), sono conservati nel museo del Trocadéro.

Bibl.: V.-H.-A. St-Paul, V.-l.-D.: ses travaux d'art et son système archéologique, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1881; C. Brisavelli, E.V.-l.-D. e il rifiorimento degli studi medievali nel sec. XIX, Roma 1915; anon., s.v. in Thieme-Becker, XXXIV (1940), pp. 397-98. A. Pietro Frutaz

VIPONE. - Nativo forse della Borgogna (non documentati gli anni di nascita e di morte), prete e cappellano sulico sotto gli imperatori Corrado II e Enrico III, fu tra i cronisti più notevoli del medioevo tedesco.

Compose tutte le sue opere in latino: primeggiano tra esse le Gesta Chuanvadi imperatoris, che rappresentano in Germania la prima biografia, dopo quella di Ludovico il Pio, a carattere laico, e che risaltano per vivacità e calore, se non per senso storico, nonché per un linguaggio fresco e scorrevole. Scrisse anche i Proverbia dedicati ad Enrico III, e opere in versi, quale la Lamentazione in morte di Corrado II e il Tetralogus, che è invece un canto augurale, ricco di interessanti ammonimenti, per l'ascesa al trono di Enrico III, a cui fu consegnato nel Natale del 1041. Nel 1046 viene ricordato per l'ultima volta.

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Bibl.: opere a cura di G. H. Pertz nei MGH, Scriptores, II; nuova ediz. a cura di H. Bresslau, in Script. revum German. in usum scholarum, LXI, $3^{\circ}$ ed., Lipsia 1912; Manitius, II, pp. 318-28.

Sergio Lupi
VIRET, Pierre. - Il «riformatore» della Svizzera romanza, n. a Orbe (Vaud) il 4 maggio 1511, m. a Orthez il 4 apr. 1571.

Nel 1527 era a Parigi come studente; aderi al luteranesimo e fu costretto a fuggire da Parigi ritornando a Orbe; i bernesi, signori del paese, accolsero Guglielmo Farel, il quale incaricò V. di predicare nella sua città natale; tenne il primo sermone il 6 maggio 1531, non ancora ventenne. Attacco violentemente i cattolici a Orbe, poi a Grandson e a Payerne, infine a Ginevra, prima con Farel, poi con Calvino; in seguito svolse attività religiosa a Losanna per 23 anni e partecipò alla creazione dell'Accademia protestante della città. Privato del suo ufficio da Berna, in seguito al conflitto relativo alla scomunica, si trasferi nel 1559 a Ginevra, ma, per ragioni di salute, dovette emigrare verso il mezzogiorno della Francia : esercitò notevole influsso nella regione di Nîmes e di Tarascona, dove attrasse al calvinismo numerosi cattolici: laici, preti e religiosi. Lo si trova a Lione nel 1562, ad Orange nel 1565, infine a Orthez, nel Bearn, presso Giovanna d'Albret. Il 5 maggio 1875 gli fu innalzato un monumento a Orbe.

Numerose sono le sue opere conservate nelle Biblioteche di Berna, Losanna, Neuchâtel e Ginevra. La principale è: Instruction chrétienne en la doctrine de la Loi et de l'Evangile (Ginevra 1564), in forma di dialogo.

Bibl.: A. L. Herminjard, Correspond. des réformateurs de langue frangaine, $2^{\circ}$ ed., Ginevra 1878; J. Barnaud, Vie de P. V., Losanna 1911; H. Vuillemior, Vie de P. V., ivi 1911; A. Piaget, Les actes de la clitente de Lausanne, Neuchâtel 1928. Leone Cristiani

VIRGA RUbeA, Maestri ostiari di: v. MaESTRI OSTIARI DI VIRGA RUbeA.

VIRGILIO. - P. Virgilius Maro (antica forma: Vergilius, cf. F. Ritschl, Opuscula philologica, II, p. 779 sg.) è il massimo poeta dell'età augustea, n. ad Andes (Mantova), oggi Pietole Virgilio (A. Dal Zotto, Vicus Andicus, Mantova 1930), il 15 ott. del 70 a. C., m. a Brindisi il 21 sett. del 19 d. C. La tradizione continuata nei secoli da leggende e ricordi di poeti ed umanisti (Stazio, Silv., IV, v. 54; Silio Italico in Plinio, Ep., III, 7; Petrarca nell'Itinerarium Syriacum; Boccaccio nelle Genealogiae, ecc.), anche se soggetta a dubbi, pone a Napoli il suo sepolcro sulla via Puteolana intra lapidem secundum (Donato, Vita Verg., 36). La vita, secondo le notizie comuni agli antichi biografi (E. Diehl, Die vitae vergilianae und ihre antiken Quellen, Bonn 1911), si svolse consona al tranquillo carattere del poeta. Eccettuati naturalmente quei presagi che idealmente ne anticiparono la nascita; indizio di precoce stupefazione popolare sorta come riflesso della sua opera (il padre bracciante ed esperto apicultore, la madre "Magia" che lo dà alla luce senza dolore e dopo uno strano sogno, ecc.).

La formazione letteraria di V. si ricollega al problema dell'autenticità o meno dei componimenti raccolti nell'Appendix Vergiliana. Questa contiene tra l'altro sotto il nome di catalepton, vale a dire " versi spiccioli ", 14 carmi di diversa composizione metrica. Alcune di queste poesie denotano ancora una maniera catulliana e in specie il carme V: Ite hinc, inanes, ite, rhetorum ampullae sembra voglia accennare al passaggio del poeta a Napoli e al suo incontro con Sirone e Filodemo, i maggiori rappresentanti della scuola epicurea in Campania. Nel catalepton e in genere nell'Appendix si è voluta rintracciare la linea evolutiva della poesia di V., seguace dei vederzpor dapprima e del sistema lucreziano ed epicureo durante il suo soggiorno a Napoli (A. Rostagni, Virgilio minore, Torino 1933). Tra i componimenti dell'Appendix, controversa l'attribuzione a V. dell' Aetna, poemetto che tratta i fenomeni vulcanici, della Copa e del Moretum. Degni di attenzione, sempre se appartengono al poeta, sono i rimanenti : la
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(da Les écrivains célèbres, a cura di R. Quereau, I. Parigi 861, iur. contre p. 72) Virgilio - V. con in mano il rotolo dell'Eneide tra le muse Clio e Melpomene. Musisico proveniente da Sousse (Adrumeto). Tunisi, Museo del Bardo.

Ciris e il Culex. Mentre il primo poemetto è un epillio di tecnica e fattura alessandrina, il Culex trascende la levità dell'argomento trattato e gli analoghi epicedi per altri animali (una zanzara uccisa inavvertitamente da un pastore, appassagli in ispirito gli narra il suo viaggio oltremondano). E significativo come questa composizione preluda a quella serie di visioni d'oltretomba, esigenza così sentita e sollecita nel nostro poeta.

Le Egloghe sono il primo rivelarsi dell'individualità virgiliana. La lettura degli Idilli di Teocrito contribuisce a rendere più netta, più attuale la prima iniziazione poetica virgiliana. Si ritrovano nelle Egloghe motivi di varia ispirazione e due elementi vi prevalgono: il tono realistico quale può essere quello della I e della III (specie nella prima parte) e il mitico e simbolico che idealizza la realtà e riecheggia credenze e aspirazioni orientali. La natura descritta nelle Bucoliche, anche se qua e là risente di qualche preziosismo derivato dal gusto arcadico (P. Grimal, Les jardins romains, Parigi 1943, p. 404 sgg.), è qualcosa di reale e di sofferto come nell'Egl. I dove V. adombra la disavventura occorsagli quando ebbe confiscato il terreno a favore dei veterani nel 41 a. C. (J. Liegle, Die Tytirusehloge, in Hermes, 78 [1943], p. 209 sgg.). La malinconia dei tramonti conferisce a questa campagna quasi una solennità religiosa. Chi turba questa quiete è un barbarus e un impius. Il motivo simbolico trova invece il suo concretarsi nella tanto discussa Egl. IV con quei misteriosi accenni alla virgo e al puer. I commentatori cristiani del sec. iv d. C., colpiti dall'ispirazione messianica che domina l'intera egloga (v. sotto), le accreditarono il valore di una profezia cristiana nonostante l'energica opposizione di s. Girolamo che giudicava puerilia l'interpretazione in questo senso (Ep., LIII, 7).

Quel mondo arcadico, che nelle Egloghe pur acquistando una realtà in alcuni punti è ancora indeciso, trova il suo concretarsi nelle Georgiche. Questo poema in IV libri e in 2188 esametri tratta della coltivazione delle erbe (I), degli alberi (II), dell'allevamento del bestiame (III) e dell'apicoltura (IV). Il poema considera il contadino, la sua vita, il suo mondo con una serietà e profondità che risentono dell'ispirazione lucreziana. Le Georgiche vogliono essere il quadro preciso dei lavori che deve compiere una famiglia di agricoltori senza aiuto di schiavi. I suoi preesistenti modelli possono ritrovarsi nelle Opere e i Giorni di Esiodo, nei Georgica e i Melisurgica di Nicandro di Colofone e nei Fenomeni di Arato, ma l'assunto didascalico del poema è superato dall'atmosfera e dalla suggestiva poesia che lo involge (B. Croce, Poesia antica e moderna,

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![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(da Virgilio nel Medioevo, Torino (68) - Studi aridussani, n. a, 3 (1818), tan. dopo p. 361) Virgilio - V. profeta di Cristo. Rilievo degli inizi del sec. xvi. Particolare del coro ligneo della Cattedrale di Zamora.
$3^{\text {a }}$ ed., Bari 1950, pp. 37-54). Che l'argomento sia stato suggerito da Mecenate lo dimostrano i frequenti accenni (I, 2; II, 41; III, 41; IV, 2), ma qui il poeta ha saputo mobilitare e trasformare gli hand molita iussa del suo potente amico riproponendosi, nel IV I., quel problema oltremondani (v. 315 sgg .) che, dipartendosi dal Culex, ricompaiono con più compiutezza nell'Eneide.

La saga di Enea e della sua venuta in Italia era stata trasmessa dai coloni dell'Italia meridionale alle popolazioni indigene. Storici e poeti greci, a cominciare da Stesicoro nella sua Iliupersis, avvalorarono questa tradizione, a cui si aggiunsero anche denominazioni di cose e di luoghi idealmente toccati da Enea nel suo viaggio: Caieta Prochyte, l'isola Aenoria, il culto di Afrodite «Nolec ad Erice (C. Robert, Die Griechische Heldensage, III, II, Berlino 1926, p. 1516 sgg.). Una conferma di come la leggenda di Enea fosse radicata in Etruria ce la offre una statuetta etrusca a Veio risalente alla prima metà del sec. v a. C. e che raffigura l'eroe in atto di sorreggere il padre Anchise (A. Fuhrmann, in Archäologischer Anzeiger, 1941, pp. 422-28). V. si accinse alla sua fatica durata undici anni, consapevole delle difficoltà e delle responsabilità che gliene derivavano.

Le Vitae si documentano del suo tormento poetico fin che, malato e in fin di vita, chiese invano che il suo poema venisse dato alla fiamme. Dell'opera si parlava ed era attesa con trepidazione nel mondo culturale dell'età augustea. Ne fa fede il noto verso di Properzio: nexco quid maius nascitur Iliade (II, 34, 65 sgg.) e l'Eneide al suo apparire, edita da Vario e Tucca, superò ben presto le malevoli critiche dei suoi obtrectatores. Il poeta aveva donato alla letterattura romana la sua più alta composizione epica e alla gente latina la più nobile celebrazione delle sue origini. Nella sua trama e negli episodi, l'Eneide contemporava felicemente poesia e leggenda, storia e realtà, distaccandosi per una sua particolare impostazione dagli altri analoghi poemi sorti nell'età arcaica (Bellum poenicum di Nevio, Annales di Ennio, ecc.). Il protagonista, Enea, vive il dramma dei senza patria, senza possedere le splendenti tonalità che possono caratterizzare un antico cavaliere. Egli si lascia alle spalle una sofferta e tragica esperienza, agisce silenziosamente consapevole del compito che gli dèi gli hanno affidato, ma quasi servendo a questo dovere. Gli altri personaggi ci vengono incontro soffusi da una umanissima luce. C'è l'alto tormento d'amore della regina Didone (B. Croce, op. cit., pp. 55-64), la nobile fierezza di Turno, il dolore di Mezenzio per il figlio Lauso. La guerra è riguardata con tristezza come
un deprecabile evento che inghiottisce i migliori, per lo più giovani fiorenti che le vanno incontro con entusiasmo ignari della terribilità che essa contiene. Muoiono così Camilla, Pallante, Euriale e Niso. Altro aspetto del poema è quell'aura di religiosità che involge o scaturisce da ogni luogo o situazione. Lo stesso Enea non si accinge mai ad alcuna impresa senza aver prima consultato gli auspici. Le leggende religiose, i culti, le origini degli antichi popoli italici rivivono nelle suggestive descrizioni di località e di genti dell'antichissimo Lazio : Ardea, Lavinio, Laurentum, Albunea, ecc. Testimonianza questa dell'acuto senso storico e patrio di V. (Servio, ad Aen., I, 44; B. Tilly, V.s Latium, Oxford 1947).

L'oltretomba ricompare nel VI i.; un motivo, come s'è detto, ben meditato. Le anime, seguendo il concetto dell'escatologia orfico-pitagorica, secondo le loro colpe in vita sono soggette nell'al di là a pene che espone nel Tartaro (vv. 548-627), mentre le anime dei giusti dimorano serenamente negli Elisi. Altre, e in questo si palesa un motivo platonico, bevono le onde del Lete, e, dopo essersi purificate, sono soggette a reincarnarsi in vita (vv. 703-31). Da questa visione prende spunto il poeta per esaltare quegli spiriti che daranno vita alle figure più alte e note della storia romana (Aeneis, Buch IV, crlilaert von E. Norden, $2^{\text {a }}$ ed., Lipsia 1916).

Infine l'Eneide, richiamandosi allo stadio anteriore della fondazione di Roma, vuol esserne la più completa esaltazione, riverberandone lo splendore imperiale in rapidi accenni (l. VIII, 342 sgg.).

Bibl.: ed.; di A. Forbiger, 3 voll., $4^{2}$ ed., Lipsia 1891; W. Janell, editio maior, $2^{\circ}$ ed., mi 1930; R. Sabbadini, 2 voll., $2^{\circ}$ ed., Roma 1937. Tra i commenti ital. all'Eneide: R. Sabbadini, $2^{\circ}$ ed., Torino 1926; C. Giorni, riveduto da N. Terasghi, Firenze 1947; alle Bucoliche: F. Arnaldi, Messara 1934. Tra i repertori bibliografici: G. Mambelli, Gli studi virgiliani nel sec. XX, 2 voll., Firenze 1940 e le bibl. relativa a V. contenuta nel vol. Introduzione alla filologia classica, Milano 1951, pp. 566 572. Tra gli studi più notevoli e più recenti: F. Klingner, Einheit des V.schen Lebenswerkes, in Mitt. d. deutsch. arch. Zeit., 45 (1930), p. 43 sgg.; W. Wili, V., Monaco 1930; R. S. Conway, V.'s creativo art, conf. alla British Academy, Londra 1931; F. Arnaldi, Conference Virgil., tenute all'Univ. Catt. del S. Cuore in commem. del bimillenario Virgil., Milano 1931; id., L'Eneide e la poesia di V., Napoli 1932; il Discorso di G. Carducci, in Opere, ed. nss., VII, Bologna 1935, pp. 165-76; F. Klingner, V., in Das Neue Bild der Antike, II, Lipsia 1942, pp. 219243; W. Jackson Knight, Roman V., Oxford 1943 (trad. it., Milano 1949); E. Paratore, F., Roma 1945; F. Arnaldi, Studi Virgiliani, Napoli 1947; G. Funaiofi, Studi di Lett. antica, II, 1, Bologna 1948; W. Jackson Knight, Accentual Symmetry in V., Oxford 1950; E. R. Curtius, Krit. Essays aur europ. Liter., 1950, cap. 1; F. Bechèmann, Mensch und Welt in der Dichtung V.'s, Monaco in V. 1950; A. Guillemin, V., poète, artiste et penseur, Parigi 1951; G. Caiati, Vita di V., Padova 1952. Su alcuni aspetti particolari delle opere di V.: G. Funaiofi, L'altretomba nell'Eneide di V., Palermo-Roma 1924; M. Schmidt, Die Komposition von V.s Georgica, Paderborn 1930; E. Pfeiffer, V.s. Bucolika, Stoccarda 1933; J. Lunenborg, Das philosophische Weltbild in V. Georgica, diss., Monaco 1933; E. Meltoni, V. n. Apollonius Rhodius, Hamburg 1940; J. Perret, Les origines de la légende troyenue de Rome, Parigi 1942; H. Dahlmann, Vates, in Philologus, 97 (1948), p. 349 sg.; V. Pöschl, Die Dichtkunst V.s. Wiesbaden 1950; G. Krökowski, Quaestiones epicae, Wroclaw 1951; B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1951, p. 319 sg.; U. Altini, Struttura e motivi del primo libro delle Georgiche, in Studi ital. di filol. class., 1951, 1-11, pp. 49-64; M. Hügi, V.s Amati und die Ibdionistische Dichtung, Berna e Stoccarda 1952; M. Desport, L'incantation virgilienne, V. et Orphée, Bordeaux 1952; H. Altevogt, Labor improbus. Eine V. Studie, Monaco in V. 1952.

## Lantranco Fiore

La tradizione di V.'nei secoli cristiani. - Il nome di V. si mantenne alto nei secoli, con una fortuna ininterrotta che nella tradizione dei classici non ha l'uguale. L'influsso da lui esercitato sugli scrittori della latinità si perpetuò anche nel medioevo cristiano e le citazioni tratte dalle sue opere, soprattutto l'Eneide, raggiungono una cifra sitissima.

Vero è che di impronta poetica si può parlare soltanto per i maggiori, da Prudenzio a Dante; ma a dimostrazione della sua fama stanno i molti riecheggiamenti di espressioni sue, i centoni elaborati sui suoi versi (primo fra tutti quello di Proba Faltonia, composto nel sec. Iv,

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dopo la conversione della nobildonna al cristianesimo) e soprattutto i miti fantastici che si vennero elaborando sulla sua personalità e che trassero origine nell'ambiente colto per deformarsi poi man mano a contatto della fantasia popolaresca. Soltanto un autore dalla fama vasta come quella di V. (fama consolidata dall'interesse dei biografi e dall'insegnamento esopetico e lessicale de grammatici) poteva divenire il protagonista di una leggenda così multiforme, assurda e pittoresca, da consentire di ritrovare in essa tutti i caratteri salienti del medioevo.

La prima spinta venne già dal mondo classico, dall'Africa proconsolare romana: nel sec. II d. C. Apulcio, sulla scorta di alcuni passi dell'Egloga VIII (v. 64 sgg .), offre la prima testimonianza (De magia, cap. 30) dell'immagine di un V. mago, che trovò largo credito nel tardo impero, favorita dall'atmosfera di esaltazione per le pratiche occulte che il siocretismo tra il paganesimo romano e le religioni misteriosofiche d'Oriente veniva creando, e si consolidò nell'ingenua credulità del medioevo trovando nuovo vigore nel sorgere di un secondo mito, quello di V. profeta di Cristo. All'inizio del sec. Iv Latranzio, nelle Divinae institutiones, attesta per la prima volta l'interpretazione cristologica dell'Egloga IV, ma in senso millenaristico, riferita cioè a una seconda venuta del Cristo in terra. Pochi anni dopo, tuttavia, lo stesso Costantino, nell'Orazione pasquale, pronunciata (se non scritta) dall'imperatore dopo il Concilio di Nicea, sancionava con l'autorità della sua alta carica il significato decisamente messianico del famoso carme bucolico. E interessante a proposito constatare come al diffondersi di questa interpretazione contribuì, senza volerle, lo stesso s. Agostino il quale, ammettendo la possibilità dell'ispirazione divina nella Sibilla Cumana, veniva implicitamente a riconoscerla anche in V. allorché faceva derivare da quella la visione profetica del carme bucolico (cf. De civit. Dei, X, 27; Epist. 258, 5). La figura di V. mago e di V. profeta si trovano da allora in poi quasi costantemente confuse, anche se gli episodi immaginari attribuiti al suo intervento da una fioritura vigorosa di aneddoti biografici ne mettono in risalto ora un aspetto ora un altro. Ancora nel Iv e v sec. l'Africa rimane il terreno più fertile per il consolidarsi di queste credenze, con le Passiones leggendarie dell'ambiente alessandrino e con la comparsa della prima interpretazione allegorica dell'Eneide nel De continentia Vergiliana di Fulgenzio (probabilmente un omonimo e conterraneo del famoso Fulgenzio di Ruspe (v.]) in cui il poema è spiegato in senso moraleggiante come metafora della vita umana. Ma già nell'alto medioevo e poi fino al Rinascimento tutto il mondo occidentale offre nuova materia alla leggenda di V., favorita, oltre che dalla mentalità propria dell'epoca, dall'argomento di alcuni suoi passi, destinati a colpire profondamente l'uomo di quell'età: primi fra tutti la palingenesi dell'Egloga IV e l'oltretomba del 1. VI dell'Eneide. Le glosse dei monoscritti ne dànno frequenti esempi e permettono a volte di localizzare alcune tradizioni (da Napoli, alla Gallia, all'Irlanda); i Misteri, soprattutto francesi (Limoges, Lson), ma anche italiani (cf. la Lectio in Nativitatis nocte di Salerno), mostrano il poeta romano nel corteo dei Profeti e insieme alla Sibilla, probabilmente traendo l'ispirazione originaria da un sermone pseudo-agostiniano (FL 42, III7 sgg.); moltissimi trattati medievali di alchimia vengono attribuiti senz'altro a V.; cronache, poemetti, enciclopedie, romanzi recano nuove tessere a questo fantasmagorico musaico, culminando nel sec. xir con gli episodi narrati nel Policraticus di Giovanni di Salisbury, con l'allegoria morale del Commentum super sus libros Eneidos Virgilii di Bernardo Silvestre, con la trasposizione cavalleresca dell'Eneide nel Roman d'Eneas.

Con Dante l'interpretazione della figura di V. si sposta su un altro piano : pur non rinnegando la leggenda medievale, l'Alighieri innalza l'allegoria virgiliana a trasfigurazione poetica (cf. Purgatorio, XXI, vv. 94-99) anche quando avvenne alle doti profetiche del suo "duca" (cf. ibid., XXVIII, vv. 139-44). Ma nell'impronta tutta particolare che il genio di Dante imprime alla rappresentazione di V. è possibile riconoscere anche un
motivo destinato ad avere un seguito nel Petrarca dell'Africa e della Canzone a Cola di Rienzo: quello del cantore di Enea come simbolo del ridestato nazionalismo. La fine del medioevo stempera l'entusiasmo per V. profeta : l'interpretazione cristologica dell'Egloga IV è rinnegata, oltre che dal Petrarca e dal Boccaccio, da Benvenuto da Imola, che nelle Chisse virgiliane interpreta le Bocoliche come una allegoria storica in cui si adombra, con significato morale, la vita del loro autore. Il Rinascimento ritrova in V. il poeta, ne fa oggetto di erudite lectiones (da A. Decembrio, al Pontano, allo Scaligero, al Castelvetro), ne ricrea i motivi bucolici nell'Ameto del Boccaccio o nell'Arcadia del Sannazzaro, ne studia la lingua e il verso; ma non si libera completamente della leggenda. La cristallizzazione operata dall'esegesi e dalla fantasia medievale intorno alla figura di V. non sarà spessata in maniera definitiva che dalla critica filologica del secolo scorso: e forse con troppa animosità, giacché se è vero che una rappresentazione del poeta di Roma come profeta messianico è assurda, non deve peraltro escludersi che le immagini fantastiche di quella visione che ha il suo motivo occasionale nella nascita del figlio di Pollione, affondino le loro radici, attraverso l'orfismo dei misteri di Babazio, nel profetismo giudaico.

Bibl.: D. Comparetti, $V$. nel medioevo. Livorno 1872; $2^{\circ}$ ed., Firenze 1896; nuova ed. a cura di G. Pasquali, ivi 1937; rist., ivi 1946; V. Zabughin, V. nel Rinascimento ital., 2 voll., Bologna 1921-23; J. Carcopino, V. et le mystere de la IVe églogue, Parigi 1930; G. Funanli, Eogesi sogilliana antica (Pubblic. dell'Unio. catt. del S. Cuore, $4^{\circ}$ serie, IX), Milano 1930; H. Lohmeyer, Virgil im deutsch. Geistesleben bis auf Notber III., Berlino 1930; V. nel Medioevo, Torino 1932 (vol. di sggg: su questo argomento degli Studi mediev., nuova serie, 2 [1932]); J. W. Spargo, Virgil the Necromancer, Cambridge, Mass. 1934; A. Vaccari, Il messianismo ebraico e la IV egloga di V., in Circ. Catt., 1931, II, pp. 3-20, 97-106. Per l'iconografia cf. B. Nogara, Ritratti di V., in Riv. dell'Ist. di arch. e stor. dell'arte, 2 (1930), pp. 127-38.

Alessandro Pratesi
VIRGILIO, abate-vescovo di SANkt Peter di Salisburyo, santo. - V. (così latinizzato), ovvero Fergil (Feregil) di origine irlandese, n. ca. il 700, m. il 27 nov. 784.

Monaco, poi abate ad Aghaboe, acquistò una vasta cultura anche scientifica, soprattutto in matematica e geografia. Seguendo le orme di tanti monaci (ro-scotti, nel 743 si recò nel regno franco, da Pipino, e passò nel 745 in Baviera, dal Duca Odilone. Questi, alla morte dell'abate-vescovo di Salisburgo, Giovanni, lo mandò colà, come abate del monastero di Sankt Peter ed insieme vescovo di Salisburgo. V., ancora diacono, si servì per le funzioni vescovili di un vescovo itinerante. Soltanto nel 755 (secondo altri nel 767) ricevette la consacrazione. Il suo governo fu tra i più importanti dei primi vescovi di Salisburgo. Ebbe controversie con s. Bonifacio per questioni liturgiche e dottrinali, ma riusci a difendersi. Pur essendo abate di St. Peter, edificò una cattedrale a parte, grandiosa costruzione distrutta nel sec. zvi, consacrata il 24 sett. 744, e vi istituì un capitolo (preludio della separazione fra St. Peter e il vescovato). Per la più profonda penetrazione del cristianesimo fondò, o favorila fondazione di monasteri benedettini, come Mondsee (748), Mattsee (prima del 784), Innichen (ora S. Candido in Alto Adige, 789) e Kremsmünster (777), ai quali era affidata la missione verso oriente. Più importante fu l'assunzione della missione presso gli slavi della Carantania (Carinaia), ove avesse un corepiscepato, preparando la grandiosa espansione missionaria di Salisburgo (v.), V. è anche il primo autore del celebre - Verbräderungsbuch e di St. Peter, cioè di un catalogo di monasteri e chiese spiritualmente affilisti, che rimase in uso fino al sec. xiri, con più di 8000 nomi, uno dei più antichi e più rinomati libri di questo genere (ed. da S. HerzbergFränkel, in MGH, Neerdogia, II, Berlino 1890-1904). Fu sepolto nella cattedrale di Salisburgo. Nel 1233 Gregorio IX lo canonizzò. Le reliquie riposano ora insieme con quelle di s. Ruperto, sotto l'altare maggiore della nuova cattedrale, dove furono trasferite nel 1628.

Bibl.: una tarda Vita in MGH, Script., XI, pp. 86-95; e da B. Krusch, ibid., Script. rer. merov., VI, p. 517 sgg.; H. Krabbo,

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Bisch. V. von Satab. und seine kosmolog. Ideen, in Mitteil. d. Inst. f. Österr. Geschichtsforschung, 22 (1903); E. Tomok, Kirchengesch. Österr., I, Innsbruck 1935, pp. 72-76 (con bibl.); L. Kunstle, Ihonogr. der Heiligen, Friburgo 1926, pp. 581-82; J. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutsch Kunst, Stoccarda 1943, pp. 725-26.

Giuseppe Löw

## VIRGINES SUBINTRODUCTAE : v. AGAPETE.

## - VIRGINIS PROLES OPIFEXQUE MATRIS :. - Inno del Mattutino nel Comune delle Vergini, d'autore ignoto, già presente nei manoscritti del sec. x. Esso esalta la fortezza di una vergine nel sopportare tormenti e sofferenze per Cristo.

Nella festa di una vergine non martire si omettono la seconda e la terza strofa, e in quello di una santa né vergine né martire le prime tre.

Bini, : G. B. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1826, p. 386; G. M. Dreves, Anal. hymm. medii aevi, V, Lipsia 1888, p. 112; U. Chevalier, Poésie liturgique, Tournai 1894, p. 122 .

Silverio Mattei
VIRILITÀ. - Particolare età (v.) della vita che segue alla fase puberale e post-pubertaria o inter-nubilo-pubertaria e termina con la vecchiaia (v.). G. Mariani la definisce come l'età della vita caratterizzata dallo sviluppo completo e armonico dell'organismo in relazione con lo stabilizzarsi, sia per l'uomo che per la donna, di tutti i caratteri sessuali primari e secondari.

La durata è variabile, ed è caratteristico lo stato di equilibrio stabile che si viene a determinare nel ricambio generale (rapporto fra fase anabolica e catabolica) e in tutte le correlazioni interorganiche e neuroarmoniche caratteristiche per ogni tipo (v.) individuale. Indubbiamente la fase della v. (o anche, meglio, della « maturità") è la più ampia e la più importante sia nell'uomo che nella donna. Essa viene abitualmente suddivisa in tre stadi: $1^{\circ}$ ) maturità crescente (compresa tra i 21 e i 35 anni nella donna, i $25-28$ e i 40 nell'uomo), caratterizzata da un successivo perfezionamento di tutte le varie attività individuali, specialmente quelle psichiche, mentre ancora è abbastanza intensa la vita vegetativa; $2^{\circ}$ ) maturità confermata o costante (compresa tra i 35 e i 4850 anni nella donna, i 40 e i 50-55 nell'uomo), epoca dell'equilibrio fisico-psicologico in cui le funzioni di tutto l'organismo si mantengono stazionarie; tale stadio più strettamente risponde al concetto di maturità sopra esposto; $3^{\circ}$ ) maturità decrecente (dopo i 48 - 50 anni della donna, i 50 - 55 anni nell'uomo), che dà inizio alla parabola discendente della vita con fenomeni di diminuzione dell'attività sia fisica che psichica e trapassa insensibilmente con la vecchiaia (v.); è sulla soglia di questa età che si manifesta, specie nella donna, l'età critica del climaterio (v. climatatica, età).

Si ritiene abitualmente che caratteristica essenziale della v. sia una forte eccitazione e un'intensa possibilità d'uso della vita sessuale, legata alla piena attività delle gonadi e al completo sviluppo dei caratteri sessuali primari e secondari; concezione inesatta, in quanto l'attività delle gonadi, per quanto riguarda l'attività formativa degli elementi sessuali riproduttori, è già iniziata all'epoca della pubertà (v. adolescenza); d'altra parte, secondo le statistiche del Kinsey, il massimo dell'attività erotica si svolgerebbe prima dei 20 anni, quindi all'epoca della pubertà e durante la fase internubilopubertaria. Senza negare l'importanza della regolare funzionalità delle gonadi nel mantenimento della piena maturità fisica sia nell'uomo che nella donna, come mostrano i fenomeni di invecchiamento che compaiono nelle donne all'epoca della menopausa, tutti gli autori sono concordi nel sostenere che non solo le gonadi, ma tutte le ghiandole endocrine rivestono particolare importanza nella conservazione della maturità, specialmente l'ipofisi ed il surrene. Basta a tal'uopo menzionare i fenomeni di profondo decadimento organico che intervengono nella cackessia di Simmonds, a patogenesi plurighiandolare o nel morbo di Addison, per atrofia dei surreni (v. endocrine ghiandole). Non va confusa la v. con il virilismo, stato pato-
logico o per lo meno paranormale dello sviluppo della donna che perde i caratteri del proprio sesso per assumere quelli del sesso maschile, non solo nel campo fisico ma anche in quello psichico: ciò in rapporto a particolare disposizione idiopatica e razziale o a disfunzione endocrina (virilismo surrenale) o allo spegnersi dell'attività ovarica (virilismo climaterico).

Durante la fase della v., parallelamente al perfezionamento delle varie funzioni somatiche dell'individuo, viene raggiunto il punto più elevato dell'evoluzione delle facoltà psichiche, con lo sviluppo e l'affermazione della personalità, intimamente legata alla costituzione (v.) al temperamento (v.) all'indole (v.) dell'individuo. Alle primitive facoltà apperceitive e mnemoniche