piccoli finora conosciuti misurano appena una decina di $m \mu$, al pari delle grosse molecole proteiche. Il più grande dei v. fino ad oggi noto è quello della psittacosi, malattia propria dei pappagalli nonché di altri uccelli, trasmissibile anche all'uomo, per quanto non da tutti gli autori sia considerato un v. vero e proprio. Seguono nell'ordine i v. del vaiolo ( $250 \mathrm{~m} \mu \mathrm{ca}$.), della rabbia ( $150-200 \mathrm{~m} \mu$ ), dell'influenza (ca. 100 m ), della febbre gialla ( $20-25 \mathrm{~m} \mu$ ), della paralisi infantile ( $10-12 \mathrm{~m} \mu$ ). Un v. di dimensioni estremamente piccole, forse il più piccolo di tutti, è quello dell'afta epizootica (morbo proprio dei bovini e di altri animali che colpisce solo eccezionalmente l'uomo) misurando anche meno di 10 m .
A causa delle loro minime dimensioni i v. non sono visibili al microscopio ottico; lo sono soltanto quelli più grandi previa adatta colorazione o ricorrendo al dispositivo del campo oscuro. Queste forme microscopicamente visibili dei v. vanno sotto il nome di corpuscoli elementari e sono considerati più che puri elementi virali come aggregati di essi o v. circondati da altro materiale. I v. risultano visibili con il nuovo tipo di microscopio, il supermicroscopio elettronico, nel quale l'apparato ottico è costituito, invece che dalle ordinarie lenti, da particolari congegni elettro-magnetici funzionanti da lenti e l'immagine degli oggetti, a mezzo di un fascio di elettroni, viene a formarsi su schermi fluorescenti o su lastre fotografiche. Con questo strumento, che permette ingrandimenti di oltre 100.000 diametri, è stato possibile determinare le dimensioni dei v. e conoscerne anche la forma: alcuni, in genere quelli più grandi, appaiono di forma poliedrica, talvolta cubica, altri di forma sferica o ellissoidale e altri ancora si presentano
come minuti bastoncelli o lunghi filamenti più o meno flessuosi.
Sempre a motivo delle loro piccole dimensioni i v. hanno tutti la proprietà di attraversare speciali materiali porosi aventi i pori tanto piccoli da permettere il passaggio ad essi e non ai batteri e agli altri microrganismi. Per dimostrare questa proprietà dei v. che ha valso ad essi il nome di virus filtrabili si adoperano particolari filtri, che per la loro forma sono detti candele filtranti, risultando costituiti da un cilindro cavo di porcellana porosa non verniciata (candele di Chamberland) o di farina fossile a base di scheletri di diatomee (candele Berkefeld). La filtrazione si esegue triturando finemente il materiale contenente il v. con soluzione fisiologica (soluzione di cloruro di sodio al 9 per 1000) e filtrandolo mediante opportuna depressione : attraverso la massa porosa si ha il passaggio della parte liquida e delle più piccole particelle quali i v., mentre le particelle più grandi, come i batteri e gli altri microrganismi, sono trattenuti dalla candela. Per accertare la presenza del v. nel liquido filtrato si inocula una aliquota di questo in animali da esperimento. Cosi per dimostrare la presenza del v. rabico in un cane morto di questa malattia si apre la scatola cranica dell'animale, si preleva quella parte di sostanza nervosa che unisce il cervello al midollo spinale e che va sotto il nome di midollo allungato e la si tritura accuratamente in un mortaio con soluzione fisiologica, procedendo infine alla filtrazione. Il filtrato così ottenuto si presenta come un liquido limpido che alla osservazione microscopica non mostra microrganismi di sorta, però se lo si inocula in un cane o in un coniglio sani vi determina la rabbia a distanza di alcuni giorni. Con la tecnica descritta è possibile trasmettere il v. rabico da un animale ammalato ad animali sani per un numero infinito di volte, il che sta a provare che trattasi di un agente capace di riprodursi indefinitamente e non di una sostanza tossica che si esaurirebbe inevitabilmente dopo alcuni passaggi. A mezzo della filtrazione praticata con una serie di filtri costituiti da membrane di colloido con pori di grandezze note e progressivamente scalari è possibile procedere anche a misurazioni delle dimensioni dei v., che sono state trovate in accordo con quelle ottenute con il supermicroscopio elettronico.
La coltivazione artificiale dei v. si esegue su cellule viventi, perché essi, a motivo del loro parassitismo obbligato, sono incapaci di vita propria e possono quindi moltiplicarsi soltanto nell'interno o a carico di altri elementi viventi. Nella pratica i v. vengono coltivati su culture di tessuti, ossia su cellule viventi proliferanti o meglio ancora in uova di pollo fecondate; in queste i v. sono inoculati nel sacco vitellino o nel cavo amniotico oppure sulla membrana corion-allantoidea.
I vari v. si presentano diversamente resistenti nei confronti degli agenti fisici e chimici; alcuni, come, p. es., quello del vaiolo, sono molto resistenti; altri, come quello dell'influenza, pochissimo. La gran parte dei v. è molto sensibile alle temperature elevate mentre resiste moltissimo a quelle basse, tanto che la congelazione rappresenta uno dei migliori metodi di conservazione.
Sulla natura dei v. non esiste accordo fra i vari autori. Molti propendono per la natura vitale, considerandoli microrganismi piccolissimi aventi una forma di vita ridotta al minimo la quale dipende in larga misura dalla cellula in cui esso si trova. Altri invece ritengono i v., soprattutto quelli di minime dimensioni, entità molecolari non vitali, capaci tuttavia di moltiplicarsi indefinitamente in cellule viventi ad opera di queste ultime e li denominano percob v.-proteine.
I v. sono agenti di molte malattie dell'uomo, quali il vaiolo, la varicella, il morbillo, l'encefalite letargica, la paralisi infantile, la rabbia, che è malattia in comune con gli animali, la parotite epidemica, le varie forme di erpete, la febbre gialla, l'influenza, il raffreddore ed altri ancora. Tra le malattie degli animali causate da v. si ricorda in primo luogo la rabbia, che può colpire, oltre il cane, anche il lupo, il gatto, i bovini, gli equini e tutti gli altri mammiferi esclusi quelli acquatici, a seguito della morsicatura da parte di animali rabbiosi.
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Visakhapatnam, diocesi di - La a Banda dei tamburini, in una Missione della Diocesi di V.
Altri v. animali sono quelli che provocano la febbre aftosa e la peste dei bovini, il colera dei maiali, l'anemia infettiva e l'encefalomielite nei cavalli, la peste aviaria, la psittacosi e le cosiddette malattie poliedriche degli insetti, tra cui molto importante è quella che colpisce i bachi da seta andando sotto il nome di "giallume "perché li rende di colore giallo. Alcune di queste malattie, soprattutto quando si presentano in forma epidemica a grande diffusione, arrecano danni economici di grande entità. I v. vegetali meglio conosciuti sono: quello del mosaico del tabacco, che provoca in questa pianta una malattia caratteristica a carico delle foglie, i vari v. delle patate, il v. del mosaico giallo del cocomero e quello del pomodoro.
Un particolare gruppo di v. è costituito da quelli che vivono a spese dei batteri, moltiplicandosi nel loro interno fino a lisarli, per cui sono stati chiamati batteriofagi. Questi sono diffusissimi in natura, nel suolo, nelle acque, nelle feci e soprattutto nei materiali ricchi di batteri. Studiali con il supermicroscopio elettronico i batteriofagi si presentano come piccole sfere o bastoncelli muniti di un'esile appendice; le loro dimensioni oscillano da poche decine di $m \dot{u}$ a un centinaio di $m \dot{u}$.
Affini per molti caratteri ai v. sono particolari microrganismi denominati richettsie in onore del ricercatore Ricketts che trovò la morte per infezione di laboratorio in corso di esperienze su di essi. Si presentano come piccoli bastoncelli o corpiccioli sferoidali di dimensioni oscillanti da un terzo a $1-2 \mu$ caratterizzati spesso da un evidente polimorfismo. Le rickettsie più piccole sono, al pari dei v., filtrabili; le più grandi sono invece trattenute dai filtri stessi. La loro coltivazione non può farsi nei comuni terreni di batteriologia ma bisogna ricorrere, come per i v., alla coltura di tessuti o alle uova fecondate. Le rickettsie producono nell'uomo parecchie forme morbose, tra le quali primeggia per la gravità dei sintomi e per la diffusione epidemica il tifo petecchiale o esantematico, che si presenta con febbre elevata e con un caratteristico esantema emorragico ed è trasmesso all'uomo a mezzo della puntura dei pidocchi infettatisi a loro volta per aver succhiato il sangue di ammalati. Altre malattie da rickettsie sono la febbre maculosa delle Montagne Rocciose, morbo prettamente nordamericano, la febbre cruttiva del Mediterraneo, la cosiddetta febbre $Q$, da poco constatata in Italia, ed altre ancora. Le malattie da rickettsie, a differenza da quelle da v., risultano abbastanza curabili con gli antibiotici.
BibL.: R. Doerr, Handbuch der Virusforschung, Berlino 1939: C. Levoditi e H. Lépine, Les ultrarivies des maladies humaines, Parigi 1948; F. M. Burnet, V. as organism, Cambridge (U.S.A.) 1946.
VISAKHAPATNAM, DIOCESI di. - Il suo territorio, che si estende nell'India centro-meridionale,
fece parte già dal 1606 della diocesi di Mylapore.
Dal 1834 appartenne al vicariato apost. di Madras, ma nessun lavoro propriamente missionario vi fu iniziato fino al 1845 , quando venne eretta in missione autonoma, affidata ai Missionari di S. Francesco di Sales d'Annecy. Più tardi, il 3 apr. 1850 , fu costituita in vicariato. In data 10 sert. 1886 esso fu elevato a diocesi, resa suffraganea nel 1887 della metropolitana di Madras.
I primi missionari di S. Francesco di Sales, arrivando a Vizagapatam (ora V.) vi trovarono un vecchio sacerdote teatino, che era l'ultimo superstite di quella che fu la missione di Golgonda. Vi era un piccolo numero di cattolici sparsi in alcune località e per lo più militari venuti d'Europa. Nel 1850 il numero dei cattolici era calcolato di ca. 4 mila unità, comprendendovi anche quelli che vivevano nel distretto di Nagpur, elevato in diocesi per distacco da Vizagatapam nel 1887. Il 18 luglio 1928 ne fu dismembrata la missione "sui iuris ", attualmente diocesi di Cuttack, affidata alla Provincia spagnola della Congregazione della Missione. Ha una superficie di kmq. 107.520 con una popolazione di 7 milioni e mezzo di anime (1952). La stragrande maggioranza degli abitanti è pagana (brahmani o animisti), 45 mila sono i maomettani, 58 mila i protestanti, 33.834 i cattolici con 5341 catecumeni. Si contano 6 parrocchie, 20 stazioni missionarie primarie e 180 secondarie, servite da 13 sacerdoti secolari e 33 religiosi, da 2 congregazioni maschili e 11 femminili. 370 maestri e 240 maestre. La diocesi non ha seminario e invia gli aspiranti al sacerdozio (complessivamente 44) nei seminari delle diocesi vicine.
Opere caritative: 1 ospedale con 24 letti, 4 dispensari o ambulatori con totale di 25 mila consultazioni annue, 12 orfanotrofi con 608 tra orfani e orfane. I battesimi di adulti "extra articulum mortis", amministrati nel 1951, furono 373 , cioè 10 per ogni sacerdote. Il lavoro di conversione è lento e difficile.
BibL.: India and its Missions, Nuova York 1923, pp. 133 e 139; MG, 1930, pp. 351; NAS, 43 (1931), p. 127. Pompeo Borgia
VISCONTI, Ennio Quirino. - Archeologo, n. in Roma il $1^{\circ}$ nov. 1751, m. a Parigi l'8 febbr. 1818.
Stipendiato dal principe Sigismondo Chigi cominciò dal 1775 a dare alle stampe tutta una serie di importanti monografie illustrative di monumenti e di iscrizioni dell'antica Roma. Fondamentale: Il Museo Pio-Clementino ( 7 voll., Roma 1782-1807), in cui sono descritte e criticamente illustrate tutte le sculture della raccolta costituita in Vaticano da Clemente XIV e da Pio VI.
Lasciatosi prendere, nonostante l'ambiente in cui era nato e vissuto, dalle teorie novatrici della Rivoluzione Francese, fece pervenire a Parigi un elenco di cittadini romani particolarmente avversi al governo pontificio. Il che spiega come egli aderisse immediatamente al regime repubblicano instaurato in Roma dall'esercito francese nel 1798 e partecipasse alle pubbliche cose

(da G. B. ed E. Q. Vincenti, Il Museo Pio Clementino, Milano 1818) Visconti, Ennio Quirino - Ritratto. Incisione di Locatelli.
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ViscontI, famiolia - Lo stemma dei V. sul balcone della Loggia degli Osii, costruita nel 1316 da Matteo V. - Milano.
prima come ministro dell'Interno e'poi in qualità di console della Repubblica, nel tempo stesso in cui dirigeva la sezione di antichità dell'Istituto nazionale creato in Roma sul modello dell'Institut de France. Venne però ben presto in contrasto con i nuovi dominatori perché si oppose alle loro malversazioni, tanto che fu rimosso da tutte le sue cariche. La restaurazione del 1799 lo consiglio di rifugiarsi a Parigi, dove gli venne affidata la direzione del Museo di scultura antica del Louvre, insieme con l'insegnamento dell'archeologia e della storia antica. Ed a Parigi trascorse gli ultimi vent'anni della sua vita, pubblicandovi l'opera sua maggiore, l'Iconografia greca, mentre lasciò in corso di stampa l'Iconografia romana: l'una e l'altra fondamento di tutti gli studi posteriori in materia, non ostante i progressi della scienza archeologica.
Suo figlio Luigi (1791-1853) fu uno dei maggiori architetti del primo Ottocento francese: gli si debbono i progetti per l'ampliamento del Louvre ordinato da Na poleone III e la tomba di Napoleone I nella cripta degli Invalidi.
Bibl.: anon., Notizie stor. intorno la vita di E. Q. V., Milano 1818; E. David, s. v. in Biogr. degli Italiani illustri del Tipaldo, VI, Venezia 1838, pp. 493-507; G. Sforza, E. Q. V. giacobino, in Il Risorg. it., nuova serie, 14 (1921), pp. 1-2; id., E. Q. V. e la sua famiglia, in Atti della Soc. ligure di storia patria, 51 (1923), con ampia bibl. Renzo U. Montini
VISCONTI, FAMIGLIA. - Famiglia feudale del milanese che dal 1277 sino all'estinzione nel 1447 tenne, quasi ininterrottamente, la signoria di Milano, ottenendone anzi il titolo ducale. Trascurando le leggende cortigiane del Trecento, storicamente è una di quelle famiglie di capitani dell'arcivescovato che dall'arcivescovo Landolfo ( $97^{8-98}$ ) ottennero in feudo le decime delle pievi : nel 1157 essa possiede appunto un terzo delle decime di Marliano: doveva aver già ottenuto l'ufficio di visconte, di cui nel sec. xili ri-
vendicava i vantaggi fiscali, e certo dal suo vessillo (derivato dal serpe di bronzo che è in S. Ambrogio) venne il suo stemma. La famiglia si divise e indeboli, e se ne trovano rami a Cremona e a Novara: un Ottone V. muore a Roma nel inir per salvare l'imperatore Enrico V dai ribelli.
Capostipite noto dei futuri signori è Uberto V. (m. nel 1248) che ebbe parecchi figli : da uno di essi nacque Tebaldo, padre di Matteo I, ucciso dal Torriani nel 1276. Zio di esso era Ottone V., il futuro arcivescovo. La fortuna della casa venne da questa elezione e dalla capacità politica del suo pronipote Matteo, non dalla posizione, mediocre, della famiglia. Ottone, canonico di Desio, fu mandato dall'arcivescovo esule, Leone da Perego, a papa Innocenzo IV, e, da Urbano IV, nel 1262, fu prescelto arcivescovo di Milano in confronto a due altri candidati; ma solo nel 1277, essendosi stretti a lui i nobili espulsi e con essi avendo vinto a Desio i Milanesi e catturato Papo della Torre, signore di fatto della città, poté entrare in Milano ed esserne eletto signore, ma sostenendo per lunghi anni una ostinata guerra con gli espulsi e con le altre città lombarde. Nel 1287 si ridusse quasi al solo governo ecclesiastico col fare eleggere capitano del popolo Matteo : mori nel 1295 (8 ag.) a Chiaravalle : il suo sepolcro è nel Duomo. Si ha ora la prima fase della Signoria di Matteo (12871302) che nel 1294 fu legittimata con il vicariato di Lumbardia concessogli dall'imperatore Rodolfo, ed ebbe colore o piuttosto relazioni glabelline: benché in fatto i due partiti italiani avessero carattere locale. Riconfermato capitano dal 1289 di 5 in 5 anni, e nel 1298 dall'imperatore Alberto, non poté resistere all'estilità delle città lombarde e nel 1302 andò in esilio a Nogarole nel Veronese. La discesa di Enrico VII nel 1310 lo ricondusse quale cittadino a Milano, ma presto la ribellione dei Guelfi dei Torriani gli fece ottenere dall'Imperatore il vicariato di Milano e malgrado la morte di Enrico, per la abilità sua e dei figli, Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli, Novara, gli erano nel 1315 sottomesse. Dal 1316 gli si oppose papa Giovanni XXII, e dal 1320 organizzò una vera coalizione contro di lui il legato Bertrando del Puggetto. Sconosciuto e poi condannato quale eretico, nel 1322 lasciò il governo al figlio Galeazzo: mori il 24 giugno a Crescenzago, e solo nel 1342 poté essere sepolto in terra consacrata. Dalla moglie, Bonacossa Borri aveva avuto cinque maschi (Galeazzo, Marco, Giovanni, Luchino, Stefano) e varie femmine. Galezzo I, nato nel 1277, fu capitano del popolo a Milano nel 1298, esule a Ferrara, ove sposò nel 1300 Beatrice d'Este, vicario imperiale nel 1313 per Enrico VII a Piacenza di cui divenne poi signore. Combatté con il fratello Marco, valoroso capitano, contro la coalizione guelfa, ma, successo al padre, dovette nel nov. 1232 abbandonare Milano, ove tornò nel mese seguente e con gli aiuti glabellini e imperiali allontanò i Crociati giunti sotto la città. Venuto a Milano nel 1327 l'imperatore Lodovico, da cui era stato creato vicario imperiale, fu da lui carcerato a Monza e liberato solo l'anno dopo a Roma: mori il 6 ag. 1328 a Pescia, rifugiato presso Castruccio signore di Lucca. Da Beatrice aveva avuto solo il figlio Azzone, che dall'Imperatore, bisognoso di denaro, ottenne il vicariato di Milano, ove, tornato, trattò con il Papa sì che fu levato l'interdetto sulla città. Assediato da Lodovico per questo, lo allontanò con denaro. Sottomessosi formalmente nel 1331 a re Giovanni di Boemia, partecipò poi alla lega contro di lui, ottenendo così Bergamo, Vercelli, Cremona, Como, Lodi, Crema, Borgo S. Donnino e Piacenza. Aderendo infine alla coalizione antiscaligera nel 1337 conquistò Brescia, ma alla fine della guerra la Compagnia di S. Giorgio, formata dai mercenari licenziati, marcio su Milano e fu a stento sbaragliata a Parabiago ( 19 febbr. 1339). Il 16 ag. seguente Azzone moriva senza figli. A lui si devono le mura e il Palazzo accanto al Duomo, poi reale. Gli successe anzitutto il fratello Luchino che, fino allora dedito alle armi, estese il dominio nella valle del Ticino,
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e in Piemonte con Asti, Tortona, Alessandria, Alba, Cherasco, nonché Parma, Pavia e Pontremoli; la sua opera meno brillante di quella successiva del fratello Giovanni ne fu la necessaria preparazione verso l'esterno e di consolidamento all'interno, fra cui la costituzione di un ingente patrimonio. Lasciò un solo bambino legittimo della terza moglie Isabella Ficachi, che fu escluso dalla successione. Quando egli morì il 24 genn. 1349, le sue truppe erano sotto Genova. Il governo passò al fratello Giovanni che gli era associato nella Signoria. Questi, canonico di Milano, era stato creato cardinale di s. Eustachio dall'antipapa Niccolò V (19-20 genn. 1329), ma aveva rinunciato poi nelle mani di Giovanni XXII il 15 sett. successivo. Nominato vescovo di Novara il $1^{\circ}$ agosto 1331, era passato arcivescovo a Milano il 17 luglio 1342. Egli richiamò i figli ed i nipoti del fratello Stefano (m. nel 1327) e di Valentina Doria, allontanati da Luchino, designandoli alla successione. Signore magnifico, amico del Petrarca, si pacificò con i vicini, Genova, Savoia, Monferrato, Gonzaga, Della Scala, per espandersi verso due centri vitali della politica italiana: Bologna, fattasi cedere dai Pepoli (1330) e di cui, dopo essere stato scomunicato, ottenne dal Papa il vicariato; da qui tentò un'infelice invasione in Toscana finita con la Pace di Sarzana nel 1355; Genova, datasi a lui (1353), poiché battuta da Venezia e insidiata dai fuorusciti. Con questi due acquisti lo Stato visconteo divenne predominante in Italia e contro esso si formò da Venezia una Lega durante la quale il 5 ott. 1354 Giovanni moriva a 64 anni: fu sepolto nel Duomo nell'arca del predecessore e antenato Ottone.
Successore i tre nipoti Matteo II, Galeazzo II, Bernabò, che si spartirono il Ducato in tre parti, presto ridette a due per la morte di Matteo. Milano rimase in comune: Galeazzo ebbe la parte occidentale, Bernabò l'orientale. Il primo risiedette a Pavia, vi costrui il castello di cui fu ospite il Petrarca e fondò l'Università; fu inono intrigante di Bernabò, anche se assalito dalle successive leghe antiviscontee; cercò di creare uno Stato in luogo di una serie di città ancora autonome. Malgrado si ricordi di lui la «Quaresima di Galeazzo» (una sequela crescente di torture e di mutilazioni) fu giudicato, forse per il confronto con il frattello, uomo mite; su di lui infici la moglie Bianca di Savoia, sorella del Conte Verde, di una famiglia e una corte più raffinata. Ottenne per l'unico figlio Gian Galeazzo, ancora bambino, la mano di Isabella, figlia di Giovanni II re di Francia, e un riconoscimento della nuova posizione della famiglia. Mor i il 4 ag. 1378. Ben diverso fu invece il fratello Bernabò, nato nel 1323 , esule lui pure al tempo dello zio Luchino, e sposato nel 1350 a Regina della Scala, figlia di Martino II, ricordata a Milano dal nome del teatro sorto al posto di una chiesa da lei fondata; donna capace e apprezzata dal marito che pure le fu molto infedele ( 20 figli naturali). Per la bizzarria del suo carattere offri molti spunti ai novellieri del tempo; con lui lo Stato visconteo, indebolito dalla divisione, fu continuamente aggressivo e perciò occasione di molte leghe ostili ( $1362,67,69,72$ ) quasi sempre promosse dai papi. Invano cercò di riavere Bologna, ribellatasi, che rimase infine alla Chiesa; in compenso occupò nel 1372 Reggio. Sposò con ricchissime doti le molte sue figlie, di cui parecchie in Germania e Austria, e una Caterina anche al nipote Gian Galeazzo che, prevedendo forse una mossa dello zio, lo catturò il 6 maggio 1385 e ne occupò lo Stato: Bernabò moriva il 19 dic. 1385 a Trezzo, si crede avvelenato. Il suo sepolcro, opera di Bonino da Campione, è ora al Castello Sforzesco. Gian Galeazzo (n. a Pavia il 16 ott. 1351, m. a Melegnano il 3 sett. 1406) aveva combattuto contro lo zio Amedeo di Savoia nel 1372, e nel 1373 a Montechiari con l'Acotto; morto il padre, mostrò un'apparente inerzia, sospettoso dell'avidità dello zio Bernabò.
Riunito lo Stato, rivelò la sua ambiziosa attivita nell'approfittare di ogni debolezza degli Stati vicini e lontani, e assicurandosi i migliori condottieri italiani. Con abilità spregiudicata si servì di Padova per occupare nel 1387 Verona e Vicenza, e di Venezia per avere Padova nel 1388. Resisté nel 1390-92 alla lega promossa da Fi-
renze e Bologna, perdendo solo Padova nella Pace di Genova, dopo aver battuto (1391) ad Alessandria i mercenari francesi del d'Armagnac chiamati da Firenze. La pace era una tregua, durante la quale Firenze e i suoi alleati lavorarono a mettergli contro il re di Francia (marito di una nipote di Bernabò) per guadagnarsi il quale Gian Galeazzo aveva data nel 1387 la figlia Valentina al fratello del Re, Luigi, poi duca d'Orléans; si impedì così al V. di ottenere Genova passata in mano della Francia (1396), mentre Gian Galeazzo cercava un compenso con l'imperatore Venceslao che lo creava l'i i maggio 1395 duca di Milano e nel 1397 gli dava il nuovo titolo di duca di Lombardia. Dal 1397 al 1399 invano cercò di occupare Mantova, difesa dalla Lega e infine anche da Venezia. Nel 1399-1400 egli diviene signore di Pisa, Siena e Perugia.
Nel 1401 la Lega fa scendere in Italia il nuovo imperatore Roberto, sconfitto a Brescia (ott.); l'anno dopo, il 23 giugno 1402, a Casalecchio presso Bologna era vinta la Lega e Bologna diveniva viscontea: Firenze era minacciata da vicino ma Gian Galeazzo moriva appena due mesi dopo, lasciando uno Stato più esteso che forte, dopo i terribili sacrifici impostigli, e dopo aver atteso quasi da solo a organizzarlo finanziariamente. Nel suo testamento divise lo Stato tra i figli avuti da Caterina figlia di Bernabò, Giovanni Maria (n. nel 1388) duca di Milano e Filippo Maria (n. nel 1392) conte di Pavia. Lo ricordano la ricostruzione del duomo di Milano, e la certosa di Pavia ove è sepolto. Il nuovo duca, prima sotto la tutela della madre, poi dei vari condottieri, ultimo il crudele Pacino Cane, venne ucciso il 16 maggio 1412, e non lasciò eredi. Gli successe il fratello Filippo Maria che in una prima fase ricostituil lo Stato paterno in Lombardia, Piemonte ed Emilia ed acquistò nel 1421 anche Genova. Nella seconda fase si ingerì in Romagna; gli si oppose Firenze, che, spesso battuta, indusse nel 1426 a intervenire Venezia nel timore che Filippo pensasse a riprendere Verona e Vicenza. Ne seguì una lotta costante anche se interrotta da paci ( 1433 e 1441) per cui Filippo perdette Brescia e Bergamo cedute a Venezia. Natura sospettosa, si alienò il condottiero migliore delle sue prime fortune, il conte di Carmagnola, passato a Venezia, e alternò paci e rancori con il genero Francesco Sforza, marito dell'unica figlia naturale, Bianca Maria. Morì, senza indicare un vero successore, il 13 ag. 1447, finché lo Sforza fu riconosciuto duca di Milano ( 1450 ). Finiva così la linea diretta; restando i diritti degli eredi di Valentina, cioè degli Orléans di Francia. Bianca Maria morì il 23 ott. 1468 a Melegnano: donna colta e intelligente, aveva aiutato il marito a consolidare la sua autorita nel Ducato.
Di altri rami antichi, quello di Oleggio (Novara) si estinse nel 1366 con Giovanni da Oleggio, signore di Bologna (1355-60), ribellatasi a Matteo II, poi di Fermo. Continua ancora in Milano quello dei duchi di Uberto, fratello di Matteo I; questo ramo ebbe nel 1700 il marchesato di Modrone, creato ducato da Napoleone I.
BibL.: oltre le storie generali di Milano, cf. D. Muir, A History of Milan under the V., Londra 1924 e G. Biscaro, I maggiori dei V. Signori di Milano, ecc., in Arch. it. lombardo, 58 (1911), pp. 5-76; id., Le relazioni dei V. con la Chiesa, ibid., 47 (1920), pp. 193-271; E. Galli, Sulle origini arabiche della biscia V., ibid., 46 (1919), pp. 365-81; inoltre i voli di indici di detto Archivio e del Bollettino storico povese, lavori di G. Romano e F. Cognasso, V. infine C. Magneto, I V. e gli Sforza nel Castello di Pavia, Milano 1894; A. Sorbelli, La signoria di Gian Galeazzo V. su Bologna, Bologna 1901; L. Sighinolfi, La signoria di Giovanni da Oleggio su Bologna, ivi 1905; R. Michel, Le pracés de Matteo et Gal. V., in Mélanges d'archéol, et d'hist., 29 (1909), pp. 289-327; F. Landogna, La palitira dei V. in Toscana, Milano 1929; N. Valeri, L'eredità di Gian Galeazzo V., Torino 1938; A. Fanfani, Le prime difficoltà finanziarie di Giovanni Maria V., in Rive, et. ital., 56 (1939), pp. 99-104; W. Terni de Gregor, Bianca Maria V. duchesca di Milano, Bergamo 1940; G. L. Barni, La formazione interna dello Stato visconteo, in Arch. itin. lombardo, nuova serie, 6 (1941), pp. 3-66; D. M. B. de Mesquita, Gian Galeazzo V. Duke of Milan (13511402), Cambridge 1941; L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico
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nello Stato di Milano dall'inizio della signoria viscontea al periodo tridentino, Milano 1941; G. Franceschini, Dopo la morte di Gian Galeazzo V., in Arch. stor. lombardo, nuova serie, 10 (19431947), p. 49 sgg .
Luigi Simconi
N:l campo ecclesiastico un Roberto V. successe all'arcivescovo di Milano Giovanni e m. l'8 ag. 1361. Più tardi Carlo V. ebbe parte alle trattative durante il Concilio di Trento per incarico di Pio IV; nominato vescovo di Ventimiglia il 5 dic. 1561 , poi di Montefeltro il 6 luglio 1565 , fu creato cardinale il 12 marzo 1563 e m. in curia, il 12 nov. successivo : sono note le sue lettere diplomatiche. Gaspare V. uditore di Rota, poi vescovo di Novara il 5 nov. 1584 , successe il 28 nell'arcivescovato di Milano a s. Carlo Borromeo; m. il 12 genn. 1595. Alfonso V. vescovo di Cervia (8 febbr. 1591), poi di Spolito (ro sett. 1606), fu creato cardinale il 3 marzo 1599; legato nella Marca e nel presidato di Ascoli ( 6 ott. 1606), m. a Macerata il 19 sett. 1608. Vitaliano V. arcivescovo di Efeso ( 11 ag. 1664) fu nunzio in Spagna dove rimase sino al 1669 , sebbene Alessandro VII l'avesse creato cardinale sino dal 15 febbr. 1666. Nominato arcivescovo di Monreale il 2 giugno 1670 , m. colà a 53 anni il 7 sett. 1671. Federico V., dottore in diritto ed uditore di Rota, fu nominato arcivescovo di Milano il 23 giugno 1681 e cardinale il $1^{\circ}$ sett. successivo da Innocenzo XI, m. a 73 anni a Milano il 7 genn. 1693. - Vedi tav. CXLVIIL.
BibL.: Eubel, II-V, passim.
Pio Paschini
VISCONTI, Filippo. - Arcivescovo di Milano, n. il 19 ag. 1721 a Massino (diocesi di Novara), m. il 30 dic. 1801 a Lione.
Fu nominato nel 1783 titolare della sede metroplitana di Milano, dopo la morte del card. Pozzobonelli, dall'imperatore Giuseppe II, perché riuniva alla condotta di buon ecclesiastico integrità e modestia di costumi, prudenza, pratica cognizione e le maniere più atte a renderlo accettor. L'atto arbitrario del sovrano che aveva provveduto direttamente alla nomina, la quale spettava al pontefice, determinò una vivace risposta di Pio VI, che rifiutò di riconoscere il V. quale arcivescovo di Milano. Solo dopo la venuta di Giuseppe II a Roma nel dic. 1783 e la trasmissione all'Imperatore da parte del Papa dei diritti di nomina per i vescovati dei Ducati di Milano e di Mantova, il V. fu preconizzato il 25 giugno 1784 arcivescovo di Milano. Non si oppose alle riforme giusoppine, soltanto sotto Leopoldo II ricorse a Vienna ed ottenne la soppressione del Seminario generale di Pavia ed il ristabilimento dei seminari diocesani. Con prudenza e tatto resse la diocesi durante la prima Repubblica, la restaurazione austro-russa e dopo il ritorno dei Francesi. Nominato deputato alla Consulta cisalpina, riunitasi a Lione nel dic. 1801, morì in questa città.
BibL.: Pastor, XVI, III, p. 364 sgg.; C. Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese (dal 1763 al 1818), Milano 1933, pp. 17147; F. Valsecchi, L'assolutismo illuminato in Austria e in Lombardia, II, parte 1*, Bologna 1934, pp. 277-86. Silvio Furlani
VISCONTI VENOSTA, Emilio. - Statista, n. a Milano il 22 genn. 1829, m. a Roma il 28 nov. 1914.
Iniziò la sua attività politica nel 1848, partecipando alle cinque giornate di Milano ed arruolandosi poi tra i volontari di Garibaldi. Riparato a Lugano dopo l'armistizio Salasco, vi si legò di amicizia con Mazzini : il che non gli impedì per altro di opporsi ai disegni insurrezionali di quest'ultimo, che lo aveva designato a capo della rivolta milanese del 1853. Sospettato dalla polizia per la sua attività liberale, non ebbe gravi molestie sino al febbr. 1859, allorché, compromessosi nella dimostrazione seguita ai funerali di Emilio Dandolo, ritenne opportuno trasferirsi a Torino. Rientrò in Lombardia al seguito delle truppe franco-sarde ed assunse per breve tempo la carica di commissario regio di Milano, svolgendo quindi delicate missioni diplomatiche nei Ducati e nel Mezzogiorno: a Napoli tentò inutilmente di provocare una insurrezione che proclamasse l'annessione del Regno alla Sardegna prima dell'arrivo dell'esercito garibaldino. Tre anni dopo ( 24 marzo 1863) assunse per la prima
volta il portafoglio degli Esteri nel ministero Minghetti : la quale carica ricoprì altre sei volte, sino al febbr. 1901, talché egli fu per ca. un cinquantennio l'ispiratore della politica estera italiana.
Il suo nome va cosi legato ad avvenimenti di particolare importanza, quali la stipulazione della Convenzione di Settembre, la condotta diplomatica della guerra del 1866, la presa di Roma e la promulgazione della cosiddetta Legge delle Guarantigic, che egli avrebbe desiderato più favorevole alla S. Sede. Ministro fino alla caduta della destra ( 18 marzo 1876), iniziò il ravvicinamento dell'Italia agli Imperi centrali e creò i presupposti di quella "politica delle mani nette", che il Cairoli ed il Corti seguirono all'epoca della crisi balcanica dal 1878.
Senatore dal 1886, tornò al potere col Rudinl nel 1896, all'indomani di Adua, e conchiuse la pace col Negus, nel tempo stesso in cui stipulava con la Francia gli accordi per lo status degli italiani in Tunisia. In seguito alla insurrezione milanese del 1898 , si oppose al guardasigilli Zanardelli, che sollecitava una legge speciale per colpire il clero (ingiuatamente accusato di aver promosso i moti insurrezionali) e provocò con le sue dimissioni la caduta del ministero. Il Pelloux ed il Saracco lo vollero nuovamente alla Consulta tra il 1900 e il 1901, nei difficili primordi del regno di Vittorio Emanuale III, ed egli fu cosi a capo della politica estera italiana durante la crisi cinese dei Boxers, ottenendo dalle potenze il riconoscimento della concessione italiana di Tien-Tsin.
Ultimo servizio reso alla patria, l'aver assunto ed abilmente tenuto la presidenza della Conferenza internazionale di Algesina (1906) per la soluzione pacifica del dissidio franco-tedesco per il Marocco: rappresentante dell'Italia legata alla Triplice, appoggiò le richieste francesi, cosi da anticipare l'evoluzione della politica italiana verso la Triplice Intesa, maturatasi nel 1914. Evoluzione che egli auspico e vide prossima a realizzarsi, essendo deceduto alla fine del ' 14 , quando l'Italia aveva già proclamata la propria neutralità e si avviava al Patto di Londra e all'intervento.
BibL.: anon., E. V. V., Roma 1880; C. Gino, Lettere giovanili di E. V. V., Roma 1914; L. Luzzatti, Grandi italiani, grandi sacrifici per la patria, Bologna 1924; F. Cataluccio, La politica estera di E. V. V., Firenze 1940; V. Vitale, Nove lettere di E. e di Giovanni V. V., in Ross. st. del Risor., 29 (1942), p. 5 sgg.
Suo fratello Giovanni (GINO), n. a Milano il 4 ott. 1831, m. ivi il $1^{\circ}$ ott. 1906, partecipò con lui alle cinque giornate del 1848 e svolse costante attività patriottica in Milano sino al 1859 , allorché - per sfuggire all'arresto dopo i funerali di Emilio Dandolo, risoltisi in una dimostrazione di italianità - riparò in Piemonte. Quivi fu chiamato a far parte della commissione consultiva nominata dal Cavour tra gli emigrati lombardi allo scopo di approntare la legislazione provvisoria della Lombardia in previsione dell'imminente guerra e dell'auspicata annessione: dopo di che venne inviato in Valtellina a dirigervi l'insurrezione popolare contro gli Austriaci e assunse il governo della regione a liberazione avvenuta. Assessore comunale di Milano sino dalla prima amministrazione municipale eletta dopo la partenza degli Austriaci, continuò a coprire cariche provinciali e municipali in Valtellina e a Milano sino a tarda età. Deputato al Parlamento subalpino, dopo una sola legislatura si ritrasse dalla vita politica, preferendo dedicare la propria attività alla città natale, dove fu, tra l'altro, sopraniteniente scolastico (oggi, provveditore agli studi), presidente dell'Associazione gener. operai, presidente del Museo del Risorgimento e di molti altri istituti. Scrittore agile e forbito, giornalista eccellente - fu tra i fondatori della Perseveranza, cui collaborò assiduamente - ha lasciato un interessante volume autobiografico (Ricordi di gioventù : cose vedute o sapute, Milano 1904), nonché novelle, versi, racconti, di cui la cosa migliore è il romanzo Il curato d'Orobio (ivi 1886), di derivazione manzoniana. E suo anche il popolarissimo scherzo poetico Il prode Anselmo. Per alcuni anni tenne la presidenza della Società degli autori.
BibL.: G. Stiavelli, Ricordi d'altri uomini e d'altri tempi, Frascati 1905; V. Vitale, Nove lettere di Emilio e di G. V. V.,
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in Ross. st. del Rlssrg., 29 (1942), p. 5 sgg. Numerosi i saggi critici sulla sua produzione letteraria.
Renzo U. Montini
VISEU (Vizeu), diocesi di. - In provincia di Beira-Alta, nel Portogallo. Ha una superficie di 3400 kmq . e una popolazione di 300.500 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 201 parrocchie, servite da 222 sacerdoti diocesani e 8 regolari. Ha un seminario maggiore e uno minore; una comunità religiosa maschile e 15 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 449).
L'origine della diocesi non si conosce. Secondo la divisione dei vescovati fatta nel Concilio di Lugo (559) la diocesi di V. si estendeva al territorio "de Borga usque Sartam, et de Bonella usque Ventosam ". Ora riesce difficile identificare tali nomi.
Il primo vescovo di cui si ricorda il nome è Remissol che prese parte al II Concilio di Braga (572). Con l'occupazione del territorio fatta da Leovigildo, re dei Visigoti e ariano, nel 585 , i prelati cattolici furono soggetti a dure persecuzioni e nella Cattedrale fu insediato il vescovo ariano Sunila che poi abiuro l'eresia nel III Concilio di Toledo (589). Durante il giogoi musulmano si parla di Theodemiro ed altri vescovi cattolici.
A metà del sec. x la diocesi si trovò transitoriamente nelle mani dei re cattolici ed allora furono restaurati vari monasteri e chiese, specialmente nella valle di Besteiros. Però la riconquista definitiva fu fatta da Ferdinando il Grande, fra il 1057 e il 1064. Il papa Pasquale II con la bolla Apostolicae Sedis del 23 marzo 1102 affidò la sede al vescovo di Coimbra, Maurizio, che la governò per mezzo di un priore. Uno di costoro, chiamato Odorio, fu acclamato vescovo dal popolo e dal clero. Tuttavia per l'intervento del vescovo di Coimbra continuò come semplice priore finché si ritirò nel monastero di S. Croce di Coimbra.
Dato il dubbio sull'autenticità della bolla attribuita al papa Lucio II. dalla quale si potrebbe dedurre l'esistenza del vescovo a V. nel 1144, sembra che la diocesi non sia stata provvista di vescovo prima del 1147 allorché si incontra il nome di Odorio. Seguirono poi Nicola, canonico regolare (1193), e Martino (1230). Dopo una vacanza di ca. 20 anni fu confermato alla cattedra di V. Pietro Gonzaives, al quale successe Matteo I, strenue difensore dei diritti della Chiesa nella lotta contro la Corona sotto il Regno di Alfonso II. Tra i prelati che governarono in seguito la sede di V. si ricordano Pedro II e Giovanni IV, coinvolti nel Grande Scisma, e Luiz do Amaral, seguace dell'antipapa Felice V ma tornato all'abbedienza di Roma prima della morte. Nel 1446 fu elevato alla cattedra di V. Giovanni Vicente, fondatore di una Congregazione di Canonici Regolari di S. Giovanni, noti sotto il nome di Loyos, e riformatore dell'Ordine di Cristo. Vasta attività spiegò Diego Ortiz de Vilhegas (1507-16); invece il card. Alessandro Farnese (1547-52) non raggiunse mai la sede. Jorge de Athaide partecipò al Concilio di Trento; Nuno de Noronha costrui il Seminario. Sono pure da ricordare Giovanni Manuel (1610), Bernardino de Senna (1629) e, dopo la vacanza protrattasi per 23 anni a motivo delle contese con la Spagna. Giovanni de Mello e Riccardo Russel. In tempi più recenti Antonio Alves Martins si oppose recisamente alla proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia nel Concilio Vaticano. A V. furono tenuti sinodi diocesani nel 1527, 1555, 1614, 1681, 1699, 1745, 1748. Partono è il vescovo s. Teotonio.
Monumenti. - Il più insigne è la Cattedrale, ricostruita nel sec. xir su un edificio del ix; tra la fine del sec. xirI e la prima metà del xiv fu eretto il chiostro; nel 1516 il vescovo Diego Ortiz de Vilhegas inaugurò la nuova facciata; tra il 1573 e il 1578 fu innalzata la sacrestia; rifacimenti parziali si ebbero nei secc. xvir e xviri. Da ricordare pure la chiesa di N. Signora del Carmine (sec. xviII) e S. Michele "do Fetal", la più antica di V., ma ricostruita nel sec. xviri. Dei conventi eretti in V. tra il sec. xv e il xviII nessuno è sopravvissuto.
Bim..: E. de Almeida, Hist. du Igreja em Portugal, I, Coimbra 1910, pp. 137 sgg., 163. 175. 191 sgg.; III, ivi 1915, p. 33 sgg.; U. de Oliveira, Hist. ecel. de Portugal, Lisbona 1948, p. 130. Carmo da Silva

(propr. Enc. Catt.)
VISIGOTICA, SCRITTURA e MINIATURA - Lettere caratteristiche, nessi, legamenti e lettere notevoli della scrittura v. : i. la a, la g e la $t$; 2. Il nesso caput; 3. La doppia forma di d. e, t.: i legamenti $t i$ nel suono duro e sibilante; il gruppo tur con la $u$ soprascritta; 4. la a, la c, la m, la o, la r e la $t$ dell'ellabeto maiuscolo.
## VISIGOTI: v. GOTI.
## VISIGOTICA, SCRITTURA e MINIATURA.
- Si classifica generalmente come v. la scrittura latina usata in Spagna dal sec. VII-VIII al sec. XII : tale definizione dev'essere tuttavia ulteriormente chiarita nel senso di attribuire il nome di v. alle scritture minuscole (corsiva e rotonda) del territorio della Penisola Iberica in quello stadio del loro sviluppo in cui vi si possono distinguere le caratteristiche locali che saranno indicate sommariamente più avanti.
L'origine della scrittura fu spiegata dal'o Schiaparelli come derivazione della minuscola corsiva, passata successivamente anche nell'uso librario attraverso un processo calligrafico che ne accentuò gli elementi peculiari. Il Mallon tuttavia ha messo recentemente in luce come molti esempi - soprattutto i più antichi - di corsiva v., classificati sotto questo nome soltanto perché prodotti in Spagna, non rivelino altre caratteristiche che quelle generali della minuscola corsiva e non siano perciò da riportare sotto questa categoria. Rimane quindi dubbia la formazione della minuscola v. come evoluzione in senso calligrafico della corsiva, né si può stabilire fino a che punto abbia influito sul tratteggio la scrittura araba, che si trova spesso usata accanto alla latina nello stesso codice e da un medesimo copista. In attesa che uno studio complessivo sulla v., tuttora mancante, venga a chiarire queste incertezze, si possono compendiare le posizioni attuali in questi tre punti : 1) le caratteristiche propriamente visigotiche sono riconoscibili essenzialmente nella forma minuscola; 2) di corsiva v. si può parlare solo quando la scrittura abbia elementi tali di differenziazione dalla comune minuscola corsiva che richiamino con evidenza le peculiarità (e non una soltanto) della minuscola v.; 3) si hanno esempi di semicorsiva in cui le caratteristiche della v. si accompagnano a quella tendenza generica propria delle precaroline di fondere la celerità di ductus delle corsive con l'eleganza formale delle scritture posate; forse è proprio in questo settore che va individuata l'origine di una scrittura v. con una fisionomia ben definiva.
Prima di accennare brevemente alle caratteristiche, sarà opportuno rilevare come il nome di v., dato a questa scrittura dal Mabillon e ormai consacrato dall'uso, è assolutamente improprio : quando essa sorse, la dominazione visigotica in Spagna volgeva ormai al tramonto, forse anzi era stata già sopraffatta dall'invasione araba (711). Nel basso medioevo la si trova indicata come littera mocarabica o littera Toletana: Toledo fu infatti il più famoso tra tutti i centri scrittori, limitati quasi esclusivamente alle province settentrionali, Catalogna, Castiglia e Galicia. Nella Catalogna, dove Carlomagno stabili la Marca Hispanica, essa fu sostituita già nel Ix sec. dalla carolina, mentre nelle altre regioni sopravvisse fino
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(da Ch. U. Clark, Colloctanca Hispanica. Parigi 1688, tav. 10)
Visigotica, scrittura e miniatura - Oravionale mozarabico, in minuscola v., del periodo di formazione (inizio del sec. viII). Verona, Bibl. Cap., cod. LXXXIX (84), f. 277.
al sec. xir. La proibizione che ne sarebbe stata fatta per $i$ testi liturgici verso la fine del sec. xi, in un Concilio di León (Rodrigo di Toledo, De rebus Hispaniae, VI, cap. 29, in Patrum Toletanorum quotquot extant opera, III, Madrid 1703, p. 143), è controversa.
Possono considerarsi lettere caratteristiche: la $a$, aperta come nella minuscola corsiva e in altre scritture da questa direttamente derivate (merovingica, alcune precaroline) ma con un più accentuato distacco delle sate nella parte superiore in modo da somigliare molto alla $u$ da cui solo si distingue per la terminazione con un tratto curvo verso destra che, nel corpo della parola, serve di legamento con la lettera seguente; nella corsiva si trova spesso in posizione elevata rispetto al rigo e disposta secondo un asse obliquo; la $g$ di forma maiuscola e con una coda che scende molto al di sotto del rigo; la $t$ con anello chiuso a sinistra, che apre il tratteggio della lettera ed è vergato dall'alto verso il basso in senso antiorario (in legamento assume però forme diverse). Nella corsiva è caratteristico anche il rosso um in fine di parola. Sono pure notevoli, ma non esclusive della v., la doppia forma della $d$ (onciale e minuscola); la e simile ad una e, talora anche con anello superiore chiuso e che in legamento sovrasta le altre lettere; la $i$ di forma alta o breve a seconda che sia in principio di parola o meno, oppure che abbia suono semivocalico o vocalico (tale norma non è però sempre osservata) : in legamento con $t$ precedente, tra la fine del sec. Ix e il principio del x si viene determinando la norma di prolungare la $i$ al di sotto del rigo nel suono sibilante; la $u$, specie intersonantica, è talora di dimensioni ridotte e sopraccritta. La v. ha anche un suo alfabeto maiuscolo di derivazione capitale, in cui è particolarmente riconoscibile l'influsso arabo; viene usato nei titoli e più raramente nelle iniziali. Caratteristici del manoscritti della Penisola Iberica, più che della scrittura v., debbono considerarsi il particolare nesso di $K, P$ e $T$, per caput, all'inizio dei capitoli e l'uso speciale di alcune abbreviazioni (frequenza dell'omissione delle vocali nella contrazione, i compendi di "per» e di "qui» espressi e on un segno che interseca rispettivamente le lettere $p$
e $q$ in maniera simile a quella usata in altre scritture per i compendi di "pro" e "quod", ecc.).
I criteri di datazione, formulati in maniera piuttosto generica dal Loew, sono puramente indicativi : il periodo della perfezione si avrebbe nei secc. x e xi.
Miniatura. - La miniatura v., o meglio la miniatura dei manoscritti spagnoli dal vir all'xi sec., può dividerai in due periodi. Il primo giunge alla fine del sec. Ix, ed è caratterizzato da motivi ornamestali piuttosto scarni, limitati ai titoli e alle iniziali (l'eccezione del codice Ashburnham del Pentateuco, oggi alla Biblioteca nazionale di Parigi, che risale al sec. vir e presenti illustrazioni ossai ricche, va considerata a sé, in quanto risale a un modello classico). Nel secondo periodo l'ornamentazione si fa via via più copiosa e più raffinata passando da elementi decorativi ancora semplici, monocromi o bicromi, talora però impreziositi da un finissimo arabesco a penna (seconda metà del sec. Ix), all'uso di bordature e iniziali policrome, complicate da intrecci piuttosto rozzi (sec. x) e finalmente a uno sviluppo più elaborato degli stessi intrecci con motivi floreali e zoomorfi (sec. xi).
Nelle scene compositive si nota un forte contrasto tra la sapiente distribuzione delle figure e la rozzezza esecutiva del disegno: soprattutto la figura umana è trattata con impaccio evidente; nelle architetture è riconoscibile l'influsso arabo. L'accostamento dei colori è sempre violento: il giallo predomina sul verde, l'azzurro e il rosso. Nei codici catalani, peraltro, l'influsso delle scuole francesi modifica queste caratteristiche già nel sec. ix. Oltre quelle qui riprodotte cf. le illustrazioni nel vol. III, col. 1605 (minuscola v.); vol. V, col. 463 (corsiva v.); vol. VII, col. 1240 (minuscola v.); vol. VIII, tav. C (minuscola v.). - Vedi tav. CXLIX.
Bibl.: per la scrittura: P. Ewald-G. Loewc, Exempla scripturae visig., Heidelberg 1883; E. A. Loew, Studia paluocgraphica. A contribution to the hist. of early Latin minuse, and to the dating of Visigothic MSS (Sitzungsber. der kön. Bayer. Ahad. der Wissensch., Philos.-philol. und hist. Klasse, 1910, fasc. 12), Monaco 1910; J. M. Burnum, Palaeographia Iberica. Facsimiles de manuscrits espagnols et portugais..., 3 fasc. . Parigi 1912-25; Ch. U. Clark, Collect. Hispan., ivi 1920; Z. Garcia Villada, Paleogr. española..., Madrid 1923 (lista di codd. in v. a pp. 94-126); L. Schiaparelli, Note paleogr. Intorno all'orig. della s. o., in Arch. stor. ital., 70 serie, 12 (1929), pp. 163-207; A. Millares Carlo, Paleografia espalada, 2 voll., BarcellonaBuenos Aires (1929); id., Contribución al "Corpus" de códices visigóticos, Madrid 1931; id., Tratado de paleogr. espalada, 2 ed., Madrid 1932 (a pp. 451-72 un elenco di 281 mss. in v., cui vanno aggiunti quelli segnalati da R. Potter Robinson, Some newly discovered fragments of visigot. manuscritps, in Transact. and proceed. of the Amer. philolog. association, 60 (1929), pp. 4856); id., Notas sobre la curciua visigót., corr. da Rev. de la bibl. arch. y museo, Ajuntam. de Madrid, 12 (1935); R. Potter Robinson, Manuscripts 17 (S. 19) and 119 (S. 107) of the municipal Library of Auton... (Museum of the Amer. Acad. in Rome, 16), Nuova York 1939; J. Mallon, L'épitaphe de Ragata, in Emerita, 15 (1947), pp. 87-122; G. Battelli, Les. di paleogr., 30 ed., Città del Vaticano 1949, pp. 144-52. Per la miniatura: A. M. Hungtington, Initials and miniatures of the IXth, Xth and XIth cent.

(da D. de Bruges, E. Visserout, Une feuille arabo-latine de l'Epître aux Galates, in Revue Biblique, n. 2, 7 (1916), pp. 281-13, tav. f. 1. prima di p. 201)
Visigotica, scrittura e miniatura - S. Paolo, Epistola ai Galati, 1, 7-11, Texto in minuscola v. e in arabo (sec. Ix) - Siguerza, Bibl. Cap., ms. 150 (foglio inserito nella legatura).
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from the mozarabic manuscr. of Santo Domingo de Silos in the British Museum, Nuova York 1904; I. Dominguez Bordona, La miniatura es