l mondo inorganico sotto forma di conflitto di forze (Wille zur Macht, I, Parigi 1909, pp. 296-98); più nettamente nel mondo organico come lotta degli individui e delle specie; nel mondo umano sotto forma di scienza (ibid., pp. 274275) e di potere, e sotto un aspetto più larvato nella morale stessa (ibid., pp. 339-50); v. e volontà di potenza sono sinonimi di energia intensa. Idealizzata come valore supremo, la volontà di potenza, ch'è la v., trova in Zarathustra il simbolo del "vivente perfetto", il "superuomo" ("Übermensch"), cf. Also sprach Zarathustra, lib. III, Parigi 1946, p. 227 sg.). Nel positivismo, A. Comte intende liberare i fenomeni biologici dalle interpretazioni teologiche (mediante volontà arbitraria) e metafisiche (mediante una paside individuale o cosmica) per sottometterli all'esigenza positiva della spiegazione mediante leggi. Così spiegato il fenomeno biologico si riassume nella correlazione di due elementi (Discours de philos. pont., III, Parigi 1908, p. 141 sg.). H. Spencer, preoccupato dai problemi della genesi e dominato dall'idea di evoluzione,
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parte dal concetto di "forza" (come sostrato inconoscibile di tutti i fenomeni cosmici). Piante ed animali sono trasformazioni della forza per integrazione di materia e dispersione concomitante di movimento. L'evoluzione non è altro che sil cambiamento da una omogeneità incoerente in una eterogeneità coerente in seguito a tale integrazione e dispersione». La dissoluzione segue il cammino inverso (cf. First Principles, tr. franc., J. Cazelles, Parigi 1871, c. 6).
Secondo Bergson l'essenza della v. è la «durata creatrice " che si può cogliere mediante una intuizione; la v. si presenta come un "tutto" irriducibile tanto a un finalismo estrinseco quanto a un finalismo intrinseco. limitato a un solo organismo (visto che in natura non c'è un individualismo assolutamente netto). Ma se il tutto è originale e non si riduce ad una integrazione di parti, come ha creduto Spencer, ció che ci rimanda dal meccanizismo al finalismo costruttore è uno sfancio vitale (élan vital) originale, un movimento semplice la cui evoluzione non si compie nei gradi successivi di una medesima tendenza (vita vegetativa, instintiva, ragionevole), ma in tre divergenti direzioni. La pianta, l'animale e l'uomo sono le tre direzioni divergenti di una attività che si è scissa sviluppandosi (Evolution créatrice, Parigi 1946. pp. 1-7).
3. Discussione critica. - Si constata, particolarmente nelle filosofie contemporanee, uno spostamento d'accento dall'ontologico all'assiologico, in quanto la v., intesa come principio, rende sempre di più ad essere interpretata come valore. Di qui le risonanze affettivo-assiologiche del termine. Tali divergenze possono far dubitare dell'unità del concetto di v.: tuttavia, riportate alla sua caratteristica originaria, la v. ha suggerito alla speculazione filosofica i seguenti aspetti: a) anzitutto l'immanenza dell'agire (piuttosto che la spontaneità valida per ogni azione naturale, cf. le osservazioni di C. Fabro sull'opera di F. De Sarlo, Vita e Psiche, in Bollettino filosofico, 3 [1937], pp. 65-77), cosi ben messa in rilievo da s. Tommaso; b) poi, o di conseguenza, la causalità, il cui "schema" è l'organismo nella fase embrionale (sugli schemi biologici in Aristotele, cf. H.Donovan-Hantz, The biological Motivation in Aristotle, Nuova York 1937); c) la fecundità (mirabilmente sviluppata da s. Tommaso in Contra Gent., IV, 11); tale struttura del concetto di v. ricondotta al suo grado intelligibile non esclude affatto, anzi implica, i caratteri af-fettivo-assiologici chiariti dalle filosofie romantiche e dalle Lebeutphilosophien contemporanee.
Bull.: W. Roux, Der Kampf der Theile im Organismus, Lipsis 1881, p. 351 sg.; J. B. Lamarck, Philosophie zoologique, Parigi 1907; F. Raffaele, Individuo e specie, Salerno 1910; R. Berthelot, Evolutionnisme et platonisme, Parigi 1912; A. Cournot, Essai sur les fondements de nos connaissances, ivi 1912, cap. 9; J. v. Uexküll, Umwelt und Innenwelt der Tiere, ${ }^{2}$ ed., Berlino 1921; H. Rickert, Philosophic des Lebens, $2^{2}$ ed., Tubinga 1922, cap. 1; L. Klages, Vom kosmogonischen Eros, $2^{2}$ ed., Jena 1926; vari autori, Cahiers de philosophie de la nature, ivi 1929-35; Ed. Le Roy, L'exigence idéaliste et le fait de l'évolution, Parigi 1929. Introduction; X. Manquat, Aristote naturaliste, ivi 1930; N. Hartmann, Das Problem des geistigen Seins, Berliro 1933, p. 90 sg.; G. Singer, Histoire de la biologie, trad. franc., Parigi 1934; F. Ravaisson, Testament philosophique, ivi 1935; J. Royer, Essai d'une définition de la vie, ivi 1939; G. De Ruggiero, Filosofi del Novecento, Bari-Lasera 1946, p. 41; R. Ruyer, Eléments de psychobiologie, Parigi 1946; W. Dilthey, Le monde de l'esprit, I, ivi 1947, p. 130 sg.; F. Grégoire, Note sur la philosophie de l'organisme, in Revue philoc. de Louvain, 1948, p. 278 sg.; H. Salman, La nature du vivant, Parigi 1948; R. Delbies, La méthode psychanalytique et la doctrine frondienne, I, Parigi 1949, p. 207 ; L. Lévy-Brühl, Carnets, ivi 1949; N. Hartmann, Philosophie der Natur, Berliro 1950, parte 37, capp. 43-84; A. Brunner, Der Stufenbau der Welt, Monaco 1950, p. 549 sg.; J. Ortega y Gasset, Obras completas, II, Madrid 1951, pp. 431 sg., 149 sg.; III, ivi 1951 pp. 270-80; A. Wenzl, Metaphysik der Biologie von Heute, $2^{2}$ ed., Anibargo 1951; E. Dupréel, Vers une théorie sociologique de la vie, in Revue philosophique, 1952, pp. 351-68. Stanislos Breton
II. Origine della vita. - 1. Caratteristiche del vivente. - E unanime l'accordo nel riconoscere che esistono delle differenze tra i corpi inanimati e i viventi. Queste tuttavia non riguardano gli elementi materiali degli uni e degli altri, essendo ormai dimostrato che gli organismi sono costituiti dalle stesse sostanze elementari che formano gran parte
del mondo inorganico: carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, solfo, fosforo, cloro, calcio, sodio, potassio, magnesio, con tracce (a funzione spesso importantissima) di ferro, iodio, zinco, rame, manganese, cobalto, rubidio, ecc. Nemmeno le singole aggregazioni molecolari che questi atomi assumono nel vivente, quantunque siano molto più complesse di quanto non si abbia nella natura inorganica, sembrano segnare di per se stesse, come in altri tempi si credeva, una caratteristica del vivente, poiché tali composti si possono, almeno teoricamente, produrre in laboratorio, come già è avvenuto per alcuni. Cosí il Wöhler (1828) riscaldando acido cianico ed ammoniaca, ottenne dell'urea identica a quella che 50 anni prima il Rouelle aveva trovato nell'orina dei mammiferi; cosi, qualche decennio dopo, il Kolbe fece la sintesi dell'acido acetico, il Berthelot quella dei grassi; cosi, al principio del secolo, il Fischer ottenne la formazione sintetica di polipeptidi, e recentemente il Betti riuscì a fabbricare per sintesi quei composti otticamente attivi che la natura ci presenta tali, ma che le nostre sintesi produccrono sinora soltanto come prodotti racemici, come miscela cioè dei due composti destro e levogiro. Si è naturalmente lontanissimi dall'aver raggiunto, con mezzi artificiali, la complessità delle molecole organiche; ma, teoricamente, nulla vieta che ci si possa arrivare.
Le differenze radicali derivano dal fatto che gli organismi anche più elementari, si nutrono, s'accrescono, si riproducono, sono irritabili, invecchiano, muoiono, mentre nulla di uguale si riscontra nel mondo inorganico. L'organismo si nutre per intussuscezione, attirando a sé particelle materiali eterogenee, trasformandolo, con un lungo lavorio di scomposizione e ricomposizione molecolare, ed imprimendo loro la propria struttura specifica. Per questa via accresce il suo volume, se ancora non ha raggiunto lo stadio adulto, fino ad un limite caratteristico per le varie specie; insieme differenza le singole sue parti con formazioni citologiche e anatomiche di struttura diversissima, e stabilisce un incessante ricambio materiale ed energetico col mondo circostante. Di. venuto adulto, e talvolta anche in stadi giovanili, l'organismo unicellulare come il pluricellulare è sempre in grado di dare origine ad altri individui della medesima specie, dividendo se stesso in due o più frammenti pressoché uguali, o devolvendo questa funzione a cellule particolari il cui unico compito è quello di trasmettere la v.
Si obietta talvolta che i cristalli presentano alcune manifestazioni analoghe. Come il vivente, anche il cristallo nasce dall'acqua madre, cresce attirando a sé altre particelle della sostanza cristallizzabile disciolta; in tale crescita, le particelle non assumono la posizione indifferente e caotica delle sostanze vetrose, ma, come le cellule derivanti dall'ovo fecondato prendono nell'embrione posizioni ben fisse per ogni specie, cosi nel cristallo atomi e molecole si dispongono con ordine mirabile, dando luogo a figure geometriche caratteristiche per i vari corpi. E altre analogie. In realtà non vi è nessuna reale somiglianza fra le due serie di fenomeni. La nascita, se si vuole cosi chiamarla, di un cristallo di calcite, p. es., avviene quando, in una soluzione di carbonato di calcio, alcune molecole assumono per prime la disposizione spaziale romboedrica. Non avviene nessuna reazione chimica : era carbonato di calcio nella soluzione, resta carbonato di calcio nel cristallino : di nuovo si ha soltanto la forma, in quanto disposizione spaziale delle molecole. E si è già, fin da questo momento, in presenza di un cristallo di calcide perfetto, il quale accresce il suo volume, senza limiti, attraendo lungo i suoi spigoli e le sue faccie altri identici cristallini elementari di carbonato di calcio, non derivati né trasformati da esso, ma formatisi nella soluzione madre. Ed accrescendosi, anziché acquistare eterogeneità o nuova forma, rende soltanto visibile la forma submicroscopica del reticolo primitivo. Non dunque un individuo che cresce e si costruisce, come nel vivente, ma nuovi identici elementi che, senza perdere la propria natura né la propria individualità e senza nulla acquistare dall'unione, si sovrappongono l'uno sull'altro secondo leggi
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ben definite, facendo cosi aumentare il volume dell'insieme.
Ogni organismo dopo un certo periodo di esistenza, caratteristico per le varie specie, invecchia e muore mentre nulla di simile avviene nemmeno nei cristalli che pur rappresentano la più alta manifestazione nell'attività della materia inorganica. Né fanno eccezione a questa legge gli esseri microscopici e le cellule germinali dei viventi superiori, poiché anche in questi casi l'individuo originario vien meno col tempo, sebbene una parte della sua materia riviva nei figli.
Altra caratteristica del vivente è la irritabilitá, definita da Cl . Bernard la proprietà dell' elemento vivente di agire secondo la sua natura sotto una provocazione esterna" (Legons sur les phénomènes de la vie communs aux animaux et aux végétaux, Parigi 1878, p. 248). Essa comprende tutti i fenomeni con i quali gli esseri viventi reagiscono alle eccitazioni provenienti da fattori esterni, come luce, gravità, elattricità, contatto con un corpo meccanico, aria, acqua, umidità, sostanze chimiche, ecc., e differisce dall'attività della materia inorganica, in quanto la reazione con cui il vivente risponde ad un'eccitazione esterna, è, a volta a volta, elaborata dal vivente stesso, è quindi variabile da organismo ad organismo, da momento fisiologico a momento fisiologico; e se, affinché uno stimolo agisca, si richiede un minimo d'intensità, oltrepassato un certo limite l'organismo o non reagisce più o reagisce in senso opposto allo stimolo.
2. Origine della v. - Se, nel riconoscere che le operazioni sopracitate sono caratteristiche del vivente, l'accordo è universale, grandi sono invece le divergenze fra i dotti nel modo di interpretarle e, conseguentemente, nel problema dell'origine prima della v.
Alcuni ritengono ancora plausibile l'ipotesi dei cosmozoari o della panspermia interastrale, affacciata dal Richter (1863) e poi condivisa da eminenti scienziati come W. Thompson, Helmholtz, Van Tieghem, Bonnier, Arrhénius ed altri, i quali cercarono anche di risolvere le gravi difficoltà d'ordine fisico e biologico che vi sono connesse. In breve, l'ipotesi sostiene che la v. si sia stabilita sulla terra per mezzo di germi provenienti da altri astri, già abitati. E superfluo esaminare se quelle difficoltà siano realmente scioite con le spiegazioni tentate dai vari autori ; sta di fatto che il problema dell'origine prima della v. non è risolto, ma semplicemente spostato dalla terra a quello o a quegli astri da cui è supposta derivare.
I materialisti affermano che la v. si è originata sulla nostra terra per generazione spontanea dalla materia inorganica, come suoi dirsi impropriamente, Già Empedocle, Democrito, Aristotele ed altri filosofi, tra i greci; Lucrezio e Virgilio, fra i latini e, in qualche modo, lo stesso s. Tommaso e la scolastica antica sostenevano la medesima dottrina e. tutti sanno che, fino al 1600 , essa era pacificamente accettata, ritenendosi che tale autoctonia continuasse ad avverarsi, almeno per gli organismi inferiori. L'affermazione dei materialisti sembrava dunque provata. Se non che, Fr. Redi (Esperienze intorno alla generazione degli insetti, Firenze 1668) incominciò a dimostrare che i vermi sviluppantisi dalle carni putrefatte non si originano spontaneamente, bensì da uova ivi deposte dalle mosche; A. Vallisnieri (Storia della generazione dell'uomo e degli animali, Venezia 1715), insieme con Malpighi, dimostrò che derivano da uova di insetti anche le larve presenti nelle galle e nella polpa dei frutti; lo Spallanzani (Osservazioni e sperimenti intorno agli animaletti delle infusioni, Modena 1765) estese la stessa dimostrazione agli infusori, scoperti un secolo prima dal Leeuwenhoek; e finalmente il Pasteur provò (1860), contro il Pouchet, che anche i microscopici batteri non derivano dalla materia inorganica ma da batteri pressiatenti.
Con queste osservazioni, la prova dimostrativa della generazione spontanea veniva dunque a mancare, ed i materialisti, a sostegno della loro tesi, ricorsero e ricorsono tuttora ai tentativi di fabbricare la v. in laboratorio, ai virus (v.) filtrabili e ad altri presunti organismi ancora più semplici che, all'inizio della v., si sarebbero
originati dalla materia inorganica. Ma i tentativi di fabbricare la v. hanno sempre e solo portato alla costruzione di giocattoli inanimati; l'esistenza primordiale di organismi più semplici dei virus è una pura presunzione non suffragata da nessun dato di fatto, ed escogitata all'unico scopo di salvare la tesi; sui virus ancora si discute se siano viventi, se siano autentici organismi o frammenti di organismi, non si ha nessuna prova della loro origine spontanea, mentre il loro parassitismo, rigorosamente obbligato, esclude in ogni modo che abbiano potuto essere i primi viventi. In conclusione, la cosiddetta generazione spontanea, fondamento dell'ipotesi materialista, non dispone di nessuna prova sperimentale, e tutte quelle che si hanno le sono contrarie.
C. E. Guye (L'évolution physico-chimique, Parigi 1922) e Lecomte du Noüy (L'homme devant la science, ivi 1939) hanno anche calcolato matematicamente la probabilità della formazione casuale di una sola molecola proteica, molto più semplice di quelle che realmente si riscontrano nei viventi, giungendo alla conclusione che essa è teoricamente tanto improbabile da essere praticamente impossibile, come è, p. es., praticamente impossibile la formazione spontanea di un orologio, che pure è ben lungi dall'avere la complessità di un vivente.
Tra i meccanicisti, per i quali gli organismi sono da assimilare a macchine costruite dalla natura, alcuni sono materialisti e valgono per essi le osservazioni fatte più sopra e quelle che si faranno in seguito; altri sono più o meno apertamente teisti e, pur negando che nel vivente si abbiano principi diversi dalle forze chimicofisiche dei loro costituenti materiali, ammettono, col Descartes, che a formare queste macchine perfettissime sia intervenuta la potenza di Dio, attuando quelle combinazioni chimiche e aggregazioni fisiche che il caso dei materialisti non può produrre. Tutte le difficoltà sollevate dalla generazione spontanea, scompaiono in questa sentenza. Ma se essa sfugge alle difficoltà riguardanti l'origine della v., non riesce poi a spiegare adeguatamente l'unità intrinseca propria ad ogni organismo, quale si manifesta attraverso le sue operazioni.
I vitalisti ammettono pure che, all'origine della v., vi sia stato un intervento diretto di Dio, ma non ristretto soltanto a formare alcune combinazioni chimiche altamente improbabili, bensì esteso a dotare il primo o i primi organismi di principi diversi e superiori alle forze fisico-chimiche che, sole, operano nel mondo inorganico. Dottrina già sostenuta da naturalisti antichi, come Aristotele, ripresa dalla scolastica e riesumata nei tempi moderni, per opera soprattutto dei Driesch; dottrina che, sia nell'origine della v., sia nelle operazioni dei viventi, non nega l'importanza della materia; nega che la materia da sola sia sufficiente a produrre la v. o a spiegarne le attività caratteristiche.
Grande è la ripugnanza degli scienziati ad accettare che esistano nel vivente principi e forze diverse dalle fisico-chimiche che si possono misurare con appositi strumenti; eppure, se si vuole cogliere l'elemento fondamentale che caratterizza la v., vi si è costretti in nome di quella logica da cui non può prescindere nemmeno lo scienziato sperimentale.
3. Essenza della v. - Chi infatti considera con assoluta obiettività lo sviluppo ed il modo d'operare di un qualsiasi organismo, deve ammettere una coordinazione, subordinazione e convergenza delle sue più svariate attività al bene del tutto. Ogni organismo, nonostante il numero senza numero delle cellule che forse lo compongono, si presenta come un'unità naturale, in cui le singole parti, macro o microscopiche, perdono la loro autonomia, fondendosi nella grande armonia del tutto. Per fissare meglio i concetti, è opportuno rilevare qualche fatto in un organismo pluricellulare, dove i fenomeni si svolgono con maggiore evidenza.
Nella fecondazione, che segna l'inizio di una nuova v., si costituisce questa nuova unità naturale. Mentre nel processo divisionale di una cellula i cromosomi si scindono longitudinalmente, emigrano in doppia schiera ai poli opposti del nucleo, e la membrana, strozzandosi, divide citoplasma e nucleo in due metà gros-
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solanamente uguali; nella fecondazione, al contrario, le cellule germinali paterna e materna mescolano in modo inseparabile i loro citoplasmi, appaiano a due a due i rispettivi cromosomi che, quasi in vista di questa fusione, avevano dimezzato il loro numero, si rivestono di un'unica membrana cellulare e nucleare, dando subito l'impressione che da due elementi derivati da organismi diversi si costituisce una sola cellula. Ben più, essa racchiude già, in potenza, tutto l'organismo futuro e quel determinato organismo. Per attuarlo, dovrà moltiplicare innumerevoli volte se stessa e differenziare gradualmente le parti che si andranno formando; ma nulla normalmente avverrà che non sia già, in qualche modo, contenuto in essa, nulla che non risenta del suo influsso. All'ambiente esterno domanderà il nutrimento e l'ossigeno per accrescersi e produrre le reazioni chimiche necessarie, ma soprattutto di non ostacolarle il cammino né rallentarne lo slancio evolutivo. Questo slancio ereditano i primi blastomeri derivati dall'ovo fecondato. Essi pure si ingrandiscono e, raggiunta una determinata mole, si dividono a loro volta, ma sempre trasmettendo alle cellule figlie il medesimo assillo di attuare il futuro organismo completo. Morula, blastula, gastrula, sono studi successivi di questo incessante cammino in cui le cellule, sempre più numerose, continuano a cooperare per il raggiungimento dell'unico fine. E come prima ciascuna di esse, così ora ogni gruppo ha una funzione ben precisa da compiere, e se uno ne diviene incapace, il suo compito è assunto da cellule di un altro settore, tanto grande è l'ansia comune di assolvere la missione loro affidata, quasi in solidum, dalla natura.
Ogni cellula si nutre, e l'assunzione dei materiali avviene attraverso la membrana. Ora, la permeabilità della membrana è certo condizionata ad ogni istante dal suo stato fisico e dagli equilibri chimici esistenti sulle sue facce. Ma è noto che quelle condizioni variano incessantemente, e non a caso, per cui varia di continuo qualitativamente e quantitativamente la permeabilità della membrana, la quale ora permette l'ingresso di sostanze che prima non ha lasciato penetrare, e io permette nella misura in cui sono necessarie o utili, non ad essa soltanto, ma alla cellula intera. Anzi, questo intrinseco potere elettore va oltre i bisogni della cellula, mirando anche ai bisogni delle cellule vicine e lontane, ed estendendosi perfino a quelli futuri dell'organismo in formazione.
Il vivente si attua così a grado a grado, con una autocostruzione dall'interno e un dominio estendentesi nello spazio e nel tempo su una materia ogni giorno più vasta, la quale assume le proprietà viventi e coopera a produrre quelle sostanze organo-formative che non creano la v., ma sono dalla v. prodotte ed usate come mezzi per nuove costruzioni. In questo intenso lavorio, di cui ogni biologo è consapevole, si ravvisano, con gli strumenti, la materia impiegata, il succedersi delle diverse strutture; non si riesce ad individuare l'elemento che coordina ed orienta fenomeni cosi disparati e numerosi, ora esaltando ora deprimendo l'attività delle singole parti affinché il tutto sia costruito progressivamente, armonicamente. Eppure questa causa direttrice deve esistere, poiché ne esiste l'effetto, e dev'essere intrinseca all'organismo stesso, se non si vuole ricorrere ad un inutile occasionalismo con tutte le difficoltà che gli sono connesse.
Questa unità, nei vari suoi aspetti di coordinazione, subordinazione di parti, e convergenza di attività al bene dell'insieme, si riscontra ancora nell'adulto, nonostante che le sue cellule non formino una vera continuità materiale. Per accennare appena a qualche fatto, si ricorda come le diverse reazioni componenti un determinato ciclo metabolico non si svolgano di regola nella stessa sede, ma, iniziate in un organo, sono poi completate da altri a cui giungono col sangue i prodotti intermedi fabbricati dal primo e ancora inutilizzabili dall'organismo. Si ricorda come le alterazioni che pur interessano forse una regione limitatissima, si facciano risentire nel tutto, e come sia ancora l'intero organismo che interviene, con l'attività di numerose sue parti, per ristabilire l'equilibrio.
Vi è poi un fenomeno che, mentre da una parte
conferma l'unità del vivente, apre dall'altra uno spiraglio sull'intima natura di questa proprietà, facendola chiaramente intravvedere come dovuta a qualche cosa che non è riducibile alla sola materia: il conservarsi l'individuo uguale a se stesso, in quanto è sempre lo stesso organismo, nonostante le incessanti modificazioni dello stato fisico-chimico delle sue parti, e la continua sostituzione materiale dei loro costituenti. Tutta la materia in esso presente ad un determinato momento si trasforma e viene sostituita da altra materia: eppure l'individualità dell'organismo rimane costante fino alla sua morte, e l'uomo ha piena coscienza di questo fatto.
Infine, l'unità di un organismo vivente diviene, per contrasto, più chiara nella coordinazione e subordinazione delle sue parti, considerando i fenomeni che avvengono nelle colture v.in vitro e con cui si riesce a mantenere in vita un frammento di tessuto asportato dal medesimo organismo. Queste cellule, prima cosi solidali nelle loro operazioni, cosi sensibili alle alterazioni che ne colpivano una, divengono ora del tutto indipendenti e si trasformano in altrettanti individui, in cui non si trova più nessuna cospirazione al raggiungimento di un unico fine, nessuna mutua collaborazione. Se con un ags se ne punge una, essa sola reagisce nella totale impassibilità delle vicine. Venuto meno lo scopo della loro funzione e della loro differenziazione, esse perdono l'una e l'altra, trasformandosi spesso in cellule strutturalmente indifferenti. E quasi a rendere più manifesta l'indipendenza acquisita con la separazione dal tutto, si allontanano anche spazialmente fra loro, emigrando ciascuna per proprio conto verso i margini del vetrino, dove, senza più freno né scopo preciso, riprendono a proliferare in maniera autonoma, esattamente come farebbe un individuo monocellulare.
Tale è la realtà biologica che si presenta a chiunque affronta il problema della v. Il ricercatore si trova dinanzi ad esseri formati da una o da miliardi di cellule, costituite a loro volta da un numero astronomico di atomi e molecole quali si ritrovano anche nel mondo inorganico, ma qui operanti come parti di un tutto che, per mezzo loro, ordinatamente e finalisticamente si autocostruisce, come ordinatamente e finalisticamente esplica, adulto, le varie sue funzioni. Di qui l'esigenza di un principio reale, diverso dalle forze fisico-chimiche dei singoli corpi inorganici di cui è formato l'organismo, e di ordine a quelle superiore, poiché è capace di regolarne l'attività, di unificarne l'azione, facendo dell'organismo un tutto da cui derivano ed al cui benessere si svolgono le molteplici funzioni. Proprio a tale elemento si riferisce la definizione di s. Tommaso quando dice che la v. è il principio intrinseco dell'azione immanente.
E compito della filosofia, e non della scienza, indagare la natura di questo principio e come avvenga la sua unione con la materia; ma è dovere del biologo ammetterne l'esistenza, poiché esso è parte integrante e principale di quella realtà biologica (gli organismi viventi) che formano l'aggetto proprio dei suoi studi.
BibL.: H. Driesch, The science and philosophy of the organism, Londra 1908; J. Loeb, The mechanistic conception of life, Chicago 1912; id., The organism as a whole, Nuova York 1916; H. Colin, De la matière à la vie, Parigi 1926; L. v. Bertalanffy, Kritische Theorie der Formbildung, Berlino 1928; L. Vialleton, L'orig. des âtres vivants, Parigi 1930; A. Daboj, L'oeuf et son dynamisme, ivi 1941; L. Cuinoz, Invention et finalité en biologie, ivi 1941; J. Pujula, Problemas biológicos, Barcellona 1941; H. Dav-son-J. F. Danielli, The permeability of natural membranes, Cambridge 1943; R. S. Lillie, General biology and philosophy of Organism, Chicago 1943; E. S. Russell, The directionness of organic activities, Cambridge 1945; J. Carles, Unité et vie, Parigi 1946; J. Needham, Ordine e v., trad. it., Torino 1946; R. Disermet, Il libro della v., Milano 1947; E. Schrödinger, What is life?, Nuova York 1947; H. Rouvière, Vie et finalité, Parigi 1947; id., L'énergie vitale, ivi 1952; M. Vernet, La vie et la mort, ivi 1952. Giuseppe Bosio
III. La v. nell'arte. - Nell'arte sacra medievale s'incontrano spesso rappresentazioni allegoriche della v. umana, con le quali si voleva prima di tutto esprimere in diversi modi figurativi l'inevitabile avviamento dell'uomo verso la morte.
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Nel Duomo di Torcello, in un bassorilievo marmoreo bizantineggiante del sec. XI, incastrato nella scala dell'ambone, un giovane con ruote alate ai piedi e una bilancia in mano sta a significare la fugacita della v. e quindi del Tempo (v.). Una figurazione più complessa si ha nella lunetta della porta meridionale del battistero di Parma, scolpita da Benedetto Antèlami (v.) intorno al 1200 , raffigurante l'albero della v. secondo la leggenda buddìistica di Barlaam e Joasaph (v.). Qui un giovane, adagiato tra i rami di un albero, gusta del miele raccolto in un favo, ignorando che ai piedi dell'albero due animaletti (topi o talpe?) ne rodono le radici ed un drago sprizzante fiamme aspetta la sua caduta. Ai lati il Sole e la Luna, entro dischi con i rispettivi carri, rappresentano il trascorrere del tempo. Simile raffigurazione si ha con lievi varianti anche nel bassorilievo tr. centesco su uno stipite della porta della cappella di S. Isidoro in S. Marco a Venezia e in una formella gotica del Museo dell'Opera del Duomo di Ferrara, dove, accanto ai soliti elementi simbolici, appare anche un liocorno. La v. umana veniva pure raffigurata con una serie di rappresentazioni delle età successive di un individuo, collegate tra di loro in una specie di sinottico. Un bell'esemplare di questo genere è in un bassorilievo del battistero di Parma, dovuto allo stesso Antèlami. Durante il Rinascimento il concetto di v. fu espresso in modo del tutto diverso da quello medievale. Si rammenta a tale proposito il grande pannello di Lorenzo Costa della chiesa di S. Giacomo a Bologna, dove il trionfo della v. è raffigurato come antecedente il trionfo della morte.
Bibl.: A. Muñoz, Le rappresentazioni allegoriche della v. nell'arte bizantina, in L'arte, 7 (1904), pp. 130-43; K. Künzle, Ihmographie der christlichen Kunst, I. Friburgo in Br. 1928. Witold Wehr
VITA COMUNE. - Nel linguaggio canonistico ha un duplice significato. Può indicare: 1) la convivenza sotto lo stesso tetto con mutue relazioni; 2) il modo speciale di osservare la povertà religiosa, quale è oggi voluto dalla Chiesa.
I. V. c. e clero secolare. - Nel primo senso si ha la v. c. in ogni istituto o convivenza; ma interessa la legislazione canonica in quanto il CIC (can. 134) ne fa viva raccomandazione al clero secolare. Nei primi secoli, il clero (p. es., a Gerusalemme: Act. 2, 44; 4, 32) viveva con il vescovo, sustentato dalle oblazioni dei fedeli, amministrate alla dipendenza del vescovo (v. canonici regolari di s. agostino). Dal sec. v, l'assistenza religiosa a popolazioni sparse, le invasioni dei popoli germanici, il crearsi dello via Ecclesiae propriae decentrarono il clero inferiore, con una conseguente divisione di beni, che non si arrestò più. Ciò occasionò molti mali (cf. i cann. pseudobidioriani : a, q, C, XII, § 1, ecc.), portando alla cessazione della v. c. fra il clero. Un tentativo di ripresa si ebbe con Alessandro II, che dietro ispirazione di s. Pier Damiani (v.) apostolo della rinnovata v. c. tra il clero, specie canonicale, cercò di ripristinare la disciplina antica (c. 6, D. 32). Ma già Gregorio VIII (1187) constatava l'impossibilità di un ripristino generale della v. c. e dava solo facoltà ai vescovi di introdurre la v. c. là dove le circostanze lo permettessero (c. 9, X, III, 1). Questi tentativi di rinnovare la v. c. fra il clero dettero largo impulso ai canonici regolari, cosi chiamati in contrapposizione ai canonici secolari. I tentativi moderni più noti per restaurare la v. c. tra il clero sono quelli di s. Filippo Neri (v.) con l'Istituto dell'Oratorio (v.), di s. Carlo Borromeo (v.) con gli Oblati (v.), di J.-J. Olier (v.) con l'istituzione dei Sulpiziani (v.), di B. Holzhauser (v.) con i Bartolomiti (v.), di Francesco Palla (v.) e di Pietro Lambert de la Motte (v.) con il Seminario per le Missioni Estere, ecc. Nel secolo scorso gravi difficoltà (clero scarso, bisogno di coordinare le attività, risorse economiche ridotte, bisogno di potenziare la vita spirituale e di dare esempio di disinteresse e di cautelare l'osservanza della castità fecero sorgere nuove istituzioni tendenti a favorire la v. c., anche nel campo delle missioni, come i Missionari d'Africa (v.). Anche nel Tonchino i missionari adottarono la v. c. e l'esempio fu segnalato dalla S. Congr. di Prop. Fide ai vicari apostolici cinesi (Collectanea, t. II,
Roma 1907, p. 181). Recentemente la v. c. tra il clero ha avuto attuazione nelle grandi città, tra i sacerdoti addetti alla vita pastorale. E stata raccomandata dal CIC e vivamente da Pio XII (encic). Menti nostrat, 23 sett. 1950 : AAS, 42 [1950], p. 692 sgg.). L'attuazione della v. c. fra il clero importa la coabitazione, mensa comune, una disciplina esterna conveniente; non include necessariamente la povertà e l'obbedienza come voto. E questo il tipo di v. c. che si osserva ancora nelle Società di v. c. senza voti.
II. V. c. nella vita religiosa. - Nelle religioni la v. c. è conseguenza del voto di povertà (v.), sua applicazione e difesa, mezzo sicuro per conservare e ristabilire la disciplina. In forza dell'incorporazione all'istituto con i voti, tutti i beni, con le cautele sancite dai cann. 569, 580, vanno conferiti e amministrati in comune; quanto ciascuno riceve entra nella massa comune senza che l'individuo, sia pur superiore, possa vantare qualche diritto; dalla massa ciascuno ha lo stesso vitto, vestito e altre cose necessarie. Inoltre il religioso deve applicare tutte le sue energie per utilità dell'istituto nei modi fissati dal superiore; quanto realizza con la propria attività (industria sua) o riceve come religioso, appartiene di diritto alla comunità. Contrario alla v. c. è il peculio (v.) vero e proprio. La Chiesa esige la piena osservanza della v. c., colpendone con gravi pene la violazione (cann. $587 \$ 2,2389$ ). La v. c. in concreto è relativa alla povertà professata da ciascun Istituto (can. 594), né ammette consuetudine contraria.
Bibl.: i commenti ai cann. cit.; inoltre: L. Ferraris, Prompta bibl., VII, Venezia 1767, p. 694 sg.; C. Sgusnin, Tract. beneficianus, Napoli 1772, p. 35 sgg.; P. Bennt, La vie des cleres dans les siècles passifs, Parigi 1914; H. De Gibon, Sacerdice et vie comm., in La vie sptrit., 37 (1933), pp. 290-310; id., La vie com. dans le clergé sée., in Collect. canemis. symul., 11 (1938), pp. 349363; J. Deroux, La vie commune du clergé egalier et le droit exclé siast., Nimes 1938; G. Bardy, St Grégoire VII et la réforme canoniale au XIX siècle, in G. B. Borino, Studi Gregoriani, I. Roma 1947, pp. 47-64; T. Schaefer, De religiosi, $4^{e}$ ed., ivi 1947, nn. 1135-41. Sisinio da Romallo
VITA CRISTIANA. - Periodico bimestrale diretto dai Domenicani di S. Domenico di Fiesole, sorto nel 1929 dalla scissione della rivista S. Caterina da Siena. Rassegna di vita cristiana, in Rassegna ceteriniana e V. c.
Comprende articoli originali sulla dottrina asceticomistica; opere, o brani di esse, di maestri di spirito tradotte e annotate; cronache di avvenimenti della vita cristiana nel mondo; recensioni e riassunti di altri periodici. Sospeso per tre anni a causa della seconda guerra mondiale, ha ripreso le pubblicazioni nel 1947. Alessandro Pratesi
VITAE PATRUM. - Raccolta latina di leggende dei santi, in 10 Il., formutasi nel sec. vi, edita da H. Rosweyde, Anversa 1615 (riprodotta in PI. 73-74; BHL, nn. 6524-47).
La raccolta contiene scritti di s. Girolamo, Rufino, Sulpicio Severo, Cassiano, ecc. I testi più importanti sono contenuti nei II. III, V, VI, VII, di questa collezione e contengono i: Verba seniorum, cioè una traduzione latina di una recensione degli Apophthegmata patrum (v.) in lingua greca. La traduzione del l. III è stata a torto attribuita a Rufino. Il l. V fu tradotto dal diacono Romano Pelagio, più tardi conosciuto come papa Pelagio I ( 355 -61); la sua opera fu continuata dal suddiacono romano Giovanni, e fu nota a Fozio, che dice che era un estratto da una più ampia collezione (s il grande Prato $\cdot$ ). Pascasio di Dumio, discepolo di Martino di Dumio, più conosciuto sotto il nome di Martino di Braga (v.) ha anche tradotto le Sententiae patrum Aegyptiorum. I vecchi Apopthegmata patrum (PG 65, 71-440) sono una collezione anonima di detti e gesti dei monaci dell'eremo egiziano; essi furono raccolti nel v sec. e circolavano in diverse recensioni e traduzioni in tutto il mondo cristiano. Sono di massima importanza per la ricostruzione della primitiva spiritualità dell'ascetismo in Egitto. La storia della influenza di questi scritti sulla formazione della spiritualità
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nei secoli successivi non è ancora scritta. Citazioni delle Vitae patrum e Verba seniorum si trovano spesso nella Regola di s. Benedetto.
Btsc.: A. H. Salonius, Vitae patrum : hritische Untersucb. über Text, Syntax u. Wortschatz der spätlatsinischen V. P., Lund 1920; A. Siegmund, Die Überlieferung der griech. christl. Liter. in der latein. Kirche, Monaco 1939, p. 136 sgg. Il testo delle Sententiae patrum Aegyptiorum di Martino si trova, ora, in Martini eptienpi Bracarensis opera omnia, ed. C. W. Barlow, New Haven 1950, p. 11 sg. Per gli Apophtagmata patrum, cf. A. Wilmart, Le recueil latin des Apophtigmes, in Rev. bénéd., 34 (1922), pp. 185108; id., Les Ordres du Christ, in Rev. des sciences relig., 3 (1923), pp. 302-27; W. Bousset, Apophthegmata-Studien, Tebinga 1923; Karl Heussi, Der Ursprung des Münchtums, ivi 1936, pp. 132-280; M. Viller - K. Rabiner, Akzese und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 112 sgg. L'influenza delle Vitae patrum sulla letter. antica ingl. è stata trattata da C. L. Rosenthal, The $v$. P. in Old and Middle Engl. Liter., Università di Pennsylvania 1936.
Erik Peterson
VITA E PENSIERO. - Rivista mensile fondata nel nov. 1914 da p. Agostino Gemelli, O. F. M., dal dott. Vico Necchi e da mons. Francesco Olgiati.
Il programma esposto nel primo articolo da p. A. Gemelli, Il mediaevalismo, assunse un significato storico; e voleva dire : necessità di un ritorno, non già al sec. xiri, quasi che si dovesse rivivere il passato, bensì a quella concezione della cultura ispirata dal cristianesimo, che allora ha saputo creare il secolo glorioso di Francesco d'Assisi e di Domenico di Gozman e delle Università fondate dalla Chiesa, ed ai giorni nostri deve suscitare un movimento culturale caratterizzato dal metodo dell'organicità e della sintesi armonica del sapere, e da un programma di azione e di pensiero rispondente alle esigenze attuali ed alle moderne conquiste; si può dire perciò che $V$. e $P$. servì a preparare il sorgere dell'Università cattolica del S. Cuore, inaugurata nel 1921. A questo ideale la rivista è rimasta sempre fedele. Tutte le questioni principali (religiose, politiche, sociali, letterarie, artistiche, ecc.) sono tempestivamente affrontate, in funzione dell'idea cristiana, dagli scrittori più eminenti del mondo cattolico italiano. Fra i collaboratori d'un tempo vi erano il prof. Maffi, p. Semeria, Filippo Meda, Filippo Crispolti, il conte Dalla Torre. Fra quelli d'oggi, oltre il p. Gemelli e mons. Olgiati, l'accademico Pietro Rondoni, Maria Sticco, Francesco Casnati. Dopo una parentesi di sospensione, dovuta alla seconda guerra mondiale, $V . e P$. ha ripreso dal 1947 la sua vita con rinnovato ardore e con primaverile freschezza.
Giovanni Rinaldi
VITA LATENTE. - La v. 1. si inquadra nel campo degli adattamenti biologici. Va intesa come una riduzione al minimo di ogni attività vitale, ma non si può parlare di una interruzione di questa: interruzione della vita è la morte e ciò che è morto non risuscita. La v. 1. si attua quando le condizioni ambientali divengono cosi sfavorevoli da non consentire una piena attività vitale.
Il termine di v. 1. è stato impiegato dai biologi per condizioni anche assai diverse, sia fisiologiche le quali intervengono normalmente nel ciclo vitale degli organismi, come la condizione dei semi, delle spore, delle cisti, della diapausa, del letargo invernale o estivo (ibernazione e estivazione), sia per condizioni accidentali come in molti casi di incistamento e di ipnosi, sia patologiche, come forme di tanatosi o di catalessi. Quando la v. 1. raggiunge la minima espressione è indicata come "anabiosi»; per molti autori il termine di v. 1. si deve limitare solo a questo aspetto, considerando il letargo da un lato e l'ipnosi da un altro come condizioni assai diverse, seppure con qualche punto in comune.
La condizione importante di tutti questi aspetti della v. 1. è la possibilità di un ritorno, mediante opportuni processi, alla vita attiva. La prima osservazione della capacità di «ritorno alla vita» di animali in a morte apparente» è dovuta ad Antonio Leeuwenhoek nel 1701 sui rotiferi. Solo dopo quarant'anni un'analoga osservazione fu fatta sui rotiferi e le anguillule del grano da Baker e da Needham, che ottennero le riviviscenza di questi animali solo bagnando l'essicato. Lo scalpore che suscitò
questa notizia fu tale che questi autori, sotto il peso delle più acerbe critiche, dovettero sconfessare quanto avevano osservato. Nel 1776 Lazzaro Spallanzani, pur avendo egli stesso in un primo tempo attaccato le conclusioni di questi autori, annunciò con la deposizione di molte esperienze la veridicità di questi fatti. Ma le polemiche non cessarono ed anzi si delinearono due correnti di pensiero, una dei "resurrezionisti", con a capo Doyere, e una di "antisurrezionisti», con a capo Poucbet. I primi ammettevano addirittura una "momentanea morte" per disseccamento. La polemica si fece così vivace che venne composta una commissione a cui parteciparono uomini come Berthelot, Broca e Brown Sequard. Il responso fu (1860) l'accettazione del punto di vista resurrectionista basato sul fatto che senza acqua non si può parlare di vita. Ma oggi più nessuno accetta questa conclusione in quanto il disseccamento non è mai completo e un minimo di vita rimane nell'organismo e la "reviviscenza" non è che una riscaltazione dei processi vitali quiescenti. Si deve a Spallanzani il giusto termine di "vita minima", a Claude Bernard 1879 quello di v. 1. che anche bene indica questo concetto.
Tuttavia, anche dopo le autorevoli affermazioni sul concetto di vita minima, alcuni autori, come il Kochs (1890) ritornarono sul concetto di vero arresto della vita; il termine di "anabiosi" introdotto dal Preyer (1891) sta ad indicare questa "sospensione" della vita. Ma questi ritorni di fiamma "resurrezionisti» non trovano oggi più credito. Si esaminino alcuni particolari condizioni di v. 1., quale quella dei semi e delle spore. In proposito sono state dette delle esagerazioni: ad es., sulle possibilità di germinazione del grano trovato nelle tombe dei Faraoni; ma Acton dimostrò che il grano dopo 30 anni non è più in grado di germinare. Il risultato ottenuto col grano dei Faraoni era dovuto alla ingenuità degli sperimentatori, vittime di grossolane mistificazioni. Tuttavia i semi presentano sorprendente resistenza alle condizioni sfavorevoli di ambiente: De Candolle e Pietet ottennero il germogliamento di semi portati a -200 $\mathrm{C}^{\circ}$ ! Si noti che la respirazione non è più apprezzabile già a "ro". E stato constatato che la refrigerazione agisce alla stessa stregua del disseccamento. Becquerel (1904-10) dette molto valore in questi fenomeni alle barriere protettive che si vengono a formare e che impediscono il passaggio dell'aria e della anidride carbonica. Questo autore ottenne una normale germogliazione di spore di funghi anche dopo un soggiorno di 25 mesi nel vuoto e di 24 giorni ad un temperatura tra -180 e - $253 \mathrm{C}^{\circ}$. E stato dimostrato che nei semi in quiescenza persistono i vari sistemi enzimatici.
Altra forma di v. 1. è quella determinata dalla bassa temperatura anche in organismi superiori e che, in termine generale, può definirsi di "irrigidimento». In un animale superiore posto al freddo si rallenta la respirazione, diminuisce la temperatura interna corporea e si rallentano le contrazioni cardiache. Questi fenomeni fanno cadere l'animale in un profondo torpore e quindi nel sonno; negli animali in cui questa condizione nei mesi invernali è la norma, essa è detta "letargo"; è detto "irrigidimento" in quelle forme in cui non vi è normalmente capacità di letargo. In questi animali, se l'abbassamento della temperatura è stato troppo grande, il processo è irreversibile. Si possono tuttavia congelare vertebrati a sangue freddo (pesci e anfibi) e far riprendere poi la loro attività. Il letargo è un problema biologico di grande interesse. L'abbassamento della temperatura è lo stimolo che lo provoca, ma l'animale è già predisposto a tale condizione dalla intima costituzione anatomica e fisiologica. L'animale che cade in letargo passa per diversi studi : prima di sonno leggero, poi medio e quindi profondo per poi divenire nuovamente leggero. Le attività fisiologiche vanno gradualmente abbassandosi con un meccanismo simile a quello della anabiosi. I battiti cardiaci si riducono e così la respirazione.
Altra condizione di v. 1. è l'incistamento presentato da molti invertebrati. La formazione delle cisti è di diverso significato: può essere un atto di difesa alle condizioni sfavorevoli che si vengono a creare nell'ambiente, ma
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Vitale, abate di Sankt Peter e vescovo di Salisburyo, santo. Lastra tombale in marmo rosso di s. V., opera del Maestro Hans (1497) - Salisburgo, chiesa abbasiale di Sankt Peter.
può anche essere una fase preparatoria della riproduzione, come, ad es., con la sporulazione. La cisti si forma con la eliminazione di acqua (che è un fenomeno generale della v. l.) e con la formazione di tegumenti protettivi di varia natura. La resistenza delle cisti è notevolissima: ad es., le cisti di Artemia salina riprendono lo sviluppo dello stato secco dopo una quindicina di anni. In esse rimangono efficienti i sistemi enzimatici (Urbani).
Bibl.: B. Monterosso, L'anabiosi dei Cirripedi e il problema della v. l., in Arch. zool. it., 19 (1933), molta bibl.; E. Urbani-L. Rognone-S. Russo, Osservaz. sulla v. l., in Rend. Acc. naz. Lincol, 13 (1952), con bibl. Alberto Stefanelli
VITALE diANTIOCHIA: V. APOLLINARE DI LAODICEA.
VITALE, abate di Sankt Peter e vescovo Salisburyo, santo. - Discepolo di s. Ruperto (v.), con il quale venne a stabilirsi a Salisburgo. M. il 20 ott. probabilmente del 730 e fu sepolto nella Cattedrale di Salisburgo.
Pare fosse monaco, come s. Ruperto, alla cui morte (718) gli successe come abate e vescovo, secondo l'usanza iro-scotica. Continuò la sua opera ed è considerato specialmente come l'evangelizzatore del Pinagau (vallata del Salzach, presso Salisburgo). Curò in particolare la fondazione di e cellae s, piccoli centri religiosi e di cultura. Nel 1459 fu introdotta la causa di canonizzazione. Nel 1519 l'abbazia di
St. Peter ottenne di celebrare in suo onore Messa ed Ufficio, privilegio che nel 1628 , in occasione della sua traslazione nella nuova cattedrale, fu esteso a tutta l'arcidiocesi. Festa il 20 sett.
Bibl. A.: Pachler, Disquisitiones in vitam et miracula : Vitalis, Salisburgo 1663; Indicia sanctitatis S. F. (Epistola Simplici monachi Salisborgenii, anno 1,16.3 et Miracula, in Acta SS. Octobris, VIII, Parigi 1876, pp. 913-6s; A. Zimmermann, Calendarium bonobis., III, Metten 1935, pp. 200-202. Giuseppe Löw
VITALE e AGRICOLA, santi, martiri. - Erano rispettivamente servo e padrone e furono martirizzati per il nome cristiano a Bologna ca. il 304, nella persecuzione di Diocleziano.
Precedette il servo, i cui tormenti, nelle intenzioni del giudice, avrebbero dovuto spaventare e indurre a miglior consiglio il padrone. Al contrario, la costanza di V. confermò nella fede A. e lo dispose a subire il martirio della croce. I loro corpi furono sepolti nel cimitero degli Ebrei, dove furono rinvenuti da s. Ambrogio nel 393. La traslazione delle loro reliquie a Firenze e lirove contribuì a diffonderne il culto. Se ne celebra la festa il 4 nov.
Bibl.: Acta SS. Novembris, II. 1. Bruxelles 1896, pp. 223-53; H. Delahaye, L'hagiographie ancienne de Raucune, in Anal. Boll., 47 (1928), pp. 7-10, 19 sg.; id., Les origines du culte des martyrs, 2* ed., Bruxelles 1933, p. 328 sg.; Martyr. Hieronymianum, pp. 584 sg., 623 sg.; Martyr. Romanum, p. 496. Francesco Russo
VITALE du FOUR (de Furno). - Filosofo e teologo francescano, n. a Bazas, vicino a Bordeaux, intorno al 1260, m. ad Avignone il 16 ag. 1327.
Fra il 1285 e il 1291 studiò teologia a Parigi sotto fra' Giacomo di Quesnoy e fra' Raimondo Rigaut, e pare fosse condiscepolo di Duns Scoto. Forse nel 1292 fu mandato a insegnare teologia nello Studio generale di Montpellier, ove sicuramente si trovava nel 1295-96 e dove, appunto in quell'anno, lesse il IV delle Seateaux. Dal 1296 al 1307 lettore a Tolosa, nel 1298 prese parte alle controversie suscitate da Pier di Giovanni Olivo. Dal 1307 al 1312 è ministro provinciale dell'Aquitania. Nell'ag. 1311 collabora alla risposta al Rotulos di Ubertino da Casale; nel 1312 s'adopra a fare eseguire le bolle papali contro Bonagrazia da Bergamo. Il 24 dic. dello stesso anno è cardinale del titolo di S. Martino in montibus. Nell'ag. 1316 partecipa all'elezione di Giovanni XXII, Caduto in disgrazia per essersi pronunziato contro il Papa sulla questione della povertà di Cristo e degli Apostoli (1322-23), finì per sottomettersi alla decisione papale.
Le opere filosofico-teologiche si trovano quasi tutte raccolte nel cod. 1/15 del Collegio di S. Isidoro in Roma, e nel cod. 95 della Comunale di Todi, cui va aggiunto il cod. Vat. lat. 1095 per il comm. In IV liori. L'elenco di queste opere e di altri scritti esegetici e polemici è stato redatto dal P. F. Delorme e da P. Godefroy. V. d. F. è stato riconosciuto autore nella parte sostanziale di quella compilazione che va sotto il titolo De rerum principio ed è stata più volte stampata con il nome di Duns Scoto. Per questa compilazione egli s'è giovato di molti scritti altrui. Dal punto di vista dottrinale, V. d. F. si muove in generale nel cerchio dell'agostinianismo francescano pre-scotista (Matteo d'Acquasparta, Giovanni Peckham, Ruggiero di Marston), ma dimostra d'aver subito altresì l'influenza d'Enrico di Gand. Di questo in particolare accetta la tesi dell's illuminatio specialis s, senza della quale la mente umana non è capace di raggiungere quella s sincera veritas s, che è fondamento della certezza; dottrina questa che verrà ripresa dal francescano inglese Giovanni di Rodington, nella prima metà del sec. XIV, e che risolve la teoria agostiniana dell'illuminazione divina in una specie d'esperienza del divino (come ha ben visto il Gilson) posto al centro dell'epistemologia.
Bibl.: E. Longpré, Pour la défense de Dune Scot, in Rén. di filos. neoscol., 18