volume-12

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 che verrà ripresa dal francescano inglese Giovanni di Rodington, nella prima metà del sec. XIV, e che risolve la teoria agostiniana dell'illuminazione divina in una specie d'esperienza del divino (come ha ben visto il Gilson) posto al centro dell'epistemologia.

Bibl.: E. Longpré, Pour la défense de Dune Scot, in Rén. di filos. neoscol., 18 (1926), pp. 32-42; F. M. Delorme, Le card. V. d. F., huit questions disparbes sur le probl. de la connalic., in Arch. d'hist. doctr. et litt. du moyen âge, 2 (1927), pp. 151-327; id., V. d.F. Quodlibeta tria (Spic. Pont. Athenaei Anton., 5), Roma 1947; P. Godefroy, a. v. in DThC, XV, II (1949), coll. 3102-13; E. Gilson, La philos. au moyen âge, Parigi 1947, pp. 456-58. Bruno Nardi

VITALE e VALERIA, santi, martiri. - Sono i titolari rispettivamente della basilica di S. Vitale

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di Ravenna e della chiesa (oggi scoperta) di S. Valeria fuori porta Vercellese a Milano.

Sicondo un'antica tradizione, che ha per base una lettera pseudo-ambrosiana del sec. v (BHL, 3514) ed è documentata per il sec. vi da Venanzio Fortunato (Vita v. Martini, IV, 680-85) e dal Martirologio peronimiano (al 18 e 19 giugno), essi sarebbero i genitori dei martiri milanesi Gervasio e Protasio e sarebbero stati a loro volta evvrtirizzati l'uno a Ravenna per aver incoraggiato s. Ursicino durante il supplizio, e l'altra durante il suo ritorno da Ravenna a Milano. Viceversa, G. B. De Rossi ritiene che la chiesa milanese sia una semplice cella memoriae della gens Valeria (di cui si sono trovate varie iscrizioni sepolcrali nella zona), mentre per Vitale di Ravenna si crede trattarsi dell'omonimo martire bolognese, non essendovi sotto la Basilica tracce di sepolcro ed escludendo Pier Crisologo (Serm., 128) l'esistenza di altri martiri ravennati all'infuori di s. Apollinare. La festa di V. e V. è celebrata il 28 apr., data della consacrazione della Basilica ravennate (Lanzoni) o di quella del Titulus Vestinae di Roma (Delehaye).

BibL.: F. Savio, Due lettere falsamente attribuite a s. Ambrogio, in Nomos bull. d'arch. erizi., 5 (1897), pp. 153-77; Lanzoni, pp. 725-31, 1005-1006; H. Delehaye, Trois dates du Calendrier romain, in Aval. Bull., 46 (1928), pp. 50-67. Giovanni Lucchesi

VITALI, Luigi. - Sacerdote e scrittore, n. a Bellano (Como) nel 1836, m. a Colico il 6 nov. 1919.

Celebrò la prima Messa il 23 giugno 1859, alla vigilia della battaglia di Solferino - come egli stesso ricorda (prefaz. a Patria e religione, Milano 1903, p. ix) - ed alla conciliazione della fede con il patriottismo ispirò tutta la sua lunga attività di oratore e di scrittore. Seguace della filosofia del Rosmini, ideale discepolo del Manzoni in letteratura, collaborò assiduamente al Carroccio e al Conciliatore, sorti a promuovere la cultura del clero e la conciliazione fra Stato e Chiesa, diede alle stampe numerose opere letterarie e pedagogiche, biografic, versi, e nel citato volume raccolse i discorsi e gli elogi funebri che pronunziò, caldi di pietà cristiana e di fervido amor di patria (per i caduti di Dogali, di Adua e di Cina, per re Umberto, per A. Manzoni, per G. Verdi, ecc.). Ma il meglio di sé egli dette all'educazione dei ciechi, il cui Istituto di Milano diresse con apostolica carità e profonda competenza innovatrice dal 1876 alla sua morte, per ca. un quarantennio. Il Comune di Milano lo insigni, per questa sua attività, della medaglia d'oro di benemerenza civica.

BibL.: La Messa d'oro di mont. L. V., Milano 1909; Necrologio, nel Corriere della sera, 7 nov. 1919. Renzo U. Montini

VITALIANO, PAPA, santo. - Sull'attività del papa V. (30 luglio 657-27 giugno 672 ) si hanno scarse notizie.

Si sa soltanto che mantenne buone relazioni con la corte di Costantinopoli, che Costante II ne confermò senza difficoltà l'elezione e ne fece inserire il nome nei dittici. Il 5 luglio 663 V . riservò magnifiche accoglienze al sovrano. Ma il Lib. Pontif. indica con amarezza le ruberie, di cui furono vittime alcune chiese di Roma. Da notare inoltre che Costante II attento gravemente ai privilegi della S. Sede, togliendo dalla sua giurisdizione la sede di Ravenn: (19 marzo 666). E iscritto al Martirologio romano; festa il 27 genn.

BibL.: Lib. Pont., I, pp. 343-45; L. Caspar, Gesch. des Papsttums, H. Tubinga 1933, pp. 580-86, 681-82; E. Amann, s. v. in DThC, XV (1949), coll. 311 5-17; Pliche-Martin-Frutaz, V, pp. 184, 192, 196, 420-21; Martyr. Romanum, p. 37.

Guglielmo Mollet
VITALISMO. - In un senso molto ampio comprende le dottrine scientifiche e filosofiche che affermano l'irriducibilità (sia dal punto di vista ontologico come da quello epistemologico) dei fenomeni biologici ai fenomeni meccanici o fisico-chimici, come voleva, p. es., J. Loeb (cf. La conception mécanique, trad. franc., Parigi 1911, pp. 1-5) che estende la teoria dei «tropismi all'animale e all'uomo. Aristotele, H.-L. Bergson, H. Driesch, N. Hartmann in questo senso sono vitalisti.

In un senso più ristretto il v. comprende una serie di dottrine che si estendono dal sec. xvi al sec. xix (le
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(IV. dimesi)

Vitale e Valeria, santi, martiri - S. V., tra santi. Particolare del dipinto di Vittore Carpaccio (1514) - Venezia, chiesa di S. Vitale.
cui principali tappe sono indicate dai nomi di Paracelso, Stahl, Barthez e dalla scuola di Montpellier) le quali sottendono ai fenomeni biologici un principio distinto da tali fenomeni che ne assicura la coordinazione: principio vitale assimilabile ad un principio spirituale detto "archéo " e radicalmente distinto dall'anima pensante (scuola di Montpellier). In un senso rigoroso comprende oggi (sotto la corrente denominazione di "ceo-". 1) le concezioni scientifiche o filosofiche che, dopo la fine del sec. xix, per reazione alle concezioni meccaniche della vita e con riferimento ai dati positivi delle scienze biologiche (più particolarmente dell'embriologia) sostengono l'irriducibilità del vitale al meccanismo o al fatto fisico-chimico. sia dal punto di vista oggettivo (nel senso realista o kantiano del termine), come dal punto di vista soggettivo.

Di qui la distinzione fra un v. metodologico e un v. dottrinale. Il primo è rappresentato, ad es., dal Reiske il quale, riprendendo l'idea kantiana del "concetto regolatore", non dà ai concetti di "forze regolatrici" (Die physischen Kräfte) che un valore di "concetto provvisorio" (provisorischer Begriff) utile, anzi necessario, in quanto la vita non si è creata con mezzi di laboratorio, ma che lascia aperta la possibilità di un'ulteriore riduzione sia alle forze materiali sia a quelle psichiche e che si riduce perciò ad un "come se" (Als ob, cf. J. Reiske, Leblas u. Lebendig, in Kantstudien, 31 [1926], spec. p. 205 sgg.). Il v. dottrinale invece sostiene che il finalismo organico è un carattere veramente costitutivo sia nel senso dell'a priori kantiano (come H. Driesch, Kant und das Ganze, in Kantstudien, 29 [1924], pp. 365-67) sia in un senso più immediatamente realista (come R. Buyer, Eléments de bio-psychologie, Parigi 1946; id., Néo-finalisme, in 1952). Il finalismo organico, in virtù del quale il vivente si evolve mediante le sue forze interne dallo stato embrionale all'età adulta ed è veramente causa sui, e che il Driesch oppone tanto alla finalità descrittiva o regolatrice quanto alla finalità statica, quella delle macchine: (cf. Storia e dottrina del v., trad. it., Napoli 1912, pp. 1-13), ha un doppio aspetto: armonia (causale, compositiva e funzionale) e regolazione sia semplicemente possibile di adattamento sia rigeneratrice di stadio embrionale (ad es., nei ricci di mare) che hanno con-

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dotto Driesch all'elaborazione dei concetti tecnici (che oppone ai concetti collettivi, ibid., pp. 244-49) di significato prospettico" (prospektive Bedeutung) e di "potenza prospettica" (prospektive Potenz). Il primo esprime il destino attuale, reale, ed è l'attitudine normale di ciascun blastomero a produrre un organo determinato; la seconda è l'attitudine, comune a tutti i blastomeri, a rigenerare, nei casi di perturbazione o di divisione provocata artificialmente, la totalità dell'organismo (ibid., p. 271 sgg .). Mentre la prima capace, secondo le varie collocazioni, di produrre un tale organismo determinato è variabile e suscettibile di essere rappresentata con la formula $S=f(a, g, E)$ in cui $S$ significa la prospektive Bedeutung, a la situazione del plastomero in funzione di un polo originario, $g$ la grandezza assoluta del sistema, $E$ una costante che abbraccia la capacità originaria dell'organo elementare, nei limiti specifici del sistema morfogenetico e la sua armonia con le altre parti (ibid., pp. 295-98), la seconda è costante, almeno allo stadio iniziale, uguale in tutti i blastomeri che costituiscono così un sistema equipotenziale armonico (ibid., p. 420, nota 255). Riflettendo su questi fatti elaborati dai concetti tecnici, Driesch osserva ch'essi sono irriducibili ad una spiegazione per mezzo dei fattori interni di carattere esclusivamente fisico-chimico meccanico (nessuna parte di un sistema meccanico può evidentemente rigenerare la totalità del sistema, cosa che suppone la presenza spaziale in una sola parte di tutte le altre [ibid., p. 299 sgg.]). Di qui l'appello ad un fattore che trascende l'ordine fisico-chimico, il fattore $E$, che, con richiamo ad Aristotele, Driesch chiama "entelechia" (ibid., pp. 300-304), ma in un senso nuovo che egli tenta di determinare con un riferimento complessivo alle categorie kantiane di relazione, causalità e sostanza e in ultima istanza alla categoria costitutiva d'individualità.

Il v. di Driesch è stato criticato tanto da un punto di vista scolastico, perché la sua entelechia non è l'entelechia aristotelica (cf. H. Nuyens, Evolution de la psychologie d'Aristote, Lovanio 1948, pp. 73-78), quanto da un punto di vista scientifico (cf. J. Matisse, Le rameau vivant du monde, Parigi 1945, pp. 77-91) e filosofico (cf. Ruyer, Eléments, pp. 92-93) che obbierra all'"entelechia" il fatto degli innesti interspecifici, incomprensibili nella posizione di Driesch e sostituisce al fattore $E$ le nozioni psicologiche di forma potenziale, tematica e significativa, di struttura e di dominio unitario (ibid., pp. 134 e 232 sgg., cf. anche Néo-finalisme, pp. 269-70).

Va notato però che se si distinguono nella teoria di Driesch i fatti sperimentali, i concetti tecnici e i concetti esplicativi di carattere filosofico, non è necessario legare la sorte dei primi due agli ultimi. I fatti sperimentali, invero, hanno portato alla netta distinzione fra le uova a mosaico (ad es., i molluschi) e le uova totipotenti e autoregolative (ad es., i ricci di mare) tenendo anche presente la caratteristica anisotropa di tutti germi (cf. C. Bounoure, L'autonomie de l'être vivant, Parigi 1949, pp. 16-38); ma questi complementi non distruggono affatto, anzi, confermano, il valore incontestabilmente sperimentale e operativo dei concetti tecnici. Questi permettono al filosofo di costruire una concezione dell'organismo più adeguata ai fatti, così da evitare la confusione fra l'efficiente e il formale e la pretesa autonomia della "entelechia" rispetto all'organismo della concezione drieschiana e in quanto si pone l'anima nell'organismo come forma della materia secondo i presupposti della filosofia aristotelica.

Bibs.: A. Cournot, Matérialisme, Vitalisme, Rationalisme, Parigi 1875; H. Driesch, Otto Liebmanns Lehre vom Organismus, in Kantstudien, 15 (1910), pp. 86-93 (su Driesch cf. P. Pasquini, Driesch, in Enc. Ital., XIII, pp. 218-19; e E. Urbani, Driesch, in Enc. Catt., IV, coll. 1929-30); A. Colin, De la matière à la vie, Parigi 1923; O. Hertwig, Das Werden der Organismes, trad. spegn., I. Medrid 1929, cap. 2; M. Merleau Ponty, Structure du comportement, Parigi 1942; A.-D. Sertillanges, La philosophie de CL. Bernard, ivi 1945; J.-v. Uexküll, L'immortale spirito nella natura, Bari 1947; E. Boutroux, L'idée de loi naturelle, $2^{\text {e ed., Parigi 1950, pp. 70-102; A. Wenzl, Metaphysik der Biologie von Heute, Amburgo 1951, pp. 9-52. } Stanislau Breton

VITAMINE. - Sono principi regolatori, in gran parte noti chimicamente, contenuti nei tessuti animali e vegetali usati come cibi. Il nome "vitamine", dovuto a Funk, è il più diffuso, sebbene improprio perché non tutti questi principi contengono azoto; sono stati chiamati anche "fattori dietetici accessori" (Mc Collum), "cutonne" (Pugliese), "nutramine" (Abderhalden), "completine" (R. Berg).
I. Storia. - La storia della vitaminologia è recente, anche se fin dal 1720 l'austriaco Kramer aveva fatto interessanti osservazioni sui rapporti tra scorbuto e dieta. Generalmente si parte dalle constatazioni di Lunin (1881) e degli italiani Coppola e Pasqualis (1895-96) che facevano supporre negli alimenti naturali, come il latte, principi necessari per l'equilibrio metabolico, diversi dalle note classi di materiali alimentari. Del 1897 sono le fondamentali osservazioni di Eijkman, che scopri il rapporto tra alimentazione esclusiva con riso decorticato (come si usa in molte regioni dell'Estremo Oriente) e beri-beri; nel 1906 Hopkins pubblicò esemplari ricerche sull'insufficienza delle diete sintetiche, anche se combinate con pieno rispetto del fabbisogno energetico e di aminoacidi. Stefani, nel 1910, emise l'ipotesi che la pellagra dipendesse da assenza nella dieta residica di qualcosa di "imponderabile" pur necessaria all'organismo. Nel 1912 Holst e Froelich descrivevano il quadro dello scorbuto sperimentale della cavia, riconoscendovi la carenza di un fattore di questo tipo, reperibile soprattutto in certi tessuti vegetali e organi animali freschi, ma assente nei grani dei cereali; essi venivano così a porre su base sperimentale sicura le vecchie constatazioni empiriche dei naviganti ed esploratori. Nel 1914 il Funk pubblicava una monografia fondamentale sulle v. e sulle relative carenze o "avitaminosi». A completare questi cenni sullo sviluppo della vitaminologia, dopo aver ricordato i lavori di Mc Collum e Davis, che distinsero le v. in idrosolubili e liposolubili (1915), è doveroso aggiungere che Lorenzini e collaboratori, fin dal 1917, avevano iniziato lo studio dei mezzi di estrazione e stabilizzazione delle v. e pensato a varie applicazioni terapeutiche, riconoscendo l'importanza di quelle disvitaminosi legate all'incapacità dell'organismo a utilizzare rettamente le v., anche se normalmente apportate dalla dieta. Particolarmente lo studio di tali disvitaminosi, insieme con le avitaminosi da equilibrio, è affrontato con particolare interesse dai più moderni indirizzi di ricerca. Ormai la chimica si è impadronita degli studi vitaminologici e, grazie soprattutto a chimici eminenti, come Windhaus, Karrer, SzentGyörgy, Williams, R. Kuhn, ecc., si è arrivati alla sintesi di quasi tutte le v. oggi note.

Esistono almeno 14 v., ma nel sillabo presentato dal "Council on foods and nutrition" dell'« American Medical Association "pubblicato nel giugno 1946 vengono notate soltanto le manifestazioni di sette stati carenziali vitaminici, cioè solo quelle avitaminosi che sono state sicuramente osservate nell'uomo e che sono di origine dietetica. Alcune delle v. omesse sono state dimostrate essenziali solo sotto speciali condizioni sperimentali. Molte v., poiché non sono sintetizzate dai tessuti del corpo umano, sono ordinariamente formate in sufficiente quantità dai batteri dell'intestino. I sulfamidici, ad es., che inibiscono l'accrescimento dei batteri intestinali, possono determinare diverse forme di avitaminosi.

Oggi, nella valutazione dei quantitativi vitaminici necessari alla dieta si tende ad assicurare una larga zona di sicurezza, per evitare la possibile insorgenza di sintomi carenziali in condizioni sfavorevoli. Le malattie da carenza vitaminica sono spesso il risultato di fattori molteplici e la mancanza delle v. nella dieta è solo una delle loro cause, come ad es., accade nel rachitismo; fintantoché non si sarà raggiunta una migliore comprensione dei fattori causali accessori, è da raccomandarsi una generosa somministrazione di v. come la soia via sicura di profilassi soprattutto nei periodi di accresciuto fabbisogno e di malattia.

Accanto a quadri di ipotaminosi da deficiente ap-

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porto vitaminico si possono osservare anche quadri carenziali da completa utilizzazione; cosi, ad es., un disturbo dell'assorbimento intestinale dei grassi può implicare uno scarso assorbimento di v. liposolubili, pur essendo l'apporto alimentare di esse del tutto normale. Lo squilibrio metabolico indotto dalla carenza vitaminica può provocare lesioni irreparabili e non reversibili : Moursqueezl ha chiamato "paravitaminosi " il quadro morboso rappresentato dalle lesioni resistenti alla somministrazione della v. specifica. E oggi accertato che una debolezza aggrava l'altra e che un buon apporto di v. permette all'organismo di mantenersi in equilibrio con una quota proteica più bassa.
II. DISTINZIONI. - Le v. vengono comunemente distinte in liposolubili, cioè legate ai grassi, solubili in questi ed estraibili con i solventi dei grassi, e idrosolubili, cioè solubili in mezzi acquosi ed estraibili con estrazione idrica o idrosinonica.

Le più importanti v. liposolubili sono: 1) la v. $A$ o v. antixeroftalmica, contenuta soprattutto nell'olio di fegato di merluzzo, negli spinaci crudi, nel burro, nel tuorlo d'uovo, nel pomodoro fresco; è molto importante per la funzione visiva, anti-infettiva, epitelio-protettiva; 2) il gruppo delle v. D o calciofiscarrici o antirachitiche, poco diffuso in natura; ne è ricco soprattutto l'olio di fegato di merluzzo; per il manifestarsi del rachitismo, oltre la carenza di v. nella dieta e di irradiazione solare sull'organismo, conta anche il bilancio calcio-fosforo nella dieta; 3) la v. $E$ o v. antisterilità, che promuove la fecondità degli animali, è presente negli embrioni dei cereali, nelle foglie verdi, nelle noci e nei piselli; sembra inoltre che sia un fattore neurotropico di grande importanza; 4) le v. $K$ o v. antiemorragiche, il cui deficit produce emorragie e abbassamento della coagulabilità del sangue : la $\mathrm{K}_{\mathrm{I}}$, di origine vegetale, è contenuta soprattutto nelle foglie verdi, nell'avena, nel frumento; la $\mathrm{K}_{2}$, di origine batterica, si trova nel fegato, proveniente dai germi saprogeni intestinali; 5) la cosiddetta $v . F$, un acido grasso insaturo, la cui carenza produce soprattutto disturbi del trofismo cutaneo.

Le più importanti v. idrosolubili sono : numerosi fattori estraibili dai lieviti, che costituiscono il complesso $B$; i molteplici fattori che lo compongono, distinguibili a seconda della resistenza al riscaldamento, non sono ancora tutti sufficientemente noti; i più studiati sono: 1) la v. $B_{1}$ o aneurina o tiamina, antipolinouritica, v. di fondamentale importanza, in quanto attorno ad essa si accenra un complesso di indispensabili funzioni enzimatiche (decarboxslazione, ossidazione, fosforilazione), promuove la fermentazione alcoolica e la moltiplicazione dei batteri; come dice Williams, è una delle più precoci invenzioni per evolvere la vita; 2) la v. $B_{2}$ o riboflavina o latteflavina, contenuta nei batteri lattici e butirrici, nell'albume d'uovo, nel siero di latte; è antiatomatitica, antieczematosa e forse anche antipellagrosa; 3) la v. $B_{6}$ o adermina o piridosina, contenuta nella pula di riso, nel tuorlo d'uovo, nel fegato di bue, è antidermatitica; 4) la v. $P P$, antipellagrosa, nicotinamide, di fondamentale importanza nella protezione della pelle, mucose e sistema nervoso, è un costituente del gruppo attivo di enzimi ingrananti nei processi ossido-riduttivi (deidrogenasi); 5) la v. $\mathrm{B}_{12}$, attiva alla dose di pochi gamma ( $\gamma=$ millesimo di milligrammo) contro l'anemia perniciosa; e, infine, 6) l'acido folico, contro le anemie perniciosiformi alimentari e gravidiche; 7) l'acidopantotenico; 8) la v. $H$ o antiseborroica o biotina. Appartengono pure alle idrosolubili: 9) la v. C o acido ascorbico, antiscorbutica; è molto diffuso nel regno vegetale (specie peperoni, timoni, asparagi); non può essere sintetizzata né dall'uomo né dalla scimmia, i quali quindi debbono assumere acido ascorbico preformato dall'esterno; la funzione fondamentale della v. C è quella di trasportare l'idrogeno nei processi ossido-riduttivi delle cellule; il suo fabbisogno è aumentato nella febbre e in tutte le malattie infettive che richiedono un aumento della funzione protettiva surrenale; 10) la v. $P$ o citrina o della permeabilità capillare è un complesso di corpi flavonici, ad azione genericamente antiemorragica; la sua azione si sovrappone solo in parte a quella dell'acido ascorbico, in quanto regola soprattutto la permeabilità vasale.

Tutti questi regolatori esogeni, introdotti come tali o come precursori (provitamine) che l'organismo sa elaborare a v., sono di regola ingranati in processi vitali fondamentali per tutte le cellule. Alcune v. influenzano sicuramente il sistema nervoso centrale e periferico e forse in modo speciale quello della vita vegetativa; molto estesi sono anche i rapporti di alcuni capitoli di dermatologia e di oftalmologia con la vitamminologia. Molto studiato è il rapporto delle v. con l'immunità naturale.

In caso di restrizioni alimentari imposte per qualsiasi ragione ad una comunità, la carenza vitaminica può apportare danni più gravi della riduzione calorica della razione. Le v., che sono veri ormoni vegetali, avendo spesso significato di fattori di crescita per le piante stesse, svolgono quindi una funzione di fondamentale importanza nell'alimentazione razionale dell'uomo moderno (Virtanen), e costituiscono un capitolo vasto ed importante, tuttora in sviluppo della scienza dell'alimentazione.

Bisc.: C. Funk, Die Vitamine, Wiesbaden 1914; W. SteppGyorgy, Avitaminosen und verwandte Krankheitszustände, Ber. lino 1927; E. Browning, The vitam., Londra 1931; M. Mitolo, V., Torino 1937; E. Bivadino, La chimie des vitam. et des hormones, Parigi 1938; Ammon-Discherl, Formente, Hormone, Vitam., Lipsia 1938; G. Lorenzini ed altri, V. e sindrome di avitaminosi, Milano 1940; G. Bietti, Le v. in oftalmologia, Bologna 1940; S. Harris, Clinical pellagra, Londra 1941; W. Eddy-G. Dalldorf, The avitaminoses, Nuove York 1941; F. Rondoni, Biochimica, $4^{4}$ ed., Torino 1941; H. R. Rosenberg, Chemistry and physiology of the vit., Nuove York 1942; E. A. Evans, The biological action of the vit., Chicago 1942; American Medical Association, Council on foods and nutrition: Handbook of nutrition, Chicago 1943; W. Stepp-J. Kilhous-H. Schneider, Die Vit. und ihre klinische Anwendung, Stoccarda 1944; G. Di Guglielmo, Tratt. di patol. spec. medica, III, Milano 1946; J. N. Spillano, Nutritional disorders of the nervous system, Edimburgo 1947; Am. Med. Ass., Council on Food and nutrition, Vit. deficiencies: stigmas, symptoms and therapy, in 7ourn. of the Am. Med. Ass., 131 (1946), 666; L. J. Harris, All the vit., in Brit. med. 7ourn., 4530, 681, 1947; F. Bicknell-F. Prescott, The vit. in medicine, Londra 1947; J. Werkany, Vit. and vit. in deficiencies, in F. Tice, Practice of medicine, I, Hagerstown 1952; Istituto G. Lorenzini, Attualità in tema di vitamminologia, Milano 1951; C. Malaguzzi-Veleri, Le avitaminosi da squilibrio, in Rec. Progressi Med., 2 (1951), p. 37 sg.; B. Callieri, La terapia vitamin. nelle malattie del sistema nervoso, in Clin. Terap., 1 (1951), p. 383 sg.: Rassegna Roche sulle v., Milano 1952; Convegno sulle v., in Rass. clin.-scient., 29 maggio 1953.

Bruno Callieri

## VITANDI: v. sComunica.

VITA VEGETATIVA. - Costituisce, in contrapposto alla vita di relazione e animale, quel gruppo di attività che tendono a garantire all'organismo un'efficace funzionalità dei singoli organi, nonché la loro reciproca coordinazione per il miglior mantenimento ed esercizio dei processi vitali. Scopo pertanto di tutte le funzioni vegetative è quello di assicurare all'individuo le più favorevoli condizioni di vita per il suo organismo.

Tali funzioni sono sotto controllo di una particolare sezione del sistema nervoso: il sistema neurovegetativo (v.) che, con i suoi centri diencefalici e con le due sezioni dell'orto e del parasimpatico, concorre (in stretto collegamento funzionale con alcune ghiandole endocrine), assieme al sistema nervoso di relazione, allo sviluppo regolare della vita somato-psichica.

Mediante gli organi preposti alla funzione vegetativa, l'organismo è pertanto in grado di provvedere ai fenomeni del ricambio materiale generale, attraverso l'assunzione, la digestione, l'assorbimento (apparato digerente ed organi ghiandolari connessi: fegato, pancress...), il trasporto e il deposito dei vari prodotti in seno ai tessuti a seconda delle rispettive richieste (apparato cardiovascolare), l'eliminazione dei cataboliti attraverso gli emuntori (rene, intestino, cute). Oltre queste funzioni che, insieme alla respiratoria deputata alla normale ossigenazione del sangue, concorrono all'accrescimento e alla conservazione del singolo individuo, occorre ricordare che nel gruppo delle funzioni della vita vegetativa va annoverata anche la funzione procreatrice, mediante la quale viene assicurata la perpetuita della specie. Cen-

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(Int. Anterven)
Vitelleschi, Giovanni - Cortile del Palazzo V. (scc. xv). Un particolare della facciata è riprodotto alla v. finestra - Tarquinia.
tro regolatore dell'intera v. v. viene oggi considerato il complesso neuro-ormonico-diencefalico, costituito dai centri ipotalamici del diencefalo in rapporto anatomico e funzionale con la ghiandola ipofisaria che costituisce "la molla principale dell'esistenza primitiva, vegetativa, emotiva, riproduttiva" (Cushing). Tutta l'attività di un tale complesso si svolge al di fuori del controllo diretto della volontà e dell'intelligenza, le quali, solo entro limiti ridotti, possono esercitare su esso un'azione inibitrice e regolatrice. E, d'altra parte, l'esperienza insegna come la v. v. possa svolgersi perfetta e presente con tutti i suoi riflessi istintivi e automatici anche nel più deficiente sviluppo della funzione psichica superiore, come si vede negli esseri inferiori della scala zoologica, nelle attività vitali del neonato e nei più gravi casi di deficienza mentale.

Il Ceni ammette l'esistenza di due sistemi equilibratori diversi nella v. v. degli esseri evoluti: l'uno con sede nel diencefalo, l'altro nel cervello e più propriamente nelle zone prefrontali della corteccia cerebrale ed in intimo rapporto con i centri psichici. Al centro diencefalico apparterrebbero, sempre secondo il Ceni, gli ormoni che provvedono alle correlazioni interghiandolari, mentre il sistema cerebro-psichico apporterebbe un fattore nervoso capace di agire al di fuori delle influenze ormoniche. Mentre, pertanto, il sistema diencefalico viene ad avere un'origine molto remota ed è presente anche negli animali inferiori nei quali presiede, indipendentemente dagli stimoli esterni, alla organizzazione della materia in armonia con le esigenze interne ed ambientali, il sistema cerebro-psichico è di origine recente e non ereditato, ma acquisito e rappresenta l'elemento fondamentale di tutte le reazioni psico-organiche che stanno alla base delle emozioni, le quali nell'uomo possono uscire dal campo del preformismo ed entrare in quello della coscienza.

Da quanto sopra riferito, si intuisce l'importanza che attualmente viene riconosciuta a questo complesso neuro-ormonico che il Pende definisce come "ponte tra anima e corpo ". Tale zona, infatti, sembra oggi comprendere tutti i centri nervosi della vita istintivo-emotivaanimale, cioè del complesso dei sentimenti e delle passioni (fame, sete, aggressività, veglia, sonno, umore, tendenza sessuale...), costituendo la zona del cervello in cui si svolge la nostra animalità. Col progredire delle cognizioni anatomiche e fisiologiche sul sistema neurovegetativo si sono potute delineare sempre meglio le complesse sindromi determinate dall'alterazione funzionale di questa o quella sezione del sistema. Accanto pertanto a quadri determinati da modiche disfunzioni, capaci tuttavia di dare una particolare impronta alla
costituzione di un soggetto (tipo ortosimpaticotonico e poi parasimpaticotonico [v. TIPO]), si sono venute delineando sempre meglio varie alterazioni patologiche come le ortosimpaticopatie con eccitazione o paralisi di questa o quella sezione del simpatico (cervicale, toracico...) e le ortosimpatosi di tipo sensitivo, vasomotorio, excretorio o distrofico, nelle quali si associa spesso un'alterazione concomitante delle ghiandole endocrine.

Inoltre, in questi ultimi tempi (1950) è stata dal Pende individuata una nuova sindrome morbosa, la diencefalosi, la cui essenza consisterebbe in esaltata e disordinata attività dei centri diencefalici liberati dall'influsso inibitorio dei centri superiori corticali. Secondo Pende, la "diencefalosi ", prodotta da leptomeningiti cerebrali della vita fetale, con idrocefalo esterno e interno, particolarmente del terzo ventricolo cerebrale, con i suoi fenomeni irritativi, infiammatori e degenerativi dei centri ipotalamici può spiegare le profonde anomalie del comportamento e i notevoli disturbi della sfera morale reperibili in soggetti che un tempo venivano
definiti come "criminali nati o per tendenza" (Lombroso). Egli parla addirittura di una "diencefaloendocrinosi criminogenica" la cui importanza è indubbia non solo dal punto di vista della formazione educativa dell'individuo, ma anche da quello sociale e morale, non potendosi considerare imputabili in pieno soggetti che vanno piuttosto annoverati tra i veri e propri cerebropatici. Queste alterazioni diencefaliche, per quanto ancora non bene inquadrabili, non possono venire oggi misconosciute, dal momento che poggiano su basi statistiche, essendo state riscontrate, attraverso l'indagine radiologico-funzionale del cranio, del cervello, dell'equilibrio endocrino, nel $20 \%$ circa dei fanciulli pienamente anormali fisici e psichici o anormali solo nella condotta e nel $47 \%$ di un gruppo di criminali chiusi nelle carceri di Roma.

Bisc.: G. Vernoni, Appunti delle lez. di patol. gener., Roma 1949; I. Spadolini, Fisiologia umana, $4^{2}$ ed., Torino 1950; U. Carletti, Riass. delle lez. di clinica delle malattic nerv. e ment., Roma 1946; Gazzetta sanitaria, 22 (1951), fasc. 1; N. Pende, La centrale degli istinti e delle passioni: il diencefalo e la diencefalosi, Roma 1950; C. Ceni, Sui centri vegetal., in Gazz. sanit., 23 (1952), fasc. III; id., Il sistema simpatico e la reaz. ghiandolari di orig. cerebro-psichico, ibid., fasc. iv. Alessandro Marolla

VITELLESCHI, Giovanni. - Cardinale, n. a Corneto (Tarquinia) da onorata famiglia, servì in gioventù il condottiere Tartaglia; sotto Martino V entrò nella Curia, dove era notaro quando il 16 apr. 1431 ebbe da Eugenio IV il vescovato di Recanati e Macerata sebbene ci fosse in lui più la tempra dell'uomo di guerra che quella dell'ecclesiastico.

Prima sua impresa fu quella di fiaccare la potenza dei turbolenti signori di Vico, potenti nel Patrimonio e prefetti di Roma; Giacomo, l'ultimo di loro, preso, fu giudicato e mandato a morte nel 1435 . Il Papa che nel 1434 s'era rifugiato a Firenze nominò il V. patriarca d'Alessandria il 21 febbr. 1435 e poi anche arcivescovo di Firenze il 12 ott. 1435 , dandogli commissione di reprimere la ribellione dei baroni romani. L'impresa terminò con la presa di Palestrina ai Colonna il 18 ag. 1436 avvenuta con grande plauso dei Romani. La primavera seguente il V. fece distruggere senza pietà quella fortezza; quindi mosse verso il mezzogiorno contro Alfonso d'Aragona riportando grandi successi, per cui il Papa lo creò cardinale il 9 ag. 1437. In questa occasione il V. lasciò l'arcivescovato di Firenze per prendere in commenda il vescovato di Traù; ma l'impresa del mezzodì fuil male; il V. dovette riparare a Venezia nel febbr. 1438 e poi presso il Papa. Eugenio IV lo mandò di nuovo contro i baroni romani che il V. tratto senza pietà, tanto che il 2 apr. 1439 distrusse Zagarolo

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occupata da Lorenzo Colonna; era allora il più potente fra i condottieri papali ed insignito dell'ufficio di legato. Sulla fine del 1439 guerreggiava nell'Italia centrale contro i Trinci a Foligno e s'impadroniva di Spoleto, quindi ritornava a Roma e faceva aspre giustizia contro i promotori di disordini. Ma intanto veniva in sospetto egli stesso di accordi col Duca di Milano a danno di Firenze, del Papa e di Francesco Sforza; Antonio da Rio castellano di Castel S. Angelo riusci per sorpresa ad averlo nelle mani il 19 marzo 1440 ed a trascinarlo ferito in Castello dove mori il 2 apr. Lasciava enormi ricchezze che furono occasione di dure controversie. A Tarquinia fu di recente restaurato il bel Palazzo ch'egli s'era colà fabbricato, conglobandovi edifici anteriori.

Bibs.: Pastor, I. pp. 301-306; Eubel, II, passim.; P. Paschin, Lodovico, card. camerlengo, Roma 1939, p. 13 sgg.; id., Roma nel Quattrocento, Bologna 1940, v. indice. Pio Paschin

VITELLESCHI, Muzio. - Sesto generale della Compagnia di Gesù, n. a Roma il 2 dic. 1563, m. ivi il 9 febbr. 1645 .

Entrato nell'Ordine ( 1583 ), vincendo i fieri contrasti della sua nobile famiglia mediante un ricorso a Gregorio XIII, fu predicatore stimato, professore di filosofia e teologia, provinciale a Roma e a Napoli, assistente per l'Italia ( 1608 ) e infine, il 15 nov. 1615 , generale.

I suoi trent'anni di governo, improntati ad una nota particolare di dolcezza e di paternità (Urbano VIII soleva chiamarlo un «angelo di pace») si possono contare tra i più felici e floridi per l'Ordine, massime nelle nazioni latine, soprattutto in Francia. I Collegi crebbero di numero e di alunni, il che fece maturare un'eletta schiera di teologi e di filosofi (ad es., J. De Luge, moralista e giurista, A. Tanner, polemista, D. Pétau, maestro della teologia positiva) e più ancora di umanisti, predicatori e scrittori (ad es., F. Florencia, A. Vieira, J. Gretser, F. Strada, M. K. Barbiewski, J. Bilde e il card. Pietro Sforza Pallavicini). Parallelo e consolante lo sviluppo delle missioni; oltre ai campi dell' India e della Cina, già protesi a nuove conquiste, altri nuovi si aprirono: il p. A. de Andrade penetra nel Tibet, il p. A. White nel Maryland (Stati Uniti) e altri nell'Angola e nella Guinea; si fondano le missioni canadesi fra i Pellerossa e anche un collegio a Québec ( 1635 ) e le celebri Riduzioni del Paraguay; si penetra nel Levante, dalla Turchia alla Caldea, promovendo ritorni all'unione con Roma o provocandone e tenendone deati i desideri. Non mancarono tuttavia le spine con le dispersioni e le rovine cagionate dalla guerra dei 30 anni in Germania e Svezia, con il tramonto della missione giapponese sotto l'improvvisare di una spietata persecuzione, il fallimento della missione di Etiopia, le aspre difficoltà derivate dalla trepida situazione dei confessori, talora solo di nome, dei re e dei principi, massime in Francia e in Baviera; il V. dovette rimpiangere qualche imprudenza o defezione da parte dei padri confessori, ma molto più ebbe da rallegrarsi per i molti mali allontanati e il molto bene conseguito, specie nel contrastare ai desideri antiecclesiastici del card. Richelieu.

Il V. ebbe pure la gioia di vedere la canonizzazione di Ignazio e Francesco Saverio (1622), la beatificazione di Stanislao Kostka, Luigi Gonzaga e dei tre martiri giapponesi, Paolo Michi, Giov. di Goto e Giac. Kisai; la celebrazione del $1^{\circ}$ centenario della Compagnia, a cui prese parte Urbano VIII, intervenendo con la sua Corte alla funzione del Gesù e concedendo ai Gesuiti un giubileo di grazie spirituali. Il che non passò inosservato agli avversari, ai quali accrebbe esca al lancio di accuse contro l'orgoglio insopportabile e tronfio dei Gesuiti la opera commemorativa: Imago primi siecuali Societatis Jesu (Aaversa 1640), la quale era invece frutto più di comprensibile entusiasmo giovanile, aggravato dal costume iperbolico del tempo, che non di storia e di critica. Alla sua morte il V. lasciava più di 16.000 gesuiti, ripartiti in 35 province, 3 viceprovince, 521 collegi, 49 seminari e più di 360 residenze in Europa e in missione.

Bibs.: Sommervogel, VIII, coll. 841-45; G. C. Cordara, Historian Soc. Jesu, Pars VI, 2 voll., Roma 1720-1829; B. Duhr, Gesch. der Tesuiten in den Ländern deutsch. Zunge, II, 1-11, Friburgo i. Br. 1913; A. Aatrain, Hist. de la Comp. de Jesús en la asistencia
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(da Catalogo della Mostra di L. Signorelli, Carcana-Firenze 1552, p. 18)
Vitelli, Vitellozzo - Ritratto, dipinto su tavola di L. Signorelli (ca. 1495) - Settignano, collezione Berenson.
de España, V, Madrid 1916; H. Fouqueray, Hist. de la Comp. de Jesus en France, III-IV, Parigi 1922-23; F. Rodrigues, Hist. da Comp. de Jesus na asistencia de Portugal, II, I e II, Porto 1938-39; G. Hofmann, Bizantiniich. Bischöfe und Rom, in Orient. Christ., 22 (1931), pp. 132-54; G.Gerngdun, Catholic Beginnings in Maryland, in Thought, 9 (1934), pp. 1-31, 261-85; P. Guilday, The Priesthood of colonial Maryland (1554-75), in Exiles. Rev., 90 (1934), pp. 14-31; Pastor, VIII, passim. spec. p. 510 sgg. Celestino Testore
VITELLI, Vitellozzo. - Cardinale, n. a Città di Castello nel 1531 dal condottiero Alessandro V. e da Angela Rossa, m. a Roma il 19 nov. 1568.

Chierico di Camera, fu nominato vescovo di Città di Castello il 20 marzo 1554, ed il 15 marzo 1557 creato cardinale diacono da Paolo IV. Amato del card. Nipote Carlo Carafa, alla sua caduta, provocata in parte da sue indiscrezioni, anch'egli cadde in disgrazia del Pontefice. Nel Conclave del 1559 ebbe parte preponderante nella elezione del card. Gian Angelo Medici (Pio IV); camerlengo di S. Chiesa il 17 nov. 1564; prefetto della Segnatura di grazia, legato in Campania e Marittima nel 1565 . Ebbe in commenda il vescovato di Imola dal 7 febbr. 1560 al 24 ott. 1561 , poi quello di Carcassona dal 1567 alla morte. Amante della musica, fu protettore di Pierluigi da Palestrina e di altri artisti.

Bibs.: V. Corbucci, La tirannia del card. V. V. e di Angela Rossa in Città di Castello, Foligno 1925; Pastor, VI-VIII (v. indici); Eubel, III, p. 36 . Piero Sannazzaro
VITELLO D'ORO. - Simbolo religioso, che per richiesta degli Israeliti, Aronne (v.) fece costruire presso il Sinai (Eo. 31, 14) durante i 40 giorni in cui Mosè si trattenne sulla vetta (ibid. 24, 18) in comunicazione con Dio. Intorno ad esso il popolo iniziò il culto a carattere naturistico-orgiastico (canti, dinze), che era praticato da molti antichi orientali, in particolare i Cananei.

Mosè, sceso dal monte e accertatosi di quanto succedeva, per reazione sbatté al suolo le tavole della Legge,

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![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fol. Alimari)
Vitello d'oro - Adorazione del V. d'O. Particolare di un telero di I. Tintoretto (ca. 1546) - Vinczia, chiesa della Madonna dell'Orto.
che si spezzarono, poi "pigliò il v..., lo bruciò, lo tritò, finché fu ridotto in polvere, che sparse sull'acqua e ne dis' a bere ai figli d'Israele" (ibid. 32, 20). Ciò indica che la qualifica "d'oro " è da intendere nel senso che l'espressione ha in altri casi: di legno con rivestimento metallico (Is. 40, 19. 20; 44, 10-17; cf. Dan. 2, 33; 14, 6).

Questo v. era un simbolo di Jahwah e il culto a lui tributato era inteso rivolto a Jahweh (cf. Ex. 32, 4. 5); così anche più tardi al tempo di Ieroboam I (I Reg. 12, 20 sgg.) e in genere nei "santuari " di Bethel, Galgala, Dan, Bersabea. Pare quindi che si tratti di una simbologia di tendenza pagana, piuttosto che di idolatria: ma l'impurità dell'idea in sé e le deviazioni religioso-morali a cui essa subito diede ansa nel culto giustificano la reazione di Mosè contro il v. e più tardi gli attacchi dei profeti contro il risorgere del simbolo e relative pratiche cultuali (Am. 8, 14; Os. 8, 4-6; 10, 5-8; 12, 15-13, 4; ecc.). Il toro presso molti orientali era preso come simbolo della divinità a motivo della sua forza; questo è il vero senso della scelta dell'immagine, su cui non è probabile che influisse il ricordo dell'Api (v.) egiziano.

Bial.: F. Van Linschoot, Le venn d'or, in Collect. Gendar., 14 (1927), pp. 113-16; A. Eberharter, Die Verehrung des goldenen Kalbes, in Pastor bonus, 41 (1930), pp. 105-109.

Giovanni Rinaldi
Vitelo (Witilo, Vitello).
Giovanni Rinaldi
Vitello (Witilo, Vitello).

- Filosofo e matematico, n. nella Slesia, intorno al 1230.

Studiò le "arti" a Parigi, e più tardi, forse fra il 1262 e il 1268, secondo il Birkenmajer, diritto canonico a Padova, continuando a interessarsi degli studi matematici e fisici. Nel 1269 s'incontrò col domenicano fra' Guglielmo di Moerbeke alla Corte papale in Viterbo e lo apronò a tradurre alcuni scritti di matematica e fisica di Archimede, di Eutocio e di Erone, che il domenicano tradusse appunto in quell'anno e che V. utilizzo. Intorno al 1274 deve aver condotto a termine la sua celebre opera Perspectiva, dedicata a frate Guglielmo, nella quale ricalca le orme delle non meno celebri opere di Euclide, di Tolomso e di Alhazen. Un secondo soggiorno alla corte papale fece fra il 1276 e il 1278. Deve esser morto poco dopo.

Oltre alla Perspectiva e ad un Tractatus de primaria causa penitencie et de natura demanum "quem fecit... Witilo studens in iure canonico... tempore paschali in vacationibus" (ms. lat. 14796 della Bibl. naz. di Parigi) era stato attribuito a V. da C. Baeumker il trattatello

De intelligentiis, che più tardi il Beaumker stesso ha riconosciuto essere opera di un maestro Adamo "pulchrac mulieris", non meglio identificato. L'attribuzione era stata motivata da certe somiglianzeidi concetti neoplatonici intorno alla cosiddetta "metafisica della luce n.Yche parevano notarsi in quest'opera come nella Perspectiva. Ma il Birkenmajer ha giustamente osservato che le tinta neoplatonica della filosofia di V., come certe sue idee sulla vita d'oltretomba, sulle visioni profetiche e sui sogni divinatori, si spiegano "sufficienza con la familiarità che egli mostra d'avere con gli scritti di Avicenna e di AlGazali, e, per quel che si riferisce alla "metafisica della luce", con gli scritti di Roberto Grossatesta.

Bial.: ed. della Perspectiva. Norimberga 1535 e 1551. Basilea 1572 ; estratti in C. Baeumker, Witelo (Beitr. z. Gesch. d. Philos. des Mittelal., III, viII), Münster in V. 1908, pp. 127-79; A. Birkenmajer, Etudes sur W., in Bull. intern. Acad. Palomate, Cl. des. Sc. et de Lettres, 1920, p. 354 sgg.; 1922, p. 6 sgg.; id., W. e la Studia di Padova, in Omaggio dell' Acad. Polacra all'Univ. di Padova. Cracovia 1922, pp. 147-68; L. Thorndike, History of magic, etc., II, Nuova York 1923, pp. 454-56; III, ivi 1934, pp. 431, 439, 441; A. Bednarski, Die enation. Aegonbilder in den Handschriften des R. Bacon, Joh. Pechham u. W., in Archiv. f. Gesch. d. Medizin. 24 (1931), pp. 74-78; A. C. Crombie, Rob. Grosseteste and the origins of experimental science. Oxford 1953, pp. 165-67, 213-32, 235-39, 263-66, 271-73, 275-76, 280-87. Bruno Nardi

Viterbo, diocesi di. - Situata nel Lazio, in provincia di V., essa ha unita la diocesi di Tuscania (v.), con la quale misura una superficie di 720 kmq ., compresa tra le diocesi di Tarquinia, Montefiascone, Bagnoregio, Orte, Sutri. I suoi 74.000 ab. sono ripartiti in 39 parrocchie, con 68 sacerdoti secolari e 58 regolari, 12 congregazioni maschili e 40 femminili. Ha il Seminario maggiore a La Quercia, comune alle altre diocesi dell'alto Lazio, e quello minore in prossimità del palazzo vescovile, ricostruito, perché danneggiato dalla guerra, nel 1952. E immediatamente soggetta alla S. Sede, con tribunale d'appello al vicariato di Roma (Ann. Pont. 1953, p. 449).
V. sorge ai piedi dei Monti Cimini, su un piano ondulato dal quale si snoda una vasta pianura che sale gradatamente ai Monti Volsini. Dopo Roma è la città più notevole del Lazio. Iniziò la vita come centro etrusco, poi modesta colonia romana. Nella metà del sec. viri è ricordata come Castrum Viterbi. Non è provato che la sua denominazione derivi da Vetus urbs, come taluni credono fosse chiamata anteriormente. Nel 773 il re dei Longobardi Desiderio la fortificò per averne la base alla conquista di Roma, che non soguì; i Franchi la donarono alla Chiesa. Ma l'importanza di V. ha inizio con il sec. xir, quando si aprì la lunga serie dei dissidi tra i Papi e i Romani. Eugenio III vi riparò nel 1145, mentre Federico Barbarossa nel 1164 vi stabilì la sede dell'antipapa Clemente III. Ottone I e Federico II furono sconfitti dai Viterbesi, mentre i Papi del sec. xiri vi stabilivano la loro sede in guerra contro Roma. Nel 1271 il capitano del popolo Raniero Gatti, visto che i cardinali riuniti in Conclave nel Palazzo papale non si decidevano per l'elezione del nuovo pontefice, li chiuse, anche per consiglio di s. Bonaventura da Bagnoregio, nel Palazzo, fece togliere il tetto e razionò i viveri, finché fu eletto Gregorio X che regolò le norme del Conclave. A V. era stato eletto anche Urbano IV (1261) e in seguito vi furono eletti Giovanni XXI (1276), Niccolò III (1277) e Martino IV (1281) che i Viterbesi avversarono quale straniero, andando soggetti alla scomunica e alla lontananza dei papi per 86 anni. Durante questo tempo prevalse la signoria dei Di Vico, ma nel 1345 il card. Egidio Albornos sottomise definitivamente V. allo Stato pontificio. E difficile determinare il tempo della predicazione evangelica a V. Ma indizi non mancano per crederla iniziata non più tardi del sec. IV, soprattutto se si tiene conto della grande via consolare, la Cassia, che l'attraversa. Nel suo territorio sono stati trovati un sigillo ed un anello cristiani che G. B. De Rossi ha creduto datare dal sec. III al sec. IV (cf. Bull. d'arch. crist. $2^{\mathrm{a}}$ serie, 2 [1871], pp. 35 -

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37) e alcuni sarcofagi cristiani. Una Passione (BHL, 8469-70) del sec. ix o x racconta che un Valentino prete e un Ilario diacono, sotto Massimiano, furono condotti al castello di V., decapitati fuori le mura nel luogo detto "Via Strata" (forse la Via Cassia) e sepolti in un luogo detto "Camillarius" o "Cavillarius" (3 nov.). Un'appendice della Passione aggiunge che al tempo di Gregorio IV (828-44) l'abate Sicardo di Farfa fece trasferire le reliquie dei martiri nella sua chiesa abbaziale. In alcune carte dell'824, dell'817 e del 768 , prima cioè della traslazione a Farfa, è ricordata una chiesa o "cella S. Valentini in Silice" (la "Via Strata"). Questi sono i documenti più antichi del culto di un s. Valentino in V. e non è possibile dire se sia diverso da quello di Terni.

Nel 1172 i Viterbesi distrussero Ferento, a 9 km . da V., la città estrusco-romana che, certamente al tempo di s. Gregorio Magno, era sede vescovile. Nei Dialoghi (I, 9; III, 38) il Papa ricorda i vescovi di Ferento: Bonifacio e Redento. Il territorio dell'antica diocesi passò in parte, nel 1192, a quella di V. quando Celestino III diede al "Castrum Viterbi" il nome di città e lo creò sede vescovile unendovi Tuscania, Civitavecchia e Bieda (v. Tuscania). Era allora vescovo di Tuscania il card. Giovanni del titolo di S. Clemente, che si denominò vescovo di V. e Tuscania, dimostrando cosi fin dal primo momento la superiorità di fatto della sede viterbese, che continuò anche quando la S. Romana Rota, nel 1617, dichiarò le due sedi essere unite aegue et principaliter. V. fino alla caduta dello Stato Pontificio era sede del legato del Patrimonio di S. Pietro.

Nella serie dei vescovi di V. non mancano uomini distinti per il sapere e per il governo; basterà ricordare i due cardinali Brancaccio, Francesco Maria e Stefano, zio e nipote, del sec. xvir. V. è la patria del teologo e filosofo agostiniano Egidio Antonini detto da V. (v. errino DA V.), di s. Rosa (v.), le cui spoglie venerate riposano nella chiesa omonima, e della b. Rosa Venerini (v.). Nel monastero di S. Bernardino poi si conserva il corpo di s. Giacinta Marescotti (v.), che tanta parte ebbe nella storia della società viterbese del sec. xvin.

All'istituzione della diocesi di V. rimonta la chiesa cattedrale di S. Lorenzo con l'annesso Palazzo vescovile, detto anche papale per la residenza dei pontefici romani nel sec. xili. Danneggiata dai bombardamenti nel 1943-44, il restauro del 1952, eseguito dalla Segpentendenza dei monumenti, ha fatto scomparire le sovrastrutture barocche dell'interno, ridonando la primitiva fisionomia romanica. Anche le chiese di S. Sisto (del sec. IX, ricostruita nel sec. xII), di S. Maria della Verità (sec. xit) e di S. Francesco (sec. xili), tutte danneggiate, sono state restaurate con l'intento di portarle allo stato primitivo. Nel Museo civico, accanto alle collezioni archeologiche, è una raccolta di arte cristiana medievale e moderna che s'inizia con il sec. IX. L'Archivio vescovile, a causa di incendio.
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(da G. Coretini, Brevi notizie della città di P. e degli uomini illustri..., Roma 271) Viterbo, diocesi di - Pianta i enografica della città (sec. xvin).
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(fot. Enit)
Viterbo, diocesi di - Porta-torre di S. Bicle (1270) - Viterbo.
non conserva documenti anteriori al sec. xv; più felice invece è stata la sorte di quello della chiesa cattedrale, i cui documenti cominciano con il 1031, e di quello della città, molto ricco, con documenti dal sec. xit in poi. Non deve essere dimenticato il santuario di S. Maria della Quercia, a 3 km . da V., una delle più belle creazioni del Rinascimento (ca. il 1470-1525). L'annesso convento domenicano dal 1933 è sede del Seminario regionale delle diocesi dell'alto Lazio.

Il vescovo di V. e Tuscania porta anche il titolo di abate di S. Martino al Cimino, dall'abbazia omonima ricordata la prima volta in una bolla di Benedetto IX (1045).

Bisc.: D. Bianchi, Istoria di V. (ms. sec. xvit, nella Biblist. comun. di V.); F. Coretini, Cata$l$ opus episc. omnium Viterbii (ms. sec. xvit, nel-'Archivio capitolare di V.); F. Bussi, Ist. della città di V., Roma 1742 (il II vol. si conserva ms. nella Bibli