c.: D. Bianchi, Istoria di V. (ms. sec. xvit, nella Biblist. comun. di V.); F. Coretini, Cata$l$ opus episc. omnium Viterbii (ms. sec. xvit, nel-'Archivio capitolare di V.); F. Bussi, Ist. della città di V., Roma 1742 (il II vol. si conserva ms. nella Biblist. comun. di V.); G. Corefini, Brevi notiz. della città di V. e degli uomini ill. dalla medesima prodotti, ivi 1774; Moroni, CI, p. 197 sgg.; CIL, p. 155 sgg.; C. Pizzi, Stor. della città di V., 2 voll., Roma 1887-89; P. Egidi, L'abbazia di S. Martino sul Monte Cimino secondo i docum. ined., in Ritv. stor. benedett., 1 (1906), p. 579 sgg.; P. Fr. Kehr, Italia Pont., II, Berlino 1907, pp. 207-14; G. Signorelli, V. nella stor. della Chiesa, 2 voll., Viterbo 1907-40 (fino alla nortà ca. del sec. xvi): Lanzoni, pp. 413-14; Eubel, I, p. 232 ; II, p. 295 ; III, p. 356 ; IV, p. 371 ; V, p. 417 ; Wilpert, Sarcofagi, I, tavv. 19, 2, pp. 79, 127; 41, 2, p. 52.
Benedetto Pesci
Arte. - Poche tracce di porte e di fondazioni di torri, risalenti alle costruzioni etrusco-romane, sono quanto rimane della città più antica. Invece, numerosi edifici, costruiti in tufo poroso, sorti tra il sec. x e il sec. xiv, mantengono ancor oggi abbastanza integro l'affascinante aspetto della
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Viterbo, diocesi di - La Crocifissione. Affresco del sec. xiv nella chiesa di S. Maria Nuova - Viterbo.
città medievale, nonostante le distruzioni belliche. Risalgono al sec. viri i campanili di S. Maria della Cella e di S. Sisto e il chiostro di S. Maria Nuova. Nelle mura, sorte tra la fine del rooo e la seconda metà del '200, conservano la semplicità duecentesca la Porta del Carmine e quella di S. Pietro, detta un tempo Salicicchia, ormai frammentaria. Carattere tipico delle costruzioni medievali presenta la contrada di s. Pellegrino.
Nelle chiese del Gesù, già di S. Silvestro, di S. Maria della Cella, di S. Giovanni in Zoccoli, l'architettura indica la presenza di maestranze lombarde; è diffuso lo stile basilicale a colonnati; la copertura è di preferenza a tetto, di rado a vòlta; frequenti gli archi a doppia ghiera. A S. Sisto l'altissimo presbiterio mostra influssi ultramontani come la cripta di S. Andrea in Piano Scarano; l'interno di S. Maria Nuova, dagli ampi colonnati, si ricollega invece alle costruzioni pisane (Toesca). Alle sue presunte forme medievali fu di recente riportato il Duomo: edificato in forma modesta forse fin dal sec. viri; tra i molti rifacimenti, fondamentale quello del 1560 , che portò alla trasformazione dell'abside maggiore, oggi purtroppo isolata dal resto della chiesa. Nelle forme originarie sono ben conservati il Palazzo Papale e l'elegantissima loggia, che, sebbene mutilata e privata dell'originaria policromia, rimane un esempio tra i più perfetti del gotico viterbese.
Questo fu introdotto nel Lazio dai Cistercensi. Elementi derivati dalle loro costruzioni si ritrovano nei chiostri di S. Maria in Gradi e dell'ex convento del Paradiso e nella facciata di S. Francesco. Il "gotico fiorito" appare in un lato del chiostro di S. Maria della Verità, (dal 1912 alla seconda guerra mondiale sede del Museo civico). Ai secc. xiri e xiv appartengono pure alcune torri e numerose fontane, fra le quali conferiscono un particolare carattere alla città quelle a fuso (Fontana Grande). Interessante esempio di architettura civile sono la Casa Poscia e la Casa di Valentino della Pagnotta.
Segna il passaggio dal gotico al Rinascimento la facciata principale del Palazzo Farnese. Il Palazzo Comunale, l'austero Palazzo Chigi, la chiesa di S. Maria delle Fortezze (su disegno di Battista di Giuliano da Cortona) e di S. Maria della Quercia sono i più nobili monumenti
della Viterbo rinascimentale. Il barocco non assume a V. forme di particolare interesse rispetto a Roma (Porta Romana, chiesa del Gonfalone [1665] e di S. Agostino) mentre il ' 700 ha un'opera di straordinario interesse: il rifacimento di S. Maria in Gradi, dovuto a Niccolò Salvi (1738).
Meno ricea di opere di scultura, V. offre tuttavia anche in questo campo un materiale artistico interessante : nel Museo civico si conservano numerose basi di statue e di colonne, cippi, urne funerarie del periodo etruscoromano. Nella chiesa di S. Sisto il fonte battesimale è un'ara romana trasformata in epoca cristiana e pure di epoca romana è il sarcofago addossato alla facciata della chiesa di S. Angelo in Spata. I marmorari romani lavorarono a V. in età romanica anche forme rare nei capitelli a sfingi e a delfini del Duomo; di grande potenza plastica nello studio dell'antico la sfinge, ora al Museo civico, già in S. Maria in Gradi, datata al 1286.
Ma, come a Roma cosi nel Lazio e in particolare nella zona del Viterbese, con il Trecento inoltrato si andò perdendo la tradizione classicheggiante e non si incontrano opere particolarmente notevoli di artisti locali; si notano, nelle più pregevoli, influssi dai maestri senesi. In S . Francesco, la tomba detta di Gerardo Landrioni si mantiene fedele ai modelli di tomba a baldacchino; su colonne il mausoleo di Clemente IV (1274) di Pietro d'Oderisio, che ha affinità con l'arte di Arnolfo di cui sono ancora traccie nelle figure degli accoliti nella tomba del cardinale fra' Marco della seconda metà del ' 200 . La tomba di Adriano V è ritenuta probabile opera dello stesso Arnolfo. Scultore viterbese del ' 500 è Bernardino di Giovanni, al quale si deve la porta maggiore nella facciata della chiesa di S. Maria della Quercia (1506), ove sono anche un tabernacolo di Andrea Bregno (1490) e delicate terracotte di Andrea della Robbia.
La pittura viterbese mantiene costanti rapporti con la pittura romana, senese e umbra, che si riflettono variamente in essa: di lontana maniera cavalliniana sono gli avanzi di affreschi nella cripta di S. Andrea a Piano Scarano e pure di fattura romana nel disegno le miniature sotto cristallo in forma di dischi rinvenute nel mausoleo di papa Clemente IV in S. Francesco. Mostra l'orientamento più strettamente bizantineggiante proprio al '200 un piccolo trittico in S. Maria Nuova.

(fot. Albert)
Viterbo, diocesi di - Monumento funebre al cord. fra' Marco [Parentezza] da V. (2* metà del sec. xiv) - Viterbo, chiesa di S. Francesco.
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(fat. Gah, fat. sec.)
(fat. Gah, fat. sec.)

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In alto a sinistra: SCENE DELLA VITA DI MARIA S.mA, Assunzione e incoronazione. Timpano del portale della chiesa di S. Maria dei Re (sec. xiv-xy) La Guardia. In basso a sinistra: PIETRO MARTINEZ DE ALAVA, statua bronzea rinascimentale - Vitoria, chiesa di S. Pietro. A destra: PORTICO DELLA CATTEDRALE dedicata a Maria S.mA ( $2^{a}$ metà del sec. xiv) - Vitoria.
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Maestri viterbesi lavorarono ad Avignone nel palazzo dei Papi : Pietro da Viterbo è il maggiore maestro locale trecentesco, assieme a Matteo Giovannetti. Ilario da Viterbo lascia nella Porziuncola di Assisi una pala d'altare (1593), prossima ai modi di Simone Martini; ripetono modelli senesi, dipinti in S. Francesco e in S. Maria Nuova. Nel Rinascimento l'opera certamente più importante è il ciclo di affreschi dipinto dal Gozzoli in S. Rosa nel 1453, distrutto nel sec. xvir. Il Gozzoli e Piero della Francesca trovano un singolare accordo nella pittura locale nei bellissimi affreschi di Lorenzo da Viterbo (quasi distrutti nel 1944) nella Cappella Mezzanasta in S. Maria della Verità (1469). Altri maestri del ' 400 sono Antonio di Francesco da Viterbo, Francesco di Antonio detto il Balletto, Gabriele Francesco da Viterbo, Carolino da Viterbo, Giovanni Francesco da Avanzano, detto il Fantastico, Antonio del Massaro detto il Pastura, Costantino Zelli, Maestro Monaldo.
Fra le opere dei maestri non locali eccelle su tutte la stupenda Pietà di Sebastiano del Piombo del Museo civico, già in S. Francesco, e di altissima qualità il capolavoro di Gerolamo da Cremona con il Salsatore e tanti in una cappella del Duomo (1472), che introduceva nella pittura locale insoliti modi squarcioneschi padovani. Artista viterbese operante alla fine del ' 500 è Tarquinio Ligustri (Sala Regia del Palazzo comunale); a Giacomo Cordelli si devono gli affreschi del chiostro di S. Maria in Gradi (1620). Anche il caravaggismo ebbe in Viterbo un suo vivo esponente in Bartolomeo Cavarozzi (Visitazione, Museo civico; S. Isidoro, chiesa di S. Angelo; Madonna, chiesa del Seminario). Guercinesco è Angelo Puccini e, nell'orbita di Pietro da Cortona, sono i fratelli Antonio e Giovanni Francesco Bonifazi. Del '600 la massima gloria locale è tuttavia G. Francesco Romanelli, che fu anche a Parigi per Luigi XIV. Del figlio Urbano era conservato fino a pochi anni fa l'affresco della volta del Duomo ove l'abside, avulsa dall'attuale chiesa, è decorata dagli importanti affreschi dell' Passeri. Del '700 sono Anton Angelo Falaschi, Domenico Corvi, Vincenzo Stringelli che decora la volta della chiesa del Gonfalone ( $1756-60$ ), le cui pitture prospettiche sono opera del Mazzetti. E della fine dell'80o Pietro Vanni, cui si deve la decorazione del Camposanto. -
Vedi tav. CLI.
Biol.: F. Cristofori, Le tombe dei Papi in V., Siena 1887; C. Pinet, Stor. della città di V., a voll., Roma 1887-1913; A. Scriatoli, V. nei suoi monum., Roma 1920; id., I più notevoli monum. di V., Viterbo 1529; R. Van Marle, Italian schools of painting, L'Aia 1923 sgg.; F. Zeri, Una pala d'altare di Lorenzo da V., in Boll. d'arte, 1953, pp. 38-44. Luisa Mortari
VITO, MODESTO e CRESCENZA, santi, martiri. - Commemorati nel Martirologio geronimiano il 15 giugno, pare siano vittime della persecuzione dioclezianea; V. figura già nel Sacramentario gelasiano antico, mentre M. e C. gli furono aggiunti nel Messale romano (Milano 1474).
Le varie recensioni della Passia (BHL, 8711-12: V.n. in Sicilia; 8713-14: V. n. in Lucania; 8715-16 [traslazioni: 8717-23] non meritano fede; invece è da prendere in considerazione la prima indicazione topografica del Geronimiano « in Lucania», che deve provenire da un calendario locale. Sin dal sec. v chiese e monasteri furono dedicate a s. V. in Roma, Sicilia e Sardegna, e il suo culto ebbe straordinario sviluppo nel medioevo, in specie tra i Tedeschi e gli Slavi, soprattutto per la sua virtù taumaturgica contro la malattia nervosa, detta a ballo di s. V. s, e contro l'idrofobia. Per questa ragione fu annoverato fra i santi Ausiliatori (v.). Le reliquie di s. V. furono trasportate dapprima al monastero parigino di St-Denis ( $2^{a}$ metà sec. viII) poi in quello di Corvey in Sassonia (836); il capo di s. V. da Pavia fu fatto portare a Praga nel 1555 dall'imperatore Carlo IV. S. V. è rappresentato immerso nella caldaia rovente, in cui sarebbe stato suppliziato, o tenendone una minuscola in mano con un cane al guisnaglio.
Biol.: Acta SS. Iunii, II, Venezia 1742, pp. 1013-42: Lanzoni, pp. 320-22: Martyr. Hieronymionum, p. 320: Martyr. Romanum, p. 238: P. Bruelante, Les orations du missel romain, I, Lovanio 1952, p. 107. - K. Künstle, Ikonographie der christl.
Konst. II, Friburgo in Br. 1926, pp. 583-88: J. Braun, Tracht u. Attribute der Hl. in der deutsch. Kunst, Stoccarda 1943, coll. 728-38.
A. Pietro Frutaz
VITORIA, diocesi di. - Diocesi e città capoluogo nella provincia di Alava. La diocesi ha una superficie di 3364 kmq . con una popolazione di 120.156 ab . tutti cattolici, distribuiti in 406 parrocchie servite da 541 sacerdoti diocesani e 72 regolari; ha tre seminari, due minori e uno maggiore, 15 comunità religiose maschili e 54 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 450). La diocesi è suffraganea di Burgos.
La diocesi fu creata dal papa Pio IX con bolla del 28 apr. 1862 in seguito al Concordato tra la S. Sede e la Spagna per smembramento della diocesi di Calahorra. Il papa Pio XII con la cost. apost. Quo commodius del 2 nov. 1949 ne dismembrò la provincia civile di Vizcaya per costituire la diocesi di Bilbao; inoltre la provincia civile di Guipuzcoa per costituire la diocesi di S. Sebastiano e contemporaneamente dismembrò dalla diocesi di Calahorra quella parte del territorio denominata Cantado de Trevillo e la uní alla diocesi di V. Inoltre diede a detta diocesi per patrono s. Prudenzio de Armenzia (AAS, 42 [1950], pp. 535-39).
La vecchia città è situata a ca. 527 m . sul livello del mare, sopra una collina del Campillo dominante la pianura, e si formò intorno alla cattedrale; la città nuova è situata a sud. E l'antica Gazteia, ritenuta d'origine visigota. Venne conquistata nel 1181 da Sancho il Saggio, re di Navarra, che le dette perciò il nome attuale, la fortificò e le accordò privilegi. La città si ingrandì dopo la vittoria di las Navas nel 1212 ed ebbe una nuova cerchia di mura; nel 1332 passò alla corona di Castiglia. A sud della città gli Inglesi, i Portoghesi e gli Spagnoli sconfissero i Francesi, il 21 giugno 1813, obbligandoli a ripiegare su Pamplona e ad abbandonare la Spagna. La cattedrale, Maria Assunta, fu eretta nel sec. xiv sopra la primitiva romanica di cui resta una torre ottagona; all'esterno un portico coperto con portale nel sec. xiv decorato con scene della vita della Madonna. L'interno è a tre navate con largo transetto; ivi una cappella contiene la Sepoltura del Signore, opera di Caravaggio; la cappella mayor il bassorilievo dell'Assunta del Valdivielso; la sacrestia una Deposizione della Croce di Van Dyck, una statua romanica della B. Vergine. La nuova cattedrale in stile ogivale, iniziata nel 1906 su disegno di Apráiz e Luque, interrotta nel 1914, fu ripresa nel 1946. Il Seminario maggiore fu fondato nel 1880 dal vescovo mons. Herrero y Espinosa de los Mouteros. La chiesa di S. Pietro è del sec. xiv, la chiesa di S. Miguel è del sec. xiv: contiene un retablo di G. Fernandez e I. Velásquez; all'esterno è la statua in diaspro «de la Virgen Blanca», patrona della città (sec. xiv). La chiesa di S. Vincenzo è in stile ogivale (sec. xiv). Da notare il monumento a Francesco da Vitoria (v.). Nella Casa de Alava, costruita nel 1916, si trovano gli Archivi, la Biblioteca e i Musei. Il museo diocesano al primo piano ha una collezione di trittici di scuola fiamminga, italiana, spagnola; statue policrome di G. Cristo e della Madonna del sec. xiv-xv; il Museo provinciale contiene una serie di quadri; quello arch tologico antichità preistoriche, neolitiche e romane, collezioni numismatiche. Il Palazzo episcopale ha una ricca Biblioteca, ma la collezione dei quadri è ora in deposito al Prado di Madrid.
In Azpeitia, fino al 2 nov. 1949 della diocesi di V., nacque il 7 febbr. 1857 il servo di Dio Francesco Garate S. J. (v.), di cui è stata introdotta la causa di beatificazione e canonizzazione il 26 febbr. 1950 (AAS, 24 [1950], pp. 559-60). - Vedi tav. CLII.
Biol.: amm., s. v. in Rec. Eur. Am., LXX, p. 925 sgg.; C. Echegaray, Las Prov. Vascongadas, San Sebastiano 1895. Enrico Josi
VITORIA, Francisco de: v. francesco da vITORIA.
VITORIA, Tomas Luís de. - Musicista spagnolo n. ad Avila nel 1548, m. a Madrid il 27 ag. 1611. Nel 1557 entrò cantore nel coro della cattedrale di
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(da R. Casimiri, Il V., Roma 1611, 12v. in appendeo)
Vitoria, T'ontas Luis pg - Quiotanza autografa del V. al tesoriere di S. Luigi de' Francesi (12 marzo 1889).
Avila, ricevendo dal maestro Espinaz le prime lezioni di musica. I progressi furono rapidi e brillanti si da essere inviato nel 1565 a Roma per proseguire gli studi nella polifonia e nel contrappunto. Fu alunno del Collegio Germanico e dopo tre anni andò organista e cantore alla chiesa di S. Maria in Monserrato, godendo della protezione del card. Truchsess, cui dedicò, nel 1572, le sue primizie Mottetti a 4, 5 e 6 voci. Nel 1575 fu di nuovo al Collegio Germanico, successore del Palestrina nell'insegnamento, e nel 1578 andò a convivere con s. Filippo Neri a S. Girolamo della Carità, dove rimase fino al 1585, scrivendo l'Officium Hebdomadae Sanctae. Nel 1596 si recò a Madrid cappellano dell'imperatrice Maria per la cui morte compose l'Officium Defunctorum (1605), considerato il suo più geniale lavoro. Dal 1605 alla morte fu organista alle Discalzas Reales.
L'opera artistica del V. riassume tutta la grandezza dell'arte cinquecentesca spagnola e attinge il materiale tematico soltanto al repertorio gregoriano e al suo genio creatore. Le sue composizioni sono animate da vivo misticismo drammatico e straordinaria espressività musicale, giungendo spesso ad effetti pattici molto intensi.
BibL.: P. X. Haberl, T. L. de V., in Kirchenmusical. Solvb., Ratisbona 1896; P. Wagner, Einführung in die Gregorian. Melodien, Lipsia 1912; id., Gesch. der Messe, ivi 1913; F. Pedrell, Estudio biogr. de V. nel vol. VIII dell'Opera omnia, ivi 1913; C. Collet, Le mysticime musical espagnol au XVIe siècle, Parigi 1913; id., V., ivi 1914; R. Mitjana, Estudios sobre algunos musicos españoles del siglo XVI, Madrid 1918; R. Casimiri, Il V., in Note d'archivio, 11 (1934), p. 48 sgg . Giuseppe M. Llorens
VITTIME ESPIATRICI DI GESÙ SACRAMENTATO. - Fondate a Napoli il 16 luglio 1878 da suor Maria Cristina Brando dell'Immacolata (n. a Napoli il 3 maggio 1856, m. ivi il 26 genn. 1906).
Scopo è l'educazione della gioventù femminile in scuole, orfanotrof e riformatori. Ebbero il decreto di lode e l'approvazione temporanea delle Costituzioni il 7 luglio 1903, la definitiva il 15 marzo 1911. Le suore attualmente sono 115 con 11 case tutte nell'Italia meridionale (Arch. d. S. Congr. dei Relig., N. 22).
Bibl.: S. Gaeta, Suor M. Brando dell'Immacolata, Napoli 1911. Vincenzo Cusumano
VITTORE, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 21 luglio.
Lo ricorda Venanzio Fortunato (Carm., VIII, 3; X, 10) e s. Gregorio di Tours attesta che la basilica a lui dedicata in Marsiglia (v.), costruita sul suo sepolcro, era meta di frequenti pellegrinaggi e vi si operavano molti miracoli (Hist. Franc., IX, 20, 22; In gloria martyr., 77). La Passio è stata più volte rimaneggiata (BHL, 8569-72); secondo H. Quentin la redazione più antica sarebbe quella sunteggiata nel Martirologio di Lione. V. era un soldato dell'esercito di Massimiano; essendosi rifiutato di partecipare ai sacrifici idolatrici, fu arrestato dal tribuno Asterio e consegnato al prefetto Eutichio. Questi, dopo averlo schernito e torturato, lo condannò ad essere schiacciato da una mola. Sembra quindi che V. sia perito durante la persecuzione militare di Diocleziano.
Bibl.: Tillement, IV, pp. 549-53; Acta SS. Iulii, V, Parigi
1868, pp. 135-62; H. Quentin, Les martyrologes hist. du moyen âge, ivi 1908, pp. 193-200; P. Allard, Stor. crit. delle persecuz., vers. it.. IV. Firenze 1928, pp. 41-45; H. Delehaye, Les orig. du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 349 sgg.; Martyr. Hieronymianum, p. 389; Martyr. Romanum, p. 299.
Agostino Amore
VITTORE di Antiochia. - Esiste in molti manoscritti greci un commentario sul Vangelo di Marco che è attribuito ad un certo V. di A., e che fu d.ffuso in due recensioni.
Questo commentario è una catena esegetica, nella parte maggiore basata su estratti da s. Giovanni Crisostomo (J. Reuss, op. cit., in bibl., p. 138); inoltre furono copiati testi di Origene, Cirillo di Alessandria, Tito di Bostra ed altri (ibid., p. 139). La compilazione, basata su commenti di Matteo e Luca, fu eseguita probabilmente nel sec. vi (ibid., p. 141) da un presbitero V. di Antiochia, che per noi è persona sconosciuta e non si può affermare con sicurezza che questo sia identico con un V., menzionato in altre catene. La compilazione era molto diffusa.
Bibl.: in mancanza di una ediz. critica bisogna consultare ancora l'ediz. di Ch. F. Matthaei, 2 voll., Moscava 1775. Sui problemi v. J. Reuss, Matthäus-, Markus-und Johannes-Katenen, Münster 1941, p. 118 sgg. Per la letter. anteced. v. Bardenhewer, IV, p. 535 sg. Erik Peterson
VITTORE di Capua. - Vescovo dal 541-54 (v. la sua pietra tombale in CIL, X, 4503).
Scrisse, contro Vittorio Aquitano. De cyclo paschali di cui è conservato solo l'inizio presso Beda il Venerabile, Rot. temp., 51 (C. W. Iones, Bedae opera de temporibus, Cambridge 1943, p. 272 sg.). Fece forse la traduzione di un commentario con scolli di padri greci (Policarpo, Origene, Basilio, Didimo, Severiano; ed. I. B. Pitra, Spicilegium Solesmense, I, Parigi 1852, p. 296). Sono attribuiti a lui: Reticulus sen de orea Nice (ibid., p. 287), Capitula de resurrectione Domini, non conservati, e una Glossa sull'Epistola ai Romani (v. G. Morin, in Rev. bénéd., 27 [1940], p. 114 sgg.). Il suo nome è specialmente legato al Codex Fuldensis, che s. Bonifacio portò in Germania. Si tratta di una armonia latina dei Vangeli, basata su quella di Taziano (scritta ca. il 545) e degli altri libri del N. T. Viene attribuito anche a V. il Capitolare (lezionario) del Codex Fuldensis (cf. T. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, I. Münster in V. 1935, p. xxxi.

(fol. Altinari)
VitTORE, santo, martire - Affresco del Sodoma nella Sala del Mappamondo (1529) - Siena, Palazzo Pubblico.
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n. 9), ma probabilmente il suo contributo al lezionario è stato modesto come quello al Diatessaron latino.
BnL.: E. Delabes, Clavis patrumlatio., Stecnbrugge 1931, pp. 164-65; G. Bardy, Pictor de Capone, in DThC, XV, it (1930), coll. 2874-76; A. Vaccari, Studi di erudiz. e di Biologia, I, Roma 1952, p. 263 sgg. Sul comment. con scolli: A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischchristl Liter. in der latein. Kirche, Monaco 1949, n. 2. Sul suo contributo al Diatessaron: D. de Bruyne, in Revue bénéd., 39 (1927), p. 5 sgg.; H. Vogels, Beiträge zur Gesch. des Diatessaron im Abendland, Münster 1929, p. 126; C. Peters, Das Diatessaron von Tatian, Roma 1939, pp. 132 sgg., 165 sgg. Sul Lesionario: G. Morin, Anecdota Maredsolana, I, Maredsous 1893, pp. 436-44 (tratto del lezionario).
Erik Peterson
VITTORE I, PAPA, santo. - Africano e figlio di Felice, secondo il Lib. Pont., fu il tredicesimo vescovo di Roma dopo s. Pietro, successore di Eleuterio. Il Cataloga Liberiano gli assegna un governo di 9 anni ca. (186-97?); Eusebio invece, seguito da s. Girolamo, 10 anni ( 189 201 ?; Hist. eccl., V, 22, 28). Morì il 28 luglio e fu sepolto in Vaticano. Il Martirialegio romano lo commemora in quel giorno come martire.
Durante il pontificato di V. accanto all'elemento grecoorientale fino allora prevalente prende vigore in Roma quello latino; s. Girolamo (De viris ill., 34) ritiene che V. sia stato il primo scrittore latino. A lui si rivolse Marcia, favorita di Commodo, per la lista dei cristiani deportati in Sardegna liberati dal presbitero Giacinto (Ippolito, Philosoph., IX, 12). Di carattere energico e risoluto, pienamente conscio della sua autorità, V. fu il vigile custode della dottrina e della prassi liturgica tradizionale minacciate da eretici e vescovi riottosi, che creavano scissioni e confusioni nella stessa Roma. Non esitò a scomunicare Teodoto il coiaio autore dell'errore adozianista (Eusebio, Hist. eccl., VI, 28). Affrontò la questione per la celebrazione della Pasqua: le Chiese dell'Asia sull'esempio degli apo-

(da C. Scherer, Die Codices Bondationis in der Landesbiblioteca on Fulda, Fulda 1863, loc. 1)
VitTore di Capua - Parte di una pagina del Codex Fuldensis scritto in oncisio ( 545 ) e riveduto da V. di C. (546-47) : lettera di s. Giacomo (r. 18-23) con chisse in scrittura irlandese ( $2^{\circ}$ metà sec. viI) - Fulda, Biblioteca regionale.

stoli Giovanni e Filippo la celebravano il 14 del mese di nisán, giorno anniversario della morte del Redentore (pascha crucifixionis; v. quartodecimani); tutte le altre Chiese invece, secondo l'uso romano, la celebravano nella domenica successiva (pascha resurrectionis). Contrasti significativi specialmente a Roma dove vivevano molti orientali, si erano avuti verso la metà del sec. II, e al tempo di papa Aniceto s. Policarpo era venuto a Roma sperando di convincere il Pontefice ad accettare l'uso quartodecimano. V. volle imporre a tutti l'uso romano e ordinò che in tutte le Chiese si tenessero sinodi ed assemblee di vescovi perché dessero il loro parere. Ci fu un fitto scambio di lettere tra le varie Chiese e tutte unanimamente dalla Palestina, dall'Egitto, dal Ponto, dall'Osroene, dalla Grecia, dalla Gallia, fecero sapere a V. che seguivano l'uso romano. Soltanto i vescovi dell'Asia, dei quali era a capo Policrate di Efeso, manifestarono il loro dissenso e con parole piuttosto dure. V. era sul punto di scomunicarli, ma molti vescovi, tra i quali s. Ireneo da Lione scrissero a V., al dir di Eusebio, per fargli notare non esser conveniente tale rigore a proposito di Chiese illustri e venerande in un argomento che non toccava propriamente l'essenza dell'osservanza cristiana ed esortandolo ad aver cura della pace, della carità, e dell'unione. Pare che V. abbia seguito il consiglio.
BnL.: Eusebio, Hist. eccl., V, 23-24; Lib. Pont., I, p. 137 sge.: Tillemont, III, pp. 100-13; Acta SS. Iulii, VI, Parigi 1868, pp. 334-42; E. Caspar, Gesch. des Papittums, I, Tubinga 1930, p. 19 sg.; Fliebe-Martin-Frutes, II, pp. 81-87; 395 sgg.; Martyr. Romanum, p. 310.
Agostino Amore
VITTORE II, PAPA. - Già vescovo di Eichstätt, fu eletto nel 1055 dopo un anno dalla morte di Leone IX (apr. 1054), durante il quale si protrassero le trattative fra l'imperatore Enrico III ed i rappresentanti del clero e del popolo romano.
L'intronizzazione ebbe luogo a S. Pietro il 13 apr. V. ebbe cura di proclamare subito, nel Concilio tenuto a Firenze nel giugno seguente, la sua ferma intenzione di lavorare alla riforma dei costumi del clero, combattendo la simonia e il concubinato. Le sue prescrizioni non restarono senza effetto : molti vescovi, infatti, furono deposti nel Sinodo di Lione dal card. Ildebrando.
Il Papa servì costantemente gli interessi del suo sovrano; minacciò di scomunica Ferdinando, re di Castiglia e di León, che si rifiutava di pagare il dovuto tributo all'Impero; riconciliò con l'Imperatore Goffredo, duca di Lorena, e accettò per se stesso il titolo di vicario, nelle cose temporali, per l'Italia centrale. Nel sett. 1056, V. partì per la Germania, si incontrò con Enrico III, ne raccolse l'ultimo respiro ( 5 ott.) e accettò di vegliare sul figlio di appena 6 anni. Mantenendo la promessa esercitò un forte influsso sulla nobiltà e sui vescovi per far affidare
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la sua tutela alla regina Agnese. Nel 1057 radunò al Laterano, sotto la sua presidenza, un Sinodo assai importante ( 18 apr.). Egli, tuttavia, non si fermò a Roma, ma si portò in Toscana dove una febbre violenta lo sorprese nelle vicinanze di Arezzo e lo portò alla tomba ( 28 luglio 1057).
BibL.: J. M. Watterich, Pontificum Romanorum, qui fuerunt inde ab exunte suec. IX uegue ad finem suec. XIII vitae ab aequalibus conscriptae, I, Lipsia 1862, pp. 179-88; J. Gay, Les Papes du XIV siècle et la chrétienté, Parigi 1926, pp. 168-72; Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 118-19. Guglielmo Mollat
VITTORE III, PAPA, beato. - Monaco benedettino, di famiglia Dafauri (Desiderio), dovette la sua elezione al principe normanno Giordano di Capua (maggio 1086).
Era un letterato, autore di Dialoghi, abile architetto : qualità che non lo disponevano molto a governare la Chiesa. Fin da principio si attirò l'animosità dei discepoli di Gregorio VII, che gli rimproveravano la sua secondiscendenza verso l'imperatore Enrico IV, durante il tempo in cui fu abate di Montecassino. D'altra parte, tra i suoi avversari si schierarono i partigiani di Clemente III. Consacrato tardi ( 9 maggio 1087), non poté entrare a Roma che sotto la protezione della contessa Matilde. I fastidi e le contradifizioni suscitategli dagli avversari ne abbatterono le forze e ne cagionarono la morte ( 16 sett. 1087). Il suo culto fu confermato da Leone XIII, il 23 sett. 1887. Festa il 16 sett.
BibL., A. Fliche, Le pontificat de Victor III, in Rev. d'hist. ecclés., 20 (1924), pp. 387-412; id., La Réforme grégor., III, Parigi 1937, pp. 195-324; A. Fliche - V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, iv 1940, pp. 163-77. $\quad$ Guglielmo Mollat
VITTORE IV, ANTIPAPA. - Eletto dai fautori dell'antipapa Anacleto II (v.) verso la metà di marzo 1138, fu dai Romani sopranominato per derisione "carnecorium" o "carnicoryum".
Si chiamava Gregorio (l'appartenenza ai Conti non è provata) ed era stato creato cardinale prete dei SS. Apostoli da Callisto II nel dic. 1122. Nel 1130 fu uno degli elettori di Anacleto II. Non si conoscono documenti emanati durante il suo brevissimo pseudopontificato che terminò il 29 maggio 1138 per interessamento di s. Bernardo che lo accompagnò ai piedi di Innocenzo II (v.) con i suoi fautori (cf. Ep. 317 di s. Bernardo: PL 182, 523). Innocenzo concesse a tutti il perdono richiesto e promise di mantenere V. IV e gli altri cardinali nella loro dignità, senonché nel Concilio Lateranense II (apr. 1139) lo depose al pari di tutti gli altri anacletiani, suscitando le proteste di s. Bernardo, patrocinatore della riconciliazione (cf. Ep. 213 : PL 182, 378). Dopo non si sa più nulla del card. Gregorio.
BibL.; Lib. Pont., II, p. 383 (vita di Innocenzo II del card. Rosone); Mansi, XXI, col. 535 (chromium di Morigny); J. M. Waterich, Pontificum Roman... Vitae, II, Lipsia 1862, p. 178; JafféWattenbach, I, p. 919; Hefcle-Laclercq, V, i (1912), pp. 721 724, 733; P. P. Palumbo, La scisma del MCXXX..., Roma 1942, pp. $288-89,591-94$.
A. Pietro Frutaz
VITTORE IV (V), ANTIPAPA: v. otTAVIANO DI MONDICELLI.
VITORE, vescovo di TUNNUNA - Zelante fautore dei Tre Capitoli, visse nel sec. vi, nell'Africa proconsolare, m. poco dopo il 566 .
Si oppose alla politica di Giustiniano in favore dei monofaiti e fu perciò inviato in esilio nel 555. DalI'Egitto fu trasferito a Costantinopoli ca. il 564 per un nuovo interrogatorio. V., tenace nella sua fede, fu internato in un vicino monastero. Compose una cronaca del mondo, che cominciava dalla creazione, ma di cui è giunta soltanto la parte più importante, quella cioè che, riallacciandosi alla Cronaca di Prospero di Aquitania, si inizia con l'anno 444. In essa, sulla scorta di fonti orientali e occidentali, vengono riferiti singolarmente gli avvenimenti dell'Africa e dell'Impero bizantino. Per gli ultimi anni V. riserva anche alcune notizie personali e fatti di cui fu testimone. Nonostante alcuni difetti, la Cronaca di V. ha un valore positivo per la storia di quel periodo.
BibL.: la Cronaca in PL 68, 937-62; migliore in MGH. Auctores antiqu., XI, ed. Th. Mommsen, Berlino 1894, pp. 163206; Bardenhower, V, pp. 329-30. Ignazio Ortiz de Urbina
VITTORE e CORONA, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 14 maggío come martiri d'Egitto.
I loro nomi ritornano però ancora in altri giorni e con altre indicazioni topografiche. Oltre che all'Egitto sono stati attribuiti alla Siria, a parecchie città d'Italia (Otricoli, Feltre, Osimo), e alla Sicilia. La Passio conservata in diverse redazioni latine, greche e orientali (BHL, 85598563 ; Suppl. 8583 b-d; BHG, 1864-65; BHG, 1242-44) è molto leggendaria. V. era soldato al tempo di Antonino Pio; arrestato e sottoposto ad aspri tormenti fu finalmente decapitato; Corona, giovane moglie di un altro militare, assistendo al processo di V. lo incoraggiava a resistere; fu perciò condannata e, legata a due palme, squarciata in due.
BibL.: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866; pp. 264-71; Lomoni, p. 400 sg., 611 sg.; Martyr. Hieronymianum, p. 223; Martyr. Romanum, pp. 120, 188; Anal. Boll., 61 (1943), pp. 194-97. Agostino Amore
VITTORI, Mariano. - Vescovo, n. a Rieti il 1518, m. ivi il 29 giugno 1572. Ordinato sacerdote compì i suoi studi a Siena e di li passò a Roma, ove, appreso l'etio gioco, ne pubblicò le prime Institutiones grammaticali (Roma 1552).
L'anno dopo fu al seguito del card. Reginaldo Polo, da papa Giulio III inviato in Inghilterra per tentare di comporre lo scisma religioso. Dal card. Giovanni Morene, che il V. aveva accompagnato alle sessioni del Concilio di Trento, fu esortato a scrivere il trattato De Sacramento confessionis, volto a combattere le affermazioni dei protestanti. Compose inoltre l'opera in quattro libri De antiquitatibus Reatis, notevole, specie il I. IV, per la topografia e la storia della regione sabina. Infine curò ed emendò con acume e dottrina, suscitando unanimi lodi tra cui quella del card. Baronio (Martyrologium Romanum, Roma 1630, p. 485), le opere di s. Girolamo in contrapposto all'edizione condotta con spiriti riformistici da Erasmo da Rotterdam. Fece anche parte della commissione di teologi e di ecclesiastici incaricata delle correzioni da apportare al Decreto di Graziano. S. Pio V ricercò il V. come suo segretario, ma questi riuscì a sottrarsi all'alta carica per desiderio di quiete e per amore dei suoi studi (autografo del V. medesimo al can. Cappelletti del 15 ag. 1572). Tuttavia per i suoi meriti fu eletto dallo stesso Pontefice al vescovato di Amelia e di poi destinato a quello di Rieti.
BibL.: A. Sacchetti Sassetti, La vita e gli scritti di M. V. Rieti 1917 (con bibl.).
Lanfranco Fiore
VITTORIA, santa, martire. - E commemorata nel Martirologio geronimiano il 19 dic.; nel Romano invece, secondo l'indicazione della Passio, il 23 dello stesso mese.
Il suo sepolcro si trovava presso Trebula Mutuesca (oggi Monteleone Sabino) a ca. 65 km . da Roma sulla Via Salaria. Fu molto venerata nell'antichità e nel medioevo come attestano molte chiese a lei dedicate ed indicazioni topografiche (I. Schuster, Le st. Anatolia e V. in Boll. diocesano di Sabina, 1917, p. 163 sgg.). La sua immagine si trova nel musaico di S. Apollinare Nuovo di Ravenna accanto a quella di Anatolia con la quale è ricordata nel Mart. geronimiano il io luglio. Nel 934 ca. il suo corpo fu trasferito nel monastero di monte Matenano presso Fermo. La Passio, scritta probabilmente nel sec. v-vi, e già nota ad Aldebno (MGH, Anct. Antiquiss., XV, pp. 248 sg., 308 sg., 449-51), è piuttosto leggendaria e ricalcata su altre consimili.
BibL.: il testo della Passio in Anal. Boll., 2 (1883), pp. 157160; P. Paschini, La Passio delle martiri sabine V. e Anatolia (Lateranum, 1), Roma 1919; Lanzoni, pp. 347-50; Martyr. Hieronymianum, pp. 364, 623 sg.; H. Doldayer, Les orgs, du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 314, 327; id., Etude sur le légendier romain, ivi 1936, p. 60; Martyr. Romanum, p. 597. Agostino Amore
VITTORIA, Alessandro. - Scultore e architetto, n. a Trento nel 1524, m. a Venezia il 27 maggio 1608.
Inviato a Venezia diciannovenne, dal vescovo Madruzzo (1543), si allogò nella bottega del Sansovino, collaborando con questi alla decorazione della Libreria. Di schiatta impronta sansovinesca è la prima opera certa del V.: il Battista in S. Zaccaria, forse anteriore al 1547.
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Venuto a contrasto col maestro fiorentino, si separò da lui e tra il ' 47 e il ' 53 operò a Vicenza, decorandovi di stucchi i Palazai Arnaldi e Thiene, e di altre sculture il Palazzo Porto. Riconciliatosi col Sansovino soggiornò poi quasi sempre a Venezia. Del 1553-55 sono i feminoni della porta della Libreria di S. Marco (in parte eseguiti dagli aiuti Lorenzo Rubini e Giovannantonio Vicentino); del 1555 gli angeli per il campanile del duomo di Verona (uno ora in vescovado). Seguono le figure di Schiani e la statua della Fama nel monumento Contarini al Santo di Padova (1555-58); la statua di Mercurio nell'esterno del Palazzo Ducale; la lunetta e la statua del defunto nella sansovinesca tomba di Francesco Venier a S. Salvatore (1557-58); l'altare con i SS.: Antonio, Sebastiano e Rocco in S. Francesco della Vigna ( 1561 -63; nella stessa chiesa un Battista e un S. Francesco in bronzo); le decorazioni in stucco nella Villa Barbaro a Maser (ca. il 1565); l'altare di S. Girolamo ai Frari (anteriore al 1568) con la statua del Santo, l'opera più nota del V.; le enfatiche statue degli Evangelisti in S. Giorgio Maggiore (1574), il monumento del vescovo Bollani a Brescia ( $1577-78$, ora in vescovado e al Museo civico); le decorazioni dei pergoli del Palazzo Ducale (1577-79); la bronzea pala Fugger, ora in America (1580-83); il Cristo dei Frari (1581); il Battista del duomo di Treviso (1583); le decorazioni e le statue della Scuola di S. Fantin (Ateneo Veneto), dell'altare dei Merciai a S. Giuliano ( $1583-84$ ) e della Cappella del Rosario al SS. Giovanni e Paolo ( 5587 ; ivi un' Addolorata, un S. Giovanni e un S. Girolamo). Tra le opere tarde sono un altare in S. Salvatore e la tomba preparata per sé in S. Zaccaria ( $1602-1605$ ).
Nid'are del V. al valore determinante del "pittoricismo" sansovinesco ed all'influsso manieristico del Parmigianino si uniscono una personale energia drammatica e una ricerca plastica ispirata da Michelangelo. Intensità di vita e plasticismo pittorico sono anche i caratteri dei numerosi ritratti, nei quali il V. eccelse : dai sobri, quasi scarni busti primitivi di Priamo da Lezze ai Gesuiti e del Parroco Mancini alla Ca' d'Oro (ant. al 1561; ivi anche il poderoso Procuratore Veneziano ed i due busti Diedo), a quello di Tommaso Rangone (Ateneo Veneto), alle stupende serie del Museo di Berlino e del Seminario di Venezia con alcuni tordi ritratti nei quali si nota un sempre più accentuato luminismo. Pittoricismo e manierismo dànno poi un carattere tutto particolare alle decorazioni plastiche del V., che negli stucchi della Scala d'oro in Palazzo Ducale, nella volta di una cappella a S. Giuliano e altrove ha lasciato esempi rimasti famosi e che percorrono in certo senso il barocco.
Del V. rimangono anche numerosi piccoli bronzi (nei Musei di Berlino, Vienna, Victoria e Albert di Londra, ecc.) e alcune medaglie dell'epoca giovanile. Al V. architetto, oltre ai numerosi altari ed alle decorazioni della sala del Collegio in Palazzo Ducale, è attribuito con fondamento, pur senza una precisa documentazione, il Pa lazzo Balbi sul Canal Grande.
Bibl.: G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi, VII, Firenze 1881, p. 518 sgg.; T. Temanza, Vite ecc., Venezia 1778, p. 475 sgg.; R. Predelli, Le memorie e le carte di A. V., Trento 1908; L. Serra, A. V., Roma s. d.; L. Planiscig, Venezianische Bildbaver der Renate., Vienna 1921, pp. 433, 524; id., A. V. e la pala Fugger, in Riv. di Venecio, 1933, p. 19; V. Mouchini, Aspetti del gusto artist. del V., ibid., 1934, p. 125; id., s. v. in Enc. Ital., XXXV, p. 502 ; Venturi, X, III, p. 64; XI, III, p. 175; H. Voss, s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1940), pp. 438-40 (con bibl. precod.); W. R. Valentiner, A. V. and Michelangelo, in Art Quarterly, 1942, p. 149; id., Studies on Italian Renaissance, Londra 1950; G. B. Zorri, A. V. a Vicenza ecc., in Arte veneta, 1951, p. 141. Nolfo di Carpegna
VITTORIANO, santo. - N. ca. il 478, grande fautore della vita monastica, m. abate di Asán, il 12 genn. 558.
La Vita di V., rivalutata dal Fita (che la fa risalire all'inizio del sec. viII) e nuovamente deprezzata dal Lambert (che l'assegna ad età assai più tarda), lo fa nascere in Italia. Colto e ricco, V. avrebbe abbandonato la sua patria per passare nella Gallia meridionale e nel 522 in Spagna, diffondendo ovunque il monachesimo. Certo è che V. spese

(fol. Alimari)
VitToria. Alessandro - Altare in pietra con s. Antonio abate tra s. Rocco e s. Sebastiano (1561-63) - Venezia, chiesa di S. Francesco della Vigna.
60 anni della sua vita in questo genere di lavoro, come si rileva dall'encomio di Venanzio Fortunato (Carmina, IV, 11: PL 88, 163-64; Vives, op. cit. in bibl., pp. 87-88) e dal suo epitaffio che lo paragona al Padri del monachesimo egiziano, i ss. Paolo e Antonio (Vives, op. cit., p. 88). In Spagna, la sua principale fondazione fu il monastero di Asán, posto nella regione di Ribagorza-Sobrarbe, nell'odierna diocesi di Barbastro. Le sue reliquie furono trasportate nel 1089 nel monastero di Montearagón. Festa il 12 genn.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, I, Venezia 1734, pp. 738-43; BRL, supplementum, p. 306; F. Pita, Epigrafia cristiana de España... S. Victoriano obad de Asán, in Boletin de la Real Academia de la Historia, 37 (Madrid 1900), pp. 500-507 (cf. Anal. Boll., 20 [1901], p. 541); A. Lambert, Asan, in DHG, IV (1930), coll. 867870; J. Vives, Inscripciones cristianas de la España romana y virigoda, Barcellona 1942, pp. 87-89; Cottineau, I, coll. 169-70.
A. Pietro Frutus
VITTORINO, santo: v. amiterno.
VITTORINO (dei Rambaldoni) da Feltre. Educatore ed umanista, n. a Feltre, più probabilmente nel 1373, m. a Mantova il 2 febbr. 1446.
Passò diciottenne a Padova, dove all'Università ebbe maestri insigni: Giovanni di Conversino e Gasparino Rurzizza per le lettere, Paolo Veneto per la filosofia, Jacopo da Forli per le scienze fisiche e astronomiche, Biagio Pelacani da Parma per le matematiche. Avuto il grado di dottore, andò a Venezia a perfezionarsi nel greco sotto il Guarino; quindi, tornato a Padova, e chiamato ad insegnare all'Università, accettò l'invito della cittadinanza, ammirata del suo metodo e della sua bontà, ad aprire una scuola privata; ma disgustato dalla spensieratezza della gioventù padovana, passò a Venezia e vi fondò una nuova scuola, a cui accorsero i figli dei patrizi veneziani e alunni da tutta l'Italia; e là gli pervenne l'invito di Gian Francesco Gonzaga, signore di Mantova, ad accettare l'incarico di precettore dei suoi figli.
V. accondiscese e pensò di attuare a Mantova in pienezza e profondità il suo alto e cristiano ideale di educatore, sia nel sontuoso edificio suburbano della «Gio-
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(da G. F. Hill, Pisanello, Landra 1965, tav. 31)
VitTORINO da FELTRE - Recto e verso della Medaglia di V. da F., eseguita dal Pisanello (ca. metà sec. xv) - Berlino, Minon.
iosa - che però volle mutare in a Giocosa " per meglio far capire che il gioco, cioè il ludus (preso nel senso di diletto e insieme di scuola come disciplina della mente e dei costumi) doveva essere l'insegna del nuovo istituto - sia nelle due altre istituzioni da lui fondate, l'una per i figli delle più cospicue famiglie che accorrevano dall'Italia e dall'estero, l'altro per i giovani studiosi, privi di mezzi, che egli manteneva a sue spese. V. non lasciò scritti pedagogici d'importanza; ma il suo metodo e l'efficacia di esso si possono ampiamente raccogliere dalle memorie lasciate dagli alunni riconoscenti e dai dotti che visitarono la sua opera.
Primo tratto caratteristico della pedagogia vittoriniana è la parte data alla educazione fisica, presa nel suo più ampio significato. Intanto, bendi radicalmente i cibi delicati, il lusso delle suppellettili d'oro e d'argento, la pesantezza dei vestiti, il sonno troppo prolungato, i servi e compagni di gioco spensierati; tutto volle improntato ad una signorile semplicità. Persuoso, poi, che un organismo sano e aitante esercita sull'animo una influenza salutare, diede una grande importanza a tutto quanto serve a sviluppare la forza muscolare, la snellezza, la grazia e la bellezza del corpo e insieme a ritemprare l'energia e la prontezza del carattere. Perciò lo studio veniva intercalato con gli esercizi fisici sviluppati all'aria aperta, al freddo e al caldo, al vento e alla pioggia : giochi, danza, equitazione, scherma, lotta, caccia, pesca, azioni e assalti di guerra, ed egli volle anche curare il timbro e la dolcezza della voce e la scioltezza della lingua con letture a voce alta e con vivaci discussioni.
Nel campo intellettuale, il programma di studio, improntato ad un sano enciclopedismo, nulla doveva trascurare (ed in questo V. ebbe a lottare contro acerbi avversari dalle idee assai retrive) : latino e greco sui classici non solo cristiani, ma anche pagani (preferibilmente, ma senza esclusione degli altri, Virgilio, Cicerone, Quintiliano, Esiodo, Senofonte, Platone, Plutarco), matematica, di cui V. fu esimio cultore, astronomia, retorica e filosofia, scienza morale e musica. Il metodo era quanto di più didattico si possa desiderare : pronuncia esatta e voce chiara per i piccoli; per i più grandi : versioni, esercizi letterari in prosa e in versi, l'apprendere a memoria ampi tratti di autori (il che stimava di straordinaria efficacia anche per la vita), cambiamento di materia a togliere la noia della monotonia e a snellire l'intelligenza.
Però il miglior pregio di V. non è quello di essere stato un dotto umanista e un abile insegnante; ma quello di aver saputo permeare il suo umanesimo di un vivido spirito cristiano, che non lo mortificava affatto, e da una vigilanza assidua nel formare i caratteri per la vita e le varie circostanze, in cui gli alunni avrebbero poi dovuto percorrerla. Quindi la religione aveva il primo posto; egli stesso conduceva ogni giorno gli alunni alla Messa, cui assisteva in contegno raccolto e devoto; confessione e comunione mensili; riserbava a sé l'istruzione religiosa quotidiana, alla quale faceva servire anche i tratti degli stessi autori pagani, di cui dimostrava la scorrettezza e le insufficienze. Altrettanto premurosa la parte morale della educazione : studio dei caratteri per provocarne la confidenza; studio pure delle famiglie, a cui gli alunni appartenevano, per individuarne gli influssi ereditari e
ambientali e meglio prevenirne le conseguenze e orientarne le attività; disciplina fondata sulla comprensione e sull'efficacia dell'autoeducazione e del dominio di sé, più che non sui castighi corporali, da evitarsi al possibile; stimolo della lode e di un sano amor proprio. Non discorsi scorretti, né modi trasandati e sconvenienti; ma sempre, da per tutto e con tutti, purezza di pensiero e di parola, disinvolta eleganza e distinzione di portamento.
Questi gli aspetti sotto cui si presentano l'opera e lo stile educativo di V.; per una parte : vibrante simpatia verso l'animo del fanciullo, sorridente freschezza nel tratto, pronta comprensione del bisogno che esso ha di moto, di gioco e di gioia; per l'altra: disciplina personale severa, alta concezione della vita, ricerca avvertita della perfezione morale, in quanto perfezione cristiana;aspetti che non si mortificavano a vicenda, ma si fondevano armoniosamente. Gli è che V. considerava l'apostolato educativo dell'insegnante come un sacerdozio, una vocazione fissatagli da Dio, che imponeva a lui per primo una morigeratezza ineccepibile da trasformare in efficace missione di carità e di amore. Né vi emesso il fatto che, nonostante la sua intensa attività di precettore e di educatore, V. trovava ancora tempo di visitare orfani e vedove, malati e carcerati, dispensando ovunque consolazioni e aiuti, cosi da morire con i suoi beni oberati da tanti debiti, che gli eredi ne rifiutarono l'eredità e dovette essere seppellito a spese dei marchesi di Mantova.
Dei resto a i buoni frutti della "Casa gioiosa" si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacché per lungo tempo si riconobbero gli alunni di V. da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione del tempo: (P. Villari, N. Machiavelli e i suoi tempi, I, $3^{a}$ ed., Milano 1912, p. 161).
La sua scuola infatti, continuata ancora per 20 anni sotto la guida dei suoi discepoli, Ognibene da Parma, prima, e poi da Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, fu una vera fucina dove si temprarono uomini non tanto letterati, quanto preparati efficacemente alla vita, come mostrarono di essere i Gonzaga e i Montefeltro, capi di Stato; Sassolo da Prato, Nicolò Perotto, Giov. Andrea Bussi, prelati; e altri, condottieri, umanisti, scienziati (cf. Gerini, op. cit. in bibl., pp. 67-73). Il Pisanello sulla medaglia in onore di V. scrisse: "Victoriano Peltrensis summus mathematicus et omnis humanitatis Pater». Nel 1868 fu eretto a Feltre un monumento a V. con la iscrizione: "Al suo V. principe degli educatori".
BibL. : opere : di V. si ha un opuscolo cdito da A. Casassi, Un trattatello di V. da F. sull'ortografia latina, in Atti del R. Ist. ven. di scienze, lettere ed arti, 86 (1928-27, II), pp. 911-42 (a parte: Venezia 1927); inoltre otto lettere, insieme raccolte con la testimonianza dei contemporanei da G. Cimoroni, in V. da F., pubblicaz. commem. del V cent. della sua morte, Brescia 1947, pp. 43-52, Studi: G. Avansi, Saggio di bibl. analitica su V. da F., in V. da F., cit., pp. 87-103 (fino al 1946); tra cui principali : C. de Rosmini, Idea dell'attimo precettore nella vita e disciplina di V. da F. e de' suoi discepoli, Bassano 1801; V. Benetti-Brunelli, Le origini italiane dalla scuola umanistica, Milano 1919, pp. 433-61; R. Sabbadini, L' ortografia latina di V. da F. e la Scuola padovana, in Rendic. della R. Acc. naz. de' Lincei, $6^{\circ}$ serie, 4 (1928), pp. 209-21; id., V. da F. studente padovano, in Rito. pedagogica, 21 (1928), pp. 629-33; W. H. Woodwart, V. da F. and other Humanist educators, Cambridge 1897 (vers. it. della $1^{2}$ parte rimessa a nuovo da R. Sabbadini: V. da F., Firenze 1923: ripudiata però da lui per i molti errori ortografici di nomi e di date, e i controsensi e le mutilazioni arbitrarie : cf. Gli errori di un libro recente su V. da F., Nota. in Rendic. del R. Ist. Lombardo di sc. e lettere, $2^{\circ}$ serie, 27 (1924), pp. 286-90); id., La pedagogia del Rinascimento, vers. it., Firenze 1923, pp. 1-24; autori vari, V. da F., nel V centen. della sua morte, Feltre 1948; id., V. da F., Pubblicaz. commem. citata, Brescia 1947; G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici ital. del sec. XV, Torino 1896, pp. 42-73; G. Vidari, L'educaz. it. dall' Umanesimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 53-59. Celestino Testore
VITTORINO, vescovo di Pettau (Poetovium). Occupò la sede di Poetovium (nella Stiria, Pannonia superiore) sul finire del sec. III, m. nel 304 martire nella persecuzione di Diocleziano.
Scrisse, secondo s. Girolamo (De viris ill., 74), commentari al Genesi, Esodo, Levitica, Isaia, Ezechiele, Abacuc, Ecclesiaste, Cantici, Apocalisse ed un'opera Adver-
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sum omnes haereses. Di così vasta opera letteraria si è conservato il commentario sull'Apocalisse, di cui il testo originale si trova solo nel cod. Ottob. lat. 3288