a, Ezechiele, Abacuc, Ecclesiaste, Cantici, Apocalisse ed un'opera Adver-
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sum omnes haereses. Di così vasta opera letteraria si è conservato il commentario sull'Apocalisse, di cui il testo originale si trova solo nel cod. Ottob. lat. 3288 A della Biblioteca Vaticana, mentre gli altri manoscritti contengono la recensione (e trasformazione) del testo originale fatta da s. Girolamo, che attenuava il millenarismo dello editio di V. con l'esegesi spiritualista di Ticonio. Il V. conosceva il greco e si è servito delle opere di Papia, Origene, Ireneo ed Ippolito. La recensione di s. Girolamo fu rielaborata ancora nei secoli posteriori. Un'altra opera di V. è il trattato De fabrica mundi, che parla della settimana della creazione ed ha anche un carattere millenarista. L'opera Adversus omnes haereses che s. Girolamo attribuisce a V. è, secondo Ed. Schwartz, la traduzione fatta da V. di un libro antieretico greco, che sarebbe stato scritto a Roma sotto papa Zefirino. Il testo latino si è conservato nei capp. 46-53 del De praescriptione haereticorum di Tertulliano. Ma questa ipotesi è assai fragile.
Bib.: l'ed. critica di J. Haussleiter in CSEL. XLIX. Il testo nel Migne è incompleto. Su V. cf. J. Hausleiter, Victorinus, in Realencykl. f. pratest. Theol. u. Kirche, XX. 614-19: Ed. Schwartz, Zwei Predigten Hippolyts, in Sitzungsber. Bayer. Akad., 1936, III, e P. Nautin, Hippolyte contre les hérésies, Parigi 1949 passim. Sulle opere dubbie di V. cf. E. Dekkers, Classis patrum latimorum, Steenbrugge 1951, no. 87-93. Sulle coincidenze fra V. e la Didascalia cf. E. Koll, Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II. Der Osten, Tubinga 1849, pp. 212 sg., 219. Sulla dipendenza di V., da Origene v. E. Benz, Marine Victorinus, Stoccarda 1932, p. 23 sgg.
Erik Peterson
VITTORIO, santo, martire: v. vincenzo, oronzo e vitTorio, santi, martiri.
VITTORIO vescovo di Cartenna. - Fiorito nella metà del sec. v nella Mauritania.
Secondo Gennadio, scrisse omelie, un trattato contro gli ariani, una lettera consolatoria a un certo Basilio e un libro sulla penitenza pubblica. Tutti questi scritti sono andati perduti se si eccettua quello sulla penitenza che probabilmente è identico con il De poenitentia dello pseudo Ambrogio (ed. PL 17. 971-1004).
Bial.: Bardenhewer, IV, 545-47. Ignazio Ortiz de Urbina
VITTORIO AMEDEO II, duca di Savola e re di Sardegna. - Figlio di Carlo Emanuele e di Giovanni Battista di Savoia Nemours, n. in Torino il 14 maggio 1666, m. nel Castello di Moncalieri il 31 ott. 1732. La morte del padre nel 1675 lasciò il giovane principe sotto la tutela e la reggenza della madre ufficialmente sino al 1680, di fatto sino al 1684, anno in cui V. A. assunse bruscamente il governo dello Stato.
Nella solitudine in cui aveva vissuto, aveva disegnato turbinosi progetti di riforme del governo, inseguendo un piano di economia che accrescessero le capacità militari dello Stato. V. A. era pieno di preoccupazioni per le relazioni con le grandi potenze europee, soprattutto per la preponderanza pesante che sul Piemonte esercitava Luigi XIV padrone di Pinerolo dal Trattato di Cherasco e poi, per improvvisa violenza, anche di Casale (1680). V. A. non poté rifiutare il matrimonio con Anna d'Orléans impossogli dal Gran Re, ma era impaziente del giogo francese ed attendeva il momento propizio per ricuperare l'indipendenza. La conclusione della Lega di Augusta (1686) gli permise le prime trattative con i nemici della Francia; la Grande alleanza del 1689 diede modo al Duca di Savoia di firmare nel 1690 accordi con le varie potenze coalizzate. Allora il Piemonte fu in guerra. Aspro fu l'accenimento dei generali francesi contro Torino, ma le vittorie di Staffarda e di Marsiglia non diedero modo di schiacciare la resistenza di V. A. Il Gran Re si rassegnò ad offrire al Duca di Savoia la restituzione di Pinerolo e l'abbandono di Casale: il Trattato segreto di Pinerolo ( 27 giugno 1696) e quello successivo di Torino ( 29 ag. 1696) portarono all'Accordo di Vigevano per la neutralizzazione dell'Italia, e la Pace di Ryswick dell'anno successivo riconobbe la caduta del predominio francese nella penisola per merito di V. A. Ma questi,

(da C. P. de Magistris, Lettere di V. A. II vsi periodo dell'assedio di Torino nel 1709, Torino (MI)
Vittorio Amedeo II, duca di Savoia e re di Sardegna - Bitratto. Stampa contemporanea conservata a Torino nell'Archivio di Stato.
che aveva dovuto dare la figlia Adelaide in sposa al Duca di Borgogna, era di nuovo rientrato nella scia della Francia e si trovò in una cattiva situazione politica quando stette per aprirsi la questione per la successione di Spagna. Il Duca di Savoia entrò infatti in guerra come alleato di Luigi XIV, ma col proposito di allontanarsene al più presto per evitare che il suo Stato diventasse oggetto di contrattazione tra le grandi potenze. Alle segrete trattative sabaudo-imperiali, Luigi XIV rispose facendo disarmare le truppe piemontesi, ma V. A. l'8 nov. 1703 firmò il Trattato d'alleanza con l'Imperatore che gli prometteva il Monferrato ed una parte del Ducato milanese con Alessandria, e la Valsesia. Dal 1704 al 1706 si combatté di nuovo rudemente attorno a Torino tra i Francesi e gli Austropiemontesi, guerra che culminò con la battaglia di Torino vinta da V. A. e dal cugino Eugenio di Savoia (7 sett. 1706). La basilica di Superga fu eretta per ricordare la vittoria sabauda e l'espulsione dei Francesi dall'Italia.
Le trattative per la Pace ad Utrecht diedero a V. A. modo di svolgere abilmente la sua politica diretta ad ottenere : dall'Impero le concessioni promesse nel 1703, dalla Francia le terre che occupava sul fianco orientale delle Alpi Cozie, e dal concerto europeo un indennizzo per la rinuncia ai diritti sulla corona di Spagna che gli provenivano dall'eredità dell'ava Caterina consorte di Carlo Emanuele I. Così Luigi XIV abbandonò al duca Pragelato, Fenestrelle, Exilles, Oulx, Cesana, Bardonecchia, Castel Delfino, ottenendo in cambio la valle di Barcellonetta; l'Impero gli diede il Monferrato, Alessandria, la Lomellina, la Valsesia; per l'eredità spagnola, invece del Ducato di Milano, fu assegnata al Duca l'isola di Sicilia con il titolo di Re. V. A. uscì quindi dalla grande crisi trionfante e militarmente e diplomaticamente. Venutogli però meno negli anni seguenti l'appoggio inglese, nel conflitto austro-
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spagnolo acceso dal card. Alberoni fu costretto ad abbandonare la Sicilia all'Austria avendone in cambio il Regno di Sardegna ( 8 nov. 1718).
Chiuse le guerre, V. A. attese al suo primo grande sogno, la restaurazione dello Stato. Si iniziò quindi un grande periodo di riforme. La sua politica mirava alla creazione di una monarchia assoluta in cui sparissero tutti i privilegi di classe e di corpo. A V. A. spetta il merito di aver creato quella amministrazione piemontese regolare, rigida ed onesta che doveva servire nel sec. xix di modello per l'organizzazione dello Stato unitario italiano. Interessanti sono i rapporti di V. A. con la Chiesa. Credente, religiosissimo, desiderava che i suoi sudditi avessero la sua religione semplice, senza meditazioni, senza discussioni. La fede del carbonaio, diceva. Ma d'altra parte fu duro difensore delle pretese dello Stato contro quelle che chiamavano inframmettenze ed usurpazioni ecclesiastiche. Ebbe lunghi contrasti quindi con la S. Sede ed anzi si venne a vera rottura. Molte sedi episcopali in Piemonte rimasero per anni vacanti. Solo nel 1724 Benedetto XIII offrì di venire a trattative; andò a Roma a trattare il ministro Ormea.
Nella politica riformatrice di V. A. ebbe grande importanza la ricostituzione dell'Università di Torino; nel rinnovamento degli studi furono consiglieri di V. A. due giuristi siciliani, Niccolò Pensabene e Francesco d'Aguirre. Cosil la riforma legislativa rappresenta il coronamento dell'opera rinnovatrice dello Stato. Nel 1725 vennero pubblicate le Costituzioni nuove, ma poi V. A. le riprese in esame e solo nel 1729 venne alla luce la nuova e definita edizione delle Costituzioni vittoriane che nel 1837 cedettero il posto al Codice Albertino. Nel 1730 V. A. stanco dopo un regno cosi lungo e cosi pieno di attività abdicò a favore del figlio Carlo Emanuele III e si ritirò a Chambéry a vita privata. Poiché già aveva perso la consorte, sposò ora Anna Teresa Canalis di Cumiana vedova del conte Novarina di S. Sebastiano, che fece marchesa di Spigno. Ma nella vita privata non trovò la pace che cercava e malcontento della politica seguita dal nuovo Re, ritornò in Piemonte per riprendere il potere. Per evitare una guerra civile, il vecchio Re venne arrestato e chiuso nel castello di Moncalieri dove mori. Fu sepolto a Superga.
Bibl.: D. Carutti, Il primo re di casa Savoia. Storia di V. A. II, Torino 1897; F. Cognesso, Il primo re sabaudo. Nel secondo centenario della morte di V. A. II, in Torino, dic. 1932; vari autori, Studi su V. A. II (Bibl. st. subalpina, 140), Casale Monferraio 1025 .
Francesco Cognasso
VITTORIO EMANUELE I di SAVOIA, re di Sardegna. - N. a Torino il 24 luglio 1759, m. a Moncalieri il 10 genn. 1824. Secondogenito di Vittorio Amedeo duca di Savoia, erede al trono, e di Maria Antonia di Borbone-Spagna, ebbe alla nascita il titolo di duca d'Aosta.
Più che al maggior fratello Carlo Emanuale, principe di Piemonte, V. E. fu legato per indole e per l'educazione ricevuta ai tre cadetti - Maurizio duca del Monferrato, Carlo Felice duca del Genevese e Giuseppe Benedetto conte di Moriana - con i quali ebbe a governatore il rigido Casimiro Gabeleone di Salmour, che imparti si quattro principi una formazione prevalentemente militare, ispirata in politica all'assolutismo monarchico. Il barnabita Giacinto Sigismondo Gerdil, futuro cardinale e vicino ad ascendere al soglio nel Conclave di Venezia del 1800, diresse la loro istruzione religiosa, facendone dei fervorosi cattolici, pur senza il misticismo di Carlo Emanuele. Pure, gli studi di V. E. non furono né vasti né profondi: il che non impedí che assumesse ancor giovanissimo il grado e le funzioni di capitano generale dell'esercito. Cresciuto nella severa moralità della Corte sabauda, a trent'anni contrasse matrimonio con Maria Teresa d'Aaburgo-Lorena (1773-1832), figlia dell'arciduca Ferdinando, governatore della Lombardia, e di Maria Beatrice, ultima degli Estensi. Da queste nozze nacquero Carlo Emanuele, morto appena treenne, e quattro figlie, Maria Beatrice poi duchessa di Modena, Maria Anna poi imperatrice d'Austria, Maria Teresa poi duchessa di Lucca e la ven. Maria Cristina poi regina di
Napoli, cosi da togliere anche a V. E. la possibilità di perpetuare la dinastia, che non aveva avuto eredi dal primogenito. Alla testa delle sue truppe V. E. combatté con valore sfortunato l'invasione francese a partire dal 1792 e cercò invano di opporsi alla debolezza del padre e poi del fratello, solito al trono nel 1796, suggerendo misure di disperata energia per assicurare la difesa dello Stato. Tutto fu inutile: Carlo Emanuele IV si lasciò indurre a spogliarsi del Piemonte e della Savoia a favore della Francia e a prendere la via dell'esilio. Mentre la maggior parte della famiglia reale riparava in Sardegna, V. E. rimase sul continente, ospite di Corti amiche, nella speranza di un rivolgimento politico che gli permettesse di rimettere piede a Torino: il che venne impedito nel 1799 dalla gelosia austriaca. Solamente nel 1806 - quando era già re da quattro anni per l'abdicazione di Carlo Emanuuele IV - egli raggiunse i suoi a Cagliari, costretto a lasciare il Napoletano dall'avanzata napoleonica. Da allora governò saggiamente l'Isola in attesa di tempi migliori, i quali vennero nel 1814 alla caduta di Napoleone. Il primo Trattato di Parigi restituiva a V.E. i suoi domini, tranne Annecy e Chambéry, ma con la cospicua aggiunta di Genova e della Liguria. Pochi mesi più tardi, la solerzia con la quale egli organizzò un esercito e lo fece marciare contro la Francia durante i e cento giorni e gli valse anche la restituzione dei due distretti savoiardi.
Accolto con delirante entusiasmo al suo ritorno in Torino, V. E., mal consigliato dai suoi ministri, commise l'irreparabile errore di ristabilire in pieno gli ordinamenti del 1789, senza tenere conto alcuno delle mutate condizioni politiche. Resuscitare l'assolutismo regio e i diritti feudali significava non comprendere i tempi e deludere le speranze del popolo e della borghesia, che mai erano venuti meno alla loro fedeltà verso il sovrano in esilio. Ma V. E. non senti le nuove esigenze e credette bastassero a far felici i suoi popoli le riforme elargite con mentalità paternalistica, oppure la ferma politica estera nei riguardi della Francia e dell'Austria. Del suo errore dovette rendersi conto allo scoppio dei moti liberali del 1820-21: riluttante del pari a concedere la richiesta Costituzione come a soffocare con le armi l'insurrezione, preferi abdicare il trono al fratello Carlo Felice e affidare la reggenza all'erede presuntivo Carlo Alberto di Savoia-Carignano, con le conseguenze ben note.
Lasciata la capitale il 14 marzo 1821 , prese nuovamente la via dell'esilio; ma pochi mesi più tardi il nuovo Re desiderò ritornasse in patria, onde egli si stabilí a Moncalieri, tenendosi rigorosamente estraneo alla politica per non menomare l'autorità fraterna. Della sua pietà altamente apprezzata dai pontefici, e specialmente da Pio VII, che lo ebbe carissimo, è monumento insigne il grandioso tempio della Gran Madre di Dio, da lui fatto innalzare in Torino a ringraziamento dell'avvenuta restaurazione del 1814 .
Bibl.: N. Bianchi, St. della monarchia piemontese dal 1753 sino al 1861, Torino 1877-85; D. Ferrero, Gli ultimi reali di Savoia del ramo primogenito, Genova 1889; id., I reali di Savoia nell'esilio, Torino 1898; D. Carutti, St. della corte di Savoia durante la Rivoluc. e l'impero franc., ivi 1892; C. Torta, La Rivolue. piemontese del 1821, Milano 1908; A. Segre, V. E. I, Torino 1928, con bibl.
Renzo U. Montini
VITTORIO EMANUELE II, RE d'Ttalia. - N. a Torino il 14 marzo 1820, m. a Roma il 9 genn. 1878. Primogenito di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, poi re di Sardegna, e di Maria Teresa di AsburgoLorena, trascorse la prima infanzia a Firenze, presso l'avo paterno, e quindi ai trasferi a Torino, dove il re Carlo Felice volle impartita al fanciullo, erede presuntivo della corona, un'educazione accurata, specie dal punto di vista religioso e politico.
Ma V. E. - che il padre, appena salito al trono (1831), nominò duca di Savoia - non trasse grande profitto dagli studi, perché il suo carattere esuberante lo portava piuttosto agli esercizi fisici e alla vita militare. Per quanto nutrito di una fede sincera e profonda, cedette ben presto alla prepotente sensualità della sua natura, donde le gravi
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manchevolezze della sua vita privata. Sposo, dal 12 apr. 1842, dell'arciduchessa Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena (m. nel 1855) che gli dette sci figli (Clotilde, Umberto, Amedeo, Oddone, Maria Pia e Carlo Alberto), nel 1869, in pericolo di morte, regolarizzo con nozze morganatiche la sua quadrilustre relazione con Rosa Vercellana, creata contessa di Mirafiori. Tenuto, giusta le tradizioni sabaude, estranee alla politica durante la vita del padre, si occupò con passione dei comandi militari affidatigli e nel 1848 si comportò valorosamente alla testa delle sue truppe, specialmente nella giornata di Goito. E calunnia che avesse provocato con la sua inazione la sconfitta di Novara del marzo 1849 per cingere più sollecitamente la corona. Divenuto re per l'abdicazione di Carlo Alberto ( 23 marzo 1849), l'indomani si abbocch a Vignale con il vittorioso maresciallo Radetzky e stipulò con lui un armistizio a condizioni severe ma non disonorevoli, nobilmente rifiutando di abrogare lo Statuto elargito dal padre. V. E. fu cosi l'unico sovrano europeo a mantenere in essere le Costituzioni concesse nel 1848.
Troppo note sono le vicende del suo regno trentennale: fermamente deciso ad assicurare l'indipendenza delI'Italia e ad unificarla sotto il proprio scettro, seppe indirizzare a questo intento tanto le forze legali che quelle rivoluzionarie ed inserire il problema della libertà italiana nel quadro della politica internazionale, grazie soprattutto all'abilità diplomatica del Cavour, cosi che il suo nome rimane indissolubilmente legato al cosiddetto "decennio di preparazione" (1849-59), alla spedizione di Crimea del 1855 , alla seconda guerra di indipendenza, vinta col concorso di Napoleone III (1859), alle annessioni dei Ducati, delle Legazioni e del Mezzogiorno (1859-60), alla proclamazione del Regno d'Italia (1861), alla campagna del 1866 che condusse - malgrado Custoza e Lissa - alla liberazione del Veneto, nonché alla presa di Roma nel 1870 . Sovrano costituzionale, si arrogò sovente il diritto di svolgere una politica personale : cosi dicasi per l'abile clausola inserita nell'approvazione dei preliminari di Villafranca, tale da lasciare impregiudicato il futuro assetto dell'Italia centrale; per i rapporti direttamente mantenuti con Garibaldi durante l'impresa dei Milie e per gli accordi stipulati segretamente con il Mazzini nel 1864 allo scopo di suscitare rivolte contro l'Austria in Galizia e nei Principati danubiani. Valoroso soldato più che abile condottiero, si batté personalmente a Palestro, ebbe parte precipua nella vittoria di S. Martino, ma la sua azione di comando riusci del tutto inefficace a Custoza. Dopo il 1870 non esito, per il bene del paese, a sacrificare i suoi sentimenti ed a recarsi a Vienna e a Berlino per suggellare la nuova politica di amicizia con gli imperi centrali, come anche ad accettare l'avvento al potere della Sinistra (1876), per quanto le sue simpatie fossero piuttosto per il partito soccombente.
In questa sede particolarmente interessano la parte da lui avuta nella politica ecclesiastica del suo regno ed il suo personale atteggiamento nei confronti del Papa argomenti ai quali hanno recato fondamentali testimonianze i carteggi pubblicati dal p. Pirri. Malgrado le debolezze della sua condotta privata, V. E. fu sempre sinceramente religioso, sicché le misure del suo governo lesive dei diritti della Chiesa e del Pontificato riuscirono costantemente dolorose alla sua coscienza di cattolico e alla filiale devozione che sempre nutrì per Pio IX. Riluttò a sanzionare nel 1850 la legge che aboliva negli Stati sardi il Fòro ecclesiastico e vi si indusse poi a fatica, dopo un'aspra crisi di coscienza, legatovi dai suoi doveri di re costituzionale. Due anni dopo, perseverando il ministero d'Azeglio nella legislazione laicista, V. E., a cio confortato dal diretto intervento di Pio IX, negò la firma sovrana all'introduzione del matrimonio civile, pur approvata dal Parlamento, provocando cosi le dimissioni del gabinetto: egli affidò allora l'incarico al Cavour, dopo aver inutilmente cercato di dar vita ad un governo Balbo-Revel, più rispettoso dei diritti della Chiesa. Particolarmente acuto si fece il suo dramma interiore nel 1855 , allorché si trattò di promulgare una nuova legge mirante alla soppressione di talune corporazioni religiose, anche perché i gravi lutti che lo colpirono in quel periodo e la sua

(1st. Alinari)
Vittorio Emanuele II, re d'Italia - Ritratto.
stessa pericolosa malattia apparvero a molti un divino castigo per l'offesa recata alla religione: ma il Re, ritenendo questa volta opportuno il provvedimento, lo sottoscrisse, solo ottenendo ne venissero escluse le Suore Sacramentine, per le quali la Regina sua madre aveva nutrito una speciale predilezione. In seguito, invece, non consta che si opponesse alla legislazione, tanto più eversiva per la Chiesa, del Regno d'Italia.
Gli avvenimenti dell'autunno 1859 posero V. E. di fronte alla necessità di attentare all'integrità territoriale dello Stato pontificio. Aspramente combattuto fra l'istanza dell'unificazione italiana e il rispetto per il Pontefice, dopo avere energicamente impedito uno sconfinamento di Garibaldi nelle Marche, si rivolse direttamente a Pio IX (missione Stellardi) nella speranza che il Papa si inducesse a concedergli spontaneamente, sotto la forma di un vicariato, il governo delle province dell'Italia centrale. Fu questo il primo di una serie di tentativi perseguiti dal Re - spesso all'insaputa dei suoi ministri - per realizzare l'unità d'Italia con il consenso papale. Il carteggio segreto fra Pio IX e V. E., oltre a documentare la persistente cordialità dei rapporti personali tra il Pontefice e il Sovrano, sembrerebbe testimoniare una sincera ansia del Re * di non recare offesa ai principii immutabili della Religione *. Taluno storico però ha creduto di poter osservare che V. E. avrebbe abbondato in impegni e promesse per calmare le apprensioni del Papa, benché risoluto a trincerarsi più tardi dietro la facile scusa dei suoi doveri costituzionali : e tale sospetto di duplicità affiora infatti talvolta nelle lettere di Pio IX. Comunque, tali contatti segreti si ripeterono anche dopo l'occupazione delle Marche e dell'Umbria (1860), donde le riservatissime missioni Vegezzi e Tonello del 1865 e 1866 ed il confidenziale incarico affidato dal Re per il papa a Lord Clarendon nel dic. 1867, all'indomani del tentativo garibaldino di Mentana, che V. E. aveva cercato di impedire o almeno di circoscrivere attraverso l'energica azione del gen. Menabrea, da lui chiamato al governo con audace soluzione extraparlamentare della crisi ministeriale in atto. Ancora alla vigilia del zo sett., V. E. sperò di poter indurre Pio IX alla pacifica rinunzia di Roma; e mentre il gen. Ponza di S. Martino recava al Papa la nota missiva regale con
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(fol. Alinari)
VITTORIO EMANUELE III, re d'Italia - Rittatto.
l'invito al Pontefice di non ostacolare i voti dell'Italia, un altro messo gliene recapitava una seconda, confidenziale, in cui il Re, dopo avere nuovamente illustrato i motivi politici che lo obbligavano alla conquista armata di Roma, scongiurava il Papa di provvedere a che fosse limitato al massimo l'inevitabile spargimento di sangue. Né V. E. pose piede nella città senza inviare un'altra lettera al Papa per esprimergli l'angoscia che gli costava tale attentato alle prerogative pontificie. Seppure il card. Antonelli dovette impedire che il latore di essa, marchese Spinola, potesse abboccarsi con il Pontefice, cosi come nel 1871 si oppose per istruzioni avute a che il gen. Bertolé-Viale potesse esprimere a Pio IX i voti augurali di V. E. per il suo giubileo papale, entrambe le volte il Pontefice fece significare al Re la sua paterna riconoscenza per il duplice gesto filiale. Con A. Monti va aggiunto che "tutti i rapporti di V. E. con la S. Sede posteriormente al 1870... sono velati dal grande, intimo dolore del Re, costretto ad amareggiare il Pontefice, facendo tacere (per ragione di Stato) gli impulsi del suo cuore e della sua schietta anima di sovrano cattolico". A questa visione del problema spirituale di V. E. contrasta peraltro quella di altri storici, come, ad es., lo Jemolo, il quale, pur dando atto a V. E. del suo costante "desiderio di pacificazione", crede di poter escludere ogni "crisi d'angoscia" e pone piuttosto l'accento sulle parole "molto forti e molto dure" che egli ebbe ad usare talora con Pio IX in difesa delle prerogative dello Stato. Dal canto suo il Papa non negò al sovrano chiarissime prove di benevolenza: si astenne dal nominarlo espressamente nell'encicl. Respicientes del $1^{\circ}$ nov. 1870 contro gli spoliatori del dominio temporale, e allorchè lo seppe in punto di morte lo prosciolae da ogni censura canonica, concedendo che ricevesse gli estremi Sacramenti, e lo confortò della sua apostolica benedizione.
Popularissimo per la generosità dell'animo, le maniere schiettamente democratiche, l'inesausta beneficenza, V. E. ebbe il bel titolo di Padre della Patria, e la sua precoce
scomparsa costitui un vero lutto nazionalc. Le suc spoglie riposano nel Pantheon di Roma, in un monumento fuso nel bronzo dei cannoni strappati al nemico.
Bim.: la bibl. relativa a V. E. è copiosissima, perchè la figura del Re è inscindibile dalla storia del Risorgimento. Innumerevoli le biogr., tutte più o meno ricelcate su quella fondamentale di G. Massari (1* ed., Milano 1878), e le monogr. e gli art. sui diversi episodi della sua vita. Fra le pubblicaz. più moderne, le due biogr. di M. Rosi, Bologna 1930, e di A. Monti, Milano 1941: quest'ultima preceduta da un documentales mo saggio del medesimo A.: La giovinezza di F. E., ivi 1939. Sulla politica relig. del suo regno: S. Jacini, La polit. excl. it. da Villafranca a porta Pia, Bari 1938, e A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in It. negli ultimi centi anni, 3* ed., Torino 1932. Sui rapporti epist. fra il Re e Pio IX, A. Lumbroso, V. E. e Pio IX e il loro carteggio ined., serie di articoli sulla Tribuna di Roma del sett. 1911, e spec. P. Pirri, Pio IX e V. E. II dal loro carteggio privato, 2 voll., Roma 1944 e sgg. Sulla personalità privata di V. E., C. Richchuy, Cinque Re, Roma 1932. Renzo U. Montini
## VITTORIO EMANUELE III, re d'Italia. -
N. a Napoli l'i i nov. 1869 , m. in Alessandria d'Egitto il 28 dic. 1947. Figlio unico di Umberto I e di Margherita di Savoia, ebbe alla nascita il titolo di principe di Napoli.
Rigidamente educato sotto la guida del col. Osio, alternò agli studi i viaggi e le cure dei comandi militari che gli vennero successivamente affidati. Il 24 ott. 1896 sposò la principessa Elena Petrovic-Njegoš del Montenegro e ne ebbe cinque figli : Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria. Per l'assassinio di Umberto I (29 luglio 1900) V. E. ascese trentunenne al Regno e impresse, pur nell'assoluto e scrupoloso rispetto della Costituzione, un indirizzo personale alla politica italiana. Coadiuvato dal Giolitti, che fu lo statista nel quale ripose la massima fiducia, egli favorl all'interno le più illuminate esperienze sociali a profitto delle classi lavoratrici e dello sviluppo economico del paese, non meno che il reinserimento delle forze cattoliche nella vita nazionale. Nel campo delle relazioni internazionali, ferma restando l'adesione dell'Italia alla Triplice Alleanza, promosse un ravvicinamento alle potenze della Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia), cosi da poter negoziare con Parigi, Londra e Pietroburgo il consenso all'occupazione italiana della Libia (1911-12). Scoppiata la prima guerra mondiale, V. E. raccolse, al di fuori e al di sopra del Parlamento, l'istanza della Nazione favorevole all'intervento contro gli Imperi centrali : iniziate le ostilità ( 24 maggio 1915), egli fu il "Re soldato", che, lungi dall'atteggiarsi a stratega, identificò le sue funzioni di comandante supremo con la presenza continua sul fronte di combattimento, a diretto contatto con la truppa. Fu peraltro suo merito personale l'aver designato il gen. Diaz a sostituire il Cadorna dopo Caporetto e l'aver convinto gli alleati (convegno di Peschiera, 7 nov. 1917) della possibilità di difendere la linea del Piave, garantendo che l'esercito italiano avrebbe continuato a combattere. Egli divenne cosi il "Re vittorioso", con la gloria di avere restituito alla patria i suoi confini naturali. Nel turbinoso dopoguerra seppe mantenere la corona al di sopra delle lotte di parte, ma, venuta a mancare, per motivi che sarebbe troppo lungo analizzare, una soluzione costituzionale della crisi in cui era caduta la nazione, accettò il fatto compiuto dell'insurrezione fascista e affidò il governo a Benito Mussolini (ott. 1922) la fiducia votata dalle Camere al nuovo ministero ricondusse, se non altro formalmente, la "marcia su Roma" nella legalità. Fu proprio il suo rispetto per gli organi costituzionali, sia pure innovati e trasformati dal regime con accorgimenti giuridici di mera forma, che impedl a V. E. di opporsi al sorgere e all'affermarsi della dittatura mussoliniana, dalla quale, come risulta da numerose testimonianze, egli personalmente repugnava: donde l'accusa di "compromissione" con il fascismo che gli avversari del regime ebbero a muovergli più tardi. Il Re che nel 1929 vide, senza comprendere appieno la portata morale e politica del grande evento, risolta la Questione Romana con gli Accordi lateralnensi, che dopo la campagna del 1935-36 assunse il titolo di imperatore d'Etiopia e nel 1939 quello di re d'Albania, venne progressivamente esautorato dal "duce", che sembrava godere del consenso nazionale
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( diarchia ) , e non riusci ad impedire l'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale. Però, non appena Mussolini fu posto in minoranza persino da un organo tipicamente dittatoriale, quale era il Gran Consiglio del fascismo, V. E. gli revocò il mandato presidenziale e lo sostituì col maresciallo Badoglio ( 25 luglio 1943). Gli eventi bellici condussero all'armistizio dell'8 sett., dopo di che il sovrano si trasferì nel Mezzogiorno, unico mezzo per assicurare la continuità del governo legittimo. Fatto segno agli attacchi della opinione pubblica che ne reclamava l'abdicazione immediata, V. E. fu pressoché forzato dagli alleati a trasmettere i suoi poteri al Principe ereditario ( 10 apr. 1944), ma ottenne di darvi decorrenza con la liberazione di Roma ( 4 giugno). Da questa ultima data V. E. si estraniò completamente dalla vita politica, decidendosi ad abdicare il 9 maggio 1946 per rendere più facile l'esercizio del potere ad Umberto II nell'imminenza del "referendum" istituzionale, e l'indomani partì esule per l'Egitto.
Le passioni sono ancora troppo vive per formulare un giudizio sereno sulla personalità politica di V. E. a partire dal 1922 , mentre sul primo ventennio del suo regno la storia si è pronunciata in senso favorevole. A lui sono poi da riconoscere elette virtù individuali, affetti familiari pronunciatissimi, chiare attitudini di studioso, concretatesi nella pubblicazione del Corpus Nummorum Italicorum. E altresi da modificare, almeno in parte, la diffusa opinione del suo "anticlericalismo ". Per quanto avesse ricevuto una formazione rigorosamente a laica $\%$. V. E. pervenne per maturazione personale alla fede : fu allora sufficientemente praticante, volle religiosamente educati i figli, si dimostrò rispettoso del culto e dei suoi ministri e, morendo, chiese i supremi conforti, che ricevette con pietà.
Boll.: sopionissimo è la bibl. su V. E., a cominciare in noto libretto di L. Morandi, Come fu educato V. E., $1^{\circ}$ ed., Torino 1921. Si citano: V. Solaro del Borgo, Giornate di guerra del Re soldato, Milano 1931; G. Volpe, F. E. III, ivi 1939; A. Valori, V. E. III, ivi 1940. Tra le pubblicaz. più recenti, facendo quello a carattere polemico, basterà ricordare: U. D'Andrea, La fine del Regno, Torino 1951, con ult. bibl. Sulla personalità del sovrano: C. Richefmy, Cinque Re, Roma 1952. Sulla sua religiosità: R. Uberti, V. E. III e la Fede, in Realtà politica, Roma ${ }^{10}$ die. 1951.
Renzo U. Montini
VITTORIO VENETO, diOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Treviso sul versante meridionale delle Prealpi bellunesi; la città è bagnata dal Meschio. Ha una superficie di 1420 kmq . con una popolazione di 286.520 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 167 parrocchie servite da 367 sacerdoti diocesani e 87 regolari, ha un seminario, 11 comunità religiose maschili e 112 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 450).
Fin dalla sua costituzione (seconda metà del sec. vir) al 1939 è denominata diocesi di Ceneda (Cenetensis), dal rione meridionale, residenza dei vescovi. Nel 1866, insieme col rione settentrionale di Serravalle, la città assunse il nome di Vittorio Emanuele II; nel 1918 divenne nome augurale di vittoria per l'Italia, che a V. V. concluse la guerra mondiale. Con decreto della S. Congreg. Concistoriale, in data 13 maggio 1939, è chiamata diocesi di V. V. (Victoriensis Venetorum).
I. Storia. - La diocesi, suffraganea di Aquileia, ebbe la sua prima costituzione nella seconda metà del sec. Iv a Opitergium (v. odsinzo). Dopo la distruzione di Oderzo per opera di Grimoaldo (665), la nuova sede fu ricostituita a Ceneda, come fondazione longobarda. Un placto di Liutprando ( 6 giungo 745 ), riportato in un documento del sec. xI-xII, che alcuni storici dichiarano autentico, altri falso, la attribuisce a questo Re cattolico, che lasciò di sé larga rinomanza tradizionale; P. Paschini ritiene invece attendibilmente che la si debba attribuire al periodo in cui era ancora acceso nella Venezia medi-

(ivi. Storia)
Vittonio Veneto, diocesi di - Le torri del Castello di S. Martino (sec. 2v) residenza del Vescovo.
terranea lo scisma dei "Tre Capitoli" (v.): "quando essendo interrotti i rapporti con Roma, si doveva ritenere legittimo il provvedere ai bisogni ecclesiastici di propria autorità; per conseguenza nella seconda metà del sec. vir. Se ciò fosse avvenuto sotto Liutprando, se ne avrebbe più sicura notizia. Intanto, lungo il litorale adriatico, esente dal dominio longobardo, ebbe il governo spirituale un prelato che, a buon diritto, poté continuare, almeno fin verso la fine del sec. vir, a proclamarsi continuatore dell'episcopato opitergino».
Già nucleo romano e nodo stradale importante verso le Alpi, nel medioevo Ceneda divenne sede d'un Ducato longobardo e poi contea carolingia a capo della quale Ottone I (a. 962) pose gli stessi vescovi; all'epoca dei Comuni si collegò con Treviso (1147). Potenti famiglie dominarono nel territorio, come i Caminesi a Serravalle (1175-1335) e i Collalto (1110-1806: castelli di Collalto e di S. Salvatore di Susegana). Nel 1388 Ceneda passò sotto il dominio di Venezia; i vescovi di Ceneda però, nella loro contea, non ne vollero riconoscere l'assoluto dominio, e una lite fu accesa tra essi, sostenuti dalla Curia romana, e Venezia (si ricordino le consultazioni di fra' Paolo Sarpi, 1613-15), e che si protrasse fino al 1768 quando la contea fu soppressa.
La diocesi di Ceneda abbracciò il territorio appartenente ad Oderzo, tranne alcune pievi, che rimasero alle diocesi di Aquileia, Treviso e Padova e che nel 1818, con breve di Pio VII De salute dominici gregis, furono stabilmente aggregate a Ceneda.
Ora la diocesi di V.V. è contenuta tra il Piave e il Livenza, tra le Prealpi bellunesi e carniche; confina con le diocesi di Concordia, Belluno-Feltre, Padova, Treviso e Venezia.
Tra i vescovi sono particolarmente da ricordare Dolcissimo, che ricevette da Carlomagno (a. 793) il diploma d'immunità per la diocesi; Sicardo, al quale Ottone I (a. 962) concesse dominio temporale sulla contea di Ceneda, mentre Arpone nel 1307 l'acquistò su quella di Tarzo; Matteo di Siena, sotto il governo del quale (a. 1199) i trevigiani devastarono Ceneda incendiando la Cattedrale e asportando le ossa del patrono principale s. Tiziano, che poi restituirono per intervento di papa Innocenzo III. In tutta la prima metà del sec. xvi la diocesi è retta da vescovi provenienti dalla famiglia patrizia veneziana dei Grimani; il card. Michele Dalla Torre (1547-86), udinese, intervenne al Concilio di Trento e dedicò la sua opera energica alla riforma della diocesi ; a Marcantonio Mocenigo ( 1586 -97) si deve l'istituzione del Seminario, aperto il 15 febbr. 1587; Lorenzo da Ponte (17391768) ricostruì la Cattedrale e il card. Jacopo Monico (1822-27) la consacrò (27 sett. 1824).
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(per cortesia di don L. Zavatto)
Vittorio Veneto, diocesi di - Facciata della Cattedrale (arch. G. Moretti. 1912). A sinistra: Vecchio Palazzo Municipale, ora Museo della Battaglia di V. V. (1918).
II. Monumenti. - Nella diocesi di V. V. sono superstiti, talune solo con parziali strutture, le antiche abbazie benedettine di S. Maria di Follina (Cistercensi e Camaldolesi dal 1150 al 1717, Servi di Maria dal 1913) con basilica (1305-35), frequentato santuario diocesano e chiostro di stile romanico (1268), misto a variazioni gotiche; di S. Bona di Vidor, di S. Pietro di Colle e di S. Andrea di Busco; di quelle di Follina e Colle fu abate commendatario anche a Carlo Borromeo. Molti altri monasteri e conventi, ca. una trentina, scomparvero in seguito alle soppressioni venete e napoleoniche. Sussistono: un monastero di Benedettine Cistercensi, 5 conventi di Ordini religiosi e varie case di congregazioni religiose.
Nel santuario di Motta di Livenza, eretto agli inizi del sec. xvi in seguito ad apparizione della Vergine, basilica, chiostri e ancona a decorazioni e bassorilievi dell'altar maggiore sono stupende opere rinascimentali di J. Sansovino; affreschi e dipinti del Pordenone, Amalteo, Palma il Giovane, scuola di G. B. Tiepolo e Nono. Il santuario di S. Augusta vergine e martire (sec. v), sul colle omonimo a Serravalle, è meta di pellegrinaggi dalla diocesi e dal Veneto.
La città di V. V., comprendente Serravalle e Ceneda e, tra esse, la parte nuova, si estende e sviluppa in forma longitudinale, tra la breve chiostra di colline, cui fanno da sfondo le Prealpi nello svariare pittoresco di parchi bene alberati e fontane fiorite e nel susseguirsi di architetture sacre e civili romaniche, gotiche e rinascimentali che dànno un aspetto e tono caratteristico alla città.
Nel monumentale Palazzo della Comunità di Serravalle, un piccolo Museo (1938) custodisce cimeli e opere d'arte di varia epoca, tra cui gli affreschi di Francesco da Milano e una Madonna col Bambino, in stucco e cartapesta di Jacopo Sansovino; il castello medievale di S. Martino è ancora residenza del vescovo e vicino si sviluppa e fiorisce il complesso delle opere diocesane.
L'antica Cattedrale, dedicata all'Assunta e a s. Tiziano, riferibile alla fine del sec. viri, distrutta dai trevigiani, fu rinnovata subito dopo (fine del sec. xir) in stile romanico; ricostruita alla metà del sec. xviri, assunse aspetto neoclassico con facciata recente e persistenza di elementi configurativi romanici (cripta, massiccia torre campanaria restaurata, divisione in tre navate).
III. Aste. - In essa sono conservate pregevoli opere d'arte di Jacopo da Valenza (Vergine tra s. Sebastiano e s. Antonio da Padova, 1484; Madonna in trono e santi, 1507); di scuola del Tiziano (Vergine tra s. Sebastiano e s. Rocco, 1540); di Dario Varotari (Battesimo di Gesù, seconda metà del sec. xvi); l'antica cattedra episcopale (prima metà del sec. xv) con i ss. Ermagora e Fortunato, evangelizzatori di Aquileia e della regione veneta; un messale e un breviario, le cui miniature sono attribuite a Giulio Clovio (1498-1578), dono del card. Marino Grimani, vescovo
di Ceneda, l'urna di bronzo che custodisce le reliquie di s. Tiziano. L'Incoronazione della Vergine (1438), capolavoro di Iacobello del Fiore, nel secolo scorso fu ceduta all'Accademia di Belle Arti di Venezia.
Altre opere di pittura, prevalentemente pale d'altare, sono sparse in tutta la diocesi; di alto valore artistico sono quelle del Tiziano nella chiesa parrocchiale di Serravalle; di Cima da Conegliano nel duomo di Conegliano e di S. Fior di Sopra; del Pordenone nelle chiese parrocchiali di Susegana e Moriago, di A. Bellunello, Jacopo Bassano, Amalteo nel duomo di Oderzo e Motta di Livenza; di A. Previtali a Meschio, di G. B. Canal a Serravalle. Sono da aggiungere affreschi trecenteschi e quattrocenteschi nella chiesa di S. Giovanni Battista di Serravalle, nella chiesa di S. Andrea di Bigonzo e di S. Pietro di Feletto e inoltre cicli pittorici moderni ben riusciti, come quelli di Pino Casarini nella cattedrale e nel duomo di Sacile.
BibL.: I. Bernardi, La civica uula cenedese.... Ceneda 1845; L. Marson, Guida di V. e sua detretro, Treviso 1889; id., Romanità e ditos. dell' agra renetente, Roma 1904; A. Moschacto, S. Tiziano, Oderzo 1932; id., S. Mocso, ivi 1933; id., La chiesa cattedr. di F. V., ivi 1951; P. Paschini, Le origini della Chiesa di Ceneda, in Miccoli, Mercati, V (Studi e testi, 128), Città del Vaticano 1946, pp. 145-59. Paolo Lino Zovatto
VITTRICIO (Victricius), vescovo di Rouen, santo. - N. ca. il 330 sugli estremi confini dell'Impero (Britannia e Gallia?), vescovo di Rouen dal 385 ca. al 407-409 ca. Festa il 7 ag.
Abbraccio la carriera militare, ma convertitosi al cristianesimo abbandonò clamorosamente le armi mettendo a repentaglio la sua vita; sfuggì miracolosamente la pena di morte, graziato dal essere Giuliano (361) e dall'imperatore Valentiniano ( $366-67$ ), in occasione di uno dei loro soggiorni in Gallia. Godette dell'amicizia di s. Ambrogio, di s. Martino di Tours e di s. Paolino di Nola, con cui si incontrò a Vienne ca. il 386. La comunità cristiana di Rouen lo scelse per vescovo ca. il 385 , e V. divenne uno dei più celebri prelati della Gallia sia per il suo zelo apostolico per la conversione dei pagani (spinse la sua azione missionaria fino alla Morinia e probabilmente alla Menapia e alla Nervia nella Belgica II), sia per la lotta contro l'arianesimo. Nel 396 fu chiamato in Britannia dai vescovi della regione per mettere la pace tra loro. Introdusse nella sua diocesi la vita monastica, per uomini e donne, fondò parecchie chiese rurali e ricostruì la sua Cattedrale che dotò di un numero rilevante di reliquie che ricevette a due riprese. Il solenne ricevimento del secondo gruppo di reliquie ( 15 tra Apostoli e martiri; 8 la prima volta) gli offrì nel 396 ca. il destro per la composizione del De laude sanctorum (PL 20, 443-58; Fed. di E.-P. Sauvage-A. Tougard, Parigi 1895, non dà un testo migliore; da tener presenti le varianti segnalate da A. Wilmart, Un ms. oublié de l'opuscule de s. Victrice, in Rev. bénéd., 31 [1914-19], pp. 333-42). V. vi espone con eleganza di stile e sicura dottrina, soprattutto la questione del culto dei santi e delle reliquie. Del suo epistolario nulla è rimasto. Nel 403 dovette presentarsi a Roma per discolparsi di una accusa di carattere dottrinale; papa Innocenzo I, pienamente soddisfatto della sua giustificazione, gli indirizzò poco dopo l'importante decretale del 15 febbr. 404 (PL 20, 470-81; Jaffé-Wattenbach, 286) che V. diffuse largamente. Si è fatto anche il nome di V. per l'autore del simbolo Quicumque (v.), di cui concetti ed espressioni riscontransi nella bella professione di fede posta all'inizio del De laude sanctorum (PL 20, 446-47).
Episodi della vita di V., oltre i cenni autobiografici del De laude sanctorum, sono noti dalle lettere: xviri, del 399, e xxxvir, del 403, di Paolino di Nola (ed. G. v. Bartel, in CSEL, XXIX [1894], pp. 128-37, 316-23) e dal Dialogus (III, II: PL 20, 213) di Sulpicio Severo. BibL.: Martyr. Romanum, p. 328; Tillemont, X (1732),
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pp. 667-74 e passim; E. Vacandard, St Victrice évêque de Rouen, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1900; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Guide, II, $2^{\circ}$ ed., ivi 1910, p. 206; P. Batiffol, Le Siège Apostolique, $3^{\circ}$ ed., ivi 1924, pp. 207-209; Moricca, III, I (1928), pp. 542, 549-61; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 66, 355-56; E. de Moreau, Hist. de l'Eglise en Belgique des origines aux débuts du XIIe siècle, I, ivi 1940, pp. 43-46; P. Grosjean, Notes d'hagiographie celtique, in Anal. Boll., 63 (1945), pp. 94-99 (rapporti tra s. V. e s. Patrizio); E. Griffe, La Gaule chrét. à l'époque romaine, I, ParigiTolosa 1947, pp. 226-30; G. Bordy, s. v. in DThC, XV, II (1950), coll. 2954-56.
A. Pietro Frutaz
VIVALDI, Antonio. - Musicista n. a Venezia forse nel 1675 , m. a Vienna nel 174 I .
Studiò musica prima col padre, buon violinista della cappella ducale di S. Marco, poi con il Legrensi. Ordinato sacerdote il 20 marzo 1703, nel sett. fu chiamato alla cattedra di violino nel Seminario musicale, detto Conservatorio, dell'Ospitale della Pietà, il più quotato centro artistico della città. Confermato nel 1711 e 1713, sostituiva nel 1715 il Gasparini, direttore del coro. Poche notizie si hanno del periodo seguente; nel 1739 era di nuovo a Venezia e nell'estate del 1741 a Vienna, dove morì.
Tra la sua vasta produzione strumentale violinistica c operistica, la parte sacra era stata la più colpita dall'oblio, a causa della mancanza delle fonti, oggi tornate in luce grazie al dono fatto alla Biblioteca nazionale di Torino, dalle famiglie Foà e Giordano che li possedevano, dei sette preziosi volumi manoscritti contenenti numerose composizioni sacre di A. V. Tra esse vanno segnalate io Stabat Mater "ad alto solo", un "mottetto" delicatamente raccolto e altamente lirico per soprano ed arco, il Credo a quattro parti di coro, organo e orchestra, dal colore fortemente drammatico e dalla solida costruzione contrapuntistica; il Gloria in 11 parti per 2 sopruni, contralto, coro e strumenti, dove l'arte vivaldiana raggiunge altezze non più vedute. Alle opere di carattere religioso va affiancato Juditha triumphans, Sacrum militare oratorium, che, non avendo il personaggio dello storico, è sostanzialmente un melodramma sacro su testo latino, dove la figura di Giuditta è dipinta con potente intensità drammatica e con nobile dolcezza.
Bibl.: A. V. Note e docum. sulla vita e sulle opere, a cura dell' Accad. Music. Chigiana, Siena 1939; S. A. Lucioni, La - "Juditha triumphans - di A. V., in Rite, ital. del dramma, 20 (1941), pp. 1-7; M. Pincherie, A. V. et la musique instrumentale, Parigi 1940.
Luias Cervelli
Vivaldi, Ugolino e Vadino. - Navigatori genovesi che nel 1291 intrapresero un viaggio "quod aliquis usque nunc minime attemptavit" per recarsi "per muita oceana ad partes Indiac", come dice l'unico cronista che ne parli, l'annalista genovese contemporaneo Iacopo Doria.
Essi prevedevano una lunga assenza da Genova, forse fino a dieci anni. Uscite fuori dallo Stretto di Gibilterra, le due navi che com-

(da A. Salvatori, A. V. (il prete rosso), in Rivista della Città di Viterba, ap. (1921), pag. 273.
Vivaldi, Antonio - Ritratto. Incisione di J. Calderell.
ponevano la spedizione ed erano cariche di merci da vendere furono viste per l'ultima volta sulla costa del Marocco meridionale a Gozora (presso il Capo Juby dirimpetto alle Canarie). Queste le sole notizie sicure intorno all'arditissimo tentativo. Ogni altro elemento è incerto o fantastico. Incerto fin dove le navi arrivassero: una tarda notizia secondo la quale esse, girata l'Africa, sarebbero

(fol. Alinari)
Vivalini, famiGlia - Madonna della Misericordia (parte di un trittico di B. V., 1473) - Venezia, chiesa di S. Maria Formosa.
naufragate sulle coste della Somalia, donde i V. sarebbero stati condotti prigionieri in Abissinia, merita scarsa fede. Non è neppur sicura un'altra notizia, secondo la quale, una diecina di anni dopo, Sorleone Vivaldi, figlio di Ugolino, si sarebbe spinto con una nave sulle coste dell'Oceano Indiano alla ricerca degli scomparsi. Incredibile è il racconto che un discendente sopravvivesse ancora 170 anni più tardi sulla costa fra il Senegal e la Gambia. L'ipotesi formulata da Alberto Magnaghi, secondo la quale i V. avrebbero tentato di raggiunger le Indie, non circumnavigando l'Africa, ma attraversando l'Oceano verso Occidente, onde sarebbero da considerarsi come precursori di Colombo, per quanto sostenuta dal valente studioso con dotte argomentazioni, non appare sufficientemente suffragata.
Bibl.: Ch. De la Roncière, La découverte de l'Afrique au moyen âge, I, Cairo 1921, cap. IV; R. Caddeo, Le navigaz. atlantiche di Alsine Cudammès, Milano 1929; A. Magnaghi, Precursori di Colombo? Il tentativo di viaggio transoceanico dei genovesi fratelli V. nel 1291, Roma 1935.
Roberto Almagià
VIVARINI, famiGlia. - Pittori muranesi, operanti a Venezia tra il 1440 ca. e i primi del ' 500 .
Antonio. - Figlio di Michele vetraio, è citato in numerosi documenti veneziani dal 1446 al '66; muore tra il 1476 e il 1484 . Nel suo primo periodo, il più importante, egli dipinge assieme al cognato Giovanni d'Alemagna (v.) producendo numerose opere a Venezia e a Padova, ove figura iscritto nella fraglia dei pittori nel 1447: il pelittico di S. Girolamo già in S. Stefano (1441, Museo di Vienna), quello di S. Monica nella stessa chiesa (ne rimangono cinque piccole storie della Santa nei Musei di Murano e di Detroit, nelle collezioni Lee a Richmond e Keester a Londra, nella Gall. Carrara di Bergamo), le tre ancone della cappella di S. Tarasio a S. Zaccaria (1443-44), l'Incoronazione della Vergine a S. Pantaleone (1446), la solenne Madonna con Santi della Scuola della Carità (1446, ora all'Accademia), il pelittico già in S. Francesco a Padova, ora a Konopiste (1447). La critica ha cercato di distinguere le due personalità degli autori senza finora giungere a risultati convincenti, dato che mancano opere sicure dell'Alemagna, né è indicativo a tal fine l'unico dipinto firmato dal solo Antonio in questo
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(da P. Courcelle, Le site du monastère de Cassiodore, in Milanese d'arch. et d'hist., 20 (1828), p. 80)
Vivarium - Raffigurazione del monastero di V., con le sue chiese e il suo vivaio. Miniatura del sec. viri - Bamberga, Biblioteca, cod. Patr. 61, f. $29^{\circ}$.
periodo, il polittico di Parenzo, di qualità modeste in molte sue parti (incerta la lettura dell'ultima cifra della data: 1440 o 42). Sebbene l'unità artistica delle opere firmate dai due soci sia tale da rendere quasi superflua tale ricerca, si tende ora ad assegnare ad Antonio la preponderanza nella collaborazione, limitando l'intervento del tedesco alle parti più schiettamente decorative. Il suo stile, che in questi anni giovanili ha un fascino tutto particolare per la morbidezza delle forme e l'incanto del colore, rivela l'influsso di Gentile da Fabriano e in misura più forte quello di Masolino, che forse si fermò a Venezia al suo ritorno dall'Ungheria, nel 1435-40.
A tale periodo, che si conclude con la decorazione della vòtta della cappella Ovetari agli Eremitani di Padova, rimasta interrotta alla morte di Giovanni (1450), sono assegnate ancora: la Madonna in S. Tommaso a Padova (forse della stessa ancona sono due tavole con santi nella Galleria di Londra), il polittico già a