volume-12

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appella Ovetari agli Eremitani di Padova, rimasta interrotta alla morte di Giovanni (1450), sono assegnate ancora: la Madonna in S. Tommaso a Padova (forse della stessa ancona sono due tavole con santi nella Galleria di Londra), il polittico già a Praglia ora a Brera, la Madonna del Museo Poldi Pezzoli e quella di Città di Castello, la S. Orsola e santi del Seminario di Brescia. Nello stesso anno 1450 ha inizio, con l'importante polittico ora nella pinacoteca di Bologna, la collaborazione di Antonio col fratello Bartolomeo ed il suo accostamento ai modi mantegnesco-padovani di quest'ultimo. A tale periodo appartengono il trittico Cagnola (1452) e i polittici di Arbe (1458), di Osimo e di Corridonia (ca. 1462). Caratteri padovani presentano anche le opere tarde del solo Antonio, come il fiasco polittico della Pinacoteca Vaticana (1464) e i santi del Museo di Bari (1467).

Bartolomeo. - N. a Murano verso il 1432, m. attorno al 1499; sue opere datate dal 1448 al 1491. Fu probabilmente allievo del fratello Antonio, col quale collaborò per più di un decennio (v. sopra), affermandosi però fin dagli inizi con un proprio stile personalissimo, ispirato dal Mantegna e dai padovani. Dopo la giovanile

Madonna della collczione Lane (1448) e le opere di collaborazione con Antonio, egli produsse per ca. un ventennio, a partire dal 1459 (data d.1 S. Giovanni da Capistrano del Louvre e di una Madonna al Museo di Murano), numerose opere che rappresentano il periodo migliore della sua attività : il polittico 615 dell'Accademia di Venezia (1464), la Madonna in trono della Pinacoteca di Napoli (1465), il trittico di S. Maria Formosa (1473), il polittico dei SS. Giovanni e Paolo (1475) di cui rimangono un $S$. Agostino e altri due Santi da porsi tra le sue opere più sobrie e monumentali, il trittico di $S$. Marco ai Frari, il polittico di $S$. Ambrogio all'Accademia (1477), la Madonna e santi di S. Giovanni in Bragora(1478) ecc. Dopo questi anni l'arte di Bartolomeo cade in una ripetizione spesso vuota e stanca di motivi divenuti patrimonio della numerosa bottega, che diffuse le sue opere anche in centri lontani, specie lungo le coste adriatiche e nell'Italia meridionale.

Alvise. - Figlio di Antonio, n. a Venezia verso il 1445 1446, m. tra il 1503 e il 1505 . Educatosi nell'ambiente pittorico famigliare, segul soprattutto la scuola padovana e lo sio Bartolomeo, del quale riccheggia le forme pietrificate nel polittico di Montefiorentino nelle Marche (1475, prima opera datatal e in quello con la Prutescote e Santi nel Museo di Berlino, entrambi costruiti secondo gli schemi gotici tradizionali, che Alvise abbandona poi per una composizione più libera nella Madonna e santi della Galleria di Venezia, del 1480. In questa e nelle opere successive (S. Chiara e S. Martire all'Accademia; trittico del Museo di Napoli, 1485; pala con la Madonna e santi a Berlino) è chiaro l'influsso di Antonello da Messina, di cui Alvise divenne uno dei più fedeli interpreti in Venezia. Influssi del Giambellino si notano nella Madonna col Bambino dormente della chiesa del Nefentore e in quelle di S. Giovanni in Bragora a Vencsia e del Museo di Capodistria. Nelle opere tarde (Cristo Risorto in S. Giovanni in Bragora; pala di S. Ambrogio ai Frari, terminata da Marco Basaiti) la crudezza delle forme si attenua notevolmente. Da ricordare ancora, oltre ad alcuni ritratti (uno di Gentiluomo alla National Gallery di Londra, del 1497), i giovanili S. Matteo e il Battista dell'Accademia, il mirabile busto di S. Antonio del Museo Correr, un S. Girolamo della collezione Kress a Nuova York e un Cristo portacroce ai SS. Giovanni e Paolo, restaurato di recente. L'importanza di Alvise, pur notevole, è stata sopravalutata per un certo periodo con l'assegnargli numerose opere, poi restituite al Giambellino. Vedi tav. CLIII.

Bibl.: L. Venturi, Le orig. della pittura venez., Venezia 1907; id., Pitture ital. in Americo, Milano 1931; Venturi, VII, I, II e iv ; L. Testi, Storia della pittura venez., I e II, Bergamo 19091915; B. Fleischmann, v. v. in Thieme-Becker, XXXIV (1940), pp. 443-53 con tutta la bibl. precedente; R. Longhi, Viaties per cinque secoli ecc., Firenze 1946; V. Moschini, I V., Milano 1946. Su Antonio: R. Longhi, in Vita Artistica, 1936, p. 131: F. Zeri, in Paragone, 1951, n. 19, p. 48 e 1953, n. 41, p. 36: I. Tivesca, ibid., 1951, n. 19, p. 47. Su Bartolomeo: C. Arù, in L'Arte, 1905, p. 205; A. Venturi, ibid., 1919, p. 226; G. Castelfranco, in Dodale, 9 (1928-29), p. 334; W. Arslan, in Riv. di Venezia, 1928, p. 565; G. Fiocco, in Arte veneta, 1948, p. 27. Su Alvise : D. Westphal, in Zeitschr. f. Kunstgesch.,1934, p. 189; V. Moschini, in Boll. d'Arte, $4^{a}$ serie, 2 (1949), p. 165 ; R. Pallucchini, Mostra dei capolav. dei Musei veneti, Catalogo, Venezia 1946, p. 142.

Vollo di Carpegna
VIVARIUM. - Monastero fondato da Cassiodoro (v.), ritiratosi dalla politica, nella proprietà avita di V., presso Squillace, poco più in basso dell'eremo situato sul monte Castellum, tanto che lo stesso Cassiodoro dette la denominazione sia di Vivariensis sia di Castellensis (De positione monasterii Vivariensis sive Castellensis, in Instit. divin. litter., ed. Mommsen, in MGH, Auctores antiquiss., XXIX) e si compiacque descrivere la località e i vantaggi che offriva (Institut., XII, 29; Variae, XII, 15; Expos. Ps., III, 17).
S. Gregorio chiama il monastero Castelliniensis (Epist., VIII, 30 e VIII, 32 dell'anno 598). Il monastero fu fondato da Cassiodoro sembra nel 555 , al ritorno da Costan-

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tinopoli, riuscendo cosi a portare a compimento la sua antica aspirazione di costituire una "schola christiana". E le scriptorium forri subito. Infatti l'Evangeliario di Echternach oggi nella Biblioteca nazionale a Parigi (ms. lat. 9389 ) è copia di un evangeliario scritto a V. nel 538 .

Il fondatore raccomandò ai monaci la trascrizione e la correzione dei libri non solo per il monastero, ma anche per la vendita (Intitl. divin. litterarum, xv; xxx). Oltre la Biblioteca monastica trovò luogo nella fondazione quella personale di Cassiodoro (mea o nostra; Instit. div. litter., xxxi) che fu poi da lui donata al monastero. La Biblioteca monastica contenne i testi biblici, i commentarii della S. Scrittura, alcuni fatti venire dall'Africa (Inst. div. litterarum, viII; xxx) o da altre parti (ibid., viII); inoltre volumi di storia, di medicina, di retorica, di dialettica, d'agricoltura, di musica.

La Biblioteca venne in parte distrutta per le vicende politiche, in parte dispersa tra il viI e il Ix sec. Ma sulla dispersione della Biblioteca i giudizi sono varii (R. Beer, Bemerkungen über den ältesten Handschriftenbestand des Klosters Bobbio, in Anzeiger der Königl-Abademie der Wissenschaft. Wien, Philolog.-historische Klasse, 48 [1911], pp. 78-104; id., Mommenta paleographica Vindobonenson, II, Lipsia 1913, pp. 15-26; W. Weinberger, Handschriften von Vivarium, in Miscellanea Fr. Ehrle, IV, Roma 1924, pp. 75-88; P. Lejay, in Bulletin d'ancienne littérature et d'archéol. chrétienne, 3 [1913], p. 265; G. Mercati nella introduzione all'edizione: M. Tallii Ciceronis De republica libri e codice rescripto Vaticano latino 5757 phototypica expressi, Città del Vaticano 1934; più recentemente v. L. W. Jones, Notes on the Style and Vocabulary of Cassiodorus Institutions, in Classical Philology, 50 [1945], pp. 24-31; P. Courcelles, Les lettres grecques de Macrobe à Cassiodore, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Parigi 1948, pp. 313-88). Alcuni volumi finirono nella Biblioteca del Laterano, altri a Jarrow, portativi da Benedetto Biscop, a Montecassino, a Bobbio, a Milano, a Verona, a Firenze, a Napoli, a Bamberga, a Karlsruhe, a Colonia, ad Aquisgrana, a Luzzuil, a Corbie, a Lione, a S. Gallo; alcuni sono stati identificati per le loro caratteristiche paleografiche (E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, III, Oxford 1938, nn. 391-98).
P. Courcelle dallo studio delle miniature illustranti tre manoscritti delle Istituzioni (Cod. Bambergensis Patr. 61 del sec. viII, Cod. Cassellanus Theol. del sec. ix e il Cod. Herbizolensis del sec. x) riconobbe in esse copie fedeli dell'archetipo di Cassiodoro, in cui era rappresentato un vivaio pieno di pesci, una chiesa con due torri, indicata quale ES Martmus, un ruscello indicato quale flovius o fluctus pellem o apellena e un'altra chiesa detta Ilarius. In Calabria, P. Courcelle identificò nel territorio di Squillace, un poco a sud dell'attuale corso d'acqua detto Alessi, una contrada S. Martino attestata fin dal 1151, dove una chiesa moderna è a poca distanza da una anteriore di cui rinvenne avanzi archeologici; in più ai piedi del promontorio dove è la chiesa, tra bacini naturali collegati col mare mediante un canale in cui riconobbe il vivaio, a ca. 800 m . di distanza sopra un'al. tura una chiestita detta ora S. Maria de Vetere, dove fin dal 1219 è indicato un monastero basiliano detto S. Maria del vecchio Squillace.

Bibs.: G. Morin, L'ordre des heures canoniales dans les monastères de Cassiodore, in Rev. béndice., 43 (1931), pp. 145-52; A. Van de Vyver, Cassiodore et son oeuvre, in Speculum, 6 (1931), pp. 154-192; D. M. Cappuyns, Cassiodore, in DHG, XI, coll. 13491408; P. Courcelle, Le site du monastère de Cassiodore, in Mél. d'arch. et d'hist., 55 (1938), pp. 259-307. Enrico Josi

VIVENTI, età dei. - L'enorme lasso di tempo che intercorre fra la solidificazione della prima crosta terrestre ed il cambriano (periodo che apre l'èra paleozoica e che è già ricco di resti fossili) prende comunemente il nome di "èra archeozoica" e può essere semplicemente suddiviso nei due periodi: archeano (più antico) e algonchiano (più recente).

Secondo le più moderne ricerche basate sulla radioattività delle rocce, la fine dell'èra archeozoica risale fino a ca. 800 milioni di anni fa, e la sua durata può essere valutata approssimativamente in 1800 milioni di anni (v.

TERRA, età della). Durante tutto questo tempo si deposero sedimenti (spesso alternati a formazioni eruttive) per uno spessore globale non inferiore a 30.000 metri. Nella parte più recente di queste rocce, assai spesso alterate profondamente dal metamorfismo, vennero trovati i resti o le tracce dei più antichi organismi, costituiti da alghe, da protozoi e dalle forme più primitive di invertebrati; le prime tracce di vita si troverebbero ad un livello corrispondente all'archeano superiore.

Or è quasi un secolo venivano segnalate, prima in Canadà e poi altrove, masse nodulari a lamelle alterne di calcare e di serpentino, attraversate da canali ramificati; a queste curiose strutture, interpretate da qualche studioso come foraminiferi giganti oppure come alghe calcaree, si diede il nome di Eozoon canadense; oggi pochi paleontologi sostengono l'organicità di tali strutture, poiché se ne rinvennero di simili, dovute evidentemente al metamorfismo, in blocchi di età giurese proiettati dal Vesuvio. In seguito furono trovati resti più attendibili di organismi primitivi; in Finlandia vennero, e sono tuttora, interpretate come alghe certe strutture problematiche (Corycium aenyomaticum) trovate in rocce archeane, alle quali venne applicato il "metodo del piombo radioattivo" e che rivelarono cosi un'età di 1130 milioni di anni. Sarebbe questo il più antico organismo conosciuto; e comunque in rocce sedimentarie di età analoga vi sono notevoli quantità di resti carboniosi la cui presenza può essere spiegata solo ammetterdo che derivino da esseri organizzati (probabilmente alghe).

Di grande interesse sono i battèri, segnalati ormai nell'archeano di varie località, alla cui azione è dovuto forse l'accumulo di depositi ferrosi oolitici e sulla cui natura si nutrono pochi dubbi da quando fu possibile forografarli a luce infrarossa con evidenza tale da permetterne la classificazione. Negli Stati Uniti vennero studiate numerose forme chiamate complessivamente "stromatoliti" (Collenia, Camasia, Neaclandia, Gallatinia, Graysonia) trovate quasi tutte in terreni algonchiani ed interpretate come parti del tallo di alghe o anche come tracce dovute all'azione di alghe; per la forte analogia tra i resti ora citati e certe formazioni calcaree odierne, si crede trattarsi con ogni probabilità di alghe azzurre (cianoficee). Sempre da terreni precambriani provengono esemplari, non sempre chiaramente identificabili, di radiolari e di foraminiferi, e scarsi resti di invertebrati ascritti a spugne, celenterati (Carelozoon), crinoidi, brachiopodi (Lingulella), tubi e piste di anellidi (Arenicolites, Pinnolites), molluschi (Hyclites, Chuaria), crostacei, ortropodi. A questi ultimi vennero riferite varie forme, alcune delle quali gigantesche, trovate in America e in Australia (Beltina, Protadelaidea) simili in parte ai marostomi suripteridi del paleozoico; studi recentissimi però lasciano supporre che Beltina non sia altro che l'impronta di un'alga, e che l'impressione di Protadeloidea possa essere dovuta ad agenti inorganici.

Dei primi esseri viventi si ha vus in conclusione idee piuttosto vaghe. Per spiegare la grande povertà di resti fossili (in special modo di invertebrati) precambriani, vennero formulate varie ipotesi, alcune delle quali hanno valore solo per determinate località o non reggono ad una acuta critica; le più plausibili consistono forse nel ritenere che le azioni metamorfiche abbiano cancellato le tracce degli organismi, oppure nell'ammettere che i primi invertebrati fossero in prevalenza organismi poveri o privi di scheletro minerale (v. stratiorafia; terRa, età della; universo; vita).

Bibs.: D. C. Walcott, Evidences of primitive life (H. F. Smiths Instit. Annual Report for 1913), Washington 1916; H. F. Osborn, The origin and evolution of life, Nuova York 1918; J. Costantin, L'origine de la vie sur le globe, Parigi 1923; M. Boule e J. Piveteau, Les fossiles, ivi 1932; G. R. Dal Fias e P. Leonard, Stratigrafia e geologia storica, in G. R. Dal Fias, Corso di geologia, Padova 1950; J. Carles, Les origines de la vie, Parigi 1950. Bruno Aouredi

VIVES, Juan Bautista. - N. il 3 maggio 1545 a Valencia (Aragona), m. il 22 febbr. 1632 a Roma, appartenente alla famiglia dell'umanista Juan Luis Vives (v.).

Nel 1588, già dottore "utriusque iuris", venne a

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(ma Alma Mater, Collegium urbanum de Propaganda Fide, III centenario della Fondazione 1627-1627)
Vives, Juan Bautista - Busto attribuito a scuola del Bernini. Roma, Palazzo di Propaganda Fide.

Roma, dove Sisto V lo nominò nel 1589 Cameriere segreto partecipante e scrittore delle Lettere apostoliche; ma solo il 14 marzo 1609 divenne sacerdote. Clemente VIII nel 1604 lo nominò Protonotario apostolico e referendario delle Segnature di grazia e giustizia, Gregorio XV, appena fondata la Congregazione di Propaganda, lo nominò Prelato della medesima Congregazione. Anche il Re di Spagna gli conferì varie onorificenze. Filippo III lo nominò agente dell'Inquisizione di Spagna a Roma. Il re Alvaro II del Congo dopo la morte del primo ambasciatore Antonio Nigrita ( 1608 ) gli affidò l'ambasciata presso la Curia romana.

Dopo la sua ordinazione a suddiacono (1591) V. nel suo domicilio a Piazza del Popolo aprì una scuola per neofiti, trasformandola poi, con l'aiuto di s. Giovanni Leonardi, in una Congregazione religiosa di Chierici Regolari Missionari (1606-10); ma falli anche questo secondo tentativo. Offrì poi al generale dei Teatini Vincenzo Filiberti (1621-27), probabilmente negli anni 1624-26, il Palazzo Ferratini da lui comprato sino dal 13 dic. 1613 con un certo numero di rendite fisse, per erigervi, sotto la direzione dei Teatini, un Collegio per "Chierici secolari oltramontani" che si preparassero ad propagandam fidem catholicam, cioè all'opera missionaria (Arch. Gen. dei Teatini, cass. 47, Propaganda f. 13). Andato a monte anche questo progetto, V. donò lo stesso Palazzo Ferratini con reddite sufficienti per 12 alunni a Urbano VIII e ai suoi successori, con l'obbligo di erigervi un Collegio per sacerdoti secolari del mondo intero o per chierici negli Ordini sacri, da promuoversi al più tardi dopo un anno al sacerdozio, e prepararsi "pro propaganda in universum mundum ca"tholica Fide" (v. collegi ecclesiastici, XXXI). La Congregazione di Propaganda incaricò il 14 luglio 1626 V. di elaborare il regolamento e gli statuti del Collegio. Urbano VIII accettò il dono e le condizioni contenute nell'atto di donazione di V., e il $1^{\circ}$ ag. 1627 con la bolla Im. moralis Dei Filius eresse, sotto il patronato dei ss. apostoli Pietro e Paolo, il "Collegium Pontificium", dandogli il proprio nome "Urbanianum" per sacerdoti secolari di tutto il mondo.

Vedendo V. che il Collegio di sacerdoti secolari non bastava al suo scopo, propose a Propaganda l'erezione di uno studio di lingue per missionari religiosi nella parte del convento cappuccino di S. Bonaventura, da affidarsi ai Premostratensi. Ma la Congregazione nella seduta del 12 dic. 1628 non accettò la proposta, avendo il Papa già disposto dell'edificio per altro scopo. Più che ottantenne e confinato nella stanza del Rettore; del Collegio Urbano, V. continuò a pensare alla propagazione della fede. Anzi nel giugno del 1645 aveva proposto alla Congregazione l'erezione, accanto alla Congregazione de Propaganda Fide, di una simile "pro tuenda Fide", integrata da 24 teologi, impegno già praticamente assolto dalla S. Congregazione del S. Uffizio. Per interessare tutto il mondo cattolico ad aiutare finanziariamente le missioni, propose nel febbr. 1628 che una tassa del $10 \%$ sopra tutti i legati, mandati e pie donazioni fosse destinata alla S. Congregazione de Propaganda Fide per soccorrere le missioni. Motivò questa tassa con il precetto missionario di Gesù rivolto a tutti i membri della Chiesa.

Bibl.: A. Castellucci, Mons. G. B. V. fond. del Pont. Coll. Urbana di Prop. Fide, in Alma Mater, II, Roma 1920, pp. 18-14; J. de Unzalu, omaggio centenario. I. Il Prelato Romano mont. G. B. V., II. L'anima apostolica di monsignor V., III. La singolare Fondaci, di mont. V., in Agenzia Fides, 1946, pp. 66-68, 71-73, 75-77; C. de Rosa, I Teatini e le origini del Coll. Urbano di Prop. Fide, in Regnum Dei, 4 (1948), pp. 277-304.

Nicola Kowalsky
VIVES, Juan Luf́s. - Apologeta, filosofo e pedagogista, n. a Valenza il 6 marzo 1492, m. a Bruges il 6 maggio 1540 .

All'Università di Parigi, stanco presto dei vecchi metodi d'insegnamento, si aprì all'umanesimo crasmiano. Nel 1516 fu a Lovanio come precettore del giovane card. Guglielmo de Croy e vi atrinse amicizia con i più distinti professori, particolarmente con Adriano Florenats (il futuro Adriano VI). Morto nel 1521 il cardinale, si recò a Bruges. Chiamato poi da Enrico VIII e Caterina d'Aragona alla corte inglese, come precettore della principessa Maria, per l'intervento del card. Wolsey e l'amicizia di s. Tommaso Moro (v.) ebbe una cattedra all'Università di Oxford. Pronunziatosi contro il divorzio di Enrico VIII, dovette lasciare l'Inghilterra (1528) e rifugiarsi di nuovo a Bruges, che amò come una seconda patria.

Scrittore particolarmente fecondo, condivise con Erasmo e Budé il titolo di "triumviro della repubblica letteraria" del sec. xvi. Esordì con un opuscolo contro il metodo scolastico in voga al suo tempo: In Pseudodialecticos (Lovanio 1520) e portò a fondo la sua critica nell'ampio trattato De disciplinis (Bruges 1531): nella prima parte determina le cause della decadenza degli studi, investido contro la filosofia e la teologia scolastica (combattuto da Melchior Cano, De locis theologicis, 1. X, cap. 9), mentre nella seconda abbozza un programma per il rinnovamento della cultura, ponendo alla base delle indagini il metodo storico-critico. Con quest'opera e i due precedenti trattatelli De ratione studii puerilis (Parigi 1523) e De institutione feminae christianae ad Cathe rinam Angliae reginam pro institutione filiae mae Mariae (Bruges 1523), il V. entra onorevolmente nella storia della pedagogia moderna, della quale oggi è ritenuto uno dei principali pionieri. Per questa sua sensibilità di educatore toccò problemi psicologici nel De anima et vita (1538), usando, tra i primi, del metodo empirico. Carattere mite e dolorosamente impressionato dalle vicende belliche del suo tempo, divenne uno dei più decisi teoreti del "pacifismo" nelle opere De concordia et discordia (1529) e De pacificatione (1529). In sociologia si affermò con l'operetta De subventione pauperum (Bruges 1526), vero precursore del sistema della assistenza pubblica dei bisognosi. In filosofia occupa un posto speciale con il suo De initiis. sectis et laudibus philosophiae, che costituisce uno dei primi tentativi di storia della filosofia, con la Censura de Aristotelis operibus, con il De prima philosophia, saggio di metafisica cristiana, con tre notevoli operette sulla

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logica: De disputatione, De instrumento probabilitatis, De censura veri. Rivelano la sua sentita pietà numerosi opuscoli ascetici : Jesu Christi triumphus (1514), Virginis Deiparae oratio (1514), In septem psalmos poenitentiales medi-1 ationes septem, Commentarius in orationem dominicam, Exercitationes animi in Deum, Introductio in sapientiam, Satellitium animae.

Fine letterato e appassionato cultore dei Padri, preparò l'edizione del De civitate Dei di s. Agostino (Basilea 1522) arricchendola di un commento rimasto classico, nonostante le piccanti puntate contro il clero e gli Ordini religiosi, che gli attirarono una condanna, con la proibizione di ristampa a donec corrigatur a; fu tuttavia ripubblicata molte altre volte.

Vasta eco suscitarono pure i suoi Colloquia, più volte stampati in vari paesi, che costituirono per lunghi anni il testo tradizionale per l'insegnamento della conversazione latina nelle scuole. Ma l'opera della maturità, quella che dà la misura dell'ingegno, della cultura e della fede del V. è l'ampio De veritate fidei christianae (edito postumo, dall'amico Francesco Grasseveld, Basilea 1543. dedicate a Paolo III), in sei libri in cui si tratta delle verità fondamentali della religione, degli errori del giudaismo, della falsità dell'islamismo, della trascendenza della dottrina cristiana, soprattutto dal punto di vista eticosociale. Il V., pur attingendo largamente dai Padri (specialmente da s. Agostino), dagli scolastici (soprattutto da s. Tommaso, che ritiene optimus scholasticorum scriptor de schola omnium sanissimus), da Marsilio Ficino (De religione christiana) e dal Savonarola (Triumphus Crucis), fece opera personale, la più originale e la più importante del '900, aprendo le vie all'apologetica moderna e influendo notevolmente su gli autori del sec. xvir.

Bibl.: tutte le opere del V., precedute da una accurata biografia, furono edite da G. Mayans y Sissar, 8 voll., Valenza 1782-90. Studi: W. Francken, 7. L. V. de vriend von Erasmus, Rotterdam 1853; R. Pade, Die Affehtenlehre des 7. L. V., Mïnter 1803; E. Kuypers, V. in seiner Pädagogik, Kiel 1897; G. Hoppe, Die Psychol. des 7. L. V., Berlino 1902; A. Bonilla y San Martin, L. V. y la filos. del Renac., Madrid 1903; Th. Kater, 7. L. V. und seine Stellung zu Aristoteles, Erlangen 1908; W. Weitzmann, Die soziale Bedeutung des Humanisten V., Erlangen 1904; F. Watson, L. V., Oxford 1922; E. Rivari, La sapienza psical. e pedagog. di L. V., Bologna 1922; J. Mercier, s. v. in DThC, XV. col. 3127 ; F. Graf, L. V. als Apologet, Friburgo in Br. 1032, trad. spagnola di J. Milles Vallicross, Madrid 1943.

Antonio Piolanti
VIVES Y TUTO, Giuseppe Calasanzio. - Teologo cappuccino, cardinale, n. a S. Andrés de Llevaneras (Barcellona) il 5 febbr. 1854; m. a Monteporaio Catone il 7 sett. 1913.

Sacerdote nel 1877, fu eletto visitatore e generale nel 1894, definitivoe generale nel 1896 e, nel 1899, cardinale. Giunto a Roma fin dal 1884, fu chiamato a far parte di varie Congregazioni, delle commissioni per gli studi biblici e per la codificazione del diritto canonico. Nel 1896 esaminò con gli altri consultori la validità delle Ordinazioni anglicane. Nel 1898 fu nominato teologo consultore della commissione preparatoria del Concilio plenario dell'America latina, del quale fu poi dinamico animatore e presidente onorario dal giorno della sua elevazione alla porpora.

Caldeggiò il progresso ed il riordinamento degli studi ecclesiastici. Tempra eccezionale di lavoratore, sintetizzo i più importanti rami delle scienze ecclesiastiche in mirabili compendi più volte ristampati e tradotti: Compendium theologiae moralis (Barcellona 1881); Compendium theologiae dogmaticae (ivi 1882); Compendium iuris canonici (ivi 1882); Compendium hermenenticae sacrae (ivi 1883); Compendium theologiae ascetico-mysticae (ivi 1886). I suoi scritti spirituali, ricchi di dottrina teologica, coi quali propagò le devozioni all'Eucaristia, S. Cuore, Madonna, s. Giuseppe, ebbero meritata diffusione. Il suo nome e la sua attività rimangono connessi alle direttive del pontificato del b. Pio X, che lo ebbe valido e fedele collaboratore.

Bibl.: il vol. di Estudios francisc.: Núm. único: Homenaje al Enono card. V. y T., Barcellona 1913; Anal. Ord. Min. Capucc., 29 (1913), pp. 341-48, 373-74; 30 (1914), pp. 26-31, 48-59;

Antonio de Barcelona, El card. V. y el Conc. picn. lat.-amer., in Estud. francisc., 12 (1914), pp. 39-44; id., El card. V. y T., su vida y su influencia, Barcellona 1916; J. B. de Ardales, La Divina Pastora y el b. Diego José de Cádiz, I, Siviglia 1949, pp. 414 448; Melchior a Pobladura, Hist. gener. Ord. Min. Capucc., III, Roma 1951, pp. 228-30, 670-71; Lex Capucc., Roma 1951, col. 1829 sq.

Melchiorre da Pobladura
VIVIANI, Quirico. - Sacerdote e letterato, n. a Soligo (Treviso) nel 1784, m. a Padova il 9 nov. 1835 .

Compi gli studi a Padova alla scuola del Cesarotti, che sempre lo aiutò e protesse. Ordinato sacerdote, si stabill a Udine, dove insegnò italiano e storia in quel Liceo, nel tempo stesso in cui dava alle stampe raccolte di versi (Canzoni militari, Brescia 1807) ed opere di profonda cultura, quali l'edizione critica della Divina Commedia secondo il codice Bartoliniano, le versioni dell'Architettura di Vitruvio, delle Bucoliche di Virgilio, della Historia Longobardorum di Paolo Duscono, un Discorso sull'indole delle istituzioni scientifiche del sec. XIX. Nella vasta produzione sua vanno ricordate altresi numerose traduzioni di opere francesi contemporanee, raccolte di Massime che ebbero largo successo e furono vòtte in più lingue, nonché un Manuale filosofico della lingua italiana, che la morte gli impedì di condurre a termine. Del tutto alieno dalla politica, fu peraltro costretto a lasciare la sua cattedra udinese alla caduta del Regno italico; si ritirò allora a Padova, dedicandosi esclusivamente agli studi e alla beneficenza. A questo lato, veramente apostolico, della sua attività appartiene un'eloquente Orazione di carattere sociale, nella quale egli esaminò il fenomeno del pauperismo ed additò i mezzi più opportuni per risolverlo nel quadro della carità cristiana.

Bibl.: L. Carrer, s. v. in Biogr. degli Italiani illustri del Tipaldo, II, Venezia 1833, pp. 189-92. Renzo U. Montini
VIVIERS, diocesi di. - Città e diocesi nel dipartimento dell'Ardèche (Francia).

Ha una superficie di 5527 kmq , con una popolazione di 232.000 ab. dei quali 202.826 cattolici distribuiti in 372 parrocchie, servite da 450 sacerdoti diocesani e 30 regolari; ha grande e piccolo seminario, 7 comunità religiose maschili e 35 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 450). La diocesi è suffraganea di Avignone, patrono della diocesi s. Vincenzo. In seguito alla distruzione di Alba Augusta o Alba Helviorum (su cui sorse Aps) capitale degli Elvi, per opera di Croco re dei Vandali, nel 411, il vescovo di Alba, Auserio, si rifugiò con la popolazione a Virovium (Viviers) in un castello dominante il Rodano. Ivi il primo vescovo fu Promoto; poi si ricordano Venanzio (ca. 517-35), discepolo di s. Avito di Vienne; Melanio II, Longino, Arconzio; il card. Giovanni II (10731095) che accompagnò Urbano II al Concilio di Clermont; Guglielmo (1147), il card. Pietro di Mortemart (1322-25), il card. P. De Sarcénas (1373-75), il card. J. Fraczon De Broguy (1383-98), il card. A. Farnese (1360-63); più tardi Bonnel (1836-41) a cui successe J. H. Guibert poi arcivescovo di Parigi. V. fu spesso funestata dalle lotte religiose, nel sec. xiri dagli albigesi, nel 1627-29 dai calvinisti. La diocesi fu soppressa col Concordato del 1801 e ristabilita nel 1823.

Viene attribuita a s. Venanzio, ca. la prima metà del sec. vi, la costruzione a V. d'una chiesa che sarebbe stata distrutta dai Saraceni. Solo Leodegario o Ligerio vescovo di V. tra il 1096 e il 1119 fece costruire la Cattedrale attuale, S. Vincenzo, che fu consacrata il 27 febbr. 1119 da Callisto II. In seguito vi si aggiunsero il portico e le cappelle nel deambulatorio. Il vescovo Claudio de Tournon (1498-1542) costruì un coro più ampio, offrendo arazzi per decorarlo; altri lavori furono compiuti da Carlo De Tournon succeduto allo zio (m. nel 1550); nel 1562 la Cattedrale fu saccheggiata dagli Ugonotti, i cattolici rientrarono nella Cattedrale nel 1577, ma il vescovo andò a risiedere a Bourg-Saint-Andéol. I restauri iniziati nel 1598 furono compiuti nel 1604. Mons. De La Baume de Suze (1621-90) fece riparare le cappelle e scolgere gli stalli del coro; mons. De Villeneuve fece l'altare maggiore e l'episcopio ca. il 1728. Il Concordato

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(let. Combier)
Viviers, diocesi di - Portico della Cattedrale (sec. xit).
soppresse la diocesi di V., unendola a quella di Mende; nel 1822 la sede venne ristabilita e mons. Guibert offrì per il coro nel 1858 arazzi del sec. xviII. L'edificio attuale si presenta ora con una sola navata e coro poligonale più elevato. Davanti alla facciata nel sec. xili fu costruito un portico, in parte distrutto nel xvi, poi ristabilito e restaurato nel sec. xix. E fiancheggiato da una torre isolata dei secc. xi-xir.

I principali santuari di pellegrinaggio nella diocesi sono Notre-Dame de Châlons e Notre-Dame d'Ay presso Satillieu; Notre-Dame de Montaigu a Tournon; NotreDame de Bon Secours a La Blachère; e in modo speciale il pellegrinaggio alla tomba di s. Giovanni Francesco Regis a La Louvesc.

Bibl.: Eubel, I, p. 533; II, p. 296; III, p. 357; IV, p. 371; V. p. 417; J. Rouchier-J. Règné, Histoire du Vivarais, I-II, Largentière 1914-21; J. Banchereau, V. (Ardèche), in Congrès archéol. de France, Valence et Montélimar, Parigi 1925, pp. 194214; Guide de la France chrét. et missionn., 1948-49, Parigi 1948, pp. 416-17, 806-808, 1123-25.

Enrico Josi
VIVINA, santa. - Mistica fiamminga, fondatrice (ca. 1120), mediante la donazione del duca Goffredo di Lorena, e priora del Monastero benedettino di S. Maria a Bigarden presso Bruxelles, m., pare, il 17 dic. 1170.

Devastato alla fine del sec. xvili questo monastero, le reliquie di V. furono traslate alla chiesa di S. Maria in Sabala a Bruxelles. La sua vita fu scritta da un monaco benedettino di Afflighem, prima del 1843. Nell'arte è rappresentata con una candela accesa. L'ufficio e la mossa di s. V. furono approvati nel 1903. Festa il 17 dic.

Bibl.: BHL, n. 8902. La Vita (legcendaria) è edita in Ancedota ex codivibus hagiograph. Iunonis Gietemani, Bruxelles 1895, pp. 54-79; G. Colyna, Ste Wivine, Bruxelles 1907. Sul salterio di V., G. Morin, in Mélanges G. Kurth, II, Parigi 1908, pp. 139-44.

Alberto Ampe

## VIZI : v. IRREGOLARITÀ.

VIZI CAPITALI. - La superbia, l'avarizia, la lussuria, l'invidia, la gola, l'ira e l'accidia sono denominati v. c. o peccati capitali, secondo che si considerano come abitudine o propensione (vizio) oppure come atto singolo (peccato attuale). Prima di essere vizio sono atti peccaminosi : la ripetizione crea l'abitudine ossia il vizio.

Questi v. sono detti capitali non già perché come peccati siano i più gravi, ché anzi, spesso, non superano la colpa veniale; ma perché sono origine e guida ad altri numerosi peccati. Come metaforicamente la parola capo si usa ad indicare chi presiede e guida, cosi pure metaforicamente questi peccati sono causa e guida di altri peccati (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 84). Tale causalità non è però né fisica né morale, ma solo impulsiva ed occasionale, a motivo particolarmente, secondo l'Angelico, del fine, in quanto cioè colui il quale è dominato da qualche v. c. è capace di commettere qualsiasi peccato o delitto, pur di soddisfare la sua viziosa passione.
II. NumeRo SETERAINO. - Già nella S. Scrittura si trovano numerose volte nominati i vari vizi, singolarmente o in gruppo; ma sono enunciazioni non sistematiche. Un qualche fondamento per una classificazione logica possono aver fornito i seguenti testi : Eccli. 10, 15; 1 Tim. 6, 9-10; 1 Io. 2, 16. Difatti i primi scrittori, che tentano una classificazione, pongono la superbia come prima fonte universale, sulla base dell'Ecclesiastico (10, 15). Dietro la superbia enumerano gli altri sette vizi : la vana gloria, l'avarizia, la lussuria, l'invidia, la gola, l'ira e l'accidia, dando il numero di otto, che prevale in Oriente (v.appresso). In Occidente invece, dopo s. Gregorio Magno (Moralia, XXXI, 45 : PL 76, 620), comunemente è accertato il numero settenario, sia pure con qualche dissenso (cf. ad es., in contrario : s. Isidoro di Riviglia, Differentiarum, II, n. 16I sgg.: PL 83, 96 sgg.; Alcuino, Liber de virtutibus et vitiis, 27-34: PL 101, 653-736). Del resto anche in Oriente non erano mancati autori che si attenevano per una ragione o l'altra al numero di sette (Giovanni Climaco, Scala paradisi, 30 : PG 88, 948-1164; s. Massimo, Questiones ad Thalassium, prol. : PG 90, 255). S. Tommaso osserva (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 84, n. 4) che il numero sette risponde alle sette fondamentali tendenze viziose dell'uomo. Il quale disordinatamente desidera quattro specie di beni, e rifugge da tre altri beni, perché a questi è congiunto il male. Il primo bene desiderato è di ordine spirituale : la propria eccellenza, l'onore e la gloria, che desiderati disordinatamente causano la superbia e la vana gloria. Il secondo bene è quello del corpo, che è duplice : a) la conservazione dell'individuo: ed il disordinato uso dei cibi e delle bevande è causa del vizio della gola; b) la conservazione della specie: ed il disordinato uso dei sensi è causa di lussuria. Il quarto bene sono le ricchezze, l'attaccamento alle quali, non guidato dalla retta ragione, è causa dell'avarizia. Vi sono poi i tre beni da cui l'uomo rifugge disordinatamente : a) il proprio bene spirituale, che si trascura a causa della fatica; in ciò sta l'accidia; b) il bene altrui, che si fugge o ci rattrista in quanto menoma la nostra eccellenza: è l'invidia; c) ancora il bene altrui, che si fugge e spinge alla vendetta; ciò causa l'ira (Sum. Theol., loc. cit.).
II. Malizia dei v. c. - Consiste sempre in un disordine, con cui si desidera o si sfugge da qualche bene. Essa non supera la malizia degli altri peccati, ché al contrario ve ne sono di assai più gravi : l'odio di Dio, la bestemmia, ad es. Spesso il peccato capitale non raggiunge la colpa grave o mortale: ordinariamente anzi i peccati di gola e d'ira sono veniali. Non è neppur peccato veniale procurare un moderato piacere nell'uso degli alimenti e delle bevande, perché voluto dall'autore della natura per

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incitare a farne uso, allo scopo di conservare l'individuo; il disordine, e quindi il peccato, è nell'abuso per eccesso.
III. Rimeld contro i v. c. - L'uomo è tenuto a combattere i vizi e ad evitarne i peccati. Chi scientemente e volentieri favorisce le propensioni ed abitudini cattive versa in pericolo prossimo di peccare gravemente, e il voler restare in tale pericolo prossimo è per se stesso un peccato grave. Sono mezzi generali contro tutti i v. c. la preghiera, l'uso frequente della Penitenza e dell'Eucaristia ed una moderata pratica della mortificazione cristiana. Rimedi speciali propri contro i singoli v. sono: considerare al lume della fede la deformità di quel determinato v., la turpitudine, ad es., dell'avarizia, che rende l'uomo schiavo delle ricchezze cosil irragionevolmente, da giungere perfino a privare se stesso del necessario alla vita, e il prossimo dell'aiuto dovutogli in determinate circostanze. Efficacissimo rimedio è l'imitazione di Nostro Signore, sforzandosi di praticare a suo esempio atti delle virtù contrarie ai singoli v. : l'umiltà, contro la superbia; la generosità, l'elemosina contro l'avarizia; l'esercizio della temperatura contro la gola, ecc. Per la trattazione dei singoli peccati e v. c., v. le voci relative.

Bibl.: Sum. Theol., 17-200, qq. 71-79: Quaestiones disp., de malo, qq. 4-15; H. Lesêtre, Vice, in DB. V, coll. 2413-15; I. Lagrange, Le catalogue des vices dans l'Eplice aux Romains, 1, 26-31, in Ilesme biblique, 20 (1911), pp. 534-49; E. Dublanche, Capital (Pechd), in DThC. II, coll. 1688-92; A. Michel, Vice, ibid., XV, coll. 2861-62. Gennaro Moretti
IV. V. C. fra gli orientali. - E caratteristico dell'Oriente trattare non di sette, secondo l'uso prevalso in Occidente dal tempo di s. Gregorio Magno, bensì di otto v. c., seguendo Evagrio e s. Massimo Confessore, i quali d'altronde sostennero non darsi che un vizio comune, radice degli altri: la q̧u̇avtía (l'amor proprio). Comparando l'elenco dei v.

| in Oriente | in Occidente |
| :--: | :--: |
| 1. $\gamma \alpha \sigma \tau \rho \mu \alpha \rho \gamma i \alpha$ (gola) | 1. superbia |
| 2. $\pi \circ \rho v \varepsilon i \alpha$ (lussuria) | 2. avarizia |
| 3. quiaqpypiá (avarizia) | 3. lussuria |
| 4. $\lambda \omega \sigma \eta$ (tristezza) | 4. ira |
| 5. $\dot{\alpha} \rho \gamma \dot{\eta}$ (ira) | 5. gola |
| 6. $\dot{\alpha} \pi \eta \delta i \alpha$ (pigrizia) | 6. invidia |
| 7. $\varkappa \varepsilon v \alpha \delta \circ \xi i \alpha$ (vanagloria) | 7. pigrizia |
| 8. $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \rho \eta \varphi \alpha v i \alpha$ (superbia) |  |

si nota subito: a) l'ordine diverso dei peccati; b) l'assenza nel catalogo occidentale della vanagloria e della tristezza; c) lo sdoppiamento caratteristico in quello orientale della superbia e vanagloria; d) l'invidia non vien nominata nell'Oriente ma certo inclusa, secondo i diversi autori, alle volte nell' $\dot{\alpha} \rho \gamma \dot{\eta}$ e alle volte nell' $\dot{\alpha} \pi \eta \delta i \alpha$.

L'origine plausibile di tale teoria, rigettando parecchie ipotesi meno o punto fondate (Zöckler, Schiwietz), pare doversi riallacciare alla spiegazione allegorica del monaco Serapione (Tmuitano?), secondo la quale l'asceta deve intraprendere la lotta contro i sette v. dell'elenco, cominciando dal $2^{\circ}$, dopo aver vinto il $1^{\circ}$ di tutti, la $\gamma \alpha \sigma \tau \rho \mu \alpha \rho \gamma i \alpha$, al modo che Israele doveva superare ancora sette altre nazioni dopo la vittoria sull'Egitto (Deut. 7, 1; Cassiano, Collatio, V, 17-18; PL 49, 635-36). Otto v. da superare, rappresentati nell'allegoria delle otto nazioni. Con tutto ciò Serapione, e quindi Evagrio che formò il sistema, avrebbero attinto alla forma primordiale dell'interprete allegorico della Scrittura, Origene, nel quale si trova già pure il nome di $\lambda \alpha \gamma \iota \sigma \mu o l$ (cf. Mt. 15, 19) comune agli Orientali per designare gli otto v. c. (sul numero di otto per i v. c., cf. anche s. Nilo, Tractatus de octo spirilibus, 1: PG 79, 1145-64).

L'ordine poi di questi, stabilito da Evagrio, sembra doversi ricavare dalla divisione tripartita della vita spirituale da lui proposta: 1) la $\pi \rho \dot{\alpha} \xi \iota \varsigma$, cui corrisponderebbe la vittoria sui tre primi v. più grossolani; 2) la $\vartheta \varepsilon \omega \rho i \alpha \delta \varepsilon \iota \tau \varepsilon \rho \alpha$, cui piuttosto si addice la lotta contro i v. che impediscono il primo grado della contemplazione, vale a dire, i 3 seguenti del catalogo; 3) la $\vartheta \varepsilon \omega \rho i \alpha$ $\pi \rho \alpha \tau \varepsilon \rho \alpha$, cui si oppongono i v. più sottili (i due ultimi), propri degli gnostici secondo gli autori della spiritualità
orientale. Cassiano ancora discusse la causalità tra i primi sei v., diversa dai due ultimi, mentre accennò alla teoria della lotta contro la passione dominante, giacché la lotta di ciascuno potrebbe cominciare da v. diversi, come è ovvio.

Bibl.: fonti : Evagrio Pontico, Antirrheticos maior, ed. W. Frankenberg, Berlino 1912, pp. 472 345; Cassiano, Collations, V: PL 49, 609642. Studi: I. Hausherr, L'oricine de la théorie orient. des huit péchés capitaux, in Orient. Christ., 30 (1933), pp. 164-75. Emanuele Candal
V. Iconografia: v. virtù, Iconografia.

VIZZARDELLI, Carlo. - Cardinale, n. a Monte S. Giovanni Campano (Frosinone) il 2 luglio 1791, m. a Roma il 24 maggio 1851.

Ordinato sacerdote in Veroli e compiuti gli studi superiori a Roma, consegui ben presto la cattedra di diritto ecclesiastico nell'Università di Bologna, donde passò ad insegnare la stessa disciplina nell'Ateneo romano. Entrato in prelatura, nel 1832 venne nominato segretario dei Brevi ai Principi, per assumere nel 1843 la segreteria della S. Congregazione degli Affari ecclesiastici. Il 17 genn. 1848 Pio IX lo creò cardinale prete del titolo di S. Pancrazio e gli affidò la prefettura della S. Congregazione degli Studi. Egli fece altresì parte della commissione cardinalizia incaricata di redigere la Costituzione alargita dal Pontefice il 14 marzo di quell'anno. Poche settimane più tardi il Papa gli affidava la direzione delle trattative con il governo toscano per la stipulazione del Concordato, che fu sottoscritto il 30 maggio dal V. e dal plenipotenziario granducale, mons. Giulio Boninsegni, provveditore dell'Università di Pisa. Il documento, riguardato come eccessivamente favorevole alla S. Sede, non venne sottoposto alla ratifica del Parlamento di Firenze, onde il V. ed il Boninsegni redassero un secondo testo, di poco diverso dal precedente, che fu parimenti dichiarato inaccettabile dal ministero toscano. Seguirono nel frattempo le rivoluzioni di Firenze e di Roma. Il V. segui il Pontefice a Gaeta ed a Portici, dove - restaurato Leopoldo II riprese i negoziati concordatari, che giunsero finalmente a termine il 28 apr. 1851, con la firma apposta dal V. e dal ministro Baldassaroni ad uno strumento che entrò in vigore, con le sanzioni del Pontefice e del Granduca, nel giugno successivo. Il V. non poté vedere le due ratifiche sovrane, perché - consunto di etisia - era piamente spirato il 24 maggio, in età di appena sessant'anni.

Bibl.: Moroni, CIII, pp. 10-14; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1952, pp. 60 e 178-82.

Benze U. Montini
VIZZINI, Giuseppe. - Teologo e vescovo, n. a Villalba (Caltanisetta) il 10 nov. 1874, m. a Ferla (Noto) l'8 dic. 1935.

Alunno del Collegio Leoniano di Roma, si laureò brillantemente in filosofia, teologia e diritto canonico a S. Apollinare, ove successivamente tenne le cattedre di filosofia, storia ecclesiastica e teologia sacramentaria. Ingegno acuto e versatile, ancorò la speculazione teologica ai testi della Scrittura e della Tradizione, e allo scopo iniziò la Bibliotheca Sanctorum Patrum (series graeca et latina, 22 voll., Roma 1901 segg.), in cui manifesta fine sensibilità teologica nei commenti si passò più oscuri o più controversi degli autori editi. Il De S.mo Eucharistia (litografato, Roma 1912) riflette le migliori qualità didattiche del V. Eletto vescovo di Noto dal b. Pio X (19 ag.

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1913), rinnovò la diocesi con insigni opere (riordinamento del Seminario e della Curia, sinodo diocesano, riforma del culto, incremento dell'Azione Cattolica, fondazione dell'Opera delle vocazioni sacerdotali, costituzione di ca. 40 nuove parrocchie). Le Religioes Domenicane del S. Cuore di Gesù trovarono nel V. un saggio riorganizzatore, che con opportune costituzioni ne orientò l'apostolato secondo le esigenze dei tempi.

BibL.: Necrologia, nel Popolo di Sicilia, 9 dic. 1935; anon., Cenni biogr. di manz. G. V., Noto 1935. Antonio Piolanti

VLACICH, MATTIA; v. Flacio (VLACICH), MATTIA.
VLADIMIRO il Grande, santo. - Figlio del principe normanno-russo Snjatoslaw e di Malfreda, una donna al seguito della moglie, in opposizione al fratello Jaropolk fu educato da pagano, come era anche suo padre; m. nel 1015 .

Dopo la morte di questi (1772), avvenuta in Bulgaria durante una guerra, V. fu costretto a fuggire da Nowgorod, dove si trovava presso lo zio Dobrynia, in Scandinavia. Ritornato nel suo paese natio, vinse suo fratello Jaropolk e si istallè a Kiev. Per molto tempo visse da pagano: aveva diverse mogli, tra le quali qualcuna cristiana e venerava i suoi dèi anche con sacrifici umani. Guerreggiando contro i Boemi ed i Bizantini divenne molto famoso. Perciò gli imperatori bizantini Basilio II e Costantino VIII domandarono il suo aiuto quando si trovarono a fronteggiare un'insurrezione che alcuni generali avevano sollevato contro di loro. V. domandò come ricompensa la mano della loro sorella Anna. Non vedendo nessuna via di scampo i due imperatori acconsentirono a condizione che si facesse cristiano. Dopo alcune titubanze da parte degli Imperatori e dopo un gesto energico di V. contro la città di Cherson il matrimonio fu celebrato, e V. si fece cristiano prendendo il nome di Basilio. Ritornato a Kiev, il novello cristiano fece battezzare tutta la popolazione del suo Regno e per la liturgia fu adottato il rito bizantino in lingua slava. Della nuova Chiesa si conosce appena il nome di uno o due vescovi. Probabilmente V. volle tenersi libero da un soggiogamento, anche soltanto ecclesiatico, dalle autorità bizantine. Si tenne anche libero dall'influsso poli-tico-religioso dell'Impero germanico di Ottone. Con i papi ebbe le normali relazioni che in quel tempo erano usuali per un principe della sua condizione; scambiava legazioni con loro e riconosceva quelli che i suoi cognati bizantini riconoscevano. Costruì a Kiev una chiesa in onore della Madonna della quale lasciò il culto in eredità al suo popolo.
V. fu certo una delle più importanti figure nella storia delle terre che oggi formano la Repubblica Ucraina. Appartiene ad essa per ragioni geografiche, e per ragioni dinastiche come capostipite della famiglia che per secoli regnò colà. Ma soprattutto appartiene a tutte le terre dove abitano slavi orientali come il principe che vi portò il cristianesimo in unione con la sede romana.

BibL.: A. M. Ammann, Wladimir dem * Apostelgleichen * zum Gadächtnis, in Orient. christ. per., 5 (1939), pp. 184-206; id., Ster. della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 1-23. Alberto M. Ammann

VLADIVOSTOK, diocesi di. - Dipendente dalla Pont. commissione pro Russia.

Insieme alla Siberia fu staccata dalla diocesi di Mohilev il $1^{\circ}$ dic. 1921 e comprende il territorio Primorskaja e Amurskaja Oblast e l'Isola Sachalin. Fu eretta in diocesi il 2 febbr. 1923 e nel 1925 contava 6 sacerdoti, 6 chiese e 200.000 fedeli. Dopo la morte del vescovo Sliwowski (1933), confessore della fede, la diocesi è rimasta orfana e devastata.

BibL.: AAS, 17 (1925), pp. 443-44; Annuario Pont. 1953, p. 450 . Giuseppe M. Schweigl

VOCAZIONE. - Dal latino vocatio $=$ chiamata. La v. divina implica, in linea efficiente, la divina volontà o elezione d'una creatura umana per un certo compito e, in linea formale - secondo il concetto del chiamare - la sua manifestazione : quest'ultima sol-
tanto crea nel chiamato la responsabilità della risposta.
I. V. sacra. - Ogni momento della vita umana, nella sua obbiettiva concretezza, trovasi di fronte allo sguardo e al volere di Dio, cui tutto è soggetto e alle proporzionate grazie per adempierlo. Sicché si può parlare per l'uomo della v. di ogni istante. Però parlando di v. divina, o anche soltanto di v., vi suole generalmente intendere quella sacerdotale o religiosa. E a queste sole si riferiscono i celebri passi della S. Scrittura: "Né alcuno si appropria da sé tale onore, ma chi è chiamato da Dio, come Arome" (Hebr. 5, 4); "non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti affinché andiate e portiate frutto" (Io. 15, 16); "non tutti capiscono questa parola, ma solo quelli ai quali è concesso" (Mt. 19, 11). La ragione di tale privilegiata denominazione di * v . divina " consiste nello speciale contenuto divino dello stato sacerdotale e religioso, detto, appunto perciò, sacro; che pone cotesto stato a un livello superiore a tutto il comune piano soprannaturale umano. Per la vita religiosa tale superiore livello consiste nell'attuazione dei consigli evangelici status perfectionis crocidiggenti le più intime e, per sé, legittime tendenze umane, allo scopo di facilitare la perfetta unione con Dio (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 108, a. 4; Bid., $2^{2}-3^{20}$, q. 184). Per il sacerdosio consiste nella sublime e operante deiformità del carattere, dei poteri e della missione - ufficiale e gerarchica - sacerdotale, postulanti l'interiore proporzionato superamento del comune piano umano.

La manifestazione della divina volontà potrà essere o miracolosa o ordinaria, secondo che avvenga per un immediato e infallibile intervento di Dio, come per s. Paolo, o mediante le provvidenziali, ma fallibili, cause seconde. Il primo caso è rarissimo; qui ci si riferirà sempre al secondo.
II. Segni della vocazione sacra. - 1. Indicazioni manifestative della divina scelta. - Davanti alla divina Provvidenza, regolatrice delle cause seconde per la manifestazione della sacra elezione, sta il prescelto, preso non isolatamente e astrattamente, ma nel quadro completo e concreto della realtà, considerato cioè non solo nei suoi elementi personali, ma anche nell'ambiente di origine e di destinazione sacra. Soltanto dalla maturazione favorevole di tutti gli elementi sporgherà l'indicazione sicura della chiamata. La Provvidenza cioè: a) renderà favorevole (a farà superare e compensare) l'ambiente originario, familiare, ecc. e poi formativo, non esclusi gli aspetti materiali, economici, ecc.; b) infonderà e alimenterà nel giovane le