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 e in qualche caso anche a sesto acuto. Queste disposizioni che appaiono sporadicamente in Italia già nel corso del sec. xir (cattedrali di Modena e di Parma) ebbero poi piena diffusione nel sec. seguente soprattutto con l'architettura cistercense (v.). Nel Rinascimento la v. a crociera trova ancora qualche limitata applicazione (S. Maria del Popolo a Roma), però con la soppressione dei costoloni, semplificando così anche la conformazione dei piedritti; ma la forma prevalente - quando non venga adottato il soffitto piano - è la v. a botte, più rispondente al nuovo sentimento classico (badia di Fiesole, S. Andrea di Mantova, S. Sisto di Piacenza). Nel Cinquecento essa diverrà la forma usuale di copertura, trasformata in v. a botte lunettata (mediante intersezione di v. cilindriche di minore freccia), la quale consente di aprire finestre al disopra delle cappelle laterali per illuminare la navata, e nello stesso tempo di accentuare il ritmo della campate (S. Maria dei Monti e Gesù a Roma, Redentore a Venezia, ecc.).

Nel Seicento però, e più ancora nel Settecento, le concezioni barocche, specialmente borrominiane, intese a sostituire ícongrafie più complesse alla semplice croce latina, si riflettono anche nella conformazione del tipo di copertura che non sorge più dall'intersezione di forme
geometriche elementari, ma dalla compenetrazione di solidi sferoidi ed elissoidi, che trova espressione nel complicato intrecciarsi di costoloni nei diversi sensi. Tali disposizioni verranno adottate soprattutto in chiese del Piemonte da parte dello Juvara, del Guarini e del Vittone, diffondendosi poi all'estero e particolarmente in Germania ed in Austria, dove in certo senso si ricollegheranno alla tradizione delle v. stellari dell'ultimo periodo gotico, le quali però non trovarono allora applicazioni in Italia.

Durante il periodo neoclassico, accanto all'uso frequente del soffitto piano, si riprenderà la semplice v. a botte poi continuata per tutto l'Ottocento.

L'architettura contemporanea, avvalendosi delle vaste possibilità offerte dal cemento armato, ha determinato nuove forme basate su concetti diversi da quelli tradizionali, cioè le cosiddette v. sottili di vario tipo, di cui si hanno esempi nelle nuove chiese di Pisa, di Recosco, di Francavilla al Mare, di Milano, sorte a seguito dei concorsi banditi dalla Pontificia Commissione di arte sacra, che hanno promosso lo studio di nuove soluzioni interessanti dal lato costruttivo e da quello estetico.

La decorazione delle v. segue le vicende del gusto e delle condizioni artistiche nelle varie epoche. Durante il periodo paleocristiano è affidata prevalentemente al musaico, in quello romanico e soprattutto in quello gotico all'affresco, specialmente attraverso grandi cicli pittorici. Nel Rinascimento è generalmente decorata da lacunari di ispirazione classica (S. Andrea di Mantova) o da cassettonati che seguono gli stessi motivi del soffitto piano (sagrestia di S. Spirito a Firenze). Nella seconda metà del Cinquecento riprende invece l'uso dell'affresco, ma sotto forma di grandi composizioni pittoriche (per lo più glorie di santi) alle quali si presta bene la continuita di superficie della v. a botte; alla pittura si associano più tardi lo stucco e le dorature. Il Settecento invece preferisce una maggiore semplicità e riduce la ricchezza decorativa dando la prevalenza allo stucco bianco.

Brill.: G. Dybio-G. Bezold, Kirchl. Baukunst der Abendl., Stoccarda 1894; G. T. Rivoire, Le orig. dell'archit. londe., Milano 1901-1907; J. Durm, Baukunst der Renaissance in Ital., Berlino 1914; A. E. Brinkmann, Baukunst der XVII. und XVIII. Jahrh. in roman. Ländern, ivi 1919; A. Colasanti, V. e soffiti ital., Milano 1923; J. Baum, Baukunst und dekorative Plastik der Frühre. naise, in Italien, Stoccarda 1926; P. Toesco, Stor. dell'arte ital. Il Medioevo, Torino 1927; id., Il Trecento, ivi 1952.

Mario Zocca
VOLTA, ALESSANDRO. - Fisico illustre, di nobile famiglia di Como, n. ivi il 18 febbr. 1745 e ivi m. il 5 marzo 1827 .

A lui si deve la scoperta della corrente elettrica, dalla quale segul la maggior parte del moderno progresso della fisica che a sua volta trasformò, e sta ancora trasformando, il tenore di vita di gran parte dell'umanità. Perciò il V. è generalmente noto ovunque come il grande scopritore e il primo realizzatore delle correnti elettriche persistenti per mezzo della pila da lui inventata nel 1799.

Al tempo della giovinezza di V. l'elettricità, rudimentalmente nota da ben ventiquattro secoli, veniva finalmente considerata più ampiamente in seguito alla invenzione di Guerrike della prima macchina a strofinio e ai suoi ulteriori perfezionamenti, che ne permettevano, in atmosfera secca, una abbondante produzione e raccolta. Ma mentre quasi generalmente l'attenzione cra orientata verso la considerazione e la esaltazione dei fenomeni elettrici più appariscenti, quali le lunghe scintille e i loro vari effetti, la scossa a catene di persone tenentisi per mano e simili, il giovane V. appena diciottenne pensò che molti fenomeni elettrici dovevano potersi interpretare con leggi analoghe a quelle dell'attrazione newtoniana a piccolissime distanze e col contatto fra corpi differenti, e comunicò nel 1763 questo suo pensiero all'allora notissimo ab. Nollet che lo lodò e incoraggiò. E il pensiero che assai più tardi doveva condurlo alla pila.

Da allora il V. procedé con il criterio di osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare, ricordando la frase newtoniana che le scoperte si fanno pensandoci su; egli tranquillamente nella casa avita, sperimentò con mezzi modestissimi fino al 1755 , cioè fino

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al suo trentesimo anno di età, pubblicando privatamente dapprima due memorie rispettivamente dirette al p. Giov. Battista Beccaria dell'Università di Torino e all'abate Spallanzani dell'Università di Pavia, e infine costruendo l'elettroforo che subito (1775) annunciò e descrisse a C. Priestley della Società reale di Londra. La scoperta dell'elettroforo è di somma importanza perché, come disse Arago, sotto la massima semplicità ed il minimo volume, offre un'inesauribile vena di fluido elettrico in qualunque stato dell'atmosfera. Essa rappresenta la più elementare delle varie macchine a influenza, le sole attualmente ancora in uso, e tutte da esso derivate. Codesta scoperta valse a V. la nomina a professore di fisica sperimentale nelle scuole di Como, carica che mantenne fino alla sua chiamata all'Università di Pavia nel 1778. La sua attività scientifica in queste due sedi, benché sovente intramezzata con lunghi viaggi allo scopo di stabilire contatti istruttivi con le maggiori personalità e istituzioni scientifiche dell'Europa, fu notevolissima. Basta ricordare la scoperta del gas metano, la chiarificazione dei concetti di capacità e tensione elettriche, le invenzioni, oltre quella già ricordata dell'elettroforo, dell'elettroscopio, dell'elettrometro a condensazione, primo vero strumento di misura nel campo dell'elettrologia; la sua teoria sulle leggi della dilatazione dei fluidi, e in particolare dell'uniforme dilatazione dell'aria per ogni grado di temperatura, tutte largamente impiegate dovunque, e basi di ulteriori ricerche e progressi.

Finalmente nel 1791 la nota pubblicazione di L. Galvani, De viribus electricitatis in motu musculari commentarius richiamò l'attenzione di V. sull'interessante argomento. Applicando il criterio di pensarci su, dopo pochi mesi V. scopre l'errore della teoria di Galvani: non si tratta di elettricità animale, ma di elettricità metallica, non residente nei nervi degli animali, ma causata dalla diversa natura dei metalli che vengono posti fra loro in contatto.

Il già glorioso V. quarantaseienne utilizza finalmente le prime idee scientifiche del diciottenne, e inizia la nota lunga polemica col Galvani che, già virtualmente conclusasi a favore di V., lo condusse quasi fatalmente nel 1799 (l'anno seguente la morte di Galvani) alla invenzione della pila, che egli modestamente assicurava di aver trovato sulla propria strada. Infatti, certo che le tensioni (sve si direbbero le differenze di potenziale) risiedessero nei contatti dei metalli eterogenei, egli, negli anni 1797-99, cercò con ripetute esperienze la maniera di moltiplicare le coppie metalliche (argento e zinco) e di costruire un dispositivo che portasse ad alto grado la tensione elettrica. A tale scopo pensò di frammezzare alle coppie metalliche uno strato umido, o conduttore di seconda classe, e poté osservare che la tensione elettrica cresceva proporzionalmente al numero delle coppie. E a ciò V. allude dicendo: "Questo è il gran passo da me fatto sulla fine del 1799, passo che mi ha condotto bentsoto alla costruzione del nuovo apparato scotente", riferendosi alle scosse che egli sentì alle mani e alle braccia quando toccò con le due mani i due estremi del suo dispositivo.

Solo il 20 marzo 1800 V . descrive, nella celebre lettera a G. Banks presidente della Società reale di Londra, la sua macchinetta che somigliava negli effetti all'organo elettrico della Raja torpedine. La macchinetta è denominata da V. dapprima organo elettrico artificiale poi apparato elettromotore od anche apparato a colonna a cagione della forma di quel tempo. Prevalse poi la denominazione di pila, sovente con l'aggiunta di galvanica, usata dai Francesi.

La scoperta voltiana ebbe un'eco grandissima ovunque e fece sorgere subito il problema "se gli effetti della pila possano spiegarsi con le nuove leggi dell'elettricità o se occorra all'ugpo ammettere un altro fluido particolare". E fu ancora V. a dimostrare l'identità dei due fluidi galvanico ed elettrico. Il 7 sett. 1801 all'Istituto di Francia, presente il primo console Bonaparte, V. dimostrò e discusse la sua grande scoperta.

Indagini recentissime (Piontelli) hanno portato alla conclusione che la strada aperta e poi seguita da V .
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(da F. Manardi, L'opera di A. V., Milano 1917, too. i) Volta, Alessandro - Pagina autografa.
nelle sue esperienze e che l'ha condotto a decifrare l'intricatissimo campo del galvanismo ed a farne scaturire la mirabile invenzione, non solo era la sola via sperimentale dell'epoca, ma riacquista un singolare valore alla luce della metodologia moderna. Oggi, dopo più di un secolo e mezzo, si può asserire che le idee del V., inquadrate nel più vasto campo dell'energetica, costituiscono una solida base della moderna teoria della pila.

Pensionato alla fine del 1804 dopo trent'anni di insegnamento, V. fu successivamente nominato da Napoleone (re d'Italia) membro della Legion d'Unore, senatore del Regno e conte del Regno d'Italia. Alla caduta del Regno italico, dopo un breve periodo critico causato dai tumulti politici, benché nominato dal succeduto governo austriaco direttore degli studi filosofici all'Università di Pavia, V. si ritirò a vita privata fra Como e il suo soggiorno campestre di Camnago ove la sua salma riposa onorata in un apposito tempietto.

Fu un cattolico esemplare: ascoltava la Messa tutti i giorni, e nelle feste riceveva i Sacramenti; restò fedele tutta la vita alla recita quotidiana del Rosario. Nei pomeriggi festivi spesso spiegava il catechismo ai fanciulli nella sua chiesa parrocchiale di S. Donnino di Como. In una sua dichiarazione scritta, richiestagli per soddisfare il desiderio di un moribondo incredulo, si legge fra l'altro: «ho sempre tenuto e tengo per unica, vera e infallibile questa S. Religione Cattolica ringraziando senza fine il buon Dio d'avermi infusa una tale fede, in cui mi propongo fermamente di voler vivere e morire con viva speranza di conseguire la vita eterna. La riconosco si per un dono di Dio, per una fede soprannaturale : non ho però tralasciato i mezzi anche umani di virappiù confermarmi in essa, sgombrare qualunque dubbio potesse sorgere a tentarmi, studiandola attentamente nei suoi fondamenti, rintracciando con la lettura di libri si apologetici che contrari, le ragioni pro e contro, onde emergono gli argomenti più validi, che la rendano anche alla ragione naturale credibilissima, e tale che ogni animo

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(da Les écrivains célèbres, a cura di R. Qututav, II, Parigi 1921, tiv. contre p. 160
Voltaire, François-Marie Arouet - Ritrato, aciso da un disegno dal vero (1778) - Parigi, Gabinetto de I. Stampe.
non pervertito da vizi e da passioni, ogni animo ben fatto non può non abbracciarla ed amarla ".

BibL.: Opere di V., raccolte da V. Antinori, 3 voll., Firenze 1816; C. Grandi, A. V., Milano 1899; C. L. Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, trad. it., Brescia 1906, pp. 130-36; Opere di V., edizione nazionale, 6 voll., Milano (1918); F. Scolari, A. V. (guida bibliografica), Roma 1927; A. Erymieu, La part des croyants dans les progrès de la science au XIXe siècle, parte I*, Parigi 1928, pp. 130-34; R. Piontelli, Teoria della pila, in La chimica e l'industria, 33 (1933), pp. 421-29.
Paolo Straneo
VOLTA INFERIORE, vicariato apostolico di. - Il 18 apr. 1950 fu elevato a diocesi con il nome di Keta (v.).

Voltaire, François-Marie Arouet. - Letterato, n. a Parigi il 21 nov. 1694 e ivi m. il 30 maggio 1778. Assunse, all'età di 24 anni, il nome di Monsieur de V.

A dieci anni entrò nel Collegio Louis-le-Grand, retto dai Gesuiti, dove ricevette un'eccellente educazione classica e strinse relazioni importanti per il suo avvenire, distinguendosi per ingegno precoce e impertinenza molto spinta. Il padre avrebbe desiderato farne un avvocato del re: ma egli preferiva le lettere e un'esistenza brillante e leggera. Il suo spirito mordace e le sue doti poetiche o resero gradito al bel mondo, di cui l'abate di Châteauneuf gli aveva aperto le porte. A 23 anni entrò la prima volta nella Bastiglia, per un'ode contro il Reggente falsamente attribuitsgli; libero poco dopo, fu introdotto a Corte. Nel 1718 con l'Oedipe, iniziato tre anni prima, ebbe il primo successo drammatico. Frattanto maturava l'Henriade: ma il poema, oltre a Enrico IV, esaltava taluni personaggi ugonotti e recava una dedica a Luigi XV che parve irrispettosa; fu stampato alla macchia, nel 1723. L'anno prima un'epistola in versi, che alcuni identificarono con l'Epitre à Uranie (stampata e diffusa nel 1738), diede a V. la fama di negatore di ogni religione
rivelata. Nell'apr. del 1726 un anonimo lo denunziava alla polizia per avere "scopertamente predicato il deismo" e attaccato il cristianesimo. V. si trovava di nuovo, in quel momento, alla Bastiglia: bastonato dai servi del cavaliere di Rohan, col quale aveva avuto uno scambio d'ingiurie a teatro, aveva sfidato costui a duello: ma il nobile, sdegnando di battersi con un borghese, aveva provveduto a farlo rinchiudere. Usel dopo un mese, promettendo di recarsi per qualche tempo in Inghilterra. I tre anni passati colà furono decisivi per la sua formazione : egli ebbe modo di conoscere da vicino il paese di Locke, di Newton, del deismo e del libero pensiero. Imparata rapidamente la lingua, seppe assimilarne la cultura, della cui conoscenza si farà mediatore nel resto d'Europa. Grazie a buone raccomandazioni fu ricevuto con favore sia dai tories che dai whigs, e protetto dalla Corte; fu ospite di Pope e di Swift, che influì fortemente sul suo stile satirico. La sua posizione finanziaria, nonostante difficoltà temporanee, gli dava già una completa indipendenza, avendo nel 1722 , alla morte del padre, ereditato un patrimonio non disprezzabile che in seguito accrebbe, si da poter condurre una vita adeguata agli ambienti che frequentava.

Tornato in Francia nel 1729 V. raccolse le sue esperienze inglesi nelle Lettres sur les anglais (o Lettres philosophiques), pubblicate nel 1733 in inglese e l'anno seguente in francese. Un decreto del Parlamento di Parigi ordinò di bruciare il libro e ricercarne l'autore; ciò contribuì ad accrescere la fama e la diffusione dell'opera, che giunse in un anno alla $5^{2}$ ed. In seguito l'aggiunta di una XXV lettera, contenente 57 poco bonevole osservazioni sui Pensieri di Pascal (completate nel 1742) fu un ulteriore motivo di scandalo. Allontanatosi prudentemente da Parigi, V. si stabilì a Cirey-sur-Blaise, nel castello della colta e vivace marchesa du Châtelet, con cui compì esperimenti di fisica, non troppo fortunati, e studi di metafisica. La fama di V., in questo periodo, è soprattutto quella di poeta drammatico: Artémire e Marianne erano cadute, ma Brutus (1731), La mort de César (1735) e soprattutto Zaïre (1732) e Alzire (1736) ebbero fortuna. Del 1742 è lo scandalo parigino di Mahomet ou le Panatisme; seguirono Mérope (1743), Sémiramis (1748), L'orphelin de la Chine (1755), Tancrède (1760), Olympie (1763).
V., frattanto, aveva viaggiato. Nel 1740 era a Clèves, presso Federico II, e nel 1743 a Berlino, per convincere il Re di Prussia a riprendere l'alleanza con la Francia; dal 1744 al 1750 è a Versailles. Ma dopo il 1746 , anno in cui è ricevuto all'Accademia di Francia, il suo favore comincia a declinare: V., venduta per 60.000 lire la sua carica di corte, passa al servizio di Federico II. L'amicizia tra i due non resiste a lungo; dopo tre anni di soggiorno a Berlino, V. se ne parte furioso, non senza lanciare contro il Maupertuis, presidente dell'Accademia prussiana e suo nemico a corte, gli strali della Diatribe du docteur Akakia. Egli capisce che la cosa più vantaggiosa per lui è la posizione indipendente che fama e ricchezze gli assicurano: acquista dapprima una tenuta sul lago di Ginevra, che battezza "Les délices", poi si stabilisce nella terra di Fernes (V. scriverà Fernes), ai piedi del Giura, sul confine tra Francia e Svizzera. Qui V. amministra i suoi beni, riceve visite da tutta Europa, fa rappresentare i suoi drammi e prosegue instancabile nell'attività letteraria, protetta da un velo molto sottile di anonimo o di pseudonimi, che nasconde l'autore agli occhi della censura ma non a quelli dei lettori. Nel febbr. 1778, parte per Parigi, invitato alla rappresentazione di Irène, vi è accolto trionfalmente, ma muore dopo qualche mese di vita intensa e affaticante. La salma, sepolta dapprima di nascosto nell'abbazia di Scelière, in Champagne, nel luglio 1791 fu tumulata nel Panthéon a Parigi.
I. V. e la religione. - L'intera opera di V. ha la sua radice in un tratto fondamentale positivo e sincero della sua personalità: l'opposizione al fanatismo, che però si esplica negli errori più gravi. V. si adopera anche praticamente in favore di vittime o di presunte vittime del fanatismo, come nell'episodio di Jean Calas, mercante calvinista di Tolosa, accusato di avere ucciso il figlio per

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evitare che si convertisse al cattolicesimo, V. ne ottenne, a sentenza eseguita, la riabilitazione da parte della magistratura. Episodi di questo genere, frequenti negli ultimi anni di V., fecero passare in seconda linea lati meno belli della sua figura morale. Ma, soprattutto, V. volle lottare contro il fanatismo con la sua penna, che arguzia e perfezione stilistica rendevano un'arma formidabile. Errore fu aver troppo semplicisticamente identificato la fonte del fanatismo con la religione positiva; e la lotta che avrebbe dovuto svilupparsi contro quello si svolge contro questa, e soprattutto contro il cristianesimo. Non mancò a V. un certo nucleo di religiosità. C'è un Dio, e « noi siamo la sua opera» dice Le philosophe ignorant (cap. 19) che può considerarsi il testamento spirituale di V. I veri filosofi sono per lui «apostoli della divinità »: «Un catechista dice ai fanciulli che c'è un Dio, Newton lo dimostra ai saggi» (Dictionnaire, s. v. Athée). V. ammette altresi una Provvidenza e le cause finali, escludendo però la Grazia; parla di premi e di castighi secondo i meriti (ibid., s. v. Théisme), senza che si veda bene su quale fondamento, dati i suoi dubbi sull'immortalità dell'anima. Ma non va più in là : i dogmi gli appaiono un tessuto di assurdità. Respingendo il concetto di Rivelazione e, d'altra parte, non avendo la capacità filosofica di cogliere nel dogma un significato profondo, V. considera qualsiasi enunciazione intorno alla Trinità, alla doppia natura del Cristo, alla transustanziazione, ecc. come assolutamente priva di senso; ma la storia mostra che, in nome di questi dogmi, si sono combattute guerre, si è sparso sangue umano; perciò V. considera dovere il combatterli. Incapace di distinguere la religione dal fanatismo, non pubrendersi conto che ciò che spinge alla violenza è qualcosa di diverso dalla religione, anche se umanamente (in buona o in mala fede) può accadere che si mescoli con essa. Inoltre è tipico in lui il pregiudizio che sia la religione a rendere intollerante il potere politico anche quando è chiaro che il potere politico si ammanta semplicemente, per i suoi fini, di veste religiosa.

Cib spiega perché, mentre ritiene la religione positiva mera favola, ne parli di preferenza in tutte le sue opere. Decisive per lui, anche su questo punto, fu il soggiorno in Inghilterra dove, nel fiorire delle sètte, le discussioni su questioni di religione non erano ristrette a un numero relativamente piccolo di individui, ma occupavano tutte le persone colte, anche se di religiosità superficiale. La dottrina e gli argomenti di cui fa sfoggio V. derivano in gran parte dai deisti inglesi, particolarmente dal Bolingbroke, a cui è dedicato l'Examen important de Milord Bolingbroke, del 1767; e per la critica biblica, da Bayle, Spinoza, Levesque de Burigny, Fréret, ccc. V. non aggiunse, di suo, che l'agilità e il tono satirico dell'esposizione. Oltre all'Examen citato, sono da ricordare: Le Tombeau de Fanatisme (1767), La défense de mon oncle (1769), La Bible enfin expliquée (1776), Un chrétien contre six Juifs (1777), gli articoli del Dictionnaire, ecc. Molti di questi scritti seguono lo stesso schema: cominciano dal racconto biblico, che V. non si stanca di mettere in ridicolo, riportando brani ed episodi avulsi dal contesto in modo de rilevarne soltanto l'aspetto umano, mostrato sotto una luce ora grottesca, ora crudele. Contraddizioni, difficoltà di datazione, ccc., che V., sulla scorta dei suoi autori, rileva riuscivano allora a fare impressione. L'irriverenza si attenua di fronte alla figura di Gesù; ma Gesù non è per lui più che un ebreo di rette intenzioni e di mentalità più aperta del comune, che raccoglie intorno a sé gli umili e non nasconde la sua antipatia per i sacerdoti del suo tempo; i quali lo calunniano e lo fanno giustiziare. Gesù è una sorta di «Socrate rustico» (Oeuvres, ed. Mailand [cf. bibl.], XXVI, p. 323, e XXVII, p. 69). La diffusione del cristianesimo non ha poi per V. nessun rapporto con la predicazione di Gesù : dogmi, sacramenti, miracoli, sono tutte invenzioni dei capi delle sètte che pullulavano nell'Impero romano, una delle quali, dopo aver consentito, con il suo denaro, a Costantino di usurpare il trono sarebbe riuscita a prevalere per mezzo del potere politico. L'affermarsi della Chiesa è spiegato da V. con la credulità dei molti e la malafede dei pochi che, per scopi di ricchezza e di potenza, colti-
vavano con favole quella credulità. Con queste spiegazioni, V. era convinto di trattare la storia religiosa razionalmente, sul livello di quella profana.
2. V. e la storia. - La ricerca storica non è, per V., fine a se stesso : deve illuminare le menti su errori e valori del passato, in modo da consentire una migliore organizzazione della vita presente. Il primo lavoro storico di V., ancora alquanto romanzato, è l'Histoire de Charles XII (1731), dove le vicende del temerario re di Svezia servono a mostrare la vanità di una gloria perseguita con la guerra e la conquista. Il Siècle de Louis XIV (1731) prende in esame il periodo più splendido della storia francese, in cui alla politica di conquista, che pone i germi di difficoltà future, fa riscontro il fiorire delle scienze, delle lettere e delle arti. V. ha il merito, allora inconsueto, di dare un largo posto alle attività dello spirito, nel quadro generale della civiltà, facendo passare in seconda linea la storia politica (cf. Oeuvres, ed. cit., XXXIII, p. 506). Cib traspare nel titolo dell'Essai sur les mœurs, intrapreso nel 1740 come continuazione del Discours sur l'histoire universelle del Bossuer, da Carlomagno a Luigi XIV. Al testo definitivo, del 1780, viene preposto uno sguardo riassuntivo delle epoche precedenti, sotto il titolo Philosophie de l'histoire (1765). Altre opere storiche di V. sono l'Histoire de Russie (1759), il Précis du siècle de Louis XV (completato nel 1768), l'Histoire du Parlement de Paris (1769).
V., pur mancando di vero senso storico, è divulgatore, dotato, quando la sua passione non gli fa velo, di qualche senso critico. La sua concezione della storia, sebbene ancora pragmatica (per cui cause accidentali sono poste sullo stesso piano di ragioni profonde) è superiore a quella della generalità dei contemporanei.
3. V. filosofo e scrittore. - In filosofia V. non si dimostra originale; prende da Bayle, Clarke, Shaftesbury, Newton e, soprattutto, da Locke le teorie che gli sembrano più ragionevoli : basta vedere gli Eléménts de la philosophie de Newton(1727), il Traité de métaphysique (1734), Le philosophie ignorant (1766), le Lettres de Mémmisé à Cédron (1771). Ma importantissima per la storia della filosofia è la polemica a razionalista e condotta da V. in campo religioso, storico, politico, ccc. Arma di questa polemica è il Dictionnaire philosophique, strumento di lotta più agile dei grossi tomi della Enciclopedia e, al tempo stesso, più esplicito e meno preoccupato della censura. Al Dictionnaire portaitf, terminato nel 1764, gli editori di Kehl (v. bibl.) aggiunsero le Questions sur l'Encyclopédie, gli articoli per la stessa enciclopedia di Diderot, l'Opinion par alphabet e altri lavori (in tutto 7 voll.).

Filosofici nel senso di allora sono anche i Contes o romans a tesi, a cui oggi è legata in gran parte la fama letteraria di V. Molti di essi hanno un endamento costante i i viaggi del protagonista servono a V., sull'esempio delle Lettere persiane del Montesquieu, per dipingere satiricamente la vita europea contemporanea, cui si contrapone, di regola, l'esempio di uno Stato saggio, a volte immaginario, a volte identificato con la Cina, uso allora comune. Su questa linea sono Zadig, su la destinée (1748), dove è svolto il concetto che non si può mai sapere se un avvenimento venga per nuocere o per giovare, Candide ou l'optimisme (1759), che irride il concetto leibniziano del «migliore dei mondi possibili», e La présence de Babylone (1768) : la saggezza di Zadig, la schiettezza di Candide, a contatto con la malignità degli uomini divengono fonti di guai; ma la conclusione è lieta anche, in fondo, in Candide (s Il faut cultiver notre jardin «). L'arte del raccontare è grande, anche se su certi motivi si insiste troppo (ogni nave, in Candide, è assalita dai pirati, ecc.); particolarmente efficace la satira della gloria militare. Da citare ancora: Micromégas (1752), l'Ingénu (1767), L'homme aux quarante écus (1767), quest'ultimo di argomento economico.

Assai meno vive di questi racconti, dei pamphlet e delle "facéties " appaiono oggi le tragedie, per quanto V. non mancasse di talento teatrale. Anche qui il motivo che più ricorre sono le funeste conseguenze del fanatismo. Le poche commedie (Les originaux, 1732; Nombre, 1749, ecc.), di tono patetico, ebbero sempre scarso successo.

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Quanto alla Pucelle d'Orléans (1775), il poema eroicomico su Giovanna d'Arco che tanto diverti i libertini e scandalizab i benpensanti, riesce oggi semplicemente noioso.
4. La politica e l'influenza di V. - Tutta la produzione di V. ha uno scopo anche pratico. Egli auspica riforme sociali progressive e senza rivolgimenti violenti, coordinate alle singole necessità : vorrebbe, in Francia, una monarchia illuminata, che limitazioni di potere lasciassero "libera di fare il bene, impotente a fare il male", come in Inghilterra (cf. Lettres sur les anglais, ed. cit., VIII, 67); vorrebbe il rispetto del binomio "libertà e proprietà"; la Chiesa dovrebbe essere subordinata allo Stato, gli ecclesiastici limitati di numero e soggetti alle imposte. Lo sviluppo economico è visto da V. più nell'agricoltura e nella rapida circolazione del denaro che nell'industria; particolarmente importante la riorganizzazione della giustizia.

Parecchie delle riforme auspicate da V. furono attuate dalla Rivoluzione e dall'Impero napoleonico, sebbene la Rivoluzione, come tale, si sia ispirata ben più allo spirito di Rousseau che a quello di V. o degli Enciclopedisti. L'opera di V. influi sugli avvenimenti che seguirono la sua morte, soprattutto col minare la volontà di resistenza delle classi dominanti che, scettiche su tutto e, in particolare, sulla propria funzione politica, si lasciarono prendere la mano dagli avvenimenti. Con l'emigrazione, l'aristocrazia cessa di essere volteriana, e sotto la Restaurazione il volterianismo è appannaggio degli ambienti liberali e anticlericali della borghesia. Un'influenza volteriana diretta si rinnova alla fine del secolo: tipica, ad es., in Anatole France, e non come letterato soltanto; e se si esamina la mentalità degli ambienti anticlericali, non è difficile scoprirvi un fondo, spesso inconsapevole, di volterianesimo.

Bibi..: edd. gener.: Oeuvres complètes de V., 70 voll., Kehl 1784 e 1785-87 (ed. della Soc. littér. typograph., iniz. dal Beaumarchais, con note del Condorcet): Oeuvres de V., a cura di M. Beuchat, 72 voll., Parigi 1828 sgg.; Oeuvres de V., a cura di L. Moland, 32 voll., ivi 1883 (riproduce la precedente, con qualche aggiunta). Studi: G. Bengesco, V., Bibliogr. de ses oeuvres, 4 voll., Parigi 1882-90; G. Lanson, V., ivi 1906;
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(fol. Ene. Catt.)
Volterra, diocesi di - Pianta iconografica di V. disegnata da Jacopo Angelo fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, fl. 134 ${ }^{\mathrm{b}}$-35.
G. Brandes, V., 2 voll., Berlino 1923; A. Maunis, V., Parigi 1935; R. Craveri, V. politica dell'Iluminismo, Torino 1937; A. Cresson, V., Parigi 1948.

Vittorio Mathieu
VOLTERRA, diocesi di. - Città in provincia di Pisa, in Toscana, e diocesi compresa nelle province di Pisa, Livorno, Grosseto, Siena, Firenze : si estende per 1913 kmq . con una popolazione di 113.600 ab., tutti cattolici, 112 parrocchie, 140 sacerdoti diocesani e 22 regolari; ha un seminario, 5 comunità religiose maschili, con un complesso di 26 soggetti; 34 femminili con 275 unità (Ann. Pont. 1953, p. 491).

Tralasciando leggende che non reggono alla critica più benevola, V., antichissima e celebre città etrusca, è sede vescovile nella seconda metà del sec. v, come è documentato da una lettera di papa Gelasio I (492-96; MGH, Auct. antiq., XII, p. 389 n. 2) e in piena organizzazione col suo patrimonio mobile ed immobile - praedia moscipia - con la presenza dell'arcidiacono e del tutore legale ed amministrativo. Tra i vescovi si ricordano Elpidio che fu a Roma nel 501-502 (ibid., pp. 436, 454); Gaudenzio al tempo di Pelagio I (558-60); Pietro sotto Stefano V (886); Ruggero sotto Pasquale II (1105-15) e Callisto II(1119-24); Galganosotto Eugenio III (1151) e Adriano IV (1154-59).

Un primo stato della diocesi si ha dalle due bolle pontificie di Alessandro III (1179) e di Urbano III (1187) al vescovo Ugo. Si estendeva dall'Elsa al Mare Tirreno, fin presso Vada, dai piedi di Montemaggio senese e da Tocchi alla prima Val d'Era: 48 pievi, che sono chiese matrici; 12 monasteri. Più vasto e completo risulta dal Sinodo del vescovo Belforto (1356): territorio, già diviso in quinti, dal 1274 in sesti: città e pendici, Val d'Elsa, Val d'Era, Marittimo, Val di Strove, Montagna: 52 pievi, 326 chiese, 23 monasteri e 42 ospedali, che dal sec. xit al sec. xv, pur avendo alcuni vita breve, salgono a 116. Si aggiunge un convento di Minori (1251) e uno di Agostiniani in V. (1279). Alcuni monasteri risalgono ai primi anni del sec. xi, associati al movimento di restaurazione religiosa, eretti pure da signorotti per la salvezza propria. Più celebri, anche per l'arte, la badia camaldolese di S. Giusto in V. (1034) e la badia di S. Galgano in Val di Merse, la prima dell'Ordine cistercense in Toscana. Tre pievi, pur comprese nel territorio (Colle, Elsa con relative 16 chiese subordinate e Morrona) sono esenti dalla giurisdizione vescovile.

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Nel medioevo i vescovi, conti e principi del Romano Impero esercitavano pure la giurisdizione civile; le prime notizie risalgono all'821; per privilegio imperiale batterono moneta. Caratteristica del tempo l'esistenza di una Universitas Cleri, la corporazione cioè del clero diocesano, anche esente, istituita nel 1265, sempre viva nel 1454.

Un'altra storjstica si ha nel 1396: 49 pievi, ora non più matrici, 223 chiese curate, 44 sine cura, 15 in distruzione, 24 oratori, 23 ospedali; inoltre i monasteri : in V. i Minori di S. Girolamo (1445), una Casa di Benedettine (1528-1821). Cappuccini (1573-1922) : posteriormente le Scuole Pie (1711-1935) dove fu educato il giovane Mastai Ferretti, poi Pio IX; inoltre i Cappuccini in Peccioli. Eretta nel 1592 la pieve di Colle d'Elsa a diocesi, V. perdé subito 80 chiese parrocchiali; poi nel 1782 altre 52, compreso il celebre castello di S. Gemignano.

Tra i personaggi ci si limita a ricordare i santi. A parte a Lino, successore di s. Pietro, patrono principale della diocesi, che la tradizione dice volterrano, Antonio di Monticiano, Vivaldo di S. Gemignano, Galgano di Chiusdino, Giacomo di Montieri, eremiti, Attinea e Greciniana, il vescovo Ugo.

La Cattedrale fu sempre dedicata alla Vergine e fin dalle prime pergamene del sec. IX dei preziosi archivi vescovile e canonicale si apprende che è S. Maria di mezzo ag.: festa cittadina per eccellenza con caratteristiche economiche e sociali e con liturgia completa solennissima di I classe e ottava. Venne consacrata il 20 maggio 1120 dal papa Callisto II. La facciata, attribuita da G. Vasari a Nicola Pisano, è piuttosto opera di architetti pisani. L'interno è a tre navate divise da colonne monolitiche con capitelli del ' 500 ; il pizgismo è ducentesco, restojando con bassocilievi rappresentanti episodi del Vecchio e Nuovo Testamento; sul portale di sinistra, busto in terracotta di s. Lino, di Giovanni della Robbia; arco di s. Ottaviano di Raffaele Cioni da Settignano. Nella cappella maggiore due angeli portanti candelabri di Mino da Fiesole. Il Battistero (1283) ottagonale è opera di Girolamo di Jacopo da Como o da Lugano; all'esterno è a strati isometrici alternati di marmo bianco e verde; il portale è romanico; il ciborio è di Mino da Fiesole, composto nel 1467-71; fino al 1590 ora nel Duomo. La chiesa di S. Michele ha una facciata romanica ispirata a quelle pisane. La chiesa di S. Francesco ha un affresco datato al 1410 di Cenni di Francesco di ser Cenni, rappresentante il Rinascimento della S. Croce. A I km. da V. è la chiesa di S. Girolamo, del sec. xv con rifacimenti posteriori, dove sono due terracotte di Giovanni della Robbia del 1501 e la tavola di Benvenuto di Giovanni con firma e data 1470 , con l' Annunciazione e in alto l'Eterno Padre, inoltre i ss. Michele, Caterina d'Alessandria e il committente. Il Museo Guarnacci fu iniziato con la raccolta del can. P. Franceschini: prese il nome dal munifico mons. Mario Guarnacci (1701-83) che donò al Comune nel 1781 la sua ricca collezione. Contiene una delle più ragguardevoli raccolte di arte etrusca, tra cui oltre 600 urne cinerarie del III sec. a. C.

La Pinacoteca comunale nel Palazzo dei Priori è ricca di opere di pittori toscani. Notevole la tavola con l'Annunciazione di Luca Signorelli, datata 1491; il Redentore in Gloria di Domenico Ghirlandaio con i ss. Benedetto, Romualdo, Attinia e Greciniana, nell'angolo destro il committente abate Buonvicino; la Deposizione della Croce in legno di Rosso Fiorentino del 1521; Presepio di Benvenuto di Giovanni (1470).

La Biblioteca Guarnacci ha oltre 30.000 voll., 300 manoscritti e 233 incunaboli. L'Archivio storico comunale ha documenti che risalgono all'anno 907 e manoscritti al 1219; preziosi sono gli Sixtisti; ha una ricca collezione numismatica.

Nella Piazza Maggiore è il ducentesco Palazzo dei Priori con stemmi dei commissari fiorentini; il Palazzo pretorio con la torre detta del Porcellino dalla scultura in alto. A S. Dalmasio, tra Pomarance e

Larderello, rimangono rovine della pieve e della chiesa romanica con elementi gotici. Nella chiesa parrocchiale è un tabernacolo robbiano. A Silano è una grandiosa fortezza dei vescovi di V. che ebbe una triplice cinta di mura e rocca poligonale. A Monteverdi marittimo sono le rovine dell'abbazia di S. Pietro in Palazzolo. Celebri le antiche pievi di Cellori e di Ghianni d'Elsa.

La diocesi volterrana fino dall'origine fu e rimase, per privilegio, provincia romana e quindi immediatamente soggetta alla S. Sede. Pio IX l'aggregò a Pisa e concesse, in compenso, il privilegio del pallio pontificale. - Vedi tav. CLV.

BibL.: G. Leoncini, Illustraz. della cattedr. di V., Siena 1869; A. F. Giachi, Saggio di ricerche stor. sopra le stato ant. e moderno dello Stato di V., 2 e ed., Volterra 1882; A. Canestrelli, L'Abbazia di S. Galgano, Firenze 1896; G. Volpe, V., Firenze 1903; C. Ricci V., Bergamo 1905; F. Schneider, Bittem und Geldwirtschaft. Zur Gesch. Volterras im Mittelalter, in Quellen und Forsch., 8 (1905), pp. 77-112; 9 (1906), pp. 271-305; id., Regesten Volaterranum (778-1703) (Regest. Chartarum Ital., I), Roma 1907; Ughelli, I, col. 1425 sgg.; Cappelletti, XVIII, p. 181 sgg.; Fr. P. Kohr, Italia Pont., III, Berlino 1908, pp. 291 314; P. L. Confortini, La badia dei SS. Giusto e Clemente, Lucca 1912; M. Cavallini, Il tabernacolo di Mino da Fiesole, in Riv. d'arte sacra (Venezia) 1918; id., L'organizzazione del clero nel medioevo, in Vita e Pensiero, 7 (1918), pp. 580-82; G. Fattiti, V. Iranene., in Rassegna Volterrana, 1926, n. 1; A. E. Solaini, Somm. della stor. e guida del museo e della città di V., Volterra 1927; P. Guidi, Tuscia, Rationes decimarum Ital., La decima degli anni 1274-80 (Studi e testi, 58), Città del Vaticano 1932; Cottineau, II, coll. 3418-19; M. Giusti - P. Guidi, Tuscia, Le decime degli anni 1293-1304 (Studi e testi, 98), Città del Vaticano 1942; M. Cavallini, Spedali della Diocesi, Monasteri femminili, in Rass. Volterrana, 1939. 1940, 1942; id., Il vescovo Ildebrando, dicd., 1947, Mostrizo Cavallini-Enrico Iosi

VOLTERRA, GIACOMO: v. Gherardi, GIACOMO.
VOLTO SANTO: v. ACHEROFITA; LUCCA; VEbONICA; WILGEFORTIS.

VOLTURARA. - Antica diocesi e cittadina, oggi Volturara Irpina in provincia di Salerno.

Sembra sia sorta dopo che i Romani avevano distrutto «Sebastia» ca. il 200 a. C. In un documento del 797 è detta «Veterale».

La diocesi fu creata da Giovanni XIII nel 969 che la fece suffraganes di Benevento da lui elevata a metropolitana. Ma il primo vescovo noto è Giovanni, nel 1037; poi si hanno Alderardo nel 694; Pelagio, che nel 1059 intervenne al Concilio Lateranense; Ugo nel 1229; Benedetto nel 1265 ; Giacomo nel 1349, tricolato a Telese nel 1353, a cui successe Giovanni da Montepulciano; dal 1402 al 1412 Tommaso. Il papa Eugenio IV il 9 apr. 1434 unì in perpetuo neque principaliter la diocesi di V. a quella di Monte Corvino (v.) e il primo vescovo delle diocesi riunite fu Antonio che era già vescovo di Monte
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)

Volterra, diocesi di - Il trasporto della S. Croce. Particolare degli affreschi di Cenni di Francesco di Ser Cenni nella cappella della S. Croce (1410) - Volterra, chiesa di S. Francesco.

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Corvino. Il papa Pio VII ccn la bolla De utiliori dominicae del 28 giugno 1818 soppresse le due diocesi, unendole a quella di Lucera.

La Cattedrale fu dedicata prima a s. Michele arcangelo poi a Maria s.ma Assunta.

Birl.: Moroni, CIII, pp. 109-13; Eubel, I, p. 236 ; II, p. 207; III, p. 338; IV, p. 374.

Enrico Josi
VOLTURNALIA. - Festa del 27 ag. nell'arcaico calendario romano, sacra al dio Volturno che aveva un proprio sacerdote particolare (flamen Volturnalis).

Dato che in Campania Volturno era il nome di un fiume, che anche un calendario romano segna, per la festa, un sacrificio "Volturno flumini», e che nella mitografia il dio figura come padre di luturna, si pensava di spiegare il suo nome da volvare. Più recentemente si è propensi a collegare il nome con il gentilizio etrusco vel-thur-na, notando come la radice vel (che nello stesso tempo è un nome divino etrusco che figura sul fegato di bronzo di Piacenza) sia anche nelle basi del nomi divini Voltumna e Vortumnus, dio principale degli Etruschi.

Biel.: Th. Mommsen, in CIL, I, 327; W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 214; G. Wissowa, Religion und Kultur der Römer, $2^{\text {a }}$ ed., Monaco 1912, p. 224; id., in W. Roscher, Ausführliches Lexikon für blassische Mythologie, VI, col. 370; J. Heurgon, in Revue des études latines, 14 (1938), p. 105 199.

Angelo Brelich
VOLUBILIS. - Città romana nell'interno della Mauretania Tingitana, l'attuale Marocco.

Fu residenza del re Giuba e dei governatori romani. Il cristianesimo è attestato da un gruppo d'iscrizioni sepolcrali il cui formulario è simile a quello di Altava, oggi Lamoricière in Algeria. Esse cioè cominciano col $\$ 0$ col $\$ 0$ direttamente con "memoria" (Iulii Materni, o Iulii Principii), seguito dall'indicazione di coloro (fili, o filii et mater, o parentes et nepotes), i quali fecerunt domum aeternalem; segue la durata della vita e poi la formola "discessit in pace" e la data, che è anno provinciae (DLX, cioè 599; o DLXVI, cioè 605; o DCXVI, cioè 655 d. C., di cui si hanno altri due esempi).

Un Giulio fu "vice pr(a)epositus»; una Giulia Rogativa fu "de Altava cooptativa», cioè originaria di Altavia, ma cooptata da V. (J. Carcopino, La fin du Maroc romain, in Mél. d'arch. et d'hist., 58 [1940], pp. 349-448; id., Le Maroc antique, Parigi 1943, pp. 231-304). Queste iscrizioni rappresentano le più tarde iscrizioni cristiane dell'Africa romana, invasa dagli Arabi fin dal 647. Nel quartiere romano del III sec. si rinvenne nel 1937 una rozza statuetta in avorio del Buon Pastore (R. Thouvenot, in Bull. de la Soc. de géogr. et d'archéol. d'Oran, 60 [1939], p. 80 e tav. 16, 2). Fin dal 1891 si era scoperto un bruciaprofumi cristiano (Comptes-rendus de l'Acad. des Inscr., 1891, pp. 273-74).

Enrico Josi
VONDEL, Joost Van den. - Poeta nazionale olandese, n. a Colonia da genitori fiamminghi il 17 nov. 1587 , m. ad Amsterdam il 5 febbr. 1679.

Drammaturgo fecondo ( 26 tragedie), lirico robusto, egli eccelle in tutti i generi letterari, dove tuttavia il genere erotico è assente. Bella anche la sua prosa (introduzioni ai drammi, versione dell'Eneide). Convertitosi all'età di 52 anni al cattolicesimo, mise la sua arte al servizio della Chiesa, di cui cantò i dogmi e i fasti. Umanista per la sua enorme erudizione, è nella scia del Rinascimento per la forma delle sue opere poetiche.

Dopo la conversione, poesia e fede vanno in lui di pari passo; ma ciò non gli impedisce di interessarsi, come prima, alle vicende storiche e ai fatti della vita. La sua adesione al cattolicesimo non poteva in modo alcuno giovargli in un'epoca in cui i cattolici erano disprezzati, a mala pena tollerati nel paese, confusi con gli Spagnoli e perciò trattati quali nemici della patria. V. dovette affrontare calunnie e maldicenze; non mai stanco della lotta, egli restava sempre pronto a cantare i misteri e gli splendori della sua nuova fede e celebrava Ugo Orotius, Urbano VIII, Maria Stuart, Cristina di Svezia. Egli considerava l'arte non gioco o passatempo, ma dovere : sublime vocazione l'esser poeta. Il suo amore per Roma
non attenuava in nulla la sua ammirazione per gli eroi nazionali. V. rappresenta veramente la coscienza pubblica dell'Olanda del sec. xviri. La tirannia sotto tutte le forme (dei pastori protestanti) gli riusciva odiosa; la pace e la libertà lo rendevano eloquente. I drammi Giuseppe a Dothan (1640), Pietro e Paolo (1641), Lucifero (1654) e Adamo in estilo (1664) sono capolavori rappresentati anche ai nostri giorni. Il linguaggio poetico vi fluisce armonioso e carico di brillanti immagini. Ma ciò per cui V. si è conquistato la stima della posterità è la sua maschia energia, la probità e l'integrità del suo carattere.

La fine della sua vita non fu felice. Per i debiti del suo unico figlio, il poeta, dopo la morte della moglie, si vide ridotto nella miseria. Trovò conforto nella figlia, anch'essa convertita. Nel 1657 V., già settuagenario, veniva assunto come modesto impiegato presso il Monte di Pietà; undici anni dopo la città, a riconoscimento dei suoi meriti verso la nazione, lo collocò a riposo, conservandogli gli assegni. Questo triste periodo non fu, però, il meno fertile : V. cercò un sollievo spirituale nella traduzione dei Salmi. Fu sepolto nella Nieuwe Kerk, al centro di Amsterdam. Nel parco che porta il suo nome gli fu eretto un monumento, e il "Musco Vondel" rappresenta un centro per lo studio delle sue opere. Ogni anno nel Teatro nazionale della capitale si rappresenta il dramma Gisbrecht van Aemstel (1637), che celebra la città a cui il poeta aveva donato il suo cuore.

Biss.: ed. delle opere : in 12 voll. a cura di J. Van Lennep. Amsterdam 1825-69: in 30 voll. a cura di J. H. W. Unger. Leida 1888-93. Studi: A. Baumguttner, 7. V. d. F., von Leben und seine Werke, Friburgo 1882; P. Leendertz, Het Leven van V., Amsterdam 1910; H. Haerten, V. u. der di. B., Nimega 1934; 7. V. d. V. Festschrift zum 350 -jährigen Geburtstag des Dichters, Jena 1937.

Felice Rutten
VONIER, Anscar. - Abate benedettino, teologo, al secolo Martin, n. l'11 nov. 1875 a Ringschmalt (Württemberg, Germania), m. a Buckfast (Inghilterra) il 26 dic. 1938.

Trascorse l'infanzia a Rissegg; nel 1889 entrò nel Collegio dei Benedettini francesi esuli a Buckfast (Devonshire), poi ne prese l'abito (1893). Sacerdote (17 dic. 1898), si laureò in filosofia a S. Anselmo (Roma) nel 1900; prefetto degli studenti e procuratore a Buckfast (1900-1905), tornò a Roma per insegnare filosofia a S. Anselmo (ott. 1905). Il 14 sett. 1906 fu eletto $2^{\circ}$ abate di Buckfast, dove ricostruì dal 1907 al 1932 il monastero e l'antica (sec. XII) splendida chiesa dell'abbazia (risalente al 600 ca .), nella valle del fiume Dart, soppressa nel 1539, le cui rovine erano state comprate nel 1880 dai monaci espulsi di La Pierre-qui-vire; la dotò del magnifico "altare d'oro" (1931). Pensatore, scrittore e predicatore apprezzatissimo, esercitò molto influsso spirituale attraverso la corrispondenza, i libri, i ritiri al clero e al laicato, i sermoni domenicali, le quasi quotidiane conferenze spirituali ai suoi monaci. Flaccato da un'instancabile operosità, morì al ritorno da un viaggio a Roma.

I 16 voll. (di cui molti tradotti in francese e tedesco), profondi e originali, lasciati da V. sono: The human soul (1915), The personality of Christ (1914), The christian mind (1918), The divine Motherhood (1921), A key to the doctrine of the Eucharist (1925), The life of the world to come (1926), The art of Christ (1927), The Angels (1928), The new and eternal Covenant (1930), Death and Judgement (1930), Christ the King of glory (1932), Christianus (1933), The Victory of Christ (1934), The Spirit and the Bride (1935; trad. it., La Spirito e la Sposa, Firenze 1949), The People of God (1937), Shetches and studies in theology (1940). I dieci principali libri di V. furono raccolti in 3 vol., dai 1951 al 1953, dall'attuale abate di Buckfast Bruno Fehrenbacher, che ha ridotto un po' il testo sopprimendo le ripetizioni.

Biss.: L. Bouyer, D. Anschaite V., in La vie spirituelle, giugno 1948; B. Borghini, Un grande scrittore e un grande abate: D. Anuario V., in Vita cristiana, 19 (1950), pp. 34-45, 224-31; B. Fehrenbacher, Foreword, ai Works di V., L. Londra 1951, pp. $v$-XII.

VOPISCO (Flavius Vopiscus Syracusius). - E il sesto degli Scriptores Historiae Augustae. La tradi-

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zione manoscritta gli attribuisce la vita degli imperatori Aurcliano, Tacito con il fratello Floriano, Probo e degli usurpatori che seguirono ad Aureliano e Probo: Firmo Saturnino, Proculo e Bonoso, Caro, Numeriano e Carino (i «trenta tiranni»). Anche per V. l'epoca di redazione è quella dioclezianca-costantiniana.

BibL.: v. storia augusta.
Nicola Turchi
VORAU. - Monastero di Canonici Regolari di S. Agostino della Congregazione austriaca, diocesi di Seckau (Graz) nella Stiria orientale.

Situato fra le foreste del Wechsel, adempi sin dagli inizi grandi compiti di lavoro civilizzatore. Fondato dal marchese Ottocaro III della Stiria per voto, dopo avuto il figlio-erede, nel 1163 , fu confermato da Corrado II, arcivescovo di Salisburgo, nel 1168 e da Alessandro III nel 1170. Agli inizi i ca sonici si servirono della chiesa parrocchiale, ma dopo l'incendio del 1237 costruirono la chiesa abbaziale, consacrata nel 1257 e terminata ca. il 1300 . Tra il 1660 e il 1662 la chiesa fu però tutta ricostruita in forma barocca, e nel 1700-1704 affrescata e decorata con stucchi (J. C. Hackhofer, M. Steinl); è il migliore esempio del barocco stiriano. Anche gli edifici monastici furono allora ricostruiti, in parte ca. il 1625 , e la prelatura nel 1692 -94 e 1725-33. Notevoli la Biblioteca, il refettorio, le sale imperiali, tutte affrescate e con stucchi (Hackhofer, Steinl, J. C. Murr). I grandi restauratori furono i prepositi (abati) M. Singer (1649-62) e soprattutto F. Leisl (1691-1717). La Biblioteca ha ca. 35.000 voll., 220 incunaboli, 416 manoscritti, fra cui alcuni molto preziosi. In tempi recenti ebbe grande celebrità il can. Ottocaro Kernstock (1848-1928): parroco di Festenburg, stimato poeta. Il monastero ha 8 parrocchie incorporate e continua nelle sue tradizioni di cultura sacra e profana.

Bibl.: P. Buberl, Die illuminierten Handschr., in Steiermark, I. Graz 1911; E. Tomek, Gesch. der Diöz. Sechau, I. Graz 1917, p. 328 sgg.; P. Frank, Das Charherrentift V. und sein Wirken in Vergangenheit und Gegame., ivi 1223; G. Dehio, Handb. der deutsch. Kunstdenkmüler, II. Ös