, poiché le omelie di Z. furono dette in circostanze nelle quali apparteneva al vescovo parlare ai fedeli, come nella dedicazione di una basilica, nel conferimento del Bittesimo, durante la liturgia pasquale. La residenza in Italia di Z. e la sede vescovile di Verona da lui tenuta, già Flavio Biondo ( 1482 ) e s. Bernardino da Siena (ca. 1490) circoscrissero al sec. Iv. Gli scrittori moderni hanno confermato detta opinione con argomenti desunti dai Sermones: i) modi di esprimersi comuni agli altri scrittori del sec. Iv, specialmente a Lattanzio e a s. Ilario di Poitiers; 2) cossie che Z. combatte, come quella di Ario, di Audio, di Elvidio ecc.; 3) descrizione delle incursioni dei barbari; 4) affermazione iperbolica che la religione cristiana occupa già tutto il mondo; 5) constatazione che la Basilica da lui costruita, il giorno della dedicazione appariva troppo ristretta per il concorso dei fedeli.
La costante tradizione veronese pone Z. all'ottavo posto nella serie dei vescovi. Dalla lettera di s. Ambrogio a Sisgrio, terzo successore di Z., si conclude che fu contemporaneo del grande Dottore della Chiesa di Milano. Volendo precisare maggiormente la data cronologica del suo episcopato, i fratelli Pietro e Girolamo Ballerini, che nel 1739 pubblicarono la prima edizione dei Sermones, la circoscrissero tra il 362 e il 380 e, più tardi, P. Monceaux tra l'8 dic. 362 e il 12 apr. 371 o 372.
Z. non è da computare tra i martiri, come vorrebbe una tradizione straniera che ebbe inizio con s. Gregorio Magno (Dialog., III, 19). La tradizione locale del sec. viII lo dice, giustamente, morto in tempo di pace.
Se si considera la stima goduta da Z. presso i contemporanei e i posteri, reca meraviglia il silenzio di s. Girolamo, di s. Isidoro di Siviglia, di Gennadio di Marsiglia; cosi pure non si sa spiegare la trascuratezza che s. Ambrogio, Petronio, uno dei successori di Z., e s. Gregorio Magno hanno avuto della sua attività scrittoria. Il primo testimonio di Z. scrittore è Raterio, vescovo di Verona nel sec. x, che lo cita tre volte nel sermone De fuda et Thamor. Al principio del sec. xiv, Giovanni, mansionario della chiesa di Verona, nella sua Historia Imperialis registra il nome di Z. all'ottavo posto nella serie vescovile di detta città e ricorda parecchi dei suoi Sermones. Per mezzo del prodotto Giovanni, ca. la metà dello stesso secolo, li conobbero Guglielmo Pastrengo e Pietro de Natalibus (v.) che nel suo Catalogus Sanctorum ne indica 76. La conoscenza sull'attinitá scrittoria di Z. non sembra che abbia varcato i confini della Chiesa per la quale i Sermones furono scritti. Una conferma la darebbe la tradizione manoscritta conservata nel cod. Remense del 770-73, scritto per la Chiesa di Verona, ma donato da Incmaro di Reims, verso l'840, alla Biblioteca di S. Remigio. Detto codice contiene 103 Sermones, dei quali i Ballerini ne riconobbero solamente 93 : 16 più lunghi e 77 più brevi, piuttosto schemi. Nei Sermones Z. conduce una strenua lotta contro il paganesimo morente, l'arianesimo e i disordini infiltratio nella sua Chiesa. Come oratore dimostra una buona preparazione retorica, ma la lingua rivela l'influenza di autori africani che lo hanno preceduto.
La sua dottrina teologica offre belle testimonianze sulla Teinità e sulla mariofogia. I Sermones di Z. sono una fonte molto ricca per lo studio delle antichità cristiane, sia nelle manifestazioni liturgiche, sia nella costituzione delle comunità.
Il Martirologio romano ricorda la deposizione di Z. il 12 apr. come martire, in senso improprio, e la sua consacrazione episcopale l'8 dic., in origine data della dedicazione della chiesa di s. Z. (cf. Martyr. Romanum, pp. 135, 573; V. Fainelli, Codice diplomatico Veronese, I, Venezia 1940, n. 74, pp. 92-94).
Bbic.: J. B. Giuliani, S. Zenonis episc. Veronen. Sermones, Verona 1883; A. Bigelmair, Zeno con Verona, Münster 1904; P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrét., III, Parigi 1905, pp. 365-71; A. Grazioli, S. Z. di Verona, in Scuola Catt., 68 (1940), pp. 174-99; B. Pecci, De christianarum antiquitatum institution. in s. Z. Veron. episc. sermonibus, in Antonionum, 23 (1948), pp. 33-42; M. F. Stepinsch, The christology of Zeno of Verona, Washington 1948, Loxeon, p. 932. Benedetto Peaci
ZENSHU, prefeitura apostolica di. - Situata nella parte centro-occidentale della Corea, comprende una superficie di 8554 kmq , con una popolazione di 2.200 .000 ab .
La storia dell'evangelizzazione di questa missione si fond: con quella del vicariato ap. di Taikou, dal quale venne distaccata il 13 apr. 1937 ed affidata al clero secolare coreano. Il 12 luglio 1950 essa ha cambiato l'antica denominazione di Z. in quella di Chonju. Tale circoscrizione, secondo le statistiche del 1951-52, conta 21.701 catecumeni. I protestanti sono 25.800 . Vi sono 24 sacerdoti, tutti coreani; 13 suore di S. Paolo di Chartres; 3 seminaristi maggiori e 15 minori; 200 catechisti; 2 medici e 7 infermieri; un ospedale, un lebbrosario; una scuola media; una scuola superiore; 41 edifici sacri; 11 stazioni principali e 160 secondarie.
Bbic.: [Dalmen], Le cathol. en Corée, Hong-Kong 1924; AAS, 19 (1957), pp. 329-30; MC, 1950, p. 396; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis 1951-52, pos. prot. n. 2084/52. Edoardo Pecoraio
ZEON. - Con questa parola si indica nella liturgia bizantina l'acqua calda che, benedotta dal sacerdote, il diacono versa nel calice immediatamente dopo l'immixtio, mentre il sacerdote dice: a Fervore di fede, ripieno di Spirito Santo \%.
Questo rito, esistente nella sola liturgia bizantina, non è di uso universale né imposto rigorosamente e viene praticato ancor oggi secondo la norma del can. 32, attribuito al patriarca Niceforo I (806-15). Il sacerdote non deve celebrare la liturgia senza l'acqua calda se non nel caso di necessità o quando non è possibile
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trovarla(F. Pitra, Iuris eccles..., t. II, Roma 1868, p. 330). Al Concilio di Firenze i Greci furono interrogati sul rito dello z., ma la loro risposta non è pervenuta.
Nel Sinodo ruteno di Zamoscia (1720) quel rito fu abolito, ma è rimasto nell'Eucologio di Benedetto XIV (1754) e restituito, sotto certe condizioni, nel Liturgicum, recensione rutena, di Roma (1942).
Nella formola odierna lo z. ha un significato soggettivo simboleggiando il fervore della fede dei fedeli nello Spirito Santo, mentre, secondo la formula anteriore al sec. xv, il significato era oggettivo: il fervore dello Spirito Santo. La formola di benedizione parla del fervore dei santi e Nicola Cabasilas vede nel rito la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa, commemorazione opportuna perché conclusiva di tutti i misteri della Redenzione ricordati in questo sacrificio (cf. S. Salaville, Cabasilas, Explication de la divine Liturgie, Parigi 1943, pp. 206-10). Ma per Simeone di Tessalonica il rito indica che il corpo morto del Signore rimase vivificante, perché non era separato dalla divinità, né dalle energie dello Spirito Santo, e poiché il calore significa vita, quelli che ric evono il S. Sangue, quasi appongono le labbra al costato vivificante del Signore (PG 153, 741). Questa ultima intenzione moralizzatrice della S. Comunione è ritenuta dagli autori greci moderni. E mentre A. Baumstark riporta il rito ad antiche usanze di tavola (Byzant. Neugriech. Jahrb., 15 [1939], p. 237) e J. Brinktrins ad una semplice benedizione (Ein auffallender Branch der byzant. Messliturgie, in Theol. und Glaube, 1937, pp. 637-43), L. H. Gronfijs, in uno studio approfondito ma spesso non sicuro (L'iconographie byzant. du Crocifié mort sur la Croix, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1947), lo fonde con la dottrina dell'incorrurtibilità del Corpo di Cristo, dottrina falsa ma accettata per un momento dall'imperatore Giustiniano, al cui tempo il rito avrebbe avuto la sua origine, rinnovata e resa più ortodossa dai mistici del monastero degli Studiti nel sec. xi (Nicetas Stetathos), perpetuata da Balsamone (PG 137, 619), da Simeone di Tessalonica e da altri, illustrata dal sec. xit con l'immagine di Gesù crocifisso col costato trafitto dal quale spruzzano sangue vivo e acqua calda.
Il primo documento storico che prova il rito dello z. è la risposta del katholikós armeno Mosè (574-604; PG 132, 1248-49; meglio, G. Garitte, La Narratio de rebus Armeniae, Lovanio 1952, pp. 243-44). Invece il racconto di Giovanni di Nikiu (H. Zotenberg, Chronique de Yean de Nikiou, Parigi 1883, pp. 413-15) e quello dell'anonima Vita di Teodoro Sykeeto (Theophilus Ioannou, Mvnuě̌a áyıokoyuk, Venezia 1884, p. 460) non sono ad rem. Quindi, dopo il sec. vi, si ha un silenzio completo fino al canone del patriarca Niceforo, mentre nel documento liturgici il primo accenno al rito si trova nella versione del sec. xit di Leo Thuscus.
Bibl.: Pl. de Meester, Les origines et les dévoloppements du texte grec de la liturgie de St Yean Chrysostome, in Xpazgory$\mu \mathrm{ux} \dot{\text {, parte } 2^{2} \text {, Roma } 1908, \text { pp. } 348-49 . \quad$ Alfonso Raes
ŽEROMSKI, Štefan. - Scrittore polacco, n. a Strawczyn presso Kielce il $1^{\circ}$ nov. 1864, m. a Varsavia il 20 nov. 1925.
Ebbe una giovinezza difficile e fu imprigionato per motivi politici. La pubblicazione del romanzo Ceneri lo liberò dalle strettezze. Viaggiò in Riviera e in Corsica, soggiornò lungamente a Parigi. Le sue prime opere: Opowiadanie (a Racconti o); Rozdrobia nas kruki, svrony (a Ci divoreranno i corvi e le cornacchie o); Aryman mici sie (a Arimane si vendica o) e altri racconti furono pubblicati con lo pseudonimo di Mauricy Zych. Nel romanzo Stegfona pracy (a Le fatiche di Sisifo o), in gran parte autobiografico, è il racconto della resistenza polacca alla snazionalizzazione delle scuole; in Ladzie bezdomni (a I senzaretto o) prevalgono i motivi sociali. Un gruppo di romanzi e di drammi è ispirato alle vicende della Polonia: Popioly (a Ceneri o); Wierna racha (a Fiume fedele o); Sulkowski, Turon (nome di uno spauracchio carnevalesco). Fra tutti il capolavoro è il romanzo Ceneri, vera epopea della Polonia al tempo napoleonico, mirabile per la pittura dei caratteri, per il senso della natura, per l'ardore che lo pervade e che lo innalza all'altezza del
tolstoiano Guerra e pace, a cui è inferiore per equilibrio artistico, ma che si impone per la passione con cui l'autore vive gli eventi storici.
Nell'atmosfera un po' stagnante dell'ultimo positivismo, l'opera dello Z. portò un puro soffio di nuova vita, incarnando il dolore della sua patria, riflesso del dolore universale. Profondamente pessimista, egli vide tuttavia il valore della vita nella lotta dell'uomo per la collettività o contro di essa e contro la natura nemica.
Bibl.: E. Lo Gatto, S. Z.-Stualis critica, Roma 1928, 50. Adamczewski, Serce nienasycone (a Cuore insaziato o), Fournah 1930; Z. L. Zaleski, S. Z., in Attitudes et destinées, Parigi 1935, Tradd. di: Bofezzo della vita, di G. Gronska, Milano 1920; Echi del bosco, di L. Kociemski, ivi 1023; Fiume fedele, di G. Gronska, ivi 1926; Tutto e nulla, di C. Agosti Garosci, Torino 1928; Ceneri, di C. Agosti Garosci, $2^{2}$ ed., ivi 1046. Marina Bersano Begey
ZEUS (Zeùs), - Da una rad. * $\lambda$ uүus (cf. sanscr. Dyaub), a brillare, risplendere $»$, è il grande dio delle genti ariane dall'India all'Europa, personificazione del cielo sotto il duplice aspetto astronomico e meteorico.
L'universalità della sua concezione si spiega con il fatto che i fenomeni atmosferici e celesti non possono essere localizzati. Al suo fondamentale carattere uranico si riportano tutti gli epiteti che lo riguardano. Egli è l'altissimo ( $\dot{\text { ф }}$ ( $\sigma \tau \sigma \varsigma$ ), l'adunatore di nembi ( $\mu \varepsilon \lambda \alpha \iota \sigma \varsigma \eta \varsigma$ ), lanciatore della folgore scuotendo l'egida ( $\alpha i \gamma i ́ o \gamma o \varsigma$ ), datore della pioggia ( $\lambda \dot{\varepsilon} \tau \sigma \varsigma$ ) ma anche dal sereno ( $\pi \dot{\omega} \rho \iota \varsigma$, $\alpha i \theta \dot{\varepsilon} \rho \iota \varsigma$ ). A lui sono sacre le montagne donde si scopre più vasto orizzonte di cielo: tipico l'Olimpo coperto di neve, la cui cima è sempre cinta di rubi.
Come nume di tutte le stirpi greche è stato strumento efficacissimo della loro fusione favorendo un'ideazione divina superiore a quella delle divinità locali che venne poi assimilando attribuendoscle come suoi epiteti; onde di lui si può dire che è il più ellenico di tutti gli dèi, in quanto in lui tutte le stirpi elleniche si sono riconosciute. Perciò lo si trova al centro della vita morale dei Greci come elemento di civiltà; e al centro della loro vita politico-sociale come elemento di unione.
Come tutore della vita morale egli è il protettore della città ( $\pi 0 \lambda 1 \dot{\varsigma} \varsigma$ ), presiede alle adunanze ( $\dot{\varepsilon} \gamma \omega \sigma \sigma \sigma \varsigma$ ), custodisce i limiti della proprictà ( $\dot{\varepsilon} \rho \kappa \varepsilon \iota \varsigma$ ), protegge lo straniero ( $\xi \dot{\varepsilon} v \sigma \varsigma$ ), soccorre i supplicanti ( $\dot{\varepsilon} \varepsilon \dot{\varepsilon} \sigma \iota \varsigma$ ), eseguisce il volere delle Moire (Parche) cioè del fato, che è destino di morte ( $\mu 0 \iota \rho \alpha \gamma \varepsilon \tau \eta \varsigma$ ) ma non può mutarlo (limitazione che è un omaggio all'idea di Dio perché riconosce l'impero di una norma che controbilancia il capriccio degli dèi); unisce gli sposi ( $\tau \sigma \mu \eta \dot{\eta} \sigma \sigma \varsigma$ ), protegge i legami di parentela ( $\sigma v \gamma \gamma \dot{\varepsilon} \nu \iota \varsigma$ ), è patrono delle purificazioni ( $\kappa \alpha-$ $\theta \dot{\alpha} \rho \varepsilon \iota \varsigma$ ), delle espiazioni ( $\mu \alpha \lambda \lambda \dot{\eta} \gamma \iota \varsigma$ ) e vindice dei giuramenti ( $\dot{\eta} \rho \kappa \iota \sigma \varsigma$ ), egli è il nume greco per eccellenza ( $\lambda \lambda$ $\lambda \eta \nu \iota \varsigma \sigma \alpha \nu \varepsilon \lambda \lambda \dot{\eta} \nu \iota \varsigma$ ).
Come tutore della vita sociale-politica Z., a grado a grado che avviene la fusione delle regioni e delle stirpi, comincia ad assorbire i vari culti locali. Così in Creta egli è Z. Kpetayevìs assorbendo le caratteristiche di un nume locale della vegetazione che annualmente muore e rinasce; in Arcadia è Z. Auxaĩos certo in sostituzione di un antichissimo culto animalesco con sacrificio umano; a Dodona Z. $\Delta \alpha \dot{\alpha} \delta \sigma \alpha i \sigma \varsigma$, dio locale che manifesta il futuro con le stornire delle foglie della quercia che lo impersona; Z. тpoqúvıos presso Lebadea nell'omonima caverna dove sostituisce un dèmone oracolare; Z. 'O $\lambda v \mu \pi \varepsilon \dot{\varepsilon} \iota \varsigma$ in Olimpia nell'Efide intorno al cui tempio si celebravano i giuochi che furono il più forte cemento di coesione delle stirpi elleniche, e dalla cui successione quadriennale nel tempo si fissavano gli anni (Olimpiadi).
Da Omero, dove molti di questi aspetti sono già presenti, apparendovi Z. come dio del fulmine, signore dei fenomeni meteorici (Iliade, X, 5, 7; XII, 252; XVII, 248-50), abitatore delle montagne (ibid., VIII, 47-52; XV, 151-53; XXIV, 308), padre degli dèi e degli uomini (ibid., XVI, 225 sgg.), vindice del giuramento (ibid., V, 155), esecutore del destino (ibid., XXI, 82), fino ad Eschilo,la letteratura è venuta sempre più affermando e nobilitando il concetto di Z. tanto che Eschilo (frg. 345) dice di lui: "Z. è l'etere, Z. è la terra, Z. è il cielo, Z. è tutto, e ciò che vi è sopra il tutto" (v. GIORB).
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Bibl, : oltre alle opere generali citate alla voce grecla, religione della, v. A. B. Cook, Z., 3 voll., Cambridge 1914-25; O. Waser, s. v. in Raschers Lexikon, Lipsia-Berlino 1934, coll. 564-759. Nicola Turchi
ZEUSS, Johann Kaspar. - Storico e filologo, n. a Vogtendorf (Franconia) il 22 luglio 1806, m. ivi il 10 nov. 1856.
Compiuti gli studi secondari a Bamberga, e laureatosi all'Università di Monaco, fu successivamente professore di storia in un ginnasio di Monaco e nzi Licei di Spira e di Bamberga. Scienziato di prodigiosa cultura, si occupò di storia e di etnologia, ma specialmente di filologia, conseguendo rinomanza mondiale per le sue ricerche sulla lingua dei Celti. Impostosi all'ammirazione dei dotti per la sua opera giovanile Die Deutschen und die Nachbarstämme (Monaco 1837), compiuta silloge di tutti i brani della letteratura greca e latina relativi alle popolazioni germaniche dell'Europa centrale (presioso strumento di lavoro anche per le abbondantissime note critiche, esso fu più volte ristampato sino al 1925), lo Z. diede alle stampe due anni più tardi un'altra opera poderosa, Die Herhunft der Baiern von den Marhomannen gegen die bisherigen Multimassungen benoieses (ivi 1839; $2^{2}$ ed. 1857), cui tennero dietro le Traditiones possessionesque Wissenburgenæs (Spira 1842) e Die Freie Reichstadt Speier vor ihrer Zerstörung nach urkundlichen Quellen geschildert (ivi 1843). Ma l'opera capitale fu la Grammatica Celtica e monumentis vetustis tum Hibernicae linguae quam Britannicarum dialectorum Cambricae, Cornicae, Aremoricae comparatis Gallicae priscae reliquiis (Berlino 1853; $2^{2}$ ed. 1871), nella quale, come indica il titolo, egli prese in esame, attraverso lunghissime ricerche nelle principali biblioteche europee, tutti i frammenti superstiti delle antichissime e quasi obliste lingue celtiche, onde fu esattamente detto che lo Z. richiamò alla vita il linguaggio dei Celti e ne creò lo studio filologico, mai dapprima tentato.
Pur essendo rimasto nel secolo, contro il desiderio dei suoi che lo avrebbero voluto sacerdote, lo Z. fu uomo di schietta e praticata pietà in epoca e in ambiente di dominante positivismo.
Bibl.: E. Schröder, s. v. in Allg. Deutsche Biographie, XLV, Lipsia 1900, pp. 132-36; E. Kuhn, 7. K. Z., Monaco 1906; A. F. J. Remy, s. v. in Cath. Euc., XV, pp. 757-58.
Renzo U. Montini
ZIGLIARA, Tommaso Maria. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Bonifacio di Corsica il 29 ott. 1833, m. a Roma il 10 maggio 1893.
Studiò a Roma e a Perugia, dove fu ordinato sacerdote il 17 maggio 1857. Professore di filosofia e teologia a Roma, a Corbara di Corsica, a Viterbo e di nuovo a Roma, alla Minerva, dove fu pure reggente degli studi nel Collegium S. Thomae. Creato cardinale nel 1879 da Leone XIII, nel genn. 1893 optò per la sede suburbicaria di Frascati, ma mori prima di ricevere la consacrazione episcopale.
Numerose e importanti le sue opere: Saggio sui principi del tradicionalismo (Viterbo 1865); Osservazioni sopra alcune interpretazioni della dottrina ideologica di s. Tommaso d'Aquino, del prof. G. C. Ubaghs (ivi 1870); Della luce intellettuale e dell'ontologismo (2 voll., Roma 1871); Summa Philosophica in usum Scholarum (ivi 1876) : opera classica, largamente diffusa in susseguenti 17 edd.; De mente Consilii Viennensis in definitione unionis animae cum corpore (Roma 1878); Commentaria s. Thomae in Aristotelis libros Perihermeneias et Posteriorum Analyticorum, cum synopsibus et annotationibus (ivi 1882): è il I vol. dell'ed. leonina delle opere di s. Tommaso; Propedeutica ad Sacram Theologiam seu Tractatus de Ordine supernaturali (ivi 1890) : notevole per la vigorosa difesa del supranaturale. Lo Z. fu uno dei neoscolastici più distinti, che cooperò efficacemente al rifiorire della filosofia cristiana secondo lo spirito di s. Tommaso. Noto e stimato in tutto il mondo cattolico, fu in particolare considerazione presso Leone XIII, che di lui si servì per la stesura di numerose encicliche. Lo Z. si distingueva per l'eccellenza e l'armonia delle sue doti intellettuali e morali, per cui fu caro agli amici e non inviso agli avversari.
Bibl.: R. Fei, Il card. T. Z., in Mem. domenic., 42 (1928), pp. 265-75; O. F. Tencajoli, Il card. T. M. Z., in Mem. domenic., 52 (1935), pp. 160-76.
Umberto Degl'Innocenti
ZIGUINCHOR, vicariato apostolico di. - E situato nella zona del Senegal che si trova fra la Guinea portoghese e la Gambia.
E costituito da una lunga striscia di terra, attraversata in parte dal fiume Casamance. Fu eretta in prefettura ap. il 25 apr. 1939 ed elevata a vicariato ap. il 10 luglio 1952, distaccandone il territorio dalla prefettura ap. di S. Luigi del Senegal. E affidato alla Congregazione dello Spirito Santo. Ha una superficie di 45.565 kmq . con 325.000 ab., di cui 21.646 cattolici, 985 catecumeni, 208.000 musulmani e 94.271 pagani. Missionari 21, fratelli 7 , suore 13 , catechisti 135 . Quasi parrocchie 2. stazioni principali 5 , secondarie 120 , scuole elementari 16.
Bibl.: AAS, 31 (1929), pp. 356-57; MC, 1930. Archivio della S. Congr. de Prop. Fide, poc. prot. n. 4713/21. Saverio Paventi
ZILERI DAL VERME, Lucrezia. - Priora generale delle Orsoline del S. Cuore di Parma, al secolo Drusilla, n. a Parma il $1^{\circ}$ ag. 1839, m. ivi il 3 ag. 1923.
Educata nel Collegio cittadino delle Hume Orsoline, fondata nel 1575 col nome di Vergini di S. Orsola da Maria Vittoria Masi, non tardò a dare il nome al loro Istituto, entrandovi nel 1858 e attendendo con impegno ai diversi uffici affidatite, che gradatamente la portarono alla carica di priora generale nel 1886. Poiché l'Istituto, fondato tre secoli prima, non più si adattava, cosi com'era, alle nuove esigenze, anzi urgenze dei tempi, la Z. cercò di rassodarne sempre più lo spirito e di portarlo allo stato di vera congregazione religiosa. Per questo stese nuove Regole, serbando delle antiche quanto ancora si confaceva ai tempi, ed ebbe la gioia di vederle definitivamente approvate nel 1899. Di esse diede più tardi un ampio commento, pubblicato poi nel 1919. Nel frattempo le case e le religiose erano andate crescendo di numero (Milano, Modena, Colecchio) e la Z. vegliava sulla formazione di tutte ad una profonda vita interiore, centrata nella devozione al S. Cuore di Gesù; e superava con oculata energia le difficoltà che i tempi burrascosi non si stancavano di suscitare. Alla Z. si deve la istituzione della Congregazione Mariana tra le giovani e l'Opera delle Moestre, offrendo a queste l'occasione di ritiri chiusi, di conferenze settimanali di religione, preludio dell'Opera della Scuola Superiore di Religione, istituita nel 1908 dal vescovo Guido Conforti e affidata in buona parte alla cura delle Orsoline.
Bibl.: G. Monetti, La madre Lucrezia Z. dal Verme, Parma 1931.
Celestino Testore
ZILERI DAL VERME, Roberto. - Deputato ed organizzatore cattolico italiano, n. a Roma il 25 ott. 1858, m. a Vicenza il 28 febbr. 1937.
Fu tra i primi a partecipare al movimento cattolico. Si distinse specialmente nell'azione della "Niccolò Tommaseo " per il rinnovamento cristiano della scuola. Tenne anche la presidenza di cooperative cattoliche di produzione e lavoro. Eletto sindaco di Vicenza nel 1896, il primo sindaco di parte cattolica in capoluogo di provincia, amministrò egregiamente e tenne fronte con fermezza agli avversari. Nel luglio '97 il ministro di Rudinl, che iniziava una politica anticlericale, sciolse il Consiglio comunale. Dopo qualche anno lo Z. rientrò al Comune con la maggioranza clerico-moderata, quale assessore dei Lavori pubblici. Fu anche più volte consigliere provinciale. Millió quale volontario per l'indipendenza dei Boci nel SudAfrica, e nello sfortunato tentativo di restaurazione monarchica in Portogallo. In occasione del terremoto calabro-siculo del dic. 1908 fu tra i primi sul posto, e dal b. Pio X, che ben lo conosceva, ebbe molti incarichi di assistenza. Cooperò a lungo, dopo quel disastro, con il servo di Dio d. Orione per raccogliere gli orfani. Durante la guerra di Libia e la prima guerra mondiale, benché in età avanzata, prestò la sua opera di volontario della Croce Rossa nelle ambulanze più esposte, e presiedette poi in Vicenza all'Opera nazionale per l'assistenza civile e religiosa agli orfani di guerra. Nel tempo stesso mantenne il suo posto nell'A-
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zione Cattolica, presiedendo la Giunta diocesana. Sorto nel ' 19 il Partito popolare italiano, vi si iscrisse subito e fu eletto deputato d'un Collegio vicentino per la XXV legislatura. Sostenitore sincero della Conciliazione, manifestò la sua esultanza per i Patti Lateranensi del 1929.
BibL.: [F. Rinaldi], Commentar., in Civ. Catt., 1937, t. p. 262; G. De Mori, Cenni biogr. su R. Z., Vicenza 1937; A. Caldano, Commemor. di R. Z. d. V., Vicenza 1937; A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori dal 1916 al 1922, in Enc. biogr. e bibl. ital., III, Roma 1941, p. 250.
Agostino Vian
ZIMARA, Marco Antonio. - Filosofo e medico, n. a S. Pietro in Galatina (Lecce) nel 1460, m. a Padova nel 1523.
Le opere dello Z. occupano un posto preminente nella cultura averroistica della scuola patavina. Oltre a utili glossari come la Tabula et dilucidationes in dicta Aristotelis et Averrois e i Theoremato seu memorabilium propositionum limitationes, scrisse In libros tres Aristotelis De anima commentarii (Venezia 1533) dove tenta un accordo in senso cristiano tra le varie dottrine concernenti la immoralità (v.) e individualità dell'anima. Polemizza con le interpretazioni realistiche di Aristotele e imposta platonicamente il rapporto senso-intelletto, il primo visto come facoltà passiva, il secondo come avente una sua natura «efferix». Nelle glosse alle Questiones super parvis naturalibus di Giov. Gianduno pone la forma come principio della individuazione (v.) e della indivisibilità dell'individuo (v.). Trattò anche problemi concernenti la medicina. Raccolse un vasto ricettario, Antrum magicomedicum ecc., dove unisce escogitazioni magico-astrologiche con intuizioni religiose ed escatologiche.
BibL.: K. Werner, Die Endausgang mittelali, Scholastik, Vienna 1887, p. 140 sgg.; G. Saitta, Il pensiero itul. nell'Umanesimo e nel Rinascimento, Bologna 1930, p. 379 sgg. Enrico Garulli
ZIMMER, Patritius Benedictus. - Teologo, n. il 22 febbr. 1752 ad Abtagmünd (Württemberg), m. il 16 ott. 1820 a Landshut.
Sacerdote nel 1775, ebbe la cattedra di teologia dogmatica all'Università di Dillingen (1783-95) poi a quella di Ingolstadt (1788-1800); trasferita questa Università a Landshut, vi insegnò esegesi, patrologia e storia della letteratura. Fu eletto rettore magnifico nel 1819.
Collega e amico di Sailer (v.), con cui ebbe comune la gentilezza dell'animo e la forza dell'ingegno, dotato di eccellenti qualità didattiche, riuscl a conquistare la simpatia incondizionata dei suoi numerosi alunni, che gli fecero restituire la cattedra per tre volte. Egli infatti, nel desiderio di rinnovare la scienza ecclesiastica, si lasciò trasportare dalla corrente della nuova filosofia tedesca (Fichte e Schelling) e pertanto si attirò da parte cattolica aspre critiche e forte opposizione.
Le sue opere principali sono: Dissertatio dogmatica de terra et complete potestate ecclesiastica illiusque subiecto (Dillingen 1784), ove sostiene la subordinazione della Chiesa allo Stato; Theologiae christ. theoreticae systema (ivi 1787); Theologia christ. dogmatica (2 voll., Vienna 1789-90); Fides existentiae Dei (ivi 1791); Theologiae christianae specialis (4 voll., Landshut 1802-1806) : questi lavori dogmatici non sono esenti da pecche dovute alla tendenza filosofica dell'autore. Scrisse altre notevoli opere, in lingua tedesca, sul peccato originale e sulla Rivelazione del Vecchio Testamento.
BibL.: J. M. Sader, P. B. Z. Kurgefasste Biogr., Landshut 1822; Hurter, V, coll. 259-61; M. Grabmann, Stor. della teol. catt., trad. it., Roma 1939, p. 308 ; J. Mercier, v. v. in DTbC. XV, col. 3604.
Antonio Pioberti
ZIMMERMANN, OTTO. - Teologo e scrittore ascetico, n. il 24 maggio 1873 a Döttingen (Svizzera), m. il 13 genn. 1932 a Lucerna.
Entrato nella Compagnia di Gesù (1890), fu per molti anni collaboratore della rivista Stimmen der Zeit e padre spirituale. Tra i suoi scritti più noti sono Ohne Grenzen und Enden (Friburgo in Br. 1910, $5^{\text {a }}$ ed. 1923); Das Gottesbedürfnis (ivi 1910); Warum Schuld und Schmerz? (3a ed. ivi 1924); Vom Vielen zum Einen (ivi 1921). La sua opera fondamentale fu un testo di ascetica, Lehrbuch
der Aszetik (2a ed. ivi 1932), che per parecchio tempo ha avuto il primato tra quelli scritti in lingua germanica, notevole per ricchezza di bibliografia, ordine, equilibrio di giudizi, ampiezza di trattazione.
Arnaldo M. Lanz
ZINCOGRAFIA : v. FOTOMECCANICHE ARTI.
ZINGARELLI, Nicola Antonio. - Musicista, n. a Napoli il 4 apr. 1752, m. a Torre del Greco il 5 maggio 1837.
Studiò al Conservatorio di S. Maria di Loreto a Napoli; a 20 anni maestro di cappella a Torre Annunziata (1772), nel 1792 lo era nel duomo di Milano, nel 1794 nella S. Casa di Loreto e nel 1804 a S. Pietro in Roma, dove rimase fino al 1811. Portato prigioniero da Napoleone, per essersi rifiutato di dirigere un Te Deum per la nascita del «Re di Roma», poi liberato e remunerato per aver musicato una messa a Parigi, ritornò a dirigere il Reale Collegio di musica in Napoli (1813) e nel 1816 vi fu nominato maestro di cappella della Cattedrale, succedendo al Paisiello. Oltre a molte opere è notevole la sua produzione religiosa : 3 oratòri : La distruzione di Gerusalemme (Firenze 1803), La riedificazione di Gerusalemme (Napoli 1804), Saulle, exceero il Triunfo di Davide (ivi 1805), alcune cantate religiose, messe, Requiem, Stabat Mater, Magnificat, inni, mottetti, ecc. Famoso il Miserere a 4 voci, scritto nel 1826.
BibL.: A. Liberatore, Necrologia, Napoli 1837, pp. 231-32; F. Florimo, La scuola music. di Napoli, 2 voll., Napoli 1880, p. 126 sgg.; A. Schering, Gesch. des Gratariens, Lupss 1913, pp. 178, 240, 241, 245; S. Di Giacomo, Il foro Z., in Musica d'oggi, I (1919), pp. 10-23.
Luisa Cervelli
ZINGERLE, Pius. - Orientalista benedettino (al secolo Giacomo), studioso di letteratura orientale e traduttore della poesia cristiana siriaca, n. a Merano il 16 marzo 1801, m. a Marienberg il 10 genn. 1881.
Entrò tra i Benedettini a Marienberg con l'amico Beda Weber nel 1820 . Si dedicò dapprima alla cura d'anime, per assumere in seguito una cattedra al Ginnasio benedettino di Merano, divenendone poi direttore. Dal 1862 al 1865 fu professore di lingue semitiche ed in particolare di lingua araba alla Sapienza a Roma, rivestendo nello stesso tempo anche l'ufficio di consultore della Congregazione di Propaganda. Fu anche scriptor alla Biblioteca Vaticana e più tardi lettore nell'abbazia di Marienberg. Ebbe la nomina a membro di diverse accademie e associazioni per studi orientali. Fu un grande linguista, in special modo profondo conoscitore della lingua sira.
Pubblicò, tra l'altro: Ausgewählte Schriften des bl. Ephrem, 6 voll. (Innsbruck 1830-37; $2^{\text {a }}$ ed. ivi 1845-46); Bibliothek der Kirchenväter, 3 voll. (ivi 1870-76); Echte Akten heiliger Märtyrer des Morgenlandes, 2 voll. (ivi 1836); Monumenta Syriaca, I (ivi 1869); Christomalbia syriaca (Roma 1871); Lexicon Syriacum (ivi 1873); Harfenhlange aus dem Libanon (ivi 1840).
BibL.: necrologio, in Rev. bénéd., 7 (1890), pp. 83-89; nota biografica, in X. Wurabach, Biographisches Lexikon..., LX, Vienna 1891, pp. 151-54; anon., Hist. Polit. Blätter, 155 (1915), pp. 268-74.
Giovanni Beat
ZINZENDORF, Nikolaus Ludwig, conte di. - N. il 26 maggio 1700 a Dresda, m. a Herrnhut il 9 maggio 1760. Suo padre morì poco dopo la sua nascita e sua madre, contratto un nuovo matrimonio, lasciò il giovane Z. alle cure dell'avola e di una zia, ambedue pietiste e amiche personali dello Spenar (v. PIETISMO).
Sotto la loro vigilanza il fanciullo fu educato nella pietà e a 10 anni entrò nel Collegio di Halle, diretto dal celebre pedagogo e pietista A. Ermanno Franke, dove con altri compagni fondò una società per santificarsi e per diffondere il Vangelo. Nel 1717 passò all'Università di Wittenberg. Egli voleva dedicarsi alla teologia, ma la sua famiglia si oppose non credendo conveniente che un nobile tedesco divenisse un semplice ministro e predicatore. Si applicò quindi allo studio delle leggi, ma non tralasciò lo studio privato della teologia. Finiti gli studi nel 1719, viaggiò in Glanda, in Francia, nella Svizzera ed in varie parti della Germania.
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(da H. T. Lengen, Die Entwicklung der Zopurtal von ibrre Anfungen 304 zur Zeit der III. Dynastic von Ur. Lipsta 1811, tav. 51)
ZiQQURATU - Z. di Anu. con tempio bianco e scalinate - Uruk-Warka.
Ritornò in Sassonia nel 1721 e, secondando i desideri della famiglia, accettò un ufficio pubblico. Fedele però sempre al suo ideale giovanile di associarsi con altri per santificarsi e propagare il Vangelo, si unì con il barone Federico Watteville, già suo compagno nel Collegio di Halle, con Rothe pastore della chiesa luterana di Berthelsdorf, sita nella sua contea e con Schaefer, pastore della vicina città di Görlitz, e formò il "Patto dei quattro fratelli" con lo scopo indicato. In quel tempo alcuni Fratelli Boemi (v.), fuggitivi dalla Moravia, avevano cercato rifugio nelle terre del conte ed avevano fondata la colonia di Herrnhut. Lo Z. si accorse presto che fra di essi avrebbe potuto facilmente attuare il suo desiderio. Rinuczio nel 1727 al suo ufficio pubblico e si stabilì a Berthelsdorf vicino a Herrnhut deciso a fare di quegli emigrati un centro di intensa pietà luterana pietista e missionaria; ma trovate difficoltà nelle dottrine e nell'organizzazione dei Fratelli, gli parve meglio di risuscitare la loro Chiesa, pur conservando in essa tutto ciò che egli credeva buono del luteranismo-pietista, in modo da creare una "Ecclesiala in Ecclesia ". Con questo fine egli si fece ordinare prima ministro luterano e poi nel 1737 vescovo dei Fratelli dai due vescovi boemi, Jablonsky e Nitschmann. Da questo momento la vita dello Z. è intimamente unita con l'opera dei "Fratelli Moravi" o "Fratelli Uniti" o anche "Unitas Fratrum ", nomi che sostituì all'antico dei "Fratelli Boemi". Tra di essi fomentò lo spirito di pietà e delle missioni, ma non volle mai dare una confessione di fede, benché la confessione luterana di Augusta rimanesse il fondo delle loro credenze. Non permise mai che essi si unissero ad altre sètte e procurò che conservassero sempre il loro carattere speciale. Frattanto i Luterani della Sassonia, ai quali non piaceva quella "Ecclesiala", ottennero dall'elettore contro di lui un decreto di esilio nel 1736, ed egli seppe sfruttare questo tempo per farsi consacrare vescovo, come s'è detto, e per visitare varie nazioni d'Europa e farvi conoscere i suoi Fratelli Moravi. Nel 1739 viaggiò all'Isola di S. Tommaso nelle Antille, dove già si era formata una piccola Missione di Fratelli, e nel 1741 si recò nelle colonie inglesi. Nella Pennsylvania consolidò i Fratelli Moravi. Tolto il decreto di esilio nel 1749, ritornò a Herrnhut, visitando di nuovo l'Olanda, l'Inghilterra ed altri Paesi.
Bibl.: cf. bösmi fratelli, III. Fratelli Moravi; inoltre: A. G. Spangenberg, The Life of N. Lewis count Z., bishop and ordinary of the Church of the United (or Moravian) Brethren, vers. dal ted., Londra 1838; W. G. Addison, The renewed Church of the united Brethren 1722-1930, Londra 1932. Camillo Crivelli
- ZINZINO. - E annoverato impropriamente tra gli antipapi.
Alla morte di Pasquale I (11 febbr. 824) si ebbe una doppia elezione papale (circostanza sottaciuta dal Lib.
Pont.), come risulta dai cosiddetti Einhardi annales (ad a. 824 : ed. G. H. Pertz, in MGH. Scriptores, I [1826], p. 212), dalla Vita Walae (28: ed. Pertz, ibid., II [1829], p. 545) e dalla Vita Hludoxici imp. di Tegano ( 30 : ibid., p. 595). Un candidato era patrocinato dall'exercitns (nobiltà), l'altro dalla Familia S. Petri (burocrazia ecclesiastica); l'afficace intervento del monaco Wala fece trionfare il primo che divenne Eugenio II. L'altro non si ostinò e le fonti ne ignorano perfino il nome che vien ricordato, non si sa su quale fondamento, da O. Panvinio (Romani Pontifices et Cardinales S. R. E. ab eisdem a Leone IX ad Poulum IIIL... creati, Venezia 1557, p. 45; Chronicon ecclesiasticum, Lovonio 1573, p. 72).
Bibl.: Lib. Pont., II, p. 69; Jaffé-Wattenbach, I, pp. 320-21; L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, $3^{2}$ ed., Parigi 1911, pp. 195-96; Pliche-Martin-Fruso, VI, n. 226.
A. Pietro Frutaz
ZIPAQUIRÁ, diocesi di. - Città e diocesi del Dipartimento di Cundinamarca nella Colombia (America meridionale).
Ha una superficie di 12.500 kmq . con una popolazione di 400.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 39 parrocchie, servite da 27 sacerdoti diocesani e 30 regolari; ha un piccolo seminario, 3 comunità religiose maschili e 13 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 462).
La diocesi è stata creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ne nimia del $1^{\circ}$ sett. 1951, per amembramento dell'arcidiocesi di Bogotá dai vicariati foranei di Z., Chocontá, Graduas, Lenguazaque, La Palma, La Peña, Machetá, Pacho, Susa, Topispi, Ubate, Vergara; la sede della diocesi è stata stabilita in Z. e la chiesa della S.ma Trinità è stata elevata a dignità di cattedrale con Capitolo cattedrale.
Bibl.: AAS, 44 (1952), pp. 441-44. Enrico Josi
ZIPH. - Due città della Palestina antica.
1. Abitato del Neghebh, all'estremità meridionale della tribù di Giuda (Ios. 15, 24) fondato da Mesa calebita (I Par. 2, 42); oggi Hirbet ez-Zejfeh, 6 km . a sudovest di Kurnub.
2. Abitato menzionato tra le città di Giuda, sito nella montagna fra Maon e il Carmelo (Ios. 15, 55), di cui resta il ricordo nel nome di Tell ez-Zif, ca. 7 km . a sudest di Hebron. Fortificata da Roboam (II Par. 10, 8), era ancora abitata nel sec. iv (Eusebio, Onomast., 92, 15). Dalla città prendeva nome il deserto che si estendeva ad est sino al Mar Morto, dove si rifugiò David, per sottrarsi all'ira di Saul (I Sam. 23, 14). Il luogo dell'incontro con Jonathan, Hórābh, è identificato con Hirbet Hurēsah a ca. 2 km . a sud-ovest di Tell ez-Zif; e il luogo del nascondimento Gibh'ath ha-Hákhllāh (I Sam. 23, 19) è identificato con Dabrat el-Kólā.
Bibl.: B. Ubach, Excursion aux déserts d'Engaddi, Zif et Maon, in Rov. biblique, 23 (1946), pp. 248-59. Donato Baldi
## ZIPS : v. SCEPUSIO.
ZIQQURATU. - Nome sumero, babilonese e assiro delle torri temporarie che nella Mesopotamia antica furono costruite dall'epoca più remota, preistorica, fino a tutto il periodo babilonese, nel quale avevano la forma di torri a sette gradini con, sulla piattaforma suprema, un piccolo tempio e con una scala a più rampe che vi conduceva.
Nel Vecchio Testamento, Gen. 11, 1-9, il racconto della torre, mighdál, e della confusione delle lingue si riferisce ad una 2. e precisamente a quella del tempio Esagila di Marduk (v.) nella città di Babele. Erodoto descrive la z. di Babele secondo la forma che le torri avevano nel periodo neobabilonese ed ha in mente pro-
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Zinc (Nova Clara Vallis) - Complesso degli edifici abbaziali (1913).
babilmente quella di Nabucodonosor a Babele. Beniamino da Tudela ed altri viaggiatori dopo di lui hanno preso le z. di 'Aqar Qūf (Dūr-Kurigalzi) o di Barsippu (Bire Nimrud) per la torre di Babele anticotestamentaria.
Nelle rovine delle antiche città sumero, babilonesi e assire sono state scoperte z. in grande numero, poiché non vi era tempio importante nel paese che non avesse la sua torre, molte volte ricostruita e cambiata nella pianta, nell'altezza, nel numero dei gradini o delle terrazze e nella forma, direzione e lunghezza delle scalinate o rampe che salivano fino alla cima.
In origine, in epoca ancora preistorica, la z. era costituita da una terrazza alta o da maggior numero di terrazze, sovrapposte una sull'altra senza numero fisso; in genere le forme delle z. variavano da città a città e da epoca ad epoca, sebbene non molto, ed infine la torre a sette gradini, come il numero dei pianeti, con un tempietto in cima e una scalinata d'accesso divenne la z. tipica. Si sono scoperte z. tanto negli strati preistorici delle città sudbabilonesi (Uru, Uruk ecc.) quanto in quelli dell'epoca neobabilonese e neoassira (Babele, Barsippu, Aššūr, Kalhu, Dūr-Šarrukéni [Horsibād], Ninive, ecc.); la più famosa era quella del tempio di Marduk a Babele, che portava il nome sumero di Etemenanki, le sue misure sono note per essere state tramandate in una tavoletta scritta nel periodo neobabilonese da un certo Anubélšunu.
Non si sa a quale scopo gli antichi Mesopotamici costruissero z. e quale fosse precisamente il significato religioso di queste. Alcuni studiosi affermano che esse sono imitazioni nella pianura mesopotamica delle colline sulle cui cime gli antichi Sumeri veneravano nei templi le loro divinità quando abitavano ancora sull'altopiano iranico prima di discendere nella Mesopotamia; altri vi vedono luoghi di sepoltura dei re, come le piramidi di Egitto; ancora altri vi vedono luoghi di discesa delle divinità dal cielo sulla terra, ed altri dànno ancora altre interpretazioni delle torri templarie.
BibL. : E. Botta - G. Flandin, Monuments de Ninive, I-V, Parigi 1849-50; W. Andran, Der Anu-Adad-Tempel in Assur, (Wiss. Ver. der Deutsch. Orient-Gesellschaft., 10), Lipsia 1909; R. Koldewey, Die Tempel von Babylon und Barsippu (ibid., 15), ivi 1911; id., Der babylon. Turm nach der Tontafel des Anubelschons, in Mitt. der Deutsch. Orient-Gesellschaft., 59 (1918), p. 27 4gg.; Th. Dombart, Zikkurrat und Pyramide, Monaco 1912; A. Moberg, Babels torn, Lund 1918; Th. Dombart, Der Sakrallurm, 1, Tell: Zikkurrat, Monaco 1920; id., Der babylonische Turm (Der Alte Orient, 29, 10), Lipsia 1930; W. Andrae, Der babylonische Turm, in Mitt. der Deutsch. Orient-Gesellschaft., 71 (1932); Fr. Worzel e F. Weissbach, Das Hauptheiligtum des Marduk in Babylon, Exogila und Etemenanki (Wiss. Ver. d. Deutsch. Orient-Gesellschaft., 59), Lipsia 1938; Th. A. Busink, De toren van Babel, Batavia 1938; G. Martiny, Der Turm zu Babel, in Arch. Anzeiger, 1938; L. Woolley, Ur excavations, V. The Zigurrat and its surroundings, Oxford 1939; H. J. Lensen, Die Entwicklung der Zigurrat von ihren Anfängen bis zur Zeit der III. Dynastie von Ur, in Ausgr. der Deutsch. Forschungsgemeinschaft in Uruk-Warka, parte $4^{2}$, Lipsia 1941; A. Parrot, Ziggurats et tour de Babel, Parigi 1949. Giuseppe Furlani
ZIRC (Nova Clara Vallis). - Abbazia dell'Ordine cistercense nella diocesi di Veszprém in Ungheria, unica rimasta delle 18 abbazie cistercensi ungheresi del medioevo.
Fondata nel 1182 da Clairvaux, Z. ebbe vita fiorente fino al 1527. Dopo la sconfitta di Mohacs da parte dei Turchi, la vita monastica ebbe una interruzione di due secoli, durante i quali gli edifici e la chiesa monumentale dell'abbazia vennero demoliti completamente, e i suoi beni passarono in mano di Isici (fino al 1609), poi di abati commendatari. Nel 1659 Z. divenne possesso dell'abbazia di Lilienfeld(Austria), nel 1699 passò all'abbazia di Heinrichau (Slosia) la quale restaurò la vita monastica a Z. Il nucleo del monastero attuale fu costruito fra il 1732 e il 1745 , la chiesa monumentale |di stile barocco fu consacrata nel 1752. Nel 1814 Z. divenne indipendente e le furono unite le abbazie di Pilis e di Pásztó e nel 1878 quella di Szentgotthard. Dal 1923 l'abbazia con le sue case dipendenti formò la - Congregatio Zircensis S. Ordinis Cisterciensis - le cui costituzioni furono approvate nel 1941.
Dal 1819 i monaci di Z. svobero la loro attività nell'educazione della gioventù, nelle scienze e nella cura delle anime. Nel 1948 Z. aveva 8 case dipendenti, 201 professi, 3 scuole (scuola generale e ginnasio) con 4622 studenti (nelle Università svolgono attività 9 padri), 19 porrocchie con 58.503 fedeli. L'abbazia stessa è stata un centro della vita liturgica e del canto gregoriano.
Nel 1950 è stata soppressa dal governo comunista. BibL.: K. Horvath, Z. tïrténate, Veszprém 1930; Schematismus Congregationis de Zirc S. Ord. Cist., Budapest 1942. Balás Sondor
ZIRKEL, Gregor. - Vescovo, n. a Sylbach (Franconia) il 28 sett. (o il 2 ott.) 1762, m. a Würzburg il 18 dic. 1817.
Ordinato sacerdote a Würzburg nel 1786, trascorse l'intera sua esistenza in questa città, dapprima come professore di lingue orientali e di teologia, poi come rettore di quel Seminario e finalmente come vescovo ausiliare col titolo di Hippos in partibus infidelium. Vescovo eletto di Spira, venne a morte prima di prendere possesso della sua Cattedrale.
Se in gioventù aveva inclinato al razionalismo, più tardi corresse i propri errori e prese posto fra i più decisi apologeti della Chiesa e dei suoi diritti così in campo teologico e filosofico, come pure in quello politico. Lo Z. visse infatti nell'epoca turbinosa della Rivoluzione Francese e delle conquiste napoleoniche e svolse opera instancabile per la difesa del cattolicesimo. Ascoltato consigliare del principe ereditario Luigi e della regina Carlotta, contribuì alla caduta del ministro conte Massimiliano di Montgelas, il quale aveva riformato in senso liberale la legislazione bavarese e proclamata l'eguaglianza di tutte le religioni di fronte allo Stato. Promotore di una lega cattolica, oratore eloquentissimo e scrittore di polso, ebbe gran parte nella stipulazione del Concordato del 1817 tra la Baviera e la Sede Apostolica. Scrisse una Geschichte des Patronatsrechtes (1806) ed un volume sulla Die deutsche katholische Kirche (1817). Rimangono di lui anche opere esegetiche e prediche a stampa, oltre a numerosi articoli.
BibL.: J. F. Schulte, s. v. in Allg. Deutsch. Biogr., XLV, Lipsia 1900, pp. 360-61; W. Deinhardt, s. v. in LThK, X, col. 1077.
Renso U. Montini
ZIŠKA, Jan z Trocnova. - Primo condottiero degli hussiti, n. ca. il 1353-58 a Trocnov (Boemia meridionale), m. di peste l'i i ott. 1424 nell'assedio nel castello di Pribyslav.
Z., oriundo da piccola nobiltà ceca, servì prima nelle truppe dei potenti signori locali, poi nelle milizie del re di Polonia e in quelle del re di Boemia Venceslao IV. Nel 1419 prese parte alle prime sommosse degli hussiti a
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Praga (v. HUS) e presto ne divenne capo militare e politico. Z. seguì la corrente più radicale degli hussiti con centro a Tabor (donde Taboriti) in Boemia meridionale in opposizione ai moderati Praghesi. I Taboriti, in gran parte contadini ed artigiani, proclamandosi "militi di Dio e della sua legge e combattevano fanaticamente per la riforma hussita e Z. si credeva chiamato da Dio per farla trionfare con la spada e con il fuoco. Benché dal 1421 completamente cieco, Z. riportò grandi vittorie sugli eserciti numericamente superiori del re Sigismondo e dei suoi partigiani. A ciò, oltre il genio strategico di Z., contribuì anche la sua particolare tecnica militare: carri corazzati muniti di bombarde e carichi di truppe che egli spostava e ordinava con grande macstria. Nelle città espugnate Z. passava a fil di spada tutti quelli che si rifiutavano di aderire al movimento hussita e distruggeva tutte le " vanità mondane ", cioè monumenti d'arte, biblioteche, archivi, ecc. Z., paternamente sollecito dei suoi militi, sarvi il movimento hussita sinceramente e disinteressatamente, ma il fanatismo settario taborita non gli permise di trarre dai suoi successi militari vantaggi durevoli neanche per gli scopi politici e nazionali del movimento. Senza Z. il movimento hussita verosimilmente non sarebbe uscito dal campo delle discussioni teologiche e riforme ecclesiastiche né degenerato in lunghe guerre fratricide, che sconvolsero profondamente la vita religiosa, culturale e politica del Regno di Boemia causando ingenti danni materiali e morali.
Biol.: I Pvind, Z. a jeho doba, a vol., Praga 1927-33 (con ricca bibl.); K. Kofta, Z. a husitshá revoluce, ivi 1936.
Giuseppe Olšr
ZITA (CITA), santa. - Vergine lucchese, n. a Monsagrati (Toscana) nel 1218, m. a Lucca il 27 apr. 1272, come attesta la Vita coeva (cf. Acta SS. cit. sotto, p. 507).
A 12 anni, a servizio in casa Fatinelli di Lucca, ebbe a soffrire dalla durezza dei padroni e dai compagni di servizio; ma guadagnatasi in seguito stima e fiducia, le fu confidata la direzione della casa. Subito dopo la morte, la fama di santità, confermata da numerosi miracoli, suscitò la venerazione dei fedeli. Il corpo fu deposto nella basilica di S. Frediano a Lucca, dove si venera quasi incorrotto. Il culto della Santa fu autorizzato da Paganello, vescovo di Lucca, verso il maggio del 1278 (Danie ricorda «un degli anzian di s. Z.»: Inferno, XXI, 34-42); confermato da Innocenzo XII, il 5 sett. 1696, esso si sparse in tutta Italia, poi in Europa e in America. La Santa è invocata dalle domestiche, delle quali è stata dichiarata patrona il 26 sett. 1953. Festa il 27 apr.
BinL.: la Vita, di un contemporaneo, in parte in Acta SS. Aprilis, III. Anversa 1675, pp. 499-510, è conservata in copia manoscritta del sec. xiv a Lucca (Bibl. governativa). I Miracula, registrati da un notaio contemporaneo, in Acta SS., loc. cit., pp. 510-27. Atti del processo di canonizc. del sec. xvir, in Arch. vescovile di Lucca. Biografie: A. Guerra, Istoria della vita di s.Z., $2^{\circ}$ ed., Parma 1895; F. P. Luiso, L'unoiano di s. Z., Lucca 1927 (cf. rec. di B. de Gaifler, in Anal. Bolland., 48 [1930], pp. 229-30); C. Boffo, S. Z., vergine lucchese, Alba 1935; G. Casali, S. Z., Lucca 1936; Martyr. Romanum, pp. 158-59; P. Puccinelli, S.Z., vergine lucchese, Lucca 1940.
Clemente Schmitt
ZIZANIA (rá Çiçávia). - Malerba molto simile al frumento, che, nella parabola di Gesù riferita in Mt. 13, 20-30. 36-43, deve identificarsi nel loglio (lolium temulentum di Linneo). Si distingue chiaramente dal frumento solo quando se ne sviluppano le spighe (cf. Mt. 13, 26). Ha un'azione narcotica sull'organismo umano, produce il capogiro, a causa di un piccolo fungo che si annida sotto l'involucro del seme.
Quando, come nella parabola, la z. cresce assieme al buon grano, è difficile strapparla senza danneggiare il grano. Normalmente gli agricoltori orientali aspettano la maturazione, quindi, prima di mietere il buon grano, strappano la z. e la distruggono con il fuoco.
Gesù stesso spiegò agli Apostoli la parabola della z. (Mt. 13, 36-43), precisando che il seminatore è «il Figlio dell'uomo"