icile strapparla senza danneggiare il grano. Normalmente gli agricoltori orientali aspettano la maturazione, quindi, prima di mietere il buon grano, strappano la z. e la distruggono con il fuoco.
Gesù stesso spiegò agli Apostoli la parabola della z. (Mt. 13, 36-43), precisando che il seminatore è «il Figlio dell'uomo" (v.), il campo "il mondo", il buon seme
"i figli del regno", ossia quelli che accettano la parola evangelica annunciatrice del Regno di Dio, la z. sono "i figli del maligno", che hanno per padre il diavolo (Io. 8, 44); il nemico che la semino è «il diavolo», la mietitura è «la fine del mondo», i mietitori sono "gli angeli " che saranno inviati dal Figlio dell'uomo a punire i malvagi con il fuoco dell'inferno e a premiare i giusti che splenderanno nel Regno celeste.
Iddio permette che nella storia della Chiesa agisca il "mistero della iniquità" (II Thess. 2, 7) fino alla parusia finale.
Biol.: L. Fonck, Le parabole di Gesù nel Vangelo, trad. it. di U. Bertini, Roma 1924, pp. 157-96. Pietro De Ambroggi
ZLOJUTRIC-SALINATE, PIETRO. - Vescovo francescano e apostolo del cattolicesimo in Bulgaria, n. a Tuzla (Saline) in Bosnia nel sec. xvı, m. in fama di santità il 4 apr. 1624 nel monastero di Gradovrh (Bosnia). Nel 1595 Clemente VIII lo mandò in Bulgaria come visitatore apostolico a capo di alcuni altri missionari francescani. Il io dic. 1601 fu nominato vescovo di Sofia.
A Z. toccò di ravvivare tra i Bulgari la fiamma languente della fede romana e di riaprire in quelle regioni la serie, da allora non più interrotta, dei vescovi cattolici. In 28 anni di lavoro apostolico riorganizzò i pochi cattolici che vi aveva trovato, convertì molte migliaia di eretici pauliciani, erigendo numerose parrocchie; chiamò in suo aiuto alcuni confratelli dalla Bosnia, per i quali fece costruire conventi e residenze, donde, più tardi, sorse la Custodia indipendente di Bulgaria (1624). Inviò a studiare in Italia molti giovani delle più illustri famiglie del paese, alcuni dei quali continuarono la sua opera.
Bibl.: J. Božirbović, Kritički ispit popisa bosanskih vihara i provincijala, Belgrado 1935, pp. 52-54; J. Duijew, Il cattolicesimo in Bulgaria nel sec. XVII, Roma 1937, pp. 14-17; id., Bosanski franjecci u Bogarskoj do ciprovačkog ustanka, in Franjevschi Vijernik. 45 (1938), pp. 462-71. Pietro Čapkun
ZOBEI, Johann Ambros. - Redentorista, n. a Schattenwald (Tirolo) il 7 dic. 1815, m. a Lussemburgo il 6 sett. 1893.
Dal 1843, anno della sua ordinazione sacerdotale, per un cinquantennio esatto esercitò la predicazione in Austria, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, nel tempo stesso in cui si prodigava a diffondere la Congregazione a cui apparteneva. Gli si deve fra l'altro la fondazione delle case di Bochum e di Lussemburgo.
Oratore sacro di singolare facondia, amó dirigersi ai ceti popolari, specie attraverso le missioni di penitenza e il catechismo per gli adulti, propagando la devozione per la Sacra Famiglia di Nazaret. Infatti il suo volumetto di preghiere e di meditazioni (Die hl. Familie) ebbe una decina di edizioni tra il 1833 e il 1900 ed è ancora assai diffuso nei paesi di lingua tedesca. Sono altresì alle stampe altri suoi scritti di pietà e diversi volumi di prediche (cf. A. de Meulemeester, Bibl. gén. des écrivains rédemp. tortistes, II, Lovanio 1935, pp. 479-80). Una pagina particolarmente gloriosa nella vita dello Z. è quella della veemente difesa dei diritti della Chiesa contro il Kulturkampf bismarckiano, condotta con tanto spostclico zelo da costargli l'espulsione dal Reich tedesco.
Bibl.: P. Zender, P. J. A. Z.: ein Lebensbild, Lussemburgo 1894.
Renzo U. Montini
ZOBOR. - Centro monastico di Slovacchia, sulla montagna omonima, presso Nitra.
Nel corso dei secoli, la vita monastica sul Z. segna tre periodi: nel primo sarebbe stata fondata, secondo l'antica tradizione di cui parla Cosma da Praga nella sua Chronica; l'abbazia benedettina di S. Ippolito a Z., nel sec. Ix. all'epoca della Grande Moravia, ca. l'anno 880. Però le prime notizie storiche si hanno ca. l'anno 1000, al tempo dei ss. Andrea Svorad (Zoerardus) e Benedetto, martirizzati nel 1012 a Skalka. L'abbazia fiorì fino al 1468, quando fu occupata dal vescovato di Nitra e i monaci vennero dispersi. Il secondo periodo ebbe principio nel 1691,
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(fol. Enc. Catt.)
Zodiaco - La runta zodiacale. Disegno con figure in rosso del cod. Vat. lat. 643, f. 967 (sec. XII) contenente il De natura rerum e l'Astronomica complura del Venerabile Beda. Uno z. del sec. vi d. C. è riprodotto alla v. sinagoga, vol. XI, col. 655 - Biblioteca Vaticana.
quando il vescovo cominciò a restaurare la fatiscente ab bazia e la trasformò in eremo camaldolese. I monaci vi dimorarono fino al 1782 , anno in cui furono soppressi da Giuseppe II. Il terzo periodo si iniziò nel 1936, quando il vescovo di Nitra, K. Kmetko (v.), riedificò il monastero e lo consegnò per il noviziato ai Missionari del Verbo Divino, i quali vi aggiunsero la casa per esercizi. Nel 1950 la vita religiosa sul Z. fu di nuovo stroncata, con l'imprigionamento dei religiosi da parte del governo comunista.
BbK.: Katoliche Slovensko (a Slovacchia cattolica c|Tinava 1933. DD. 170-77.
Michele Lacko
ZODIACO. - Il nome deriva dal greco ( $\zeta \omega \delta \iota \alpha \kappa \hat{\kappa} \varsigma$ xó $\alpha \lambda 0 \varsigma$ ), con il qual termine gli astronomi ed astrologi greci designavano quella zona della sfera celeste nella quale pure si svolga il corso del sole, della luna e dei pianeti principali.
Essa è divisa in dodici segni, chiamati dai Greci $\zeta \dot{\omega} \delta \iota \alpha$, ciascuno con $30^{\circ}$ e ciascuno dei quali il sole percorre in un mese; ai segni corrispondono più o meno esattamente dodici gruppi di stelle o costellazioni che sono l'Ariete, il Toro, i Gemelli, il Cancro, il Leone, la Vergine, la Bilancia, lo Scorpione, il Sagittario, il Capricorno, l'Acquario, e i Pesci; sulla sfera celeste 1 zona delimitata da due cerchi paralleli all'ecíttica, che distano da questa di $9^{\circ}$, l'uno a nord e l'altro a sud, ha $18^{\circ}$ di larghezza; la fascia zodiacale comprende tutti i punti del cielo nei quali possono apparire la luna e i pianeti.
La storia dello z. è molto antica, le sue origini vanno di certo ricondotte ad una serie di stazioni o mansioni lunari, e risalgono ai Sumeri, poiché i nomi più antichi delle dodici costellazioni zodiacali sono sumeri; i Babilonesi hanno poi elaborato meglio e precisato ciò che essi hanno attinto alla scienza astronomica dei loro predecessori nella valle dei due fiumi. Le costellazioni celesti sono il prodotto della fantasia mesopotamica che credette di vederle assieme ad immagini di divinità ed animali sacri nelle stelle della vòlta celeste; esse erano venerate quali esseri divini e ritenute particolarmente significative degli avvenimenti futuri da parte degli astrologi. Hanno avuto quindi grande importanza non soltanto nella religione dei Sumeri, Babilonesi e Assiri e di quelle nazioni che per la loro civiltà dipendono strettamente da questi, ma anche nell'astronomia ed astrologia dei popoli occidentali, segnatamente dei Greci e Romani e fino ai nostri giorni, cosicché può affermarsi che la maggior parte dei nostri segni zodiacali sono tuttora gli stessi che i Sumeri e i Babilonesi avevano
tracciati nel cielo. Non si è certi che tutti i nomi sumeri delle costellazioni zodiacali vadano ricondotti ai Sumeri stessi. I nomi dimostrano comunque che sono sorti in conseguenza della religione, dei miti e delle leggende sumere e babilonesi e assire. Non poche costellazioni zodiacali sono rappresentate mediante raffigurazioni degli dèi o degli oggetti dei quali esse portano il nome nelle pietre di confine, hudurru, risalenti prevalentemente al periodo mediobabilonese; la preferenza data però in tali rappresentazioni artistiche in bassorilievo a questa - quella figura divina non è stata determinata da ragioni astronomiche o astrologiche, ma religiose, si sono cioè rappresentate sui hudurra quelle figure di divinità, e tra queste anche di costellazioni zodiacali, che si ritenevano per motivi a noi ignoti meglio atti alla conservazione dell'incolumità della pietra stessa e ad incutere rispetto agli eventuali male intenzionati; i hudurra non offrono quindi riproduzioni dello z. stesso, ma di un certo numero di divinità, tra le quali si ponevano pure talune costellazioni zodiacali. Comunque si constata che le pietre di confine contengono immagini, secondo alcuni, di circa la metà delle costellazioni in parola, ossia dell'Ariete, Toro, Gemelli, Scorpione, Sagittario, Capricorno e Vergine (?) forse anche del Leone, ma la cosa non è certa, poiché le figure prevalentemente zodiacali dei hudurru in alcuni casi divergono alquanto da quelle degli esseri indicati dai nomi delle costellazioni in parola; qualche immagine di costellazione zodiacale si riscontra in tavolette o sigilli.
I nomi sumeri dei segni zodiacali sono i seguenti: ariete : mul-lú-hun-ǵa $=$ mercenario; rORO: mul-mul $=$ costellazione; Gemelli: mul-maí-tab-ba-gal-gal $=$ gemelli grandi; cancro: mul-al-lus $=$ granchio; leone: mul-tir-a $=$ leone; vergine: mul-ab-sin $=$ spiga; bilancia: mul-zi-ba-an-na $=$ bilancia; scorpione: mul-gir-tab $=$ scorpione; sagittario: mul-PA.-BIL. $S A G=$ sagittario; CAPRICORNO: mul-suhur-mal = capricorno; ACQUARIO: mulgu-la $=$ costellazione grande (?); PESCI : mul-KUN (mel) $=$ code. La parola mul che precede questi nomi ha il valore di costellazione ed è il determinativo di essi, dimostra cioè che i nomi sono nomi di costellazioni.
I Babilonesi vedevano nella sfera celeste varie strade che essi chiamavano harránu = via, strada, perché erano percorse dai pianeti e dalle costellazioni. Essi distinguevano le strade di Anu, di Eedil, e di Ea, come pure di Sin, della Luna, e di Shammash, del sole. Hanno chiamato barrân (d).Sin = strada della Luna, lo z., una fascia sì due lati dell'ecíttica di $10^{\circ}$ su ciascun lato. Una tavola enumera diciassette costellazioni, la stragrande maggioranza zodiacali, di questa via, le quali "stanno nella strada della Luna e nel cui distretto passa nel corso di un mese la Luna e le tocca», inoltre «la strada della Luna è percorsa dal Sole e dai cinque pianeti». Questa denominazione dello z. si spiega con la circostanza che Sin era un dio molto importante nel pantheon babilonese. Un passo avanti si è fatto quando si è diviso lo z. in dodici scompartimenti, quando si è creato lo z. dodici. male. Non si sa esattamente come si sia passati a questo z., che è ancora quello del giorno d'oggi. Questo z. solare non è di certo anteriore al primo millennio a. C., ma il prodotto di un'epoca più recente. Un tavola, non anteriore al sec. v a. C. fa il nome di quindici costellazioni zodiacali; in quest'epoca si dovrebbe esser passati a dividere lo z. in dodici parti eguali e a trasportare su queste parti, segni e nomi delle costellazioni più o meno corrispondenti. Uno studioso ha affermato che si volle stabilire corrispondenza perfetta tra l'anno solare con le sue dodici parti e lo z., che era allora diviso soltanto in quattro parti, e perciò ciascuna delle sue quattro parti fu divisa in tre parti di eguale lunghezza, e fu appunto con questa divisione che si crearono i segni zodiacali. La menzione più antica babilonese dei segni si trova in un testo del 420 a. C., nel quale tra l'altro si assume, per es., che i pianeti Giove e Venere stiano nel mese di Nisānu nella parte anteriore dei Gemelli, Marte nel Leone, Saturno nei Pesci e Mercurio tramonti nel Toro; i nomi dei segni furono presi dalle costellazioni che essi contengono, cosicché il segno
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Toro si poté denotare mediante le Pleiadi o mediante il Toro o mediante le Iadi + Aldebaran; i segni zodiacali babilonesi risultarono quindi assolutamente di eguale lunghezza; i Babilonesi divisero poi ogni segno in $30^{\circ}$ e percio tutto il cerchio fu diviso in $360^{\circ}$. Secondo un testo astronomico gli equinozi e solstizi corrispondono ai punti mediani dei segni Ariete, Cancro, Libra e Capricorno. E molto probabile che ai Babilonesi vada ricondotto pure il metodo di stabilire il tempo notturno mediante l'osservazione delle sei parti del cerchio zodiacale che sorgono durante la notte; essi osservavano inoltre ed annotavano le stelle che sorgono e tramontano simultaneamente, nonché quelle che sorgono quando altre culminano, ed è noto che i Greci osservavano le stelle paranatelionta, cioè che sorgono e tramontano assieme ai segni zodiacali sorgenti, ed è probabile che già i Babilonesi abbiano determinato i tempi mediante questa osservazione. I Babilonesi chiamarono i segni zodiacali (hakhab)lumali, nome che in origine denotava le trentasei costellazioni principali della sfera celeste. Un testo di Uruk tratta di questi dodici segni, i nomi dei quali sono i seguenti, in babilonese:
ARIETE: (hakhab) (amêlu) agru $=$ costellazione del mercenario; TORO: (hakhab)zappu = costellazione del ciuffo di capelli (?), le Pleiadi; GENELLI: (hakhab)mêlu = costellazione del gemello; porta anche il nome di tu'amê $=$ $=$ gemelli; CANCRO: (hakhab) allutiu = costellazione del granchio; LEONE: (hakhab) nêlu = costellazione del leone; vergine: (hakhab)shenî = costellazione della spiga; niLancia: (hakhab)zibanitu = costellazione della bilancia; SCORPIONE: (hakhab)agrabu $=$ costellazione dello scorpione; sagittario: (hakhab)mêliz uşşi (?) = costellazione del sagittario; capricorno: (hakhab)bû̀urmêlu $=$ costellazione del capricorno; acquario: (hakhab) GU.LA $=$ $=$ costellazione del gigante (?); PESCI: (hakhab)zibati $=$ $=$ costellazione delle code. Queste sono in complesso le dodici membra parti dello z. (hakhab)lu, nei quali la Luna e il Sole camminano. Perciò si diceva pure che $\epsilon$ Venere e Mercurio passano nelle costellazioni zodiacali a La parola babilonese lumati è passata in aramaico con lo stesso valore di costellazione in genere e di costellazione zodiacale in particolare nella forma maluâtâ. Lo z. babilonese passò nell'astrologia ed astronomia di tutte le nazioni orientali e in quelle dei Greci e Romani.
In Persia nello zoroastriamo e mazdeismo i segni hanno quasi gli stessi nomi. Negli scritti mazdeisti i segni sono gli ahtar, i dodici capitani che appartengono al partito di Oromasde, mentre i sette pianeti sono del partito di Akimane; i dodici sono i creatori e conservatori del mondo; tutto il bene in questa creazione Oromasde ha trasferito nel Sole, nella Luna e nei dodici segni zodiacali, e questi lo hanno accettato per distribuirlo secondo diritto ed equità. Tutto il bene che quelle costellazioni conferiscono alle creature di Oromasde i pianeti tolgono loro per quanto possibile. I segni sono tra le più nobili stelle. I loro nomi denotano gli stessi oggetti o persone dello z. greco, tranne il vaso d'acqua (Acquario); lo z. è diviso in ventotto mansioni lunari. In pehlevico i nomi dei segni suonano cosi: ariete: Varah = agnello, ariete; toro: Tôrâ = toro, gemelli: Dô-pathar $=$ due dita; Cancro: Kalahang $=$ granchio; Leone: Shêr = leone; vergine: Huîah $=$ $=$ vergine; bilancia: Turâzûk = bilancia; scorpione: Gazdûm = scorpione; sagittario: Nîmâsp = mezzo cavallo, centauro; capricorno: Vahîh = capra; acquaRio: Dûl = vaso d'acqua; PESCI: Mâhîk = pesce.
A Zarathustra si attribuisce la dottrina che le anime discendono dal cielo e vi rimontano nel cerchio delle dodici costellazioni. Nel manicheismo la rivoluzione dello z. lo fa salire fino allo zenit, come se si trattasse di ruote idrauliche che prelevano l'acqua dai fiumi e la sollevano; si diceva pure che le anime pie vanno da segno a segno lungo la sfera che li contiene.

(fol. Enc. Catt.)
Zodiaco - I segni dello z. dipinti, nella vòlta della cosiddetta sala Bolognese, da Giovanni Antonio Venosino da Verese (ca. 1575: cf. Pastor, IX, p. 921). Palazzo Apostolico del Vaticano.
Presso i Mandei (v.) i segni zodiacali non sono più divinità, ma dèmoni, sempre intenti a far del male agli uomini; questo radicale cambiamento della loro natura va ascritto al fatto che questa religione è in fondo monoteistica e quindi fortemente avversa al paganesimo babilonese e greco, e perciò ha fatto delle divinità dei pianeti e dei dodici segni essari demoniacali. I loro nomi in mandeo sono i seguenti: eMERA $=$ Ariete; TAURA $=$ Toro; bilmia = Statue (Gemelli); sartana $=$ Cancro; arla $=$ Leone; Summitta $=$ Spiga (Vergine); guiana $=$ = Bilancia; ARQBA $=$ Scorpione; HITIA $=$ Cavalla (Sagittario); GADIA $=$ Capro (Capricorno); DAULA $=$ Secchio (Acquario); NUNA $=$ Pesce (Pesci). A ciascun segno i Mandei assegnavano un certo numero d'anni e la creazione di esseri o cose cattivi, allo Scorpione, per es. tutti i cattivi rettili che con la loro rabbia uccidono le anime. I Dodici appartengono insomma a quella schiera di cattivi esseri che fa continuamente guerra alla Vita e alla luce e che l'uomo piu deve quindi detestare cercando di sottrarsi alle loro insidie.
Lo z. babilonese passò nell'astronomia e astrologia dei Greci e ne divenne una parte importante dopo che questi al tempo di Alessandro il Macedone vennero in intimo contatto con la civiltà babilonese; esso mantenne sempre il suo carattere da un lato religioso e da un altro scientifico, servì tanto agli astronomi quanto agli astrologi per i loro calcoli e le loro predizioni e fu inoltre oggetto di culto, come già presso i Babilonesi, nella religione astrale greca e romana dell'epoca ellenistica, avendo anche questa divinizzato le singole costellazioni zodiacali della Babilonia.
L'Egitto accolse favorevolmente l'astrologia orientale già nell'epoca persiana, la studiò e sviluppò ulteriormente con fervore, in modo originale, dirigendo la sua attenzione segnatamente sullo z.; gli Egiziani divisero ciascun segno in tre parti eguali di $10^{\circ}$ e conferirono le trentasei parti risultanti ad un numero corrispondente di divinità siderali. Le imagini dello z. scolpite nella pietra trovate in Egitto, ne attestano la vasta diffusione (z. di Denderah, Eaneh e Akhmim e affreschi delle tombe).
I Greci e Romani diedero ai segni i nomi che seguono: ariete: Kpı6c, Aries; toro: Taũpoc, Taurus; GENELLI: $\Delta i \delta \alpha \mu \alpha$, Gemini; cancro: Kapalvac, Cancer; leone: $\Lambda \hat{\varepsilon} \omega \nu$, Leo; vergine: $\Pi \alpha \rho \vartheta \varepsilon \varepsilon \omega \varsigma$, Virgo; bilancia: Zuy6c, Libra; scorpione: Zx6pmoc, Scorpio; sagittario: To(6) $\tau \varepsilon \varsigma$, Sagittarius; capricorno: $\Lambda \hat{\imath} \gamma \hat{\alpha} \kappa \rho \omega \varsigma$, Capricornus: ACQUARIO: 'Y $\delta \rho \circ \chi \delta \circ \varsigma$, Aquarius; PESCI: 'I $\chi \vartheta \delta \varepsilon \varsigma$, Pisces. Nell'epoca ellenistica le dottrine sullo z. e sul suo significato astrologico ebbero grande sviluppo anche a Roma, tra l'altro vi si attribuiva ad uno dei dodici dèi principali ciascun mese e ciascun segno zodiacale; agli dèi orientali si sostituirono nella stessa epoca i $\delta \omega \delta \varepsilon \times \alpha$ Ocol.
Lo z. ha avuto grande importanza ancora nei mi-
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steri di Mithra; i segni zodiacali contornano spesso la immagine di questo dio nell'atto di sacrificare il toro oppure quella di Kronos; o sono scolpiti sul corpo di questo dio leontocefalo o sono dipinti o raffigurati in musaico sulle pareti dei templi, spesso raggruppati tre a tre, corrispondentemente alle stagioni alle quali sono attribuiti. Anche Helios è contornato dallo z. Riflessi dell'adorazione dei dodici segni si ritrovano nei dodici abiti che colui che si fa introdurre nei misteri di Iside e Serapide indossava successivamente con questo compiendo il passaggio attraverso i dodici segni. Talvolta nelle raffigurazioni la sfera dei segni comprende e circonda quelle dei sette pianeti: infatti secondo gli antichi la sfera delle stelle fisse abbraccia le altre sette sfere. Adombra di certo il concetto dell'armonia delle sfere l'imagine di Pan che suona il corno contornato da una fascia con i segni zodiacali. Nello z. si rappresentano poi, oltre al Sole, anche la luna e i pianeti, i quali astri tutti o vi hanno le loro mansioni o vi circolano o combinano le loro influenze con le sue. Siccome si faceva dipendere la cura delle malattie dalla posizione delle stelle, non è da meravigliare che talvolta Esculapio, con o senza Igea, sia accompagnato dallo z. Nike pure talvolta è rappresentata circondata dai dodici segni: è infatti la Fortuna in stretto nesso con questi, che conferisce agli uomini la vittoria. Persino gli ippodromi erano costruiti secondo oncezioni zodiacali, essi avevano dodici porte di sortita per i carri, le quali erano dimore dello z. che governa la terra, il mare e il corso della vita umana. Aion porta qualche volta nella mano un globo celeste con lo z. Spesso questa immagine significa che la scena raffigurata va collocata in cielo, tuttavia quasi sempre i nostri segni hanno preciso significato dottrinale; lo z. può alludere alla dottrina dell'immortalità siderale quando si tratti di una rappresentazione funeraria o di apoteosi. Si mettono in rapporto con lo z. anche le dodici fatiche di Ercole.
Lo z. ha avuto una parte importante pure nella magia. Si faceva dipendere dalla posizione dei pianeti nei segni il successo delle operazioni magiche; spesso si disegna il simbolo di qualche segno e lo s'invoca per compiere con buon successo la fattura magica e si fa uso allo stesso scopo delle raffigurazioni zodiacali, nel qual caso esse sono amuleti ad effetto sicuro. Nella magia egiziana avevano grande parte i trentasei decani, poiché ciascuno di questi si metteva in rapporto con una parte del corpo umano. A scopo magico si attribuivano le ventiquattro lettere dell'alfabeto greco ai dodici segni.
Con il passar del tempo la dottrina connessa con lo z. si diffuse si largamente che le sue figure si vollero presenti in quasi tutte le manifestazioni della vita umana e divennero un motivo decorativo molto comune; con esse si decoravano persino i piatti per le vivande, siccome a ogni segno si faceva corrispondere una pietanza che stava in qualche rapporto più o meno misterioso con quello; e non v'è da stupirsi che gli architetti ornassero con la fascia zodiacale le pareti delle stanze e la facessero riprodurre nei musaici dei pavimenti.
Bibl.: Fr. Spingal, Eranische Alterthumshunde, II, Lipsis 1875, pp. 74-75; Fr. Boll, Sphaera. Neue griech. Texte und Unters. zur Gesch. der Sternbilder, ivi 1903; id., Sternglaube und Sterndeutung. Die Gesch. und das Wesen der Astrologie, ivi 1926; F. K. Ginzel, Handbuch der mathrmat. und techn. Chronologie, I, Lipsis 1906, pp. 78-98; A. Jeremias, Die Weltanschauung der Samerer, in Der Alte Orient, 27 (1929), pp. 20-21; Handbuch der altorient. Geisteshultur, Berlino 1929, pp. 104-23; E. F. Weidner, Der Tierkreis und die Wege am Himmel, in Archiv für Orientforschung, 7 (1931), pp. 170-78; A. Schott, Das Werden der babylon. asexv. Positions-Astronomie und einige seiner Bedingungen, in Zeitschr. der Deutsch. Morgenl. Gesellsch., 88 (1934), pp. 302-37; A. Ungnad, Besprechungskunst und Astrologie in Babylonien, in Arch. J. Orientf., 14 (1944), pp. 251-84; G. Furlani, I pianeti e lo z. nella relig. dei Mandei, in Mem. dei Lincei, Cl. Sc. Mor., 8* serie, II, fasc. 3, Roma 1948; Fr. Cumont, Zodiacus, in Ch. Daventierg- K. Saglio, Dict. d'archéol. grecque et romaine, V, pp. 1046-62; N. L. Van der Waerden, Babylonian astronomy, II, The thirtysia stars, in Journ. of Near East, Studies, 8 (1949), spec. pp. 25-26, e III, The earliest astrom. computations, ibid., 10 (1951), pp. 20-34; F. Gosemann, Planetarium babylon. oder die numerisch-babylon. Sternnamen, Roma 1950. Giuseppe Furlani
ZOE, santa, martire: v. ESPERO E zoE, santi, martiri.
## ZOHAR: v. CABBALA.
ZOLA, Emile. - Scrittore francese, n. a Parigi il 2 apr. 1840 da madre francese e padre italiano, m. ivi il 29 sett. 1902.
Si rivelò al grosso pubblico nel 1877 con il romanzo L'Assommoir, e da allora crebbe la sua rinomanza di teorico e caposcuola del naturalismo. Durante l'affare Dreyfus prese viva parte al processo, in difesa dell'accusato, aggiungendo alle polemiche letterarie quelle politiche e sociali. Z. è in sostanza uno scrittore polemico, per cui l'arte è diretta a dar vita a teorie scientifiche e sociali. Inizia la sua attività con un realismo moderato (Contes et Nino, 1864; Les mystères de Marseille, 1867); poi, sotto l'influenza di Taine, di Claude Bernard e di Lucas, concepisce il romanzo come dimostrazione di leggi scientifiche che spieghino i rapporti dell'uomo con il suo ambiente e i suoi antecedenti biologici. Questo assunto, ancora vago in Thérèse Raquin e in Madeleine Férat, diventa programmatico nella lunga serie dei Rougon-Macquart, histoire naturelle et sociale d'une famille sous le second Empire, venti romanzi che apparvero tra il 1871 e il 1888. A ragione fu definita da J. Lemaître "un'epoca pessimista dell'animalità umana ". Questa estenuante ricerca di cosiddetti ideali "positivi" costruiti sulla realtà sensibile rimane una inutile e disumana prova di sfiducia nell'umanità, che non può essere privata dell'azione della Provvidenza, come di ogni spiritualità e religiosità effettive. Immorale è tutta la prospettiva da cui si pone Z., indipendentemente dall'arte che egli impiega, sovente ricca di fantasia e di immaginazione. Al centro dell'azione c'è sempre qualche cosa di inanimato che si mette a vivere di una vita sovrumana e terribile, che personifica la forza naturale e sociale, all'infuori di ogni influenza non solo divina, ma morale e spirituale. Di Z. sono all'Indice Opera omnia (decr. 19 sett. 1894; 25 genn. 1895; 21 ag. 1896; 1* sett. 1898).
Bibl.: H. Messia, Comment Z. Z. composait ses romans, Parigi 1906; E. Seillière, E. Z., ivi 1923: B. de Jouvenel, Vie de Z., ivi 1931; M. Batilliat, E. Z., ivi 1931; J. Castelnau, Z., ivi 1946.
Giacinto Spagnoletti
ZOLA, Giuseppe. - Giansenista, n. nel 1739 a Concesio presso Brescia, ivi m. nel 1806 confortato dai Sacramenti.
Studio presso i Filippini, il teatino Scarella, e i Benedettini, fra i quali il Rotigni. Bibliotecario della Queriniana, giovanissimo ancora e insegnante di teologia nel Seminario vescovile, fu intimo e spirituale suggestore di Pietro Tamburini (v.) unendo ben presto le sue alle vicende dell'amico. Perduti gli uffici per lo scandalo destato dal De Summe del Tamburini (v.) fu successivamente a Roma rettore del Collegio Fuccioli, a Pavia professore nell'Università, a Brescia insegnante nel Liceo e di nuovo a Pavia titolare della cattedra di storia delle leggi e diplomazia. Raccolto, riflessivo, alieno da polemiche, sacrificò vita, ingegno e notorietà nella collaborazione attiva e devozione completa al Tamburini alle cui opere e alle cui controversie lega anonimamente Theologicarum praelectionum specimen (Brescia 1775), De locis theologiae moralis (Pavia 1785), ed altri opuscoli, alcune opere lasciando manoscritte. Seguace nella storia ecclesiastica del Tillemont e del Fleury, in teologia degli "appellanti", in morale dei rigoristi, ebbe rapporti con i diversi circoli giansenisti della penisola, nei quali si distinse per cultura ed esteriore moderazione.
Bibl.: P. Tamburini, Saggio stor. degli studi e delle opere di G. Z., Milano 1809; G. I. Gussago, Notiz. istar.-crit. intorno alla vita, $d$ ' costumi e alle opere dell'ab. d. G. Z., Brescia 1823; G. Zadei, Giansenisti bresciani sulla fine del sec. XVIII, Brescia 1827; A. C. Jemolo, Il gianssu, in Ital. avanti la Rivoluzione, Bari 1928, p. 352 sgg; R. Morsetti, Il cont. Querini, la formaz. del giansen. bresciano, Brescia 1932; G. Mantese, P. Tamburini e il giansen. bresciano, Milano 1942.
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ZONA FRANCA e PORTO FRANCO. - Si indicano cosi quei centri privilegiati, i quali godono della franchigia doganale per tutte le merci provenienti dall'estcro che in essi affluiscono e che, dopo una più o meno breve permanenza, ne ripartono per altri paesi stranieri e possono essere anche soggette ad una certa scelta o selezione o anche trasformazione più o meno semplice e rapida.
Anticamente intere città dove si svolgevano le fiere venivano considerate franche per tutta la durata del mercato, per cui in tal periodo venivano aboliti gli obblighi di pagare dasi alla municipalità o al signore feudale e veniva sospeso il monopolio delle corporazioni. Più tardi, nei centri marittimi del Levante si stabilirono quartieri liberi per i cittadini e le merci provenienti dalle città marinare italiane; dopo la scoperta delle terre nuove ed in seguito ai viaggi degli esploratori, questi quartieri contribuirono molto al moltiplicarsi degli scambi e all'increnzato generale della ricibezza. Ma se i punti franchi assolsero primieramente a questa funzione positiva di impulso per i traffici internazionali, crearono però disparità gravi di trattamento fra i cittadini di un medesimo Stato, esonerando dal pagare i dazi coloro che risiedevano nella cinta privilegiata. Classico esempio ne rimangono Gibilterra, Hong Kong, Aden, Singapore. Si pensò perciò di limitare i privilegi caratteristici dei punti e dei p. f. soltanto alla zona del porto: nacque cosi l'estrepòt, entro limiti ben definiti e dove nessuno abita in modo costante. Se, dunque, le origini dei p. f. sono, almeno nella loro concezione, abbastanza antiche, nella forma attuale essi sorsero durante i secc. xxiI e xviri. Nella struttura economica moderna i p. f. hanno, in realtà, lo scopo di mitigare gli eccessi del protezionismo industriale ed agricolo ed anche quello di agevolare o addirittura promuovere lo sviluppo industriale di regioni che i governi hanno particolare motivo di favorire.
Il p. f. permette la creazione di molte attività industriali, commerciali, bancarie, assicurative, ecc. Entro i suoi confini si possono organizzare grandi depositi, stabilimenti destinati a speciali lavorazioni, a seconda dei rapporti, delle esigenze e degli interessi della clientela dei paesi esteri. Caratteristica certamente feconda del p. f. è che in esso è possibile realizzare il cosiddetto commercio di miglioramento, il quale consiste nel riesportare merci dopo le scelte e le modifiche introdotte, senza sottostare alle formalità, ai controlli, e alle ingerenze doganali; cosi il p. f. è commercialmente nella stessa condizione del paese estero. Le merci che vi giungono non vengono accertate, né verificate dalla dogana al momento della loro entrata e neanche durante la loro permanenza nel porto; possono perciò essere manipolate in modo da alterarne il carattere, la natura e la qualità agli stessi fini doganali e senza che la dogana possa in alcun modo intervenire.
Lo Stato percepisce i diritti doganali quando le merci escono dal recinto del p. f. per entrare nel proprio territorio; mentre nessun diritto doganale viene pagato per le merci riesportate.
Varia è stata la vicenda dei p. f. in Italia. Nel 1854 il Parlamento subalpino ordinò la cessazione della z. f. e di ogni privilegio doganale nella città e contado di Nizza. Il Regolamento doganale dell'11 sett. 1862 all'art. 93 dispose che col $1^{\circ}$ genn. 1866 cessassero di essere città franche Ancona, Livorno e Messina. I risultati ottenuti da Amburgo e Trieste indossero però il governo italiano a concedere privilegi di z. f. ad alcuni porti ed un decreto del 1927 autorizzo la creazione del p. f. a Savona, Genova, Livorno, Napoli, Brindisi, Bari, Ancona, Venezia, Trieste, Fiume, Palermo, Messina, Catania, Cagliari. Fino al 1927 e da parecchi decenni non vi erano stati che punti franchi, ossia semplici recinti, nei quali era permesso accumulare le merci, considerate in franchigia fino a quando non attraversavano la cinta doganale, ma non vi era permessa la manipolazione delle merci se non in modo semplicissimo. Essi sorgevano lungo le banchine dei porti o nelle stazioni ferro-
viarie e differivano poco dai magazzini generali. In questi ultimi, le merci vengono controllate all'atto della loro immissione ed il pagamento del dazio viene soltanto differito ed è dovuto in relazione alla merce immessa nel magazzino e alla sua quantità e qualità, sempre che non trattisi di merce riesportata.
Nella forma attuale i p. ed i punti franchi attirano le merci estere e sottoponendole ad eventuale manipolazione per essere riesportate o introdotte nel territorio dello Stato, assolvono una funzione di indiscutibile utilità e giovano alla espansione degli scambi economici internazionali.
Bial.: L. Balaffio, La legislar. commer. ital., $4^{\text {a }}$ ed., Torino 1929. p. 449; D. Supino, Istitur. di dir. commer., Firenze 1931, p. 86; anon., P. f., in Nuovo Dig. ital., IX, pp. 1296-97. Raffaele De Leva
ZONARA, GIOVANni. - Storico bizantino, n. verso la fine del sec. xi, m. verso la metà del sec. xit. Fu dapprima comandante della Guardia imperiale e presidente della Cancelleria; rinunciò alla carriera politica e si fece monaco in una delle isole presso Costantinopoli (Hagia Glykeria).
Là egli scrisse il suo celebre 'E $\pi \tau \sigma \mu \dot{\eta}$ í $\sigma \tau o \rho \omega \tilde{\omega}$, una cronaca storica, cominciando dalla creazione del mondo fino all'ascesa al trono imperiale di Giovanni Comneno nel 1118. Questo libro, riprodotto in molti manoscritti e tradotto in varie lingue, fu molto stimato. Esso infatti merita ancor oggi l'attenzione per le fonti soprattutto storiche e filologiche e anche per la forma. Parecchie fonti oggi perdute furono in gran parte conservate da Z. Oltre alla S. Scrittura riporta brani di scrittori ecclesiastici come Eusebio, Niceloro patriarca, Teofane, ma più ancora di scrittori profani come Dione Cassio, Senofonte, Plutarco, Erodoto, Giuseppe Flavio e di scrittori bizantini come Giorgio Monaco, Cedreno, Skylitze, Psello, Xiphilino e di altri autori. Storici posteriori come Girca, Manasse e Ephraim l'hanno utilizzato. Oltre la sua storia egli compose anche Commentari ai SS. Padri ed ai Canoni e poesie che però non gli si possono attribuire con certezza.
Il lessico attribuitogli è certamente apocrifo, e deve ascriversi ad Antonio Monaco. Una importante versione italiana della sua storia fatta da Marco Emilio Fiorentino fu pubblicata a Venezia nel 1360.
Bial.: PG, 134-35; Krumbacher, I, in, pp. 370-76; U. Lampides, 'O Mıүм!̣̂ V'́́́log $\tilde{\omega} \varsigma$ т975. 5\% E $\pi \tau \sigma \mu \tilde{\eta} \varsigma$ т60. I $\omega \tilde{\omega} \nu$ $\nu$ ou $\Sigma \alpha \nu \alpha \rho \dot{\varepsilon}$, in 'Eo, 'Eт. $\tilde{\mu} \mu \zeta \alpha \nu \tau \sigma \omega \tilde{\omega} \nu \sigma \tau \sigma \omega \tilde{\omega} \nu$, 19 (1949), pp. 170-80. Giorgio Hofmann
ZONDADARI, FAMIGLIA: v. CHIOI, FAMIGLIA.
ZOOLATRIA: v. ANIMALE.
ZOOLOGIA. - Scienza che ha per oggetto lo studio degli animali. Questa definizione molto ampia che rende l'espressione "z.", sinonimo di "biologia animale", induce a comprendere in essa gran numero di scienze biologiche divenute oggi autonome, come anatomia, fisiologia, patologia, intese tanto al solo studio dell'uomo, quanto a quello di singoli animali od anche alla comparazione di fenomeni umani con quelli che si verificano negli animali. E accaduto pertanto che la z. ha acquistato, nel corso del tempo, il significato più preciso di scienza che studia le differenze degli animali, ossia i problemi della specie. Se si pun mente al fatto che le specie animali (e vegetali) differiscono tra loro per la forma esterna, per la costituzione anatomica interna, per la struttura dei loro tessuti e delle cellule che li compongono, per la composizione chimica, la quale varia anche notevolmente da specie a specie, da gruppo ad altro gruppo di specie, si deve concludere che la z. comprende in sé, di tutte le scienze biologiche rivolte allo studio degli animali, quel tanto che rappresenta il differenziale fra singole specie e gruppi di specie. Poiché la forma è l'espressione della funzione che ciascun organo
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esplica per mantenere in vita l'organismo, non solo l'anatomia ma anche la fisiologia comparata sono parti importantissime della z.; esse hanno anzi conseguito da tempo autonomia didattica specialmente per quanto riguarda lo studio dei vertebrati. Inoltre gli animali vivono sulla terra e dentro la terra, nel mare e nelle acque continentali; si stabiliscono pertanto correlazioni più o meno intime fra l'organismo animale e l'ambiente che lo circonda, relazioni che formano oggetto di una parte della z., la ecologia animale, che studia non soltanto le condizioni generali di esistenza in ogni singolo ambiente, come respirazione, locomozione, riproduzione nell'acqua o nell'atmosfera, ma anche le correlazioni esistenti fra gli organismi e determinati biotopi, come la superficie del mare in confronto al suo fondo, litorale od abissale, la foresta vergine, la savana od il deserto ecc.
L'animale, per esercitare convenientemente quelle funzioni che nel loro insieme si identificano con la vita, deve anche compiere una serie di atti che ne caratterizzano il comportamento. Se un animale, i cui organi e le cui funzioni sono correlate verso una alimentazione erbivora o, rispettivamente, carnivora, non possedesse la capacità ed i mezzi per trovare, raggiungere ed impadronirsi del cibo, pianta o preda animale, non potrebbe sopravvivere. Il comportamento degli animali, determinato da tattismi, tropismi, istinti, fatti intellettivi che lo salvaguardano da pericoli o lo guidano nel compimento di quegli atti, che hanno per scopo la conservazione dell'individuo e della specie, costituisce un'altra parte importantissima della z., l'etologia o scienza dei costumi, i quali variano anch'essi da specie a specie, da gruppi a gruppi di specie.
Al concetto di specie (v.) è strettamente collegato quello di ereditarietà dei caratteri che cadono sotto i nostri sensi e che costituiscono il fenotipo, cioè quel complesso di manifestazioni morfologiche e funzionali, che consentono allo zoologo di formulare diagnosi di un individuo o di un gruppo di individui. Ora si sa che il fenotipo è l'espressione del complesso dei geni, particelle elementari, trasmissibili per eredità, le quali si influenzano fra loro e reagiscono in vario modo a stimoli interni scatenati dall'organismo stesso e a stimoli esterni, climatici, pedologici, ecc. Tale studio, oggetto speciale della genetica (v.), è pure parte importantissima della z.
Occorre a questo punto tratteggiare la storia della z. Ne è considerato fondatore Aristotele col suo trattato De animalibus. Si pub convenire in questa affermazione con la ricerca che Aristotele raccolse anche le cognizioni che, sull'argomento, avevano posseduto alcuni suoi precursori, specialmente Democrito. Aristotele pub essere definito uno zoologo generale, il quale espone fatti, relativi alla vita degli animali, che offrono particolare interesse sotto l'uno o l'altro aspetto biologico, ora morfologico, ora funzionale. Per quanto Aristotele affermi l'esistenza di generi ( $\gamma \dot{\varepsilon} v \circ \varsigma$ ) maggiori ( $\gamma \dot{\varepsilon} v \eta \mu \dot{\varepsilon} \gamma \varepsilon \tau \alpha$ ) e di specie ( $\varepsilon$ í $\delta \circ \varsigma$ ), egli non si occupa dei problemi della specie, la quale è, secondo lui, una entità che esiste e non si discute. Aristotele non è autore di quella classificazione che suole andare nei trattati di z. sotto il nome di classificazione aristotelica. Questa potrebbe essere più precisamente definita come la classificazione dei gruppi maggiori o minori di animali, noti ad Aristotele, dei quali è fatta menzione nelle sue opere. Tale concezione persiste nelle opere zoologiche dell'antichità e del medioevo. Essa risulta evidente nel Trattato degli animali di Alberto Magno, che può essere considerato come una parafrasi aristotelica e dove, tuttavia, sono poste le basi dell'ecologia animale moderna. Alberto Magno non tralascia occasione, nella sua opera, di mettere in evidenza le correlazioni fra organismi animali ed ambiente. Prescindendo dallo sviluppo storico dell'anatomia e della fisiologia, dal sec. II dell'èra volgare con Galeno, al xvi con Vesalio e col Cesalpino, un cospicuo contributo alla z. generale fu dato nel sec. xvir da Marcello Malpighi con la Dissertatio de Bombyce, dallo Schwammerdam con
l'Anatomia dell'ape e di altri insetti, dal Leeuwenhock con la scoperta degli infusori, da Francesco Redi con l'applicazione del metodo sperimentale alla z. Furono anche scritte opere pregevoli a carattere monografico sopra singole specie animali o gruppi di specie, come quella di Hans Wenz sul lemming, del Gille sull'elefante, del Salviani, del Bellon, del Rondelct ed altri su animali acquatici e specialmente pesci.
Se da un lato si accumulavano in tal modo i materiali che servirono di base ai biologi della fine del sec. xvin e del principio del sec. xix per costruire l'edificio della anatomia comparata, uno degli aspetti più notevole della z. specialmente per quanto riguarda i vertebrati, nella quale scienza eccellono i nomi dell'Oken, del Goethe e specialmente quello del Cuvier e più tardi quello del Gegenbaur, da un altro lato la z. sperimentale e la fisiologia ebbero in Lazzaro Spallanzani un colosso, che portò largo contributo alla conoscenza dei problemi della generazione anche sotto l'aspetto comparativo.
Da Aristotele ai nostri giorni, nella z. generale, che consiste dunque nello studio di problemi vari della vita, morfologici e fisiologici, ecologici ed etologici, per la soluzione dei quali questa o quella specie di animali fornisce, secondo i casi, il materiale più adatto, si è succeduta una serie continua di ricerche. Queste hanno portato un vasto contributo alla conoscenza dei fondamentali fenomeni della vita. La z. ha poi raggiunto il massimo sviluppo con la genetica (vegetale ed animale), scienza nata, come si è detto, al principio di questo secolo e che ha fatto progressi giganteschi, raggiungendo apparentemente una piena autonomia dalla botanica e dalla z. Sostanzialmente invece essa si identifica con l'una o con l'altra, in quanto essa studia le cause delle differenze negli organismi ed ha trasformato la z. descrittiva (e la botanica) in z. (e botanica) causale.
La z. sistematica, quella che attraverso la conoscenza delle specie animali ne delinea la classificazione, ha avuto origine durante il Rinascimento, quando le esplorazioni geografiche ed i viaggi di circumnavigazione hanno portato in Europa gran numero di curiosità naturali, specialmente animali conservati e loro parti, che formavano raccolte da presentare al pubblico per sua istruzione. Fu la necessità dell'ordine che indusse gli zoologi a formulare classificazioni, fondate sui caratteri differenziali degli animali. La prima opera zoologica, scritta con tale intendimento, fu il De differentio animalium dell'inglese Edward Wotton, pubblicata nel 1552, nella quale si trova una classificazione poco diversa da quella che gli autori moderni hanno tratto dall'opera aristotelica. Segue un periodo che si può chiamare prelinneano, durante il quale eccellono, fra le altre, le opere del Loncier (1528-86), del Gessner (1516-65), di Ulisse Aldrovandi, bolognese (1528-1605), del Johnston (1603-73), che hanno carattere di enciclopédie naturalistiche. L'Aldrovandi, negli ultimi anni della sua vita si rese conto della difficoltà di insegnare utilmente la z. con lunghissime descrizioni, nelle quali si disperdevano gli essenziali caratteri differenziali e compose una Syntaxis animalium e una Syntaxis plantarum rimaste inedite, dove, a mezzo di chiavi dicotomiche e di brevi diagnosi dei caratteri più importanti, riesce possibile giungere alla identificazione della specie dell'animale o della pianta. J. Ray (1628-1705), autore, in parte con la collaborazione del Willoughby, di varie opere, fu il primo ad intuire il concetto di specie, come poi fu definito dal Linneo, a proporre il criterio della fecondità quale mezzo per definire la specie e a sentire la necessità della istituzione di una nomenclatura razionale. Fra gli altri zoologi dell'immediato periodo prelinneano vanno citati il Lister, il Bonanni, il Brein, il Bianchi (Janus Plancus) e, nel campo speciale dell'entomologia, il Vallisseri (1661-1730), Maria Sibilla di Mériam (16471717) e specialmente J. L. Réaumur (1683-1755) che studiò oltre alla morfologia anche la vita degli insetti. Fondatore degli studi di z. e biologia marina può considerarsi Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), Carlo Linneo, svedese, è incontestabilmente il fondatore della z. sistematica ed il riformatore dei metodi usati dai suoi predecessori. La riforma linneana è fondata su tre prin-
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cipi : 1) nomenclatura binomia in lingua latina, la quale, valendosi di due nomi, uno per il genere e l'altro per la specie, consente la determinazione formale di questa ultima; 2) la formazione di quadri (classi ed ordini) nei quali vengono raggruppati i generi e le specie; 3) l'adozione di diagnosi differenziali e chiavi dicotomiche, le quali consentono la distinzione dei singoli gruppi, fino alla specie. Questo metodo è un perfezionamento di quello usato dall'Aldrovandi nelle sue Syntaxis. Linneo divise il regno animale in sei classi : mammiferi, uccelli, rettili, pesci, insetti, vermi. Ma la classificazione, nella mente di lui, ebbe il significato preciso di piano della creazione, in cui le forme più affini venivano riunite in gruppi subordinati. L'opera di Linneo è condensata nel suo $S y$ stessa Nisturae che, nella ed. pubblicata nel 1730 , costituisce il codice fondamentale della nomenclatura zoologica. Linneo ebbe numerosi seguaci i quali, applicando le regole linnesne, descrissero migliaia di nuove specie e, ponendo in evidenza ulteriori categorie di differenze, aumentarono il numero dei quadri istituendo famiglie, sottofamiglie, tribù, ecc.
Già sulla fine del sec. xvili e sul principio del sec. xix Lamarck e Cuvier, partendo da gruppi di specie assai diverse e studiandone l'anatomia e la fisiologia, giunsero a conclusioni di elevato carattere biologico, tendendo a dimostrare il primo, che la forma degli animali è correlata all'ambiente in cui essi vivono e all'uso che essi fanno dei loro organi per esigenze fisiologiche; ponendo in evidenza il secondo che esiste negli animali una organizzazione tipica, variabile da gruppo a gruppo, cosicché i singoli aggruppamenti animali rispondono al criterio di unire assieme le forme che hanno il medesimo rapporto topografico delle parti. L'espressione "tipo" è posteriore al Cuvier ad appartiene al Blainville. La classificazione del Lamarck (1835-43), che è fondata innanzi tutto sulla distinzione degli animali in vertebrati e invertebrati e questi, dei quali egli si occupò maggiormente, in apatici e sensibili, ebbe scarso successo; quella del Cuvier invece, fondata sulla architettura tipica del corpo animale e innanzi tutto sull'aspetto generale del sistema nervoso e, subordinatamente a questo, di altri apparati organici, può essere considerata il punto di partenza di tutte le classificazioni moderne. Il Cuvier divise il regno animale in quattro embranchements o tipi: vertebrati, molluschi, articolati e raggiati ed i suoi successori ne accrebbero il numero suddividendo e modificando l'estensione dei tipi da lui delineati. Così il Von Siebold istituì il tipo dei prototipi o animali unicellulari e quello degli artropodi, separando il primo dai raggiati e il secondo dagli articolati. Il Leuckart divise ulteriormente i raggiati in celenterati ed echinodermi. Lo sviluppo della embriologia dimostrò le affinità esistenti fra i tunicati e i vertebrati, suggerendo la istituzione di tipo più comprensivo dei cordati, mentre un più attento esame morfologico ed embriologico aveva consigliato di separare le spugne e, rispettivamente, i ctenofori, dai celenterati. In tutte queste classificazioni si trova sempre il tipo dei vermi, che non risponde al concetto morfologico di tipo, ma è un residuo non classificato dei numerosi piani di organizzazione, che gli zoologi non hanno saputo o potuto includere nei tipi maggiori. Tuttavia i platelminti e i nematelminti sono oggi considerati come tipi autonomi, in quasi tutte le classificazioni moderne.
La classificazione, nella mente di Linneo e del Cuvier, corrisponde al piano della creazione delle specie, opera di Dio; pertanto lo sforzo dello zoologo, nella mente di quei due sommi, tende alla ricostruzione di un sistema, almeno nelle sue linee generali, stabile, perché fisse ne sarebbero le unità elementari, le specie. L'opera di Carlo Darwin, L'origine delle specie, pubblicata nel 1859, portò una vera rivoluzione nella z., ponendo in primo piano il problema delle specie ed attribuendo alle affinità il valore di parentele reali e alle differenze il valore di cambiamenti costituzionali, dovuti a cause, secondo taluni autori soltanto intrinseche, estrinseche secondo altri. In poco più di mezzo secolo la sistematica cambiò aspetto, divenendo da statica una scienza dinamica, perché le cause di modificazione delle specie, seb-
bene attenuate nel corso delle ère geologiche, non sono affatto cessate e la specie nuova può essere tanto una forma non conosciuta prima della sua identificazione, quanto una specie di formazione recente. Con l'evoluzionismo, il sistema fu rovesciato e la classificazione non cominciò più dai mammiferi, discendendo alle classi e ai tipi più semplici, ma ebbe inizio dagli animali unicellulari per risalire, a mano a mano, ai gruppi di organizzazione sempre più complicata. La cosiddetta legge biogenetica fondamentale di Ernesto Haeckel : « l'ontogenesi è una ricapitolazione della Biogenesi», per quanto riconosciuta errata poco tempo dopo la sua enunciazione, ha avuto grande influenza sulla classificazione, che ha finito coll'assumere il valore prospettico di un albero genealogico delle forme animali, fossili e viventi.
La sistematica è in tal modo la sintesi delle scienze zoologiche e la classificazione generale ne è la conclu