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 tempo dopo la sua enunciazione, ha avuto grande influenza sulla classificazione, che ha finito coll'assumere il valore prospettico di un albero genealogico delle forme animali, fossili e viventi.

La sistematica è in tal modo la sintesi delle scienze zoologiche e la classificazione generale ne è la conclusione : la posizione assegnata ad una determinata forma animale o gruppo di animali nel sistema stesso, è il risultato di indagini morfologiche (anatomiche, embriologiche, istologiche, citologiche ecc.), le quali determinano i rapporti di parentela con le forme affini. Ma la sistematica nel senso di classificazione è parte della z. e non può identificarsi con questa : il sistema degli animali è una concezione soggettiva della nostra mente: appartiene ai libri ed ai musei, non alla natura. Sistema è sinonimo di ordine, che si esprime nel raggruppamento dei tipi di organizzazione più affine, pur tenendo conto della possibile e probabile discendenza di ciascuno di essi, mentre secondo il concetto evoluzionistico, al quale accedono in pieno parecchi dei più recenti zoologi, specialmente americani, il filo che essi sostituiscono al tipo, dovrebbe esprimere la discendenza dei gruppi. Il tipo rappresenta peraltro una realtà, sia pure statica, ma che cade sotto l'osservazione diretta del ricercatore, mentre il filo rappresenta un'ipotesi dinamica, sia pure in parte causale, cui manca tuttavia la prova sperimentale.

Il sistema, ossia la classificazione, conduce a diminuire il valore delle differenze specifiche, a sopravvalutare modelli teorici che per ciascun gruppo, maggiore o minore, non corrispondono alla realtà di qualsiasi specie. Vero è che il sistema, conducendo dal tipo o filo, alla classe, all'ordine, alla famiglia, al genere, aggruppamenti in gran parte soggettivi, giunge anche alla specie reale, per quanto spesso non determinabile o determinata. Questa è stata valorizzata dalla genetica moderna, giacché studiando i gruppi specifici e subspecifici, prima isolatamente e poi volgendosi alle popolazioni, ha potuto mettere in evidenza, col metodo statistico, il valore e le cause delle differenze ed ha trasformato la sistematica, che si fonde allora con la intera z., da scienza descrittiva in scienza causale.

Sotto l'aspetto statistico, le varie classi che compongono il regno animale offrono differenze numeriche enormi, quasi incomparabili. Gli insetti, ad esempio, comprendono parecchie centinaia di migliaia di specie, assai più della metà dell'intero regno animale. All'opposto i ctenofori che, sotto l'aspetto morfologico ed ecologico, e per la loro posizione nel sistema, offrono interesse cospicuo, sono tuttora assai al disotto del centinaio di specie. Tra i vertebrati la classe più numerosa è quella degli uccelli, dei quali tra specie e razze si conoscono oggi circa 25.000 forme. Lo studio di queste due classi di animali, insetti ed uccelli, raccoglie intorno a sé gran numero di ricercatori, che hanno dato, all'uno ed all'altro gruppo, ricco di applicazioni pratiche (entomologia economica, avicoltura), notevole autonomia. Notevole importanza ed autonomia ha pure acquisito lo studio dei pestozoi, ai quali si sogliono aggregare anche i batteri, nella protistologia che studia le cellule nella loro complessità di organismi viventi mentre le spugne e, in parte i celenterati, permettono di considerare organismi soltanto quelli formati di tessuti. I platelminti e i nematelminti formano, insieme a taluni gruppi di protozoi e di artropodi, insetti compresi, parte importante della parasitiologia. Lo studio dei pesci (ittiologia), insieme con quello di parecchi altri animali acquatici, è parte della idrobiologia. Un certo valore hanno avuto in passato i

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(per carnisia del Pont. Istrato biblivo)
Zorell, Franz - Ritratto.
cata, è resa manifesta dal numero e dalla denominazione delle sezioni nelle quali vengono distinti i Congressi internazionali di z.

La z. è dunque, fra le scienze biologiche, la più vasta e multiforme; può essere considerata secondo le differenti facce di un prisma; ciascuno degli aspetti della vita animale viene elevato a scienza autonoma, sia in forma specifica, descrittiva e causale, sia in forma comparativa; ogni gruppo animale possiede autonomia scientifica perché offre problemi biologici che non si riscontrano o che non si possono altrettanto bene approfondire in altri; ogni gruppo animale possiede infine maggiore o minore importanza pratica, in rapporto al valore delle sue applicazioni mediche ed economiche alla vita umana.

Bibl. : opere antiche: C. Linné, Systema naturae, 10* ed., Stoccolma 1746; G. Cuvier, Le règne animal distribué d'après son organisation pour servir de base à l'histoire naturelle des animaux et d'introduction à l'Anatomie comparée, Parigi 1815-17; H. G. Brown, Klassen u. Ordnungen des Tierreichs, Lipsia, 1829 e sgg., con riferimenti di altri autori, Trattati: Y. Delage, Traité de zoologie concrète, Parigi 1896-1903; E. Perrier, Traité de zoologie, 6 voll., ivi 1890-1932; Cambridge Natural History, 10 voll., Londra 1906; P. P. Grossé, Traité de zoologie, Parigi 1949 e sgg., opera in corso di pubblicazione. Testi scolastici: W. H. Atwood, Introduction to Vertebrate Zoology, St. Louis 1940; T. I. Storer, General Zoology, Nuova York e Londra 1943; U. Pierantoni, Trattato di z. sistematica, Napoli 1947; A. Ghigi, Z. generale, $2^{2}$ ed., Bologna 1947; Heuber, Essential of zoology, Nuova York 1949; A. Kühn, Grundriss der Allgemeinen Zoologie, Stoccarda 1949; T. J. Parker, A TextBook of zoology, 2 voll., $6^{*}$ ed., Londra 1949; E. Tortorese, Gli animali superiori, Torino 1949; A. Stefanelli, Trattato di z., 2 voll., Firenze-Bari 1949; G. Schmell, Lehrbuch der Zoologie, Heidelberg 1950; Zoological Record, 84 voll. dal 1864 in avanti. Zoological Society, Londra, Specie: G. Cuvier, Tableau élémentaire de l'histoire naturelle des animaux, in Tourn. de physique, 46 (1798); F. Raffaele, L'individuo e la specie, Palermo 1905; id., Il concetto di specie in biologia, in Scientia, 1 (1907), nn. 1 e s.; C. Darwin, Sull'origine della specie per selezione naturale, trad. it., Milano 1924; L. Cuénot, L'espèce, Parigi 1936; A. Chigi, Affinità gamerica ed affinità sistematica alla luce dell'esperienza, in Riv. di biologia, 20 (1936); J. Huxley, The new systematics, $3^{2}$ ed., Oxford 1945; A. Ghigi, La specie, in Scientia, 83 (1948), pp. 179-81.

Alessandro Ghigi
ZORELL, Franz. - Gesuita, biblista, n. a Ravensburg (Württemberg) il 29 sett. 1863, m. a Roma il 14 dic. 1947.

Avendo fatto gli studi ginnasiali e liceali nel Collegio dei Gesuiti a Feldkirch (Austria) e nella città natale, e studiato per un anno lingue orientali all'Università di Tubinga, entrò nel 1884 nella Compagnia di Gesù. Dopo gli studi di filosofia e teologia, fatti a Ditton Hall (Inghilterra) e a Valkenburg (Olanda), si dedicò nel 1897-98 allo studio del greco all'Università di Berlino a fine di prepararsi per il Lexicon Graecum Novi Testamenti, della cui pubblicazione era stato incaricato dalla direzione dei Cursus Scripturae Sacrae. Finito questo lavoro ( $1^{2}$ ed. 1911, $2^{2}$ ed. 1930) si accinse all'arduo compito del Lexicon Hebraicum et Aramaicum Veteris Testamenti. Vide uscire i primi sei fascicoli ( 1940 sgg .), e alla sua morte lasciò
il manoscritto di tutto il resto, che, accuratamente riveduto e aggiornato, è ora in corso di pubblicazione. Nel 1928 fu chiamato al Pontificio istituto biblico di Roma come professore delle lingue armena e georgiana, che insegnò fino a pochi anni prima della morte. Le vaste cognizioni di ca. 20 lingue antiche e moderne e l'ecrilia quasi innata in lui resero io $Z$. egregiamente preparato per queste due opere lessicografiche, uniche nel campo cattolico.

Bibl.: A. Bos, in Biblico, 29 (1948), pp. 152-57 (con elenco degli altri scritti delle Z.). Ernesto Vogt
ZOROASTRISMO : v. PERSIA, IV, coll. 1214-17.
ZOROASTRO, ORACOLI di. - Sotto questo nome i cosiddetti Oracoli caldaici ( $\gamma \times \lambda \delta \alpha \varepsilon \varepsilon \dot{\alpha} \lambda \delta \gamma \gamma \alpha$ ) sono presentati dal cod. Vat. gr. 1416 (sec. XVI) : e l'attribuzione è dovuta indubbiamente a Giorgio Gemisto Pletone (v.) che, nel suo ambisioso sogno di riforma religiosa, si appellò, nella sua Exegesi degli Oracoli caldaici, all'autorità di Z. (cf. J. Bidez, Les Mages hellénisés, I, Parigi 1938); da lui la falsa attribuzione è passata agli scrittori del Rinascimento (p. es., in Marsilio Ficino, Theol. plat., IV, 2; De christ. rel., 22; cf. la lettera di Pico della Mirandola al Ficino, in Pici Opera, I, ed. Basilea 1601, p. 367). In realtà, gli scrittori antichi non parlano mai di Oracoli di Z., ma genericamente di $\lambda \delta \gamma \gamma \alpha$ e raramente anche di $\gamma \times \lambda \delta \alpha \varepsilon \varepsilon \dot{\alpha} \lambda \delta \gamma \gamma \alpha$ : nemmeno Porfirio (Vita Plot., 16) nella breve rassegna delle opere apocrife che circolavano al suo tempo.

Degli Oracoli caldaici, che costituivano, a quanto pare, una specie di poema greco in esametri, rimangono alcuni frammenti, conservati da Proclo (In Tim., 128 b; 137 c; 157 a; 267 a; Theol. plat., 333, 29; 365, 1; In Parm., 800, II; 1091, 6), Siriano (In Met., 883 b 16), Simplicio (In Arist. Phys., 616, 33), Olimpiodoro (In Phaed., 195, 21), Damascio (De princ., I, 154, 16; II, 16, 20; II, 89, 31; II, 157, 15), Sinesio (De ins., 135 a; 138 c; 140 c; 151 c), Lydo (De mens., 20, 7; 4, 13; 4, 20), ecc.; l'oracolo citato da Plotino, I, 9 (che sarebbe perciò la fonte più antica) sembra problematico (cf. W. Kroll, De oraculis chaldaicis, Breslavia 1894). Notevole la Espansione degli Oracoli caldaici di Michele Pecile (in PG 122, 1115-22; ed. poi dall'Opsopaeus, col titolo Oracula magica Zoroastris, Parigi 1589), nonché la cit. Exegesi del Pletone, edita dal Tiletano a Parigi nel 1538 col titolo Ma7108 $\lambda \delta \gamma \gamma \alpha$ тáv тoó Zaspoṡotsoo Máyavv. Una raccolta completa ne tentò Francesco Patrizi (v.) nell'opera Zoroaster et eius CCC XX oracula chaldaica, ed. a Ferrara nel 1591, con la versione latina (testo ripubbl. poi da L. H. Gray in appendice a A. V. W. Jackson, Zoroaster the prophet of anc. Iran, Nuova York 1901).

L'autore è ignoto: il Lambecius pensava che gli Oracoli caldaici fossero addirittura un'invenzione di Giuliano, il teurgo caldeo vissuto all'epoca di Marco Aurelio (cui la «Suda» attribuisce dei $\lambda \delta \gamma \gamma \alpha$. Cf. E. R. Dodds, Theurgy and its relationship to neoplatonism, in Tourn. of Roman stud., 1947, p. 55 sg.). La loro origine risale al sec. it d. C.: contemporanei dunque al sorgere del Corpus Hermeticum, al quale sono affini per lo strano miscuglio di interessi soteriologici e metafisici e per il gusto delle astrazioni e dell'esotismo. Sorti in un'epoca in cui le varie correnti filosofiche cercavano una loro riconsacrazione in antiche tradizioni religiose, essi sembrano essere il frutto dell'attività di certi platonizzanti, che sotto simboli e divinità esotiche si compiacevano di adombrare concetti filosofici già maturi. Come tali, gli Oracoli caldaici furono celebrati o commentati da Porfirio, Giamblico, Jeroele, Proclo, Damascio, Giuliano l'Apostata, da Pico della Mirandola, Mars. Ficino, Fr. Patrizi, A. Steuco Eugubino, G. Gemisto Pletone, C. Agrippa... Ma sono ancora una delle più cospicue testimonianze delle tendenze sincretistiche del tempo, una professione di fede molto vicina allo gnosticismo e, a quanto sembra, il libro sacro di una comunità religiosa: i concetti di monade e diade rivelano chiare affinità con il neopitagorismo; la metafisica e il culto del fuoco tradiscono influssi non sol-

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tanto stoico-eraclitei, ma anche orientali; la teoria dei demoni intermediari, se da un lato condivide concezioni già care al platonismo medio, dall'altro accoglie elementi giudaici. Il sistema cosmoteologico, che ancor traluce dagli scarsi frammenti e che una $\dot{\pi} \pi \alpha \dot{\pi} \pi \omega \sigma \iota \varsigma \kappa \varepsilon \varphi \alpha \lambda \alpha \iota \delta \delta \eta \varsigma$ di Psello (pubbl. dal Kroll, ap. cit. i i b.b., pp. 73-76) consente approssimativamente di ricostruire, con le sue complicatissime serie triadiche destinate a minimizzare sempre più l'infinita distanza che si frappone fra l' «abisso paterno " ( $\pi \alpha \tau \alpha \iota \delta \varsigma$ (b1 $\theta \dot{\alpha} \varsigma$ ) e la realtà visibile, con il concetto della "seconda mente" mediatrice, con la teoria dell'anima pellegrina destinata a ritornare al Principio per mezzo della gnosi e dell'arte teurgica, s'inquadra agevolmente dentro quello schema metafisico, che assumerà in Plotino profondi sensi umani e religiosi.

Gli Oracoli caldaici raccolti da Psello furono tradotti in latino dall'Opsopaeus (Parigi 1589); quelli raccolti da Pletone da Marsilio Ficino (la cui traduzione giovanile è probabilmente identica a quella conservata nella carta 26 del cod. Laurent. 36, 35) e da Giacomo Martano (ed. cit. dell'Opsopaeus); quelli della raccolta Patrizi anche dall' Heurnius (Lione 1600).

Bibl.: finora l'ed. criticamente più valida è quella a cura di W. Kroll, De orac. chald., Breslavia 1894; ma, come ha osservato il Bidez, ap. cit., I, p. 163, la raccolta ha bisogno di essere integrata con nuovo frammenti scoperti e con i testi relativi alla teurgia, su cui: cf. J. Bidez, Proclus $\pi \varepsilon \rho \lambda \sigma \eta \varsigma$ (ap $\alpha \tau \iota \alpha \tilde{\eta} \varsigma \tau \dot{\varepsilon} \rho \nu \eta \varsigma$, ir Milinaga Comout, Bruxelles 1936, p. 89 sg.; e Catal. des manuscrits, lehim. orect. vol. VI, ivi 1920, Ch. A. Lobsch, Agl. aphanus, Köniesberg 1829; W. Kroll, in Pauly-Wissowa, III, II, col. 2042; J. Bidez, Note sur les mystères néoplaton., in Rec. belge de philal, et d'hist., 7 (1928), p. 4; L. G. Westerinck, Proclus, Procopius, Psellus, in Mnemosyne, 10 (1942), p. 275 sg.; W. Theslaz, Die chald, Orabel und die Hymnen des Synesios, Halle 1942; A. J. Festugière, Un vers méconnu des Oracles chald. dans Simplicius, in Symbolia Oslomus, 26 (1048), pp. 79-77 (ma vedi già J. Bidez, Un faus dieu des Oracles chald., in Rev. de philal., 27 (1903)); B. Kieszkowski, Il platonismo del Rinascimento e la dottrina degli Orar. Cald., in Giorn. crit. d. filos. ital., 13 (1934), pp. 189-98.

Giuseppe Faggin
ZOROBABEL (ebr. Zërubbäbhel, nome d'origine babilonese, zir-Babili, "seme" o "rampollo di Babel "). "Principe di Giuda, figlio di Salathiel e discendente del re Ioachin (v.) prigioniero in Babilonia; è tra i progenitori del Messia (Mt. 1, 13; Le. 3, 27). Diresse il rimpatrio dei Giudei dall'esilio babilonese e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Si disputa se debba o non identificarsi con il principe di Giuda Sassabassar (v.), la cui persona e attività hanno molti punti di contatto con Z.

Emanato da Ciro il decreto di liberazione (Esd. 1, 2-4), Z. organizzò e guidò a Gerusalemme, insieme con Giosuè figlio di Issedec, la prima carovana di 42.762 Giudei. E leggendario l'episodio riferito dall'apocrifo III Esd. (3, 1-5, 6) di una gara letteraria fra tre paggi dalla corte di Dario, il terzo dei quali, Z., riuscito vincitore, avrebbe ottenuto dal Re ogni agevolazione per ricondurre i Giudei suoi connazionali in patria. Nei primi mesi si occupò della sistemazione dei rimpatriati, resa difficile dalle mutate condizioni del paese e dall'avversione della gente del luogo e di altri nemici dei Giudei. Ma le sue principali cure furono rivolte alla Casa di Jahweh, distrutta da Nabuchodonosor (v.) nel 587 a. C. Il $7^{\circ}$ mese dall'arrivo eresse un altare, sullo stesso posto dell'antico, e vi ripristinò il culto divino con l'offerta di numerosi olocausti (Esd. 3, 1-5); alcuni hanno supposto, a torto, che già prima i Giudei rimasti in patria avessero restaurato l'altare abbattuto: un simile altare sarebbe apparso illegale o almeno sospetto ai Giudei reduci dall'esilio. L'anno successivo si pose mano alla costruzione del Tempio, e l'avvenimento fu solennizzato con riti di religiosa esultanza (ibid. 3, 8-13). Ma dopo breve tempo i lavori dovettero sospendersi, perché il popolo del paese rendeva inerti le mani del popolo di Giuda, incutendogli paura di fabbricare e prezzolando contro di essi dei consiglieri per mandare a vuoto il loro progetto: (ciò durò) per tutti i giorni di Ciro re di Persia, fino al regno di Dario" (ibid. 4, 4-5). Questa ostilità della popolazione
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(let. Exc. Catt.)
Zoroastro, oracoli di - I cosiddetti Oracoli caldaici - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1416, f. 138 (sec. xvi).
pagana e mista (il popolo della terra) e specialmente dei Samaritani, con la connivenza di qualche alto funzionario statale, impedì per oltre 15 anni che i lavori potessero essere ripresi. Ma è lecito supporre che si fosse intanto costruita, oltre le fondamenta, almeno nelle linee rudimentali, una parte centrale che permettesse lo svolgimento dei principali atti del culto. L'opera fu ripresa nel $2^{\circ}$ anno di re Dario ( 520 a. C.), grazie all'incitamento del profeta Aggeo (Agg. 1, 1 sgg.) e poi di Zaccaria (Zach. 1-8), che valsero a scuotere l'inerzia e vincere il senso di sfiducia dei Giudei. A capo dei rimpatriati è sempre Z. (Esd. 3, 2), al quale è ora attribuito il titolo di "governatore (pebäh) di Giuda" (Agg. 1, 1). I lavori questa volta progredirono rapidamente; lo sgomento al pensiero della ristrettezza dei mezzi, che non permetteva d'innalzare un edificio splendido come quello di Salomone, venne dissipato dalla seconda allocuzione di Aggeo, che preannunziò le future sorti della nuova costruzione, nella quale si sarebbe manifestata la gloria del Signore nel trionfale avvento del Messia (ibid. 2, 1-9). La minaccia di sospensione intentata dal satrapo persiano Tattenai, certamente sobillato dai Samaritani, esclusi di proposito dai lavori del Tempio, andò a vuoto, perché re Dario, conosciuto il buon diritto dei Giudei, non soltanto riconfermò il decreto di Ciro, ma ordinò che si prelevassero dai proventi regi gli aiuti per la fabbrica del Tempio e per i sacrifici quotidiani da offrirsi per la vita del Re e dei suoi figli. Per tal modo nel 315 a. C., dopo 4 anni e mezzo, il Tempio era rifatto, e venne solennemente dedicato, con la celebrazione della Pasqua, nel mese di nisün (Esd. 6, 14-22). Esso riproduceva nelle sue principali linee quello salomonico, al quale però restava di gran lunga inferiore per ornamentazione e ricchezza di materiali. Terminata la costruzione del Tempio, Z., questo rianimatore d'Israele, vero anello di sigillo nella mano di Jahweh, meritamente celebrato nei libri santi (cf. Agg. 2, 22-24; Eccli. 49, 13-14), scompare dalla storia.

Bibl.: A. Van Hoonacker, Z. et le second temple, Gand 1892; J. Nikel, Die Wiederherstellung des jüdischen Gemein-

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vesens nach dem babyl. Exil, Friburgo in Br. 1900, pp. 88-159; H. Lesêtre, s. v. in DB, V, coll. 2447-50; J. Knabenbauer, s. v. in Lex. Bibl., III, coll. 1324-27; J. Touxard, Les Juifs au temps de la période persane, in Rev. bibl., 12 (1915), pp. 59-133; J. Gabriel, Z. Ein Beitrag zur Gesch. der Juden in der resteren Zeit nuch dem Exil, Vienna 1927; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1935, pp. 103-20.

Gaetano Stano
ZORRILLA y MORAL, José. - Poeta spagnolo, n. a Valladolid il 21 febbr. 1817, m. a Madrid il 23 genn. 1893.

Abbandonato lo studio del diritto per dedicarsi alla letteratura e alla politica, si schierò decisamente contro l'assolutismo, rischiando la deportazione. Lasciata per disgusti familiari la Spagna, si recò in Francia, donde passò nel Messico, ove diresse il teatro nazionale. Nel 1860 rientrò in patria e, nel 1889, ricevette la corona poetica nell'Alcázar di Granata.

Coltivò la lirica, l'epica e la drammatica. Di convinzioni religiose assai salde, canto, in collaborazione col venezuelano García de Quevedo, le glorie della Madre di Dio nell'opera Maria, corona poética de la Virgen. Nel poema Granada rievocò la riconquista della città da parte di Ferdinando il cattolico. Della sua attività di scrittore per teatro è insigne documento il dramma Don Juan Tenorio, ripresa del tema moliniano, elevato a significazione nazionale. Fu poeta spontaneo, di vena inesauribile, di intensa capacità evocativa.

Bibl.: ed.: Obras completas a cura di M. P. Delgado (4 voll., Madrid 1895, nuova ed. 1917). Studi: N. A. Cortés, Z., su vida y obras, 3 voll., Valladolid 1917-20; E. Romirea Angel, Z., Madrid 1935.

Enzo Navarra
ZOSIMAS. - Asceta del sec. vi, fondatore di un convento presso Cesarea in Palestina (Evagrio, Hist. eccl., IV, 7) citato da Doroteo nelle sue Diversae decstrinae. Alcune conferenze di Z. furono trasmesse da un suo discepolo (PG 78, 1679-1702).

Bibl.: S. Vailhé, S. Dorothée et st Zotime, in Echos d'Orient, 4 (1901) pp. 359-63; M. Viller-K. Rabner, Avsese und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 161. Erik Peterson
ZOSIMO, PAPA, santo. - Eletto successore di Innocenzo I il 18 marzo 417, m. il 26 dic. 418.

Subito il 22 marzo concesse a Patroclo vescovo di Arles i più insigni privilegi, assoggettando alla sua giurisdizione metropolitana la provincia Viennese e le due Narbonesi e costituendo lui vicario apostolico su tutte le Gallie. Ciò suscitò le proteste dell'episcopato gallico che di Patroclo non aveva ragione di essere soddisfatto. S. Agostino aveva appena pronunciato la famosa frase: "Roma locuta est causa finita est ", a proposito dei Pelagiani, che la causa veniva riaccesa. Celestio (v.) presente a Roma, propone le sue proteste dinanzi a Z. il quale senza pronunciare giudizio invita i vescovi africani a riesumare i precedenti giudizi confermati già da Innocenzo I ed a rispondere entro due mesi. Intanto giungeva a Roma una lettera di Pelagio ed un libellus fidei, indirizzati a papa Innocenzo in cui egli tentava dimostrare ortodossa la sua fede; l'innocenza dei due eretici pareva assicurata come scriveva Z. agli Africani il 21 sett. 417. I vescovi africani tennero in proposito un nuovo Concilio nel maggio 418 e provocarono intanto un intervento della corte imperiale di Ravenna per impedire tumulti; allora Z. indirizzò a tutta la cristianità sulla fine di maggio un'epistola tractoria (giunta frammentaria) in cui, condannando Pelagio e Celestio e le loro dottrine, imponeva a tutti i vescovi di assistere tale condanna, come realmente quasi tutti fecero. Un'altra controversia si accese fra Z. e l'episcopato africano a proposito di Apiano, prete di Sicca Venezia, che aveva appellato a lui contro la sentenza con cui il suo vescovo Urbano lo aveva scomunicato. Z. inviò per questo affare in Africa un vescovo come suo legato; ma prima che se ne avesse conclusione, Z. moriva e veniva seguito a S. Lorenzo. Il suo nome figura sul Martirologio romano al 26 dic.

Bibl.: L. Duchesne, Stor. della Chiesa ant., III, Roma 1911, p. 131 sgg.; P. Batiffol, Le siège apostolique, Parigi 1924, p. 216 sgg.; id., Le catholicisme de st Augustin, Parigi 1920,
p. 412 sgg.; J. Tiscront, Hist. des Dogmes, II, Parigi 1912, p. 453 sgg.; P. Pliche-Martin-Frutza, IV, pp. 102-107, 245-49; Martyr. romamm, p. 602.

Pio Paschini
ZOTICO, santo, martire. - Il martire Z. è ricordato nel Martirologio geronimiano al 12 genn. insieme con Castulo e al 10 febbr. con l'indicazione topografica del suo sepolcro: "Via Lavicana miliario X ", seguito dal nome di Amanzio; per mezzo dei martirologi storici (H. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen age, Parigi 1908, p. 49) si può aggiungere un terzo martire : Giacinto.

Il cimitero, al x miglio della Via Labicana, in località Torre Nuova, fu scoperto nel 1715 , visitato e frugato in quell'anno da M. A. Boldetti e da G. Marangoni che vi scrissero i loro nomi. Allora si trovò una tomba chiusa da tegola con l'iscrizione di una "Detercalla"; nel 1717 si penetrò in una cappella con immagini e l'iscrizione d'un "Ionuarius". Nel 1850 fu visitato da G. B. De Rossi che pubblicò l'iscrizione di un Lepusclus Leo morto nel 404 (Inscr. chr. Urbis Romae, I, Roma 1861, p. 530) e quella d'un Proiectus morto nel 424 (ibid., p. 639). Più tardi fu esplorato da E. Stevenson, il quale ritrovò la scala discendente nel cimitero, la cappella veduta dal Boldetti e identificò le immagini per quelle dei martiri Z., Ireneo, Giacinto e Amanzio. Ivi fu trovata una transenna marmorea contenente in alto l'epigrafe posta dai genitori "Refrigerius c(larissimus) "(it) " e "Veleris Schera Lacontia c(larissima) f(emina)" al figlio "Refrigerius c(larissimus) p(uer)" (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., $2^{\circ}$ serie, 3 [1872], pp. 173-75). In un arcoscilio lo stesso Stevenson identificò tre immagini in tunica e pallio, con ai piedi le capsae con i volumi e la sbiadita figura d'un quarto personaggio. Nell'area soprastante v'cra una chiesa dedicata a s. Z., restaurata dal papa Leone III (Lib. Pont., II, pp. 2, 34, n. 11) e detta in una bolla di Pasquale II "SS. Zotici et Amanti". A questa chiesa fu annesso un monastero, come è attestato dall'epigrafe "Dominicus, Domini gratia abbas, ec porticu(m) cum turri fieri iussit". Scene del martirio di s. Z. furono dipinte nel sec. x in S. Maria in Pailara al Palatino.

Bibl.: M. A. Boldetti, Osservazioni sopra gli antichi cimiteri dei ss. Martiri, Roma 1720, p. 564 sgg.; E. Stevenson, Il cimitero di S. Z. al decimo miglio della Via Labicana, Modena 1876; M. Arnellini, Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e di Italia, Roma 1893, pp. 568-74.

Enrico Josi
ZOTTOLI, Angelo. - Missionario in Cina e sinologo, n. il 21 giugno 1826 ad Acerno (Salerno), m. a Schanghai il 9 nov. 1902.

Compiuti gli studi letterari nel Collegio dei Gesuiti di Salerno, fuggì dalla casa paterna il 2 maggio 1843 ed entrò nella Compagnia di Gesù in Napoli; donde i moti del 1848 lo costrinsero a rifugiarsi a Malta. Là fu raggiunto lo stesso anno dal p. Renato Massa, S.J., venuto a Roma per affari della Missione del Klangnan in Cina; e con lui partì per la stessa missione. Giunto a Sciangai il 27 sett. di quell'anno, vi rimase fino alla morte. Ordinato sacerdote nel 1850 , vi fondò lo stesso anno il primo Collegio cattolico della Cina dove fu prefetto degli studi per 6 anni e rettore per 13; dal 1878 al 1902 padre spirituale, maestro dei novizi indigeni e istruttore di terza probazione; a ciò egli aggiunse la cura spirituale delle religiose europee e cinesi dei vicini conventi. Tra il 1858 e il 1871 pubblicò una diecina di operette di carattere ascetico in cinese; ma l'opera che lo rese celebre nel campo della sinologia è il suo Cursus litteraturae Sinicae in 5 voll. di ca. 4000 pagine complessive, apparso tra il 1879 e il 1882, che meritò all' aurore le lodi dell'Accademia Francese e il premio Stanislae Julien. Dando prova di una padronanza unica non solo nella lingua di Confucio, ma anche in quella di Cicerone, egli è riuscito a dare agli Occidentali una traduzione quanto mai letterale ed esatta dei migliori libri di tutta l'immensa antica letteratura cinese, quali le Istruzioni familiari, le commedie, i romanzi, i Quattro Libri, i Cinque Classici, i grandi prosatori e i grandi poeti di tutte le epoche, mettendo continuamente di fronte il testo cinese

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e la traduzione latina, corredata di un breve vocabolario e di note spesso di grande erudizione. Un VI vol. avrebbe dovuto essere un repertorio di tutti i caratteri e di tutte le espressioni contenute nei volumi precedenti; ma quando questo lavoro era quasi finito, gli fu consigliato di ampliarlo e di fare un Dizionario universale della lingua cinese. Egli vi consacrò gli ultimi 20 anni della sua vita, componendo un voluminoso manoscritto, rimasto inedito e conservato nella Biblioteca cinese di Zikawei.

Bibl.: Le p.A.Z., in Relations de Chine, I, Parigi 1903, pp. 62-67; H. Cordier, Biblieh. Sinica, ivi 1904-1908, coll. 1105, 1404-05; G. Peluso, Il p.A.Z., in Le Missioni d.C.d.G., II, Venezia 1916, pp. $383-84$.

Pasquale D'Elia
ZSCHOKKE, Heinrich. - Scrittore tedesco, n. a Magdeburgo, il 22 marzo 1771, m. ad Aarau (Svizzera) il 27 giugno 1848.

Fu pastore protestante, professore di filosofia, dal 1798 ufficiale civile elvetico. Scrittore versatile e fecondo, influenzato dalle idee filantropiche di Pestalozzi e influenzando da parte sua le tendenze di pedagogia popolare del Gotthelf e dello Hebel, Z. diresse con successo riviste edificanti per il popolo, fra cui l'importante settiminale Stunden der Andacht (1809-16), spesso ristampato in forma di libro con impronta cattolica o protestante. I suoi romanzi d'avventura, sociali e storici furono continuati, tradotti, imitati e in parte drammatizzati e diedero un forte impulso al romanzo storico sulle orme di Scott e a quello di ambiente folkloristico. E nota la sua gara con Kleist ed altri per l'elaborazione letteraria di una scena paesana rappresentata su una incisione in rame (racconto Der zerbrochene Krug, 1813).

Bibl.: Ges. Schriften, $2^{2}$ ed., Aarau 1856-59; Rolf Zschokke, Über H. Z.'s Geschichtsauffassung, ivi 1928; W. Hartmann, H. Z.'s Stunden der Andacht, Gütersloh 1932. Horst Rüdiger

ZUCCARI, Taddeo e Federico - Pittori. Taddeo, n. a S. Angelo in Vado presso Urbino il $1^{\circ}$ sett. 1529, m. a Roma il $1^{\circ}$ sett. 1566.

I suoi primi maestri furono il padre e Pompeo da Fano. Dal 1543 lavorò a Roma presso Francesco da Sant'Agnolo. La sua opera più famosa è la decorazione del Palazzo Farnese a Caprarola che deriva dagli schemi decorativi del Palazzo Farnese di Roma, dove T. lavorò con Francesco Salviati. A Caprarola è notevole fra le altre la composizione ove è raffigurato il Concilio di Trento che ha chiarissimi riferimenti alla Dispata del Sacramento di Raffaello. Il raffaellismo, infatti, domina l'opera dell'artista in questo primo periodo.

La critica più recente dà tuttavia maggior rilievo alla decorazione della Villa di papa Giulio in Roma per un acuto senso paesistico e coloristico qui rilevato dal pittore. Negli ultimi anni della sua vita T. dipinse in Vaticano nelle Logge e, in seguito, nella Sala Regia, scene con la Donazione di Carlomagno e la Battaglia di Tunisi. E il periodo in cui la sua maniera si accosta più visibilmente a Michelangelo, come chiaramente dimostra anche la tavola col Cristo morto, sostenuto da cinque angeli della Galleria Borghese a Roma. Taddeo dipinse moltissimo ed ai suoi tempi ebbe buon nome per la facilità e scioltezza con cui ripeteva sia i ritmi raffaelleschi che il moto delle immagini ed il disegno di Michelangelo e perfino il cromatismo dei veneti. La sua pittura, però, rimase essenzialmente decorativa e legata ad un certo gusto nel saper fondere le varie tendenze che fu detto alla "zuccaresca».

Ancor più di lui dipinse il fratello Federico, n. a Sant'Angelo in Vado tra il 1542 ed il 1543 , m. ad Ancona nel 1609. Cominciò a dipingere a Roma presso il fratello. Ben presto crebbe di fama e cominciò ad operare da solo in casa di Tizio da Spoleto a S. Eustachio. Dopo le ordinazioni in Vaticano per la Sala Regia, ebbe l'incarico di completare il Giudizio, iniziato dal Vasari nella cupola di S. Maria del Fiore a Firenze; impresa che portò a termine nel 1579. A Firenze, nella Galleria degli Uffizi, esiste una ricca raccolta di suoi disegni. Dipinse anche a Venezia nella Sala del Maggior Consiglio il Barbarossa
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(vol. alimenti)
Zuccari, Taddeo e Federico - Cristo morto sorretto da un angelo, dipinto di T. Z. - Roma, Galleria Borghese.
ai piedi di Alessandro III, ritenuta la sua opera migliore. Andò anche all'estero, in Olanda, in Inghilterra, in Francia ed in Spagna dove ebbe un'ordinazione per l'Escuriale. Tornato a Roma, completò i lavori della Cappella Paolina ma la critica, anche ai suoi tempi, cominciò ad essergli ostile. Verso il 1593 si dedicò alla riorganizzazione dell'Accademia di San Luca che insediò nella sua casa a Trinità dei Monti, già da lui rivestita di affreschi. Fu il primo princeps dell'Accademia.

Poi, sempre più amareggiato, si allontanò da Roma; ad Ancona scrisse: L'idea dei pittori, scultori ed architetti, La Dimora in Roma ed Il passaggio per l'Italia. I dipinti di Federico, che sono ancora più legati a forme accademiche di quelli del fratello, se ne differenziano tuttavia per un più vasto eclettismo, una maggiore ricchezza cromatica e soprattutto per uno spiccato accostamento al correggismo.

Bibl.: Venturi, IX, 6, pp. 194-96; L. Venturi, Pittura Ital. nel 1609, Roma 1909; M. Perotti, F. Z., in L'arte, 14 (1911), pp. 381, 427-37; F. Baumgart-B. Biagetti, Gli affreschi di Michelangelo, di Luigi Sabbatini e di F. Z. nella Cappella Paolina, Città del Vaticano 1934, p. 98; L. Serra, Rapporti con i Duchi d'Urbino. Ricerche d'archivio, in Nuova Antologia, 1937, n. 16, pp. 470-73.
Maria Pia Cosentino Sibilla
ZUCCHETTO (biretum, submitrale, subbirretum, pileolus, calotta, Soli-Deo). - Un copricapo a forma di mezza sfera, usato di colore bianco dal papa, rosso dai cardinali (concesso nel 1464 da Paolo II, ai cardinali regolari nel 1591 da Gregorio XIV), paonazzo dai vescovi ( 1867 da Pio IX), nero dagli abati e da chi ne ha privilegio o indulto (CIC 325; 625; 811, 2).

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Era in uso nel corso del sec. xiv, perché si vede sotto la tiara del papa Clemente VI (m. nei 1352) nel monumento sepolerale a La Chaise-Dieu. L'uso si propagò nel corso del sec. xv (cf. Ordo Romanus XIV, 118; XV, 144: PL 78. 1272. 1351) e divenne generale nel xvı e xviI. Nel sec. xiv e xv copriva tutto l'occipite, per ridursi poco a poco alla forma piccola attuale. E permesso di portarlo durante la s. Messa, fuori del canone, ma non è permesso nelle processioni eucaristiche e all'esposizione pubblica del S.mo Sacramento. Si usa anche sotto la mitra, detto percio submitrale.

Bibl.: J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occident und im Orient, Friburgo 1907, pp. 509-10; id., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 163-64.

Pietro Siffrin
ZUCCHI, Carlo. - Generale, n. il 10 marzo 1777 a Reggio Emilia, m. ivi il 31 dic. 1863.

Giovanetto, lasciò gli studi per combattere a fianco dei francesi e, sottotenente nel 1796, prese parte a tutte le guerre della Rivoluzione e dell'Impero, guadagnandosi il titolo nobiliare di barone, giungendo nel 1813 al grado di generale di divisione. Servi poi per poco nell'esercito austriaco, ma venuto in sospetto per i suoi sentimenti liberali, dopo aver subito quattro anni di prigionia nel Ducato di Modena (1823-27), fu nel 1831 a capo delle milizie rivoluzionarie dell'Italia centrale, scontrandosi valorosamente con gli austriaci fra Rimini e Cattolica.

Catturato in mare con altri esuli sulla rotta AnconaCorfù, venne processato in Venezia e condannato a morte con commorazione della pena in venti anni di carcere duro, in parte scontati a Munchaz, a Josephstadt ed a Palmanova. Qui lo sorpresero gli avvenimenti del 1848 : difese stremamente quella fortezza; ebbe poi il comando d'una divisione del governo provvisorio di Milano. L'armistizio di Salasco lo costrinse, a causa delle intemperanze della plebaglia, a cercare breve rifugio nella Svizzera.

L'ottima fama militare e tali precedenti indussero nel l'autunno 1848 Pio IX a chiamare lo Z. in Roma come ministro delle Armi nel Gabinetto di Pellzgrino Rossi (v.). Non meno inviso di quest'ultimo agli estremisti, s'accinse a sciogliere e disarmare quei facinorosi e violenti corpi franchi, che costituivano il nerbo del f:rmento insurrezionale. Svolse così opera fattiva per ristabilire l'impero della legge tanto a Roma, quanto nelle province ed a Bologna contro lo stesso Garibaldi, ma di breve durata perché interrotta dall'uccisione del Rossi, dalle violenze del 16 nov. e dalla partenza di Pio IX per l'esilio di Gaeta.

Membro, per volere del Pontefice, della Commissione governativa di Stato presieduta dal card. Castrazione, lo Z., fedele al suo giuramento, raggiunse il sovrano in Gaeta, diramandovi il 7 genn. 1849 un ordine del giorno ai soldati pontifici affinché non facessero causa comune con il regime rivoluzionario, ed adoperandosi con l'aiuto del Kanaler (v.) a ricostituire dapprima in Benevento, poi a Bologna adeguate forze regolari pontificie grazie all'afflusso dei militari che per fedeltà disertavano le bandiere repubblicane.

Ritiratosi a vita privata nella città natale (ro ott. 1850), ebbe gli ultimi anni amareggiati dal livore di quanti settari non sapevano comprenderne l'onesta e coerente rettitudine, e solo nel 1860 ottenne dal governo italiano il definitivo riconoscimento del grado di tenente generale.

Bibl.: N. Bianchi, Memorie del gen. Z., Torino 1861; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'stercito pontificio, in Rast. storica del Risorg., 28 (1941), pp. 20-25, 50, 51 dell'estr.; P. Schiarini, s. v. in Dix. del Risorg. naz., IV, pp. 650-53.

Paolo Dalla Torre
ZUCCHI, Nicola. - Fisico-matematico, predicatore e scrittore ascetico, n. a Parma il 6 dic. 1586, m. a Roma il 21 maggio 1670.

Entrato nella Compagnia di Gesù a Padova (1602), insegnò filosofia, teologia, matematica al Collegio Romano per molti anni, divenendone poi rettore. Governò pure il Collegio di Ravenna e fu predicatore apostolico in Vaticano per 7 anni. Accompagnò il cardinale Alessandro Orsini nella sua legazione alla corte di Ferdinando II ed ivi conobbe Tommaso Keplero.

Scrisse parecchie opere sulle macchine e sull'ottica.

Nell'Optica philosophia experimentis et ratione a fundamentis constituta (Londra 1656) consegnò la sua scoperta del telescopio e cosi fu il primo a scoprire le macchie del pianeta Giove ( 1650 ).

Come apostolo, lo Z. è celebre per molti opuscoli di devozione tra cui : Pratica della vera divatione in aiuta delle Anime, che sono in Purgatorio, Roma 1659; Pratica per passare le feste del santo Natale con vera pietà cristiana, ivi 1667; Sulla vera devazione nella servitù della Vergine Nostra Signora (Roma 1666), in cui è la celebre preghiera diffusa in tutte le lingue: O Signora mia e Madre mia (O Domina mea et mater mea [Preces et pia opera, Roma 1952, p. 340]), ed anche un pregevole lavoro sullo stato religioso: Breve notitia della vita religiosa (ivi 1671).

Bibl.: Sommervogel, VIII, coll. 1525-30; D. Bartoli, Vita del p. N. Z., 2a ed., Napoli 1888; J. Jordans, Durch die Klippen der Jugend oder Patte N. Z. und sein Rat an die geführdete Jugend, Kevelaer 1909.

Arnoldo M. Lanz
ZUCCHINI, Carlo. - Deputato ed organizzatore cattolico italiano, n. a Faenza il 13 apr. 1862, m. a Rocchetta di Vara (La Spezia) il 14 nov. 1928.

Iniziò nel 'go una singolare attivita in più rami di Azione Cattolica, fondando, fra altro, il Circolo della Giov. Cattolica di Faenza, che fu il primo della diocesi; la Società Operata di mutuo soccorso; la Casa del popolo che fu la sede centrale delle associazioni cattoliche. Cooperò nella fondazione della Banca di credito romagnolo; ed inoltre col Crispolti e col Grosoli nella fondazione del quotidiano L'avvenire d'Italia di Bologna. Fondò pure il settimanale Il Piccolo, di genere popolare, che fu l'organo dell'Azione Cattolica faentina. Nell'Opera dei Congressi fece parte del Comitato regionale romagnolo e del Comitato generale permanente. Nel nov. del 1003 fu presidente effettivo del Congresso nazionale di Bologna, nel quale prevalse, sotto la guida del Murri, la corrente innovatrice della democrazia cristiana nelle direttive del movimento. Nel 1915, su designazione del Toniolo, fu nominato presidente generale dell'Unione Economico-Sociale (v.).

Entrato nella vita politica col Partito popolare, fu eletto deputato di Ravenna nel ' 19 per la $25^{\text {a }}$ legislatura, e di Bologna nel ' 21 per la $26^{\text {a }}$. Partò anche alla Camera, e nei comizi, con fermezza di carattere, la sua parola incitatrice e pratici contributi; per cui molto a lui si dovette se a Faenza, e in altri centri della Romagna, non prevalse la marea sovversiva.

Bibl.: A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori dal 1848 al 1922, in Enc. biogr. ital., III, Roma 1941, p. 252; Unione Uomini di A. C. di Faenza, Commenoraz. di C. Z. sul sentomale della morte, Faenza 1949.

Agostino Vian
ZUCCHINI, Gaetano. - Uomo politico, n. a Bologna il 6 ag. 1806 , m. ivi il $1^{\circ}$ marzo 1882.

Segnalatosi per le numerose pubblicazioni di argomento agricolo, economico e sociale e per l'impulso dato all'agricoltura e all'industria emiliana, conseguì nel 1848 la carica di senatore (cioè di sindaco) di Bologna. Egli esercitò con profondo tatto le sue funzioni nel difficile periodo attraversato dalla città (occupazione austriaca, insurrezione dell'8 ag., ecc.) e fu chiamato a far parte del Commissariato straordinario per la quattro Legazioni costituito in quel tempo. Rassegnò le dimissioni dal Commissariato stesso e dalla Suprema Giunta di Stato, nella quale era stato parimenti incluso, all'indomani dell'assassinio di Pellegrino Rossi e della partenza del Pontefice per Gaeta, allo scopo di non venir meno al giuramento di fedeltà prestato al Sovrano. Restaurato nei suoi domini, Pio IX gli espresse la propria gratitudine conferendogli il titolo comitale, e servendosi spesse volte della sua profonda competenza per lo sviluppo delle industrie nello Stato pontificio. Tra l'altro, egli rappresentò il governo papale al congresso internazionale ferroviario di Vienna. Uomo di profonda pietà, largamente munifico, appassionato dei problemi civici della sua Bologna, trascorse gli ultimi anni di vita nella cecità, che affrontò con cristiana rassegnazione.

Bibl.: F. Massei, Il conte G. Z., Bologna 1882.
Renzo U. Montini

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ZULIA, diocesi di. - Diocesi e città capoluogo dello Stato omonimo nel Venezuela (America meridionale). La residenza è a Maracaibo.

Ha una superficie di 58.000 kmq . con una popolazione di 523.568 ab . tutti cattolici distribuiti in 24 parrocchie servite da 35 sacerdoti diocesani e 44 regolari; ha un seminario, 12 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 282).

La diocesi fu eretta dal papa Leone XIII il 25 luglio 1897, per smembramento della diocesi di Mérida, elevando a grado e dignità di cattedrale la chiesa dedicata agli apostoli Pietro e Paolo. Suo primo vescovo fu mons. Francesco Marvez. La sede vescovile rimase vacante dal 1904 al 1910, anno in cui fu consacrato vescovo mons. Celestino Alvarez. La diocesi fu prima suffraganea di Santiago di Venezuela, attualmente è suffraganea di Mérida.

Bisc.: F. S. Jimenez, s. v. in Cath. Soc., XV, p. 766; J. Cimillera, Anuario ecclesiastico Venezolano, 1953, Caracas 1953, pp. 200-12. Enrico Josi

ZUMARRAGA (Cumarbaga), Juan. - Primo vescovo del Messico, n. verso la fine del 1468 o al principio del 1469 a Tarira de Durango, m. a Messico, il 3 giugno 1548.

Entrò nel convento francescano di Abrojo e successivamente fu guardiano, definitore e provinciale. Carlo V lo nominò nel 1527 inquisitore per la Navarra contro la stregoneria, il 12 dic. 1527 lo presentò come primo vescovo di Massico, senza che la nomina avesse allora seguito causa la lotta politica con Clemente VII (sacco di Roma). Alla fine di ag. del 1528 Z . salpò insieme coi primi impiegati, destinati al governo civile del Messico ed vi approdò il 6 dic. 1528 col titolo di vescovo eletto e quale protettore degli Indiani si oppose al loro oppressori. Gli impiegati della $1^{2}$ Audiencia riuscirono a porlo in disgrazia presso la corte, per cui Carlo V trattenne la bolla con la quale Z. il 2 sett. 1530 era stato confermato vescovo di Messico, e lo chiamò in Spagna per giustificarsi. Arrivato in patria il 17 marzo 1533 Z. si scolpò splendidamente e il 27 apr. 1533 a Valladolid fu consacrato. Con un gruppo di artigiani e 6 donne per l'educazione delle bambine indiane tornò al Messico nell'ott. 1534. Per evitare le difficoltà con il governo civile Z. rinunciò al titolo di protettore deg! Indiani, che passò alla $2^{2}$ Audiencia più benevola e poi il 17 nov. 1535 al primo viceré del Messico, Antonio de Mendoza. Il 27 giugno 1535 l'inquisitore generale Alvaro Manrique, arcivescovo di Siviglia, nominò Z. inquisitore apostolico della città e diocesi di Messico.

Quando, dopo l'apparizione di N. S. di Guadalupe (1531). cominciò la conversione in massa degli Indiani, Z. organizzò la Chiesa e la vita ecclesiastica nel Messico. Malgrado le grandi difficoltà, principalmente circa la validità dei Battesimi in massa e la validità dei matrimoni dei poiggami, difficoltà sciolte poi con la celebre bolla Altitudo di Paolo III del $1^{\circ}$ luglio 1537, Z. attese con grande zelo alla conversione degli Indiani.

Nella lotta contro l'idolatria e la superstizione fece distruggere un grande numero di templi e di idoli. Costruì chiese e conventi, ospedali, specialmente in Messico e Vero Cruz, scuole maschili e femminili, fondò il celebre collegio di Tlatelolco, promosse i buoni costumi, i mestieri e l'industria, e dopo la pubblicazione delle Nuevas Leyes che proibivano la schiavitù degli Indiani riusci ad impedire una sanguinosa insurrezione dei coloni. Nel 1539 Z. fece installare nel Messico la prima tipografia nel Nuovo Mondo per opera di Juan Cromberger di Siviglia nella quale furono stampati molti libri per la missione tra gli Indiani, cosi p. es.: Breve y mas compendiosa doctrina christiana en lengua mexicana y castellana (Messico 1539); Manual de adultos (ivi 1540). Doctrina christiana pár instrucción y informacidn de los Indios (ivi 1544). Z. fu autore di libri catechetici, cosi p. es. Doctrina cristiana breve para enseñanza de los niños (ivi 1543) e: Doctrina breve muy p'uechosa ecc. (ivi 1544). Nel 1545 volle rinunziare alla sua diocesi per andare come missionario in

Cina, malgrado la sua avanzata età. L'11 febbr. 1546 Paolo III eresse Messico in arcivescovato separandolo dalla sede metropolitana di Siviglia, e dandogli come suffraganee Oaxaca, Michoacan, Tlaxcala, Guatemala e Ciudad Real de Chiapas. Z. ne fu il primo arcivescovo ma mori prima che arrivasse in Messico la bolla relativa.

Biel.: A. M. Carreño, Don Fray 7. de Z., Messico 1941; F. de Chouvet, Fray 7. de Z., Messico 1948; C. Boyle, El IV Centen. de Don Fray 7. de Z., in Mission. Hispan., 2 (1948), pp. 20969; Streit, II, pp. 64-69. Nicola Kowalsky

ZURARA (Azurara), Gomes Eanes de. - Cronista portoghese, n. ad Azurara nel 1410, m. nel 1474 (?). Conservatore dell'Archivio storico della "Torre do Tombo" in Lisbona, è il più importante cronista portoghese antico dopo Fernāo Lopes.

La sua opera tratta le imprese portoghesi d'Africa esposte con informazione minuta (spesso attinta a fonti straniere, anche italiani e insieme con realistica vivacità; nel palese desiderio di attenersi alla verità dei fatti, lo Z. si ispira a un alto senso di missione storica nazionale, la «dilatazione della fede e dell'impero» (per tradurre la celebre espressione che sarà poi del poeta nazionale Camões). All'opera principale, la Chronica da descoberta e da conquista da Guiné alla quale si deve, fra le altre, la rappresentazione più efficace del grande stimolatore della gesta marinara portoghese, don Enrico il Navigatore, fanno corona, fra le altre opere, scritte, nel complesso, dietro incitamento di re don Alfonso V, la Chronica da tomada de Ceuta e la Chronica de dom João.

Bisc.: l'opera principale dello Z. fu pubblicata la prima volta nel 1841, e ripubblicata nel 1937. E. Prestage, The Chronicles of Fernāo Lopes and G. E. de Z., Worford 1922; J. de Carvalho, Sobre a erudicio de G. E. de Z., in Estudos sobre a cultura portuguesa do século XV, I. Coimbra 1949, pp. 1-241.

Giuseppe Carlo Rossi
ZURBARÁN, Francisco de. - Pittore, n. a Fuente de Cantos (prov. di Badajoz nell'Estremadura) il 7 nov. 1598 e m. a Madrid dopo il 28 febbr. 1864.

La sua prima educazione pittorica si effettuò a Siviglia con l'umile santaro P. Diaz de Villanueva e, quindi, con Juan de Roelas. Si recò a Madrid nel 1633 ed ebbe rapporti amichevoli con Velazquez, dal quale apprese qualche accorgimento tecnico, senza abdicare alla sua personalità di realista austero, in contrasto con la pompa barocca della sua età. Subi influssi da Francesco de Herrera il Vecchio e, dopo il 1634, dal Ribera e manifestò nel suo periodo migliore (dal 1630 al 1640 ca.) tendenze caravag. gesche più di ogni altro maestro di Siviglia. In questa città svolse la sua copiosa attività soprattutto al servizio di frati francescani, domenicani, mercedari e certosini. Dopo la morte della prima moglie (1639) lo Z. assunse modi ancora più austeri, ma nell'ultimo decennio della sua carriera, con il proposito di assocondare i pasti correnti determinati dal Murillo, rinnegò in gran parte la virile e solida struttura delle composizioni precedenti, adottando colorazioni chiare, imposti morbidi, e smarrendo, cosi. la sua personalità. Nell'insieme, lo Z. rimane fra i più tipici rappresentanti del misticismo e dell'ascetismo ibe. rico e, in sede strettamente pittorica, uno dei più sinceri e vigorosi maestri del Seicento europeo.

Tra le composizioni che attestano la sua eccezionale capacità di interpretare gli ambienti e i costumi della vita monastica si segnalano il S. Ugo nel refettorio dei Certosini (Siviglia) e i tre quadri ispirati da s. Bonaventura e cioè : Il Santo presiede un Capitolo di frati minori e i Funerali del Santo (entrambi a Louvre) e Il Santo mostra a s. Tommaso d'Aquino un crocifisso (Berlino, 1629). Altre opere eminenti, dotate di singolare armonia costruttiva, sono l'Apoteosi di s. Tommaso d'Aquino (1631), nei Musei di Siviglia e di Grenoble, la murilliana adorazione dei pastori e la Circoncisione di Gesù. Nella serie delle Fatiche di Ercole (Prado), emerge per il forte realismo la raffigurazione del mitico eroe che spazza le stalle di Angia, e considerazione meritano, per la originalità dell'impianto drammatico, il dolente Cristo dopo la flagellazione di

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Breslavia, l'Estasi di s. Francesco di Assisi di Boston e l'incappucciato Monaco in preghiera della Galleria nazionale di Londra. Le virtù ritrattistiche dello Z. sono condensate nella superba testa virile del Museo di Brunswick, nel Dottore dell'Universitd di Salamanca