Giorgione, suo maestro. Il Dolce, nel suo Dialogo, che è del 1557 , riferisce
che Giorgione avrebbe detto di T.: s sin nel ventre di sua madre era pittore $n$; chiaro accanmo alla precocità dell'artista, che, non ancora ventenne, affrescava accanto a lui un lato del Fondaco. Certo furono giorgionesche le prime opere di T., pervase da intenso lirismo. Cosi il Concerto com. pesire del Louvre, erroneamente attribuito a Giorgione, il Noli me tangere della National Gallery di Londra, la Leggenda d'Orfeo alla Galleria Carrara di Bergamo, la Madonna con i ss. Rocco ed Antonio del Prado, l'Adultera del Museo di Glasgow, così infine l'Amor sacro e profano della Galleria Borghese, tutte opere da datarsi fra il 1508-12 ca.; alle quali è da aggiungere l'altro capolavoro, la celebre Venere dormente di Dresda, che appartiene a T., e non a Giorgione, come fu a lungo creduto. Del 1510-15 ca. è pure la tela con Jacopo Pesaro e papa Alessandro davanti a s. Marco, del Museo d'Anversa.
A questo periodo giovanile appartengono altresi la pala della sacrestia della Salute con S. Marco in trono e quattro santi, la Zingarella del Museo di Vienna, le Tre Età della Bridgwater Gallery di Londra, la S. Conversazione della Galleria Balbi di Genova ed il famoso Concerto di Pitti (pur questo attribuito erroneamente a Giorgione), per dire delle più importanti. Dei suoi Ritratti, di codesti anni, siano ricordati il Cavaliere di Malta degli Uffizi, il cosiddetto Ariosto della National Gallery; il cosidetto Farme di Vienna, e le bellissime figure muliebri - pure esse ritratti alquanto idealizzati come la Flora degli Uffizi, la Salomé della Galleria Doria di Roma, la Lucrecia di Vienna, la cosiddetta Laura Dianti del Louvre: tutte opere piene di sognante dolcezza, d'impasto lieve, ma d'intenso infocato colore, ricco di velature. L'elemento lirico è preponderante, se pur già si avverte, in qualche affresco della Scuola del Santo e in qualche brano dell' Adultera ed altrove, una facoltà di espressione drammatica potentemente efficace. E qualora si ricordino altri capolavori giovanili di T., come il Cristo della moneta di Dresda, l'Annunciazione della cattedrale di Treviso, o infine lo squisito Battesimo di Cristo della Galleria Capitolina di Roma, si avrà una visione rivelatrice della potenza creativa dell'artista sino al suo $30^{\circ}$ anno ca.
Con l'Assunta dei Frari incomincia il periodo della maturità di T., fervido di grandi creazioni, profondamente innovatore. E noto dal Dolce che la pala, quando fu scoperta al pubblico ( 1519 ), non fu compresa, tanto era diversa dalle "cose morte e fredde dei Bellini, dei Vivarini ", ecc., " ma poi cominciarono le genti a stupire della nuova maniera trovata a Venezia da T. ". La "nuova maniera" consisteva sì nella monumentale grandiosità dei concetti, nella vivacità espressiva nelle figure, del movimento ardito della composizione; ma soprattutto
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nel modo di usare il colore, non più sovrapposto al disegno, ma esso stesso creatore della forma per un nuovo procedimento d'impasto grasso, a macchia, tutto acceso di vibrazioni sonore. Così nasceva, dal seme di Giorgione (che il Dolce chiama "quella poca favilluccia che T. aveva scoperta nelle cose di Giorgione") l'idea del dipinger moderno.
All'Assunta fece seguito una serie di capolavori, ciascuno dei quali segnò una nuova tappa nella storia della pittura veneziana; la pala con la Madonna che appare ai ss. Francesco e Biagio, eseguita nel 1520 per la chiesa di S. Francesco in Ancona; la Madonna di Casa Pesaro, ai Frari, ordinata nel 1519 ed inagurata nel 1526 ; il polittico della Risurrezione, dipinto per il vescovo Altobello Averoldo e collocato nel 1522 nella chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Ilrescia, opera rivelatrice per nuovi concetti luministici; la grande tavola della Madonna di s. Niccolò, già nella chiesa dei Frari, ora in Vaticano. Nel 1528 T. riusci vincitore del concorso (a cui avevano preso parte il Palma e il Pordenone) per la pala dell'Ucceione di s. Pietro martire ai SS. Giovanni e Paolo, opera che, collocata sull'altare nel 1530 , destò ammirazione universale; poi distrutta da un incendio nel 1867. Nel frattempo, tra il 1520 ca. ed il 1523, T. dipinge per la Corte di Ferrara tre sublimi capolavori di soggetto pagano: la Festa di Venere, il Baccanale e Bacco e Arionna; i due primi ora al Prado, il terzo nella Galleria nazionale di Londra.
Una quantità incredibile di ritratti dei più importanti personaggi del suo tempo esce dal pennello di T.; da quello del Duca Alfonso d'Este, ora al Metropolitan Museum di Nuova York, a quello del Duca Federico Gonzaga al Prado; da quelli di Francesco Maria della Rovere e di sua moglie Eleonora Gonzaga, duchi d'Urbino, agli Uffizi, a quelli del Marchese Davalos (Parigi), e del Card. Ippolito Medici in costume magiaro, a Pitti; e via dicendo, sino a quelli, più complessi, di Carlo $V$ e di Filippo II, che iniziano una nuova era nel campo della ricostiistica. L'artista ritrae i suoi modelli con estrema semplicità, senza atteggiamenti esteriori, senza ricerche di ambientazioni fittizie; i suoi personaggi appaiono con grande naturalezza, in un'atmosfera di austerità che conferisce loro un alto ethos umano. Anche i suoi colori, specie nei ritratti virili, sono sobri, dosati in calde armonie. E quando T. intende rendere, del suo personaggio, anche l'ambiente che lo circonda, egli raggiunge lo scopo senza gesti declamatori, con una nobilità d'accenti cui pochi possono paragonarsi, nella storia della pittura: il Ritratto del duca Alfonso Davalos che arringa i soldati (Prada), quello del Vescovo Madrucco, già a Trento, quello di Carlo $V$ a cavallo e di Filippo II in armatura (ambedue al Prado) rimarranno esempi insuperabili, oltre che di stupenda potenza pittorica, di profonda psicologia. Essi rappresentano non soltanto dei personaggi fisici, ma l' "idea " immanente di essi medesimi.
L'attività pittorica di T. non aveva sosta. Le grandi pitture pubbliche si susseguivano. Dopo la citata pala di S. Pietro martire (1530), egli fornì, ora per il Palazzo Ducale, la tanto richiesta tela della Battaglia di Cindore, anche questa distrutta dal fuoco, e di cui non ci rimane che l'incisione; sufficiente, tuttavia, a dimostrarci come essa significasse un nuovo e drammatico e vivo modello per la pittura battaglistica a venire. Dipinse l' Annunciazione per la chiesa di S. Rocco; la Presentazione al Tempio ed il S. Giovanni, ambedue ora all'Accademia di Venezia, le tre tele con il Sacrificio d'Abramo, Davide e Galia, Caino e Abele, ora al soffitto della sacrestia della Salute. Fornì l'Assunta per la cattedrale di Verona, l'Incoronazione di spine per la chiesa della Grazie a Milano (ora al Louvre), la Cena e la Risurrezione per il Palazzo ducale d'Urbino, la serie d'Imperatori romani per il Palazzo ducale di Mantova. Continuò a creare, insieme a capola-

(fol. Alinari)
Tiziano, Vecellio - Particolare del Concerto - Firenze, Galleria Pitti.
vori religiosi, scene pagane d'ideale bellezza, come la Venere d'Urbino, la Venere del Pardo (Louvre) ed altre Veneri e deità del mondo classico, ininterrottamente.
Questo mondo classico T. finalmente lo conobbe venendo a Roma nel 1543, ed il suo spirito ebbe ulteriori impulsi dalla visione di monumenti e di statue antiche, nonché dai contatti con Michelangelo; ma la suggestione delle creazioni michelanginlesche - dianzi conosciute attraverso stampe e disegni - erano già state scontate in varie riprese, p. es., nelle tele sopra citate della sacrestia della Salute. Ma egli vide ed interpretò quel mondo classico a modo suo; cioè potenziandolo in una nuova espressione più intensamente cromatica. I contatti dapprima col pontefice Paolo III Farnese, poi con l'imperatore Carlo V, dovettero stimolare le energie creative di T. immensamente. Le opere che egli creò in quel periodo sono di altissima levatura; tuttavia non si può dire quali siano le più alte. Per Paolo III egli dipinse vari ritratti, il più celebre fra tutti è quello che lo rappresenta con i nipoti Ottavio ed Alessandro Farnese, ora al Museo di Napoli (1546). Da qui ha inizio il ritratto "a gruppo di figure", di cui è esempio stupendo quello della Famiglia Vendramin, ora alla National Gallery di Londra. Ma ora anche il suo colore è divenuto progressivamente più sciolto, ardito, soffice ed irruente, d'una profondità ed intensità mai sino allora conosciute. Per la corte dell'Imperatore egli fornisce a Madrid una serie di opere, oggi quasi tutte al Prado e all'Escorial: Stofo e Prometeo; Venere e Adone; la Gloria di Carlo V (15511554); la Deposizione (1559), l'Adorazione dei Magi, il Cristo nell'Orto, creazioni queste ultime di un'atmosfera pittorica profondamente religiosa, che già toccano quel completo sfaldamento del colore che caratterizza l'ultimo stile di T.
Di questo ultimo periodo si ricorderanno ancora, al Prado, la S. Margherita, l'Ecce Homo, il Cristo portacroce, l'impressionante Quadro votivo di Filippo II per la vittoria di Lepanto, l'allegoria della Spagna che difende la Religione, e infine il meraviglioso dipinto di Adamo ed Eva. All'Escurial : la grande Ultima cena ed il monumentale Crocifisso. Ma altre opere egli fornisce per la sua Venezia, per i principi del tempo; per la chiesa dei Gesuiti, il Martirio di s. Lorenzo (1548-58); per S. Maria della Salute, la Discesa dello Spirito Santo; per S. Salvatore la Trasfigurazione e l'Annunciazione; per la Biblioteca di S. Marco, l'Allegoria della Storia (1560). Per la cattedrale di Serravalle, presso VittorioVeneto, T. dipinge una grande pala della Madonna con i ss. Pietro e Paolo; per la chiesa di Medole presso Mantova un Cristo che appare alla Madonna; per S. Domenico di Ancona un impressionante Cristo in croce con Maria, s. Giovanni
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(fot. Ene. Catt.)
Tizzani, Vincenzo - Ritratto contemporaneo, conservato nella Canonica di S. Pietro in Vincoli - Roma.
e s. Domenico. Dispersi in vari musei sono i suoi capolavori della maturità; dei quali si ricordano soltanto i più importanti: il Ratto d'Europa, del Museo Gardner di Boston, incominciato nel 1559 e spedito in Spagna nel 1562 , opera di irraggiungibile freschezza; Diana e Callisto, Diana ed Atteone, ambedue al Bridgewater House di Londra; la Caccia di Atteone del conte di Harewood, pure a Londra; Per seo e Andromeda, della Wallace Collection; Tarquinio e Lucrezia del Museo di Cambridge; altra tela con Tarquinio e Lucrezia, d'epoca assai tarda, all'Accademia di Vienna; la Ninfa e il pastore, rievocazione giorgionesca degli ultimi anni del T., al Museo di Vienna; ed in Austria ancora, cioè nell'areivescovado di Kremsier, un altro - ma quasi ignoto - capolavoro dei suoi ultimi anni : Marsia scorticato. Opere del suo ultimo periodo sono ancora la Venere con Cupido della Galleria Borghese, la Madonna col Bambino, già all'Escurial, ora nella Pinacoteca di Monaco di B., dove si conserva un altro impressionante capolavoro degli ultimi anni, la scena notturna del Cristo incoronato di spine; la Madonna (ex Mond) della National Gallery di Londra, il S. Sebastiano dell'Eremitage; gli autoritratit, quello in profilo al Prado, quello di tre quarti al Museo di Berlino, e infine la grandiosa Pietà della Galleria dell'Accademia di Venezia, opera che T. aveva destinato all'altare del Crocifisso nella chiesa dei Frari, ove desiderava essere sepolto, ma che rimase incompiuta per la morte dell'artista. La terminò Palma il giovane, con "animo riverente".
In ca. settanta - o poco più - anni di attività, T. ha creato un cosi imponente complesso di capolavori, che supera la produzione di qualsiasi artista venuto poi, quali quelle già immense d'un Rubens, d'un Rembrandt, d'un Goya. Ma il lato singolare dello spirito creatore di T. è che, dai suoi inizi verso il 1505-1507, all'anno di sua morte 1577 , v'è in lui non solo un continuo crescendo di forza espressiva, ma altresi un continuo potenziamento, o mutamento, se si preferisce, dei propri mezzi pittorici. Una divisione in periodi dell'attività di T. è arbitraria ed ha un significato puramente scolastico e pratico.
La si è divisa in tre o quattro periodi, ma si potrebbe farlo anche diversamente. V'è in lui una progressione continua, mai un mutamento di rotta. E nella progressione stessa, un continuo salire. Tra l'Amor sacro e profano e l'Assunta v'è uno stacco essenziale, nel senso che si passa dai concetti lirici giorgioneschi ad una interpretazione pittorica, ardita, focosa; dalla stesura dolcemente tonale ad un impasto di colore polposo. DalI'Assunta al ritratto di Paolo III con i nipoti (ca. 1545) la materia pittorica diventa più duttile, assume toni più caldi e profondi, si arricchisce di una immensa sensibilità; è un procedimento tutto nuovo, un misto d'impasto grasso a macchia e di velature e sfregature. Si è al suo "ultimo " periodo pittorico, in cui il grande artista tuttavia continua, nel suo processo di sintesi ottica e cromatica, le più ardite esperienze che mai la pittura abbia tentato, non per vano estetismo, ma per necessità di un linguaggio espressivo immediato, duttile, fulmineo. E noto che T. abbozzava le sue tele senza disegno preparatorio, direttamente col pennello, poi ne poneva le grandi masse in luce ed ombra, ancora come fantasmi;
poi rivoltava le tele contro il muro, e le continuava solo dopo parecchi giorni per averne l'impressione più fresca; e le riprendeva di nuovo, a colpi, a sfregature, finché dai fantasmi appena abbozzati le figure prendevano corpo e vita e spirito. Ma questi modi pittorici cosi rivoluzionari non furono allora da tutti compresi, né furono sempre compresi dai posteri; e men che meno nelle epoche in cui il "disegno " tornò in onore, vale a dire nell'epoca neoclassica. Appena nella seconda metà dell'Ottocento, quando la pittura riprese un senso più profondo ed umano, si incominciò di nuovo ad intendere l'immensa potenza pittorica delle creazioni del "vecchio" T., che sono l'espressione più genuina della pittura "pura", tanto cara ai moderni. - Vedi tavv. XVIII-XIX.
Bibs.: G. B. Cavalcassile - J. A. Crowe, T., la sua vita e i suoi tempi, 2 voll., Firenze 1877: R. Berenson, Venetian Painters of the Renaissance, Londra 1894; G. Gronau, T., Berlino 1900, Londra 1904; L. Venturi, Giorgione e il Giorgionismo, Milano 1912, pp. 124-23, 456-63; L. Hourtica, La jeunesse de T., Parigi 1920: Venturi, IX, III, pp. 92-186; W. Suida, T., Roma 1933: H. Tietze, T.'s Leben und Werk, Vienna 1936: Th. Hetzer, Vecellio, in Thieme - Becker, XXXIV (1940), pp. 158-72; A. Morassi, Giorgione, Milano 1942, pp. 113-17, 126-42, 174-84; R. Pellacchini, La pittura veneziana nel Cinquerente, I, Novara 1944, pp. xVI-xxVII; G. Delogu, T., Bergamo 1950.
Antonio Morassi
TIZZANI, Vincenzo. - Arcivescovo, n. a Roma il 27 giugno 1809 , m. ivi il 19 genn. 1892.
Canonico regolare lateranense nel sett. 1832, dopo essersi laureato in teologia nell'Ateneo romano, fu uditore della nunziatura di Napoli nel 1838 e quindi professore di storia ecclesiastica nell'Università di Roma. Procuratore generale del suo Ordine nel 1839, abate di S. Agnese sulla Via Nomentana due anni dopo, il 3 apr. 1843 fu nominato vescovo di Terni. Dopo un quadriennio, ottenne di esserne dispensato per la malferma salute: Pio IX lo restituì allora alla sua cattedra universitaria, gli assegnò l'arcidiocesi titolare di Nisibi, e poco più tardi lo nominò canonico della Basilica Lateranense e cappellano maggiore dell'esercito pontificio. Per motivi rimasti oscuri, nel 1850 subì un attentato che lo lasciò fortunatamente incolume. Elevato alla dignità di patriarca di Antiochia dei Latini, trascorse lunghi anni della vecchiaia nella cecità, intento ai suoi prediletti studi storici e ad assolvere delicati incarichi affidatigli dal Papa, che lo aveva carissimo, specialmente all'epoca del Concilio Vaticano.
Il suo nome è legato alla costante speciale amicizia che lo legò a G. G. Belli, del quale pubblicò a proprie spese la prima raccolta di versi. Nominato esecutore testamentario dal poeta, con l'incarico di distruggere tutta la produzione inedita - vale a dire, quasi tutti i sonetti romaneschi - contravvenne alla volontà del Belli, conservando alla posterità un'opera poetica cosi insigne. Tra gli scritti del T. meritano un ricordo: I concili generali 14 voll., Roma 1867-69; la vers. francese di J.-A. Doussot fu eseguita sul manoscritto, ivi 1867-69) e I Concili Lateranensi (ivi 1878).
Bibs.: Mem. di mens. T., pubbl. a cura di F. Biagioni-Gazzoli, Roma 1945.
Renzo U. Montini
TLASCALA, DIOCESI di: v. ANGELOPOLI, DIOCESI di.
TOBIA. - Pio giudeo che dà il nome al libro deuterocanonico del Vecchio Testamento che ne narra la storia. Nella Volgata il titolo è Liber Tobiae, negli antichi manoscritti greci T $\omega \beta i \tau$ (o T $\omega \beta \varepsilon i \tau$ ) e nei più recenti Bi $\beta \lambda 0 \varsigma \lambda 6 \gamma \omega v$ T $\omega \beta i \tau$, con la genealogia, la patria e la deportazione di T. Nella Volgata il padre e il figlio son detti Tobias; in greco invece T $\omega \beta i ́ \alpha \varsigma$ è soltanto il figlio, mentre il padre è detto Tobit, forma derivata da un nome ebraico la cui forma abbreviata doveva essere Täbhi e quella completa Tābhī̄äh (Esd. 3, 60) o Tābhijīāhū (II Par. 17, 8) = « Jahweh è buono». Tob. narra la prova del giusto, che Dio provvidamente rialza e consola. Si svolge in tre parti coordinate in un tutto armonico.
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A sinistra: CASA DEL SEC. XIV - Tivoli. In alto a destra: LA ROCCA PIA, fatta costruire dal papa Pio II (ca. 1439). In basso a destra: INTERNO DELLA CHIESA DI S. PIETRO O DELLA CARITÀ (sec. xit), restaurata dopo i bombardamenti del 1944 - Tivoli.
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A sinistra: L'UOMO DEL GUANTO - Parigi, Museo del Louvre.
A destra: PARTICOLARE DEL RITRATTO DI CATERINA CORNARO (1542) - Firenze, Galleria degli Uffizi.
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A sinistra: MADONNA DI CASA PESARO (1524) - Venezia, chiesa di S. Maria dei Frati. A destra: IL MARTIRO DI S. LORENZO (ca. 1564) - Veneris, chiesa dei Gesuiti.
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A dialetto: TOBIA CON L'ARCANGELO RAFFAELE. Affresco della metà del sec. IV. Particolare del sepolcro con l'Equilmoe - Roma, cimitero sotto Vigna Marziano. In alto a destra: TOBIA ACCOMPAGNATO DA TRE ARCANGELI. Dignore di Francesco Bertinini (sec. IV) - Firenze, Uffici. In basso a destra: TOBIA GUARISCE IL PADRE CIECO, dignore di Bernardo Strozzi (ca. 1635) - Lemingrado, Galleria dell' Eremitaggio.
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1. Virtù e afflizioni (1,1-3,17 [S]; 1,1-3,23 [Volg.]). Tobit è un israelita della tribù di Nephehalí, deportato sotto Salmanasar a Ninive, ove è costante nella pratica della Legge, come in patria. Sposa Anna e ne ha un figlio che si chisina T.; fa affari, protetto dal re assiro (1, 9-15). Fedele a Dio e ai suoi connazionali anche sotto la persecuzione che il nuovo re Sennacherib sferra contro gli Israeliti, Tobit ne seppellisce i cadaveri (1, 16-19); perciò è cercato a morte e spogliato di tutto. Ucciso il tiranno dai propri figli, Tobit ritorna nella sua casa e riprende i suoi beni (1, 20-23). Rientrato stanco dalla sepoltura dei cadaveri abbandonati, mentre dorme ai piedi del muro della sua casa, cade nei suoi occhi sterco da un nido di uccelli; mal curato dai medici, Tobit diventa cieco. Afflitto dagli scherni degli amici e della moglie, quasi fossero inutili le sue opere di pietà (2, 1-14), rivolge a Dio accorata preghiera (3,1-6). Nello stesso tempo, anche Sara, figlia di Raguel, a Ecbatana in Media, sette volte sposa e altrettante rimasta vedova per la morte dei mariti il di stesso delle nozze, ed afflitta per le insolenze di una sua schiava, si rivolge a Dio (3, 7-15). Dio esaudisce le loro preghiere ( 3,15 sgg.).
2. Intervento provvidenziale di Dio, che manda l'angelo Raphael (v. RAPFAELE) in loro aiuto (4,1-12, 22 [S]; 3,24-12,22 [Volg.]). Tobit manda T. suo figlio nella Media a riscuotere una somma da Gabael (v. GABELO) suo parente ( $4,1-5,3$ ). A T. si offre, compagno di viaggio e guida, l'angelo Raffaele in aspetto d'uomo, dissimulando la sua vera personalità, e con lui parte ( 5 , $4-22$ ). La sera del $1^{\circ}$ giorno raggiungono il Tigri; T. s'avvicina alle acque per lavarsi i piedi ed è minacciato da un grosso pesce; per ordine dell'Angelo se ne impadronisce, lo svecstra per conservarne il cuore, il fegato e il fiele da adoperare come eventuali medicamenti ( $6,1-9$ ). A Ecbatana, l'Angelo induce T. ad alloggiare presso Raguel, suo parente, e chiedergli Sara in sposa; gli insegna a scacciare Asmodeo (v.), che aveva ucciso i primi sette mariti di Sara: bruciare il cuore e il fegato del pesce, e prima di usare del matrimonio gli sposi veglino e preghino ( $6,10-7,8$ ). Con soddisfazione di tutti, si conclude il matrimonio $(7,9-8,19)$ : T. resta due settimane presso il suocero, mentre Raffaele va a riscuotere la somma da Gabael $(8,20-9,6)$. Tobit e la moglie attendono con impazienza il ritorno del figlio (10, 1-7); T., congedatosi dal suocero, torna a Ninive con la sposa; precede gli altri e corre ad abbracciare il padre, spalma sui suoi occhi il fiele del pesce e gli ridà la vista, con grande gioia di tutti ( $10,8-11,17$ ). Raffaele svela il suo vero essere e scompare (cap. 12). Tobit prorompe in un inno di rinringraziamento (cap. 13).
3. Epilogo. Prossimo alla morte, Tobit dà le sue ultime raccomandazioni al figlio T. e spira. Morta anche la madre, T. emigra in Media presso il suocero e muore in tarda vecchiaia, dopo avere udito l'annunzio della caduta di Ninive (cap. 14).
L'originale di Tob. (in ebraico o in aramaico) è andato perduto. La traduzione di s. Girolamo, da un testo (o versione) aramaico (PL 29, 33), fa parte della Volgata (v.). La versione greca si è conservata in tre forme o redazioni. La $1^{a}$ è nei codd. Vaticano (B) e Alessandrino (A), nella maggior parte dei minuscoli e nel papiro d'Ossirinco 1594 (sec. III); era il testo in uso nella Chiesa greca; ne derivano le versioni siriaca (in 1,1-7,5), etiopica, copte. La $2^{a}$ è nel cod. Sinaitico (S), con due lacune (4, 7-19; 13, 8-11); da esso dipende l'antica latina, che è un elemento prezioso per la sua ricostruzione critica; ne derivano ancora le versioni aramaiche e arabe. La redazione di S è più diffusa nel racconto, di un dettato più volgare, di colorito più semitico; quella di BA è più succinta e di migliore grecità. Il Rahlfs, Septuaginta, I (Stoccarda 1935), nella stessa pagina pone in alto la forma BA e in basso la S. Quale delle due stia più vicino all'originale è gran discordia tra i critici. Dagli esegeti cattolici più recenti, Galdos ([v. bibl.] p. 40) preferisce B; Miller ([v. bibl.] p. 21 sg.) e Vaccari (che ne dà la traduzione in bella veste italiana) preferiscono S; quest'ultima è la tendenza prevalente. Nella Volgata tutto il racconto fin dall'inizio è in $3^{a}$ persona, mentre nel greco il preambolo

Tobia - L'Arcangelo e Tobiolo. Pala marmoreg di G. Baratta ( $1670-1747$ ) - Firenze. Chiesa di S. Spirito.
$(1,1-2,6)$ è in $1^{a}$ persona; nella Volgata è più abbondante l'elemento parenetico, nel greco il biografico. Per quanto la Volgata in Tob. abbia particolare valore, essa trasmette meno pura che il greco la fonte originale (Vaccari; A. Clamer [v. bibl.], p. 397 sg.). La $3^{a}$ redazione, costituita da pochi manoscritti minuscoli (44, 106, 107), è secondaria e incompleta; in essa, l'inizio ( $1,1-6,6$ ) appartiene alla $2^{a}$ forma come nella versione siriaca (Pélijtá), che solo a partire da 7,13 dà un testo quasi identico a quello della $3^{a}$. I testi ebraici ora noti sono traduzioni d'epoca tardiva (dal sec. v al XII).
La perdita dell'originale e le divergenze testuali spesso non permettono posizioni nette nell'esegesi e nella definizione del genere letterario.
Tob. è una storia edificante, scritta per inculcare lezioni religioso-morali che agorgano dagli eventi riferiti. Tobit si rivela esempio vivo della fedeltà integrale alle prescrizioni della Legge; le sue vicende dimostrano la provvidenza e la giustizia divine che non lasciano senza retribuzione la pietà e soprattutto la misericordia verso il prossimo israelita. Sono insegnati con insistenza il valore dell'elemosina e la pietà verso i defunti, la riconoscenza per i benefici divini, i doveri dei genitori verso i figli e reciprocamente, la retta intenzione con cui bisogna accedere al matrimonio. Dottrine strettamente religiose inculcate da Tob. sono: l'esistenza e il ministero degli angeli presso gli uomini, l'influsso nefasto degli spiriti malvagi, l'alleanza del Sinai ristrettasi dopo la scissione al solo Regno di Giuda (la scissione fu un'apostasia: 1, 5 BA ) e ai pii israeliti che perseverano nello jahwismo, uniti spiritualmente a Gerusalemme, la città eletta da Dio (1, 4 BA), e al casato di David (1, 4 S). A Gerusalemme Tobit si recava per il culto, secondo la prescrizione divina (1,6). Jahweh vien chiamato "nostro Dio ", "nostro padre in eterno" (13, 4), "re d'Israele" (14, 9, secondo l'antica latina); ha punito Israele per le sue iniquità; ma il castigo, temporaneo e medicinale, doveva convertire e purificare il suo popolo ( $13,3,5 \mathrm{sgg}$.). La comunità che risorge in Giuda, sulla terra di Abramo (14, 5.7 S), incentrata nel Tempio (14, 5 b), più non verrà meno, secondo i vaticini dei profeti; essa sarà santa (14, 7 S) e realizzerà il rapporto iniziatosi al Sinai :
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- Il suo popolo benedirà il Signore, e il Signore esalterà il suo popolo ( 14,7 BA ). Il risorto Israele è l'ultimo passo per il regno del Messia; allora tutte le genti accorreranno alla nuova Gerusalemme di zaffiri e smetaldi, dalle mura di pietre preziose, risonante di lodi all'Altissimo (13,13-23; cf. 14,6).
È innegabile il carattere didattico di Tob. I moderni esegesi, nel definirne il genere letterario, concordano sempre più nel ravvisarvi una narrazione a sfondo o nocciolo storico, liberamente elaborato con abbellimenti accessori il cui scopo principale e diretto è l'insegnamento delle verità suddette. Tale posizione di equilibrio tien conto degli argomenti dei fautori delle due tendenze estreme: della storicità completa, del carattere semplicemente novellistico; e particolarmente delle molteplici relazioni di Tob. con la storia di Ahlqār (v.), cui chiaramente si allude (14, 10 sg.; Ahlqär parente di Tobit: 1, 21; cf. 2, 10; 11, 19). Entrambi i libri mescolano l'elemento narrativo con il didattico, con prevalenza del primo in Tob., del secondo in Ahlqär. Ciò porterebbe a collocare i due libri nel medesimo genere letterario: la novella morale a sfondo storico. Ma a poter dare un giudizio assoluto e definitivo manca l'inconcussa base del testo originale di Tob. (Vaccari).
In tal genere letterario interessano non tanto i particolari narrativi quanto l'insegnamento inculcato. Cosi l'angelo che assiste in forma d'uomo, i suoi medicamenti rappresentano l'intervento divino: la fuga del demonio Asmodeo (colore popolare locale) è connessa con motivi morali ( $6,16 \mathrm{sg}$.); la morte dei sette precedenti sposi di Sara era causata dal niun pensiero che si davan di Dio e dei santi scopi del matrimonio.
L'ignoto autore giudeo di Tob. scrisse dopo l'esilio (sec. IV-III a. C.). La distruzione di Ninive ( 612 a. C.) è ben lontana ( $14,6.16$ ); i capp. 13-14 suppongono la distruzione di Giuda, l'esilio, il rimpatrio con la restaurazione.
Il libro di T. non è incluso nel canone giudaico; i protestanti lo relegano tra gli "apocrifi ". Ma la Chiesa cattolica, sia latina sia orientale, lo venerò sempre sin da principio come ispirato (Policarpo, Ad Phil., 10,2 cita Tob. 4,10; 12,9; Erma, Pastor, mand. V, 11, 3, e vir. I, I. 6 cita Tob. 4, 19; 5,17; Clemente Alessandrino Stromata, I, 21, cita Tob. 4,19 ecc.; cosi Origene, Cipriano) e lo pose nelle prime liste o canoni dei libri sacri (Concilì di Ippona [395] e di Cartagine [397 e 419]. Innocenzo I [405], Concilio di Firenze [1441]), fino alla definizione del Concilio di Trento (1546), ripetuta dal Concilio Vaticano (1870). I dubbi di alcuni Padri (localizzati nel tempo, secc. IV-V, e nello spazio, Chiese in contatto con i giudei) furono causati dalla mancanza di una lista autentica, ufficialmente definita, e dall'influsso dei giudei che escluderano Tob. dal loro canone biblico.
- Con Tob. la Chiesa ci porge a nostra istruzione un delizioso modello di prosa narrativa, pieno d'insegnamenti religiosi e morali (s. Beda)... Simile al libro di Rut per soavità di scene domestiche, Tob. lo supera per varietà e intreccio d'avvenimenti e per copia d'insegnamenti morali. Anche ci trasporta in ben più ampia teatro, svolgendo la scena fra pie famiglie di Israeliti dal conquistatore assiro deportate nelle province orientali del suo vasto impero (cf. II Reg. 17,6) " (A. Vaccari).
BibL.: commenti più recenti: E. Kalt, Steyl 1923; *I. Thackeray, Londra 1929; R. Galdos, Parigi 1930; M. M. Schumpp, Münster 1933; A. Herranz, Barcellona 1936; G. Bardi, Milano 1936; A. Miller, Bonn 1940; J. Straubinger, Buenos Aires 1942; G. Collwitzer, Die Gesch. vom jungen T., Monaco 1948; A. Vaccari, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 231-67; A. Clamer, in La Ste Bible, IV, Parigi 1949, pp. 387-480; F. Stummer, Würzburg 1950; G. Priero, Torino 1953. Studi: P. Joton, Quelques hébralemes du Codex Sinait. de T., in Biblica, 4 (1923), pp. 168-74; G. Priero, Il libro di T. Testi e introd., Como 1924; R. Galdos, Valor de la versión ieronim. del lib. de T., in Estud. eclesiás., 7 (1928), pp. 129-43; id., Historicidad del libro de T. en sus varias partes discutidas, in Estud. bibl., 6 (1947), pp. 449480; D. De Bruyne, in Rev. bènéd., 45 (1933), p. 260 sgg.; J. Prado, La indole liter. del libro de T., in Setarad, 9 (1947), pp. 373-94; id., Hist., enseñanzas y poesia en el libro de T., ibid., 9 (1949), pp. 27-51; R. Pautrel-M. Lefèbreve, Trois textes de T.
sur Raphaël ( $5,22 ; 3,16$ sgg.; 12, 12-5), in Rech. de sc. velit., 39 (1951), pp. 115-24; J. Hennis, The book T.in liturgy, in The Irish theology. quart., 19 (1952), pp. 84-90. Francesco Spadoluza
Archeologia. - La scena di T., salvato dall'arcangelo Raffaele mentre era in pericolo di essere divorato da un pesce, fu accolta nel repertorio dell'iconografia cristiana piuttosto tardi, e per poche volte. I tre elementi dell'episodio. T., il pesce e l'angelo, rappresentano l'anima del defunto nel suo viaggio verso l'eternità, insidiata dal demonio e salvata in tempo, grazie all'intervento divino per mezzo del suo messaggero. Un altro significato vogliono esprimere le interiora del pesce, quando sono rappresentate: la guarigione del vecchio T. (il padre) assume il simbolo della Grazia santificante. Si noti che, mentre le fonti più antiche sono mute, non mancano testimonianze di scrittori più recenti a corroborare tale interpretazione, come Ottato di Milevi, il quale nel pesce riconosce Cristo (De schismate donatistarum, 3, 2: PL 11, 991).
Il Wilpert (Pitture, p. 50) ha il merito di aver individuato la scena. Quando nel cubicolo III di Domitilla il pittore raffigurò per la prima volta in una lunetta del soffitto T. nudo con il pesce nella destra e il pedum nell'altra mano (la figura fu asportata, ma si hanno le copie; cf. Wilpert, op. cit., p. 355), l'artista dovette accorgersi di aver creato una figurazione facilmente confondibile con l'altra notissima del Buon Pastore. E infatti nel sec. IV, mentre sulla vòtta di un arcosolio di Trasone (Wilpert, op. cit., tav. 164, 2) l'artista, effigando T., trovò il modo di distinguerlo rappresentando un pesce pendente da un ramo, in un'altra rappresentazione, l'ultima che si conosce, nella catacomba sotto la vigna Massimo (Wilpert, op. cit., tav. 212) s'incontra T. cinto del solo ventrale con un remo sulla spalla, il pesce nella sua destra e l'angelo in tunica e pallio, distinto da una svastica (immagine di Cristo).
Penuria maggiore di esempi - e sempre tardi - esiste nel campo delle figurazioni plastiche; ma, come spesso accade, queste sono più complete e aderenti all'episodio che illustrano. Nell'unico sarcofago conosciuto dal Wilpert (Sarcofagi, tav. 63, 5), quello di Mas-d'Aire, i particolari della scena (T. che estrae dal pesce il cuore, il fegato e il fiele, che libereranno Sara e guariranno la cecità di suo padre) esprimono esattamente gli elementi determinanti del racconto in una sintesi felice. Un secondo sarcofago con questa scena venne alla luce nel 1939 in una "forma, scoperta nella navata sinistra di S. Sebastiano (L. De Bruyne, Sarcofago cristiano con nuovi temi iconografici scoperto a S. Sebastiano sulla Via Appia, in Riv. di archeol. crist., 16 [1939], pp. 262-63, fig. 7) : l'angelo in tunica e pallio addita significativamente gli occhi del giovinetto che tiene il pesce appena preso. La scena sul sarcofago di Verona pubblicato dal Maffei (Verona illustrata, parte $3^{\text {a }}$, Verona 1732, coll. 53-54; cf. Wilpert, Sarcofagi, tav. 150, 2) di cui ancora si dubita se voglia o no rappresentare T., è da assegnare al ciclo dei profeti. Si conoscono inoltre due lampade, una pubblicata dal De Rossi (in Bull. d'archeol. crist., $4^{a}$ serie, 3 [1884], p. 127), l'altra segnalata da E. De Blant (Les sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 99, n. 7) ma rimasta inedita; vari fondi di coppe vitree (R. Garrucci, Vetri ornati con figure in oro, $3^{a}$ ed., Roma 1874, tav. 3, nn. 4-5-6; tav. 6, n. 10) e una patera di bronzo mostrata dal p. Marchi al Martigny, ma non pubblicata. Per le raffigurazioni posteriori di T. v. voce: haffaele. - Vedi tav. XX.
BibL.: Wilpert, Pitture, pp. 354-56; id., Sarcofagi, pp. 270-71 e passim; H. Leclercq, s. v. in DACL, fasce. 172-73, coll. 2018-20. Pionnolo Teolini
TOBIADI. - Potente famiglia dell'Ammanitide (v. ammoniti). Di essa si hanno numerosi documenti per i secc. III-II a. C., ma con ogni probabilità la sua esistenza risale già al sec. v, quando un potente Tobla, ammonito, ostacolo in ogni modo l'opera di ricostruzione di Necesia in Gerusalemme (Neb. 3, 19; 4, 3.7 sgg.; 6, 1 sgg.; 13, 4-9).
Dai famosi papiri di Zenone (cf. C. C. Edgar, Zenon papyri, Cairo 1925, nn. 59003, 59005, 59075, 59076; V, ivi
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1940, n. 59802 ) risulta che nel sec. in a. C. un personaggio omonimo, che tutto fa supporre successore del primo, occupa un posto di primo ordine in Palestina. Tratta confidenzialmente con Tolomeo II Filadelfo, nel cui nome, ma con una certa libertà per iniziative individuali, comandava la coralleria di frontiera ed esercitava un effettivo controllo sulla Palestina, dandosi anche ad una lucrosa attività commerciale. Il suo contro era la celebre Birtá (a Fortezza * in aramaico), identificata dagli scavi in 'Arâq el-Emir in 'Transgiordania ad est di Gerico, ove si sono trovate le basi del castello ed anche una duplice iscrizione in lettere aramaiche del semplice nome Tobia (T'ibhijâh = Buono è Jahweh ). La Birtá fu descritta già da Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XII, 230 sgg.), che l'attribuisce al t. Ircano. Con ogni probabilità si trattò solo di un restauro, giacchè la fortezza esisteva già ai tempi di Tobia, nonno di costui.
Di Ircano, figlio di Giuseppe, intorno al quale narra molte cose, non sempre attendibili, lo storico ebreo (Antiq. Ind., XII, 160 sgg.), si parla anche nei libri dei Maccabei. In intima relazione con la classe sacerdotale di Gerusalemme (II Mach 3, 11; 4, 26; 5, 7), dopo il passaggio della Palestina dalla dipendenza dei Lagidi a quella dei Seleucidi, rimase fedele agli Egizi, mentre i suoi fratellastri aderirono ai nuovi padroni. Costoro tentarono di mantenere la supremazia in Gerusalemme, arrogandosi il compito di intermediari fra la corte di Antiochia ed i nuovi sudditi. Nell'incertezza politica dopo la battaglia di Magnesia, la loro posizione divenne critica. Per iniziative di Ircano, essi vennero scacciati dal sommo sacerdote Onia (Flavio Giuseppe, Bell. Ind., I, 31), ma il trionfo del loro nemico fu effimero. Con ogni probabilità Antioco IV, che nella sua politica accentratrice non tollerava signorotti indipendenti né inutili intermediari fra lui ed i suoi sudditi, sconfisse in quel tempo Ircano (Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XII, 236), che figurava come ultimo dei T.
Brec.: A. Büchler, Die Tabieden und die Oviaden im II. Mahlabderbache und in der sernamiten jüdisch-bellenistischen Litteratur, Vienna 1899; H. Grossmann, Die ammenitischen Tabieden, in Sitzungsh. d. Preuss. Ab. der Wissensch., 1921, pp. 663-71; H. Wilitsch, Zur Geschichte der Tabieden, in Archiv für Papyrusforschung, 7 (1924), pp. 61-64; J. Regner, Tobias, in Pauly-Wissowa, 2* serie, VI, coll. 1829-32; R. Tranantano, La lettera di Aristote a Filocozzi, Napoli 1931, pp. 30*-34*; A. Momigliano, I T: nella preistoria del moto moccabico, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 87 (1932), pp. 163-200; G. Racciotti, Storia d'Israele, II, $3^{\circ}$ ed., Torino 1938, pp. 251-57. Angelo Penna
TOCCI, Antonio. - Sacerdote e sociologo, n. a Serravalle d'Appecchio (Urbino) nel 1734, m. a Cagli il 21 maggio 1814.
Pio e zelante sacerdote, attese allo studio della geografia e del diritto, si appassionò alle teorie illuministiche ed enciclopedistiche, e vagheggiò di conolforme le dottrine antireligiose con i dettami del cristianesimo, propugnando una riforma sociale ed economica sul fondamento dei Vangeli. Amico del card. Ganganelli, quando questi divenne papa sotto il nome di Clemente XIV, il T. si trasferì a Roma, e per anni attese ad un'opera ponderosa (1778-84): La felicità per tutti, in sei grossi volumi, che colabo-ò poi per un decennio e si accinse a dare alle stampe soltanto nel 1794. La novità e l'audacia delle sue dottrine incontrarono gravi difficoltà nella revisione ecclesiastica, sicché il T., quale devoto figlio della Chiesa, acconsentì ad apportarsi tutte le modificazioni che gli furono suggerite. Il libro del T. si raccomanda ancor oggi all'attenzione degli studiosi per il suo contenuto originalissimo, propugnando un nuovo assetto sociale, fondato prevalentemente sullo sviluppo della produzione agricola mentre correda il suo piano di riforme con «iube novatrici in agraria, in economia, in igiene e in diritto (Spadoni).
Brec.: edd.: A. Tocci, Dell'agricoltura e suoi connessi, a cura di A. Michelini Tocci, Cagli 1903. Studi: oltre alla grafica, del volume di cui sopra, cf. A. Michelini Tocci., La teoria socalistica di un abate del sec. XVIII, Rocca S. Casciano 1897; D. Spadoni, s. v. in Dixion. del Risorg., IV, pp. 438-39.
Renzo U. Montini
TOCCO, Felice. - Storico della cultura e della filosofia, filologo, n. a Catanzaro il 12 sett. 1845, m. a Firenze il 6 giugno 1911.
Discepolo dello Spavento (v.) e del Settembrini (v.) a Napoli e poi del Fiorentino (v.) a Bologna, di cui maggiormente sentì l'influenza, insegnò antropologia a Roma e successivamente storia della filosofia prima a Pisa e poi all'Istituto di studi superiori di Firenze. Il suo orientamento teoretico è nella linea del neokantismo, ma non presenta rilievi originali; il T. fu uomo di cultura più che filosofo, un erudito e un filologo di notevole levatura. Appartengono alla storia della cultura i suoi studi sull'Eresia nel medioevo (Firenze 1884); alla migliore filologia le sue Ricerche platoniche (ivi 1876), notevole contributo alla questione della cronologia dei Dialoghi. Buon lavoro monografico il G. Bruno (ivi 1886), del quale il T. curò, assieme a G. Vitelli (v.) le parti $3^{\circ} \times 4^{\circ}$ delle Opere letine (ivi 1889-91); al Nolano dedicò ancora lo studio su Le opere latine di G. Bruno esposte e confrontate con le italiane (ivi 1889). Successivamente il T. si occupò, tra i primi in Italia, di F. Nietzsche (ivi 1897) e ancora di E. Kant, Principi metafisici della scienza della natura e passaggio dalla metafisica alla fisica (ivi 1899). Di scarso rilievo le sue Lezioni di filosofia (1869) e i Pensieri sulla storia della filosofia (1877).
Brec.: H. D., Necrologio, in Kant-Studien, 16 (1911), pp. 358-60; F. Masci, Gli studi kantiani di F. T., Napoli 1912; E. Trollo, F. T., in Figure e studi di stor. della filosofia, Roma 1918; G. Gentile, Le orig. della filos. contemp. in Italia, III, parte 1*, Messina 1921, cap. 2 (pp. 51-79); R. Mondolfo, La filos. di G. Bruno e l'interpretos. di F. T., Firenze 1922.
Michele Federico Sciacca
TOCQUEVILLE, Charles-Alexis-Henri-Mau-rice-Clérel de. - Storico ed uomo politico n. di nobile famiglia a Verneuil il 29 luglio 1805 , m. a Cannes il 16 apr. 1859.
Ottenne nel 1827 l'ufficio di uditore nel Tribunale di Versailles, che accettò senza entusiasmo. Dopo la Rivoluzione di luglio lasciò l'impiego e nel 1831 si recò negli Stati Uniti per studiarvi i sistemi delle case di pena. Tali contatti gli forniscono lo asunto per il libro in cui analizza la democrazia ed attraverso la società americana tiene l'occhio sulle condizioni di quella francese (De la démocratie en Amérique [1833], trad. it. Bologna 1932). L'opera fu premiata ed il T. nel 1838 venne nominato membro dell'Accademia di scienze morali e politiche e nel 1841 Accademico di Francia. Nel 1839 fu eletto deputato e fino al 1849 stette all'opposizione. Ministro degli Esteri nel ministero di Odilon Barrot dal 2 giugno al 30 ott. 1849, dovette occuparsi delle questioni inerenti ai rifugiati politici in Svizzera, della lotta austro-piemontese e dei rapporti d'Austria e Russia con la Turchia per gli esuli ungheresi, ispirando anche in seguito tutta la sua politica interna ed estera a principí liberali, mirando tra rivoluzione e reazione, a mantenere una posizione intermedia, per salvaguardare sempre l'idea di libertà; e ne diede prova nelle proposte elaborate per l'Assemblea francese circa la possibilità di una revisione costituzionale ed, infine, nel sottoscrivere la protesta per il colpo di Stato del 2 dic. Dopo questo avvenimento lasciò la vita politica e si dedicò esclusivamente agli studi. Rifacendosi ad un suo articolo che, nel 1836, aveva pubblicato nella London and Westminster Review, dal titolo L'Etat social et politique de la France avant et depuis 1789, ed ai Souvenirs, composti in seguito e rimasti inediti fino al 1893, in cui studiava le cause delle rivoluzioni del 1848, elaborò la sua opera principale: L'Ancien Régime et la Révolution (1836, trad. it. di G. Pietrangeli, Città di Castello 1921). Morì prima di aver completato il lavoro, che doveva trattare della storia francese per tutto il periodo del Consolato e dell'Impero.
Pose accanto all'idea di libertà il sentimento religioso, ma di religiosità generica, nel senso che gli premeva che si professasse una religione qualunque fosse, magari a carattere nazionale; riteneva, infatti, che in qualsiasi sentimento religioso fosse la migliore garanzia della
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(per cortesia del dott. B. Degenhart)
TODI, DIOCESI di - Intorno della chiesa di S. Fortunato (iniziata nel 1292 e terminata nella $2^{a}$ metà del sec. XIV) - Todi.
libertà, ma della religione era disposto ad accettare l'insegnamento morale, non la metafisica del trascendente. Dinanzi alla realtà della Chiesa di Roma, la cui disciplina il T. non riusciva a conciliare con il suo sentimento liberale, ebbe presente l'importanza della religione cattolica nella vita dello spirito e la considerò come la più favorevole all'eguaglianza dei cittadini, mentre dai suoi ricordi della vita americana traeva i presupposti per affermare la profonda differenza tra il potere politico e quello religioso e la necessità di una loro netta separazione.
Bibl.: P. Marcel, Essai politique sur A. de T., Parigi 1910; F. Ros, A. de T. et «La démocratie en Amérique», in Revue des deux mondes, 105 (1935, IV), pp. 152-67; W. Ohaus, Volk und Völker im Urteil von A. de T., Berlino 1938; E. Chichisrelli, A. de T., Bari 1941.
Giuseppe Consiglio
TODI diOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Perugia.
Ha una popolazione di 60.500 ab. dei quali 60.000 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie, servite da 80 sacerdoti diocesani e 36 regolari; ha un seminario, 7 comunità religiose maschili e 19 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 424). La diocesi è immediatamente soggetta alla S. Sede.
Il territorio diocesano coincide con quello dell'antica Tuder, Colonia Fida Julia, già municipio romano. Una confinazione con Perugia, Assisi, Bevagna e Spoleto è del 757. Un copioso elenco di chiese, ecc. dànno le Collettorie del sec. xili (Archivio Vaticano). Carte geografiche murali sono nel Palazzo vescovile e comunale. La Via Flaminia con la Statio ad Martis collegava direttamente T. con Roma, la Via Amerina con Perugia ed Amelia; antiche sono le vie per Orvieto, per Baschi lungo il Tevere, per Spoleto attraverso i Monti Martani. Il cristianesimo vi si diffuse presto da Roma. Nel sec. iv un possedimento detto Angulas, donato secondo il Liber Pontificalis da Costantino, pagava un tributo alla basilica romana di S. Croce in Gerusalemme. T. dopo il 726
si sottomette alla Chiesa romana; nell'817 Ludovico il Pio, nel 962 Ottone, ne riconfermano il possesso al Papa. Innocenzo III ne riprende personalmente il dominio dopo l'occupazione di Federico I ed Enrico II. Nel periodo avignonese T. si rende indipendente. Niccolò V antipapa nel 1328 vi si rifugia insieme a Ludovico il Bavaro. Bonifacio IX nel 1392 concede T. prima in prefettura a Malatesta di Rimini e poi in vicariato ad Andrea e Pandolfo. Nel 1433 passa sotto Francesco Sforzo. Silvestro II tiene a T. un concilio (roor); Innocenzo III spedisce da qui alcuni documenti (1198); Niccolò V vi dimora vari giorni (1449). Pio II un mese (1459) e Paolo II vi sosta nel viaggio da Perugia a Roma (1535). Nel 1133 sorge a T. il primo convento premostratense italiano nell'antico cenobio benedettino di S. Leucio. Il papa martire s. Martino I (649-56) nacque in un piccolo villaggio della diocesi sulla destra del Tevere, oggi detto Piano di S. Martino; a lui sono dedicate varie antiche cappelle. Bonifacio IX visse a T. la giovinezza presso lo zio vescovo e, tra vari privilegi, concesse ai Francescani di T. lo Studio minore. Morì ed è sepolto a T. s. Filippo Benizzi O.S.M.
Nella serie dei vescovi si ricordano: s. Terenziano, primo vescovo e martire (sec. III); s. Ponziano es. Cassiano martiri (sec. IV); Cresconio (485-504), inviato da papa Anastasio II all'imperatore Anastasio I per lo scisma scaciano, firmò nei Sinodi romani dal 499 al 504 (cf. Decretum Gratiani, Dist. 96, cap. 1); s. Callisto, martire nel 528 ; s. Fortunato, protettore ( 541 ), ricordato da s. Gregorio M. nei Dialoghi; Sabiniano sottoscrive privilegi pontifici (593-604); Lorenzo fu al Concilio Lateranense del 649; Giovanni al Sinodo convocato da s. Eugenio I (656); Bonifacio a quello di s. Agatone (680); Trofilatto fu inviato in Inghilterra da Adriano I (786) e legato pontificio al Concilio di Francoforte (794); Giovanni II fu al Concilio romano di Eugenio II (826); Agatone II al Sinodo di Leone IV (853); Ilderico a quelli dell'86r, 871 e 888; Rodolfo fu inviato a reggere la diccesi fiorentina dopo il simoniaco Pietro; Ottone II fu mandato in Galila (1130) da Anacleto II antipapa; Rustico Brancalconi,

Todi, diocesi di - Fonte battesimale (sec. xv) - Todi, Duomo.
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ebbe l'incarico da Innocenzo III per la pace tra Perugia e Orvieto (1209); Bonifacio Colmezzo, consacrato da Onorio III, ebbe l'ordine di fare una visita pastorale perché i suoi "Corpus Christi cum omni honorificentia studeant custodire"; Ranuccio degli Atti (1326-56); Angelo Cesi (1366-1606) lavorò per la riforma e lasciò monumentali costruzioni; il card. Marcello Lante fondò il Seminario (1608) e Giuseppe Pianetti la Biblioteca Pianettiana a Jesi (1709). Pure di T. furono i francescani Jacopone (v.), il card. Matteo d'Acquasparta (v.), teologo sommo, Rainerius Tudertinus O. P. matematico, ecc. Oltre importanti ricordi etruschi e romani, T. ha sulla Flaminia un piccolo cimitero sotterraneo, unico nell'Umbria; nel territorio un gruppo di chiese cimiteriali (S. Terenziano, S. Antimo, S. Illuminata, SS. Fidenzio e Terenzio, S. Felice, S. Faustino, S. Arnaldo); in città : la Cattedrale (secc. XI-XII), Maria S.ma della Consolazione (sec. XVI), S.mo Crocifisso (1591). Numerosi documenti sono negli Archivi: vescovile, capitolare, comunale e della ex-Congregazione di carità. I codici dell'antico Studio francescano insieme con una raccolta jacoponica sono nella Biblioteca comunale. - Vedi tav. XXI.
Bibl.: A. Giacconio, Mem. di T. e dei suoi vescovi, ms. nel* l'Arch. capitolare di T.; L. Petri, Commentari, 6 voll. mas. nel* l'Arch. comunale di T.; G. B. Possevino, T. città illustre dell'Umbria temporalmente e spiritualmente, Perugia 1297; L. Launi, Cronaca dei vesc. di T., Todi 1857; G. Ceci, T. nel medioevo, in 1897; G. Sardini, Di un cimitero crist. satter. nell' Umbria, in Atti del II Congr. internaz. di archad. crist., Roma 1902, pp. 109-21; P. F. Kehr, Italia Pontif., IV, Berlino 1909 pp. 38 42; L. Zaffaroni, S. Terenziano primo vesc. e mart. di T., Todi 1935; G. Becatti, Tuder-Curculae, Roma 1938; M. Petrucci, Il tempio del S.mo Crocifisso, Todi 1939; P. Sella, Rationes decimarum Italiae, no sec. XIII e XIV, Umbria, I (Studi e testi, 161), Roma, Città del Vaticano 1952, pp. 591-798, Cf. anche Eubel, I, pp. 201-202; II, p. 258; III, p. 321; IV, p. 349; V, p. 394; Lanzoni, I, pp. 419-27; Cottinosu, II, coll. 3165-66. Mario Pericoli
TOK-WON. - Abbazia mullius, situata nella regione nord-orientale della Corea; comprende una superficie di 3625 kmq , con una popolazione di ca. 340.000 ab. Essa è affidata alla Congregazione dei Benedettini di S. Ottilia per le Missioni Estere.
Nel 1909 mons. Mutel, vicario apost. di Corea, si rivolse ai Benedettini di S. Ottilia di Baviera i quali ben presto fondarono a Seul un monastero, priorato dapprima, poi abbazia nel 1913. Il padre priore Bonifacio Sauer ne fu il primo abate. Lo scopo dei Benedettini era di formare maestri cristiani per la p