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 deformazioni nello sviluppo della tradizione, o siano state invece costruite posteriormente sul testo di T., il quale, per giunta, consistendo essenzialmente in un lungo elenco di località con la rispettiva latitudine e longitudine, era particolarmente soggetto a corruttele.

Il valore (errato) nella misurazione della massima circonferenza terrestre, in 180.000 stadi (ca. 32.000 km ., notevolmente inferiore al vero, di 40.070 km .), influí, perpetuandosi nel medioevo, anche sui calcoli di Cristoforo Colombo e sulla scoperta del Nuovo Mondo. Ripercussioni sulla cartografia posteriore, soprattutto araba, ebbero altri errori di T. come l'esagerato stiramento in senso E.-O. del Mare Mediterraneo, l'orientamento della penisola italiana e l'aver chiuso l'Oceano Indiano a S. di Zanzibar, dove la costa affricana vien fatta volgere decisamente ad E.

Mentre l'opera astronomica di T., diffusa soprattutto attraverso gli Arabi, restò alla base di tutta la cosmografia e la filosofia scolastica medievale, l'opera geografica ebbe poca fortuna, soprattutto in Occidente, dove solo nel sec. xv una prima traduzione latina del 1409 segnò il principio di una nuova epoca nella storia della cartografia.
T. scrisse anche di cronologia, di meccanica, di ottica, di musica, ecc.

BibL.: ediz.: della Гeвтy $\alpha \alpha \iota \eta \dot{\eta} \dot{\eta} \eta \eta \sigma \iota \varsigma$ a cura di C. Müller (continuata da J. Fischer), Parigi 1883-1901, e a cura di J. Fischer, Leida 1932; lo stesso Fischer ha curato una ricchissima ediz. fototipica del cod. Urb. graec. 82 (Codices e Vaticana selecti, 19), Leida e Lipsia 1932, con ampia introduzione e facsimili di altri manoscritti, nonché una adnotatio critica a cura di P. Franchi de' Cavalieri. Della Maв $\pi \mu \alpha \tau \iota \alpha \hat{\eta} \sigma \hat{\imath} \nu \tau \alpha \xi \iota \varsigma$ (a voll.) e delle opere astronomiche minori a cura di J. L. Heiberg, Lipsia 1898-1903 e 1907; degli 'A $\sigma \sigma \tau i \lambda \lambda \eta \mu \alpha \tau \iota \alpha i$ a cura di F. Boll ed E. Boer, ivi 1940; del IIe $\iota \lambda \tau \alpha \iota \tau \eta \alpha i \nu \nu \alpha \alpha i \lambda \tau \alpha \rho \circ \nu \iota \alpha o \hat{\jmath} \alpha$ cura di F. Lammert (unitovi lo pseudotolemaico $\mathrm{K} \alpha \rho \pi \epsilon \varsigma$, a cura di E. Boer), ivi 1932. Dell'Almagesto manca un'odia critica: cf. quella con traduz. francese dello Halma, Parigi 1813, Studi : E. H. Bunbury, A Hist. of ancient Geography, Londra 1897; K. Miller, Ismeraria Romana, Stoccarda 1916; G. M. Columba, Geografia e geografi del mondo antico, Palermo 1932; M. Emiliani e R. L. Popocchia, Nos. di cartograf., Roma 1943; J. O. Thomson, Hist. of ancient geography, Cambridge 1948, v. indice e la bibl. citata alla nota di p. 230 .

Gastone Imbrighi
TOLOMEO, GNOSTICO. $\hat{\jmath}$ Rappresentante del ramo occidentale della scuola valentiniana.

Visse probabilmente a Roma. Autore di una Epistola a una certa Flora, altrimenti sconosciuta. La lettera si è conservata presso Epifanio (Panar. haer., 33, 3-8: PG 41, 558-68).

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L'argomento è la valutazione della Legge di Mosè. T. cerca una via media tra la posizione della Chiesa e quella di Marcione. La legge viene in parte da Dio, in parte da Mosè ed in parte dalle tradizioni degli anziani del popolo. La Legge di Mosè è opera del Demiurgo, che sta in mezzo fra il Dio buono ed il diavolo. L'epistola, benché presupponga la speculazione valentiniana, non esprime in forma diretta la dottrina della setta.

Bim.: Ptolonée, Lettre à Flora, Texte, traduct. et introducl. de G. Quispel, Parigi 1949 (Sources chrétiennes, n. 24), v. anche: Päglitus christianus, Amsterdam 1948, p. 17 sg.; Ad. Harnack, Der Brief des Ptolensius an Flora, in Sitzungsberichte der Berlin. Akademie, Berlino 1902, p. 307 sg. Erik Peterson

TOLOMEO da LUCCA: v. BARTOLOMEO da LUCCA.

TOLOMEO e LUCIO, santi, martiri. - Periti nel 161 ca., sono commemorati nel Martirologio romano il 19 sett.

L'unico autore che ne parla è s. Giustino il quale, proprio dal loro martirio, prese lo spunto per scrivere la sua seconda Apologia. T. aveva convertito alla fede una donna che viveva dissolutamente con il marito. Questi indispretito dal nuovo tenore di vita della moglie l'accusò al prefetto, e poiché il processo andava per le lunghe, per rifarsi accusò T. come autore della conversione della moglie. Arrestato dal prefetto Urbino, T. fu prima affidato ad un centurione che lo martorio, poi, tradotto in tribunale e confessatosi cristiano, fu condannato alla decapitazione. Al processo assisteva L. che vedendo l'iniquità della sentenza protestò contro il prefetto. Questi, per tutta risposta, dopo un sommario interrogatorio lo condannò alla stessa pena. Un altro cristiano, del quale però s. Giustino non riferisce il nome, per lo stesso motivo fu parimenti condannato.

Bim.: s. Giustino, II Apologia, 2: Acta SS. Octabris, VIII, Parigi 1869, pp. 386-400; H. Quentin, Les martyrologes histro. du moyen âge, ivi 1908, pp. 606-608; Martyr. Romanum, p. 462. Agostino Amore

TOLONE, DIOCESI di: v. FRÉJus, DIOCESI di.
TOLOSA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nel dipartimento della Haute-Garonne in Francia.

Ha una superficie di 6302 kmq . con una popolazione di 512.240 ab. dei quali 500.000 cattolici; l'arcidiocesi si divide nei 4 arcidiaconati di T., Villefranche, Muret e St-Gaudens, in 4 arcipreture, 32 decanati comprendenti 575 parrocchie servite da 453 sacerdoti diocesani e 159 religiosi; ha grande e piccolo seminario, 12 comunità religiose maschili e 52 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 426).
T. sorse in un territorio dove la popolazione era miata : ligure ed iberica e fu capitale dei : Volcac Tectosages v. Col 121 a. C. fu compresa nella nuova a Provincia o romana e vi ebbe sede una guarnigione romana; Cesare nel 52 a. C. vi stabili un proesidium; divenne poi eppidum latinum; poco si sa della sua storia durante l'Impero e sotto Diocleziano; fu inclusa nella provincia a Narbonensis prima s. Ricompare nella storia durante le invasioni barbariche; fu saccheggiata da Ataulfo re dei Visigoti nel 413, divenne soggiorno regale durante la loro dominazione e nel 506 vi fu promulgata la a Lex romana Visigotorum v. Nel 507 passò sotto il dominio dei Franchi. In tutto questo periodo poco numerose sono le iscrizioni, avuto riguardo all'importanza della città (Pauly-Wissowa, VI A, II, col. 1686). Ausonio ricorda le mura di mattoni rossi che circondavano T. il cui Capitolium sorgeva dove è oggi la chiesa di Notre-Dame du Taur (E. Griffe, Le véritable emplacement du Capitole romain de Toulouse, in Bull. de lélér. ecclés., 49 [1948], pp. 32-41). Grande è l'incertezza sulle sue origini cristiane e poco numerose sono le relative iscrizioni (per i sarcofagi cristiani cf. Wilpert, Sarcofagi, II, p. 231 sgg. e passim). Verso il 250 si ha memoria del suo primo vescovo Saturnino (v.). Il vescovo Rodanio, inviato in esilio insieme con s. Ilario di Poitiers nel 355, morì in Frigia ca. il 358 (Sulpicio Se-
vero, Chronicon, II, 39, 45). Dopo di lui sono ricordati Ilario e Silvio, il quale cominciò la costruzione della chiesa di S. Saturnino terminata dal suo successore Esuperio, il quale vi trasferì le reliquie del Santo; ricevette una lettera da papa Innocenzo I nel 405 (Jaffé-Wattenbach, n. 293), e fu in rapporti con s. Girolamo che nel 406 gli dedicò il suo commentario sul profeta Zaccaria (PL 25, 1415 sgg.). Dei suoi successori Eracliano fu presente al Concilio di Agde nel 506 e Magnolfo fu rappresentato in quello di Mâcon nel 585 . Viligisilo nel 614 partecipò a quello di Parigi e nel 627 a quello di Clichy. T. subì nella prima metà del sec. viI la conseguenza delle incursioni saracene; ma i suoi vescovi mantennero le buone relazioni con i Carolingi partecipando alle loro vicende. T. fu retta in seguito da una dinastia di conti dei quali il primo fu Raimondo che si destreggiò nelle lotte con i duchi d'Aquitania e in quelle di Enrico XII d'Aquitania con Luigi VII di Francia. Un grave colpo alla sua prosperità le arrecarono le conrese religiose degli Albigesi nelle quali si trovarono di fronte Raimondo VI ed il vescovo Folco (v.), il grande fautore di s. Domenico (v.). Non riusci mai a costituirsi in vero e proprio comune nonostante i privilegi ottenuti. Cessata la dinastia dei conti con Raimondo VII (1249), la figlia di lui, Giovanna, portò quanto rimaneva dall'eredità paterna al marito Alfonso di Poitiers, fratello di s. Luigi IX, finché nel 1271 T. fu incorporata nel Regno di Francia e divenne la capitale della Linguadoca. Nel 1296-97 ebbe a vescovo s. Luigi, frate minore, figlio di Carlo II d'Angiò re di Napoli. Bonifacio VIII amembro una parte della diocesi per costituire quella di Pamiers (v.); in compenso Giovanni XXII il 25 luglio 1317 sottrasse T. alla metropoli di Narbona e la costituì in arcivescovato dandole come suffraganee Montauban, Pamiers, St-Papoul, Riez e Lombez.

Primo arcivescovo fu Raimondo di Comminges (già vescovo di Maguelonne) dal 1309 al 1327, in cui fu creato cardinale. Gli successe il domenicano Guglielmo de Laudan (già vescovo di Vienne); poi Raimondo de Carichale (1345-50), cardinale nel 1350; il card. Francesco de Gozie (1391-92), poi Bernardo di Rosier (1451-74) fondatore del a Collège de Poix v; Giovanni d'Orléans dal 1503 al 1533, anno in cui fu creato cardinale.
T. continuò la sua vita sino alla Rivoluzione, turbata nel sec. xv per un momento dai torbidi ugonotti; dal 1534 al 1550 l'ebbe in amministrazione il card. Odet de Châtillon (v.), nel marzo 1563 privato d'ogni grado e beneficio per eresia; indi Francesco de Joyeuse (15841605); Luigi de Nogaret (1614-27); Pietro de Marca (1652-62), Pietro de Bonzy (1672-75); Arturo R. Dilleo (1758-63); Stefano Carlo Loménie de Brienne (1763-89); Antonio J. de Clermont-Tonnerre (1820-30), P. T. D. d'Aetros (1830-35) cardinale nel 1850; Giulio F. Desprez (1859-95), cardinale nel 1879; Francesco Desiderio Mathieu (1896-99); dal 1928 Giulio Gerardo Saliège, creato cardinale il 18 febbr. 1946.

Nelle nuove circoscrizioni diocesane fissate col Concordato del 1801 T. fu conservata come arcidiocesi sino a comprendere quella di Narbona (v.) e con la bolla di Pio VII del 22 luglio 1822 furono ad essa aggiunti i territori delle soppresse diocesi di Rieux e Comminges e parte di quelli di Montauban, Lavaur, St-Papoul, Mirepoix e Lombez in modo da corrispondere al dipartimento dell'HauteGaronne. Come suffraganee ebbe le diocesi di Montauban, Pamiers e Carcassonne. Il 19 genn. 1935 l'arcivescovo di T. ebbe facoltà di aggiungere al titolo di Narbona anche quello di St-Bertrand de Comminges e di Rieux (AAS, 27 [1935], p. 78).

La Cattedrale dedicata a s. Stefano ripete le sue prime origini dal vescovo Esuperio del sec. v. ed ebbe un chiostro (distrutto nel 1812-17); ricostruita nel 1078 dal vescovo Izarn, nel 1272 il vescovo Bertrando de l'Isle Jourdain le diede quella forma per cui essa è il prototipo delle altre chiese gotiche meridionali in mattoni; nel 1286 lo stesso vescovo ne eresse il coro in pietra di Roquefort. Essa conserva vetrate del secc. xiv-xvi e sculture del sec. xvir, oltre una ricca serie di orazzi dei secc. xvi-xvir nella cappella del fonte battesimale (L. Vié, La métropole St-Etienne de T., Tolosa 1950). Distrutta

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dai Saraceni nel 721 la chiesa eretta in onore di s. Saturnino, fu ricostruita nell'età seguente grazie alle donazioni del vescovo Ugo ( 960 ) e di Raimondo conte di Rouergue ( 961 ). Un nuovo edificio si cominciò ad erigere ca. il 1060 , più volte interrotto. I religiosi dell'abbazia nel 1076 presero la Regola di s. Agostino, mirando i rendersi indipendenti dal vescovo Izarn, che nel 1082 cedette la chiesa all'abate Unando di Moissac. Ma Gregorio VII il 23 luglio 1083 vi ristabilì i Canonici. Papa Urbano II nel 1096 vi consacrò l'altare maggiore, che ancora sussiste, e Cidlisto II nel 1119 un secondo altare; continuava intanto la costruzione dell'edificio finché nella metà del sec. xim si rialzò il coro, si modificarono le cripte e si rinforzò la costruzione romanica. All'altezza del transetto furono eretti i tre piani del campanile, cui in seguito furono sovrapposti altri due. Con la Rivoluzione furono demoliti il chiostro e gli edifici monastici; restauri furono praticati nel 1852-53. Vi sono conservate sculture e capitelli medievali (A. Auroil et R. Rey, La basilique de St-Sernin de T., Tolosa 1930; M. Aubert, L'église de St-Sernin de T., Parigi 1933).

Notre-Dame de la Daurade (deaurata) che si dice fondata dal vescovo Esuperio ebbe annesso un monastero femminile, passato ai monaci nell'843. Il vescovo Izarn nel 1077 lo cedette a s. Ugo di Cluny e nel 1627 passò alla Congregazione di S. Mauro. Prese il nome dai suoi musaici a fondo d'oro che andarono perduti nella demolizione della chiesa durante il sec. xvin, ma un manoscritto (Parigi, Bibl. nazion., n. 12608) del sec. xvir ne descrisse i soggetti che in tre piani sovrapposti rappresentavano scene della vita di Cristo, arcangeli, Profeti, Evangelisti, Apostoli, (cf. J. Degert, La plus ancienne mosaíque de la Gaule, in Bull. de littér. ecclés. de Toulouse, 1905, pp. 3-15; id., Démolitions et reconstructions à la Daurade au XVIIe siècle, in Bull. de la Société archéol. du Midi, 1905, pp. 296-98; H. Woodroff, The iconography and date of the mosaics of la Daurade, in The Art Bulletin, 13 [1931], pp. 80-104; R. Rey, Le sanctuaire paléochrétien de la Daurade et ses origines orientales, in Annales du Midi, 61 [1949], pp. 249-73; E. Mâle, Les mosaïques de la Daurade, in Mélanges Ch. Picard, II, Parigi 1949. p. 682).

La chiesa di N.-D. de la Dalbade o La Dalbade deriva il suo nome dal fatto che le sue pareti furono imbiancate con la calce (dealbata). Venne ricostruita dal 1503 al 1542 in stile gotico meridionale e consacrata nel 1548; fu molto danneggiata nel 1926 per il crollo del campanile. Nel portale (1537) è inciso il distico: «Chrestien, si mon amour est en ton coeur gravé, ne diffère en passant de me dire une Ave" (sec. xvi); nel timpano è una copia in terra cotta dipinta dell'Incoronazione della Vergine del beato Angelico; le tre statue della Madonna, di s. Caterina e di s. Barnaba sono moderne. L'interno è a navata unica di m . $19 \times 24$, con cappelle laterali. E in costruzione il nuovo campanile.

St-Papoul, nel circondario di Castelnaudary, è il titolo di una antica abbazia benedettina fondata nell'817 e dipendente da S. Vittore di Marsiglia. Il nome è galloromano del sec. vi ed il culto di quel Santo si sarebbe sostituito a s. Pietro (cf. Acta SS. Novembris, I, Parigi
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(fts. Lebeschr)
Tolosa, arcidiocesi di - Interno della cattedrale, dedicata a s. Stefano. Völta di Raimondo VI (1211) - Tolosa.
en France, ibid., 104 [1946], pp. 141-86).
Alcuni dei più importanti edifici sacri sono passati a destinazioni profane. Nell'antica collegiata di St-Raymond dell'inizio del sec. xvı è disposto un museo che raccoglie il materiale archeologico romano e le raccolte di arte vi. sigotica e medievale sino ad Enrico IV. Il Museo di storia naturale è raccolto nell'antico convento dei Carmelitani scalzi del sec. xvir, dove è anche il materiale relativo alla preistoria e all'etnografia. Il magnifico chiostro, "des Augustins" è pure adattato a museo.

Bial.: J.-M. Vidal, Docum. pour servir à dresser le pouillé de la prov. ecclés. de T. au XIV siècle (1515-63), Tols 1900; id., Docum. sur les orig. de la prov. ecclés. de T. (1295-1312), in Annales de St-Louis-des-François. 5 (1901), pp. 5-214; id., Les orig. de la prov. ecclés. de T. (1295-1312), in Annales du Midi. 15 (1903), pp. 4-91; C. Dousis, Docum. sur l'anc. prov. de Languedoc, II, Trésor et reliques de St-Sernin de T., Parigi-Tolosa 1904; D. Garrignes, L'abbaye de Notre-Dame d'Esauns en Comminges, in Rev. de Comminges, 27 (1912), pp. 133-40, 255-70; J. de Lahondès, Les monum. de T., Tolosa 1920; P. Deschamps, L'autel roman de St-Sernin de T. et les sculptures du cloître de Moissac, in Bull. archéol., 1923, pp. 239-50; id., Tables d'autel de marbre exécutées dans le Midi de la France au XV et au XIè siècle, in Mél. Ferdin. Lat, Parigi 1925, pp. 137-68; D. Garrignes, L'Abbaye cisterc. d'Eaunes, in Bull. de la Soc. archéol. du Midi de la France, 2* serie, 47 (1926), pp. 325-41; H. Rachou, Musée des Augustins de T., Tolosa 1934; R. Rey, La sculpture romane languedocienne, (vi 1936; R. Carrazo, L'art à T. au XVe siècle, in Rev. histor. de T., 27 (1940), pp. 5-58; Lafargne, Les chapiteaux du cloître de N.-D. de la Daurade, Parigi 1940; J. Lestrade, Hist. de l'art à T., Tolosa 1943; O. De Saint-Blanquat, Recherches sur T. dans les Archives vatic., in Mél. d'arch. et d'hist., 58 (1941-46), pp. 289-91; R. Monple, Vieux hôtels de T., Tolosa 1947; A. Coutet, Les mystérieuses statues de St-Sernin de T., in Rev. du Languedoc, 4 (1947), pp. 122-33, 259-65; C. Tournier, Le monastère toulousain de Ste-Catherine de Sienne, in Rev. hist. de T., 34 (1947), pp. 1-14 (celebre monastero domenicano fondato da Sebastiano Michailis); E. Griffe, Quinquiplex T., in Bull. de litt. ecclés, 48 (1947), pp. 129-57; id., $A$ propos de l'enceinte romaine de T., ibid., pp. 240-43; Y. Dossat, L'Inquisition toulousaine de 1243 à 1273 , in Rev. hist. de l'Egl. de France, 37 (1951), pp. 188-92; P. de Gorse, T. et le pays de la Haute-Garonne, Tolosa 1951.

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Il centro di studi. - T. è sempre stata, fin dall'antichità gallo-romana, un centro di cultura, onde il suo appellativo di * Palladia T.* (Marziale, IX, 100 [95], 3; Ausonio, Parent., 3, 11). Vivaci manifestazioni letterarie, fra il sec. xir e xiri, si ebbero alla corte dei conti di T., munifici protettori dell'arte trobadorica.
r. L'antica Università. - Il Trattato di Parigi (12 apr. 1229) impose al conte Raimondo VII, anche per consiglio del card. Romano di S. Egidio, legato di Gregorio IX, di provvedere ai maestri per uno Studio da erigersi subito a T. a preservazione della fede contro l'eresia albigese. Lo Studium fu solennemente inaugurato il 24 maggio 1229; Gregorio IX con la bolla Olim operante Illo (27 apr. 1233), confermando quanto aveva stabilito nel 1229 il card. legato Romano, concesse allo Studio di T. i privilegi dell'Università di Parigi (Bull. Rom., III, Torino 1858, pp. 480-81). Lo Studium Tolosanum costituisce così il primo esempio di una università che sorge per iniziativa pontificia. Nuovo fondatore dello Studio fu ritenuto Innocenzo IV per la bolla del 22 sett. 1245, In civitate Tolosanu (M. Fournier, op. cit. in bibl., n. 523). All'inizio del sec. xiv Filippo il Bello nel conflitto con Bonifacio VIII consultò lo Studio, e mentre l'Università di Parigi si era pronunciata per il Pape, quella di T. si schierò per il Re (cf. ibid., no. 536 e 537). Gli Statuti generali sono quelli del sec. xiv (1309-29) e vi si nota già la tendenza a svincolarsi dalla giurisdizione del cancelliere e del vescovo. Gli Statuti propri della Facoltà di teologia, riorganizzata, sono del 1366-89; Urbano V. ex-alunno e professore, concesse alla chiesa dell'Università (dei Domenicani) il corpo di s. Tommaso d'Aquino (bolla Cum ex certis, del 1367), che vi fu trasportato il 28 genn. 1369. Alla fama e prosperità dello Studium contribuirono molto i numerosi collegi per studenti poveri. La sua costituzione, pur presentando i caratteri delle Università di Bologna e di Parigi, costituisce un tipo a sé: tipo, imitato poi per altre università francesi come Cahors, Orléans, Poitiers e Bordeaux, alle quali T. ha comunicato i suoi privilegi e i suoi Statuti. La guerra dei Cent'anni (1339-1453) e l'infelice riforma dei commissari apostolici (1394-1425) scossero il prestigio dell'Università di T., che verso la metà del sec. 20 passò sotto l'influenza diretta del potere civile, e rimase principalmente una università per il diritto. Scompare con la Rivoluzione (decr. 15 sett. 1793), rivive con la riforma napoleonica (1808) e si ricostituisce in università moderna in seguito alla legge del 10 luglio 1896: caratteristico in essa l'Istituto di Studi meridionali.
a. L'Unio. Cattolica. - L'«Institut Catholique de Toulouse" si considera l'erede spirituale dell'antica Università; organizzato in seguito alla legge Dupanloup (12 luglio 1875), fu inaugurato come «Istituto d'insegnamento superiore libero * il 15 nov. 1877, con la Facoltà di diritto e corsi di conferenze apologetiche, destinate a svilupparsi subito nelle Facoltà di lettere ( 16 nov. 1878) e di teologia ( 25 nov. 1879). Quest'ultima ebbe l'erezione canonica con decreto della S. Congr. degli Studi, 15 ott. 1889, e lett. apost. Eximia sacrarum, 20 dic. 1889 (Leonis XIII Acta, IX [1889], 277-80); in seguito furono erette le Facoltà di filosofia e di diritto canonico, con approvazione dei relativi Statuti (decreti della S. Congr. degli Studi, 30 giugno 1899; cf. Pio X, epist. Quae nuper, 2 apr. 1913 : AAS, 5 [1913], pp. 179-80). La « durezza dei tempi * impose, nel 1886, la soppressione della Facoltà di diritto civile; l'Istituto però poté dar vita alla Scuola superiore di scienze ( 3 nov. 1882); a una Scuola superiore di agricoltura ( 13 nov. 1919), e alla Scuola superiore di scienze economiche e sociali ( 17 nov. 1926). I nuovi Statuti, dopo la cost. apost. Deus scientiarum Dominus (v.), furono approvati dalla S. Congr. dei Seminari e delle Università degli Studi, il 15 giugno 1936. Università Cattolica per il sud-ovest della Francia, l'Istituto abbraccia una circoscrizione di 17 diocesi, nelle province ecclesiastiche di T.. Albi, Auch e Bordeaux. I 17 vescovi, considerati \& protettori \& o patroni, compongono l' «assemblea * episcopale, con una "commissione permanente * dei 4 arcivescovi, con un suffragante scelto dall'assemblea; gran cancelliere è l'arcivescovo di T. Per iniziativa dell'Istituto, sorse nel 1951 l' «Uni-
versité Internationale d'Eté * e vi si pubblica l'Annuaire; il Bulletin de Littérature ecclésiastique, rivista scientifica, fondata nel 1880 e rinnovata da P. Batiffol nel 1899, dove si contengono anche molte notizie sulle vicende dell'Istituto e dei suoi maestri; la Chronique dell'Università stessa.
3. I Seminari Maggiori. - L'antico Seminario diocesano fu ricostituito nel 1805 dall'arcivescovo Primat. Per gli studenti ecclesiastici dell'Ateneo sono oggi aperti, dall'ott. 1932, nel suo stesso ambiente: il Seminario Leone XIII, che continua l'antico «Séminaire de l'Institut * (1879), per gli alunni già sacerdoti, e il Seminario Pio XI, per seminaristi che si preparano a ricevere gli Ordini sacri. La loro direzione è affidata ai Padri Sulpiziani.
4. Altre istituzioni culturali. - L'Accademia di Scienze, Iscrizioni e Belle Lettere (1640), che ha edito dei Mémoires dal 1782; la vetusta Accademia des Jeux-Floraux *, fondata nel 1723 e riorganizzata nel 1694; la Società archeologica «du Midi de la France * (1831), che ha edito anch'essa volumi di Mémoires ( 1832 sgg .) e un Bulletin ( 1869 sgg.). - Vedi tavv. XXV-XXVI.

Bull. per l'ant. Univ.: A. F. Gaston-Arnoult, Hist. de l'Univ. de T., \& frammenti * nei Mém. de l'Acad. de T., anni 1897, 1877-82; H. Denifle, Die Universitäten des Mittelalters, I. Berlino 1885, pp. 325-40; M. Fournier, Les Statuts et privilèges des Univers. franç. depuis leur fondat. jusqu'en 1789, I. Parigi 1890, pp. 437-880, 899-913; III, pp. 321-40; id., Les Biblioth. des Colloyes de l'Univ. de T., in Bibl. de l'Ecole des Chartes, 51 (1890), pp. 443-76; id., Hist. de la science du droit en France. III, Parigi 1892, pp. 209-340; L. Salter, L'unc. Univ. de T., in Bull. de Litt. eccl., $4^{\circ}$ serie, 4 (1912), pp. 16-32; 7 (19131946), pp. 20-64; id., Un VII centen. toulousain, in Rev. hist. de T., 1930, pp. 5-33; R. Cadave, Les docum. sur l'hist. de L'Univ. de T. et spéc. de sa fac. de droit, Tolosa 1910 (cf. Bull. de Litt. eccl., 4 [1912], pp. 185-88).

TOLSTÓJ, Lev NikOLÀEVIĆ. - Scrittore russo, n. a Jàsnaja Poljána il 26 ag. 1828, m. a Aszápovo il 7 nov. 1910. Rimasto orfano, venne affidato alle cure di una parente, F. A. Ergólskaja, che ebbe un notevole influsso sulla formazione del suo carattere

Trascorse la fanciullezza tra Jàsnaja e Mosca dove compì i primi studi; nel 1844 si iscrisse all'Università di Kazàn ma, distratto da una brillante vita mondana, seguì i corsi con scarso interesse e li abbandonò del tutto nel 1847 allorché, spartita l'eredità con i fratelli e avuta in sua parte Jàsnaja, tornò a stabilirsi colà. Ancora adolescente si era allontanato dalla fede, "appresa dalla nutrice", nella convinzione che "la dottrina religiosa non partecipa della vita.... si prelessa lontano dalla vita e indipendentemente da essa" (Confessione), e l'aveva sostituita con un principio di autoperfezionamento morale, intellettuale e fisico, tendente a conseguire la condizione socialmente esemplare, secondo la sua stessa definizione, di uomo comme il faut. Il Diario (iniziato a 19 anni e condotto quasi ininterrottamente fino alla morte) attesta il vasto programma di lavoro impostosi come quotidiana disciplina, per raggiungere tale perfezione. Le sue letture preferite sono la Bibbia e le opere di J. J. Rousseau, e ad esse, forse più che alle correnti democratiche del tempo, va attribuito il tentativo di affrancare i propri contadini dalla servitù della gleba; che fu un insuccesso per l'atteggiamento negativo assunto da questi ultimi (cf. il Mattino di un proprietario, 1852). Una autobiografia ideale dei primi venti anni di vita si ha nei romanzi Infanzia (1852), Adolescenza (1854), Giovinezza (1857), nel cui protagonista, Irtenev, T. ha adombrato se stesso, e in Irtenev e Nechijùdov gli ambiziosi principi dell'uomo comme il faut. Ma si accorse che sotto di essi, anziché «il desiderio di essere migliore dinanzi a se medesimo o dinanzi a Dio", si celava la vanità di essere migliore «dinanzi agli altri uomini $*$. E ben presto la tendenza ad essere migliore dinanzi agli altri si mutò in desiderio di essere... * più glorioso, più influente, più ricco" (Confessione). Nel 1851, accettando il consiglio del fratello Nicola, si arruolò e partì per il Caucaso. Cominciò allora con lo scrivere il romanzo Infanzia, che gli fu pubblicato dalla rivista Sovremennih (" Il Contemporaneo"), e con una

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serie di racconti tratti dalle sue esperienze di guerra: Il taglio del bosco, L'incursione, ecc. Promosso alfiere nel genn. 1854, venne poi trasferito a Sebastopoli, ove combatté durante l'assedio e ricavò le impressioni che gli dettarono la trilogia Sebastopoli nel dic. 1854, Sebastopoli nel maggio 1855 e Sebastopoli nell'ag. 1855. Congedatosi nel 1856 col grado di tenente, si stabilì a Pietroburgo dove per la sua posizione sociale, e per la sua fama di scrittore, gli furono aperte le porte dei circoli letterari e mondani; ma dopo meno di un anno, stanco di ogni cosa, partì per l'estero con una fede profonda nella evoluzione sociale e individuale dell'umanità, nel "progresso * : "Allora mi sembrava che questa parola esprimesse qualcosa" (Confessione). Ma il 6 apr. 1857, dopo aver assistito a Parigi a una esecuzione capitale, anche questo suo nuovo convincimento crollava: "Capii non con la ragione, ma con tutto il mio essere, che nessuna teoria della razionalità del progresso poteva giustificare quell' atto" (ibid.). L'Europa occidentale trovò in lui tutt'altro che un ammiratore: l'impressione che egli ne ritrasse fu anzi, nel complesso, negativa. Del suo soggiorno all'estero ( 1857 e 1860-61) approfittò tuttavia per studiare alcuni sistemi pedagogici, grazie ai quali (il suo metodo però fu di non avere alcun metodo e seguire il principio della "educazione libera ") organizzò a Jàsnaja Poljàna una scuola popolare, e se ne fece maestro. A partire dal 1862 T. cominciò a pubblicare una rivista pedagogica, Jàsnaja Poljâna, dove, oltre ad articoli teorici, prese a stampare racconti e favole per i ragazzi. Un articolo molto importante, in quanto prepara e giustifica il futuro abbandono da parte di T. dello stile cosiddetto d'arte per uno stile popolareaggiante, è Chi ha da imparare a scrivere, e da chi: i ragazzi dei contadini da noi, o noi dai ragazzi dei contadini?, in cui mostra la sua ammirazione per le composizioni dei suoi allievi. Nel 1862 T. si sposò con Sòfija A. Behrs, e per alcuni anni la felicità coniugale lo assorbi completamente; risale a questo periodo Guerra e pace (1864-69), romanzo condotto a termine con straordinaria rapidità se si pensa alla sua ampiezza ed alla straordinaria accuratezza con cui lavorava T. (di alcuni capitoli si hanno fino a 7 redazioni). Dal 1873 al 1877 scrive Anna Karènina, opera che, per la perfetta architettura, la costante tensione dello stile e dell'indagine psicologica dovrebbe essere considerata il suo capolavoro in confronto anche con Guerra e pace, di concezione geniale ma di ineguale vigore poetico, e di costruzione difettosa e pletorica. Tema centrale dei due romanzi è la ricerca del fine della umana esistenza che T. individua nel vivere "secondo Dio" e nell'amore del prossimo, formole tuttavia in ambo i romanzi di contenuto non chiaro. Perduta la fede nel "progresso" T. si era riproposto il problema religioso: "Attraverso un tormento intellettuale di due anni scoprii una verità vecchia e semplice... che esiste l'immortalità, che esiste l'amore e che bisogna vivere per gli altri se si vuole essere felici eternamente. Queste scoperte mi sorpresero per la loro analogia con la religione cristiana... cominciai a ricercarle nel Vangelo, ma trovai poco. Non ho trovato né Dio, né il Redentore, né i misteri: nulla" (lettera ad A. Tolstàja, 3 maggio 1859). Alquanto tempo dopo,
a Hyères, nel 1860 , egli aveva assistito alla agonia del fratello Nicola, e si era chiesto quale scopo avesse la vita stessa: o aveva un perché, un senso che sfuggiva, o, se aveva per unico fine l'annientamento, era un male, e in tal caso non valeva "ingannare se stessi : è preferibile la morte alla vita - bisogna liberarsi da quest'ultima " (Confessione; c\& in Anna Karènina i pensieri suicidi di Lévin). Il pessimismo tolstoiano (di tinta schopenauriana) è caratteristico del primo periodo, allorchè T. tenta di giungere a Dio attraverso la ragione, con lo studio delle dottrine religiose, la filosofia. Più tardi apprenderà, attraverso un sentimento immediato, che Dio "eccolo: è qui, è dovunque"; e la ragione, la scienza, tutta la cultura gli appariranno, a partire da allora, strade non solo inadatte e condurre a Dio, ma da lui divergenti. E proprio in questo "sentimento immediato", però, che è riposto il grande malinteso tolstoiano; ché se il T. razionale piega verso la dottrina cristiana dell'amore del prossimo, il T. "immediato", istintivo (e perciò soprattutto
l'artista) inclina, al contrario, a una concezione pagana del mondo. L'ansia religiosa trae origine in T. da due moti: l'uno della paura della morte, in quanto annullamento dell'io; l'altro dell'amore della vita; e mentre il primo lo spinge a cercare nella caducità dell'esistenza un senso recondito, il secondo trova in pienezza dell'essere, e la sua immortalità nel conseguimento, quasi fisico e nirvanico, di una armonia con le cose create, attraverso una percezione panica del mondo. E particolarmente significativo al riguardo il racconto Casacchi (1852-63), ove questa percezione panica del mondo domina in Olènin durante la caccia, e nel covo del cervo (olèn), mentre l'anelito del sacrificio di sé, dell'amore per il prossimo, prende a manifestarsi in lui non appena, accortosi di essere smarrito, è colto dal timore della morte. Il tema del sacrificio di sé e dell'amore del prossimo, del riscatto dall'egoismo attraverso tale amore, e della redenzione dal peccato attraverso quel sacrificio, è alla base del romanzo Resurrezione (ultimato nel 1899). Ma, ricco di pregi nei dettagli, e in singole parti, esso è nell'insieme un'opera mancata; la quale pure ideologicamente si conclude in maniera negativa con la pratica inutilità del sacrificio. Resurrezione rappresentò un ritorno di T. alla letteratura dopo un periodo durante il quale egli la aveva abbandonata, considerandola; alla pari di ogni forma d'arte, mezzo di seduzione dei sensi. Durante gli ultimi anni la sua attività di scrittore va prendendo un accento sempre più marcatamente moralistico, ed è intesa alla predicazione dell'amore e della non resistenza al male (In che consiste la mia fede, Critica alla teologia dogmatica, Cos'è l'arte, ecc.). Il crescere della sua fama e dell'ascendente esercitato dalla sua dottrina (Jàsnaja Poljàna era divenuta, verso la fine del secolo, quasi una meta di pellegrinaggi) preoccupò le autorità politiche e religiose. Ma mentre Alessandro III non osò prendere alcun provvedimento, per tema della sfavorevole risonanza mondiale che esso avrebbe avuto, il S. Sinodo nel 1901 scomunicò T. Alla fine di quel medesimo anno, in seguito a un grave attacco di polmonite, T. si trasferì per qualche tempo in Crimea, ove ebbe spesso occasione di in-

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contrarsi con Cèchov e Gòr'kij. Tornato a Jàsnaja, vi risiedé ininterrottamente sino al giorno in cui, incapace ormai di sopportare il dissidio tra i principi professati e la vita che conduceva, risolse di abbandonare famiglia e casa. La morte lo sorprese alla stazione di Astàpovo, durante quella fuga, il 7 nov. 1910.

E diffude rassegnarsi a spiegare la diversità di stile che corre fra le opere tolstoiane con le stesse parole di T.: "So che ogni grande artista deve creare anche i suoi mezzi di espressione. Se il contenuto delle opere d'arte può essere infinitamente varia, tale può essere anche il mezzo d'espressione di esse». E nondimeno evidente che se egli scrive i suoi tre primi romanzj con uno stile di aquisita ambizione letteraria che non troverà più riscontro in altra sua opera, scrive contemporaneamente i racconti di Sebastopoli dove una contenuta liberalità guida la scelta dei mezzi espressivi, e dove accanto a maggiore asciuttosza fa riscontro una minor sorveglianza. Così, ancora, dopo un romanzo come Guerra e pace, nel quale la mancanza di un continuo dominio della forma fa sì che pagine perfette si alternino ad altre angolose, e perfino di scrittura cancelleresca (come ebbe a notare lo Skibvskij), Anna Karènina ci trasporta in un clima stilistico in cui la semplicità, l'apodparente asciuttosza e quasi schematicità dell'espressione acquistano un sapore di immediatezza e schietto miracolo. Più tardi (p. cs., nel racconto Di che vivono gli uomini, 1881) T. si muoverà egualmente a suo agio fra le cadenze del narrar popolaresco, valendosi senza affettazione o sforzo degli umili materiali del discorso quotidiano, di una sintassi scarna e clementare, riuscendo a trasformare quel modo di porgere, cosi come il popolo, in modo e mondo di poesia. Questo aspetto proteiforme della sua scrittura è tuttavia un fenomeno assai più di superficie che non di sostanza. L'unità dello stile tolstoiano risiede in una unità di temperamento anziché di gusto; in una particolare disposizione nell'accettare le cose, anzi che nel cambiarle e ricrearle a propria misura ed immagine. T. non rifece l'universo a propria somiglianza, lo limitò a quegli aspetti che più gli assomigliavano, e in essi si rispecchiò da ogni angolo di incidenza. Ma ciò che lo distolse dal cristallizzare la propria sensibilità in uno stile verbale fu anche una preconcetta avvenione che egli ebbe per ogni aspetto "letterario" della letteratura; poiché egli non considerò mai quest'ultima come qualcosa che appagasse e si appagasse in se stessa, ma come mezzo per comunicare una sua problematica interiore, di fronte alla gravità della quale ogni decoro stilistico gli appariva frivolezza. Per l'interesse verso quella sua problematica, T. può essere considerato uno scrittore essenzialmente autobiografico e di contenuto, pur togliendo da questa asserzione quanto di premeditato e programmatico essa possa far sospettare a tutto danno dell'arte; ché non ebbe quasi mai tesi già risolte da esemplificare, ma problemi allo stato di dramma. Le stesse formole del "vivere secondo Dio" e del "sacrificio di sé " per amore del prossimo, che sembrano rappresentare dei punti di arrivo, soluzioni al quesito proposto, anche a giudicare dall'insistenza con cui egli tornò a riproporsele ad ogni nuova sua opera, si rivelano di un convincimento parziale, e assai più razionale che non profondo e assoluto. Ma furono proprio questa impossibilità di catarsi, e il conseguente perdurare dei suoi problemi allo stato emotivo, a impedirgli di decadere in una letteratura programmatica e a tesi; così come, si contempo, fu proprio il contenutismo a condizionargli il distacco dai modi del romanzo d'arte tradizionale, inteso come biografia di un eroe. La vera trama di ogni sua opera non è mai, infatti, o assai raramente, una umana peripezia, ma una interna corrente di pensiero che muove tutta l'azione. Tipico esempio è Anna Karènina, dove la vicenda di Lèvin finisce col riportare una preponderanza, perfino spaziale, sulla biografia della eroina eponima.

In Lèvin e Anna è adombrato il medesimo problema (che è poi quello in cui si assomma tutta la ideologia tolstoiana) della ricerca della felicità; ma, di fronte al vero interesse di T., l'esperienza negatiya di Anna, ri-
volta a una soluzione egoistica, ha finito col passare in secondo piano rispetto a quella di Lèvin, giunto alla vera chiave di soluzione: l'esistenza "secondo Dio". La particolare natura dei romanzj tolstoiani, sostanzialmente diversi cosi dai romanzj biografici, come da quelli a tesi; il fatto che la loro trama reale non sia mai scoperta, ma vada articolandosi per tanti canali segreti quanti sono i destini dei personaggi - principali e secondari che li frequentano, sono stati causa di un errato giudizio circa la loro costruzione, trovata difettosa, o addirittura mancata. Ancora un altro fattore precluse a T. le vie del romanzo biografico: la sua filosofia non concepiva l' "eroe ". Egli sapeva che la vita ha una sua ragione, ma che questa ragione è la legge di essa; e, giunto o no che fosse a scoprirla, l'uomo vi restava egualmente asservito. La scoperta lo riscattava dalla sua condizione di "bruto", illuminandogli la coscienza, ma non lo conduceva alla libertà. Ecco perché in Guerra e pace (e non certo per un suo stravagante atteggiamento di fronte alla storia) egli considerò gli uomini che, alla pari di Napoleone, si reputano fattori di destino, "eroi", semplicemente strumenti di una volontà che trascende la loro. Per T. l'uomo non solo non è creatore di destini, ma entro certi limiti neppure del proprio destino; cosi, ogni volta che tenta di attuare il suo libero arbitrio, la "legge" (o, come è stato detto da alcuni per Anna Karènina, il "fato") si affretta a colpirlo. E forse da tale concezione della umana non eroicità che traggono origine i modi della psicologia tolstoiana, mai intesi a tessere un epos dei sentimenti, a organizzarli in sistema solare attorno a cui ruoti il mondo e da cui traggan luce le cose; la loro storia non si svolge mai conseguente, ordinata su un filo continuo, ché T. ci comunica l'animo di un personaggio non attraverso i resultati del suo processo psicologico, già decantati e chiattli, ma attraverso il processo stesso al suo stato grezzo, nel suo divenire discontinuo, caotico. Questo ardito realismo, che riconduce le passioni da un'auta sublimata e romanzesca a una verità quotidiana, costituisce una delle più grosse innovazioni introdotte da T. nel romanzo moderno. Profondamente realista T. si dimostrò anche nelle descrizioni di natura che rappresentano uno degli aspetti più caratteristici della sua opera. T. non romanticizza mai il passaggio, né mai lo rende antropomorfico, anche se a volte ne fa specchio di un pathos, o, all'inverso, se ne serve come di uno stimolo per provocarlo. Nella natura egli percepisce una bontà primigenia in cui l'uomo ritrova e rinnova la propria innocenza, l'armonia con tutte le cose create, e la diretta comunione con Dio. La percepisce come qualcosa di misteriosamente vivo, animato, consonante con lui stesso e a lui stesso spiritualmente e fisicamente confusa. Tutti gli aggettivi che egli usa in tali descrizioni, più che definire l'oggetto rappresentato, mediano un'aderenza quasi sensuale con esso. Ed è in queste descrizioni che T., più che altrove, tradisce la sua natura fondamentalmente, istintivamente pagana; è in esse, inoltre, che il suo stile immancabilmente ritrova e conserva un registro e un lessico perfettamente costanti.

Brai.: edd.: L. N. T., Opere complete (in russo) a cura di V. G. Čertkov, Mosca-Leningrado 1930 sgg. (in 90 voll., di cui già apparsi ca. la metà). Biografie e studi: O. Louroi, La philosophie de T., Parigi 1899; R. Löwenfeld, L. N. T., Lipsia 1901; E. Berneker, Graf L. T., ivi 1901; A. Stoppeloni, L. T. educatore, Palermo 1903; K. J. Staub, T. Leben und Werke, Kempten 1908; K. Nötzel, T. Meisterjahre, Mornas 1918; L. Gillet, T. visto da Gorkij, Milano 1921; M. Gorki, Ricordi su L. T., Firenze 1921; D. Umanskii, T. Denkwördighaites, Lipsia 1921; R. Rolland, L. T., Milano 1922; L. L. Tolstoj, La edvité sur mon père, Parigi 1922; A. De Castro, L. T. nella vita e nella scuola, Milano 1923; Th. Mann, Goethe und T., Aqpingrana 1923; O. Cuxzer, L. T., Roma 1928; L. Sastov, L'iade ca bien chec T. et Nietzsche, Parigi 1928; R. Küfferle, L. T. macetre elementare, Roma 1929; V. Bulgakov, L. T. nell'ultimo anno della sua vita, Foligno 1930; A. Tolstoi, La mia vita col padre, Milano 1933; N. Gay, I miei rapporti con T. e la sua famiglia, Firenze 1936; A. Suarès, Trois grands vivants, Parigi 1938; T. Sukhotina-Tolstaja, L. T. dall'infanzia al matrimonio, Milano 1938; St. Zweig, Tre poeti della propria vita, Milano 1938; D. Merežkovskij, T. e Dostoevskij,

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Bari 1938; A. Bounine, La délivrance de T., Parigi 1939; E. Gasparini, L'esordio di T., Milano 1942; id., Il vigore di T., ivi 1943; N. Gourfinkel, T. sans tolstoïsme, Parigi 1946; E. I. Simmons, L. T., Londra 1946; L. Derrick, T. la vita e le opere, Milano 1947; B. Gabba, Dottrine religiose e sociali del conte L. N. T., ivi s. d.; L. Šestov, Le rivelazioni della morte, Firenze 1948; M. Gorki, Colloqui con L. Andreieff e L. T., Milano 1949; F. Porché, Portrait psychologique de T., Parigi 1949; P. Boyer, Cheo T., ivi 1950; B. Metzel, T., ivi 1950; L. Šestov, La filosofia della tragedia, Napoli 1950. Leone Pacini

La religione di T. - T. non creò un nuovo sistema religioso; la sua religione è una mescolanza di Vangelo, soprattutto del discorso della Montagna, con forti dosi di agnosticismo, di fideismo, di razionalismo e il più sovente di panteismo. Non fu, però, un panteista coerente con se stesso, che si spingesse nelle applicazioni pratiche fino alle estreme conseguenze; né poteva essere altrimenti, perché il suo razionalismo quando si trattava di dire qualcosa di positivo in materia religiosa andava congiunto con una profonda avversione per la logica.

Ecco i principali aforismi delle sue credenze religiose: la vera religione è la relazione dell'anima con la vita universale, in cui è immersa, con Dio che è vita e bontà infinita e impersonale. L'uomo ha il dovere di risvegliare in sé la divinità. Bisogna prendere coscienza di questo fatto, che la vita terrena non è che un momento nella serie infinita delle vite. Asserire che Dio è il creatore del mondo è una bestemmia; equivale a negare che Dio è l'amore infinito, di cui io faccio parte. Bisogna amare tutto: «il cane, l'erba, vostra madre». Lo scopo della vita è annegare la propria volontà in quella di Dio. Ciò che importa nella religione è la morale, la condotta, le relazioni con il prossimo, conformi ai precetti del Vangelo. La dottrina cristiana e i dogmi sono da ripudiare; la stessa personalità storica di Gesù Cristo importa assai poco, i dogmi cristologici sono assurdità; basta per tutto la dottrina morale esposta nel Vangelo. Tutti gli uomini sono uguali; perciò nessuno ha il diritto di punire il suo prossimo. Non conviene resistere al male con la violenza. La Chiesa, ogni Chiesa è nociva; lo stesso deve dirsi di tutto quello che essa offre: definizioni dogmatiche, sacramenti, riti. Nessuno può intromettersi tra l'uomo e Dio. Il culto delle immagini e delle reliquie è immorale. I sacerdoti non servono che i propri interessi. L'autorità in materia religiosa è assolutamente inammissibile.

L'errore capitale di T. consiste in questo, che confonde gli abusi del cristianesimo storico con la Chiesa e non riflette che ciò che lo urta - e con ragione - non è la Chiesa, ma sono invece le infedeltà verso di essa. La tragedia di lui è quella stessa di tutti i dissidenti : scalzando la base soprannaturale del cristianesimo T. ha reso un grande servizio all'ateismo sovietico, che, pur mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale.

Biel.: Tatiana Tolstoi, Mio padre di fronte a Cristo, in Il Regno, I (1942, fasc. 11), pp. 83-91; B. Schultze, Pensatori russi di fronte a Cristo, II-III, Firenze 1949, pp. 93-105. $\square$
Stanislao Tyszkiewicz
TOMADINI, JACOPO. - Maestro compositore, n. a Cividale il 24 ag. 1820 , m. ivi il 21 genn. 1883.

Ordinato sacerdote nel 1846 , fu canonico della collegiata del suo paese. Nella musica, raggiunse un posto eminente per la profonda conoscenza classica, per la pura ispirazione e per la nobiltà della forma. Rifiutò per modestia cariche onorifiche in altre città italiane e straniere vivendo nel nascondimento una vita austera dedita solo all'arte. Scrisse un gran numero di composizioni sacre che riscossero largo plauso. L'oratorio La Risurrezione di Cristo fu una autentica rivelazione, al da poter gareggiare con Haydn e Haendel.

Biel.: C. Podrecca, Mons. J. T. e la sua musica sacra, Cividale 1885; L. Piasavelli, I. T. e la sua a Risurrezione di Cristo ', in Riv. Mus. It., 6 (1899), pp. 762 sgg.; id., Il a Miserere in mi minore \& di I. T., ibid., 7 (1900), p. 784 sgg. Silverio Mattei

TOMASINO de' Cerchiari (Tномasin de Cerclaria, de Zirclaria, von Zirkläre). - N. probabilmente a Cividale qualche anno prima del 1188 , m. nel 1235 ca.

Familiare del vescovo d'Aquileia Wolfger, poi canonico d'Aquileia, passò in Germania ove scrisse dapprima in una lingua romanza (probabilmente in italiano) un trattato sulla cortesia e fra il 1215-16 in alto medio tedesco un poema didattico, Der wethische Gast (ed. di H. Rückert, Quedlinburg e Lipsia 1852) di 14.752 vv ., diviso in 10 il., importante per la morale cavalleresca del tempo e per gl'influssi delle letterature romanze. Notevoli in esso anche gli accenni polemici contro il poeta tirolese Walther von der Vogelweide, che egli poté aver conosciuto alla corte d'Aquileia.

Biel.: G. Grion, Temaeino de' Cerchiari poeta cividaleve del Duecento, Udine 1894; L. Torretta, Il a Wö̈scher Gast a di T. di Cerclaria, in Studi medievali, I (1904), pp. 24-76; Catherine Teresa, Burgher and peasant in the works of Th. v. Z., Washington 1936.

Bruno Nardi
TOMASSETTI, Giuseppe. - Storico della Roma medievale, n. in Roma il 4 apr. 1848 ed ivi m. il 21 genn. 1911. Compiuti gli studi classici al Collegio Romano e conseguita la laurea in giurisprudenza nell'Università di Roma, iniziò le sue indagini storiche sotto la guida di G. B. De Rossi, L. F. Bruzza, C. L. Visconti e G. Henzen.

Ottenne l'incarico di riordinare gli archivi di alcune famiglie patrizie, fra gli altri quelli degli Orsini e dei Colonna, approfondendo così le discipline psicografica e diplomatica. Estese le sue ricerche agli Archivi di Stato ed a quelli di Capitoli e Confraternite di Roma. Professore di liceo, conseguì la libera docenza di storia di Roma e del medioevo nell'Università di Roma. Nel 1873 pubblicò la monografia L'influenza degli Italiani sui loro conquistatori, notevole per i giudizi originali in essa espressi. Seguirono gli studi: Il progresso delle colonie europee, La pace di Roma dell'a. 1188, Documenti feudali della provincia di Roma, Antichità della Sabina e della Campagna, Tavole per uso della scuola di epigrafia latina. La maggiore pubblicazione del T., coronamento e frutto di un trentennale lavoro, è la storia della campagna romana, cominciata nel 1892 con l'illustrazione delle Vie Nomentana e Salaria nei volumi dell'Archivio della Società di storia patria; passò poi alle Vie Appia, Latina, Aurelia e Casilina. Il T. aveva ripreso il disegno di A. Nibby (v.) adottando il sistema più razionale di percorrere le vie consolari. L'opera fu condotta con più severo metodo critico e con maggiore copia di notizie in confronto delle precedenti opere del genere e la intitolò: La campagna romana antica, medioevale e moderna. Il T. poté curarne il I vol. (Introduzione generale) ed il II (Vie Appia, Ardeatina, Aurelia), che uscì nel 1910. La morte gli impedì di condurre a termine l'impresa. Il figlio dott. Francesco la continuò, pubblicando nel 1913 il III vol. (Vie Cassia, Clozia, Flaminia, Tiberina, Labicana e Prenestina); un IV vol. (Via Latina) fu edito nel 1926. Carattere speciale dell'opera di G. T. è la connessione fra l'antichità ed il medioevo; inoltre ciò che descrive fu da lui veduto in continue escursioni nella campagna di Roma. Il T. fu uno dei più animosi fondatori della Società Romana di storia patria, segretario dell'Accademia di S. Luca e socio della Pont. Accademia romana di archeologia e dell'Istituto archeologico germanico. Di feconda versatilità, di sana arguzia, di prodigiosa memoria, il T. fu un mirabile docente soprattutto per l'arte di dar vita con la parola ad uomini e cose del passato. La sua salda fede religiosa lo sostenne per tutta la vita nell'alterna vicenda di soddisfazioni e contrarietà.

Biel.: necrologi, in Bull. della Commiss. archeol. comunale di Roma, 38 (1910), p. 321 sgg. e in Bull. dell'Ass. archeol. rom., 1 (1911), pp. 59-61.

Gioacchino Mancini
TOMBA. - La t. interessa la storia della civiltà come testimonianza assai spesso insostituibile delle attitudini creative di popoli antichissimi, costituendo di per se stessa un'entità artistica autonoma, come 1 tempio e la casa di abitazione civile. Per le civiltà