uola di Alberto, s. T. prese contatto non solo con tutto il corpus aristotelicum, ma anche con i commentatori arabi e greci fino allora tradotti specialmente con il corpus dionysianum e poté rivelare al maestro la sua reale capacità. Per l'insistenza di Alberto, che sollecitò i buoni uffici del card. Ugo di S. Caro, il generale dell'Ordine nel 1252 chiamò T. a Parigi per prendere il posto vacante di baccelliere in teologia della cattedra domenicana. Dopo aspre contese, fomentate dai maestri secolari che dovettero cedere per intervento diretto del papa Alessandro IV (cf. Lett. al Cancell. dell'Univ. di Parigi del 3 marzo 1256, in Chart. Univ. Paris., I, n. 270, p. 307; cf. nn. 293, p. 339, e 317, p. 366), T. ottenne la licentia docendi entro il mese di giugno dello stesso anno, ma non fu ammesso nel Collegio dei professori (insieme con s. Bonaventura) che il 15 ag. dell'anno seguente ( 1257 ) dando inizio al suo insegnamento di magister regens nel seguente mese di ott.
Ormai tutta la vita di T. fu assorbita dall'attività scientifica che si svolse alternativamente tra l'Università di Parigi e l'Italia. Il primo magistero parigino (1256-59) fu turbato dall'attacco dei maestri secolari, guidati da Guglielmo di S. Amore, per impedire agli Ordini mendicanti l'ingresso nell'Università : gli avversari gettarono sulla bilancia anche la questione dell'Exangelium aeternum, ma senza riuscire nell'intento. S. T. sulla fine dell'anno scolastico 1259 si mise in viaggio per l'Italia, dopo aver partecipato nella Pentecoste (giugno 1259) al Capitolo generale di Valenciennes, collaborando con s. Alberto Magno e Pietro di Tarantasia (poi papa Innocenzo V) alla compilazione della Ratio studiorum dell'Ordine (cf. Chart. Univ. Paris., t. I, n. 385, p. 385 sgg.). Questo primo soggiorno italiano (1259-68) di quasi dieci anni è il periodo più continuo e tranquillo della vita del Santo, nel quale egli dispiegò un'attività scientifica pro-

(fot. Alinari)
Tommaso d'Aquino, santo - S. T. d'A., dipinto di fra' Bartolomeo - Firenze, Convento di S. Marco.
digiosa. Insegnò presso lo Studium Curiae chiamatovi da Urbano IV a Viterbo e poi a Orvieto; negli anni 1265-67 si trova nel convento romano di S. Sabina con l'incarico di riordinare lo Studio generale dell'Ordine; nel 1267-68 è con probabilità ancora a Viterbo presso Clemente IV. Alla Corte pontificia strinse amicizia con il confratello fiammingo Guglielmo di Moerbeke, il quale gli fu prezioso aiuto sia con la revisione delle vecchie versioni sia con nuove versioni dal greco di Aristotele e dei principali commentatori greci di Aristotele e dei testi neoplatonici, in particolare della Zonı̨̨̄̄̄̄̄̄̄̄̄̄̄̄̄ di Proclo nel 1268, i commenti alle Categorie di Simplicio nel 1266 e al De Coelo et mundo del medesimo nel 1271, al Perihermeneius di Ammonio nel 1268, al De anima di Temistio nel 1268 e al De anima di Giovanni Filopono ancora nel 1268. Di data anteriore è la versione del commento ai Metereologica di Alessandro di Atrodisia, a Nicea nel 1260. Sulla fine del 1268 , forse per ordine dello stesso Pontefice, s. T. era in viaggio per Parigi dove nel genn. del 1269 iniziò l'insegnamento continuando nell'anno accademico 1270-71. Questo secondo magistero parigino è il periodo più agitato nella vita del Santo e di più aspra lotta su tutti i fronti : anzitutto il divampare dell'averroismo nella Facoltà delle arti, poi la lotta aperta contro il suo aristotelismo da parte dell'indirizzo sgostinista dominante nella Facoltà di teologia (e sembra sotto l'ispirazione diretta di s. Bonaventura: cf. J. D'Albi, S. Bonaventure et les luttes doctr. de 1267-77, Parigi 1923) culminante nella burrascosa disputa del 1270 che abbracciava le principali tesi del tomismo (e in particolare la "unicità della forma sostanziale") alla presenza di Stefano Tempier, vescovo di Parigi, nella quale T. "fuit quasi solus huius sententiae"; infine la lotta riaccesa dai maestri secolari Gerardo di Abbeville e Nicola di Lisieux contro gli Ordini mendicanti, che provoch da parte del Santo i due mirabili scritti De perfect. vitae spirit. e Contra retrahentes a relig. ingressu. Nella primavera del 1272 T. ricevette dai superiori l'incarico di riordinare (dietro invito di Carlo d'Angiò) l'insegnamento di teologia nell'Università di Napoli : oltre all'insegnamento che abbracciò l'intero anno 1272-73 e la prima parte del 1273-74 fino a genn., s. T. attese con intensità alla III
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parte della Sum. Theol., alla composizione di opuscoli e di commenti ad Aristotele e alla predicazione quaresimale al popolo nella lingua volgare. Nel genn. del 1274 fu invitato da Gregorio X al Concilio di Lione : messosi in cammino, con la compagnia del suo fedele segretario fra' Reginaldo da Piperno, venne colto per via da insolito malore che, ribelle alle amorose cure della nipote Francesca, la contessa di Ceccano che l'accolse nel castello di Maenza, lo trasse a morte il 7 marzo 1274 nell'abbazia cistercense di Fossanova dove, presago della fine, aveva chiesto ospitalità. Fu canonizzato da Giovanni XXII ad Avignone il 18 luglio 1323 e dal domenicano s. Pio V fu dichiarato nel 1567 "Dottore angelico " ch' è il suo titolo d'onore assieme a quello ufficiale di Doctor communis. Già il suo maestro s. Alberto Magno, accorso a Parigi per difenderlo dalla condanna del 1277, l'aveva proclamato "splendore e fiore di tutto il mondo" (Fontes vitae s. Th. Aq., fasc. IV, p. 38a).
II. Opere. - L'attività scientifica di s. T. ha una doppia origine: anzitutto il dovere dell'insegnamento che l'obbligava all'interpretazione dei testi ufficiali come la S. Scrittura, le Sentenze di Pietro Lombardo, le opere di Aristotele, di Boezio, dello Ps. Dionigi, ecc. e alla redazione delle questioni disputate e dei convegni scolastici stagionali (Quodlibeta); poi gli scritti d'occasione, suscitati dalla carità fraterna e dalla cortesia di rispondere agli incarichi avuti dal Papa e dai superiori e ai quesiti che gli venivano proposti. In questa seconda classe di «scritti occasionali» possono rientrare, oltre gli opuscoli, le sue due opere più originali: la Sum. c. Gent. e la Sum. Theol., la prima composta (sembra) dietro richiesta del generale dell'Ordine s. Raimondo di Peñafort, la seconda - ch'è il suo capolavoro incompiuto scritta a vantaggio dei giovani studenti dell'Ordine per guidarli nel caos nel quale spesso si smarriva l'insegnamento teologico, legato ai commenti delle Sentenze di Pietro Lombardo (cf. il Prologo).
I. Cronologia. - La maggior parte delle date è approssimativa: seguendo il Grabmann (Die Werke..., ed. postuma 1949) si dànno delle date controverse i termini estremi a quo e ad quem ritenuti più probabili, secondo le ricerche di P. Castagnoli, J. A. Destrez, A. Dondaine, T. Käppeli, P. Glorieux, O. Lottin, A. Motte, A. Man. siou, F. Pelster, A. Pelzer, P. Synave, G. Théry, A. Walz e soprattutto di P. Mandonnet e dello stesso mons. Grabmann. Il problema della cronologia degli scritti, per uno studio critico del pensiero di s. T., ha un'importanza almeno pari a quella della loro autenticità. Tuttavia non è ancora abbastanza compresa l'importanza di seguire, nello studio delle dottrine, l'ordine cronologico delle opere: ciò ha impedito di afferrare lo sviluppo delle dottrine (cf. P. Mandonnet, Les écrits auth. de st. T. D'A., $1^{\circ}$ ed., Friburgo 1910, p. 10, nota; J. De Guibert, Les doublets de st. T. d'A. Leur étude méthod., Parigi 1926: esamina i problemi De Deo uno et trino, le dottrine sulla fede, sulla salvezza degli infedeli, sui doni dello Spirito Santo, sulla natura della carità).
a) Commenti alla S. Scrittura. - 1. Expos. in Job (Tolomeo di Lucca, 1261-64; Mandonnet, 1269-72). 2. In Psalmos Davidis lectura (1271-73). 3. Expos. in Cantica canticorum (perduto). 4. Expos. in Yosiam prophetam (Mandonnet, 1256-59; Destrez, 1269-74); 5. Expos. in Jeremiam prophetam (Mandonnet, 1267-68). 6. Expos. in Themos Jeremiae prophetae (Mandonnet, 1264-69); 7. Catena aurea super quattuor Evang. (1261-64 per s. Martro; dopo il 1264 per gli altri). 8. Expos. (lectura) in Ev. s. Matthaei (1256-59). 9. Expos. in Ev. s. Joannis (1269-72). 10. Expos. in s. Pauli apost. epist. (per I Cor. 11 alla fine: 1259-65; per Rom. - I Cor. 1-10: 1272-73).
b) Commenti ad Aristotele. - 1. In libros Perihermeneias expos. (fino al 1. II, lect. 2: 1268-72). 2. In libros posteriorum Analyticorum expos. (1268-72). 3. In octo libros Physicorum expos. (dopo il 1268). 4. In libros De
Caelo et Mundo expos. (fino al 1. III, lect. 8: 1272). 5. In libros De Generatione et Corruptione expos. (fino al 1. I, lect. 17: 1272-73). 6. In libros Meteorologicorum expos. (fino al 1. II, lect. 10: 1269-72). 7. In libros De Anima lectura (lib. I; verso il 1270, Verbeke) expos. (ll. II-III: 1267-72). 8. In libros De sensu et sensato expos. (1267-72). 9. In librum De memoria et reminiscentia expos. (1267-72). 10. In duodecim libros Metaphysicorsae expos. (1266-72). 11. In decem libros Ethicorum expos. (1260-69). 12. In libros Politicorum expos. (fino al 1. III, lect. 6: 1269-72). 13. In librum de causis expos. (1269-73).
c) Opere sistematiche. - 1. Commentum in quattuor libros Sententiarum magistri Petri Lombardi (1254-56; un secondo commento posteriore è andato perduto). 2. Sum. c. Gent. (1261-64). 3. Sum. Theol. (fino alla pars III, q. 90. Segue il Supplem., compilazione di fra' Reginaldo da Piperno che si è servito del Commento a 1. IV delle Sentenze) : pars I, 1266-68; pars II : $1^{\mathrm{b}}-\mathrm{II}^{\mathrm{co}}$, 1269-70, II $^{\text {b }}-1^{\text {I }}{ }^{\text {co }}: 1271-72$; pars III, 1272-73. 4. Quocstiones disputatae: De veritate: Parigi artt. 1-84 (12561257); artt. 85-168 (1257-58); artt. 169-253 (12581259); De patentio: Roma, artt. 1-55 (1265-67); Viterbo, artt. 56-83 (1267-68); De spiritualibus creaturis, Viterbo (1268). A Parigi : De anima (1269); De virtutibus in communi (1269-70); De molu (1269-72); De caritate (1269-72); De spe (1269-72); De correctione fraterna (12691272); De unione Verbi incarnati (1270-72). 5. Quaestiones Quodlibetales (si tenevano durante le vacanze di Natale e Pasqua) : Quodl. VII-IX (1256-59); Quodl. I-VI e XII. Il p. Mandonnet suggerisce la seguente distribuzione: Quodl. VII (Natale 1256); Quodl. VIII (Natale 1258); Quodl. IX (Pasqua 1258); Quodl. XI (Pasqua 1259); Quodl. I (ancora Pasqua 1259); Quodl. II (Natale 1269); Quodl. III (Pasqua 1270); Quodl. IV (Pasqua 1271); Quodl. V (Natale 1271); Quodl. VI (Pasqua 1271). I dubbi avanzati da P. Glorieux sull'autenticità del Quodl. IX sono stati respinti come infondati da J. Isaac, in Arch. d'hist. doctr. et litt. du m. d., 22-23 (1947-48), p. 187 sgg .
d) Opuscoli autentici. - 1. Contra errores Graecorum ad Urbanum IV Pont. Max. (1261-64). 2. Compendium theologiae ad fratrem Reginaldum socium suum cariss. (12721273: incompiuto, fino al De virtute spei, c. 256). 3. De rationibus fidei contra Soracenos, Graecos et Armenos ad Cantorem Antiochemum (1261-64). 4. De duobus praeceptis caritatis et decem legis praeceptis (reportatio) (1273). 5. Devotiss. expos. super Symbolum Apostol. (1273). 6. Expos. devotiss. orationis dominicae (1273). 7. Devotiss. expos. super salutationem angel. (1273). 8. De artic. fidei et Ecclesiae Socramentis ad archiep. Panormitanum (1261-68). 9. Responsio ad fr. Joannem Vercellensem, gener. magistr. Ord. Praed., de artic. XLII (1271). 10 Responsio ad lect. Venetum da artic. XXXVI (1269-71). 11. Responsio ad lect. Bisantinum de artic. VI (1271). 12. De differentia verbi Bisini et humani. 13. De natura verbi intellectus. 14. De substantiis separatis seu de angelorum natura ad fratrem Reginaldum socium suum cariss. (incompiuto; 1272-73). 15. De unitate intellectus contra avernistas (1270). 16. Contra pestiferam doctrinam retrahentium homines a religionis ingressu (1270). 17. De perfectione vitae spiritualis (12691270). 18. Contra impugnantes Dei cultum et religionem (1256-57). 19 De regimine principum ad regem Cypri (fino al 1. II, cap. 4: 1265-66). 20. De regimine Yudaeorum ad ducissam Brabantiae (1270). 21. De forma absolutionis ad gener. magist. Ord. (1269-72). 22. Expos. primae decretalis ad archidiac. Tudertinum (1259-68). 23. Expos. super secundam decretalem ad aundem (1259-68). 24. De tertibus ad dominum Jacobum de Burgo (1269-72). 25. De iudiciis astrorum ad fratrem Reginaldum socium suum cariss. (12691272). 26. De aeternitate mundi contra murmurantes (1270). 27. De principio individualionis. 28. De ante et essentia (1254-56). 29. De principiis naturae ad fratrem Silvestrum (1255). 30. De natura materiae et dimensionibus interminatis (1252-56). 31. De mixtione elementorum ad magist. Philippum (1273, Walz). 32. De occultis operibus naturae ad quemdam militem (1272). 33. De motu cordis ad magistrum Philippum de Castrocoeli (1269-72). 34. De instantibus. 35. De quattuor oppositis. 36. De demonstratione. 37. De fallaciis ad quosdam nobiles artistas. 38. De propositio-
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nibus modalibus. 39. De natura accidentis. 40. De natura generis. 41. De emptione et venditione ad tempus. 42. Expos. in librum Boethii De hebdomadibus (1255-61). 43. Expos. super librum Boethii De Trinitate (1255-61). 44. Expos. in Dionysium De divinis nominibus (1261-68). 45. Officium de festo Corporis Christi ad mandatum Urbani Pupae IV (1264). Hymnus "Adoro te devote". 46. Epist. de modo studendi. 47. De secreto. 48. Responsio ad Jr. Joannem Vercell., gener. magist. Ord. Praed., de artis. CVIII sumptu ex opere Petri de Tarantasia (1265-67). 49. Responsio ad Bernardum, abbatem Casinensem (1274; è l'ultimo scritto del Santo, composto mentr'era in viaggio, diretto al Concilio di Lione).
e) Varie. - Sermoni (il numero è incerto. Una nuova raccolta di II prediche è stata scoperta nelle biblioteche di Spagna da P. T. Käppeli, v. Arch. Fr. Praed., 13 [1943], pp. 59-94). Preghiere (il numero è incerto). Due Principia (o lezioni magistrali): uno come "Beccalaureus biblius" del 1252 sul tema: "Hic est liber mandatorum Dei " e l'altro come "Magister regens" del 1256 sul tema: "Rigans montes de superioribus suis " (ed. F. Salvatore, Due sermoni ined. di s. T. d'd., Roma 1912).
2) Osservazioni. - a) Opuscoli spuri. - Il Grabmann (op. cit., p. 395 sgg.) elenca 33 titoli di opuscoli che furono attribuiti a s. T. ma che risultano certamente spuri. Alcuni di essi sono compilazioni estratte da opere autentiche (ad es., De nat. loci; De nat. luminis; De tempore per i capp. 1-4; De quo est et quod est. ecc.). Un sonetto italiano che il cod. 9 A 27 della Bibl. Estense di Modena attribuisce a s. T. e che il p. Mandonnet accetta per autentico, ha sollevato seri dubbi e il Grabmann ( $s p$. cit., p. 413) fa l'ipotesi se non si possa attribuire al fratello di s. T., Rinaldo d'Aquino, che lasciò una raccolta di poesie. Il Grabmann (op. cit., 141 sgg.), fondandosi sulla critica del p. A. Dondaine, non accetta neppure la Quaest. de nat. beatit., scoperta nel cod. Vat. lat. 784

(Int. Evo. Catl.)
Tommaso d'Aquino, santo - Pagina della Summa contra Gentiles. I, 22 -inizio 56 ; Opera Omnia, XIII, Roma 1918, pp. 127 sgg., 23* Autografo di s. T. d'A. nella cosiddetta littera inintelligibilis. Un esempio di trascrizione diplomatica di questa scrittura si trova alla voce conoscenza, vol. III, coll. 373-74 - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 9850 , f. 16 r (ca. 1258 ).

(Int. Giovanni Amone)
Tommaso d'Aquino, santo - In Dionysium Areopagitum di s. Alberto Magno, già creduto autografo di s. T. - Napoli, Biblioteca nazionale, I B. 54 (sec. xili).
dal p. Mandonnet e da lui datata al 1266. Ha iniziato una ricerca fondamentale, sulla base di uno studio comparato della tradizione manoscritta, dell'autenticità degli opuscoli G. F. Rossi, Gli opuscoli di s. T., Criteri per conoscere l'autenticità, in Divus Thomas Plac., 56 (1953), pp. 211-36.
b) Gli autografi. - La Biblioteca di Montecassino (cod. 82) possiede il testo dell'ultimo scritto del Santo, la Responsio ad Bernardum, abbatem Cassin., scritto in margine al manoscritto dei Moralia di s. Gregorio M., che il Tosti e l'Uccelli hanno dichiarato per autografo (cf. P. Mandonnet, op. cit., 1* ed., p. 107; egli consente nell'attribuzione). La Biblioteca Apostolica Vaticana possiede due codici - dono della diocesi di Bergamo a Pio IX nel 1874 - che sono riconosciuti, senz'alcun dubbio, di mano del Santo. Il cod. Vat. lat. 9850 contiene buona parte delle tre seguenti opere: Sum. c. Gent. (ca. metà dell'opera intera, ff. $2^{2}-89^{*}$; Comm. in Boeth de Trinit. (per intero, ff. $90^{2}-104^{*}$ ); Postillae in Isaiam (cc. 34 50, ff. $105^{2}-14^{*}$ ). L'edizione leonina (voll. XIII-XV) della Sum. c. Gent. è fatta per la parte conservata sul codice autografo. Il cod. Vat. lat. 9851, contiene il commento al I. III delle Sentenze (studio fondamentale: G. F. Rossi, L'autografo di s. T. del Comm. al III lib. delle Sent., $2^{2}$ ed. Piacenza 1933). Gli autografi vaticani sono scritti nella cosiddetta littera inintelligibilis (il Cod. 9851 a partire dal f. 11) che ha avuto finalmente nel p. P. Mackey, della Commissione Leonina, il suo interprete sicuro (cf. nel t. XIII, p. IV a b la tavola che riproduce la "littera inintelligibilis" del f. 34, C. Gent. II, 25-25 con la trascrizione diplomatica). Di alcuni altri pretesi autografi, ad eccezione di qualche frammento ritrovato in reliquiari, non c'è prova sicura (cf. M. Grabmann, Die Werke..., p. 436 sgg.). Anche se non può esser riconosciuto autografo, come ha dimostrato il p. Kaeppeli, va segnalato il cod. VIII. F. 16 della Bibl. naz. di Napoli che contiene il commento alla Metafisica di Aristotele, che sembra corretto dalla mano di s. T. o certamente sotto la sua di-
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rezione. Un altro codice, ancor più celebre, della Bibl. naz. di Napoli che contiene il Commento di s. Alberto M. a tutto il Corpus Dionysianum fu creduto dalla tradizione locale e dall'Uccelli una «repertatio» e quindi un autografo di s. T. che risale perciò al periodo del suo soggiorno a Colonia: ma non c'è un argomento decisivo (cf. P. Mandonnet, op. cit., $1^{\text {a }}$ ed., p. 133 sgg.; G. Meersseman, Introd. in opera Alberti M., Bruges 1931, p. 102; M. Grabmann, Die Werke..., p. 341 sgg., p. 436 sgg.).
c) Opere perdute. - Nella loro lettera, i maestri della facoltà delle arti di Parigi chiedono di poter avere quelle opere che il Santo, lasciando Parigi nel 1272, aveva promesso (speciali promissione) d'inviar loro, appena finiti cioè alcuni scritti di filosofia incominciati, colà ch'essi speravano avesse portato a termine in Italia: vengono indicati specialiter Comm. Simplicii super librum de ccelo et mundo et Exposit. Tymaei Platonis ac librum De aquarum conductibus et ingeniis erigendis. La prima opera ha certamente ispirato il commento di T. al De ccelo et mundo rimasto incompiuto e datato appunto nell'ultimo soggiorno napoletano. Recenti studi del Birkenmajer e del Grabmann hanno provato che il Moerbeke aveva condotto a termine le traduzioni delle tre opere indicate : un ampio frammento in tre pezzi della traduzione moerdekiana al Commento di Proclo al Timeo è stato rilevato nell'opera enciclopedica di E. Bate di Malines, Speculum divin. et quorumdam naturalium, 1. XI, c. 24, 1. XXII, c. 10 e c. 25 (cf. A. Birkenmajer, Neues zu dem Brief der Pariser Aristotelokultät über den Tod des hl. Th. v. A., in Xenia Thom., III, Roma 1925, spec. p. 65 sgg.). Fra i commenti alla S. Scrittura sembrano andati perduti, se stiamo alle indicazioni del catalogo ufficiale redatto dal notaio Bartolomeo di Capua che in gioventù conobbe di persona s. T., i commenti a s. Marco, s. Luca e s. Giovanni e la reportatio su s. Matteo. Così sono andati smarriti il commento al Cantico dei Cantici e una seconda redazione del commento al I 1. delle Sentenze : scritti contemporanei, a quanto pare, della $1^{2}$ parte della Sum. Theol. (cf. P. Mandonnet, op. cit., pp. 34, 53, 57). Di un commento di s. T. alle altre due opere, non si è trovato ancora traccia e con molta probabilità rimasero allo stato di progetto. In questa materia si può osservare che, malgrado i notevoli progressi della critica storica sulla produzione di s. T. non è escluso - specialmente riguardo agli opuscoli - che si possa giungere alla scoperta o all'identificazione di qualche altra opera. Così il ms. lat. 14, 546, della Bibl. nazionale di Parigi di grande autorità perché sembra risalire al 1280 ca., contiene, ad es., l'opuscolo De concord. dictorum s. T., in mezzo agli altri opuscoli d'indubbia autenticità (cf. G. F. Rossi, Il Cod. lat. 14.546 della Bibl. naz. di Parigi con gli opusc. di s. T., in Divus Thomas Plac., 54 [1951], p. 301 sgg.).
Commenti incompleti : il commento al Perihermen. arriva fino alla $3^{\text {a }}$ lect. del 1. II; quel che segue nelle edizioni è del card. Gaetano. Il commento alla Metaph. finisce col 1. XII; il commento alla Polit. arriva alla lect. 6 del 1. III, quello al De Coelo et mundo arriva alla lezione 8 del 1. III, quello di Metereol. fino alla lect. 8 del 1. II (furono completati dal maestro secolare Pietro di Alvernia) e quello al De gener. et corrupt. fino alla lect. 17 del 1. I (il resto è opera del domenicano T. De Sutton). Anche il De reg. princ. è rimasto al cap. 4 del 1. II: il resto sembra sia opera di Tolomeo di Lucca.
III. La formazione del tomismo. - 1. Il problema delle fonti nel pensiero tomista è capitale e costituisce la chiave per la comprensione della sua formazione. Si tratta d'individuare anzitutto i testi ed eventualmente le versioni (dal greco e dall'arabo) che s. T. effettivamente ebbe presenti; poi occorre rilevare il contesto dottrinale preciso secondo il quale tali fonti influirono nello sviluppo del pensiero tomista; infine si dovrebbero indicare le altre interpretazioni che dette fonti ebbero nell'ambiente culturale del medioevo, per poter fare un bilancio esatto dell'opera dottrinale del Santo.
Per il primo punto si può dire che la novità rivolu-
zionaria della biblioteca del sec. xili era stata la traduzione delle opere di filosofia naturale e di metafisica, di etica e politica di Aristotele : il fatto che s. T. appena adolescente frequentò all'Università di Napoli il testo diretto della logica e della filosofia naturale con maestro Martino e Pietro d'Irlanda può essere considerato un momento decisivo nel suo orientamento futuro a favore dell'aristotelismo, rompendo con il platonismo della tradizione agostiniana. L'Angelico poteva conoscere direttamente di Platone il Timeo nella versione-commento di Calcidio (che ispira il platonismo umanista della scuola di Chartres) e forse anche il Pédone e il Mémone; la dottrina platonica era diffusa anche dalle opere di Cicerone e specialmente nel commento al Somnium Scipionis di Macrobio; la fonte però principale del platonismo medievale è stato s. Agostino (cf. De Trin., 1. VII, De Cre. Dei, 11. VIII-X) e ciò deve orientare circa il senso preciso dell'antitesi platonismo-aristotelismo che domina il medioevo e sta al centro dell'attività di s. T. e delle polemiche suscitate dalla sua opera. Perché è noto che s. Agostino non lesse direttamente alcuna opera di Platone e conobbe il platonismo della tarda elaborazione di Plotino, le cui Enneadi erano state tradotte dal retore Mario Vittorino al quale si puó riconoscere di aver accostato i termini e i problemi della speculazione neoplatonica alla teologia cristiana dell'Occidente (cf. E. Benz, Marius Victor. u. die Entwicklung der abendländ. Willensmetaph., in Forsch. z. Kirchen u. Geistugesch., I, Stoccarda 1932, spec. pp. 39 sgg., 343 sgg.). In questo contesto storico la tesi comune, esposta dal Baeumker, che il platonismo è dominante nel sec. xit, regredisce nel sec. xili per ri. prendere vigore nell'Umanesimo (Cl. Baeumker, Der Platonismus im Mittelalt., in Stud. u. Charakteristiken, Baeumkers Beiträge..., 25 [1928], p. 58 sgg.) enunzia il semplice fatto storico, ma non ne precisa la misura e il suo effettivo significato culturale. Se si può riconoscere che realmente le lotte dottrinali del medioevo si pongono intorno all'alternativa Platone-Aristotele, si deve ammettere che il Platone autentico (quello del rigido dualismo, del $\pi \tau \bar{\eta} \mu \alpha$, del $\chi \omega \rho \iota \sigma \mu \delta \varsigma$ fra apparenza e realtà, fra mondo sensibile e idee), è assente. L'alternativa si riduce piuttosto tra Plotino (o neoplatonismo in genere) e Aristotele dove il divario tra Plotino che concepisce l'emanazione necessaria e resta monista della trascendenza e Platone dualista che crea i miti del Demiurgo e dell'anima, è forse maggiore di quello tra Plotino e Aristotele, monista dell'immanenza che non riconosce i miti né alcuna trascendenza (cf. E. Hoffmann, Platonismus und Mittelalt., in Wartburg. Vortr. 1923-24, Berlino 1926, spec. p. 71 sgg.). Nelle controversie perciò del sec. xilt Platone è fuori causa e ciò spiega perché una mente critica come s. T. avesse avuto il proposito, come consta dalla Lettera della facoltà delle arti del 10 maggio 1274, di dare un commento o studio diretto del Timeo platonico: tale commento avrebbe certamente dato la chiave per comprendere i principi ispiratori delle metafisica tomista nella sua ultima fase circa i quali, come si dirà, la scuola tomista non ha fatto ancora piena luce. Si comprende pertanto che l'Angelico non ebbe a disposizione che scarsi elementi, insufficienti per tentare un'interpretazione di Platone, a differenza di quanto egli poté fare per Aristotele. Fonte principale per la conoscenza di Platone, come per tutta la filosofia prearistotelica, è stata per s. T. lo stesso Aristotele nelle introduzioni ai suoi trattati (cf. il I 1. della Et. Nic., della Metaph., del De An., del De Gen. et Corr.), dove ormai le teorie si trovano semplificate e in qualche modo piegate per dare maggior risalto all'esposizione polemica.
Il secondo fatto capitale delle fonti del pensiero tomista, in merito all'alternativa Platone-Aristotele, è dato dalla complessa sovrastruttura d'influssi d'ispirazione neoplatonizzante che sono intervenuti nel dibattito. Primo fra tutti s. Agostino stesso con il peso della sua autorità di maestro indiscusso della teologia medievale, che s. T. accetta non meno dei suoi contemporanei, specialmente nelle questioni riguardanti la teologia trinitaria, il peccato e la Gratia. Più delicato è il rapporto fra i due dottori nelle questioni puramente filosofiche dove l'aristotelismo tomista non poteva accettare compromessi : tut-
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tavia egli accetta le dottrine fondamentali del trascendentulismo causale e dell'esemplarismo divino, dove il contrasto inevitabile con i capisaldi del pensiero aristotelico è abilmente superato mediante quell'interpretazione "sintetica" di cui si dirà (sulla sintesi tomista di Agostino e Aristotele, v. M. Grabmann, Des hl. August. quaest. de Ideis in ihrer inhaltl. Bedeutung u. mittehlt. Weitersir. bang, in Mittelalt. Geistesleben, parte $2^{\text {a }}$, Monaco 1936, p. 32). Le controversie recenti riguardanti l'accordo fra s. Agostino neoplatonico e s. T. aristotelico non hanno dato risultati apprezzabili, né li possono dare perché la funzione dottrinale dei due dottori si pone in due epoche di cultura, l'antica e la medievale, che non sono commensurabili per il confronto che si vuole istituire e lo stesso s. T. ci fornisce sufficienti criteri (cf. In II Sent., 13, q. I, a. 3 ad 1; Sum Theol., 1a, q. 15 De ideis; ibid., q. 77, a. 5 ad 3 ; ibid., q. 84, a 5 ; ibid., q. 85, a. 2, ecc.). Tuttavia s. T. è ben consapevole del platonismo di s. Agostino e ne mette in rilievo l'opera di purificazione circa le dottrine eterodosse inammissibili per la fede cristiana, quali l'esistenza delle "idee separate" (Sum. Theol., 1a, q. 84, a. 5) : la metafisica della partecipazione esposta dai due dottori esprime la struttura, per dir così, trascendentale dell'ente finito nella sua dipendenza da Dio (cf. De spir.cr., a. 10 ad 8): "Non multum refert dicere quod ipsa intelligibilia participantur a Deo vel quod lumen faciens intelligibilia participatur a Deo ". La prima è la soluzione di s. Agostino, la seconda è di s. T. che assimila la dottrina aristotelica dell'intelletto agente (sul carattere della dipendenza di s. T. da s. Agostino, v. G. von Hertling, Angstionszitate bei Th. v. A., in Sitzungsb. d. philosophial. n.hist. Klasse, deg. heis. Beyer. Akad.d. Wissensch., Monaco 1914, pp. 535602; ripr. in Hist. Beitr. z. Philos., Kempten-Monaco 1913, pp. 97-151). Perciò la controversia, agitata negli ambienti neoscolastici, circa l'accordo o la divergenza fra questi due massimi dottori della Chiesa, non deve presentare un compito polemico ma soltanto esegetico: i due atteggiamenti dottrinali corrispondono a due momenti differenti della cultura cristiana così che questioni come quella di chiedere se s. Agostino abbia ammesso la dottrina dell'astrazione tomista o se concepisce l'anima spirituale come forma sostanziale del corpo in senso aristotelico-tomista non sono suscettibili di alcuna precisa risposta perché la diversa prospettiva culturale non permette l'alternativa di una risposta (cf. B. Kaelin, Die Erkenntnislehre des hl. Aug., Sarnen 1921, p. 42; la teoria dell'astrazione dell'intelligibile dal sensibile è estranea a s. Agostino). La profonda trasformazione della dottrina agostiniana a contatto con l'aristotelismo è spesso mascherata da s. T. : si ha l'impressione che la maggior parte degli errori della metafisica della scuola agostiniana egli li attribuisca all'estrinsecismo di Avicenna e di M. Maimonide e al realismo esagerato dell'ebreo Avicebron (è la tesi giusta, con un titolo forse poco felice, di E. Gilson nell'articolo : Pourquoi st Th. a critiqué et Aug., in Arch. d'hist. doctr. et litt. du m. d., I [1926], p. 5 sgg., cf. p. 117 sgg.). Un esempio sconcertante ma significativo del carattere sintetico dell'esegesi tomista è il prologo alla regneseo dell'art. I della Q. de spir. creat. dove s. T. fa precedere l'autorità di s. Agostino a quella di Aristotele per il concetto metafisico della materia prima come "pura potenza" ("...ut patet per Augustinum XII Confess. et I Super Gen. ad litt. et per Philosophum in VII Metaph. ", ed. L. W. Keeler, p. 10, 2-5).
Più originale è il rapporto di s. T. all'altra fonte del neoplatonismo teologico ch'è lo Ps. Dionigi (v.) il cui influsso eguaglia e in alcuni problemi supera quello di s. Agostino medesimo. S. T. commentò del Corpus Dionysianum soltanto il De divinis nominibus, attenendosi - come per i commenti ad Aristotele e alla Scrittura al metodo letterale: notevole è lo sforzo del Santo per trovare, fra le diverse versioni, la lezione più intelligibile che di solito è quella della traduzione del Sarrasin (cf. G. Théry, L'entrée du Ps. Denis en Occident, in Mélanges Mandonnet, Parigi 1930, t. I, p. 23 sgg.). L'influsso dello Ps. Dionigi è in profondità e interessa i problemi più ardui della metafisica quali la dottrina dei trascendentali e dell'analogia, la conoscenza di Dio (la teo-
logia affermativa e negativa) e il problema del male; questo Dionigi poi secondo s. T. ha meglio di tutti sfrondato l'errore della filosofia platonica e inserito il nucleo profondo della sua verità nella teologia cristiana (cf. le dichiarazioni di s. T. nel Prol. al Commento al De div. nom. e specialmente nel De subst. separ., c. 17). E specialmente nell'atmosfera dei testi dionisiani, densi di profonde risonanze mistiche e di continue istanze di trascendenza, che s. T. ha vissuto quella conciliazione fra il platonismo e la verità cristiana che lo farà ardito a incorporare il principio metodico (non il metodo?) del platonismo dentro una metafisica elaborata ed espressa con principi aristotelici. Che questo sia stato il preciso intento lo mostrano anzitutto le 1700 citazioni esplicite dello Ps. Dionigi che ricorrono nelle sue opere (cf. Durantel, S. T. et le Pseudo-Denis, Parigi 1919) cosi che la sua autorità è chiamata a dire l'ultimo parola, ad es., in merito alla teologia del De Causis: "Hanc autem positionem corrigit Dionysius quantum ad hoc quod ponebant (Platonici) diversas formas separatas quas dicebant deos, et aliud per se bonitas, et aliud per se esse, et aliud per se vita et sic de aliis. Oportet autem dicere quod omnia ista sunt essentialiter ipsa prima omnium causa "... (In I. De Causis, lect. $3^{\text {a }}$; ed. cit., p. 722 a). Un altro segno dell'eccessionale valore teoretico che ha la speculazione dionisiana nel tomismo sta nella preoccupazione di sconfessare le interpretazioni eterodosse nel senso del pantriamo formale della scuola di Chartres che gli fa porre per tempo la questione: "Utrum Deus sit esse omnium rerum" (In I Sent., dist. 8, q. 1, a. 2); nella Sum. c. Gent., I, 26: Quod Deus non est esse formale omnium. Il Santo protesta contro l'«intellectus perversus» che alcuni hanno fatto dell'espressione dionisiana: Deus est esse existentibus (De div. nom., 3,4; PG 3, 818) facendo aperta violenza al contexto (a questa energica rettifica di s. T. si riferisce espressamente il Cusano in Apol. doctae ignorant., Parigi s. d., ma 1514, f. XXXVIII ${ }^{2}$ ). Ancora, l'affermazione dionisiana, ispirata al più schietto platonismo del primato del bene sull'ente, viene espressamente accolta da s. T. come il principio dell'ordine dinamico ("in causando": Sum. Theol., 1a, q. 5, a. 2 ad 1) in virtù del quale la stessa "materia prima", ch'è non-ens, ha potuto esser creata da Dio (sul primato del bene sull'essere, v. Q. de malo, q. I, a. 2. Anche In I. De Causis, lect. 4, ed. cit. p. 724 b: "Dionysius... in c. 4 De div. nom. praeordinat nomen boni in Deo omnibus divinis nominibus et dicit quod eius participatio usque ad non ens extenditur, intelligens per non-ens materiam primam $\cdot$ ). Infine è dionisiano il "principio dei gradi» o della continuità decrescente delle forme dell'essere secondo cui gli estremi si toccano " ovvero: semper fines primorum coniungens principis secundorum (PG 3, 872) che s. T. rende con espressione più trasparente: Supremum infimi attingit infimum supremi (Q. De Spir. creat., a. 2; ed. L. W. Keeler, p. 29, 5) che gli dà una chiave preziosa per sfuggire al trabocchetto dell'averroismo.
L'ultimo gruppo di fonti metafisiche è costituito da Boezio, il De Causis e Avicenna ai quali si deve il suggerimento diretto della tesi capitale della metafisica tomista qual'è la distinzione reale fra l'essenza e l'atto di essere nelle creature (cf. De Verit., q. 21, a. 5; De Pot., q. 3, a. 5) : qui è maturata quella nozione di partecipazione che, inserita da s. T. nella metafisica aristotelica, la solleva all'affermazione della totale dipendenza della creatura dal creatore e integra il concetto aristotelico di causalità come processo di alterità e distinzione con quello platonico di "presenza " e "somiglianza ". A Boezio si deve per primo fra i latini il progetto di tradurre tutte le opere di Aristotele e i Dialoghi di Platone e di mostrare l'accordo fondamentale dei due pensatori (Comm. in Arist. $\mathrm{N}_{\text {ep }}$ l'Epueveíac, $2^{\text {a }}$ ed., II : PL 64, 433; ed. Meiser, Lipsia 1877, p. 80). Da Boezio inoltre s. T. ha attinto sul testo del De Hebdomadibus la dottrina fondamentale che la struttura del concreto, in ogni suo livello predicamentale e trascendentale, è secondo una partecipazione: il fatto poi che Boezio sia stato il primo maestro dell'aristotelismo medievale prima con le versioni e poi nel rigore del metodo logico e nella metodologia e terminologia scientifica, suggerisce la
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constatazione che il tema della sintesi di Platone e Aristotele è l'elemento fondamentale, variamente operante ma dovunque presente, nella rinascita culturale dell'Europa. Frutto dell'alto magistero di Boezio e da lui ispirato è il commento tomista al De Trinitate (conservato in parte nell'autografo vaticano) : in esso T. affronta il problema della scienza, della divisione dei vari campi del sapere e del metodo scientifico: dalla filosofia naturale, alla matematica, fino alla teologia con un'ampiezza e precisione che non si riscontra in nessuna delle altre sue opere. Il De Causis, una volta riconosciutane la vera origine e l'indole neoplatonica, ha impegnato s. T. all'ultimo accostamento della metafisica platonica della trascendenza con quella aristotelica dell'immanenza: il commento tomista dell'opuscolo (le edizioni comuni sono molto scorrette) contiene elementi di eccezionale interesse speculativo per una teoria dell'essere il cui contenuto è decisamente platonico dentro la solida armatura aristotelica. Il commento ha inoltre il pregio di mettere a frequente confronto il De Causis con s. Agostino e lo Ps. Dionigi (cf. le proposizioni $2,3,4,5,6,9,10,14,16,19$ ) per ribadire il superamento della concezione platonica della "s"eparazione " a cui, come nota espressamente s. T., è rimasto fedele anche Proclo, ma non l'autore del De Causis per il quale - come per i cristiani - tutto fa capo a Dio (lect. 16; ed. cit., p. 744 a). Sarebbe quanto mai istruttivo, allo scopo di chiarire l'originalità del tomismo, poter mettere a confronto quello tomista con gli altri commenti medievali al De Causis ed in particolare, ad es., con quello del maestro di s. T., Alberto Magno (si trova nel t. X dell'ed. Borgnet, Parigi 1891). Alberto si mostra incertissimo sull'autore dell'opuscolo e non ha alcun sospetto sulla dipendenza da Proclo. Il commento è diviso in 2 libri, ogni libro contiene vari trattati e ogni trattato comprende diversi capitoli) e con quello di Egidio Romano, che fu suo discepolo a Parigi, il quale vuol precisare che l'autore dell'opuscolo è Alfarabi (Egidio Romano, Opus super aucth. de causis Alfarabium, Venezia 1550). Alle prop. 12, f. $40^{\circ}$, si legge la dichiarazione: "Liber iste extractus est ex libro Procli et est totus platonicus". Si può rilevare, fra l'altro, un'allusione polemica di Egidio al commento tomista nel commento della prop. IV, alla fine: "Notandum quod secundum quosdam per dicta huius authoris potest solvi ratio commentatoris ponentis unitatem intellectus. Voluit commentator quod unius et eiusdem rei non plurificaretur species, nisi propter materiam... At patet per autborem istum quod possunt plurificari species intelligibiles propter diversitatem recipientium, dato quod illa recipentia non sint materialia, ut in diversa substantiia sunt diversae species intelligibiles, quamvis substantiae immateriales existant" (ed. cit., f. 187). S. T. però aveva scritto esattamente il contrario e il discepolo non sembra molto perspicace (Liet., IV di s. T., ed. cit., p. 726 b. La data del Commento egidiano è: A. D. MCC nonag., Die Mercurii ante Purif. B. M. V.; col. 1127).
Ultimo in questo elenco di fonti neoplatoniche, ma primo con Aristotele nella formazione del pensiero tomista, è Avicenna, conosciuto per tempo nel sec. xili grazie alla traduzione di Gerardo da Cremona. La presenza di Avicenna è continua, ma seguendo le citazioni di s. T. si ha la chiara impressione che mentre nelle prime opere (Comm. alle Sent., De Ente et essent., De Ver.: cf. A. Forest, La constit. métaphys. de l'ére fini, Parigi 1932, pp. 331-60, raccolta di tutte le citazioni esplicite di Avicenna) il suo influsso è predominante, nelle opere della maturità subisce un notevole ribasso (cf. Pappa critica del De Subst. sep., c. 10). Tuttavia l'influsso di Avicenna è stato notevole nei momenti cruciali della metafisica tomista: 1) La soluzione tomista del problema degli universali (cf. Quodl., VIII, q. I, a. 1) ed è riferita ad Avicenna la teoria della corrispondenza fra la composizione logica di genere e differenza e la composizione metafisica di materia e forma (cf. W. Kleine, Die Substanzlehre Avic. bei Th. v. A., Friburgo in Br. 1933, spec. pp. 93 sgg., 113 sgg.). 2) La distinzione reale nelle creature fra essenza e atto di essere è affermata da s. T. nelle prime opere con una dipendenza verbale dal testo avicenniano (cf. In I
Sent. dist. 8, q. 5, a. 1 : l'art. compendia Avicenna, Metaph., tr. III, c. 8 e tr. V, c. 3) e prima q. IV, a. 2 l'artriassume Avicenna, Metaph., tr. V, c. 4 e tr. IX, c. 1 e nello ad 2 si rimanda a Metaph., tr. II, c. 1 e tr. III, c. 8 : per la distinzione reale). La posizione tomista però denunzia presto la concezione estrinsecista che Avicenna si fa dello esse come "accidens additum", per difendere l'essere come "actus substantiae" (In IV Metaph., lect. II, n. 556; cf. O. Pretal, Die frühislam. Attributenlehre, in Sitzungsb. d. Bayer. Ahad. d. Wiss., Phil. hist. Klasse, 1940, fasc. 4, p. 6i nota. Anche A. - M. Goichon, La philos. d'Avic. et son influence en Europe méd., Parigi 1944, p. 44 sgg.). Altra dottrina avicenniana connessa con questo caposaldo dal tomismo è la distinzione di possibile esse proprio della creatura e di necesse esse proprio di Dio che ispira certamente la III via tomista nella dimostrazione dell'esistenza di Dio (spec. nella C. Gent., I, 15 ; sembra che l'esposizione della Sum. Theol., 17, q. 2, a. 3 s'ispiri a M. Maimonide). Però anche in questo punto s. T. si scosta notevolmente da Avicenna in quanto attribuisce (con Averroè) una forma di necesse esse, dipendente da Dio, alle creature spirituali. 3) La distinzione fra le cause vui fieri e le cause voi esse: una distinzione che sta a fondamento di tutta la metafisica tomista della causalita. Anche a questo riguardo s. T. denunzierà l'estrinsecismo della dottrina avicenniana del "Dator formatum" e svolgerà da una parte il principio aristotelico dell'immanenza predicamentale che "omne agens agit sibi simile, quia agit per formam..." e dall'altra il principio d'immanenza trascendentale del De causis: "Causa prima plus influit in effectum quam causa secunda..." (prop. 1; ed. Bardenhewer, p. 163).
Questi dati critico-testuali impongono due conclusioni: 1) s. T. intende e dichiara di voler dare la concezione aristotelica del reale. La sua attività di commentatore delle opere principali del filosofo, intesa soprattutto alla ricerca della lezione più genuina del testo e del suo senso diretto, convalida la sua adesione all'aristotelismo ch'è incondizionata per quanto riguarda l'orientamento teoretico fondamentale, sia quanto al contenuto dell'essere sia rispetto al metodo per esprimerlo nella definizione della verità. 2) S. T. d'altronde introduce fin da principio e intensifica precisando con maggiore consapevolezza critica un complesso di tesi, principi e spunti metodologici di evidente derivazione platonica o - più esattamente - neoplatonica: ciò porta a dare alla speculazione come scopo immediato quello di operare l'accordo fra Platone e Aristotele attorno al quale attende con intenso fervore speculativo l'ultimo s. T. (cf. De Subst. sep., c. 2 : In quo conveniunt Plato et Aristoteles; c. 3: In quo differunt...). Quest'atteggiamento, ch'è decisivo per un'interpretazione del tomismo, è suggerito anzitutto all'Angelico da Boezio, ma prende corpo e senso esplicito nella sua mente specialmente negli ultimi scritti quando prende conoscenza diretta dei grandi Commentari ad Aristotele tradotti dal generoso fra' G. di Moerbeke. Alessandro di Afrodisia aveva denunziato drasticamente l'irriducibilità fra le concezioni di Platone e Aristotele (cf. In I. Metaph. 8-9, 990 a 34; ed. M. Hayduck, Berlino 1891, p. 78, 4 sgg.); ma prevalse contro di lui l'indirizzo neoplatonico, raccolto da Simplicio, di un accordo sostanziale fra i due filosofi sul fondo dei problemi così che la polemica antiplatonica di Aristotele riguarda unicamente la "terminologia " più poetica che filosofica di Platone (cf. Simplicio, In III De Coelo, 7, 306 a 1; ed. I. L. Heiberg, Berlino 1894, p. 640, 21 sgg. V. anche: In III De Anima, 5, 430 a 23; ed. M. Hayduck, ivi 1882, p. 247, 14 sgg. Ancora: In Categor., Prosemium: ed. C. Kalbffeisch, ivi 1907, p. 7. 29. A questo testo sembra alluda s. T. in Comm. IIIs. Metaph., 11, n. 468 e Q. De Spir. creat., 2. 3; ed. Keeler, p. 41. 3. La trad. lat. "antiquior" del Moerbeke è data per finita nel marzo 1266. Cf. ibid., Praef., p. XIX col. a). Fra gli Arabi è Alfarabi, maestro di Avicenna che continua l'impresa di mostrare l'accordo dei due filosofi, ciò che doveva essere il prologo dell'accordo fra la ragione e il monoteismo coranico: il fatto che il neoplatonico misticheggiante Avicenna abbia avuto una posizione di privilegio nella maggior parte della scolastica e che lo stesso s. T., soprattutto nelle opere della
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gioventù, gli conceda il pieno favore, dimostra all'evidenza che l'aristotelismo medievale era volto verso la "sintesi " e non per la "crisi " dei due filosofi. Di fatto l'Angelico alla fine si accorse, sul testo di Simplicio, della discordanza fra i commentatori greci; ma nell'impossibilità in cui si trovava di dare una propria interpretazione di Platone, si ressegnò anch'egli all'interpretazione sincretista di Simplicio (cf. In I De Coelo et mundo, lect. 22; ed. Parm. t. XIX, p. 58 b). Cosi nell'opera di s. T., considerata nel suo sviluppo storico, si presenta il paradosso che il suo aristotelismo è assai più intransigente nelle formole all'inizio quando tuttavia il suo pensiero subì notevolmente l'influsso di s. Agostino, di Avicenna, ecc., che quando nell'età matura conobbe a fondo le opere del filosofo e si cimentò contro l'averroismo latino. Ciò ha prestato il fianco a P. Duhem (Le syst. du monde de Platon d Cigernic, V, Parigi 1917, p. 569 ; tesi ripresa da L. Rougier nel saggio La scolast. et le thomis., (vi 1923) per accusare di artificiosità la sintesi tomista; ma a torto, perché tale sintesi è stata compiuta in funzione di una tradizione di pensiero ritrovata dall'Angelico in continuità della filosofia classica e da lui allargata nel clima cristiano per superare il punto morto del pensiero classico con l'antitesi Platone-Aristotele.
- Il " metodo letterale" del Commenti. - Non v'è dubbio che l'originalità dell'innovazione dottrinale di s. T. ha per principale causa la conoscenza e l'assimilazione degli scritti di Aristoteles. Infatti a differenza di Alberto Magno, che come Avicenna usa la parafrasi, s. T. adotta, con Averroè, il metodo letterale. La prima preoccupazione nei commenti tomisti (e il principio vale per tutti i commenti sia biblici come dottrinali) è di cogliere il senso diretto della littera del filosofo che a quell'epoca per via delle traduzioni varie, incomplete e spesso discordanti, non era impresa sempre facile (cf. In Periherm., 1. I, lect. 5, n. 20; ed. Leon., I, 28 a; ... Et ideo magis sequamur verba Aristotelis... "); s. T. ha cura di mostrare poi la "struttura" che ha il periodo nel capitolo, il capitolo nel libro e il libro nel complesso dell'opera intera e del Corpus Aristotelicum con un intento critico che nessun commentore cercò ed ebbe prima di lui; per ogni libro, trattato e capitolo egli dà il prospetto della materia nel suo articolarsi interiore (cf. il piano delle opere logiche, In Post. Anal., I. I, lect. 1; per la filosofia naturale, v. In I Physic., lect. 1). La intentio Aristotelis, a cui egli mira, scaturisce dalla critica del testo e dal dominio dei principi che, anche senza l'uso diretto del testo greco e disponendo di versioni tutt'altro che luminose, gli fa intravedere quasi sempre l'esatto pensiero del filosofo con una sicurezza che ancor oggi stupisce: "Patet igitur praedicta verba Philosophi diligenter consideranti quod non est intentio eius excludere a Deo simpliciter aliarum rerum cognitionem" (De subst. sep., c. 13; ed. De Maria, t. III, p. 251; ed. Perrier, c. 12, n. 77, p. 174). Perciò s. T. può rimproverare ad Averroè, sulla base dell'analisi del contesto, di non aver afferrato il metodo del filosofo... "quia non coniungit totum ad unam intentionem" (In I Physic., lect. I; ed. Parm., t. XVIII, p. 228 a). Il commento letterale è spesso integrato da opportune questioni su alcuni punti dibattuti : queste disgressioni, rare nei primi commenti, divennero preponderanti negli ultimi, grazie all'approfondimento dei commenti di Averroè e alla conoscenza dei grandi commentatori greci (cf. M. Grabmann, Die Aristoteleshomm. des hl. Th. v. A., in Mittelalt. Geisteloben, I, Monaco 1926, spec. p. 281 sgg.). In particolare il commento tomista alla Metafisica è giudicato superiore a qualsiasi altro per il dominio che s. T. mostra di questa opera ch'è la più ardua che mai esista (cf. E. Rolfes, Arist. Metaphysik, I, Lipsia 1904, Einleitung, p. 15 e 17). Evidentemente per poter afferrare l'importanza dei commenti " tomisti (o meglio expositiones) del testo aristotelico occorre aver presente la versione latina (o le varie versioni) che s. T. tiene presenti e alle volte espressamente discute (a questa indagine critica può egregiamente servire con preziose indicazioni il primo volume della Arist. latinus [Roma 1939]. Sull'influsso preponderante di Boezio sui commenti tomisti ad Aristotele, cf. J. Isaac, S. T. interpr. d'Arist., in Scholast. ra-
tione histor.-crit. instauranda, Roma 1951, p. 360 sgg.). Questa ricerca del genuino senso del testo aristotelico gli meritò l'alta considerazione del capo dell'averroismo latino Sigieri di Brabante (cf. De anima intell., ed. P. Mandonnet, t. II, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Lovanio 1911, p. 132: "Prascipui viri in philosophia Albertus et Thomas "). V. anche : Quaest. in metaphys., ed. A. C. Graiff, Lovanio 1948, p. 20, 25. L'Enciclopedico Enrico Bates di Malines lo chiama "famosus expositor" (cf. G. Wallerand, H. Bates de Malines et st Th. d'A., in Hommage à M. De Wulf, Lovanio 1934, p. 395 sgg.) e questo titolo di "expositor" gli è attribuito per tutto il medioevo, come ad Averroè si dava quello di "commentator". Questa tradizione è attestata all'inizio del sec. xv da fra' Luigi di Valladolid il quale, dopo aver elencati i commenti aristotelici di s. T., aggiunge: "In exponendo autem litteraliter Aristotelem non habuit aequalem, unde a philosophis expositor per excellentiam nominatur" (in P. Mandonnet, Les écrits authentiques..., ${ }^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1910, p. 73). Agostino Ni