del mondo. Per i teologi agostiniani il problema dell'inizio del mondo coincideva con quello della sua dipendenza da Dio così che un mondo che fosse stato "ab aeterno" sarebbe per ciò stesso incausato. S. T., agli averroisti contesta la pretesa di una dimostrabilità razionale della "crcatio ab aeterno" e confuta l'errore di un mondo eterno incausato (Sum. Theol., 1*, q. 46, a. 2 ad 1). Agli agostinisti invece, richiamandosi a un testo di s. Agostino (De civ. Dei, X, cap. 51), mostra con attpiezza nel De aetern. mundi la possibilità razionale di una "crcatio ab aeterno" e dichiara nel modo più categorico che l'inizio temporale del mondo è un articolo di fede: "Mundum non semper fuisse, sola fide tenetur et demostrative probari non potest, sicut et supra de mysterio Trinitatis dictum est" (Sum. Theol., 1*, q. 36, a. 2; Quodl., III, a. 31).
Con la netta distinzione dei due campi, della ragione e della fede, s. T. apriva la possibilità dello sviluppo della teologia come scienza in senso stretto e di quella che poi fu chiamata l'«evoluzione dei dogmi» (v. poeusa) in quanto cioè la riflessione teologica pud, con l'ausilio ad es. di concetti razionali appropriati, rendere esplicito cio che prima era soltanto implicito (cf. Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 1, a. 7: Utrum articuli fidei secundum successionem temporum creverint). Ma l'opera della ragione del teologo che riflette sui principi della fede è vigilata e guidata dal supremo magistero della Chiesa, ch'è il vincolo visibile dell'unità del Corpo Mistico: "Non enim potest esse unum corpus, si non fuerit unum caput; neque una congregatio si non fuerit unus rector" (C. error. Graec., cap. 31; ed. De Maria, III, p. 435; spec. pp. 453-58 la rigorosa dimostrazione del Primato del Romano Pontefice). L'originalità dell'opera di s. T. è quindi nel progetto, audacemente compiuto, di muovere i principi dell'aristotelismo nel clima della Rivelazione cristiana (... "secundum quod est consequens ad positiones Aristotelis" : De subst. sep., c. 15: ed. De Maria, III, p. 255), di aver riflettuto sul dogma secondo il sano naturalismo di Aristotele ("... secundum vera philosophiae principia quae consideravit Aristoteles ". De spir. cr., a. 3; ed. L. W. Keeler, p. 42, 14). Di qui la qualifica d'intellettualismo ch'è fatta di frequente al tomismo, a differenza della scuola agostiniana la cui tendenza volontariata afferma il primato della volontà sull'intelligenza, il carattere affettivo-pratico della teologia e pone l'essenza della beatitudine finale nel gaudio, più che nella contemplazione.

(Int. Gudiol).
Tromisso d'Aquino, santo - Tentazione di s. T. d'A. Dujono di D. Velasquez (sec. xvitl), proveniente dal Convento di S. Domenico - Orihuela, Museo Diocesano.
Ma l'accusa è inconsistente: in realtà se nel tomismo il primo momento è affidato all'oggetto e quindi all'intelligenza (specificazione delle potenze e delle scienze dal rispettivo oggetto), il secondo momento è attribuito al soggetto che si perfeziona, con i suoi atti, nella possessione dell'oggetto. Perciò la teologia è certamente scienza speculativa, ma virtualmente è anche pratica; tratta perciò anche degli atti umani, ma solo in quanto "per eos ordinatur homo ad perfectam Dei cognitionem" (Sum. Theol., 1*, q. 1, a. 4). Inoltre se la fede è l'inizio della salute, il vero principio di tutto l'organismo soprannaturale è per s. T. la Grazia santificante mediante la carità (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 23, a. 8: Utrum charitas sit forma virtutum). Si pud, al riguardo, osservare che invece proprio s. Bonaventura - se badiamo ai principi è in questo punto assai vago e meno disposto ad affermare la preminenza della carità, in quanto afferma categoricamente (ispirandosi a Guglielmo di Auxerre) che gli atti di fede, speranza e carità sunt sequalia in ratione merendi quando sunt informata gratia. Tantum enim ipsa charitas est meritoria in suo actu, quantum et fides in uno et eodem homine" (In III Sent, dist. 25, dub. 4, ed. Quaracchi, p. 553 ; ed. minor 1941, p. 546 b). Infine s. T. pur affermando la superiorità dell'intelletto sulla volontà (Sum. Theol., 1*, q. 82 a. 3) e affermando che la beatitudine consiste essenzialmente nella contemplazione dell'essenza divina (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 3, a. 4), tuttavia egli riserva alla volontà la delectatio, la fruitio, il gaudium della felicità; e nella Lectura in Matthaeum il Santo ci ha dato la formula che può eliminare ogni inutile litigio, e proprio col richiamo ad Aristotele: "Notandum quod secundum Philosophum, ad hoc quod actus contemplativi faciant beatum duo requiruntur: unum substantaliter, scilicet quod sit actus altissimi intelligibilis; alius formaliter, scilicet amor et delectatio" (Exp. super ev. Matth., c. V, lect. 1; ed. Parm. t. X, p. 49 b).
Il senso della concretezza aristotelica porta sempre più la teologia tomista a valorizzare la realtà finita anche nell'economia della vita soprannaturale. Mentre la teologia tradizionale concepiva la Grazia santificante abituale identica alla carità e la considerava un dono estrinseco della divina liberalità ricevuto nell'anima, s. T. definisce nella Sum. Theol. (1*-2* ${ }^{\text {a }}$, q. 110, a. 1) la Grazia
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una "partecipazione" della divina natura (II Pt. 1, 4) e quindi la concepisce come causa formale della giustificazione inerente nell'essenza dell'anima come sua qualità intrinseca cioè un "habitus" entitativo (ibid., a. 2); per il primo egli usa il termine di "gratia actualis" (cf. Lectura in Ioan., c. IX, lect. 1, n. 5; ed. R. Cai, Torino 1952, p. 243 b; cf. E. Filthaut, op. cit., p. 136). Così lo statuto ontologico dell'ordine soprannaturale è in conformità di quello della natura in modo che la Grazia non deriva più per mera accessione estrinseca ma - in armonia alla dottrina aristotelica della sostanza - per una forma di derivazione intrinseca "ex potentia oboedientiali " in cui l'anima sotto l'azione di Dio si sviluppa alla vita soprannaturale: "Et secundum hoc etiam gratia creari dicitur ex eo quod homines secundum ipsam creantur, id est novo esse constituuntur ex nihilo, id est non ex meritis, secundum illud Philip., 2, 10" (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$; q. 1 ro, a. 2, ad 3). Di conseguenza anche il carattere sacramentale è definito come una qualità inerente all'anima (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 63, spec. as. I e 4).
In s. T. quindi coesistono, nel giusto equilibrio, l'immanenza aristotelica e trascendenza platonica, mentre la scuola agostiniana era chiusa in un timoroso estrinsecismo che, iniziato da P. Lombardo, fu esasperato nella teologia nominalista e arrivò alla catastrofe nella teoria luterana della giustificazione estrinseca. Come la Grazia che ne è la radice, anche la carità e tutte le virtù infuse teologali e morali sono delle qualità operative ("habitus") inerenti nel soggetto. L'ordine soprannaturale nella sua struttura non può essere da meno di quello naturale e se le attività naturali procedono dalle potenze immanenti nel soggetto, altrettanto si deve ammettere per gli atti soprannaturali; tanto più che "nulla virtus habet delectationem ad actum suum sicut caritas nec aliqua ita delectabiliter». La carità e tutte le virtù infuse non si riducono quindi a mozioni transeunti dello Spirito Santo, ma sono realtà presenti nell'anima elevata all'ordine soprannaturale : come le potenze attuano l'anima nell'ordine naturale, cosi anche le virtù infuse, sul fondamento della Grazia santificante per l'ordine soprannaturale (Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 23, a. 2: Utrum caritas sit aliquod creatum in anima). L'aspetto trascendentale deve integrare non sopprimere l'immanenza dei principi operativi, perché ogni perfezione finita (vita, sapienza...) è una partecipazione della perfezione divina ch'è tale per essenza... "et sic etiam caritas qua formaliter diligimus proximum est quaedam participatio divinae caritatis». La realtà è che la scuola agostiniana ha interpretato la causalità formale in funzione della causa efficiente, mentre il problema "s posto in senso inverso: "Hic modus loquendi consuctus est apud Platonicos, quorum doctrinis imbutus fuit Augustinus: quod quidam non advertentes ex verbis eius sumpserunt occasionem errandi" (ibid., ad 1). E come per l'essenza della Grazia santificante s. T. ha dilatato la metafisica aristotelica della sostanza, cosi per l'efficacia dei Sacramenti supera le incertezze delle sue prime opere dove aveva difeso la dottrina tradizionale della causalità dispositiva e applica la metafisica delle subordinazioni delle cause : Iddio è la causa perfettiva principale e il Sacramento è la causa perfettiva strumentale, cioè lo "strumento separato" che trae la sua efficacia dallo "strumento congiunto" ch'è l'Umanità di Cristo (cf. Sum. Theol., $3^{2}$, q. 62, aa. 1-5). La nuova dottrina è scaturita dalla sintesi della distinzione aristotelica fra strumento animato e inanimato cioè fra lo schiavo e qualsiasi arnese "separato" (Polit., I, 4, 1254 a 15-17) e la dottrina di s. Giovanni Damasceno sull'Umanità di Cristo considerata come "strumento della divinità" ( $\delta \rho \gamma \alpha \nu \nu \nu \tau \xi \varsigma$ $\delta \varepsilon \iota \alpha \tau \eta \tau \varsigma$; De Fide Orth., III, 19: PG 94, 1080 b; cf. c. 15, 1060 a).
Pertanto, pur riconoscendo a s. Agostino il costante prestigio che specialmente nel campo teologico esercita su s. T., tuttavia gli sviluppi più originali della teologia tomista ed in particolare della cristologia e di tutta l'economia della salvezza dipendono da una conoscenza più diretta e approfondita dei Padri Greci. Così la citata dottrina del Damasceno sulla causalità dell'Umanità di Cristo, s. T. la riscontra già esplicitamente formulata in s. Ci-
rillo di Alessandria e nello stesso s. Atanasio e per primo ne riconosce la formula passata negli Atti del III Concilio Ecumenico di Costantinopoli (680-81; Denz-U, 291-92) con l'autorità dei suddetti due Padri : anche la citazione che questi Atti fanno di s. Leone M. ricorre due volte nella III Pars (q. 19, a 1 e q. 43, a. 2). Ora bisogna ancora rilevare che s. T. è il primo in Occidente a servirsi di tali Atti per la riflessione teologica (cf. Th. Tachipke, Die Menschheit Christi als Heilsorgan der Gottheit, unter bes. Berücksichtigung der Lehre des hl. Th.v. A., in Preib. Theol. Stud., Heft 55, Friburgo in Br. 1940, p. 188 sgg.).
E con questa rigorosa distinzione dei due ordini che s. T. può affermare la trascendenza assoluta dei misteri della fede per i quali la ragione è assolutamente impotente e non può esercitare che una funzione estrinseca propedeutica e apologetica sotto la guida della Rivelazione (cf. Sum. Theol., $1^{2}$, q. 32, a. 1). Redarguisce perciò il Santo la presunzione di coloro che, seguendo la vecchia scuola, volevano dare argomenti per provare i misteri e quindi mostrarne l'intrinseca razionalità, perche ciò sarebbe causa di grave confusione e provocherebbe lo scherno degli infedeli (Sum. Theol., $1^{2}$, q. 46, a. 1). Secondo questo criterio di sobrietà teologica tanto per l'esistenza dei misteri di fede, come per l'esposizione del loro contenuto, per la scelta dei termini appropriati e per le corrispondenze che possono intervenire fra i misteri principali (Trinità, Incarnazione, Eucaristia), la fonte prima e principale è la divina Rivelazione. Ciò è stato rigorosamente applicato da s. T. nei riguardi dell'esistenza di tutto l'ordine soprannaturale creato ovvero di quel che è stato detto il "motivo" dell'Incarnazione. All'indirizzo più diffuso della tradizione agostiniana (cf. Alex. Al., Sum. Theol., $3^{2}$, q. 2, membr. 13 e lo stesso Alberto M. : In III Sent., dist. 20, a. 4) che ebbe la formula storica con Duns Scoto, s. T. oppose il solido criterio metodologico: "Ea quae ex sola Dei voluntate proveniunt, supra omne debitum creaturae, nobis innotescere non possunt nisi quatenus in Sacra Scriptura traduntur per quam divina voluntas nobis innotescit". Ora nella Scrittura e nella tradizione patristica l'Incarnazione del Verbo è presentata sempre come l'opera misericordiosa di Dio per sollevare l'uomo dal peccato... " tra quod peccato non existente, incarnatio non fuisset ", anche se la divina onnipotenza, assolutamente parlando, poteva disporre l'Incarnazione prescindendo dal peccato (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 7, a. 3). Circa l'orientamento della teologia patristica su questo punto e i suoi rapporti con la posizione tomista, v. A. Spindeler, Der Verbum caro factum? Das Motio der Menschwerd. u. das Verhältnis der Erlösung zur Menschw. Gottes in den christolog. Glaubenshämpfen des wiert. u. fünf. Jahrh., in Forsch. z. christl. Dogmengesch.; Bd. XVIII, s. Paderborn 1938, p. 38 sgg. Sul progresso che la Sonoma Teologica rappresenta su questo, e ancora su altri punti di materia teologica, rispetto al giovanile Commento delle Sentenze, ha avuto un influsso diretto anche il Commento alle Sentenze di Pietro di Tarantasia (cf. H.-D. Simonin, Les écrits de Pierre de T., in Innocent V, P. de T., Roma 1943, p. 145 sgg.). La distinzione dei due ordini della natura e della Grazia ispira l'intima articolazione della cristologia tomista: ad es., la necessità che anche l'anima di Cristo sia elevata con la Grazia abituale e sia dotata delle virtù nelle rispettive potenze (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 7, aa. 1-2), l'ammissione in Cristo di una "scienza sperimentale" acquisita, oltre la scienza beata e quella infusa (ibid., q. 12, a. 1-2).
V. Tomismo. - 1. Linee di sviluppo storico. - Il contrasto suscitato dalle innovazioni dottrinali dell'aristotelismo tomista, lungi dal disarmare, dopo la morte del Santo, gli esponenti più rappresentativi della scuola agostiniana dell'Università di Parigi, francescani e secolari, si acul e si pensò di rinnovare con maggiore ampiezza la condanna dell'averroismo (già colpito nel 1270, grazie specialmente alla critica definitiva fatta da s. T.) includendo alcune tesi tomiste. La condanna fu fatta, ancora ad opera del vescovo Tempier, il 7 marzo 1277 (cf. Chart. Un. Paris., t. I,
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n. 473, pp. 543-55) e comprende ben 219 proposizioni fra le quali sono state riconosciute per tomiate quelle riguardanti l'unità del mondo (aa. 34, 77), l'individuazione delle sostanze materiali e immateriali (aa. 27, 82, 96, 191), la localizzazione delle sostanze separate (aa. 69, 218, 219). Il Cod. E. 5532 della Bibl. noz. di Firenze, ff. 128", 128", considera tomisti anche i nn. 124, 129, 156, 163, 173, 187, 212, 218 (cf. J. Hofmans - A. Pelzer, Etud. sur les manuscr. de Godefroid de Fontaines, in Les philos. Belges, XIV, Lovanio 1937, p. 211, nota).
Però bisogna riconoscere che tali articoli incriminati trattano di punti dottrinali piuttosto secondari del tomismo e vi manca la formulazione esplicita della stessa tesi dell'unità della forma sostanziale su cui si accani la disputa pubblica parigina del 1270 e che fu al centro delle aspre controversie che seguirono alla morte del Santo; detta censura fu tolta il 14 febbr. 1325, dopo la canonizzazione del Santo, dal vescovo di Parigi Stefano Bourret che, nell'occasione, fece l'elogio di s. T. (Chart. Un. Paris, II, n. 838, p. 280 sgg.). All'annunzio della condanna del 1277 s. Alberto M., nonostante del peso degli anni, si presentò a Parigi per difendere il suo grande alunno (cf. l'ampia e commossa testimonianza di Bartolomeo di Capua nel Processo di Can. di s. T., ed. M. H. Laurent, n. 82, in Fontes... fasc. iv, p. 382 sgg.).
Subito dopo la condanna del 1277, la Curia Romana però ordinò al vescovo di Parigi di soprassedere sugli effetti di quella condanna e di fare un'inchiesta precisa sugli autori delle singole proposizioni e sul loro senso esatto (cf. la lettera di Giovanni XXI al vescovo di Parigi, in: A. Callebaut, J. Pecham et l'Augustin., Aperçus historiques [1263-85], in Arch. Franc. Hist., 18 [1925]). La condanna parigina ebbe l'effetto di stringere le forze dell'Ordine domenicano attorno alla dottrina di s. T. che viene ben presto proclamata dottrina ufficiale dell'Ordine. Già il Capitolo generale di Milano (giugno 1278) e quello di Parigi (giugno 1279: Chart. Univ. Paris, t. I, n. 481, p. 366 sgg.) raccomandavano ai provinciali, visitatori e priori di punire severamente (acriter) i frati che si permettessero di criticare la dottrina e gli scritti di s. T. Nell'imperversare della polemica prima il Capitolo generale di Parigi (giugno 1286) e poi quello di Saragossa del 1509 ordinarono espressamente ai superiori di adoperarsi con tutte le forze che tutti i frati insegnanti insegnassero e almeno difendessero la dottrina di s. T. e di castigare salutarmente i ricalcitanti (l'ordinanza fu applicata, ad es., nel Capitolo di Arezzo della Provincia romana del 1315 nei riguardi di un certo fr. Uberto Guidi, che fu rimosso dalla cattedra e condannato per dieci giorni a pane e acqua; cf. M. H. Laurent, Fontes..., fasc. vi, p. 663 sgg.). L'obbligo di seguire la dottrina del Santo e di spiegare nella scuola il suo testo fu proclamato nei Capitoli generali di Metz (1513) con la dichiarazione ufficiale: "Cum doctrina venerabilis doctoris fr. Thome de Aquino sanior et communior reputetur et eam Ordo coster specialiter prosequi teneatur, inhibemus districte... " L'ordinanza è ripetuta nei seguenti Capitoli di Londra (1314) ed espressamente di Bologna (1315) con la raccomandazione anche di raccogliere presso gli Studi generali dell'Ordine tutte le opere del Santo (Chart. Univ. Par., t. II, n. 704, p. 166 e n. 717, p. 173 sgg.). A Parigi intanto, intorno a questo tempo, Giovanni di Napoli O. P. difese la questione: Utrum licite passii doceri Parisius doctrina Sancti Thomae quantum ad omnes eius conclusiones», dove esamina i seguenti articoli della condanna del 1277: 79, 81, 124, 129, 156, 173, 187, 212, 218 (cf. l'ed. di C. Jelineschak, in Xenia Thom., t. III, Roma 1925, p. 88 sgg.).
La lotta diretta contro le dottrine tomiste era condotta specialmente dall'Ordine francescano, roccaforte del l'agostinismo, sotto il pretesto delle conseguenze teologiche che si temevano dall'aristotelismo tomista; non era perciò che la continuazione della polemica fatta al Santo specialmente negli ultimi anni di sua vita. Il rappresentante più attivo di questo movimento si mostrò l'inglese fr. Giov. Pecham (v.), collega e avversario di s. T. a
Parigi, poi lettore alla Curia Romana e infine arcivescovo di Oxford. A lui si deve in gran parte la disputa tenuta a Parigi nel 1270 in cui fu condannata fra le altre in modo speciale la tesi tomista dell'unità della forma sostanziale, che forma il nucleo di questa direzione polemica e il Pecham pretende atteggiarsi persino a difensore di s. T. contro i suoi confratelli perché, a suo dire, "etiam a fratribus propria argueretur acute" (Lett. al vesc. di Lincoln del $1^{\circ}$ giugno 1285. Apud M. H. Laurent, Fontes..., fasc. vi, p. 643). Nella disputa parigina del 1270 , secondo fr. Ruggero Marston che vi assistette, ". . . haec opinio - dell'unità della forma - fuit excomunicata solemniter tamquam contraria Sanctorum assertionibus et doctrinae et praecipue Augustini et Anselmi" (QQ. Disp., ed. Bibl. Fr. M. E., VII, Quaracchi 1952, p. 116 sgg.). Però già si determinava nell'Ordine domenicano una linea di difesa delle dottrine di s. T., forse anche sotto lo stimolo e l'autorità di s. Alberto M. com'è il caso di Egidio di Lessines (cf. M. De Wulf, Le de Unii, formae de Gilles de Lessines, in Les philos. Belges, I, Lovanio 1902; cf. spec. p. 79 sgg.). Lo scritto di Egidio è del 1278 ed è diretto contro il domenicano Kilwardby della vecchia scuola agostinista. Egidio, dopo la condanna dell'averroismo del 1270, aveva subito informato Alberto M. che rispose con il trattato: De quindecim problematibus di cui gli ultimi due proposti per la condanna ma non condannati, riguardavano le dottrine tomiste dell'unità della forma nei corpi e della semplicità degli angeli (cf. P. Mandonnet, Siger de Brabant, II, $2^{\circ}$ ed. Lovanio 1911, p. 29 sgg.; v. anche F. Van Steenberghen, Le "De quindecim problemat." d'Albert le Grand, in Mél. A. Pelzer, Lovanio 1947, p. 415 sgg.).
Il Pecham si faceva forte del fatto che detta tesi era stata proscritta non solo a Parigi ma anche dal suo predecessore a Oxford, il domenicano Roberto Kilwardby (v.), il 18 marzo 1277 immediatamente dopo la condanna parigina (cf. Chart. Un. Par., I, p. 588 sgg .) le proposizioni 15-30 In naturalibus, riguardano tutti i punti di metafisica tomista; spec. prop. 17: "Quod nulla potentia activa est in materia"; prop. 26 : "Quod vegetativa, sensitiva et intellectiva sint forma simplex"; prop. 27: "Quod corpus vivum et mortuum est aequivoce corpus " da integrare con la proposizioni 28 e 30 : "Intellectiva (forma) unitur materiae primae». La condanna suscitò un certo scalpore e la ricorda lo stesso Occam (cf. la nota di M. H. Laurent, Fontes, fasc. vi, p. 617 sgg. Per lo sviluppo storico della controversia, v. D. A. Callus, The condamnation of St. Th. at Oxford, Westminster 1948, p. 11 sgg. Sull'antitomismo del Kilwardby, v. E. M. F. Sommer-Seckenforff, Studies in the Life of R. K., Roma 1937, spec. p. 159 sgg.).
L'azione e l'influenza del Pecham non impedirono tuttavia che tra i francescani si diffondesse un favore crescente per le dottrine di s. T. Ciò mise in allarme le autorità dell'Ordine le quali corsero ai ripari : allo scopo fu incaricato fr. Guglielmo De la Mare di elencare e codificare tutte le tesi tomiste contrarie alla tradizione dottrinale dell'Ordine e così nacque il Correctorium fratris Thomae (tra il 1277 e il 1279: Callebaut). Il Capitolo gen. dei Frati Minori di Strasburgo nel 1282 ordinava che si permettesse di leggere la Somma Teologica di s. T. soltanto ai frati "notabiliter intelligentes" e con l'obbligo di accompagnarla con la lettura delle "declarationes" del De la Mare (cf. P. Mandonnet, Siger de Brabant, I, ${ }^{1 *}$ ed. Lovanio 1898, p. 402). Con ogni probabilità il Correctorium è l'elaborazione di una lista precedente di errori attribuiti dal De la Mare a s. T. contenuta nel Cod. 174 (ff. 552-58 v) della Bibl. comunale di Assisi a seguito del Correctorium stesso (cf. F. Pelster, Das UrCorrect. W. de la Mare, Eine theol. Zensur zur Lehre des hl. Th., in Gregorianum, 38 [1947], p. 220 sgg.).
Il Correctorium non faceva in sostanza che codificare l'insegnamento ufficiale che l'Ordine aveva accettato ancora al tempo di s. Bonaventura (A. Callebaut, art. cit., p. 467 sgg.). I Domenicani lo chiamarono Corruptorium e ne ribatterono gli argomenti con una serie di scritti polemici di cui i principali portano il titolo di Correctorium Corruptorii che vengono indicati con la parola iniziale. Il primo di questi Correctoria sembra il Quare, il
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cui autore è già indicato nelle edizioni del Cinquecento in Egidio Romano (di recente l'attribuzione è stata coni) tesa fra due domenicani inglesi Riccardo Knapwell e Tommaso di Sutton: cf. F. Pelster, Thomas von Sutton u. das Correct. "Quare detraxistis", in Mél. Pelzer, Lovanio 1947, p. 44 I sgg.), è il più completo e comita di 118 articoli desunti dalle opere principali di s. T. (Sum. Theol., $1^{2}, 1^{2}-1^{26}, 2^{2}-2^{2 c} ; Q Q$. disp. de ver., De an. e De pot., QQ. Quodl. e In I Sent: molte questioni sono ripetute) ed ha il vantaggio di contenere il testo del De la Mare (P. Glorieux ne ha curato l'edizione critica in Bibl. Thom., IX, Le Saulchoir, Kain 1927). Il Correctorium Circa è opera del domenicano Giovanni di Parigi e contiene i primi 60 articoli fino alla Sum. Theol. $1^{2}-2^{2 c}$ compresa; la sua composizione sembra contemporanea al precedente, se forse anche non lo precede, cioè tra il 1282 e il 1284 mentre il P. Pelster lo pone verso il 1300, secondo il suo editore J. P. Müller (Le Correct. corruptorii "Circa" de J. Quidort de Paris, in Stud. Anselm., XII-XIII, Roma 1941, cf. p. xxxiv sgg.). Segue, intorno al 1290, il Correctorium "Quaestione" (inedito) del Merton College Cod. 167 che sembra vada attribuito a Guglielmo di Macklefield o a Ugo di Billom. La paternità del Correctorium "Sciendum", anch'esso inedito, è contesa fra Roberto di Collotorto e Roberto di Oxford: ma vi aspirano anche il Durandello e Giovanni di Parma sia per Roberto di Collotorto, P. Bayerschmidt, R. v. Collotorto Verfasser des Correctoriums "Sciendum»F, in Divus Thomas (Friburgo, 17 [1939], p. 311 sgg.).
Prima del 1300, tra il 1286-87, va posto l'Apologeticum veritatis contra Carruptorium del domenicano Ramberto de' Primadizzi di Bologna che ha il pregio di aver allargato il campo di discussione con altri avversari di s. T., quali i francescani Matteo di Acquasparta e Riccardo di Middleton e soprattutto Enrico di Gand e lo stesso Egidio Romano. La composizione è fissata (d'accordo questa volta con il P. Pelster) dall'editore J. P. Müller nel 1299 (cf. Studi e testi, Città del Vaticano 1943, p. xxvi); comprende soltanto 16 questioni che si riferiscono tutte alla Somma Teologica e segue passo per passo il testo del De la Mare.
I nomi di Enrico di Gand e di Egidio Romano (v.) richiamano la fase intricata e più grave di conseguenze nella prima polemica antitomista. Quanto ad Egidio Romano, che la tradizione faceva passare per fedele tomista, lo studio dei manoscritti ha mostrato invece che specialmente nelle materie teologiche egli figura spesso fra gli oppositori (cf. G. Bruni, Egidio Rom. e la neo polem. antitom., in Riv. di fil. neosc., 26 [1934], pp. 239-51; v. a p. 245 l'elenco \& Egidius contra Thomam» del Cod. Vat. lat. 772 che contiene ben 73 punti di divergenza riguardo al solo I libro delle Sentenze). Il Bruni ha edito dal medesimo Codice le Impugnationes contra Fratrem Egidium contradictatem Thome super primum Senten. tiarum di un fervido domenicano che ancora non è stato identificato (in Bibl. Augustin. M. Aeví, Città del Vaticano 1942). Invece nella lotta contro Enrico di Gand, Egidio difende la tesi tomista della distinzione reale di essenza e di atto di essere, ma con argomenti personali e introducendo la terminologia di esse essentiae e esse existentiae, di esse generis e di esse speciei, che rivela un realismo ontologico ch'è estraneo a s. T. e che ha fatto un primo passo decisivo sul piano inclinato del realismo formalista: ciò ha portato a "reificare" i principi dell'essere confondendo le idee a non pochi tomisti sull'importante questione, fino a Suárez, e che perdura per sua opera fino ai nostri giorni (cf. E. Hocedez, Aegidii Rom. Theorem. de esse et estent. Introd., Lovanio 1930, p. [116 sgg.]). Questa "flessione" del realismo tomista dipende in Egidio da una sua personale dottrina della partecipazione.
Il muro principale dell'opposizione, contro il quale quasi per vent'anni Egidio e la maggior parte dei tomisti dovettero battere, fu proprio Enrico di Gand (v.), personalità di primo piano e molto influente a Parigi : botta e risposta nella polemica della distinzione fra essenza ed esistenza dei due maestri si susseguono senza posa, polarizzando la vita intellettuale della fine del sec. xiri e facendo passare in second'ordine gli altri punti contro-
versi (V. J. Paulus, Les disputes di H. de Gand et de Gilles de Rome sur la distinct. de l'essence et de l'esist., in Arch. d'hist. doctr. et litt. du m. d., 15-17 [1940-42], p. 324 sgg.). Enrico di fronte alla distinzione puramente logica di concetto e astratto e a quella reale messiccia di Egidio che finiva nel concepire l'essentia e l'esse come "res et res", come "duae res", escogitò la via intermedia della "distinatio secundum intentionem" in quanto lo "esse existentiae" della creatura non può essere concepito dall'intelletto se non come dipendente da Dio e quindi "essentia" ed "esse" non sono "duae res" ma "duo respectus"; la "essentia" si rapporta a Dio come a causa esemplare e lo "esse" a Dio come a prima causa efficiente e perciò l'esistenza e l'essenza si distinguono non perché facciano composizione reale ma soltanto perché indicano un diverso rapporto di dipendenza da Dio, cioè secondo il nostro modo d'intendere (J. Paulus, H. de Gand, Essai sur les tendances de sa métaph., Parigi 1938, spec. pp. 278-91). La soluzione ha il suo immediato riflesso non solo nella determinazione metafisica del concetto di "creatura" dentro i confini della filosofia cristiana, ma anche nell'ardua teologia dell'unione ipostatica in Cristo. In merito alla questione polemica: Utrum sit duplex vel unum esse in Christo, Enrico combatte direttamente la posizione tomista che afferma in Cristo un "duplex esse naturae" e un unico "esse subsistentiae" e dalla sua critica hanno avuto origine le varie posizioni antitomiste in questo punto (Scoto, Tifano, Suárez...) fino ai nostri giorni. Enrico attribuisce un "esse actualis existentiae" anche alla natura umana di Cristo - mentre nega in Cristo, persona divina, uno "esse absolutum subsistentiae" poiche la Persona divina è costituita dallo "esse ad aliquid" (cf. lo studio fondamentale di P. Bayerschmidt, Die Seins- u. Formermetaph. des H. v. Gent in ihrer Anwendung auf die Christol., in Beitr. Baeumkers, XXVI, 3-4, Münster in V. 1941, p. 81). Nega ogni composizione reale di essenza ed "esse", in un modo ancor più radicale di Enrico, il contemporaneo maestro secolare Goffredo di Fontaines, anch'egli legato alla terminologia egidiana di "esse essentiae" e "esse existentiae", mentre difende con energia la tesi tomista della potenzialità pura della materia, protestando contro i denigratori di s. T.: "Aliqui doctrinam non modico fructuosam cuiusdam doctoris famosi, cuius memoria cum laudibus esse debet, ut in pluribus impugnantes, vel deinde contra dicta sua procedentes, ad diffamationem personae pariter et doctrinae opprobrio magis quam rationes inducere consumverunt" (M. De Wulf- A. Pelzer, Les quatre premiers Quodl. de G. de F., Quodl. I, a. 4, in Les Philos. Belges, II, Lovanio 1904, p. 7).
Nell'Ordine domenicano, dopo i pronunciamenti ufficiali a favore del tomismo, la lotta contro le innovazioni tomiste si riduce a iniziative tosto represse dall'autorità. Dopo l'episodio del Kilwardby, il caso più clamoroso è quello di Durando de S. Faurçain. Le ricerche di J. Koch hanno sfatato la leggenda, giunta fino a noi, di una primitiva adesione di Durando al tomismo e dimostrato ch'egli, insieme col suo maestro Giacomo di Metz, si collega alla vecchia scuola apostoliana dell'Ordine, ostile all'accettazione dell'aristotelismo e vicina, ad es., nella teoria dei "modi", a Enrico di Gand (J. Koch, Tahob von Metz O. P., der Lehrer des Durandus a s. Porcians, O. P., in Arch. d'hist. doctr. et litt. du m. d., 4-5 [1929-30], spec. p. 192 sgg.). Questa direzione conservatrice secessionista fu repressa con energia dalle autorità dell'Ordine. L'anima di questa difesa contro tutto l'indirizzo di Enrico di Gand, Giacomo di Metz e Durando fu Erveo (v.) Natale: il primo fu attaccato a fondo nel Quodlibeta (ed. veneta di M. A. Zimara 1313) il secondo nel Correctorium frat. Jacobi Metensis (cf. J. Koch, art. cit., p. 194 sgg.); il terzo specialmente nel Quodl. II, del 1308, qq. 3, 7 e 8; quodl. IV del 1310, qq. 4 e 14, con altre dissertazioni speciali e un complesso di scritti polemici ritrovati e studiati dal Koch: Reprobationes excusationum Durandi del 1314, Correct. super dicta Durandi del 1315. De artic. pertinent. ad IV ll. Sent. Durandi del 1314-15 e le Evidentiae cont. Durandum super Il. IV Sent.: è sua, e sembra scritta non più tardi del 1307, la Def. doctr. s. Th. (cf. J. Koch, Durandus de s. Porc., Forschungen zum Streit um Th. v. A.
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zu Beginn des 14. Jahrh., I, Beitr. Baeumhers, XXVI, i, Münster in V. 1927, spec. p. 211 sgg .). Altri tomisti individuati dal Koch, che hanno polemizzato contro Durando, sono: Pietro di Palude, Giacomo di Losanna, Giovanni di Napoli, ch'è il principe dei difensori di s. T. in tutta questa tempesta, Bernardo Lombardo e l'ignoto ma forte tomista Durandello. L'Ordine di sua autorità pubblicò una prima lista di 191 errori del Commento alle Sentenze di Durando il 3 luglio 1314 , raccolti da P. di Palude e G. di Napoli cui Durando rispose con le "Excusationes"; segui presto una seconda lista di ben 235 articoli nei quali Durando si allontana da s. T. e va collocata tra il 1316-17, e Durando fu messo fuori della tradisione dottrinale dell'Ordine.
In questa polemica si affaccia la figura di Scoto, da cui direttamente dipende Occam che ha attaccato ad armi scoperte i fondamenti del tomismo sia in filosofia come in teologia (cf. Fr. Hoffmann, Die erste Kritik des Ochhaismus durch den Oxford. Kanzler 7. Lutterell, Breslavia 1941, p. 14 sgg., 23 sgg., 75 sgg., passim) : ma sembra che dalle straso Scoto, certamente per la teologia sacramentaria, dipenda anche Durando (cf. J. Koch, Die Verteidigung der Theol. des hl. Th. v. A. durch den Dominihauerord. gegen. Derandus de s. Porc. O. P., in Xen. Tham., III, Roma 1925, p. 251). D'altronde le ricerche del P. Balic per l'edizione critica di Scoto hanno accertato che la fonte principale da cui questo dipende è Enrico di Gand, ossia il corifex dell'anitomismo medievale, che resta il punto di riferimento principale per la maggior parte delle dottrine filosofiche e teologiche con le quali la rinnovata scuola agostiniana ha tentato con energia, non senza notevoli successi, di arginare l'affermarsi del tomismo (cf. I. D. Scoto, Op. Omnia... ad fidem Cod. ed., Roma 1930, t. I, spec. p. $166^{*}$ sgg.). In tale tumulto di polemiche del primo mezzo secolo dopo la morte di s. T. si è venuta formando e cristallizzando quella tradizione dottrinale che ha preso il nome di "tomismo".
Per un giudizio critico sulla formazione storica del tomismo, va rilevato il fatto che fra gli stessi primi discepoli di s. T. e i primi fautori del tomismo si notano oscillazioni non lievi : valga come esempio la posizione di uno scolaro di s. T., il maestro secolare Pietro di Avernia, che mette nella forma il principio d'individuazione e da cui dipendono Giacomo di Metz e Durando (cf. J. Kock, Tehob v. Metz..., op. cit., p. 211 sgg.). Lo stesso paladino del tomismo e generale dell'Ordine, Erveo Natale, non assimila le dottrine tomiste che gradualmente e nega quel caposaldo della metafisica tomista ch'è la distinzione reale fra essenza ed atto di essere; essa è negata anche da Bernardo Lombardi O. P. Per Bernardo de Trilia (m. nel 1291) che ha fama di fedele tomista, la distinzione reale è "positio probabilior" (cf. G. André, Les Quadi. de B. Trilia, in Gregorianum, 2 [1921], p. 252). Oscillazioni analoghe si sono riscontrate anche in varie dottrine sia filosofiche come teologiche (per quelle, ad es., riguardanti la metafisica della relazione, v. A. Krempel, La Doctr. de la relation chez st Th., Parigi 1952, p. 20 sgg. e passim, che parla di una "demi fidelité des premiers adeptes").
Il frutto più maturo del primo secolo di polemiche tomiste è l'opera del Capreolo (m. nel 1444, v.) il "Princeps thomistarum", le sue Defensiones theol. Dioi Th. Ag. (ed. nuova di Paban-Péguas, Tours 1900 sgg.) d'anno il panorama esatto della situazione della Scuola nel sec. xv. dopo la lotta che il tomismo aveva sostenuto e proseguiva contro i suoi principali avversari e contengono tutte le teschiare della Scuola. Il Capreolo pare segua principalmente l'opera del Durandello, e la linea maestra del tomismo, stabilita con lui continua nel Cinquecento con l'ungherese Pietro Pigiro (m. nel 1492) e con gli italiani Paolo Soncinate (m. nel 1494), Grisostomo Javelli (m. nel 1534 ca.), Pietro da Bergamo autore della Tabula aurea ch'è il primo "index thomisticus", F. Silvestri di Ferrara (v.), commentatore della S. c. Gent. e pari al Capreolo per fedeltà a s. T. ma spesso lo supera per vigore sintetico e speculativo. Queste figure di prima grandezza sono rimaste quasi ecclissate dalla prepotente autorità del Gaetano ch'è stata rafforzata dalla fluida sistematicità degli spagnoli che l'hanno seguito, come D. Bañez (v.)
c Giovanni di s. T. (v.) presso i quali la tendenza formalistica ed eccessivamente sistematica prende spesso il posto della sobrietà originaria del testo tomista a cui si attiene la corrente più antica. Oscillazioni pressoché inevitabili quando si badi anzitutto alla formazione prevalentemente polemica del tomismo; poi al fatto che fino alla fine del sec. xv il testo ufficiale dell'insegnamento, anche per i Domenicani, era il libro delle Sentenze del Lombardo e soltanto nel sec. xvi per merito del belga P. Crockaert, maestro di F. da Vittoria (v.), la Somma Teologica è introdotta come testo di scuola; e infine all'assenza di studio delle fonti e di metodo critico così che non pochi tomisti si appoggiano ad opuscoli spuri, preferendoli ai testi autentici. Non fa meraviglia allora se i tomisti dei secc. xiv-xvi, ad es., quando si tratta di difendere la distinzione reale fra essenza ed atto di essere, spesso ricorrono ai termini e agli argomenti di Egidio Romano più che a quelli di s. T. (cosi lo stesso Giov. di s. T. fa largo uso della spuria Summa totius logicae che contiene la formula che ha sconcertato, non del tutto a torto, gli avversari della distinzione reale e ha scosso quei Domenicani che l'hanno parimenti negata, e cominciare dal nominato Erveo Natale fino al p. A. Lepidi (m. nel 1921): "In creaturis esse essentiae et esse actualis existentiae differunt realiter ut duae diversae exs.": ed. De Maria - che anche lui dà l'opuscolo per autentico! - t. I, p. 23). Altro esempio esplicito è nei Quodlibeta Alverii ord. praed. (finora non si è potuto identificare) di un Cod. miscel. laneo della Biblioteca Antoniana di Padova del sec. xiv (Scaff. XIII, n. 295) : nella Q. XIX, Utrum esse et essentia differant realiter (fol. 19 rb) si propongono le tre opizioni note che sembrano ormai canonizzate e l'A. si dichiara senz'altro per la terza ("probabilior") la quale difende - come Enrico di Gand e poi Suárez - la distinzione pene modos significandi e respinge gli argomenti per la distinzione reale, compreso quello della partecipazione (ibid., ad tertium, vb.). Il disagio creatosi nella scuola tomista in questo punto si ritrova nella stessa posizione di D. Bañez (v.) che conosce ed espone le tre sentenze che si battagliavano da tre secoli e per ognuna egli indica qualche rappresentante domenicano (!). Nella prima, fra i negatori della distinzione reale, dimenticando i principali, cioè gli averroisti, che gli avrebbero mostrato per contrasto la vera posizione di s. T., egli mette a capo dei negatori Erveo Natale seguito da nominalisti di ogni colore. La seconda sentenza (quella che sarà poi di Suárez) che difende la distinzione intermedia ( $=$ sec. intentionem $=$ ) di Enrico di Gand $=$ ex natura rei $=$ ha per corifei Scoto e Alessandro di Ales e piuttosto il gener. francese. A. Bonini di Alessandria (cf. C. Fabro, Una fonte autitam. della natuf. suarez., in Dic. Thomas Flor., 50 [1947], pp. 57-68) col Nifo e il domenicano D. Soto. La terza sentenza tiene che l'essenza è distinta dalle "esse tamquam res a re, ita ut non solum haec propositin sit falsa in sensu formali: essentia est esse ( $=$ II sentenza), sed etiam haec : essentia est res quae est esse" (D. Bañez, Schol. Comment. in Prim. Portem..., q. 3, a. 4; ed. di Lione 1588, col. 140). Fautori di tale posizione sono citati il Capreolo, il Gaetano, il Soncinate e Javelli. Ma il Bañez sembra muoversi con fatica: la sentenza attribuita a s. T. è giudicata «multo probabilior et ad rem theologicem magis accomodata" e il Bañez per suo conto l'accetta. Ma - e qui sta il nocciolo per il problema che stiamo toccando - il Bañez passa per sentenza probabile anche quella di Scoto (e del Soto) cioè quella del principale avversario di s. T., Enrico di Gand: «Sententia tamen, Scoti et magistri Soto potest probabiliter sustineri et argumenta quae contra illam fiunt ab assertoribus tertiae sententiae (cioè la tomista, si badi bene!) poterunt hoc exemplo dissolvi "... (ibid., col. 141). Un atteggiamento simile aveva preso un secolo prima Pietro Nigri egregio tomista, circa la posizione di Erveo, secondo il quale "esse essentiae et esse existentiae differunt secundum diversos modos significandi per modum verbi et per modum nominis significatorum $e$. E concluse: "Opinio doctoris huius nolo impugnare quia satisfactionabilis videtur et in nullo videtur dictis Sanctorum et philosophorum contraria sed consonaque rationi. Est
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tamen alia solemnis opinio scil. Doctoris sancti s, etc. (Clypeus Thomist., q. XXXII; ed. veneta, per Simonem de Luere, 1504, fol. 56 vab.). Non è a caso che nelle prolisse discussioni del Negro e del Bafiez manca ogni approfondimento del concetto tomista di atto e di s esse * in funzione della nozione di partecipazione com'era stato invece già rilevato dagli avversari, gli Averroisti e dallo stesso Alessandro di Alessandria. Una fedeltà più rigorosa ai termini di s. T. si trova nel maestro secolare G. Versorio per il quale "esse est aliud ab essentia vel natura angeli..." e si riportano con sobria precisione gli argomenti tomisti (QQ. in XII Metaph., q. XII, Colonia, Quentell 1493, fol. 106 vb-107 ra). A questo slittamento del tomismo verso il formalismo vanno attribuite anche le tesi diffuse nella scuola tomista di un atto di s esse "proprio degli accidenti e la conseguente tesi, quasi ufficiale nel t. contemporaneo del primato dell'analogia di proporzionalità sull'analogia di attribuzione; con ogni probabilità anche la tesi attribuita al Gaetano del "terminus substantialis " come costitutive della sussistenza (accertata dallo stesso Bafiez, loc.cit, col. 125-27) e la concezione della "relatio trascendentalis" (cf. A. Krempel, op. cit., p. 646 sgg.), che hanno avuto il favore di molto tomismo dal Seicento in qua, tradiscono le infiltrazioni formaliste e nominaliste a cui, per obbiettività storica, si è voluto accennare.
Se è vero che l'opera di s. T. ha sempre goduto, lungo i secoli, del favore della Sede Apostolica, ciò non ha impedito alle altre scuole di continuare la propria tradizione, e nelle grandi università, fino all'irrompere del pensiero moderno, coesistevano con la cattedra tomista le cattedre che difendevano le dottrine di Scoto, Durando, Gregorio da Rimini... Anzi sulla fine del sec. xiv, quando con Pietro di Ailly il nominalismo ebbe il sopravvento nell'Università di Parigi, i Domenicani furono estromessi dalle scuole dal 1387 fino al 1403. L'episodio più increscioso fu l'attacco del domenicano spagnolo Giovanni di Montesono contro i difensori dell'Immacolata Concezione, fino a sostenere che "qui credit B. Virginem esse conceptam sine peccato originali, esse expresse contra fidem «... e quindi "peccat mortaliter" (cf. le Prop. X-XIII, condannate il 12 luglio 1391, in Chart. Univ. Paris, t. III, Parigi 1894, p. 486 nota storica; v. le 14 prop, condannate nei nn. 1557 sgg., p. 493 sgg ; v. più avanti, n. 1572, p. 518 , la ritrattazione del Montesono). Forse anche questo irrigidimento dell'Ordine domenicano nel negare il privilegio mariano ha contribuito non poco a impedire la comprensione e la diffusione del tomismo nelle scuole cattoliche e a lasciare prendere piede e prestigio al formalismo e al nominalismo teologico che di quel privilegio si erano fatti accesi fautori. Nel campo delle dottrine più strettamente filosofiche continua l'opposizione al tomismo da parte dell'averroismo (v.) fino al sec. xvı con l'esplicito o tacito richiamo a Sigieri di Brabante : la tesi di una "conversione" sostanziale di Sigieri al tomismo, proposta da F. van Steenberghen (cf. Les oeuv. et la decir. de S. de Br., Bruxelles 1938, p. 150 sgg.) è stata fortemente contrastata da B. Nardi (Il preteso tom. di Sigieri di Br., in Giorn. crit. d. fil. it., 17 [1936], p. 26 sgg., che ha avuto anche il consenso di E. Gilson: cf. Bull. Thom., 6 [1942], p. 16 sgg.). Tuttavia è fuori dubbio che la critica tomista del De unit. intell. ha spinto Sigieri a rivedere le sue formole e a riconoscere l'incompatibilità della tesi dell'unità dell'intelletto con la dottrina cristiana. L'ostilità contro s. T. è sistematica nel successore di Sigieri quale corifeo dell'averroismo ch'è Giovanni de Jandun e si prolunga nell'averroismo italiano del Rinascimento ricorrendo anche ad alleanze con le scuole d'indirizzo agostiniano (scotista) e nominalista. Molto controversa è stata in questi ultimi anni (Busnelli, Nardi) l'adesione di Dante al tomismo, ma è fuori dubbio che per il fondo dei problemi il Poeta s'ispira a s. T., anche se l'indole stessa della sua opera lo porta a mantenersi aperto agli influssi più svariati : a Firenze, nel Trecento, le grandi controversie parigine non dovevano avere che un'eco assai fievole se nei Paradiso dantesco s. Bonaventura, s. T. e Sigieri - cioè gli alfieri delle tre correnti in lizza - celebrano nella gioia eterna quell'accordo nella verità che non ebbero speculando in terra e che i loro discepoli rende-
vano nelle scuole sempre meno possibile. Un nucleo di opposizione al tomismo, sia pur di proporzioni ridotte, è stato anche l'albertismo (v. scolastica) che ebbe un periodo di notevole attività a Parigi e a Colonia tra la fine del sec. xiv e gli inizi del sec. xv con infiltrazioni fra gli stessi tomisti, come ad es., in Domenico di Fiandra (J. P. ch'è alle volte in polemica con il tomismo integrale di G. Versorio (cf. L. Mahieu, Dominique de Flandre. Sa métaph., Parigi 1942, p. 21 sgg.).
Col sorgere della Compagnia di Gesù la diffusione della scolastica (v.) prende nuovo vigore e lo studio di s. T. ottiene il posto d'onore nelle primitive costituzioni di s. Ignazio, ma esse furono successivamente modificate dopo la morte del Santo, e si pensò perfino alla composizione di una nuova "Somma Teologica", affidata al P. Laynez (v. la documentazione in P. Gario, Thèses caritas. et thèses thom., Parigi s. d., p. 24 nota). Merita di essere segnalato un movimento di tomismo integrale in seno alla Compagnia, in occasione della polemica molinista, per opera di Giovanni Azor e di Benedetto Pereira che diffusero espressamente la tesi tomista della premozione fisica (cf. A. Michelitsch, Die Kommentar. zur Summa Theol. des bl. Th. v. A., Graz 1923, pp. 35 sgg., 39-61, 102 sgg.), ma fa fenomeno isolato presto represso dal generale Acquaviva : di buona ispirazione tomista è l'opera di Silvestro Mauro (1619-87) che tuttavia non poté competere con quella di Suárez che ottenne la quasi totale adesione delle scuole della Compagnia. Nell'Ordine domenicano le dottrine tomiste ebbero particolare impulso dalle esposizioni ancor oggi apprezzabili del Goudin, di Genevois e, all'inizio del secolo scorso, dell'italiano S. Roselli la cui Summa philosophica ( $3^{a}$ ed., Bologna 1857-59) e stata probabilmente il primo seme per la rinascita del tomismo. Tuttavia occorre riconoscere che l'insigne opera non è immune da infiltrazioni razionaliste, come, ad es., l'assunzione della divisione wolffiana della filosofia e del principio leibniziano di "ragion sufficiente" (cf. op. cit., p. II, Metaph., q. 6, a. I; vol. II, p. 98 sgg.) che avrà un'influenza massiccia nella manualistica neoscolastica ed anche neotomista, come si può riscontrare nelle complicate discussioni sul valore del principio di causalità (cf. C. Fabro, Per la difesa crit. del principio di causa, in Riv. di filos. neosc., 38 [1936], p. 121 sgg.).
a. Tomismo e magistero ecclesiastico. - L'enciclica Aeterni Patris (v.) di Leone XIII richiamò alla unità le forze cattoliche sotto la guida di s. T. L'efficacia dell'ingiunzione pontificia è attestata dalle sollecite adesioni dell'episcopato cattolico, dei maestri ed enti culturali e dei Superiori maggiori fra le quali va segnalata quella del p. P. Beckx, generale della Compagnia di Gesù, che assicurò il Pontefice di essere tornato a ingiungere a tutti "con maggior calore" l'osservanza delle nuove disposizioni "cambiando alcuni professori che sembravano meno adatti allo scopo" (J. J. Berthier, S. Th. A. Doctor Communis, Roma 1914, p. 600). La mente di Leone XIII era che anche i Francescani seguissero s. T. e chiarì la sua volontà con le gravi parole: «Discedere inconsulte ac temere a sapientia Doctoris Angelici res aliena est a voluntate nostra, sedemque plena periculis... Sanctum itaque sit apud omnes beati Francisci alumnos Thomae nomen: vereantur non sequi ducem quam bene scripsisse de se Jesu Christus testabatur" (lett. del 27 nov. 1898, al Ministero gen. dell'Ordine, Apud J. J. Berthier, op. cit., p. 264).
L'opera del b. Pio X fu diretta a stimolare lo studio sistematico delle dottrine tomiste, soprattutto per far fronte al modernismo (v.) che sconvolgeva dalle radici la verità cattolica: l'invito pressante compare nell'encicl. Sacrorum Antistitum del $1^{\circ}$ sett. 1910 ed è sviluppato con perentoria insistenza nel "motu proprio" Doctoris Angelici del 29 giugno 1914 (AAS, 6 [1914], pp. 336341). A maggior chiarificazione della sua volontà il b. Pontefice fece pubblicare il 27 luglio dalla S. Congregazione degli Studi un elenco di 24 punti o "tesi" della
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In alto: S. TOMMASO D'AQUINO, affresco del Beato Angelico (1435-45) - Firenze, Museo di S. Marco. In basso: VISIONE DI S. TOMMASO, dipinto di Giovanni di Stefano detto il Sassetta (sec. xv) - Pinacoteca Vaticana.
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In alto: VEDUTA del Duomo e campanile. In basso: VEDUTA AEREA di Torcello. In primo piano cupola di S. Fosca.
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filosofia tomista ordinando che tali " pronuntiata maiora sancte teneantur" da tutte le scuole di filosofia (ibid., 383 sgg.) : furono questi gli ultimi documenti dottrinali del suo pontificato. Con Benedetto XV la fedeltà alle dottrine tomiste è passata nella legislazione della Chiesa: infatti il CIC stabilisce che tutte le scuole cattoliche seguano in teologia e filosofia i principi di s. T. (cann. 580 § i e 1366 § 4) e la prescrizione fu ribadita nella cost. apost. Deus scientiorum Dominus del 1931 e da Pio XII nella encici. Humani generis. Il Generale della Compagnia di