volume-12

Back to Volumes
., che aveva avuto occasione di prendere a cuore le questioni politico-sociali, che cominciavano ad agitare il mondo del Rinascimento (il generarsi delle nazioni moderne prospettava ad un cattolico attento alla realtà storica la necessità di soluzioni ideali del problema dell'organizzazione della "comunità "terrena), accennandone nella sua Vita di Edoardo V e del Duca di York, suppone il dialogo avvenuto in Anversa fra tre personaggi : T. stesso, Pietro Gilles, amico suo e di Erasmo, e un immaginario Raffaele Irlodeo, vecchio navigatore che vi ha la parte principale narrando le cose da lui vedute nei suoi viaggi in terre lontanissime. Il I I. dell'opera, che è un'aperta critica alle consuetudini della politica europea, ispirate a schietto machiavellismo, e all'organizzazione sociale inglese, dove la ricchezza era accentrata nelle mani di un'oligarchia, ha il suo punto centrale nella domanda : di fronte ad una politica senza scrupoli può un "filosofo" - leggi "cattolico" - partecipare alla direzione dello Stato sapendo che i suoi consigli morali non trovano buona accoglienza? La risposta che affiera è che non è bene ritirarsi perché non si può convertire alle proprie concezioni i governanti, ma adattandosi alle circostanze occorre rettificare quanto è possibile, senza compromettere il tutto con una rigida intransigenza. Nel II I. R. Irlodeo descrive le leggi e le consuetudini di un'isola immaginaria, Utopia, dove s'era fermato per qualche tempo, e dove prosperava una società precristiana ispirata ai dettami della ragione naturale.

Sul fondamento di una comunanza di beni (la società senza proprietà è creata da T. M. per sottolineare le ingiustizie economiche della sua patria e come aspirazione ultrareale ad una vita il più possibile fraternamente "comunitaria d 'l autore vuole evidentemente mostrare il grado di civiltà raggiungibile con la sola ragione umana; talune istituzioni "utopiane" sarebbero da adottare in Europa, mentre altre no, come egli stesso dichiara alla fine dello scritto, dove spesso una sottile appuiia ed ironia va a finire nella satira. La società utopiana non è che una grande famiglia retta da magistrati che si fanno chiamare e sono padri. Tutta l'attività è regolata dal senato ove si svolgono i dibattiti su ogni questione l'interesse comune; in particolari contingenze si ricorre alla consultazione di tutta la popolazione isolana. Pur esistendo professioni religiose diverse, gran parte della popolazione crede in una divinità eterna ed immensa che chiama padre. Tutti poi sono convinti dell'esistenza di un unico essere supremo creatore dell'universo e provvido, chiamato Mitra. Se uno vuol trarre altri alla sua credenza usa soltanto la persuasione, altrimenti è esiliato o reso schiavo; nessuno è però libero di negare una provvidenza e una rimunerazione dopo la morte. In tal caso è escluso da funzioni pubbliche e può sostenere le proprie opinioni solo a parte con sacerdoti e uomini saggi, perché cosi forse potrebbe mutarle. Appena venuti a conoscenza della fede di Cristo, portata da Raffaele e dai suoi compagni di viaggio, molti utopiani si convertirono, pur sempre rispettando la libertà degli altri. I sacerdoti (uomini e donne) in Utopia, santi e pochi, hanno il compito di consigliare ed ammonire; allontanano però dalle funzioni gli empi, che, se non si mostrano pentiti, vengono deferiti al giudizio del senato.

Sono ammessi il divorzio per adulterio o incompatibilità di carattere e una auto-eutanasia in certi casi di malattia. Nei rapporti internazionali gli utopiani non stipulano trattati perché la natura affratella già a sufficienza; in guerra comprano i nemici perché eliminino il loro principe eupin. gono i suoi parenti ad usurparne il potere ovvero i confinanti ad occuparne le terre - qui il T. ripete, velata dall'ironia, la critica al machiavellismo -; essi però detestano la guerra e sono avarissimi del sangue dei propri cittadini.

Gli altri scritti di T. si possono raggruppare in opere di erudizione umanistica (quali la traduzione di epigrammi dall'Antologia greca e di Dialoghi di Luciano, e la Vita di Pico della Mirandola); di meditazione religiosa, di cui
notevole anche artisticamente il Dialogo del conforto contro la triboluzione, scritto in inglese durante la prigionia nella Torre; di polemica religiosa contro gli eretici, redatti essi pure in inglese per motivi pratici; infine a parte stanno le sue lettere ai famigliari ed amici e l'interessante Apologia scritta dopo le dimissioni. T. ha contribuito non poco ai formarsi dell'inglese come lingua letteraria, specialmente per la prosa.

Nella complessa figura di T. M. si concentra l'equilibrio tra ortodossia cattolica ed esigenza di rinnovamento, fra politica e religione, tra umanesimo e rinascimento; la sua cultura raffinatissima è espressione anch'essa dell'armonia costante della sua vita.

Biel.: T. E. Bridgett, Life and writings of sir Th. More, Londra 1891; K. Kaunky, Th. M. und reine Utopia, Stoccarda 1907; F. Sosbohm, The Oxford reformers, Nuova York 1911; H. Bremond, Le bienh. Th. M., $4^{4}$ ed., Parigi 1920 (trad. it., $2^{4}$ ed., Roma 1907); H. Ousken, Die Utop. der Th. M. und das Machtproblem in der Staatslehre, Heidelberg 1922; E. Dermenghem, Th. Morus et les utopistes de la Renaiss., Parigi 1927; G. Mosca, L'Ut. di T. M. e il pensiero comm. moderno, in Scritti della Facoltà giur. di Roma in onore di A. Salandra, Milano 1928, p. 254 sgg.; H. Brockhaus, Die Utopia, Lipsia 1929; V. E. Campbell, More's Ut. and his social teaching, Londra 1930; E. M. G. Routh, Sir Th. M. and his friends, Oxford 1933; D. Sargent, Th. M., Parigi 1935; R. W. Chambers, Th. M., Nuova York 1935; M. Delcourt, Rech. sur Th. M., in Humanisme et Renaissance, 3 (1938), p. 22 sgg.; Th. Maynard, Humanist as hero. The life of sir Th. M., Nuova York 1937; G. Ritter, Manhstaat und Ut., Monaco 1940; G. Semprini, La civiltà dell'Umanes. sull'Utopia del M., Genova 1940; C. R. Thompson, The translations of Lucian by Erasmus and it. Th. M., Ithaca 1940; M. Petrucchi, Proleg. all' Ut. di T. M., in L'uomo e la storia, Bologna 1944, p. 7 sgg.; F. Hermano, St Th. M. et la commun. humaine, in Hist. doctrinale de l'Humanisme chrétien, II, Tournai-Parigi 1948, pp. 116-84; F. Battaglia, Saggi sull'Ut. di T. M., Bologna 1948; A. Castelli, Note sull'Umanes. in Inghilterra, Milano 1949; N. Vian, S. T. M. tra la vaga e il mito, in Miscell. Puschini, II, Roma 1949, p. 213 sgg.; H. W. Donner, St. Th. M.'s Treatise on the Four Last Things, in English Miscell., 3 (1952), p. 25 sgg.; J. H. Hexter, More's Ut. : the biography of an idea, Princeton 1952.

Alberto Monticone
TOMMASUCCIO (Tommaso Unzio) da Foligno, beato. - Terziario francescano, autore d'un carme profetico, n. a Valmacinaia (Nocera Umbra) nel 1319, m. a Foligno il 15 sett. 1377. Il suo corpo riposa nella chiesa di S. Agostino.

Per 24 anni condusse vita di aspra penitenza sul Monte Regali, presso Gualdo Tadino, con il suo maestro b. Pietro di Regoli o di Gualdo. Morro questo (1365), si fece murare in una celletta in cui visse in preghiera per tre anni. Indi, per invito angelico, uscì a predicare la penitenza e la sottomissione al Papa, e percorse l'Umbria, il Piceno, la Toscana, la Liguria, con prodigi e profeste. Indi tornò a Foligno, dove visse 4 anni in un angolo di ospedale. E celebre la visione che ebbe della gloria di Maria Vergine, di s. Francesco, dei suoi discepoli e dei membri del Terz'ordine fedeli alla Regola. Il suo carme profetico, recitato durante una specie di estasi e scritto dal suo confidente Bartolomeo Lardi, fu stampato a Vicenza (1310), a Fano, a Foligno (1566). T. rimprovera vizi e discordie, profetizza prossime sventure di regioni e città, specie dell'Italia centrale. Figura nel Martyr. Franciscanum, Roma 1938, p. 359, al 15 sett.

Biel.: L. Jacobilli, Vita del b. Tommaso detto T. del T. O. ai s. Francesco, Foligno 1626; L. Anoni, Il profeta del sec. XIV e il b. Tommaso Unzio e il suo tempo, $2^{4}$ ed., Anzio 1877; M. Paloci Fulignani, Delle profecie del b. T. da Foligno, saggio bibliogr., Foligno 1881; id., Elenco di coloro che scrissero del b. T. da Foligno, in Giorn. stor. della lett. ital., 1 (1883), pp. 211-13; id., Visioni del b. T, in Miscellanea francesc., 8 (1893), p. 140 sgg.; G. Mazzatinti, Una profecia attribuita al b. T. da F., ibid., 2 (1887), pp. 3 e 32 ; R. Renier, Notizie sulle ediz. delle profecie di T. Unzio, in Giorn. degli eruditi e curiosi, 2 (1884), n. 63. Felice da Mareto

TONCHINO: v. INDOCINESE FEDERAZIONE.
TONDELLI, LEONE. - Esegeta e storico, n. a S. Bartolomeo (Reggio Em.) il 5 maggio 1883, m. a Reggio Emilia il 5 genn. 1953.

Compiuti gli studi nel Seminario diocesano, fu ordinato sacerdote il 28 ott. 1905; a Roma si laureò in diritto ca-

## Page 210

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(Int. R. Serradi, Reggio Emilia)
TondeLLI, LEONE - Ritratto.
nonico. Insegno poi esegesi nel Seminario diocesano di Reggio Emilia fino alla morte, essendo insieme zelante parroco di Bibbiano (1920), poi arciprete del Duomo (dal 1930). Consultore della Commissione Biblica (1935), era prelato domestico dal 1936.

Pubblico: Odi di Salomone (Roma 1914); Matilda di Canossa (per il centenario della morte della grande Contessa, Reggio Emilia 1915); Gesù nella storia (Milano 1925); Il pensiero di s. Paolo (ivi 1928, Torino 1947); Il mandeismo e le origini cristiane (Roma 1928); Le profezie di Ezechiele (Reggio Etn. 1930); Mani: rapporti con Bardesane, s. Agostino e Dante (Milano 1932). Gli ultimi anni della sua vita furono i più operosi: Gesù Cristo (Torino 1936); Apologia del cattolicesimo (Roma 1939); Il libro delle figure dell'abate Gioachino da Fiore (2 voll., Torino 1940); Gesù secondo s. Giovanni (ivi 1943); Da Gioachino a Dante (ivi 1944); Gli gnostici (ivi 1950); L'Eucaristia visita da un esegeta (Alba 1951). Nel frattempo rivedeva e riordinava i suoi studi cristologici in un'edizione definitiva: I Vangeli (Torino 1946); Gesù nei primi Vangeli (ivi 1947); Il disegno divino nella storia (ivi 1947).

Biel.: F. Simonelli, Mons. L. T. in La Scuola Catt., 81 (1933), pp. 321-28, con elenco delle pubblicazioni del T. Corrado Baisi

TONELLO, Michelangelo. - Uomo politico, n. a S. Secondo il 29 maggio 1800, m. a Torino il 2 dic. 1879. Professore di diritto canonico, e poi di diritto romano nell'Ateneo torinese, fu deputato al Parlamento subalpino e italiano e senatore dal 1868.

Il suo nome acquistò vasta risonanza nel 1866 allorché venne incaricato di una missione speciale a Roma per trattare con la S. Sede il problema delle numerose sedi vescovili nel territorio del Regno. Nell'esplicazione del compito affidatogli il T. conseguì risultati particolarmente notevoli, riuscendo la dove era fallita, pochi mesi avanti, un'analoga missione dell'on. Vegezzi. Mentre quest'ultimo aveva impostato le trattative su di una soluzione globale del problema, trasportandolo quindi nel campo politico, il T. preferì lasciare impregiudicata ogni questione di principio e discutere su ogni singola diocesi, cosi da raggiungere l'accordo nella maggiore parte dei casi trattati. Speciale importanza ebbero le conversazioni relative alle arcidiocesi di Milano e di Torino: per Milano la S. Sede acconsentí alla nomina di mons. Nazari di Calabiana, ponendo termine ad una vacanza che durava dal 1859, e per Torino si addivenne alla promozione di mons. Riccardi di Netro vescovo di Biella. Risultati altrettanto positivi conseguì il T. in merito alla questione, non meno importante, dei beni delle comunità religiose.

La sua missione falli invece per quanto riguardo la la spontanea rinunzia del Pontefice al potere temporale, che egli aveva avuto incarico dal Ricasoli di richiedere confidenzialmente a Pio IX.

Il tatto e la perizia con la quale aveva assolto il suo mandato guadagnarono al T., oltre alla riconoscenza di Vittorio Emanuele II, la personale simpatia del Papa.

Biel.: B. Ricasoli, Lettere e docum., IX-X. Firenze 1894-95, v. indice; G. E. Curatolo, La Quest. rom., Roma 1928, pp. 49-51; A. Piola, La Quest. rom. nella storia e nel diritto, Padova 1931; S. Jecini, La politica eccl. ital. da Villafranca a Porta Pia, Bari 1938; A. C. Jannón, La Questione romana, Milano s. a.; id., Chiara e Stata te Italia, Torino 1952, pp. 310, 315, 319. Renzo U. Montini

TONGA. - Arcipelago oceanico a NE. della Nuova Zelanda.

E costituito da ca. 150 unità per una superficie complessiva di 697 kmq ., una metà dei quali all'incirca spettanti all'isola maggiore Tongatapu ( 331 kmq .). Le isole, in parte vulcaniche (ad O.), in parte coralline, sono abitate da Polinesiani ( 46.000 anime), che vi esercitano l'agricoltura, la pesca e il commercio (prodotti principali spugne, copra e banane). Il capoluogo è Nukualofa. Le isole T. e degli Amici formano dal 1845 un regno indigeno, posto dal 1899 sotto protettorato inglese.

Biel.: A. H. Wood, A History and Geography of T., Nukualofa 1932.

VICARIATO APOSTOLICO DELLE ISOLE T. - I protestanti vi si stabilirono nel 1827 e approfittando dell'ambizioso capo di Haapaii, Taoufa-Ahaou, fecero molti proseliti.

Il 13 ott. 1837 a mons. Pompalver fu proibito di sbarcare a Vavau. Il 2 luglio 1842 fu possibile al medesimo mons. Pompalver e al p. Chevron di stabilirsi nell'Isola di Tongatabu. Dopo un paziente lavoro di penetrazione si ebbero nel 1843 le prime conversioni. Nel 1852 i protestanti iniziarono una campagna di calunnie contro i cattolici, che per opera del re Georges I nel 1852 sfocio in una persecuzione aperta, durata fino al 1855 . Negli anni successivi la missione poté svilupparsi abbastanza bene. Il 23 ag. 1842 venne eretto il vicariato apost. di Oceania centrale, distaccato dal vicariato apost. dell'Oceania occidentale e Nuova Zelanda (v. Auckland), diocesi di). Da essa furono distaccati il vicariato apost. di Nuova Caledonia (1847), il vicariato apost. di Arcipelago dei Navigatori (1850), la prefettura apost., ora vicariato, di Isole Figi (1863); altre isole furono annesse al vicariato apost. di Isole Gilbert, quando questo venne eretto (1897). Nel 1935 fu distaccato il vicariato apost. di Wallis e Futuna. Il 13 apr. 1937 ebbe l'attuale denominazione.

Secondo le statistiche del 1951 su di una popolazione di ca. 30.000 ab. i cattolici sono 6700 e i protestanti 23.612. I missionari maristi sono 12, di cui 4 indigeni, 1 suore 32 , le stazioni primarie 8 , secondarie 21 , le scuole elementari 20 , superiori 6.1

Biel.: I. Hervier, Les Missions Maristes en Orianie, Parigi 1902, pp. 41-64; AAS, 29 (1937), pp. 308-309; MC, 1950, p. 476 .

Saverio Pavent.
TONGERLOO. - Abbazia premostratense vicino ad Anversa nel Belgio. Fu fondata nel 1128 in onore della B. Vergine, da Giselberto, con religiosi inviati dall'abbazia di S. Michele di Anversa.

La carta di fondazione fu sottoscritta da s. Bernardo e dal b. Waltmann; il primo abate fu Enrico, compagno di s. Norberto. Il vescovo di Cambrai concesse privilegi agli abati, i quali fecero ben presto del monastero di T. uno dei centri spirituali più fiorenti di queste contrade, dove prima della fine del sec. xili ebbero oltre 20 parrocchie, che in seguito giunsero fino a 40. Pio T. dovette passare le rendite al vescovo di Bois-le-Duc fino al 1590.

Nel 1572 gli ugonotti uccisero i sacerdoti Pietro Janssens parroco di Hasrenby-Oisterwijk, Enrico Bosch parroco di Nispen-Roozendaal e Pietro de Calmpthout che rifiutò di rinnegare la sua fede (J. Van Spilbeeck, Les martyrs de T. au XVI e siècle, Bruxelles 1890).

Dal 1569 al 1590 fu incorporata nella diocesi di 'S-Hertogenbosch. Dal 1626 al 1812 l'abbazia ebbe un collegio teologico in Roma. In T. nel 1793 venne pubblicato il VI vol. di ott. degli Acta Sanctorum dei Sullandisti.

L'Abbazia venne soppressa nel 1796 e in parte demolita; fu restaurata nel 1848 e danneggiata da un incendio nel 1929. Conserva ancora la sua antica recinzione; vi si accede mediante un grande portale (secc. xv-xvi); l'edificio della prelatura del Kerriex risale al 1725 e contiene una pinacoteca (secc. xVI-xVII) e una serie di arazzi di Bruxelles del 1686. L'ospizio ha un'ala a torrette del 1473, restaurata nel 1930, in cui sono la biblioteca e l'infermeria.

La chiesa abbaziale attuale, in stile gotico, rimonta al 1851-58; contiene una copia del sec. xVI della Cena di Leonardo da Vinci. Anche il chiostro è tutto rifatto.

## Page 211

Bibl.: H. Lamy, L'abbaye de T. jusqu'ca 1263, Lovanio 1914; id., Les arch. de l'abbaye de T., in Bull. de l'acad. arch. Belge, 1922, pp. 203-209; id., L'Oeuvre des Bolland, à l'abbaye de T., Tongerlan 1927; R. Van Voorlelahan, Rèpert des sources relat. à l'hist. des monast. de l'Ordre de Prémontré, Bruxelles 1930, pp. 254-57; E. Michel, Abbayes et monast. de Belgique, Bruxelles-Parigi 1932; Cottineau, II, coll. 3168-70. Enrico Josi

TONGIORGI, Salvatore. - Filosofo, n. a Roma il 25 dic. 1820 , m. ivi il 12 nov. 1863 . Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1837 . Fu professore di filosofia nel Collegio Romano dal 1853 fino alla morte.

Le sue Institutiones philosophiae (3 voll., 1861) e le Institutiones compendiariae philosophiae moralis (1863), notevoli per solidità di dottrina e chiarezza di esposizione, incontrarono favore ed ebbero numerose edizioni. Subendo l'influsso del suo tempo, egli si allontanò tuttavia dalle dottrine scolastiche in non poche questioni di ontologia, cosmologia e psicologia. La parte migliore della sua opera è la Logica, che comprende un ottimo trattato di dialettica, preposto alla logica maggiore.

Bibl.: Sommervogel, VIII, col. 96; Hurter, V, col. 1196; L'Università Gregoriana del Collegio Romeno nel I sec. dalla restituzione, Roma 1829, pp. 188-89.

Paolo Dezza
TONGRES (in fiammingo Tongeren). - Città e antica diocesi nel Limburgo (Belgio), sulle rive del fiume Iekar affluente della Mosa. E l'antica $A$ dnateca Tungravum, capoluogo della Civitas Tungravum nella provincia romana della "Germania inferior".

La diocesi fu istituita fin dal sec. in. ma il primo vescovo noto è s. Servazio ( $344^{-84}$ ) che si rifugiò a Maastricht (v.). Con l'invasione del 406 la città perdette la sua importanza e venne fatta amministrare da rappresentanti del vescovo di Liegi. Un grave incendio la danneggiò nel 1677.

L'antica cattedrale Notre-Dame è in stile gotico del sec. xim eretta sopra l'anteriore chiesa romanica di cui sussistono la cripta e il chiostro del sec. xir. quest'ultimo restaurato nel sec. xiv; l'abside e l'ultima parte delle tre navate con le cappelle appartengono ai secc. xivxv; il transetto è del 1456; il portico, la facciata e l'alta torre vennero edificate tra il 1444-1586. Il candelabro pasquale in ottone è opera di J. J. De Dinant; mirabile è un Crocifisso romanico dell'inizio del sec. xir. Il tesoro annesso conserva un avorio del sec. vi rappresentante s. Paolo con nel verso una lista di vescovi di Liegi dall'840 al 956 ; in origine detto avorio faceva parte di in dittico contenente a destra la figura di s. Pietro, oggi conservata nel Museo del Cinquantenario a Bruxelles, ma in parte restaurata (J. Helbig, L'art mosaic depuis l'introduction de christianisme jusqu'à la fin du XVIII e siècle, Bruxelles 1906, p. 23; M. Laurent, Les ivoires prégothiques conservés en Belgique, ivi 1912, pp. 6-7, fig. 2); si hanno inoltre due evangeliari, uno del sec. Ix e l'altro delI'xi; un trittico con la reliquia della S. Croce del 1170 ca. Notevoli sono anche la chiesa dell'ospedale di S. Giacomo ( 1660 -62) e quella di S. Caterina, eretta nel 1224, ma restaurata con l'annesso béguinage del 1257.

Il papa Pio xi con lettera apostolica del 20 febbr. 1931 elevò a dignità di basilica minore l'antica cattedrale di Notre-Dame, eretta in onore della B. V. M. "Causae nostrae laetitiae" (AAS, 23 [1931], pp. 373-75).

Esplorazioni eseguite nel 1912 in T. hanno confermato la sua origine romana e che la sua cinta di mura di tale età fu più estesa di quella medievale. Importanti studi su T. e i suoi monumenti vengono pubblicati nel Bulletin de la Société scientifique du Limbourg fino dal 1906.

Bibl.: J. Paquay, Monographie illustrée de la collégiale Notre-Dame de T., Tongres 1911; id., L'organisation chrét. en Tongrie, Lovanio 1920; L. Duchesne, Fautes épies de l'anc. Gaulo, III, Parigi 1915, p. 184 seg.; E. de Moreau, Le transfert de la résidence des évêques de T. à Maastricht, in Revue d'hist. ecclés., 20 (1924), pp. 457-64; id., Hist. de l'Eglise en Belgique, I, Bruxelles 1940, passim.; H. Van de Weerd, Civitas Tungravum in Germania inferior, in L'Antiquité classique, 4 (1935), pp. 175-89.

Enrico Josi
TONIOLO, Giuseppe. - Uno dei massimi maestri del pensiero sociale cattolico, n. a Treviso il 7 marzo 1845, m. a Pisa il 7 ott. 1918, in fama di santo.

Iscritto alla Facoltà di giurisprudenza a Padova, vi si distinse per intelligenza e profitto e fu incoraggiato a "proseguire gli studi. Nel 1878 ottenne la nomina a professore straordinario di economia politica all'Università di Modena. Di li. l'anno medesimo, fu trasferito con ugual titolo all' Università di Pisa, dove nel 1884 conseguì l'ordinariato e trascorse poi tutta la vita. Nel 1878 T., avendo ormai assolto i suoi più gravi impegni per la sistemazione dei fratelli, contrasse matrimonio con la signorina Maria Schiratti di Pieve di Soligo (Treviso), che poi fu sua fedele compagna e collaboratrice per tutta l'esistenza e dalla quale ebbe sette figli. La sua attività da Modena e fino al conseguimento dell'ordinariato a Pisa fu assorbita dagli studi e dall'insegnamento, oltreché dalle cure della famiglia. Con regolari e intemoratiche di pietà approfondì ad un tempo la sua vocazione di cristiano, fortemente sentita fin dai primi anni. Tra i suoi documenti si è trovato difatti dopo la morte un regolamento di vita recante la data del 1882 con il quale egli si propone di ottenere la propria santificazione, mediante un coscienzioso adempimento dei suoi doveri di cristiano, di padre, di insegnante e di scienziato.

Nei medesimi anni, che furono in tutti i sensi decisivi per la sua ulteriore carriera, il T. raggiunse la sua piena maturazione scientifica, scandagliando un tema che costituisce l'anima di tutta la sua attività di pensatore; l'influenza dell'etica sull'economia. Tale tema gli era stato suggerito dal clima intellettuale dell'epoca in cui egli si affacciò allo studio dell'economia, clima caratterizzato dalla reazione della prima scuola storica tedesca contro l'utilitarismo dei classici, la quale aveva trovato forti echi nell'Università di Padova. Ma egli lo sviscerò con originalità di risultati concretatisi nella compiuta dimostrazione che l'economia implica sempre una concezione morale ed è ad essa difatti subordinata. Nei primi anni pisani coltivò con successo anche gli studi storici delle dottrine e dei fatti economici della Toscana, e dai risultati delle sue ricerche - che gli rivelarono l'influenza autonoma che sul divenire dell'attività economica esercitano le concezioni etiche e religiose degli attori economici fu indotto a sostituire il dualismo al monismo materialista che allora veniva di moda. I più importanti di questi suoi studi rimasero allo stato di abbozzo incompiuto, perché, distratto da altri interessi, il T. non ebbe il tempo di poilrli. Fortunatamente però egli riusci a far apprendere il suo metodo storiografico al giovane Warner Sombart che in quegli anni fu suo allievo a Pisa, ed il Sombart lo sviluppò e applicò poi sistematicamente in opere universalmente note. Il T. era stato presumibilmente guidato alla scelta del tema dei suoi studi anche da profondi convincimenti religiosi. Certo è che la sua religiosità trasse nuovo conforto e sussidio dai risultati di essi. Perciò quando, resosi padrone della sua materia e conseguita con l'ordinariato una base materiale sicura, egli poté intraprendere l'azione sociale più vasta dell'insegnamento, a cui era naturalmente inclinato come profondo pensatore, egli cercò la piattaforma di tale azione nelle organizzazioni cattoliche, che allora in Italia combattevano una battaglia difensiva contro il militante anticlericalismo delle classi governanti. Il T. mise a disposizione della causa prescelta con assoluto disinteresse la sua opera di pensatore, di pubblicista, di oratore e di organizzatore, cercando soprattutto di trasfon-

## Page 212

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(da V. Lerognais, Les Pontifetaux mss. des Bibl. poüé de France, Parigi 1887, rev. [f]
Tonsura - Vescovo in atto di tagliare i capelli a un chierico. Miniatura del Pontificale Romano adattato all'uso di Besançon (1" metà del sec. xiv) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 17336, f. I.
dere nelle organizzazioni cattoliche la consapevolezza, che egli aveva guadagnato in sede scientifica, della missione redentrice che al cattolicesimo toccava in campo sociale e di guadagnarle poi al programma di Leone XIII, che nella sua presa di posizione di fronte alla questione sociale aveva sottolineato particolarmente i doveri della giustizia conculcata a danno delle classi operaie. Egli usò tuttavia della massima delicatezza in modo da impedire possibilmente rotture nello schieramento cattolico. Il b. Pio X, anche in considerazione di questo, si valse perciò del suo consiglio per la riorganizzazione delle forze cattoliche, resasi necessaria in seguito alla crisi provocata in seno ad esse dal vigoreggiare di queste idee e lo creò primo presidente della nuova organizzazione nazionale dei cattolici (Unione Popolare [v.]). Precedentemente, per promuovere le idee che gli stavano a cuore, in pieno accordo con la S. Sede egli aveva fatto sorgere come completamento dell'organizzazione cattolica generale l'Unione cattolica per gli studi sociali ([v.] 1891), la Società cattolica italiana per gli studi scientifici ([v.] 1899), aveva ridato vita all'Unione di Friburgo, aveva fondato la Rivista internazionale di scienze sociali e ausiliarie ([v.] 1893), ed aveva inoltre costituito e assunto la presidenza della Sezione italiana della Association internationale pour la protection légale des travailleurs (1901).

Per promuovere questa sua attività pratica il T. compose una serie di scritti divulgativi e originali sui temi della crisi sociale, del capitalismo, della strategia e tattica dell'opera di ricostruzione, di cui meritano di essere ricordate specialmente le seguenti caratteristiche : la fede nel l'avvenire della democrazia, la viva insistenza sulla struttura organica della società e sul primato dell'organizzazione sociale su quella politica, sulla necessità dell'intervento pubblico nell'economia per la protezione dei lavoratori, sul patrimonio religioso-etico della società come elemento unificatore di essa, e sulla necessità della collaborazione internazionale. Da tale attività fu anche condotto a trascorrere alla sociologia, che egli, alla stregua
della moda intellettuale dell'epoca, concepi come una scienza, anziché come una disciplina scientifica, anzi come la sintesi di tutte le scienze, pur contestando il monismo dei metodi sociologici allora in voga.

Per la sua intensa attività pratica e scientifica, per la purezza del suo carattere, egli divenne il mentore dei cattolici italiani e fu considerato anche all'estero uno dei massimi maestri del pensiero sociale cattolico.

Il nome di T. scienziato si raccomanda specialmente all'« Introduzione» del suo Trattato di economia sociale e alla sua Storia dell'economia sociale toscana nel medioevo, solo recentemente edita nelle sue Opera Omnia (da vivo egli ne pubblicò solo una piccola parte!). La fama di T. come ideclogo sociale è affidata specialmente agli scritti : La democrazia cristiana; Concetti e indirizzi sociali all'esordire del sec. $X X$, e Provvedimenti sociali popolari.

La causa di beatificazione è stata introdotta con decreto del 7 genn. 1951.

Bibl.: E. Da Persico, Vita di G. T., $2^{\circ}$ ed., Milano 1939; G. Tomolo, Saggi e conferenze, ivi 1943; Opera Omnia di G. T., Città del Vaticano 1947-53 (cf. specialmente il vol. delle Lettere), Serafino Majorotto

TÖNNIES, Ferdinand. - Sociologo, n. a Oldensworth (Schleswig) il 26 luglio 1855 , m. il 9 apr. 1936.

Addottoratosi in filosofia, si dedicò agli studi sociali. Nel 1881 divenne libero docente nell'Università di Kiel e successivamente titolare (1891), straordinario (1908), ordinario (1933). Fu consigliere a Ratisbona. Per la sua chiara fama gli furono conferite honoris causa le lauree in diritto e in scienze politiche; fu presidente della Deutsche Gesellschaft für Soziologie e della Società internazionale Hobbesiana e membro delle più celebri Accademie scientifiche internazionali. Il punto centrale della sua concezione sociologica è nella individuazione dei due stadi di Gemeinschaft e di Gesellschaft; questo, che è creazione cosciente e libera dell'uomo, è il punto di arrivo del processo storico che si diparte dalla naturalità del primo.

Tra i principali suoi scritti : Hobbes Leben und Lehre (Stoccarda 1896 e 1925); Uber die Grundthatsachen des sozialen Lebens (Berna 1897); Das Wesen der Soziologie (Dresda 1907); Die Entwichtung der sozialen Frage (Lipsia 1907 e 1919); Die Sitte (Francoforte sul M. 1909); Welthrieg und Völkerrecht (Berlino 1917); Kritik der offentlichen Meinung (ivi 1922); Soziologische Studien und Kritiken (Jena 1925-26); Einführung in die Soziologie (Stoccarda 1934); Gemeinschaft und Gesellschaft (Lipsia 1926 e 1934).

Bibl.: F. Darmstaedter, Necrologio, in Riv. intern. di filos. del diritto, 16 (1936), pp. 570-72. Augusto Moreschini

TONSURA. - Rito sacro istituito dalla Chiesa, mediante il quale il fedele battezzato e cresimato, col taglio dei capelli e con l'imposizione della cotta, nonché con una formola propria, da laico diventa chierico.

La t. clericale, però, non è da confondersi con quella monastica o religiosa, mediante la quale il candidato si separa dal mondo per dedicarsi allo stato religioso (v.). Questa si conferisce anche alle novizie e non si amministra con la formola propria della t. chiericale.

La t. non è un ordine, ma un rito che precede gli Ordini sacri come si rileva chiaramente dal Concilio di Trento. (sess. XXIII, cap. 2 De Sacram. Ordinis e cap. 6 De Reformat.; sess. XIV, cap. 2 De ref.). Quanto alla forma della t., quella romana aveva la forma di una corona, quella celtica invece di una mezza corona, in quanto i celti, ecclesiastici e monaci, si radevano tutta la parte anteriore della testa da un orecchio all'altro lasciando una striscia di capelli sulla fronte. Tale originale t. suscitò vivaci polemiche nel sec. viI tra celti e missionari inviati da Roma per l'evangelizzazione degli Angli (cf. Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 319, 329, 505).

La t., che, all'inizio, si conferisce col primo Ordine, dal sec. viI se ne separa, dapprima soltanto per i bambini, poi anche per gli adulti; e la prassi d'iniziazione degli adulti, mediante la t., allo stato clericale fu approvata dalla Chiesa e riservata al vescovo (cap. 11, X de aetate 1, 14 Decr., Ionoc. III); dal quale testo risulta che tale prassi fu universalmente ammessa fin dal sec. xit e rite-

## Page 213

nuta, a parte quanto riguarda l'età, anche dal Concilio di Trento.

Diritto vigente. - Ministro ordinario per il conferimento della t. è il proprio vescovo (can. 955) ai sensi del can. 956. Ministri straordinari nel diritto antico erano soltanto i cardinali preti nei loro titoli; nel diritto vigente sono tutti i cardinali (can. $239 \S 1, \mathrm{n} .2$ ) e non solo per i chierici dei loro titoli, ma per tutti, purché, s'intende, muniti delle dimissorie del proprio Ordinario. Sono inoltre ministri straordinari della t. gli abati regolari di governo, quantunque senza territorio, purché siano sacerdoti, abbiano ricevuto la benedizione abbaziale e si tratti dei loro sudditi, in virtù della professione almeno semplice (can. 625), pena la nullità, salvo che l'abate non sia insignito del carattere episcopale (can. 957 § 2).

Quanto ai requisiti da parte del candidato, il can. 973 CIC stabilisce : la t. e gli ordini minori si conferiscono soltanto a coloro che intendono farsi preti e si prevedono degni (cf. l'istruzione della S. C. dei Sacramenti del 27 dic. 1930: AAS, 23 [1931], p. 120 sgg . circa la petizione del candidato da esibirsi al rettore del seminario due mesi prima dell'Ordinazione). Requisiti questi che, oltre quelli richiesti ad validitatem (can. 968 § 1), devono riscontrarsi con altri espressamente indicati (can. 974), per la liceità di ogni ordinazione. Per l'età del tonsurando la disciplina immediatamente anteriore al CIC stabiliva il settennio completo (C. 41.9 in 60 ; Conc. Trid., sess. XXIII, C. 4 De reform., Pontificale Romanum: De ordinibus conferendis). In alcuni luoghi, però, per diritto particolare, si richiedeva l'età di 14 anni. Nel diritto vigente nessuna età è stabilita direttamente; è sancito però che la t. non si può conferire prima dell'inizio del corso teologico, per il chierico sia secolare, sia religioso (can. 976 § 1). Mediante la t., che esprime la rinuncia al mondo e la consacrazione a Dio, il laico diventa chierico (can. 108 § i) e viene incardinato automaticamente a quella diocesi per il servizio della quale è stato tonsurato (can. 111 § 2); vien fatto capace di giurisdizione e di ricevere benefici (cann. 108 § 1, 119 § 3); acquisto i diritti e privilegi propri dei chierici (cann. 119-23), può fare da suddiacono, per quanto senza manipolo, nella Messa solenne; è tenuto a speciali doveri (cann. 124-25 ecc.) ed a portare la t., salvo le consuetudini particolari; e ad evitare ogni ricercatezza nella chioma (can. 136). Se i chierici minori smettano l'abito e la t. ed ammoniti non si emendino, dopo un mese decadono dallo stato clericale salvo il disposto dal can. 2379 e del can. 188, 7.

La prima t. si può conferire in qualunque giorno ed ora (can. 1006 § 4) ed anche negli oratori privati (can. 1009 § 3). Il rito della t., come viene descritto nel Sacramentario Gregoriano, che riporta la disciplina del sec. viII, consta del taglio dei capelli e dell'invito ai fedeli perché invochino dal Signore la grazia per il nuovo chierico. Il rito odierno è descritto dal Pontificale Romanum nel titolo De ordinibus conferendis et de clerico faciendo.

Il rito essenziale comprende il taglio delle estremità dei capelli in cinque parti del capo: cioè sulla fronte, sull'occipite, sulle due orecchie, ed in mezzo alla testa, accompagnato con le parole "Dominus pars hereditatis meae et calicis mei tu es qui restitues hereditatem meam mihi ". Se invece poi dei capelli veri si tagliano quelli della coma adscititia, il conferimento della t. è dubbio e, perciò, deve chiedersi la sanatoria o deve ripetersi sotto condizione. Non appartiene certo all'essenza del rito l'imposizione della cotta con formola "Induat te Dominus" ecc. La t. è un sacramentale.

BibL.: Wernz-Vidal, IV, 1, p. 204; M. Gomez, De abbatum potestate tonsurans minoresque ordines conferendi, in Comm. pro relig., 9 (1928), pp. 424-20; 10 (1929), pp. 42-53; S. Gabillot, Sur la tonsure chrét. et ses prétendues origines palennes, in Rev. d'hist. natifs., 21 (1929), pp. 399-454; F. Cappello, Collatio primae tonsurae, in Par. de re morali, ecc. 19 (1930), pp. 38-40; id., De spiscopo proprio quaad ordinationem, ibid., 23 (1934), pp. 133, 135, 184, 189; P. Gasparri, Trust. de sacra Ordinatione, Parigi-Lione 1932, nn. 4, 5, 16 ecc.; Matteo e Coronata, Institutiones iuris canonici. De sacramentis, II, Roma 1946, nn. 2, 13, 69-225; M. Righetti, Storia liturgica, IV, Milano 1953, pp. 266-69.

TTOWOOMBA, DIOCESI di. - Nella parte meridionale dello Stato del Queensland (Australia).

Fu eretta con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Brisbane e dichiarata suffraganea della medesima il 28 maggio 1929. Il 5 maggio 1950 vi fu una lieve modifica di confini.

Ha una superficie di kmq. 440.000 con una popolazione di 150.000 ab., tutti di origine europea ad eccezione di pochissimi aborigeni. Vi sono 32 parrocchie, 79 chiese, 55 sacerdoti diocesani, 16 religiosi, 28 fratelli, 202 suore, 40 scuole. I cattolici sono 33.000 .

Bibl.: AAS, 21 (1929), pp. 468-71; 42 (1950), pp. 740; MC., 1950, pp. 457-58; Anatodssian catholic directory 1957, Sydney 1952, pp. 388-94. Saverio Paventi

TÖRÄH. - Termine ebraico che nella Bibbia significa una direttiva autorevolmente impartita (da Dio, dal sacerdote, dal profeta, dal re, o dal sapiente), divenuto, dopo l'esilio babilonese, la designazione consueta della Legge mosaica, in primo luogo degli scritti del Pentateuco (v.).

Il sostantivo t. ricorre 219 volte nella Bibbia ebraica. Molto si è discusso sulla sua origine ed evoluzione semantica. Scartata la teoria dell'assiriologo Frd. Delitzsch (1850-1922) che derivava $t$. dall'accadico lerra ("missions, oracolo divino, comandamento, legge"), rimane quella di W. Gesenius (1786-1842), riaffermata da S. R. Driver, oggi da G. Östborn: t. viene dal verbo hârâh (hiph'il di jârâh "gettare"), che ricorre 55 volte nella Bibbia ebraica, il cui senso primitivo sarebbe "tendere la mano o il dito per mostrare la strada ", onde "indicare" (Gen. 46, 28) o "dirigare" (Judc. 13, 8). La spiegazione di J. Wellhausen, seguito da W. Nowack. I. Benzinger, che $t$. proviene dal significato specifico di jârâh e hârâh "gettare" le sorti (Ios. 18, 6; le frecce: I Sam. 20, 20.36), uso accostato alla consultazione con l'eyhad o gli 'ûrîmtommim, per cui $t$. denoterebbe originariamente la "direttiva" ottenuta dal sacerdote con il tiro delle sacre sorti, è oggi ritenuta infondata da J. Begrich, G. Östborn. T. può ritenersi connesso con il participio môreh "insegnante" (Iob 36, 22), rimasto ad alcune località che forse erano sedi di antichi oracoli (Gen. 12, 6; Deut. 11, 30; Judc. 7, 1).

Vi è stretta connessione tra $t$. e l'idea di "cammino, via" (dérekh), come implica l'etimologia intuita da Gesenius "mostrare la vita". Partendo da questo significato fondamentale ("indicazione" del cammino da seguire), t. attraversò tre stadi semantici: "direttiva", "istruzione", infine "legge". T. con ricorre nel documento 7 , raramente in $E(E s .13,9 ; 16,4 ; 18,16.20 ; 24,12)$; diventa frequente nel Deuteronomio, nel Levitico e altri documenti detti "sacerdotali" fino a Par.-Exd.-Neh., sempre più negli scritti profetici più recenti e nei salmi recenti. In Ex. 18, 16.20 (E) le decisioni profane su liti tra vicini, date da Mosè dopo aver "consultato Dio", sono dette "le ingiunzioni" (hagqîm) di Dio e le sue "direttive" (tôrâth). Le târâth erano decisioni imposte d'autorità dal capo o giudice; formavano precedenti per i casi uguali in futuro, specie quelle per questioni difficili; venne cosi formandosi, forse già prima di Mosè, un corpo progressivo di leggi civili e penali, conservate e tramandate dalla tradizione. Le "direttive" erano talora date in forma di "risposta divina", attraverso i procedimenti oracolari dei sacerdoti o l'ispirazione dei profeti. Presso i profeti la $t$. (di solito al singolare) è "insegnamento" morale e spirituale (Am. 2, 4); "la $t$. del nostro Dio "racchiude le norme di moralità in cui consiste il vero servizio di Dio (Is. 1, 10; 3, 24; 8, 16.20; 30, 9). Il profeta è detto môreh (s insegnante"). della stessa radice di $t$. (Is. 9, 14; 30, 20). In Jer. 6, 19; 9, 13; ecc., $t$. designa sia la predicazione dei profeti, sia la tradizione mosaica. Il senso generico di "insegnamento" appare anche nei libri didattici : la $t$. è data da Dio al suo fedele (Job 22, 22; Ps. 78, 1 ebr.), dai sapienti (Prov. 3, 1; 2, 2; 6, 23; 7, 2; 13, 14), dalla madre (ibid. 1, 8; 6, 20; 31, 26); Jahweh (o il suo rappresentante) la darà nel regno messianico (Is. 2, 3 = Mich. 4, 2; Jer. 31, 33; Is. 42, 4; 51, 4). In questo secondo stadio semantico, la $t$. (s istruzione ", "ammaestramento") ha per scopo ed effetto la dd'ath "conoscenza". La $t$. dispensata dal sacerdote ha

## Page 214

per oggetto il culto e i riti, ma anche la religione di Jahweh in generale; la $t$. del profeta è più direttamente una parenesi etico-spirituale; la $t$. del sapiente, cui si può ricollegare la $t$. che i genitori dànno ai figli, è l'istruzioneeducazione degli inesperti, e alla $t$. di "sapienza " relativa alla vita pratica e ai mestieri sembra collegarsi $E z$. 43, 10-15 ove $t$. (ben tradotto dai Settanta $\dot{\eta} \delta \iota \alpha \gamma \rho \alpha \varphi \dot{\eta}$ ) è "la pianta del tempio ".

A fianco di quest'uso largo del termine, vi era la $t$. in senso stretto, legislazione amministrata dal sacerdozio. I profeti più antichi attestano l'esistenza della $t$. obbligatoria per tutti, su base morale (cf. Ex. 23, 1-9; Lev. 19, 1-37), che doveva attuare in Israele la "conoscenza di Dio ". Il sacerdote doveva applicarla ed inculcarla; alla negligenza della $t$. da parte dei sacerdoti sono dovuti i delitti d'Israele (Os. 4, 1-6). Particolarmente associata al sacerdozio, la $t$. (come il verbo affine hōrāh) denotava la direttiva (orale) che i sacerdoti davano in nome di Jahweh, specie in materia di osservanza rituale (sacrifici vari, modalità, condizioni della purità, criteri della lebbra, ecc.), a quanti li interrogavano: cf. Agg. 2, 11; Mol. 2, 6-9. I depositari e dispensatori della $t$. erano i sacerdoti: Mich. 3, 11; Jer. 2, 8; 18, 18; Soph. 3, 4; Ex. 7, 26; 22, 16; 44, 23 (cf. Lev. 14, 57); cf. Hab. 1, 2-4 e Lam. 2, 9. Affidata al sacerdozio (cf. II Reg. 17, 27-28); II Par. 13, 33, la $t$. esigeva l'assoluta fedeltà a certi principî di purità morale e rituale, individuale e collettiva, la cui negligenza o violazione costituiva il delitto, rovinoso per Israele, dei sacerdoti infedeli. La $t$. cerimoniale era preminente; ma non meno reale era la $t$. giudiziaria e morale. Non può mettersi in dubbio che questa $t$. sotto tutti i suoi aspetti, ebbe origine da Mosè (S. R. Driver [v. bibl.], p. 66 a); compito dei sacerdoti era solo di preservare e custodire ciò che Mosè aveva lasciato (Deut. 33, 4, 9 sg.). I critici, con J. Wellhausen, fanno sì risalire la $t$. a Mosè, ma solo come principio, come tradizione orale iniziale; la posteriore $t$. scritta sarebbe la fissazione molto tarda di questa tradizione.

Il senso di "legge", antico quanto quello di "direttiva" e di "insegnamento", poiché la $t$. implicava un obbligo per colui che la riceveva (Deut. 17, 11: " opererai a norma della $t$. [direttiva] che ti avranno data " i sacerdoti leviti e il tribunale; 24, 8: "eseguite tutto ciò che vi insegnano [jōrū] i sacerdoti leviti; 30, 10, ove mišpätim [cf. Ex. 21, 1] è sinonimo di $t$.), divenne prevalente nel periodo detto deuteronomico (ca. 622 a. C.) e più ancora durante e dopo l'esilio (sec. vi a. C.). Nel Deuteronomio, specie nella formola "questa $t$. " (Deut. 1, 5 a 32, 46 : 19 volte), il termine indica talora il codice di leggi incorporato nel Deut., talora più genericamente l'esposizione sia parenetica sia legale dei doveri d'Israele, e in quest'ultimo senso $t$. ricorre ("il libro della $t$. ", "la $t$. di Mosè ", ecc.) nelle sezioni "deuteronomiche" di Jos. e Reg. (Jos. 1, 7-8; 6, 31-34, 22, 5; 23, 6; I Reg. 2, 3; II Reg. 10, 31 a 23, 24-25: 10 volte).

Con l'andar del tempo, $t$. denotò un complesso di direttive tecniche su un dato argomento; questo senso è comune nel "codice sacerdotale" ( $P$ ), specie nella formola "questa è la $t$. ("corpo di norme o leggi") dell'olocausto, dell'offerta, del lebbroso, del nazireo, ecc. " (Lev. 6, 9-25 a 26, 46: 15 volte; Num. 3, 29-30 a 31, 21: 7 volte). Anche qui il senso primitivo di $t$. dev'esser stato quello di direttive date al laicato, e non (come in Lev. 6-7) di norme regolanti la prassi sacerdotale. Nei Salmi, $t$. indica spesso le parti legislative del Pentateuco in generale (Ps. ebr. 1, 2; 19, 7; 37, 31; 40, 8; 94, 12; 119, 1. 18 ecc.). Così si spiega che la $t$. fu detta dāth "legge" in aramaico (Esd. 7, 12-26; cf. Esth. 1, 13; 3, 8; ecc.), e poi dei Settanta (sec. 11-11 a. C.) quasi sempre ( 191 su ca. 212 casi) vópos (Volgata lee), anche quando $t$. significa "direttiva" o "insegnamento".

Dopo il tempo di Esdra, $t$. indica, ancor più genericamente, il Pentateuco come un tutto. Il sacerdote Esdra, "scritta esperto nella $t$. di Mosè" (Esd. 7, 6), fu dai posteri venerate quale restauratore della $t$. mosaica. La collezione dei cinque libri mosaici era complessivamente detta t. già nel sec. v a. C. Tutto il Pentateuco è detto hat-t. o sêpher hat-t. o sêpher tōrāth Māleh in I Par. 16, 40;

II Pur. 31, 3; ecc.; Esd. 3, 2; Neh. 8, 1-3. Al tempo di Cristo $t$. designava i 5 libri mosaici ( 6 vópos;. Lc. 10, 26; 6 vópos Muwazias; Lc. 2, 22) e talora, dalla parte principale, tutte le antiche Scritture ( 6 vópos: I Cor. 14, 21).

Codice, testimonianza (Deut. 31, 26), sintesi e fondamento dell'alleanza di Jahweh con Israele, la $t$. di Mosè, cioè i 5 primi libri della Bibbia, si svolge intorno a un tema generale unificatore, che può esprimersi nella tesi seguente: esiste un eterno piano divino (cf. Eph. 1, 10; 3, 9: "economia ") che si realizza progressivamente, contro tutti gli ostacoli, e il cui termine è la creazione del popolo eletto come nazione teocratica, con la legge mosaica quale direttiva e la terra promessa quale premio. Religione essenzialmente basata sulla Rivelazione, il giudaismo crede che la Rivelazione è contenuta nella $T$., nella quale tutto è compreso, anche le Scritture successive dei profeti. D'importanza unica e trascendente, dono sommo di Dio ("il dono della $t$. " [mattén $t$.] nella sfolgorante teofania del Sinai è l'evento capitale della storia d'Israele). la T. è il legame diretto ed esclusivo tra Jahweh e il suo popolo. Rivelazione della volontà di Dio a Israele, è la regola obiettiva assoluta della vita individuale e sociale: questa si riduce tutta a " custodire la $T$. "divina, come non cessa di ripetere il pio Salmista (Ps. 118 [119]). L'israelita che trasgredisce la $T$. rompe il giogo del regno di Dio: come nel Vangelo (Mt. 19, 17), anche negli apocrifi (Te stem. XII Parr., Iubili., IV Esd.) la norma suprema per salvarsi è "osservare i comandamenti" della $T$.

Poco a poco, nel giudaismo, la T. si sostituì alla Sapienza. Già nel Siracide la Sapienza, promozazione che è quasi un'ipostasi divina, si connette o perfino s'identifica con la $T$. (Eccli. 19, 16; 24, 22; 32, 15; 33, 2; 34, 8; 39, 8). In seguito l'identificazione si accentua e la $T$. riveste gli attributi divini, compare al lato del Creatore, primogenita di Dio e preesistente (le si applica Proc. 8, 22): Iubil. 3, 10; Test. Aser 2, 10. Il maestro religioso si chiama, al tempo di Gesù, "uomo della $t$. maestro della $t$. (vopuxós: Mt. 22, 35; Lc. 7, 30, ecc.; vopuōi $\delta \dot{\alpha} \sigma \times \alpha \lambda 0 \varsigma$ : Lc. 5, 17; Act. 5, 34). Per i rabbini del sec. 1, la sapienza consiste nella scienza della $T$. ('Abōth, III, 9); perciò il rabbino è oggi chiamato "sapiente" (bähhäm). A glorificare lo studio della $T$. sono rivolte per lo più le massime dei più antichi rabbini ( $A b \bar{a} t h)$. Eterna, immutabile, la $T$. sarà in vigore nel regno messianico; l'opera santa per eccellenza, lo studio della $T$., sarà il premio dei giusti nell'Eden; tali affermazioni rabbiniche evisano la promessa divina: "perrò la mia $t$. nel loro intorno e la scriverò nel loro cuore" (Ier. 31, 32 [Volg. 33]; cf. Is. 54, 13; Ps. 37 [36], 31).

Dall'ufficio, affidato ai sacerdoti, di adattare la $t$. alla vita (Deut. 17, 8-12. 18; Ier. 2, 8; 18, 18; Ez. 7, 26; 22, 26; Os. 4, 6) derivò la $t$. orale, connessa con l'attività di Esdra (sec. v), e sin dall'inizio del farisaismo (sec. II a. C.) considerata come inscindibile dalla $t$. scritta. Quando gli scribi-rabbini accaparrarono tale compito, per cui legiferavano anche circa le funzioni sacerdotali, il progressivo adattamento della $t$. mediante la casistica fu detto " $t$. orale" ( $t$. šeb-bá'ol peh), espressione che risale a Hilièl (Sabbäth, 31 a) o almeno a Gamaliel II (Siphrē Deut. 33, 10) e soppianta il termine "tradizioni" ( $\pi \alpha \rho \alpha \delta \dot{\sigma} \sigma \varepsilon \varsigma$ : Mt. 15, 2 - Mc. 7, 5; Mt. 15, 3-6; Gal. 1, 14). La $t$. orale, presentata come volontà di Dio rivelata a Mosè e procedente da Mosè mediante una catena ininterrotta di maestri ('Abäth, I, 1-3), si sviluppò e s'impose, specie nell'ambito giuridico, fino a formare la Mišnāh, indi il doppio Talmud; ad essa poi si richiamano i gl' $\bar{a} t \bar{i} m$ (v.) e poi i pōsēgim o "decisori" (v.). La doppia $t$. viene ravvisata nel biblico plurale tōrāth (Siphrá': Lev. 26, 46), nei due tagli della spada di Ps. 149, 6 (Pésigta: ed. S. Suber, p. 102 b). La $t$. orale è un dogma del giudaismo, fin del tempo dei primi tannaiti ('Abäth, I, 1; III, 13) Manipolata mediante la hálähhāh (v.) che, nelle frequenti controversie su cui vertevano le deliberazioni dei sinedri rabbinici, restringeva, o allargava, o trasformava la $t$. scritta, quest'arbitraria $t$. orale condusse alla nomocrazia formalistica e disumana dei farisei (Mt. 23, 1-37). Non contenti di attribuire alla $t$. orale la stessa autorità divina che alla $t$. scritta (Siphrá' Lev. 19, 340; Pol. Bērd.,

## Page 215

bhôth I, 7), gli zelanti sostenevano che violare o contraddire le sentenze degli scribi e rabbini era più grave che violare o contraddire la T. (Sandedhrin, X, 3).

Materialmente la $T$. è, nel culto sinagogale, una lunga striscia di pergamena, lunga ca. 30 m ., che si avvolge e svolge intorno a due stanghe di legno. E calligrafata da copisti speciali (sophérím) che la vergano portando le insegne della preghiera (tôlîth, têphillim) e profferendo molte " benedizioni n. Ogni sinagoga si gloria di possedere nella "santa arca" ('árôn haq-qôdhet) più rotoli della $T$., ognuno in un lussuoso astuccio di velluto o seta; ogni rotolo è portato in processione nella festa della $T$. "la fidanzata coronata". Molto sentita è dal fedele israelita "la gioia della $T$. ".

Anche nel Corano ha molta importanza la $t$. (onroû) o Pentateuco. E spesso posta accanto al Vangelo come fonte scritta della fede ( $3,43,58 ; 7,156$; ecc.). Contiene il "giudizio" (hokos) o ordine divino: è guida e luce, e i profeti (che erano muslim) giudicavano per i giudei secondo la $t$.: "il