Per i musaici v. H. Leclercq, Mosaïque, in DACL. XII, coll. 310-20; P. Papageorgiou, in Byzant. Zeitschr., 17 (1908); Ch. Diehl, Salonique, Parigi 1920; G. de Jerphanion, L'ambon de Salonique, l'arc de Galère et l'ambon de Thibes, in Atti della Pont. accad. rom. di arch., $3^{a}$ serie, Memorie, 3 (1932), pp. 107-32; E. Weigand, Der Kalenderfries von Hagios Georgios in Th., in Byzant. Zeitschr., 39 (1939), pp. 116-45; E. Dyggen, Bericht über die Ausgrabungen im Polastwiertel von Th., Rudapest 1941; Pliche-Martin-Frutaz, IV, nn. 168, 272, 350, 370, 371, 374, 809, 830 e nozioni.
Cirillo Vogel - Enrico Josi
TESSALONICESI, Epistoie I-II ai. - Prime due lettere scritte da s. Paolo, nel 50-51 d. C., da Corinto, a pochi mesi di distanza l'una dall'altra.
I E. ai T. - 1. Occasione. - All'inizio del $2^{\circ}$ viaggio apostolico, nei primi mesi del 50, s. Paolo, dopo aver evangelizzato Filippi (Act. 16) incontrando, come al solito, opposizione da parte dei giudei che gli procurarono "sofferenze ed oltraggi" (I Thess. 2, 2), si diresse con Sila (Act. 16, 25-17, 4) verso la Tessaglia.
Toccò Anfipoli (v.), Apollonia (v.) e si fermò a Tessalonica ( 150 km . da Filippi), dove c'era una sinagoga di giudei. A questi, per tre sabati, espose le S. Scritture, dimostrando la messianità di Gesù; alcuni di essi credettero e si unirono a Paolo e a Sila; aderirono anche un "gran numero di proseliti e Greci e non poche donne delle prime famiglie" (Act. 17, 4). Ciò rese furiosi i giudei, i quali sobillarono dei ribaldi, nascidarono i para-
siti del mercato e delle piazze, e misero sossopra la città; per disfarsi in modo spiccio di Paolo e Sila, circondarono la casa che li ospitava, ma questi erano fuggiti nella notte a Berea, cittadina vicina, onde poter curare da presso lo sviluppo della nuova comunità dei T.; ma i giudei anche a Berea aizzarono il volgo contro Paolo, che, lasciati i collaboratori, dovette allontanarsi per Atene (Act. 17, 1-15). La I Thess. accenna a prove esterne, a sofferenze, oltraggi che Paolo e i convertiti subirono a Tessalonica, persecuzioni che continuarono accanite ( 2 , $2-20$ ); e Paolo trepidante, non potendo tornare, manda

(per cortesia del sen. Treciani)
Tessalonicesi, Epistoie ai - Explici della I e incipit della II Thess. Bibbia di Borso d'Este, munita tra il 1435 e il 1461 , vol. II, fol. 207 - Modena, Biblioteca Estense.'
il suo diletto Timoteo per confermare ed incoraggiare i cristiani nella fede ( $3,2-8$; cf. ancora II Thess. 1, 4-6).
Riusciti a scacciare l'Apostolo dopo appena tre settimane, senza avergli permesso di portare a termine l'insegnamento sulle verità del cristianesimo (I Thess. 3, 10) i giudei sperano ora di cancellare ogni traccia della sua opera; ricorrono alla violenza e alla calunnia; rappresentano Paolo quale ciarlatano, vanitoso, vile"che ha abbandonato quanti gli han creduto. S. Paolo apprende ciò da Timoteo, che però porta notizie consolanti sulla fermezza dei convertiti. Questo rapporto fu l'occasione prossima della I Thess.
2. Contenuto. - Dopo il saluto, che è un augurio e una benedizione ( 1,1 ), s. Paolo difende con fierezza l'onore del suo ministero, come in Gal. e II Cor. I fedeli di Tessalonica rimangono affezionati ( $3,6 \mathrm{sgg}$.) a Paolo, che intreccia le più grandi lodi per essi alle affermazioni più recise in sua difesa. Contro coloro che vorrebbero dipingerlo qual ciarlatano ricorda ( 1,5 ) i miracoli, i segni palesi dello Spirito Santo che hanno accompagnato la sua predicazione (cf. 2, 2) e il grande risultato ottenuto ( $1,6-9$ ). Paolo ha agito sempre badando a compiere solo la volontà divina tra continue sofferenze e umiliazioni ( $2,1-6$ ); il suo disinteresse è tale che, pur avendo diritto al sostentamento da parte dei fedeli, ha sempre voluto procurarlo a sé e ai suoi collaboratori, con il suo lavoro manuale ( 2,7 ), spinto a ciò da un motivo soprannaturale (cf. I Cor. 9, 7-18), non da diffidenza verso i suoi fedeli, che ama come una nutrice, un padre ( $2,8-11$ ). Non è vero che egli sia fuggito pensando a sé e abbandonando gli altri al loro destino ( $2,13 ; 3,1-13$ ); ha tentato due volte di ritornare in mezzo a loro, ma Satana glielo ha impedito; ha mandato Timoteo perciò, che al suo ritorno gli dà le più belle notizie : l'Apostolo si sente rivivere e ringrazia Dio di cui invoca le grazie sui fedeli ( $3,8-13$ ). Qui termina la parte principale ed unitaria della lettera (capp. 1-3). I capp. 4-5 contengono raccomandazioni pratiche varie, brevi e brevissime, che si susseguono,
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senza costituire un insieme organico. Si conservino puri $(4,1-8)$; progrediscano nella carità $(4,9-12)$; temperino le manifestazioni esterne di lutto dando ai gentili, che non hanno speranza, la dimostrazione della loro fede nella futura risurrezione con il ricongiungimento in Cristo di coloro che la morte aveva separati ( $4,13-18$ ); aspettino con fervore il realizzarsi della promessa divina sul trionfo del Regno di Dio, preparandosi ad esso con la preghiera e la santità della vita ( $5,1-12$ ); rispettino ed amino i capi della comunità, correggano gli oziosi e quanti han bisogno di riprensione, sempre lieti nel Signore e grati a Dio, perseverino nella preghiera, accolgano i lumi e carismi dello Spirito Santo e fuggano ogni male ( $5,16-24$ ). Paolo chiude invocando per i fedeli ogni grazia del Signore e inviando loro il suo saluto (5, 23-28).
3. La "consolazione" circa i defunti. - Il testo della terza esortazione ( $4,13-18$ ) è il seguente: "Non vogliamo che siate nell'ignoranza, o fratelli, circa coloro che muoiono (" si addormentano "), affinché non vi abbandoniate alla tristezza come gli altri (i pagani) che non hanno speranza. Poiché se crediamo che Gesù è morto e risuscitato, dobbiamo anche credere che Dio condurrà con Gesù quanti muoiono in Lui. Questo infatti vi diciamo per parola del Signore: Noi, vivi, superstiti, non saremo separati dai nostri defunti, alla venuta del Signore (muoveremo incontro al Signore quando Egli verrà, tutti insieme, noi e quelli che oggi piangiamo defunti). Perché il Signore in persona, al comando, al grido di arcangelo, allo squillo di tromba divina, scenderà dal cielo, e i morti nel Cristo (tutti) dapprima risorgeranno; poi noi vivi superstiti insieme ad essi (i cari defunti che piangiamo) saremo rapiti sulle nubi incontro al Signore in cielo, e cosi uniti saremo sempre con il Signore. Consolatevi pertanto scambiavolmente con tali detti ". Questa traduzione, specialmente per la frase "Noi vivi superstiti, ci riuniremo ai nostri defunti quando il Signore verrà ", che esclude in Paolo come nei suoi fedeli l'errore di ogni fantastica attesa dell'imminente ritorno del Cristo e fine del mondo, e quindi dell'esenzione dalla morte di presunti sopravviventi alla parusia (v.) del Signore (in netto contrasto con quanto esplicitamente e ripetutamente insegna s. Paolo sulla universalità della morte e sulla certezza e il desiderio che ha di morire per essere con il Cristo), è stata stabilita su solide basi lessicografiche e sintattiche da A. Romeo (Nos qui vivimus, qui residui sumus, in Verbum Domini, 9 [1929], pp. 307-12; 339-47; 360-64) e accettata da K. Staab nel suo recente commento (1930) come l'unica rispondente al testo, al contesto e a tutto l'insegnamento paolino. Spiegare come ancora fanno molti "noi lasciati per la parusia del Signore", e ritenere che "lo scopo principale (di s. Paolo in questa lettera) è manifestamente di correggere l'errore dei neofiti sugli svantaggi dei defunti al momento della parusia " ritenuta imminente e di connettere a questo errore l'ozio di alcuni (D. Buzy e comunemente), è poggiare su una base errata una ricostruzione fantastica. In realtà il verbo $\pi \varepsilon \rho \iota \lambda \varepsilon i \sigma \omega \alpha \iota$ (" essere superstite ") non si costruisce mai con $\epsilon \dot{\epsilon} \mathrm{c}$ e l'accusativo; non si riferisce mai al futuro; invece il verbo $\varphi \vartheta \vartheta \vartheta \omega$ (Grimme, Zorell: "nequaquam ante illos aut sine illis ad gloriam perveniemus ") negli autori greci più recenti si costruisce sempre con $\epsilon \dot{\epsilon} \mathrm{c}$ e l'accusativo; e questo è l'uso di s. Paolo nelle altre due volte che l'adopera (Rom. 9, 31; Phil. 3, 16), sempre ponendo $\epsilon \dot{\epsilon} \mathrm{c}$ e l'accusativo prima del verbo $\varphi \vartheta \vartheta \vartheta \omega$. I due participi (vivi), superstiti»), con l'articolo, equivalgono a due proposizioni relative; e vanno distaccati dal verbo al futuro, altrimenti si dovrebbe tradurre: "Non saremo i primi a vivere" (cf. Platone, Euthlemo, II, inizio; Curtius, § 391 e), il che sarebbe un nonsenso.
Né si può affermare che 6 versetti ( $4,13-18$ ), relegati tra le altre raccomandazioni, costituiscano il fine principale dell'epistola, che qui parla di eccessiva manifestazione di lutto; l'Apostolo esplicitamente afferma che scrive ai fedeli "perché non si rattristino come i pagani, privi della consolante speranza cristiana ", e per "consolarli" (vv. 13. 18): è un tema secondario concernente la vita pratica, e non "errore" o dottrina nuova (Vosté, Buzy, Amiot, ecc.). Di pretesi "vantaggi" o "svantaggi" a
proposito della venuta finale del Cristo non si ha traccia né in s. Paolo né nel resto del Nuovo Testamento; del supposto "errore" non si riesce a comprendere i motivi e la natura. E, infine, un arbitrio connettere la naturalissima raccomandazione contro gli oziosi (che ritorna, ad es., in EpA. 4, 28; I Tim. 5, 13) "Ve ne preghiamo, fratelli, riprendete gli oziosi, incoraggiate i pusillanimi ecc." (I Thess. 5, 14; cf. 4, 11 sg.) alla pretesa aspettazione della fine imminente. S. Paolo la ripeterà con energia in II Thess. 3,6-12: "Se qualcuno rifiuta di lavorare, non mangi". A Tessalonica dovevano abbondare i fannulloni (cf. Act. 17,5 ), e alcuni si erano introdotti tra i fedeli, sfruttando magari la generosa carità dei buoni convertiti, lodata da Paolo (II Thess. 1, 3). Non una sola parola, nelle due lettere, può suscitare il sospetto che qualcuno si astenesse dal lavoro per un errore teorico, e precisamente per l'attesa della parusia.
4. La quarta raccomandazione (5, 1-11). - Dopo menzionata la Resurrezione finale e la venuta fiata di Gesù giudice, ha inizio un altro tema ( $\pi \varepsilon \rho i$ 86, come 4,9 ), riguardante la determinazione dell'epoca del "giorno del Signore". Tutti gli esegeti (Plummer, Orchard, in Biblice, 19 [1938], pp. 24-31, Buzy, Amiot, Rinaldi, ecc.) riconoscono che qui s. Paolo riprende letteralmente (come in II Thess. 2, 1) il tema di Gesù (Mt. 24; Lc. 17, 22-18, 8; 21), con le medesime esortazioni ad essere vigilanti, che la morte può sorprendere ciascuno improvvisamente, specie in occasione di calamità collettive. Gesù parlava direttamente ed unicamente della fine di Gerusalemme, come ormai si riconosce sempre più (A. Feuillet, P. Spodafora, A. Romeo, P. Benoit, in Revue biblique, 59 [1952], p. 119 sg.; P. Benoit, comm. a Mt. [La Bible de Jérusalem], Parigi 1950, p. 135 sgg.; C. Spicq, in Rev. des sciences philos. et théol., 36 [1952], p. 166, n. 53). " Giorno del Signore", come nei Profeti del Vecchio Testamento, e come in Lc. 17, 22 sg., è l'intervento del Signore con la sua giustizia a punire i pravi e a proteggere i suoi; manifestazione spettacolare della potenza del Messia, vaticinio di speranza per la Chiesa nascente, perseguitata dalla Sinagoga, è appunto la distruzione di Gerusalemme (Mt. 10. 23; 16, 27 sg.; 26, 69 sg.; e passi paralleli; oltre a Mt. 24 e Lc. 17; v. EScATOLOGIA). S. Paolo ripete la esortazione del Redentore. Invece di investigare il tempo e le circostanze (Mt. 24, 36.42; Act. 1, 6 sgg.: identici termini), che sono il segreto di Dio, i discepoli curino di essere sempre ben disposti; perché il giudizio di Dio, per ciascuno di essi, può giungere improvvisamente ( $M t$. 24, 43; Lc. 21, 34, 36 ecc.). Nel castigo che si abbatterà sul popolo giudaico (come in genere nei flagelli che si abbattono sull'umanità), periranno insieme giusti e peccatori : gli uni per il premio, gli altri per il castigo eterno. Tra gli stessi discepoli, quanti si lasceranno sorprendere in peccato periranno per sempre. Su tale ammonimento si ferma Gesù in Lc. 17, 26-30. 33 sgg. (cf. Mt. 24, 3644); s. Paolo lo ripete, e conclude: "perciò consolatevi a vicenda ed edificatevi l'un l'altro, come già fate" (5, 11); si tratta pertanto della stessa profezia di Gesù sulla fine della sinagoga persecutrice (Lc. 17, 20-18, 8; Mt. 24; Lc. 21; Mc. 13), di conforto per la Chiesa nascente. A Tessalonica, si era verificata la stessa situazione che in Palestina (lo dice espressamente s. Paolo in I Thess. 2, 14 sgg. con un parallelismo perfetto). L'Apostolo quindi fortifica i neofiti perseguitati dai giudei, esponendo loro la celebre profezia di Gesù; accennata d'altronde ibid. 2, 15 sgg.: "I giudei, perseguitando la Chiesa, colmano sempre più la misura dei loro peccati; già l'ira di Dio piomba su di essi, in tutta la sua forza "; anche qui l'avvicinamento con Mt. 23, 32, 34, 38; 24, 2 : non lascia dubbi: "l'ira minacciata da Paolo ai giudei come prossima e definitiva o completa è la prossima totale distruzione di Gerusalemme predetta da Gesù" (G. Rinaldi [v. bibl.], p. 36).
II E. AI T'. - Prolungamento e integrazione della I, fu scritta alcuni mesi dopo.
Dopo il saluto iniziale ( $1,1 \mathrm{sgg}$.) e il più vivo ringraziamento a Dio per la perseveranza dei T, nella fede e nella pratica della carità, pur tra le vessazioni dei giudei,
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s. Paolo anima i fedeli con la promessa del trionfo del regno di Dio e della loro liberazione dalla odiosa persecuzione (eventi ai quali devono degnamente prepararsi, v. II sgg.) e con la minaccia per i giudei del meritato castigo ( $1,3-10$ ).
E il tema trattato in I Thess. 5, 1-11, ora riesaminato : basti avvicinare II Thess. 1, 7. 10; Mt. 24, 30 sg.; Lc. 21, 28. 31 (F. Spadafora, La fine di Gerusalemme, Rovigo 1951, pp. 93-108). Segue quindi la rettifica che riguarda un particolare del tema suddetto: si continui a notare il parallelismo letterale tra II Thess. 2, i sgg. e Mt. 24, 31.6.4 ecc. (Rinaldi [v. bibl.], p. 141). "Vi preghiamo, fratelli, circa la venuta del N. S. Gesù Cristo ( $=M t .24$, 3; Mc. 13, 4; Lc. 21, 7; il "giorno del Signore" della I Thess. 5, 1-11 = la distruzione di Gerusalemme) e del nostro adunario con Lui ( $=M t .24,31$; cf. Lc. 21, 28. 31; è la "trionfale espansione del Vangelo, del regno messianico, a partire dalla rovina di Gerusalemme": M.-J. Lagrange; F. Spadafora, op.cit., p. 97 sgg .), di non lasciarvi così turbare ( $=M t .24,6$ ), come fosse imminente il giorno del Signore ". "Che nessuno vi confonda" ( $=M t .24,4$ sgg.); non si lascino ingannare; l'Apostolo ha dato loro segni inconfondibili che lo manifesteranno vicino: il richiamino alla memoria (II Thess. 2, 1-17). Seguono quindi un ammonimento generico, che è anche un voto di Paolo ( $3,1-5$ ); una energica ripressione per quei fedeli che continuano a vivere alle specie degli altri ( $3,6-15$ ) e l'augurio e il saluto finale ( $3,16-19$ ).
I segni: "Quel giorno non verrà prima che sia avvenuta l'apostasia (Mt. 24, 6-13; cf. 23, 16. 19; Mt. 13, 11 sgg.; specialmente $L c .18,8$, si tratta delle defezioni avvenute nella Chiesa di Palestina: Hebr. 6, 4 sgg.; 10, 26-38; cf. Mt. 24, 13; Lc. 21, 19; Hebr. 10, 36) e si sia manifestato l'inizio, il dannato, l'avversario (o "l'articristo": cf. I Io. 2, 18-22: è la sinagoga in senso collettivo, gli zeloti, i loro capi, o in particolare qualcuno di questi), colui che s'oppose a Dio e si esalta (frasi tolte da Dan. 11, 36; cf. 8, 10 sg., dette del persecutore Antioco IV Epifane, profanatore del Tempio "che s'innalzerà e si magnificherà sopra ogni dio... 6 , fino a insediarsi nel Tempio di Dio e a proclamarsi Dio ". In realtà, gli zeloti e i loro capi si insediarono nel Tempio che profaneranno (Flavio Giuseppe, Bell. Iud., V. 1, 3. 13). E il segno per eccellenza, ultimo, dato da Gesù per l'«inizio della tribolazione" (l'assedio) e la distruzione di Gerusalemme (Mt. 24, 15; Mc. 13, 14: "quando vedrete" l'errenda abominazione [Dan. 9, 17; 12, 11] stare nel luogo santo 1). L'abominazione della desolazione sarà là dove non dovrebbe (Mc.); più precisamente nel luogo santo ( $M t$.), cioè nel Tempio (Dan.). Sarà la profanazione del Tempio, che avvenne nel 68 d. C., due anni prima della rovina di Gerusalemme (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., IV, 5, 1; 5, 3); la profanazione del Tempio operata da Antioco Epifane e che deve riprodursi alla vigilia della desolazione predetta da Daniele. Nel 68, quando Giovanni di Giscala s'impadroni del santuario per farne la sua fortezza, il sangue umano corse a rivi nel luogo santo; due sommi sacerdoti e una folla di nobili vittime caddero sotto il pugnale degli zeloti. Questa profanazione era il presagio dell'imminente rovina. S. Luca pose al posto di questo segno uno equivalente più intellegibile per i suoi lettori: "Quando vedrete Gerusalemme cinta da armate... ". Nel 69 d. C. le legioni romane occupavano Hebron, Emmaus, Bethel e Gerico; il cerchio di ferro si chiudeva intorno alla capitale (F. Prat, Jésus-Christ, II, Parigi 1933, p. 247; S. Van Dodeward, in Studia catholica, 20 [1944], pp. 125-35). "Non vi ricordate come, quand'ero tra voi, vi dicevo queste cose? E voi ben sapete l'impedimento ( $\tau \dot{\delta} \varkappa \alpha \tau \varepsilon \chi \omega \nu$ " ciò che trattiene ") in modo che egli (l'avversario) si manifesti soltanto nel momento assegnatogli (nel tempo suo); questo mistero d'iniquità infatti già esercita la sua azione, solo che c'è chi attualmente lo trattiene ( $\delta \varkappa \alpha \tau \varepsilon \chi \omega \nu$ ) fino a che non venga tolto di mezzo. Allora l'iniquo si manifesterà; ma Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e l'annienterà con il fulgore della sua venuta (parusia); e la "parusia" dell'empio, per l'azione di Satana, si effettuerà con ogni specie di seduzione di cui l'iniquità
è capace, a rovina di quelli che si perdono perché non hanno accettato e amato la verità che li avrebbe salvati ". "Bisogna ammettere con certezza che Gesù (Mt. 24; Mc. 13, 22) e Paolo (II Thess. 2, 1-12) parlano dello stesso evento e vedere nella profezia di Gesù la fonte della dottrina di Paolo (K. Staab [v. bibl.], p. 41). Il "mistero d'iniquità", già in azione, è la violenta persecuzione dei giudei, di cui parla l'Apostolo in tutte e due le lettere. Chiave di volta, per l'esegesi della pericope e del tema trattato, è l'identificazione della potenza ( $\tau \dot{\delta} \alpha \tau \varepsilon \chi \chi \omega \nu$ al neutro) e della persona ( $\delta \alpha \tau \varepsilon \chi \omega \nu$ ) participio maschile che impedisce la manifestazione piena di questo iniquo furore. "Il neutro del v. 6 esprime una funzione imperzionale dell'ostacolo, il maschile del v. 7 l'agente personale di questa medesima funzione... Bisogna riconoscere che l'unica spiegazione che tiene conto del passaggio dal neutro al maschile è la più antica, e la più comune dai Padri della Chiesa ai moderni, pur nei diversi modi in cui è intesa: il neutro indica l'Impero di Roma, l'autorità romana, il maschile il rappresentante di questa autorità in Palestina (altri, l'imperatore, con divergenza nell'indicazione). Hugo Grotius proponeva, con probabilità, il nome del governatore, Vitellio" (O. Cullmann [v. bibl.], p. 212 sgg.). Il p. Vostè definiva "tradizionale" e quasi "apostolica", questa spiegazione. L'obbiezione, ripetutamente formulata (Cullmann, Busy, ecc.) contro di essa: ma l'Impero romano è caduto e l'antioristo con la fine del mondo non è venuto, svanisce quando, invece di proiettare indebitamente questa pericope alla fine del mondo, si spiegano i termini nel loro vero significato e alla luce di Mt. 24 e Lc. 21 da cui sono presi; e quando si guardi realisticamente al compimento di questa profezia. I giudei sono trattenuti nel loro odio contro la Chiesa nascente dall'autorità di Roma. Simulano una sommossa popolare per uccidere, senza autorizzazione, s. Stefano (Act. 7, 57-60); solo l'intervento provvidenziale di un tribuno toglie loro di mano Paolo, mentre lo tiran fuori dal luogo sacro per ucciderlo (ibid. 21, 27-34); e il tribuno deve mandarlo sotto scorta a Cesarea, per sventare la congiura fatta per sopprimerlo (ibid. 23, 12-35). Sotto Erode Agrippa (ibid. 12) viene ucciso Giacomo, e Pietro avrebbe dovuto subire la stessa sorte. Invece, ritornata la Giudea sotto i procuratori romani (42-82: dalla persecuzione di Agrippa fino alla morte di Giacomo "fratello del Signore"), la Chiesa vive in pace. "Questa tregua di venti anni è senza dubbio procurata dalla amministrazione romana che ha ripreso il governo della Giudea..." (G. Lebreton, in Fliche-MartinFrutaz. I [1937], p. 209). "Nel 61 e nel 62 il sommo sacerdote Anna (Hanan) il giovane, approfittando dell'occasione che Festo era morto e che Albino, suo successore, non era ancora arrivato, radunò il Sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù, chiamato Giacomo, e alcuni altri, come colpevoli di aver violato la legge, e li fece lapidare" (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XX, 9, 1). L'odio esploderà violento, quando questa autorità, nel suo rappresentante, sarà messa da parte con la ribellione degli zeloti, inserti contro i Romani; essi scacciarono (a metà del 66 d. C.) Gessio Floro e sconfissero il legato di Siria Cestio Gallo (ai primi del nov. 66), intervenuto con un esercito. Per i prodigi, segni ecc., da parte del'empio, cf. Mt. 24, 23 sgg.; Mc. 13, 21 sg. (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., VI, 3). Gesù aveva detto ai giudei che essi, rifiutando la sua parola, avrebbero accolto qualunque altro pseudomessia (Io. 5, 43); ciò si andava realizzando, e i giudei (II Thess. 2, 12), "che non conoscono Dio, che non ribbediscono al vangelo di N. Signore" subiranno il tremendo castigo (ibid. 1, 7-9). Ai cristiani invece è predetta l'espansione mirabile della Chiesa in connessione con la distruzione di Gerusalemme (Lc. 21, 28-31; II Thess. 2, 17: cf. A. Harnack, Missione e propagazione del cristianesimo nei primi tre secoli, trad. it., Torino 1906, p. 41 sgg.). S. Paolo a Tessalonica, dinanzi alla violenta persecuzione giudaica, aveva comunicato tale profezia, imitando l'esempio di Gesù, che dopo aver predetto ai suoi seguaci sofferenze e persecuzioni aveva aggiunto la promessa del trionfo della Chiesa. S. Paolo sapeva dalla catechesi apostolica che la distruzione di
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Gerusalemme sarebbe avvenuta prima che perisse la generazione contemporanea del Redentore (Mt. 24, 34 e paralleli), ma ne ignorava la data precisa taciuta dal Signore (Mt. 24, 36; Mc. 13, 32). Eran passati ca. 20 anni (dal 30 d. C. al 51 ca.) e Paolo la riteneva già prossima (I Thess. 1, 10; 2, 16; cf. 5, i-11). Nessuna meraviglia e nessun errore (nessuna dottrina nuova), se ancor più i fedeli, sotto la sferza delle persecuzioni, l'avessero creduta imminente. Ma s. Paolo aveva anche comunicato loro i segni premonitori, e, tra questi, il segno immediato e inconfondibile, della ribellione a Roma e della profanazione del Tempio. Non dovevano, non potevano pertanto lasciarsi andare ad attese inutili o crearsi illusioni che potevano essere pericolose. In tal modo, si spiega perché s. Paolo non ritorni più, nelle altre sue lettere, su questo argomento (Gul., Cor., Rom., ecc.); è questioni di circostanza ambientale. Vi ritornerà invece, con accenni abbastanza chiari, in Hebr. L'esegesi letterale storica, che esclude ogni riferimento alla fine del mondo, è la sola plausibile, e rende ragione del testo e del contesto (cf. L. Tondelli, Gesù Cristo, Torino 1936, pp. 388 399). Basti considerare l'inutilità dei tentativi fatti per spiegare II Thess. a nella prospettiva della fine del mondo (Buzy [v. bibl.], p. 182 sgg.), sicché molti moderni (B. Rigaux [v. bibl.], p. 306 sgg.; G. Ricciotti; ecc.), eco di s. Agostino (De civ. Dei, XX, 19), affermano che è impossibile determinare la natura dell'ostacolo e pertanto il senso preciso della pericope.
Tra gli ultimi tentativi esegetici, gode attualmente favore tra i cattolici (Allo, Buzy, Amiot) quello che, avvicinando II Thess. 2, 1-11 ad Apoc. 11, vede nella lotta della bestia contro i due testimoni l'analogia chiarificatrice per la nostra pericope : i testimoni (che combattono le forze del male, vengono uccisi dalla bestia) corrisponderebbero esattamente all'ostacolo che impedisce la manifestazione dell's avversario s, il quale avrà campo libero solo quando l'ostacolo sarà messo da parte; ma lo stesso Amiot deve riconoscere ([v. bibl.] p. 277 sgg.) che «la scomparsa momentanea dei predicatori del vangelo rimane un mistero», ché Gesù ha assicurato la sua protezione fino alla fine della fase terrestre del Regno di Dio (Mt. 28, 20). Ma, quel che più conta, è erroneo addurre qui l'Apocalisse, scritto posteriore e di un genere letterario ben differente; il veggente di Patmos adombra la lotta continua di Satana contro il Regno di Dio in tutto il corso del suo sviluppo, dalla incarnazione del Verbo fino a che la fase terrestre del Regno di Dio non sia finita; e la pericope dei due testimoni è attualmente intesa, ben a ragione, del martirio di s. Pietro e di s. Paolo a Roma sotto Nerone. Satana trionfa, nei suoi satelliti, ma i veri trionfatori sono i martiri; la persecuzione è passata, Nerone è stato ucciso, ma la Chiesa permane, si sviluppa purificandosi, trionfa (Apoc. 11, 3-13; cf. J. Munck, Petrus und Paulus in der Offenbarung Tehannis, Copenhagen 1950, recens. in Revue biblique, 58 [1951], p. 627 sgg.; F. Boismard, L's apocalypse " ou les apocalypses de st Jean, ibid., 56 [1949], pp. 533 sgg.; 540 ; e già J. Mariana, 1619). Né c'è bisogno di sottolineare come i segni offerti da s. Paolo dovevano essere cose chiare, inconfondibili, che si sarebbero realizzate allora. Nelle altre spiegazioni, invece, si rimane nella più grande indeterminatezza : i segni sarebbero generici e perciò inutili. L'ammettere, poi, in Paolo una opinione errata circa la prossimità della fine, contraddice alle circostanze ambientali-storiche ed a tutto il contesto delle due Thess. Con la spiegazione del discorso di Gesù sulla fine di Gerusalemme (Le. 17, 20-18, 8; Mt. 24; Mc. 13; Le. 21), che esclude ogni accenno sulla fine del mondo, si è finalmente aperta la strada alla retta comprensione della II Thess. 1-2, in stretta connessione con la I Thess. (specie 5, 1-11) nelle due Thess. scheggia la solenne profezia di Gesù.
BibL.: v. anticristo; parissia; H. Höpfl-B. Gut-A. Metzinger, Intr. in Nov. Test., s* ed., Roma 1949, pp. 336-50 (con ricca bibl.). Comm. catt. più recenti : C. Toussaint, Parigi 1910; J. Krabenbauer, ivi 1913; J. M. Vosté, Roma 1917; S. Obiide, Montserrat 1930; F. C. Ceulemans, Malines 1933; A. Steimann, $4^{2}$ ed., Bona 1935; H. Molitor, Friburgo 1937; D. Buzy (La Ste Bible, ed. L. Flint, 12), Parigi 1938, pp. 126-90; F. Amiot (Verbum Salutis, 14), ivi 1946, pp. 243-83; K. Staab (Regensburger Bibel), Ratisbona 1950, pp. 9-49; G. Rinaldi, Milano 1950. Comm. acatt. più recenti: G. Milligan, Londra 1908; W. Bornemann - E. v. Dabschütz, Gottinga 1909; S. Wohlenberg, $2^{2}$ ed., Lipsia 1909; J. E. Frame, Edimburgo 1912; A. Plummer, Londra 1918-19; J. Schreider (I Thess.), Berlino 1932; E. J. Bicknell, Londra 1932; L. Lindeboom, Kemper 1934; A. Cepke, $3^{2}$ ed., Gottinga 1937; M. Dibellius (Handbuch zum N. Test., 11), $3^{2}$ ed., Tubinga 1937, pp. 1-58; G. Puttkammer, Amburgo 1938; G. Helbig (II Thess.), Bortino 1939; W. Neil, Londra 1950. Studi più recenti : B. Rigaux, L'Antéchrist, Gembloux-Parigi 1932, pp. 250-309; E. B. Allo, L' Apocalypse, $2^{2}$ ed., Parigi 1933, pp. cxxi-cxxxvii; O. Cullmann, Le caractère eschatol. du devoir mission, et de la conscience apostol. de st Paul. Etude sur le xgxyyyte local de II Thess. 2, 6 sgg., in Rev. d'hist. et de phil. relig., 16 (1936), pp. 210-45; J. N. Orchard, Thessalonians and the synoptic Gospels, in Biblica, 19 (1938), pp. 19-42; id., St. Paul and the Book of Daniel, ibid., 20 (1939), pp. 172-79; L. O. Bristol, Paul's Thessal. corrispond., in Expository times, 35 (1943-44), p. 222 sgg.; E. P. Blair, The first epistle to the Thessal. (Studia Biblica, 2), in Interpretation, 2 (1948), pp. 208-17; H. Lagenberg, Der zweite Thessalonicherbrief. Die Zubereitung der Gemeinde für ihren Beruf, für das Königreich Gottes zu leiden, Wüstenroth 1948; J. Schmid, Der Antichrist und die hammende Macht (II Thess., 2, 1-12), in Theol. Quartalsche, 129 (1949), pp. 323-43; J. M. Ruiz Gonzalez, La incredulitud de Israel y los impedimentos del Anticristo, según II Thess., 2, 6 sg., in Est. bibl., 10 (1951), pp. 189-203; V. Lavidon, Paulus, Thess. Apostolus. Pauli doctrina eschatol. in Thess., in Coll. Brug., 47 (1951), pp. 29-33, 57-60, 89-94, 111-15, 169-74, 195-98.
Francesco Spadafora
TESTAMENTO. - E l'atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse (Cod. civ. it., art. 587).
i. Stazione. - Il t. è un atto solenne e formale; esso cioè è subordinato nella sua validità all'osservanza di determinate forme che la legge stabilisce e che sono inderogabili. Esso produce nell'istituito la qualifica di erede in senso stretto quando l'attribuzione dei beni è fatta a titolo universale, comprensiva cioè dell'universalità dei beni del testatore o di una quota parte del tutto; è inteso però che possono lasciarsi per t. in eredità anche beni singoli o complessi di singoli beni, quando è espressamente detto o appare manifesto che essi sono attribuiti come quota parte dell'asse patrimoniale; se invece si dispone di singoli beni in quanto tali, ossia a titolo particolare, si ha il semplice legato (v. art. 588). La legge proibisce che si faccia da diverse persone un unico t., anche se l'erede o il legatario sia eventualmente un'unica persona; proibisce pure che il medesimo atto contenga un t. reciproco, ossia disposizioni testamentarie reciproche (art. 589); tuttavia non è proibito stendere due o più t. a favore della medesima e di diversa persona, o anche con disposizione reciproca di due o più testatori, sul medesimo foglio e serie di fogli.
Il t. è essenzialmente revocabile, ossia non è ammesso che esso venga concepito e attuato in modo che il testatore non possa in seguito cambiare quanto ha disposto per t.; ogni clausola o condizione contraria a questa norma è di diritto priva di effetto (art. 679). La revoca del t. può essere attuata con un nuovo t. oppure con un atto ricevuto da un notaio davanti a due testimoni, purché in questo secondo caso il testatore dica di voler revocare il t. precedente in tutto o, se è il caso, in parte (art. 680); le revocazioni predette possono essere a loro volta revocate alle medesime condizioni facendo giuridicamente rivivere il t. che era stato in antecedenza revocato (art. 681). Un nuovo t. che non revochi espressamente il precedente o i precedenti annulla solo quelle disposizioni precedenti che siano con esso incompatibili (art. 682). Parimenti il t. può essere revocato mediante distruzione, lavorazione o cancellature; tuttavia ciò può essere fatto soltanto dal testatore con l'intenzione di mutare in tutto o in parte le precedenti disposizioni (art. 684); infine «le disposizioni a titolo universale o particolare, fatte da chi al tempo del t. non aveva o ignorava di aver figli o discendenti, sono revocate di diritto per l'esistenza o sopravvenienza di un figlio o discendente legittimo del testatore, benché postumo, o legittimato o adottivo, ovvero per il riconoscimento di un figlio natu-
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rsie : (art. 687), a meno che il testatore non abbia ugualmente provveduto al caso dell'eventuale esistenza o riconoscimento di figli e in ogni caso purché di fatto i figli o i discendenti vengano effettivamente alla successione.
Sono letite nei t. condizioni sospensive o risolutive (art. 633); tuttavia esse sono considerate come non apposte se sono impossibili o contrarie a norme imperative, all'ordine pubblico e al buon costume (art. 634), oppure impediscono le prime o le ulteriori nozze (art. 636), o sono subordinate a reciprocità (art. 635).
E ammessa anche la sostituzione tanto ordinaria (artt. 688-91) quanto fedecommissaria (artt. 692-99): con la prima il testatore puo sostituire all'erede da lui istituito un'altra persona qualora l'istituito non possa o non voglia accettare l'eredità; con la seconda il testatore impone al proprio figlio l'obbligo di conservare in tutto o in parte i beni costituenti la disponibile (non quindi la legittima che non può essere vincolata) a favore di tutti i figli già nati o nascituri dall'erede o a favore di un ente pubblico; analogamente ciò può imporre al fratello o sorella parimenti istituiti eredi: in materia di eredità non sono ammessi altri casi di sostituzione fedecommissaria (art. 692).
2. Forme. - Il legislatore italiano prevede due diverse forme di t., quella ordinaria e quella speciale. La forma ordinaria comprende due specie di t., delle quali la prima, la classica, è quella costituita da t. olografo; la seconda da quella per atto di notaio. La forma speciale è riservata a casi del tutto eccezionali e tassativamente contemplati dalla legge.
Il t. olografo (art. 602) deve essere scritto integralmente di proprio pugno, dall'inizio alla fine, dal testatore; la scrittura deve essere tale da poter far prova: sono escluse quindi le scritture a stampatello, stenografiche e simili; tuttavia è olografo il t. scritto a penna, a matita, su carta, metallo, pelli e simili materiali, esclusi perciò tutti gli stampati, i dattiloscritti o comunque scritture frutto di mezzi meccanici. Al t. olografo è pure richiesta la sottoscrizione; oltre al nome e cognone sono riconosciute come firme gli pseudonimi che non lasciano dubbi di sorta sull'identità del testatore: e alla stessa condizione le sottoscrizioni con il solo soprannome o con la semplice sigla o con attribuzioni che, messe in relazione all'erede, comportino l'identificazione del testatore (ad es., tuo padre, tua madre, tuo nonno paterno, tua nonna materna e simili); in ogni caso la sottoscrizione deve essere apposta alla fine delle disposizioni testamentarie. E anche indispensabile l'indicazione della data, comprendente il giorno, il mese e l'anno; tale indicazione può essere anche implicita purché di sicura interpretazione (ad es., il giorno di Natale del primo anno di pontificato di Pio XII); non è richiesta l'indicazione dell'ora.
Il t. per atto di notaio può essere pubblico o segreto : a) nel t. pubblico (art. 603) il testatore manifesta a viva voce al notaio, davanti a due testimoni, quanto intende disporre; il notaio lo mette o la fa mettere da altri in scritto a mano; quindi il notaio stesso personalmente, mai percio per sostituzione, legge al testatore quanto ha scritto o fatto scrivere sotto propria dettatura e contenente le disposizioni testamentarie; nel t. pubblico è indispensabile aggiungere alla data anche l'ora nella quale il testatore ha sottoscritto, con l'indicazione del luogo ove il t. è stato ricevuto; b) il t. segreto (artt. 604-605) può essere scritto, anche con mezzi meccanici, dal testatore o da un terzo in sua vece; se è scritto da terzi o comunque meccanicamente il testatore deve sottoscrivere di proprio pugno ogni singolo mezzo foglio; il tutto viene poi chiuso in busta o altro plico e sigillato; quindi viene portato al notaio cui, alla presenza di due testimoni, il testatore manifesta che il plico stesso contiene il proprio t.; infine il notaio redige l'atto che viene conservato a norma di legge.
Per quanto riguarda le forme speciali: i) in caso di epidemia, calamità pubbliche o infortuni il t. viene redatto da chi lo riceve, che sottoscrive insieme al testatore e due testimoni; il t. deve essere ricevuto inderogabilmente o da un notaio o dal pretore o dal conciliatore del luogo o dal sindaco o da un ministro di culto; in

Testamento - Modello di t. privato trascritto da mano del sec. xiv su una pagina bianca del cod. Reg. lat. 84, f. $19^{\circ}$ del sec. xI, pubblicato da A. Wilmart in Analecta Reginensis, Città del Vaticano 1933, pp. 287-88 - Biblioteca Vaticana.
tutti i casi però in presenza di due testimoni almeno sedicenni (art. 609); 2) il t. in nave viene ricevuto dal comandante: deve essere redatto in due copie originali davanti a due testimoni e sottoscritto dal testatore, da chi lo riceve, e dai due testimoni (artt. 611-12); 3) il t. in aeromobile viene ricevuto dal comandante, basta però un solo testimonio (art. 616); 4) il t. di militari appartenenti a corpi o servizi mobilitati o impiegati in guerra o che trovansi in prigionia viene ricevuto da un ufficiale o da un cappellano militare o da un ufficiale della Croce Rossa in presenza di due testimoni e sottoscritto dal testatore, dal ricevente e dai testimoni (artt. 617-18). I t. in forme speciali hanno valore fino allo scadere del terzo mese dal momento in cui il testatore può ricorrere alle forme ordinarie, secondo quanto viene stabilito agli artt. 610, 615, $616,618$.
3. Soggetto. - Si ha un soggetto attivo : il testatore, ed uno passivo : colui a favore del quale il t. è fatto.
Tutti coloro che non sono espressamente esclusi dalla legge sono capaci di far t. A norma dell'art. 591 sono incapaci di testare: a) coloro che non hanno compiuto gli anni diciotto; b) gli interdetti per infermità di mente, a norma dell'art. 427; c) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere o di volere nel momento in cui fecero t. (art. 591); il t. fatto da uno dei precedenti soggetti può essere dichiarato nullo su istanza degli interessati entro cinque anni dal momento del quale fu data esecuzione al t. stesso; d) a norma dell'art. 52 del cod. pen. sono inoltre incapaci di testare coloro che sono stati condannati all'ergastolo, dei quali sono anche invalidati eventuali antecedenti t.; la nullità è di diritto e può essere rilevata senza limiti di tempo da chiunque vi abbia interesse.
Soggetti passivi sono coloro che per legge non sono esclusi da poter ricevere per t. Alcuni sono soggetti per legge e necessariamente; a questi, secondo le norme rife-
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rite agli artt. $565-86$, deve necessariamente attribuirsi una determinata quota parte del patrimonio del testatore e sono chiamati legittimari. Altri possono essere liberamente chiamati a succedere per t. dal testatore per i suoi beni disponibili. Tuttavia limitazioni particolari sono previste agli artt. 592-600. Oltre ai nati, o almeno concepiti, al momento dell'apertura della successione possono essere soggetti passivi di t. anche i figli di persona determinata vivente al tempo della morte del testatore, benché non ancora concepiti (art. 462).
Sono esclusi dalla successione come indegni, benché nominati nell'eventuale t., alcune categorie di persone espressamente nominate all'art. 463.
Bibl.: M. Allara, Il t., Padova 1941; A. Cicu, Il t., Milano 1945; L. Barassi, Ist. di dir. civ., ivi 1948, nn. 136-49; W. d'Avanzo, Ist. di dir. civ., Roma 1950, nn. 90-106; A. Trabucchi, Ist. di dir. civ., Padova 1950, nn. 369-89. Lorenzo Simeone
TESTAMENTO nella SACRA SCRITTURA. - Il termine testamentum nella Volgata traduce spesso bérlith ebraico, con cui si indica sia un patto fra privati sia un'alleanza fra nazioni o gruppi etnici (Gen. 21, 22 sgg.; Ex. 23, 32; 34, 12. 15; Deut. 7, 2; Ios. 9,9 sgg.; Iudc. 2, 2 ecc.). In genere indica il patto stabilitosi fra Dio ed il suo popolo : relazione di privilegio, voluta a realizzata da Dio, bilaterale in quanto viene sempre espressa come condizione della fedeltà di Dio alle sue promesse l'osservanza della Legge.
In tal senso il termine latino testamentum è poco adatto; esso fu usato sotto l'influsso dei Settanta, che tradussero bérlith con $\delta \varepsilon \alpha \vartheta \eta \kappa \eta$ (o disposizione $x$, per lo più testamentaria). Aquila e Simmaco preferivano $\sigma u v \vartheta \eta \kappa \eta$ e già s. Girolamo (In Mal., 2,4: PL 25, 1555) ammoniva che la parola T. "in molti luoghi della Scrittura non significa la volontà dei defunti, ma un patto fra vivi". Il significato ordinario si può riscontrare, però, in Gal. 3,15 ed in Hebr. 9,16. Tale senso si applica bene agli scritti del Nuovo T., in quanto il loro contenuto si può considerare come un'"eredità ", un bene (la Redenzione) in stretta connessione con la morte di Gesù Cristo. Per i libri che contengono la storia e le profezie del popolo ebraico è più logico parlare di scritti intorno al "patto" fra Dio e l'umanità.
L'uso di T. nel senso di raccolta di libri ispirati è antichissimo nella tradizione cristiana. Si trova già nella Bibbia: s. Paolo (II Cor. 3, 14) parla della "lettura del Vecchio T. "; J Mach. 1, 60 descrive la persecuzione promossa da Antioco IV Epifane contro "i libri del T. del Signore».
Bibl.: L. G. Da Fonseca, $\Delta \varepsilon \alpha \vartheta \eta \kappa \eta$, Foedus an Testamentum?, in Biblica, 8 (1927), pp. 31-50, 161-81, 290-319, 418-41; 9 (1928), pp. 26-40, 143-60; G. Quell - J. Bebm, $\Delta \varepsilon \alpha \vartheta \eta \kappa \eta$, in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, II, Stoccarda 1932, pp. 108-37. Angelo Penza
T. apocrifi. - 1. Testamento dei XII patriarchi. Libro apocrifo del Vecchio 'Testamento, sorto in ambienti giudaici del sec. II-I a. C., interpolato da mani cristiane fin dal sec. II d. C., importante per conoscere la mentalità religiosa giudaica del sec. I, specialmente sul messianismo.
Contiene le parole che ciascuno dei 12 figli di Giacobbe prima di morire avrebbe rivolte ai propri discendenti e a tutto Israele, ad imitazione dello stesso Giacobbe (Gen. 49), di Giuseppe (ibid. 50, 24 sgg.) e di Mosè (Deut. 31-33). Ciascun "t." ha una parte storica o biografica (il Patriarca ricorda la sua vita, specialmente la virtù o il vizio per cui si è distinto), parenetica (ne raccomanda o dissuade l'imitazione), profetica o escatologica (dei discendenti o di tutto il popolo predice che per le sue colpe sarà punito, ma così ritornerà a Dio, disponendosi a ricevere la salvezza messianica).
Il problema del tempo di origine è complicato dalla presenza di molte interpolazioni. Dapprima le chiare allusioni alle dottrine del cristianesimo (perfino all'incarnazione di Dio e alla sua nascita da una Vergine) lo fecero ritenere tutto di origine cristiana (Sinker, Deane).

(da Rerrodz di Landsberg, Herbas Delicurum, a cura di A. Straub. G. Keller, Strasbourgo 1901, Ios. 87) Testamento nella Sacra Scrittura - Antico Alleanza a legge rituale, miniatura dell'Hortus Delicjarum di Herrod di Landsberg, fol. $67^{2}$ ( 1230 ca.).
In seguito però vennero riconosciute come interpolazioni del sec. II ca., anche perché esse presentano affinità con l'eresia dei patripassiani (v. modalismo). La lingua originale era semitica (aramaico od ebraico; oggi si sta generalmente per l'ebraico). Varie allusioni storiche, particolarmente i termini elogiativi per la tribù di Levi e la classe sacerdotale, farebbero risalire il libro originale agli anni più gloriosi del periodo maccabaico ( 153 -104 a. C.); ma altre espressioni, dispregiative della classe sacerdotale, fanno pensare a una seconda mano giudaica del tempo in cui il sommo sacerdozio venne a decadere, sotto i successori di Giovanni Ircano (ca. 70-40 a. C.). Così, nelle linee generali, Conybeare, Bousset, Charles, Lagrange. Difficilmente si potrà seguire Felten, che ritiene posteriore al 70 d . C. la redazione dell'intera opera giudaica.
Il testo è pervenuto nelle traduzioni greca, armena e slavica. La traduzione greca è rappresentata da nove codici, con due diverse forme di testo; dalla seconda di queste dipenderebbe la versione armena (sec. IV-vi), conservata in una decina di codici. Esistono anche parti separate di alcuni "t." (Levi in aramaico, greco e siriaco; Nephthali in ebraico); sembra però che non appartenessero a questo apocrifo, pur presentando con esso qualche analogia. I T. dei XII patriarchi sono utilizzati nel Documento Sadochita e citati da Origene, s. Girolamo ed altri scrittori ecclesiastici come apocrifo. Nel medioevo Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln (sec. xiri), ne curò una traduzione latina che lo divulgò, pubblicata anche dal Migne (PG 2, 1037-1150) con l'edizione greca del Grabe (1698), di molto superate dall'accuratissima edizione di R. H. Charles (Oxford 1908) con le varianti di tutti i manoscritti delle versioni antiche. Charles ha però il torto di far dipendere da questo apocrifo l'insegnamento degli scrittori neotestamentari e di Gesù stesso, seguito in ciò da Friedländer, Hart, Oesterley; è confutato brillantemente da Lagrange, Plummer, Schürer. Numerose sono anche le versioni moderne (per cui cf. Frey, cit. in bibl.).
Bibl.: M.-J. Lagrange, Le messianisme chez les Juifs, Parigi 1909, pp. 68-78; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., I, Torino 1913, pp. 396-404; J.-B. Frey, Apocryphes de l'Ancien Test., in DBs, I (1928), coll. 380-89; W. Greitenmann, De Messia eiusque Regno in Testamentis duodecim Patriarcarum, in Verbum Domini, 11 (1931), pp. 138-60, 184-92. Luigi Vagaggini
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(da Herrade di Landsberg, op. cit., tav. 51)
Testamento nella Sacra Scrittura - Nuova alleanza o legge di grazia, ministura dell'Hortus Deliciarum di Herrad di Landsberg, fol. $67^{\circ}$ (1230 co.).
2. Il T. di Nostro Signore. - Tale è il titolo di uno scritto apocrifo che si attribuisce agli apostoli Giovanni, Pietro e Matteo, ma che fu composto in greco nella seconda metà del sec. v, probabilmente nella Siria, da un autore monofisita.
Esiste soltanto in versione siriaca (di cui dette I. Rabmani la prima edizione a Magonza nel 1899), coptica, etiopica ed arabica. Il contenuto del libro risulta essere una specie di rifacimento di elementi contenuti nella Paradoxis di Ippolito romano e si compone di annunzi escatologici e di norme per i vescovi e per i fedeli con abbondanza di particolari sui Sacramenti e sulle usanze cristiane.
Per gli altri T. apocrifi : v. abramo; adam; grobbe; salomone.
Bibl.: E. Amann, s. v. in DThC, XV, coll. 194-200; B. Altaner, Patrologic, Friburgo in Br. 1930, p. 43.
Ignozio Ortiz de Urbina
TESTI, Fulvio. - Uomo politico, poeta, n. a Ferrara il 23 ag. 1593, m. a Modena il 28 ag. 1646.
Fu a servizio della Corte Estense a Modena; ambi ed ottenne gli uffici di corte e vantaggiose attività diplomatiche a Vienna, a Roma presso Urbano VIII (cf. il ritratto del Pontefice nella Relazione al Duca del 23 ag. 1634), a Torino, a Madrid. La volubilità del suo carattere è documentata dall'indifferente attribuzione di lodi e biasimi alle persone e agli Stati, a seconda delle circostanze (cf. Rime, Venezia 1616; Modena 1617; ivi 1653). La sua ambizione - alcuni ritengono che nel Conte zio del Consiglio Segreto il Manzoni abbia ritratto il T. dell'Epistolario - lo condusse a sperimentare l'instabilità della fortuna e, infine, dopo il tentativo di passare al servizio francese, il carcere nella fortezza di Modena, ove mori. Per il teatro compose L'Isola d'Alcina, L'Arsinda. Ai suoi tentativi epici, rimasti tutti incompiuti, appartengono il Costantino, l'India conquistata, Gli Amori di Panteo; più celebrate le ottave: il Pianto d'Italia, aspirazione alla libertà dalla servitù spagnola. Seguace del Chiabrera, nella lirica propugnò l'imitazione oraziana e pindarica. Leopardi affermò che se fosse vissuto in età meno barbara sarebbe stato il nostro Orazio, ma, riconosciutigli i meriti della grandiosità e dell'elequenza, concluse "che è difficile trovare Conzone che non sia malamente imbrattata dalla pece del suo secolo" (Pensieri, 1, Firenze 1930, p. 110).
Bibl.: G. Tiraboschi, Vita del Conte F. T., Modena 1780; G. De Castro, F. T. e le corti ital, nella prima metà del sec. XVII, Milano 1872; V. Santi, Il processo e la condanna di F. T. nel 1617, in Giorn. st. della lett. ital., 24 (1909), pp. 1-34; G. Caprera, F. T. poeta, Noto 1922; C. Calcaterra, I lirici del Seicento e delI'Arcadia, Bologna 1936; Pastor, XIII, p. 893. Giovanni Fallani
TESTIMONE. - T. o teste (testis) è colui che è chiamato a far fede di qualche cosa. I fatti della vita sociale normalmente si svolgono in mezza alla gente. Gli spettatori, o almeno alcuni di essi, possono o prendere parte al compimento dell'atto, quasi un simbolo della comunità o garanzia di pubblicità, oppure, qualora il fatto giuridico venga in controversia, possono venir chiamati od apparire a documentare l'esattezza del fatto. In questo secondo caso si parla di prova testimoniale, che consiste nell'assumere dichiarazioni da un terzo per fatti svoltisi in sua presenza o dei quali ha sentito parlare. Com'è chiaro, diversa è la funzione dei testi dell'atto e di quelli di prova, come pure per questi ultimi diversa può essere la cognizione dei fatti e perciò si parla di varie specie di t. Rinviando al altre voci (matrimonio; spousal; testamento, ecc.) per quanto riguarda i testi dell'atto, sarà opportuno arrestarsi ai testi nell'ambito dell'ordinamento processuale. E qui it. si dividono in: pubblici o qualificati e privati; i primi sono quelli che fanno fede degli atti del proprio ufficio (p. es., il cancelliere per gli atti della Curia); contesti o singolari, se la loro deposizione circa un medesimo fatto concorda con gli altri o no; auricolari od oculari, se depongono di cose udite o viste; chiamati o ultronei, se depongono chiamati dal giudice o se si sono presentati a deporre spontaneamente; diretti o indiretti, se depongono di scienza propria o altrui.
I. Cenni storici. - La prova testimoniale dovette essere il mezzo prevalente di prova presso i popoli cui non era nota la scrittura (prova strumentale). Ma anche successivamente rimase uno dei più validi mezzi di prova. Così nell'ordinamento processuale romano la prova testimoniale ebbe un posto d'onore. La prestazione dell