storici. - La prova testimoniale dovette essere il mezzo prevalente di prova presso i popoli cui non era nota la scrittura (prova strumentale). Ma anche successivamente rimase uno dei più validi mezzi di prova. Così nell'ordinamento processuale romano la prova testimoniale ebbe un posto d'onore. La prestazione della testimonianza era però libera e quasi una dimostrazione di buona amicizia. Fu solo Giustiniano a rendere obbligatoria la prestazione di testimonianza a richiesta del giudice. Nell'ordinamento giustinianeo la prova testimoniale conservò il proprio peso, sebbene non se ne ignorassero i pericoli e si restasse incerti se accettarla come mezzo di prova di fronte e in contrasto con la prova strumentale (Nov. 73, 3; C. IV, 20 i. 18.; Nov. 73, 5 ecc.). Pare che fin dall'inizio alla testimonianza fosse annesso il giuramento.
La Chiesa ereditò dal diritto romano questo mezzo di prova e con il proprio diritto contribuì a renderlo diffuso anche presso i popoli germanici, in cui però la prova testimoniale non mancava, anche se all'inizio era piuttosto ristretta e limitata. Dal diritto canonico e romano insieme (specie al tempo del rinnovato studio di quest'ultimo nel sec. xi) la prova testimoniale passo nel diritto comune e dominò negli ordinamenti giuridici. Ma nel foro laicale più insistentemente che nel foro ecclesiastico, data anche la diversa natura delle cause trattate nell'uno e nell'altro foro, ritornò la diffidenza per questo genere di prova. Si cercò di ovviare, moltiplicando il numero dei negozi giuridici per cui era richiesta la solennità della scrittura e limitando poi, nelle cause patrimoniali, la prova testimoniale ad un determinato valoresimite, oltre il quale non era più ammessa. Quest'ultima limitazione, attraverso il Codice Napoleonico, passo in quasi tutti i codici che ne dipendono, compreso quello italiano (Cod. proc. civ. ital., art. 244 sgg.).
Per quanto riguarda il diritto ecclesiastico, le fonti storiche che regolarono la prova testimoniale sono, oltre le fonti comuni del Corpus iuris canonici, il Decretum di Graziano (c. 7, II, 1; 24-29, II, 7; 1-6, III, 4 ecc.); le Decretali di Gregorio IX (lib. I, tit. 19-21; lib. V, tit. 1); il Concilio Tridentino (sess. XIII, de ref., c. 7), ecc. (cf.
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P. Gasparri, CIC, Fontes, IV, Città del Vaticano 1926, p. 395). Tra le fonti attuali di diritto canonico in materia, sono le prescrizioni del CIC (can. 1754 sgg .) e le norme citate ai loro luoghi rispetto alle cause matrimoniali o concernenti le Ordinazioni.
II. Natura della prova testimoniale. Capacità e idoneità a testificare secondo il CIC. - La prova testimoniale appartiene alla categoria delle prove indirette, cioè di quelle che forniscono al giudice la cognizione dei fatti in oggetto della causa, attraverso osservazioni e deduzioni di soggetti diversi dal giudice. La prova per t. si ammette in qualsiasi causa sotto la direzione del giudice e seguendo le precise disposizioni della legge (can. 1754).
Tutti possono essere t. se non siano esclusi in tutto o in parte dal diritto : a) sono inidonei ad essere t. gli impubeti e gli infermi di mente (mente debilei); b) sono sospetti come t. gli scomunicati, gli spergiuri, gli infami, dopo però la sentenza declaratoria o di condanna, coloro che sono di costumi cosi abbietti, che non possono essere degni di fede, ed infine i nemici pubblici e gravi della parte; c) sono incapaci : coloro che sono parti in causa o fanno le veci delle parti (come il tutore nella causa del pupillo), i sacerdoti per ciò che riguarda tutto quello che ad essi sia noto attraverso la confessione sacramentale; pertanto le cose udite da chiunque ed in qualunque modo in occasione della confessione non possono essere ricevute neppure come indizio di verità; infine il coniuge nella causa del suo coniuge, il consanguineo e l'affine nella causa del consanguineo e dell'affine in qualunque grado in linea e in primo grado collaterale, se non si tratti di cause che riguardino lo stato civile e religioso di una persona (v. a tale riguardo il disposto del can. 1974), la cui notizia non si possa avere in altro modo ed il bene pubblico esiga che si abbia. I non idonei ed i sospetti possono essere uditi dietro decreto del giudice, gli incapaci mai (cann. 1757-58).
III. Induzione del t. e loro esclusione. - I t. sono indotti dalle parti, dal promotore di giustizia e dal difensore del vincolo e anche dal giudice, in caso che si tratti di minori ed equiparati e quando lo esiga il bene pubblico (can. $1759 \S \S 1-3$ ). Il giudice può ammettere o respingere la testimonianza di un t., che si presenti spontaneamente per rendere testimonianza, ma deve senelaltro respingerla quando a lui sembri che tale presentazione sia stata fatta per intralciare il giudizio o per creare pregiudizio alla giustizia ed alla verità (can. 1760). Nella richiesta della prova per t. si deve indicare anche l'indirizzo di costoro ed esibire le posizioni o articoli degli argomenti sopra i quali i t. devono interrogarsi. Tale richiesta si ritiene decaduta se non sia stato a ciò provveduto entro il termine perentorio, stabilito dal giudice (can. 1761). E diritto ed obbligo del giudice ridurre l'eccessivo numero dei t. (can. 1762). Le parti, poi, devono portare a conoscenza reciproca la rispettiva nota dei t., prima che incominci la loro escussione, o, almeno, prima della pubblicazione delle loro deposizioni, se ciò, secondo il prudente giudizio del giudice, non può farsi prima senza grave difficoltà (can. 1763). La parte, che ha indotto il t., può ad esso rinunziare, ma l'avversario può chiedere che, nonostante questa rinunzia, il t. sia sottoposto all'esame (can. 1759 § 4).
I t. indotti devono d'ufficio essere esclusi se al giudice chiaramente consti che essi non possono rendere testimonianza. Su richiesta dell'avversario i t. possono essere esclusi (si attua cioè l'istituto giuridico della reprobatio personae testis), se si dimostri una giusta causa di esclusione. La parte, al contrario, che ha indotto il t. non può riprovarlo, se non sopraggiunga una nuova causa di riprovazione, sebbene possa riprovare la sua deposizione. Tale riprovazione deve effettuarsi entro i tre giorni successivi alla notifica della nota dei t. all'avversario, né, trascorso tale termine, si potrà ammettere se dalla parte non si dimostri o si affermi con giuramento che a lei non era in precedenza noto il difetto del t., per cui si compie la riprovazione. Il giudice deve riservare la discussione della riprovazione in fine della lite, a meno che una presunzione di diritto sia contro il t. o il difetto sia notorio o subito si possa facilmente provare, mentre dopo non lo si possa più (can. 1764).
La citazione dei t. si fa da parte del giudice con un decreto e deve essere intimata al t. secondo le regole canoniche (cann. 1715-23) delle citazioni giudiziali (can. 1765). Il t., che sia stato regolarmente citato, deve comparire dinanzi al giudice o far nota al giudice la causa della sua non comparizione (can. 1766), cosicché qualora esso senza legittima causa non si presenti o anche, presentandosi, non voglia o rispondere o prestar giuramento o sottoscrivere la sua deposizione, può essere dal giudice sottoposto a congrue pene ed anche essere multato in ragione del danno che alle parti possa derivare per la sua disobbedienza.
IV. Giubamento del T. - Il t. prima che inizi la sua deposizione deve prestare il giuramento (promissorio) de veritate dicenda ed a tal giuramento possono assistere le parti in causa o i loro procuratori. Però, se la causa verte su un diritto meramente privato delle parti, consenzienti queste, potranno i t. essere dispensati dal giuramento. In tal caso il giudice deve ricordare al t. il grave obbligo, a cui è sempre tenuto, di dire la verità (can. 1767). Ma, a prudente arbitrio del giudice, ogni qual volta lo richiedano o l'importanza della causa o le circostanze della resa deposizione, il t., terminata la sua deposizione, può essere costretto al giuramento (assertorio) de veritate dictorum o per tutti o per alcuni degli articoli delle posizioni (can. 1768). Infine il t. può essere costretto a prestare il giuramento de secreto servando sia sopra le domande sia sopra le risposte, o ad tempus, finché gli atti e gli allegati della causa non divengano di diritto pubblico, o in perpetuo, qualora la natura della causa e delle prove sia tale che dalla loro divulgazione possa venir danno alla fama altrui, o si dia motivo a dissidi e a scandalo o ad altri simili inconvenienti (can. 1623 § 3).
V. Esame dei t. - I t. sono escussi nella stessa sede del tribunale. Sono esentati da tale regola generale : 1) per ragione dello loro qualità : i cardinali, i patriarchi, i vescovi e le persone illustri, che dal diritto civile del proprio stato sono esentate dall'obbligo di comparire dinanzi al giudice, per rendere la loro deposizione. Tutti questi possono scegliere il luogo ove deporranno, che devono far conoscere al giudice; 2) per ragione di impedimento morale o fisico: coloro che, per malattia o per altro impedimento morale o fisico o per condizioni di vita (ad es., le monache) non possono recarsi alla sede del tribunale, devono essere escussi in casa; 3) per ragione di distanza o di incomodo : coloro che, risiedendo fuori della diocesi, non possono andare senza grave incomodo alla sede del tribunale, devono essere escussi dal tribunale del luogo in cui risiedono, a norma del can. 1570 § a secondo gli interrogatori e le istruzioni trasmesse dal giudice della causa. Cosi nel caso che il t., pur risiedendo nella diocesi (eparchia secondo il diritto orientale), ma in luogo talmente distante che senza gravi spese né può recarsi dal giudice, né il giudice recarsi da lui, il giudice deve deputare un sacerdote degno ed idoneo più vicino, affinché con l'assistenza di persona, che funga da notato, compia l'esame testimoniale; a questo sacerdote verranno trasmesse le interrogazioni da farsi e date le opportune istruzioni (can. 1770).
Le parti in causa possono assistere all'esame dei t. solo se il giudice crederà opportuno ammetterle (can. 1771). Tale norma è posta per permettere un più rapido svolgimento del processo e per allontanare il pericolo di minacce e l'elevazione di eccezioni da parte dell'avversario e della stessa parte, che ha indotto il t. I t. devono essere interrogati singolarmente. Si lascia, però, al prudente arbitrio del giudice, dopo che le deposizioni siano state pubblicate, confrontare i t. fra loro o con la parte. Ciò può avvenire se concorrano insieme tutte queste condizioni: 1) se i t. in cosa grave o attinente alla sostanza della causa dissentano tra loro o con la parte; 2) se non vi sia altro mezzo più facile per scoprire la verità; 3) se non vi sia da temere pericolo di scandalo o di litigi dal confronto (can. 1772).
L'esame dei t. è fatto dal giudice o da un suo delegato o uditore, alla presenza di un notaio. Il giudice, o che ne tiene il luogo, deve fare le domande ai t. Però se la parte o il promotore di giustizia o il difensore del vincolo siano presenti all'esame ed abbiano nuove do-
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mande da rivolgere al t., le devono proporre al giudice o a chi ne fa le veci, affinché a sua volta le proponga al t. (can. 1773). Il t. deve prima essere interrogato sulle sue generalità, su quali siano i suoi rapporti con le parti in causa, quindi gli si propongono le interrogazioni e si indaga dove ed in qual modo conobbe ciò che ha affermato (can. 1774). Il t. rende la sua deposizione oralmente, né può leggere uno scritto, a meno che si tratti di calcolo o di conti; in quest'ultimo caso può consultare le note che ha con sé (can. 1777). Le risposte del t. devono essere subito scritte dal notaio, riportandole a parola, quanto più è possibile; a meno che il giudice, in considerazione della poca importanza della causa, si contenti di riportare solamente la sostanza della deposizione (can. 1779). Il notaio, prima che il t. si allontani dalla sala d'udienza, deve leggergli quello che ha redatto in scritto, concedendo al t. la facoltà di aggiungere, togliere, correggere e variare. Infine il t., il giudice ed il notaio devono sottoscrivere l'atto (can. 1780). I t. già escussi possono o su richiesta della parte o d'ufficio, prima che le loro deposizioni divengan di diritto pubblico, essere nuovamente chiamati a deporre, se il giudice lo stimi utile e necessario, purché non vi sia pericolo di collusione o di corruzione (can. 1781).
VI. Deli'mononizzo del t. - Il t. ha diritto a chiedere il rimborso delle spese, che abbia sostenute per il viaggio e la dimora nel luogo dell'escussione, ed a un congruo indennizzo per l'interruzione del suo lavoro o attività. Il giudice pertanto deve, udite le parti, il t. e, se è necessario anche i periti, determinare il rimborso e l'indennizzo da dare al t. Può darsi il caso che il giudice ravvisi necessario che la parte, che ha indotto il t., depositi una certa somma anche per l'indennizzo e qualora nel termine perentorio la parte non abbia effettuato il deposito, si ritiene che abbia rinunziato all'escussione del t. (can. 1788).
VII. La credibilità delle deposizioni del t. - Il giudice nel valutare le deposizioni dei t. deve tenere presente : 1) la persona del t., cioè quale sia la sua condizione, la sua onestà e quale sia la sua posizione sociale; 2) la fonte da cui il t. trae la conoscenza dei fatti deposti, se la deposizione contenga fatti conosciuti direttamente (de vita et audito proprio) o se conosciuti per mezzo di altri (de credulitate, fama, audito); 3) il modo di deporre, cioè se il t. è perfettamente coerente, se invece è vario, incerto e vacillante; 4) il numero delle deposizioni, se cioè sia singolare oppure abbia contesti. Se poi i t. fra loro siano discrepanti, il giudice vedrà se le deposizioni da loro emesse si contraddicano a vicenda o siano semplicemente diverse (can. 1790). Infine la deposizione di un solo t. non fa fede piena a meno che non si tratti di un t. qualificato (fuori di materia processuale si hanno varie eccezioni; cf. i cann. 779, 800). Se però due o tre persone, superiori ad ogni eccezione e tra loro perfettamente coerenti, sotto il giuramento, in giudizio depongono di propria scienza su di una cosa, o su di un fatto, si ha una prova sufficiente, a meno che il giudice, a causa della massima importanza dell'affare o a causa di indizi, che fanno sorgere qualche dubbio circa l'asserita verità della cosa, creda necessaria una prova più piena (can. 1791).
Occorre infine ricordare che il CIC dispone norme relative ai t. sia (can. 1975) nelle cause di nullità matrimoniale per impotenza (v.), sia nelle dispense dal matrimonio (v.), rato e non consumato, sia infine (cann. 2023-30) nelle cause di beatificazione e canonizzazione dei servi di Dio. Il can. 2145 stabilisce l'esame dei t. indotti in alcuni procedimenti speciali.
La prova testimoniale è ammessa anche nell'ordinamento giudiziario italiano sia in sede di giurisdizione contenziosa, ma con limitazioni in base al valore economico della res disceptata (Cod. Proc. Civ., art. 244 sgg.), sia in sede penale, dove la comparizione in giudizio, se chiamati, è obbligatoria (Cod. Proc. Pen., artt. 348 sgg., $448-54,462$ ecc.). Per i crimini di falsa testimonianza, subordinazione, ecc., spergiuro, v. spergiuro. Moralmente il rendere testimonianza in giudizio può essere un dovere o di giustizia commutativa o legale o di carità. La falsa testimonianza è condannata nell'viIi precetto del Decalogo (v. decalogo; menzogna). Lo spergiuro è poi anche un peccato contro la religione.
Bibl.: oltre i testi di diritto processuale, cf. Benedetto XIV, Testis, nell'indice delle Opere, Roma 1731; G. Leccisi, La prova testimoniale nel Cod. di dir. can., Roma 1926; A. Cauly, La preuve en droit canonique, in Le canonice, 48 (1926), pp. 294 607; D. Ramos, De las posiciones o artículos de los argumentos, in Ilustr. del clero, 23 (1930), pp. 30-32; F. Böhm, Fragen zur gerielst. Zeugenpflicht, in Theol. prakt. Quartalschr., 83 (1930), pp. 380-84; P. Vito, I t. nei giudizi, in Palestra del clero, 9 (1930), 466-68; F. Roberti, De positionibus seu articulis argumentarum, in Apollinaris, 3 (1930), pp. 50-52; D. Whalen, The value of testimonial evidence in matrimonial procedure, Washington 1933.
Giuglolino Felici
TESTIMONI DI GEOVA. - Setta separatasi dagli avventisti nel 1879. Fu fondata da Carlo Russel con lo scopo di annunziare al mondo il prossimo avvento del paradiso sulla terra. Il suo nome da principio fu "la torre di osservazione" e gli aderenti si chiamarono "studiosi della Bibbia".
Sorta in America, la setta si diffuse in Europa nel 1930, soprattutto in Francia. Nel luglio 1931, i discepoli di Russell decisero di assumere il nome di t. di G. A Russell successe un giudice, certo Rutherford, il quale fissò la dottrina della setta in parecchie pubblicazioni e morì nel 1942. Attualmente il capo è Nathan Knorr. La sede centrale della setta è a Brooklyn, presso Nuova York, dove possiede un immobile di 12 piani e una radiotrasmittente che dà programmi per 6 ore al giorno.
La dottrina dei t. di G., esposta nel libro : Sia riconosciuto Dio come vero (diffuso a milioni di esemplari), si riassume nei seguenti punti : 1) la fine del mondo è vicina, l'sette giorni della creazione, infatti, significavano che il mondo deve durare 40000 anni. Ora, 48000 anni sono già passati. Occorre che ci siano 1000 anni di paradiso terrestre. Perciò Gesù verrà quanto prima a cercare le sue pecorelle, che sono i t. di G., e a separarli dai capri, che sono tutti gli altri uomini; 2) l'anima non è immortale. Non c'è né inferno né purgatorio. Gesù non è Dio, ma ha meritato una "posizione superiore" per la sua fedeltà a Geova, e ha ricevuto lo spirito di Dio nel Battesimo del Giordano. 3) Dio non è Uno in tre persone, perché una divinità a tre teste non è che un mostro. Inoltre, Dio ha fatto l'uomo a sua immagine; ora l'uomo è monocipite, la Trinità pertanto è assurda; 4) il culto non comporta che il Battesimo per immersione, la celebrazione annuale della morte di Gesù Cristo il 14 niobre, la lettura della Bibbia; 5) i t. di G. hanno in orrere non soltanto la Chiesa cattolica, ma il mondo attuale in ogni sua espressione.
Bibl.: F. Spadafora, T. di G., Rovigo 1921. Leone Cristiani
TETRARCA. - Originariamente, e secondo l'etimologia, capo di una della quattro regioni di una provincia, o anche chi divideva il comando con altri tre; tetrarchia era l'autorità, la carica o il territorio del t.
Per primo Euripide (m. 406 a. C.) parla di tetrarchia relativamente alla Tessaglia. Strabone (m. 20 d. C.) attesta che ognuna delle tribù della Galizia era eretta da 4 t . Ma verso l'85 a. C. un solo capo comandava un'intera tribù, pur conservando il titolo di t. che in seguito andò perduto il significato originario, fino ad indicare solo il sovrano di una regione non molto estesa, di grado inferiore al re e all'etnarca (v.), pur godendo qualcuno dei loro privilegi. In tal senso fu adoperato frequentemente dai Romani, specie per i piccoli stati della Siria.
Erode (v.) il Grande e suo fratello Fasaele ebbero da Antonio il titolo di t. (rispettivamente della Galilea e della Giudea) fin dal 41 a. C. T. è nel Nuovo Testamento il titolo ordinario di Erode Antipa (Mt. 14, 1; Lc. 3, 1. 19; 9, 7; Act. 13, 1), chiamato però talvolta anche re (Mt. 14, 9; Mc. 6, 14, 22. 25 sgg.), certo secondo l'uso popolare; Lc. 3, 1 dà lo stesso titolo di t. ad Erode Filippo, figlio di Erode il Grande : infatti tanto l'Antipa quanto Erode Filippo avevano ereditato ciascuno una delle quattro parti del Regno di Erode il Grande, mentre Archelao aveva avuto le altre due parti con il titolo di etnarca. Lc. 3, 4 nomina pure un Lisania (v.) t. dell'Abilene (v.). Luigi Vagaggini
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TETTONICA. - E quella parte della geologia (v.) che tratta: a) delle condizioni di posizione (giacitura), di forma e di reciproci rapporti delle rocce che costituiscono la crosta terrestre o litosfera; b) delle cause alle quali dette condizioni possono imputarsi (tettogoveri in generale; orogenesi, se riguarda l'origine delle montagne in particolare). Viene anche detta geologia strutturale.
La t. si suddivide in : a) t. delle rocce stratificate o sedimentarie (v.); b) t. delle rocce eruttive (v.); c) t. delle rocce metamorfiche (v.). L'assetto attuale di una qualunque massa rocciosa in se stessa considerata e nei suoi rapporti con altre, non corrisponde in genere a condizioni originarie, ma è la risultante dei movimenti, ai quali essa è andata soggetta attraverso i tempi geologici. In altri termini, le masse rocciose che vediamo costituire i rilievi, o comunque parti emerse della litosfera, sono generalmente dislocate rispetto alla posizione che occupavano quando s'erano formate. Questo fatto è soprattutto evidente per le masse di rocce stratificate, in quanto tal modo di presentarsi è prova della loro origine per deposizione o sedimentazione (per lo più al fondo di bacini marini) di materiali inorganici frammisti assai di frequente a resti organici (fossili), ad es., conchiglie.
La dislocazione delle masse stratificate può avvenire secondo due processi distinti e talora combinati, cioè per effetto di piegamento o corrugamento oppure per fratturazione in blocchi, che nei movimenti tettonici vengono spostati gli uni rispetto agli altri, con prevalente componente verticale verso l'alto o verso il basso (spostamenti per fagiie).
Parte elementare di una massa stratificata è lo strato, il cui spessore (o potenza) è dato dalla misura della normale comune alle due superfici piane che lo delimitano. Le superfici che separano uno strato da un altro sono dette giunte.
Raramente un blocco stratificato viene dislocato conservando l'orizzontalità che, su estensione più o meno grande, caratterizza i singoli strati, in dipendenza dalla loro origine per sedimentazione. Uno strato non orizzontale si dice inclinato; l'inclinazione è compresa fra zero e 90 gradi (strato verticale). Nello studio - ai più svariati scopi - della t. di una serie stratificata non orizzontale è necessario stabilire la posizione nello spazio dei singoli strati, siano essi rimasti piani (dislocazione per fagiie) oppure abbiano subito una curvatura (dislocazione per pieghe). Ciò si ottiene determinando la direzione dello strato e la sua inclinazione insieme al verso della sua immersione.
La direzione è data dall'angolo che una retta orizzontale tracciata sulla superficie dello strato forma con la retta nord-sud, cioè col meridiano geografico. Serve all'uopo la bussola da geologo, la quale dà direttamente il nord magnetico, da cui si passa a quello geografico conoscendo la declinazione magnetica attuale della località. L'inclinazione corrisponde all'angolo che la superficie (piano) dello strato forma col piano orizzontale (un semplice dispositivo accessorio delle bussole da geologo consente tale misura). E però necessario indicare il punto cardinale verso il quale lo strato si immerge.
Nella t. a pieghe, la curvatura di uno strato può avere la convessità rivolta verso l'alto e la piega si dice anticlinale; nel caso contrario sinclinale. Se le due parti (ali, falde) che costituiscono l'anticlinale o la sinclinale sono simmetriche oppure no, rispetto al piano assiale, quello cioè che passa per la cerniera ossia per il luogo dei punti di massima convessità, la piega è detta simmetrica oppure asimmetrica. Il piano assiale può essere verticale o inclinato fino ad orizzontale. Ne risultano pieghe oblique e rovesciate fino a coricate, nelle quali un'ala è normale e l'altra rovesciata. Nella prima gli strati si presentano in successione stratigrafica normale, nella seconda invertita. Le associazioni di pieghe traggono le loro caratteristiche (stile) dal tipo che vi predomina (regolari, isoclinali, a ventaglio, a zig-zag, ecc.).
Forme tettoniche speciali sono: strutture a cupola o pontive, nelle quali gli strati hanno disposizione pericli-
nale o quaquaversale (ogni sezione è un'anticlinale); strutture a conca o a bacino o negative (ogni sezione è una sinclinale).
Le pieghe coricate, per allungamento della loro ala normale ed estremo stiramento di quella rovesciata, dànno luogo alle strutture a falde o coltri di ricoprimento (stile alpino).
Le faglie, come accennato, risultano da fratture, seguite da spostamento. Questo avviene lungo il piano di separazione di due blocchi o pacchi di strati, detto piano di faglia, che può essere verticale o variamente inclinato. Se uno dei blocchi è spostato rispetto all'altro come se fosse scorso in basso lungo il piano inclinato della faglia, questa è detta normale o di distensione o di granitd. Se invece un blocco è risalito lungo il piano inclinato di faglia, questa è chiamata faglia inversa o di compressione. Gli spostamenti possono avvenire anche tangenzialmente (faglie con spostamento orizzontale).
Le fagiie possono associarsi variamente in gruppi o sistemi (parallele, radianti, ecc.) con disposizione reciproca a gradinata (stile germanico) da un solo lato o da due lati. Nel secondo caso si può avere un blocco sollevato (pilastro tettonico, Horst), seguito ai due lati da blocchi via via abbassati, oppure un blocco ribassato (fossa o Graben) compreso tra due serie di blocchi via via rialzati (es. classico, la = Fossa del Reno $=$ ).
Esistono termini di passaggio tra la t. a pieghe e quella a fagiie (pieghe-fagiie) e dei pari in una stessa regione possono combinarsi o seguirsi nel tempo i due tipi.
Ramiro Fabiani
TETZEL, Johann. - Predicatore domenicano, n. a Pirna nel 1465, m. a Lipsia l'zi ag. 1519.
Fattosi domenicano dopo compiuti gli studi teologici, si rese noto come oratore popolare nel predicare le indulgenze in Sassonia, Slesia e Franconia. Nel 1516 fu nominato sottocommissario per la predicazione delle indulgenze della Fabbrica di S. Pietro nell'arcidiocesi di Magonza e del Brandeburgo. Il T., non alieno dalle amplificazioni retoriche, e di grande premura soprattutto per riscuotere denaro, si dimostrò inesatto nella sua predicazione quanto alla dottrina sull'applicazione delle indulgenze ai defunti. Ritenne, infatti, che per acquistare l'indulgenza a favore dei morti bastasse l'offerta in denaro, senza alcun pentimento delle proprie colpe da parte dell'offerente, e che questa indulgenza fosse infallibilmente applicata ad una anima determinata. Il T. difese la sua dottrina contrapponendo a quelle di Lutero in Francoforte 122 antitesi, esorbitanti in alcuni punti, ma generalmente solide, composte da Corrado Wimpina, e precisando il suo pensiero con una dissertazione e una seconda serie di 50 tesi composte da lui stesso. Lo stesso anno 1518 si ritirò nel convento di Lipsia.
Stm.: N. Paulus. 7. T.. Magonza 1898 e i supplementi in Katholik. 1889, 1, p. 484 sgg.; 1901, 1, p. 543 sgg.; Pastor, IV, 1, pp. 223-32; id., Die deutsch Dominikaner im Kampfe gegen Luther, Friburgo 1903, v. indice; K. Schottenloher, Bibliogr. zur deutschen Gesch. im Zeitalter der Glaubensspaltung, II, Lipsia 1932. p. 324 .
Pietro Sannazzaro
TEURGIA ( $\vartheta \varepsilon \circ \varphi \gamma i \alpha$ ). - Da $\vartheta \varepsilon \delta \varsigma$ «dio» e $\xi \rho \gamma o v$ "opera ", significa "operazione divina ", quasi sempre di carattere magico, compiuta da chi è investito da potere divino, cioè dal teurgo, epiteto attribuitosi per la prima volta da un tal Giuliano, figlio del caldeo Giulino, vissuto al tempo di Marco Aurelio e presunto autore degli Onocoli caldaici composizione in versi dove le dottrine mistico-astrali della scienza babilonese sono fuse con le dottrine filosofiche della Grecia.
Mentre il neoplatonismo con Plotino e in parte con il suo discepolo Porfirio si era mantenuto in una nobile sfera di filosofia mistica, con Giamblico, discepolo di Porfirio e autore del De mysteriis Aegyptorum, si scende al livello della magia, pretendendo egli attuare l'unione con l'Essere supremo mediante i mezzi magici, forniti soprattutto dal sacrificio, capace di innalzare verso l'Uno nonostante l'inferiorità morale dell'uomo, e dalla divina-
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zione, sia divina, che avviene attraverso un sonno sacro, sia demonica, che si ha per mezzo di amuleti e talismani.
Il teurgo può sciogliersi da ogni legame con la materia, rendendosi insensibile al fuoco o alle ferite, può elevarsi nell'aria, trasfigurarsi e leggere nel futuro. Il teurgo insomma, grazie al suo commercio con il mondo divino, può comandare illimitatamente alle cose del mondo (Giaminico, De myst., 7, 4; 96, 9). Il teurgo si dava questo epiteto per differenziarsi dal mago, in quanto si riteneva confidente degli spiriti celesti e affermava che i suoi miracoli e avvenivano con la semplice fede e la fiducia in Dio e non con i sortilegi e gli incantesimi di una curiosità peccaminosa che essi chiamano magia ovvero con un nome più detestabile Goetia» (s. Agostino, De civ. Dei, X, 9); con questo vocabolo ( $\gamma \mathrm{cc}^{\prime} \mathrm{xl} \mathrm{s}$ da $\gamma o \delta \mathrm{~s}=$ $=$ agemo, mi lamento s) si intendevano i lugubri incantesimi che precedevano le operazioni della magia diabolica.
Bibl.: F. Cumons, Les religions orientales dans le paganisme romain, Parigi 1920, $4^{\mathrm{a}}$ ed., pp. 113, 174; id., Lux perpetua, ivi 1940, pp. 344-78; E. Eitrons, La thérapie chez les néoplatoniciens et dans les papyrus magiques, in Symb. Osloenses, 20 (1920), p. 49 899.
Nicola Turchi
TEUTONICO ORDINE. - L'O. T., già Ordo equestris Teutonicus, detto anche Kreuzherren e Deutschherren, ebbe inizio nel 1190 ad Accon da Crociati di Brema e di Lubecca con un ospedale di tende. Nel 1191 fu posto sotto la tutela pontificia; nel 1198 , impegnato nella lotta per la fede, divenne ordine cavalleresco. Confermato dal Sommo Pontefice il 19 febbr. 1199, assunse regola ed organizzazione degli Ordini dei Templari e di S. Giovanni (ora ordine dei Cavalieri di Malta) e si componeva, come quelli, di cavalieri, chierici, fratelli conversi, suore e famigliari (Terz'ordine).
I membri dell'O. T. portavano come segno distintivo una croce nera su mantello bianco (il mantello dei conversi e delle suore era scuro).
Il potere legislativo ed elettivo era in mano del Capitolo generale e del gran maestro, quello delle province presso il commendatore provinciale (Landkamtur), quello delle singole case presso il commendatore: più province avevano un maestro regionale (Landmeister). La casa dell'Ordine si chiamava commenda, la provincia "ballivia".
Il gran maestro aveva come collaboratori 5 commendatori maggiori : grancommendatore, maresciallo, resorriere, ospedaliere, drappario. La Casa generalizia da Accon fu trasferita nel 1291 a Venezia, nel 1309 a Marienburg, nel 1457 a Königsberg, nel 1526 a Mergentheim, nel 1809 a Vienna. Dalla Terra Santa l'O. T. si diffuse in Grecia, Italia, Spagna, Francia, Germania e nei paesi intermedi, di modo che si formarono 22 ballivie: 15 in Germania, 3 in Italia (Italia settentrionale, Puglie, Sicilia), una per ciascun paese in Spagna, Francia, Romania, Grecia, Armenia, Terra Santa.
Dal 1211 al 1225 gli fu affidata la protezione della Transilvania ungherese contro i Mongoli : poi, per incarico del Papa e dell'Imperatore, assunse nel 1226 la lotta contro i Prussiani pagani, che minacciavano e devastavano la Polonia; nel 1237 la protezione della missione cristiana in Livonia, Curlandia, Estonia e Lettonia e verso il 1254 anche la propagazione della fede nella Lituania e nei paesi ortodossi limitrofi. Mediante questo apostolato la Prussia e la Livonia entro il 1283 furono evangelizzate, e proprio qui nacque uno Stato potente, che si estendeva dall'Oder a Leningrado, comprendendo 8 sedi vescovili, di cui 3 incorporate all'Ordine: Pomerania, Samland e Kulmerland. I Fratelli dell'O. T. coltivarono la Prussia e la Livonia con tanto successo che vi sorsero ca. 160 città, ed si villaggi degli indigeni se ne aggiunsero molti altri nuovi. Ogni villaggio aveva la sua chiesa ben dotata, città e borgate avevano chiese parrocchiali riccamente dovute (le pievanie erano allora molto estese), centinaia di ospedali, ricoveri e scuole. I Fratelli fuori del territorio dello Stato dell'O. T. erano occupati in ca. 800 chiese con cura di anime, in 65 ospedali ed in molte scuole.
In Grecia dovevano combattere continuamente contro i maomettani, in Sicilia contro i pirati. La vita intellettuale fu curata con opere storiche da Dusburg, Jeroschi, Alnpeke, Wigand von Marburg; o con commentari della S. Scrittura e delle vite dei santi. Rinomati poeti furono il vescovo Anselmo di Varmia, Enrico von Hesler, Tilo von Kulm, Ugo von Langenstein.
Dal 1467 al 1570 l'O.T. dovette cedere i suoi territori alle nuove grandi potenze che avanzavano verso il mare: Polonia, Lituania e Russia. Nel 1410 per la sconfitta di Tannenberg; nel 1453-67 per la guerra con la Polonia, con la perdita della Prussia occidentale; nel 1525 con la consegna della Prussia orientale alla Polonia, fatta dal supremo maestro Alberto von Brandenburg, apostatato dalla fede e dall'Ordine; nel 1562 per la grande guerra con i Russi.
L'Ordine cedette le ballivie della Germania settentrionale ai protestanti, quelle della Francia. Spagna. Italia e Grecia nelle vicende belliche dopo il 1500 . Nel 1525 la sede generale venne trasferita a Mergentheim e le cariche del gran maestro e del maestro germanico furono unite. Inoltre, per ovviare alla propaganda protestante. i Fratelli dell'Ordine fecero stampare la S. Scrittura e libri catechetici, fondarono a seminari maggiori e schierarono un proprio esercito specialmente contro i Turchi (Reggimento Hoch-und Deutschmeister). Così fu salvata la fede ortodossa in tutti i territori rimasti all'O. T.
In seguito alla Rivoluzione Francese, l'ordine perdette molte case, venne espulso dalla Germania e soppresso da Napoleone (1805-1809). L'imperatore Francesco I però lo salvò di nascosto in Austria e nel 1839 esso fu di nuovo solennemente riconosciuto. Il supremo maestro arciduca Massimiliano (1835-63) si dedicò alla sua ricostruzione, obbligando i sacerdoti ad una vita comune in conventi, erigendo seminari minori, risuscitando l'Istituto delle Suore della carità dell'O. T. Fondò in tutti i territori dell'O. T. scuole, asili, ospedali, ricoveri ecc., in cui le suore insegnavano e assistevano gratuitamente. Il supremo maestro arciduca Guglielmo aggiunse una grande organizzazione sanitaria per tempi di guerra.
Dopo la guerra del 1914-18, dietro iniziativa del supremo maestro arciduca Eugenio (1893-1923), venne trasformandosi in Ordine clericale e fu riconfermato dalla S. Sede con la Regola aggiornata il 27 nov. 1929. Da questa data esso si compone di sacerdoti e fratelli laici, e, in virtù di speciale privilegio, gli compete la direzione suprema delle Suore di carità dell'O. T. Collaboratori e benefattori gli possono essere aggregati come "Mariani».
Fratelli e suore esercitano la loro opera in Austria, Italia, Cecoslovacchia, Jugoslavia e dal 1945 in Germania, con cura d'anima in ospedali, scuole, ecc. Oggi l'O. T. non conta che 131 membri con poche case.
Bibl.: H. von Treitscke, Das deutsches Ordensland Preussen, Lipsia 1872 (nuova rielaboras. in Hist. und polit., Aufsätze, ivi 1871). H. Prutz, Preussische Gesch., I, Stoccarda 1900; id., Die geistl. Ritterorden, Berlino 1908, pp. 101-41: E. Corpor, Hermann von Salica und die Gründung des Deutschordenstaates in Preussen, Tubinga 1934; E. Maschke, Der deutsche Ordenstaat Gestalten seiner grossen Meister, Aniburgo 1939; E. IvachinW. Hubatsch, Regesta hist.-diplom. Ord. S. Mariae Theotonic., 4 voll., Gottinga 1948-50.
Mariano Tumler
## TEXTE UND UNTERSUCHUNGEN ZUR GESCHICHTE DER ALTCHRISTLICHEN LITERATUR. - Serie di testi relativi alla storia dell'antica letteratura cristiana e di ricerche filologiche e storiche referentisi ai medesimi.
Fu iniziata da Adolfo von Harnack ([v.] insieme con O. von Gebhardt, cui successe Ch. Schmidt) a Lipsia nel 1882 raggiungendo, fino al 1922, il numero di 57 voll., divisi in 4 serie. Harnack (v.) ha concepito questa collana di studi quale base filologica e storica insieme, sulla quale costruire la sua Geschichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius. La collana dei T. u. U. è stata grandemente benemerita della pubblicazione di molti antichi testi cristiani o del tutto inediti o malamente editi.
Nicola Turchi
THABOR (gr. $\theta \alpha \beta \dot{\alpha} \rho$ e $<6^{\prime} \operatorname{I}$ ra $\beta \dot{\alpha} \rho \omega \nu$, arabo Cebel et-Tor). - Monte della Palestina ca. 7 km . a sud-
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(fot. Laboratorio foto oincografico - Terra Santa)
Thabor - Veduta del Monte T. ( 560 m. s. 1. m.).
ovest di Nazareth, all'estremità nord-est della pianura di Esdrelon, a forma di cono, alto 560 m . sul Mediterraneo e ca. 320 sulla piana circostante.
Isolato da due corsi d'acqua che formano il Wâdî el-Birch, affluente del Giordano, appare da lungi come una solitaria vedetta, e domina il principale accesso, da sud, alla Galilea. I fianchi sono coperti da elci, carrubi, terebinti; sulla vetta, coronata da una spianata, lunga 1200 m . e larga 400 , più spessa e folta è la macchia boscosa. Al T. allude Giacobbe nella sua benedizione su Issacar e Zabulon come centro di raccolta di popoli per offrirvi sacrifici (Deut. 33, 19); non compreso nei limiti di alcuna tribù (Ios. 19, 22), era sacro per tutte quelle del nord. Ivi Debora convocò Barac di Cades con il suo esercito formato da gente delle tribù di Nephthali e di Zabulon, per combattere il nemico che dominava la piana. Gli Israeliti irruppero dal monte sull'esercito di Sisara, lo batterono e lo inseguirono lungo il fiume Cison (Nahr el-Muqatta'), riportandone completa vittoria (Iudc. 4,5).
Per il suo profilo caratteristico suscitò sempre una ammirazione religiosa; in Ps. 88, 12 è accoppiato con il Hermon per cantare le lodi di Dio; ed in Ier. 46, 18 è paragonata al T. e al Carmelo la grandezza di Nabuchodonosor vittorioso. La venerazione del T., ravvivata forse dai sacerdoti d'Ephraim, è stigmatizzata come scismatica dal profeta Osea $(5,1)$, un laccio teso sulla montagna per attrarvi gli ignoranti s. Nel 218 a. C. Antioco III, dopo essersi impadronito di Filoteria a sud del lago di Tiberiade, si impadronì del T., che fortificò (Polibio, V, 70). Al tempo poi della rivolta giudaica il T. fu di nuovo fortificato da Flavio Giuseppe (Vita, 37; Bell. Iud., II, 20,6), ma cadde nel 67 in potere di Vespasiano. La tradizione cristiana dal sec. Iv venera sul T. il mistero della Trasfigurazione (v.) e da allora la storia del monte è quella del Santuario.
Donato Baldi
## THABRACA: v. TABARCA.
THADAL (ebr. Tidh'al, Settanta Oapyt $\lambda$ ). - Re dei göjlm, o < delle genti >, che con Amrafel (v.) di Sennaar e Arioch (v.) di 'Elläsär, sotto la guida di Chodorlahomor (v.) di Elam, compì con varia fortuna imprese militari nel Canaan al tempo di Abramo (Gen. 14).
Il nome si suole accostare a quello di
Tudhaljäs, portato da alcuni sovrani hittiti, che effettivamente più volte ebbero si vasti imperi sotto di sé da poter essere chiamati "re dei popoli": ma l'identificazione è ancora più difficile che per i re collegati, specialmente Amrafel (v.).
Bibl.: F. T. Bold, Tod'alia I, in Zeitschr.f.d. altl. Wissensch., 42 (1934), pp. 148-53.
Giovanni Rinaldi
THAI-BINH, VICARIATO APOSTOLICO di. - Situato nel Tonkino orientale (Vietnam), comprende la provincia omonima, la più densa di popolazione dell'Indocina, e la provincia di Hung-yen, la cui superficie complessiva è di 2207 kmq . Caratteristica di questo vicariato è il numero notevole dei cattolici in rapporto alla superficie assai ristretta del territorio. Su di una popolazione di 1.850 .000 ab . i cattolici sono 116.200 .
Il 5 sett. $184^{8}$ dal vicariato ap. di Tonkino orientale (oggi di Haiphong) fu distaccato il vicariato di Tonkino centrale, che il 3 dic. 1924 assunse la denominazione di vicariato ap. di Buichu (v.). Da tale vicariato il 9 marzo 1936 fu dismembrato il vicariato ap. di T.-B. e affidato ai Domenicani della provincia del S.mo Rosario delle Isole Filippine. La storia degli inizi dell'evangelizzazione di questa circoscrizione è comune con quella di tutte le missioni del Tonkino. Arrivati in Cocincina fin dal 1615, i Gesuiti non entrarono nel Tonkino che nove anni più tardi. I successi del cristianesimo nel Regno del sud decisero i superiori di Macao a tentare la loro fortuna presso le popolazioni della ricca signoria del nord. Alessandro de Rhodes, che si era segnalato fin dal suo arrivo in Cocincina per le sue attitudini per la lingua indigena, fu allora richiamato a Macao e designato per intraprendere la missione del Tonkino, ove sbarcò il 19 marzo 1627, legando il suo nome alle origini delle fiorenti cristianità tonkinesi. Statistiche: 60 sacerdoti nazionali e 17 stranieri; 307 suore nazionali e 3 estere; 5 seminaristi maggiori; 198 scuole elementari; 48 scuole medie; 4 scuole professionali; 16 ospedali; un dispensario; 19 orfanotrofi; 2 ricoveri per vecchi; una scuola per sordomuti; 51 stazioni primarie, 372 chiese e 218 cappelle.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Relazione con sommario, pos. pror. nr. 476/36 e 200/42; AAS, 28 (1936), pp. 392-93; MC, 1950, pp. 284-85.
Edoardo Pecoraio

(fot. Laboratorio foto oincografico Terra Santa)
Thabor - Basilica della Trasfigurazione sul T., architetti A. e G. Barluzzi.
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In alto a sinistra: DONNA THAI AL LAVORO in campi dove si coltivano consecutivamente riso e teak - Thailandia. In alto a destra: BATTITURA DEL RISO CON BUFALI - Thailandia. In basso a sinistra: ATTREZZI PER LA PESCA - Thailandia. In basso a destra: BATTELLI CARICHI DI RISO per la macinazione - Thailandia.
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A sinistra: RILIEVO RIPRODUCENTE UN SERVO DI THEGLATHPHALASAR con le mani incrociate in segno di riverenza. $A$ destra: RILIEVI DAL PALAZZO DI NIMRUD. In alto: i guerrieri ritornano con prigionieri e pecore da una città conquistata; al centro: iscrizione cuneiforme; in basso: Theglathphalasar sul carro.
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THAILANDIA (già Siam). - Stato dell'Asia meridionale, comprendente parte dell'Indocina e della penisola malese fra Birmania, Federazione malese e Indocina francese. È ampio $513.447 \mathrm{kmq}$. e conta non meno di 18,5 milioni di ab. (densità 36 a kmq.), dei quali solo il $4,3 \%$ stranieri, per la maggior parte cinesi.
I. Geografia. - E paese di struttura e d'aspetto piuttosto vario, con una lunga esile fascia di montagne a S., ed a N. altipiani e montagne che circondano l'ampia pianura alluvionale, percorsa dal Menam, che ne rappresenta la parte economicamente più sviluppata e più popolosa. Il riso è la col-tura-base e la sua ingente produzione ( $97 \%$ delle terre agricole) è in parte destinata all'esportazione. Discreti prodotti danno anche il tabacco, il cotone, la canna da zucchero, il sesamo, il pepe, ecc. Le foreste che coprono i versanti montuosi contengono il prezioso tock, che è anch'esso largamente esportato, insieme con lo stagno, che si estrae dal T. peninsulare (in diminuzione il tungsteno; discreta la produzione di piombo, molibdeno e diamanti). Cospicuo il patrimonio zootecnico, che però è limitato, per motivi religiosi, al bestiame da lavoro.
La capitale Bangkok (o Kronghtep, o a città degli Angeli s) sulla riva sinistra del Menam, è un grosso agglomerato urbano che supera il milione di ab. con i sobborghi; tutti gli altri centri abitati sono molto più piccoli.
Il T. è una monarchia costituzionale, con un parlamento di due camere, una delle quali elettiva, l'altra di nomina regia.
Birl.: W. Credner, Siam. Das Land der Tai, Stoccarda 1935; I. Crosby, Siam: past and future, Londra 1945.
Giuseppe Caraci
II. Storia. - La valle del Menam, cuore della T., era abitata in origine dal popolo austro-asiatico dei Mon, che molto presto sentil l'influenza civilizzatrice dell'India. Politicamente la regione rimase dal I al vi sec. sotto l'alto dominio del Regno di Fu-nan nella Valle del Mekong. Sulle rovine di questo dominio straniero sorse poi il regno Mon di Dvâravati. Nel corso dei secc. ix e x i Khmer divennero la popolazione dominante, e nella prima metà del sec. xi il paese divenne una provincia dell'Impero Khmer del Camboge. Le conquiste mongole in Cina nel sec. xili contribuirono ad accelerare la lenta

(fot. Eac. Catt.)
Thailandia - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica: 3) ferrovie.
infiltrazione verso sud del popolo T'ai dalle sue sedi nei monti dell'Yunnan; la discesa al mare divenne una valanga, che alla fine del sec. xili spazzà via dall'alto Menam la dinastia Mon e dal basso Menam l'amministrazione Khmer, e con loro la civiltà indù. I T'ai del medio Menam, organizzati nel regno di Sukhot'ai (ca. 1220-1376), diedero al Siam il nome (Muang T'ai, T., dal 1948 definitivamente nome ufficiale) ed i confini odierni; essi adottarono il buddhismo del Hinayâna con il suo canone in lingua pâli, introdotto da Ceylon, e la nuova religione impresse la propria orma su tutta la vita della nazione. La dinastia di Sukhot'ai fu presto soppiantata dai re di Ayuth'ya sul basso Menam (1347-1767), mentre l'alto
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(1st. Fides)
Thailandia - Seminaristi in vacanza lavorano alla costruzione di un nuovo cortile - Rajaburi, Seminario.
Menam costituiva lo Stato T'ai di Xieng Mai, che nel 1556 cadde preda dei Birmani. Gli annali di Ayuth'ya sono pieni della lotta secolare contro gli antichi dominatori, i Khmer del Camboge, che i siamesi ridussero gradualmente a ben piccolo Stato e che furono salvati solo dal protettorato francese (1867).
Nei secc. xvı-xviII il grande nemico fu la Birmania, contro la quale la T. guerreggiò talvolta con gravi disastri. In queste guerre ebbero una gran parte i mercenari e gli avventurieri stranieri (portoghesi ai primi del sec. xvi, giapponesi ai primi del sec. xviI). Dopo il 1680 il governo passo praticamente nelle mani di un greco di Cefalonia, Costantino Jerakis detto Phaulkon, con il cui aiuto l'influenza francese divenne suprema; essa cessò tuttavia con la caduta e la morte di Phaulkon nel 1688. Il sec. xviri fu un'epoca di decadenza, conclusasi con l'invasione birmana del 1767 ; Ayuth'ya fu presa e data alle fiamme, il Regno passo sotto il giogo birmano. Ma nei mesi seguenti la riscossa nazionale, guidata dal generale P'ya Taksin, di origine cinese, ebbe pieno successo; e nel 1769 la T. era riunita sotto il suo scettro. P'ya Taksin stabilì la capitale a Bangkok e nel 1775 riunì al suo Regno la zona di Xieng Mai (alto bacino del Menam). La sua crudeltà capricciosa tuttavia gli alienò il popolo; e nel 1782 egli fu rovesciato dal generale P'ya Chakri, fondatore della dinastia Rama tuttora regnante. Durante il sec. xix la T. si trovò esposta alla pressione politica della Gran Bretagna dal sud e dall'avest, e dalla Francia dall'est, ma riusci a conservare la propria indipendenza appunto grazie all'equilibrio ivi raggiunto tra le due influenze europee. I trattati del 1907 e del 1909 regolarono definitivamente i confini con i potenti vicini, non senza gravi sacrifici per il Siam.
Regnava allora il re Chulalongkorn (1868-1910), che fece compiere al paese i primi passi sulla via della modernizzazione. Sotto Vajiravudh (1910-25) la T. prese nominalmente parte alla prima guerra mondiale come alleata dell'Intesa. Prajadhipok (1925-35) fu l'ultimo re assoluto della T.; nel 1932 un incruento colpo di Stato militare lo costrinse a concedere una costituzione. Tre anni dopo, venuto in disaccordo con il suo ministero, egli fu costretto ad abdicare; il suo successore Ananda (1935-46) era minorenne e risiedette in Svizzera durante quasi tutto il suo regno. Nel 1938 salì al potere il colonnello (poi maresciallo) Luang Pibul Songgram, il cui governo assunse ben presto carattere dittatoriale. Nel dic. 1940 e genn. 1941 la T. sostenne una breve guerra con la Francia per rivendicare le posizioni perdute in Indocina nel secolo precedente; e nel dic. 1941 si associò all'invasione giapponese della Birmania. Tuttavia al paese furono risparmiate operazioni militari attive; fu perciò
facile, dopo il crollo del Giappone e le dimissioni di Songgram nel 1945, concludere con gli alleati un Trattato di pace che ristabiliva i confini del 1940. Il re Ananda fu assassinato poco dopo il suo rientro in patria (1946); gli succedette il fratello Phumphon. La situazione politica del dopoguerra rimase instabile. Nel 1947 fu promulgata una nuova Costituzione, e nel 1948 il maresciallo Songgram saliva di nuovo al governo, non più però in qualità di dittatore. Il 29 nov. 1951 un colpo di Stato delle forze armate aboliva la Costituzione del 1947 e ristabiliva quella del 1932, pur mantenendo al potere Songgram. Negli ultimi anni la T. dimostrava la propria solidarietà con il mondo occidentale, inviando truppe in Corea e prendendo misure contro i comunisti, numerosi specialmente nella colonia cinese.
Bibl. : W. A. R. Rood, A history of Siam, Bangkok 1933: J. Coedès, Les Etats hindouisés d'Indochine et d'Indonésie, Parigi 1948.
Luciano Petech
111. Evangelizzazione della T. - I primi missionari, di cui si ha notizia, sono i due domenicani Jeronimo da Cruz e Sebastiko da Canto, che, chiamati da negozianti portoghesi, nel 1567 (non già nel 1554 o 1555) arrivarono ad Ayuthia. Jeronimo fu ucciso in quel medesimo anno; Sebastiko, pure, trovò la morte con due altri domenicani nel 1569 durante la guerra tra la Birmania e la T. Alla fine del secolo si incontrano Domenicani, Francescani e preti secolari, ed all'inizio del sec. xvir anche Gesuiti. L'attività missionaria fu spessissimo interrotta dalle continue guerre tra la T. e la Birmania e tra la T. e il Cambogia. Essa veniva svolta non tanto presso i Siamesi, fin ad oggi zelanti seguaci di Buddha, quanto presso i Portoghesi, divenuti numerosi dopo la presa di Malacca da parte degli Olandesi nel 1641, ed i Cocincinesi, rifugiatisi durante la persecuzione in Cocincina ad Ayu