gia. Essa veniva svolta non tanto presso i Siamesi, fin ad oggi zelanti seguaci di Buddha, quanto presso i Portoghesi, divenuti numerosi dopo la presa di Malacca da parte degli Olandesi nel 1641, ed i Cocincinesi, rifugiatisi durante la persecuzione in Cocincina ad Ayuthia. Nel 1662 erano in Ayuthia ca. 2000 cattolici con 11 sacerdoti : 4 gesuiti, 2 domenicani, 2 francescani e 3 sacerdoti secolari, tutti sotto il padroado portoghese.
Nel 1662 giunse ad Ayuthia mons. Lambert de la Motte (v.), nominato da Propaganda vicario apostolico del vicariato recentemente eretto di Cocincina, con 2 sacerdoti del Seminario di Parigi e si fissò ad Ayuthia, perché non poté entrare nel suo vicariato a causa della persecuzione. Solo nel 1668 ottenne giurisdizione anche sulla T., che, però, non fu riconosciuta dai sacerdoti portoghesi e diede luogo a lotte spiacevoli. In seguito alle buone relazioni con la Francia del re Phra-Narai e del suo ministro Phaulkon ed al Trattato del 10 dic. 1685, che concedeva ai missionari la libertà di predinazione nella T., l'avvenire della missione pareva assicurato; ma nel 1688 una rivoluzione distrusse tutto e i missionari furono incarcerati. E vero che questa prima persecuzione cessò nel 1691, ma nel corso del sec. xviri si alternarono tempi di calma a feroci persecuzioni, specie negli aa. 1730 e 1779 (espulsione dei missionari), a cui si aggiunsero le distruzioni causate dalle guerre birmano-siamesi, cosicché la missione peggiorò sempre più. Sotto mons. Arnaud-Antoine Garnault (1786-1811), che fissò la sua sede nell'Isola di Pınang (dal 1786 sotto dominio inglese), l'opera missionaria nella T. poté pian piano riprendere ed anche svilupparsi sotto i suoi successori, specialmente dopo il Trattato franco-siamese del 15 ag. 1856, che dava libertà di erigere chiese, seminari, scuole, ospizi in tutto il Regno di T. Dal 1881 la missione poté estendersi al Laos siamese. Nel 1915 i Salesiani subentrarono nell'opera missionaria nella Malacca siamese. Nel campo scolastico lavorano i Fratelli di S. Gabriele (dal 1901), le Suore di S. Paolo di Chartres (dal 1898) e le Orsoline (dal 1924). Nel 1944 fu eretto a Chantaburi un vicariato apostolico per il clero indigeno.
La T. è divisa oggi in sei circoscrizioni ecclesiastiche : BANGKOK, nel 1673 eretto vicariato ap. di Siam dal
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1924 con il nome attuale, affidato al Seminario delle Missioni Estere di Parigi; Chantaburi, nel 1944 eretto vicariato ap. affidato al clero secolare; Rajabini, nel 1930 eretta missione "sui iuris", nel 1934 prefettura ap., nel 1941 vicariato ap., affidato ai Salesiani; Thare, nel 1899 eretto vicariato ap. di Laos, dal 1950 con il nome attuale, affidato al Seminario di Parigi; Ubon, nel 1953 eretto vicariato ap. e affidato al Seminario di Parigi; Ubonthani, nel 1953 eretto a prefettura ap., affidata ai Redentoristi.
BibL.: A. Launay, Hist. de la mission de Siam 1661-1811, Parigi 1920; Hn. Estanislao, Missim de Siam, in Españo Misionera, 6 (1949), pp. 344-57; anon., Le Siam et les Prères de st-Gabriel, in Missi, 18 (1931), pp. 103-18.
Giovanni Rommerskirchen
IV. Situazione della Chiesa nella T. - La religione ufficiale della T. è la buddhista. La Costituzione, emanata nel 1932 ed emendata nel 1939, 1940 e 1952, al cap. I, sez. 25, dice: «Il Re professa la fede buddhista ed è il capo della religione».
Però la medesima Costituzione afferma apertamente la libertà religiosa assieme alle altre varie libertà individuali: "Ciascuno ha piena libertà di professare qualsiasi religione, di appartenere a qualsiasi setta o credo religioso e di praticare la forma di culto rispondente alle proprie credenze, purché tale forma non sia contraria ai doveri civici, all'ordine pubblico o al buon costume" (cap. II, sez. 25). "Nell'esercizio della libertà accennata nel paragrafo precedente, ogni persona verrà protetta da qualsiasi atto di discriminazione che possa compiere lo Stato (atto che sarebbe contrario ai diritti della persona stessa o dannoso al di lei legittimo benessere), solo perché la persona professa una religione, appartiene ad una setta o dottrina religiosa o pratica una forma di culto differente da quella degli altri" (loc. cit., comma 2). "Nei limiti previsti dalla legge, ogni persona ha piena libertà di proprietà, di parola, di scritto, di stampa, di educazione, di riunione pubblica, di associazione e di formazione di partiti politici" (cap. II, sez. 26).
Uno speciale decreto reale, emanato il 27 ag. 1909, regola la situazione della Chiesa cattolica nel Siam, con il riconoscimento della personalità giuridica alle missioni e regime dei beni relativi. La Chiesa cattolica nel Siam, quale che sia la nazionalità delle sue missioni e dei suoi sacerdoti, riceve, in conformità della legge siamese, per ciascuno dei suoi vicariati ap., la personalità civile richiesta per possedere terreni, nelle condizioni fissate nel presente decreto (art. 1). Un vicariato ap. è, nel corso di questo decreto, chiamato anche vescovato o missione.
Il vicario ap. stabilito dalla S. Sede come capo della missione e, in sua mancanza, il Superiore della missione è il rappresentante legale del vescovato o missione, considerata come persona giuridica distinta. In ciascuna stazione, il missionario che ne è incaricato agisce come rappresentante della missione sotto l'alta autorità del vescovo (art. 2). Nessun missionario cattolico, anche se da molto tempo membro della missione, potrà, in avvenire, acquistare proprietà fondiarie in nome proprio (art. 3). Le proprietà fondiarie appartenenti alle missioni saranno rette dalla legge siamese e dipenderanno dalla giurisdizione dei tribunali siamesi (art. 4).
Per l'avvenire una missione non potrà possedere proprietà fondiarie se non direttamente, come è disposto dal presente decreto. Essa non potrà possedere indirettamente né potrà reclamare un diritto di proprietà o d'interesse su un bene fondiario se non in nome proprio o in nome di una stazione, d'una succursale, o di uno stabilimento religioso determinato (art. 5). Le proprietà fondiarie appartenenti ad una missione si dividono in due classi secondo la loro destinazione; la prima comprende i terreni delle chiese e di altri edifici sacri; la seconda i terreni di rendita (art. 6). Conformemente all'art. 3, del Trattato concluso il 15 ag. 1856 tra il Siam e la Francia, i missionari hanno la libertà di predicare ed insegnare, di costruire chiese, seminari o scuole, ospedali od altri edifici sacri in qualsiasi luogo del Regno del Siam, sempre in conformità delle leggi del paese (art. 7). La missione ha la libertà di acquistare in qualsiasi luogo terreni per la fondazione di una nuova stazione o succursale

(1st. Fides)
Thailanda - Statua gigante posta all'entrata del Wat Arun Bangkok.
per l'estensione realmente necessaria allo scopo (art. 10). - Vedi tav. I.
BibL.: Constitution of the kingdom of Thailand, B. E. 2273 and its amendments, trad. di M. R. Seni Pramoi; Arch. di Prop. Fide, pos. prot. n. 2058/1909 e Relazione con seminario, p.vi, prot. n. 597/44. Edoardo Pecoraio
THAKHEK, Prefettura apostolica di. - Si trova nel Laos - paese retto a monarchia costituzionale e comprende quattro province civili e cioè, Cammon, Savannakhet, Saravane e Bassac.
Ha una superficie complessiva di ca. 100.000 kmq ., che si estende quasi interamente lungo la linea di demarcazione del fiume Mekong. Fu eretto il 21 dic. 1950, per distacco dall'odierno vicariato ap. di Thore ed è affidata ai Padri delle Missioni Estere di Parigi. Detti Padri andarono nella Thailandia fin dalla fondazione della loro Società e tentarono, fin dal tempo di mons. Pallu e più volte in seguito, di penetrare nel Laos, però la loro dimora definitiva in quel paese data dal 1876. Il primo missionario, anzi il primo europeo, ad entrare nel Laos, pare sia stato il gesuita Giovanni Maria Liera, giunto a Vientiane verso il 1630 . La popolazione è composta di tre razze principali : laoziana, sô, khas. Questi indigeni sono piuttosto animisti che braddhisti, facili a convertirsi : da qualche anno parecchi villaggi pagani hanno domandato il sacerdote. Su una popolazione di ca. 800.000 ab., i cattolici sono 5617 , quasi tutti praticanti, e 529 catecumeni. Vi sono 19 Padri delle Missioni Estere di Parigi e 3 sacerdoti indigeni, di cui due laoziani e uno vietnamita. Alcuni pastori protestanti svizzeri, quivi venuti da 50 anni, non hanno conseguito che scarsissimo numero di proseliti : a Kengkok, loro centro, essi contano appena 150 adepti. Il governo non mette alcun ostacolo alla predicazione del Vangelo. I cristiani sono disseminati un po' dappertutto. Vi sono 30 catechisti, 16 maestri, un convento delle "Amantes Crucis» (indigene) con 16 professe; un convento delle suore della Carità con 30 professe; 4 seminaristi maggiori e 18 mi -
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nori. La missione possiede 23 scuole elementari, 2 scuole medie, gestite dalle Suore della Carità, a T. e a Paks; 2 orfanotrofi. Vi sono 34 edifici sacri; 15 distretti; 16 stazioni principali e 18 secondarie.
Bibl.: Archivio della S. Congr. di Prop. Fide, Relazione con Sommario, pos. prot. n. 4897/90; ibid., Prospectus status missionis, 1950-51, pos. prot. n. 4698/51; MC, 1950, pp. 271-72; AAS. 46 (1951), pp. 253-54. Edoardo Pecoraio
THALHOFER, VALENTIN. - Liturgista e teologo, n. a Unterroth presso Ulm, in Germania, il 21 genn. 1825, m. ivi il 17 sett. 1891.
Nel 1850-63 fu professore d'esegesi e d'archeologia biblica a Dillingen-Donau, nel 1863-76 di disciplina pastorale a Monaco, dove diresse il a Georgianum s, dal 1876 di liturgia a Eichstätt, ove nel 1877 fu decano e nel 1889 prevosto del Capitolo d.lla cattedrale.
Scrittore fecondo sia nel campo biblico-esegetico che in quello patristico e pastorale, e specialmente nella s. liturgia. Nel 1869-88 diresse l'edizione tedesca delle opere dei Padri ecclesiastici, pubblicò Erklärung der Psalmen (Dillingen 1857), Opferlehre des Hebräerbriefes (ivi 1855). Die Opfer des A. und N. Bundes (Monaco 1870), redasse una nuova edizione del Rituale Eystettense-Romanum e un Manuale Rituum (1879-80). Tuttavia la sua opera principale e di grande importanza fu il Handbuch der katholischen Liturgik (1883-93), con supplementi, dai suoi manoscritti, di A. Schmid sulle ore canoniche. Una nuova ed. del vol. I fu fatta nel 1894 da A. Ebner e tutta l'opera è stata poi rifusa da L. Eisenhofer (v.), Friburgo in Br. 1912-32; $2^{\text {a }}$ ed. ivi 1940-41.
Bibl.: A. Schmid, Dr. V. Thalhofer, Dompropst in Eichstätt. Kempen 1892; W. Pruner, s. v. in Kirchenlex., XII (1899) pp. 1451 - 54 . Pietro Siffrin
THAMAR (ebr. Tämär a palma -). - Nome di tre donne e di una località del Vecchio Testamento.
I. Moglie di Her, primogenito di Giuda (v.), figlio di Giacobbe (Gen. 38,6). Mortole il marito, passo per a legge del levirato a Onan (v.); morto anche questo per il suo peccato, costretta dal suocero superstizioso; che temeva per la vita degli altri suoi figli, a starsene ritirata, con un inganno indusse a unirsele il suocero stesso Giuda, da cui ebbe i due figli Phares e Zara. Era prevalso il diritto della donna (cf. Ruth 4, 12) di dare una discendenza legale al suo primo marito; in Phares si conservò la linea diretta della genealogia giudaico-davidica (Mt. 1,3).
2. Figlia di David dalla moglie Maacha (perché sorella di Absalom; cf. II Sam. 13,1 con 3,3), di grande bellezza, che suo malgrado ebbe parte in una fosca tragedia della famiglia reale : violentata dal fratello (di madre Achimosm: ibid. 3,2) Amnon (ibid. 13,1 sgg.), si rifugiò presso Absalom, che due anni dopo la vendicò uccidendo il fratellastro Amnon in un banchetto (ibid. 13, 28-29).
3. Figlia di Absalom, anch'essa celebrata per bellezza (ibid. 2,27).
4. Località nominata in Ex. 47, 19 (e da restituire anche nel v. 18) e 48,28 nella descrizione ideale dei confini orientali della Palestina (inoltre nell'ebr. di I Reg. 9,18 , kethibh), che si fa corrispondere a una regione presso Cades, nell'attuale "Arabah, probabilmente ad Assasothamar di Gen. 14,7, presso la punta meridionale del Mar Morto. Giovanni Rinaldi
THAMMUZ: v. ADONE.
THANACH (ebr. Ta'änākh e Ta'nākh; Settanta $\Theta \alpha \omega \chi$ ). - Città scomparsa della Palestina, identificata con Tell Ta'annok, sul margine meridionale della pianura d'Esdrelon, a i i km. ad ovest di Genin e a 8 km . a sud-est di Mageddo (v.) o Tell el-Mutesellim.
Occupata da Thutmosis III, passo sotto la sovranità egiziana; a metà del sec. xv il suo governatore Rewassa controllava il territorio della pianura di Esdrelon fino a Bejsān. Nel periodo di el-'Amārnah (lettera 248,14) vi furono nella città movimenti ostili all'Egitto. Al tempo della conquista israelitica, Giosuè ne sconfisse ed uccise il re (Ios. 12,21); ma la città restò in potere dei Cananei.
Dichiarata città levitica (ibid. 21,25), fu ridotta a tributo dei Manassiti (Iude. 1,27). Nelle vicinanze di T. fu combattuta la guerra fra l'esercito di Sisara e Barac (ibid. 5,19). Incorporata nel Regno davidico, fu capoluogo del $3^{\circ}$ distretto salomonico (I Reg. 4,17).
Gli scavi archeologici eseguiti parzialmente negli anni 1901-1904 misero alla luce i ruderi della città dal periodo del bronzo II e III, con una massiva cinta, fortezza, luogo di culto, ipogei, di dotazione ancora incerta. Vi furono trovati 12 tavolette cuneiformi, dalle quali si può conoscere l'interessante complesso etnico e linguistico regnante a T. nel sec. xv a. C. La maggior parte degli oggetti rinvenuti mostra influenza egizia. Due fortezze, una del sec. x a. C. e l'altra del sec. viit a. C., ne proteggevano il lato nord. Fra gli oggetti di culto è degno di nota l'altare a profumi, ornato di teste di leoni, del sec. viit o ix. Scarsi gli elementi del periodo ellenistico.
Bibl.: E. Sellin, Tell Ta'anneh (Denbschriften der kaiserl. Abad. der Wissensch., Phil.-hist. Klasse, 50, iv), Vienna 1904; id., Eine Nachlesc auf dem Tell Ta'anneh in Polärtina (ibid., 52. 117, ivi 1906; W. F. Albright, A prince of Taonach in the fifteenth century B. C., in Bull. of the Am. Schools of Orient. Research, 94 (1944), pp. 12-17. Donato Baldi
THANH-HOA, vicariato apostolico di - Si trova nel Vietnam e comprende la provincia annamita di T.-H. e la provincia laoziana di Samnua ovvero Hua-phanh, la cui superficie complessiva è di 21.000 kmq . con una popolazione di 1.700 .000 ab.
Esso fu eretto il 26 apr. 1932 per distacco dal vicariato apost. di Phat-Diem e affidato alla Società delle Missionj Estere di Parigi. La stirpe principale è l'annamita. Vi sono altre stirpi, poco numerose, come: Mong. Tay. Man, Mao, Kha, Laoziani, ecc. Gli Annamiti hanno il culto degli antenati e dei geni. I Laoziani sono buddhisti e attaccati ai loro bonzi. Essi sono meno attivi degli Annamiti, più incuranti, emigrano facilmente da un luogo all'altro. Per queste ragioni il lavoro di evangelizzazione nella regione laoziana (Hua-phanh) è più penoso, più lento; i neofiti sono meno pronti ad apprendere e a ben praticare la religione cristiana. Malgrado ciò, non sono mancati progressi. Nell'intero vicariato si notano esigui gruppi di protestanti, assommanti a poche centinaia.
Il 19 marzo 1627, il p. Alessandro di Rhodes, S. J., approdò con il p. Pietro Marques nel porto di Cua-bang (odierno vicariato di T.-H.) che egli denominò Porto di S. Giuseppe, essendo quel giorno la festa del Santo. Alla folla desiderosa di ammirare le mercanzic recate dai Portoghesi, il missionario parlò sulla vera strada della felicità e, prima ancora di sbarcare, due persone celte avevano deciso di ricevere il Battesimo. Due mesi dopo, il p. de Rhodes aveva già battezzato duecento pagani. Oggi si contano 60.443 cattolici, con 6162 catecumeni; 54 sacerdoti nazionali e 48 esteri; 17 fratelli nazionali; 67 suore nazionali e 17 estere; 26 seminaristi maggiori; 54 scuole elementari; una scuola media; 8 ospedali; 6 dispensari; 11 orfanotrof; un lebbrosario.
Presentemente, l'intera provincia annamita (T.-H.) è controllata dal Vietminh, mentre la provincia laoziana (Sam-nux), essendo tagliata fuori dalla giurisdizione dell'Ordinario di T.-H., è governata da un amministratore ap.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Relax. con Sommario, pos.'prot. n. 1016/32; Relax. quinquen., pos. prot. n. 4071/55; Relax. ann., pos. prot. n. 4004/52; H. Chappoulis, Aux origines d'une Eglise. Rome et les missions d'Indochine au XVIIe siècle, Parigi 1943. pp. 9-11, 33, 347: MC, 1946, pp. 399-400. Edoardo Pecoraio
THAON DI REVEL, Ottavio. - Statista, n. a Torino il 26 giugno 1803, m. ivi il 9 febbr. 1868.
Figlio del conte Ignazio, che - viceré di Sardegna, luogotenente generale di Carlo Felice agli inizi del Regno, maresciallo di Savoia, collare dell'Annunziata - fu una delle personalità più insigni dello Stato sabaudo durante la restaurazione. Ottavio ereditò dal padre la profonda pietà religiosa e la devozione assoluta al sovrano. Entrato giovanissimo nell'amministrazione, a ventotto anni era vice intendente generale (ministro) delle Finanze e
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pochi anni dopo segretario del Consiglio di conferenza dei ministri, allora direttamente presieduto dal Re. Particolarmente caro a Carlo Alberto, cercò dissuaderlo dall'accordare lo Statuto, salvo a mutare avviso ed a spingere il Re alla elargizione della Carta costituzionale allorché seppe che il Re di Napoli s'era posto sulla via delle riforme. Sedette nel primo ministero parlamentare sardo, tentandovi il portafoglio delle Finanze per tutta la durata della campagna del 1848 , per costituire a sua volta un governo (ministero Alfieri-Revel) dopo l'armistizio di Salasco con il programma di ritardare la ripresa delle ostilità con l'Austria e difendere le prerogative della corona: programma aspramente attaccato dai «democratici * con a capo il Gioberti. Il T. di R., che già dal 1847 aveva trattato con la S. Sede per stipulare la Lega doganale italiana proposta da Pio IX, si adoperò a Roma per ottenere l'invio di truppe pontificie in Lombardia alla denunzia dell'armistizio, secondo il progetto Rosmini, rimandando invece alla fine della guerra la progettata lega italiana e la stipulazione di un concordato. I negoziatifallirono, prima per l'opposizione di Pellegrino Rossi, quindi per la caduta del ministero Alfieri-Revel.
Da allora egli fu uno degli esponenti dell'opposizione cattolica ai governi che si succedettero in Piemonte prima e dopo Novara. Nel dibattito sulle leggi Siccardi (1850) chiese che il ministero ritirasse il provvedimento che gli sembrava destinato a dividere spiritualmente il paese; si schierò risolutamente nel 1852 contro la legislazione sul matrimonio civile, e allorché cadde il ministero d'Azeglio, egli fu in predicato di comporre un nuovo governo, insieme con Cesare Balbo. Andò invece al potere il Cavour, ed il T. di R. riprese la sua nobile battaglia, avversando risolutamente la proposta di legge sull'incameramento dei beni ecclesiastici e la soppressione delle corporazioni religiose. Sempre nel 1852 negoziò per conto dello Stato un prestito con il banco Hambro di Londra. Designato nuovamente alla presidenza del Consiglio nel 1857 dopo il risultato, favorevole ai cattolici, nelle elezioni generali di quell'anno, nel 1860 , pur accettando il laticlavio, votò contro la proclamazione di Roma capitale d'Italia, che riteneva lesiva dei diritti della S. Sede, e più tardi contro il trasferimento della capitale a Firenze. Anche in Senato levò la sua voce contro la laicizzazione dell'istituto matrimoniale (1865) ed ogni altra misura seristianizzatrice dello Stato, accordando invece il proprio suffragio alla politica finanziaria ed economica del nuovo Regno.
Parallelamente all'attività politica, si occupò, con competenza e zelo, dell'amministrazione municipale e provinciale di Torino, e presiedette a numerosi istituti di beneficenza, ai cui bisogni provvide largamente con le proprie sostanze.
Suo fratello Genova (1817-1910), prode soldato e altrettanto fervente cattolico, che fu ministro della guerra con il Rattazzi nel 1867 , ebbe in lui il consigliere più affettuoso e illuminato nel difficile periodo in cui si preparò la crisi di Mentana. Dal suo terzo matrimonio (con Carolina Clermont de Vars) nacque nel 1859 il futuro grande ammiraglio Paolo, duca del Mare (m. nel 1948).
Bibl.: G. Briano, Il conte O. T. di R., ministro di Stato e senatore, Torino 1868; G. Massari, Il conte O. T. di R.: cenno biografico, Milano 1895 (in app. alle memorie del fratello Genova, Sette mesi al ministero); G. Gentile, Lettere di Carlo Alberto a O. T. di R., ivi 1931; A. Colombo, O. T. di R. ministro di Carlo Alberto, in Pagine sul Risorgimento, Torino 1932; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, ivi 1952, v. indice.
Renzo U. Montini
THARACA (egiz. Taharqa; ebr. Tirhāqāh). Terzo faraone egiziano della dinastia XXV etiopica; regnò dal 688 ca. al 663 a. C.
Nella Bibbia è ricordato una sola volta (II Reg. 19,9) durante l'assedio di Sennacherib attorno a Gerusalemme. Quale naturale nemico della supremazia assira, compì una spedizione in Palestina, di cui si ignora l'esito. Che dovesse disturbare alquanto i piani di Sennacherib appare dall'insistenza di costui per ottenere la capitolazione del re di Giuda, Ezechia (v.).
Il testo biblico attribuisce a T. la qualifica di re,
ma ciò forse è effetto di una semplice anticipazione. Essendo egli divenuto faraone verso il 690 , nel 701 doveva agire come generale alle dipendenze del suo predecessore Sabataka. Del resto da altre fonti risulta che T. già al tempo del primo faraone della dinastia Sabaka ( $716-702$ a. C.) occupava un posto importantissimo a corte. Quindi tale terminologia non si può sfruttare per la questione circa il numero delle campagne di Sennacherib in Palestina.
Bibl.: A. Scharff-A. Moorgat, Ägypten u. Vorderasien im Altertum, Monaco 1950, pp. 178-82.
Angelo Penna
THARE (ebr. Térah, Settanta Oúṣsa, Oúza). Padre di Abramo e dei suoi due fratelli Nachor e Aran, a cui insieme si dà quindi da alcuni storici il nome di Terahiti. Con Abramo, Sarai e Lot (v.) emigrò da Ur nella Caldea a Haran (v.), ove morì (Gen. 11, 26-27.31; Lc. 3, 34).
Con l'abbandono di Ur e l'emigrazione verso i paesi mediterranei i Terahiti si trasferirono verso le regioni, che furono poi sede della gloriosa storia dei discendenti di Abramo. Di qui l'importanza di T. La Genesi specifica il motivo dell'emigrazione. La tradizione giudaica (Iudt. 5,7 sg.) suggerisce che gli emigranti fossero in realtà costretti a fuggire perché monoteisti, non aderenti ai culti locali caldei; posto che questa notizia riguardi tutti i Terahiti emigrati e T. stesso, la notizia di Jos. 24,2, che gli «avi» del popolo ebraico, di cui è nominato espressamente T., «servivano altri dèi» deve intendersi di un periodo anteriore. Tracce di paganesimo si trovano anche in seguito tra i Terahiti rimasti in Caldea (Gen. 31, 19; 35,2).
Ugual nome (ebr. Térah, Settanta Taṣa $\bar{\partial}$ ) ha una località del deserto, nominata in Num. 33, 27.
Giovanni Rinaldi
THARÉ, VICARIATO APOSTOLICO di. - Si trova nel Siam o Thailandia, di cui comprende tutta la parte nord-est ossia Phak Isan, divisa in quindici dipartimenti.
Ha una superficie di 145.000 kmq , con una popolazione di 4.800 .764 ab . Il 4 maggio 1899 fu eretto il vicariato ap. di Laos, che si estendeva nella Thailandia, nel Laos e nel Cambogia, per dismembramento del vicariato ap. di Siam Orientale, ora, in parte, vicariato ap. di Bangkok. In data 8 ag. 1924 ne fu distratta la provincia cambogiana di Strung-treng ed annessa al vicariato ap. di Cambogia, oggi vicariato ap. di Phnom-penh ed il 14 giugno 1958 ne fu distaccata la prefettura ap. di Vientiane e Luang-Prabang, ora vicariato di Vientiane. Il 21 dic. 1950 il medesimo vicariato ap. di Laos fu diviso per l'erezione della prefettura ap. di Thakhek. Contemporaneamente, l'antico vicariato di Laos, si quale era rimasto il solo territorio siamese, mutò la sua denominazione in quella di vicariato ap. di T., dalla città di residenza dell'Ordinario. Il 7 maggio 1953 fu da esso distaccata la prefettura ap. di Udonthani e il vicariato ap. di Ubon. E affidato alla Società delle Missioni Estere di Parigi, i cui Padri si installarono nella Thailandia fin dai primordi della stessa Società. Furono, in seguito, i missionari G. B. Prudhomme e Francesco Saverio Guego, inviati dal vicario ap. di Siam, ad aprire la prima stazione ad Ubon, città siamese, ove nel Natale del 1859 poterono battezzare i primi catecumeni. La evangelizzazione metodica e progressiva incominciò soltanto nel 1881, quando, attraverso il fiume Mekong, la cui riva sinistra era stata occupata dalla Francia, si attivarono più facili vie di comunicazioni con Saigon, capitale della Cocincina.
Vi sono 27.406 cattolici, con 250 catecumeni; 32 sacerdoti, di cui 15 indigeni; 105 suore native * Amantes Crucis s, 6 seminaristi maggiori e 84 minori; 104 catechisti; 40 maestri. Vi sono 45 edifici sacri; 8 orfanotrof; 6 giardini d'infanzia; a scuole elementari; a scuole medie.
Bibl.: AAS, 48 (1951), pp. 128, 253-54; Archivio della S. Congr. di Prop. Fide, Relazione con Sommarie, pos. prot. n. 4897/90; ibid., pos. prot.n. 3158/52; ibid., Prospectus Status Missionis, 1951-52, pos. prot. n. 4567/22; MC, 1950, pp. 271-72. Edoardo Pecoraio
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THARSIS. - Città (o contrada) marittima spesso nominata nella Bibbia ebraica, sita nel lontano Occidente (Is. 66, 19), in direzione delle "isole" (Ps. 71, 13).
L'ebraico Törllè è identificato con Taprī̄̀ $\sigma \circ \varsigma$, il Taprō̄ov di Polibio (III, 24, 2), in Spagna: Tartesso sul Baetis o Guadalquivir (Erodoto, I, 163; IV, 152). Era una ricca colonia di Tiro (Is. 23; Ez. 27, 12), celebre per il commercio (ibid. 58, 13); vi si estraeva l'argento (Jer. 10, 9). Spesso nel Vecchio Testamento si parla di "navi di T.", navi ampie adibite per lunghe navigazioni (I Reg. 10, 22; 22, 49; Is. 2,16; Ez. 27, 25; Ps. 48,8). Nella tavola delle genti, T. appare tra i figli di Iavan (Gen. 10, 4; I Par. 1,7): "Ionici" della Grecia e dell'Asia Minore. La versione greca dei Settanta, in genere, trascrive il termine ebraico; in Ez. 27, 12.25; Is. 23 lo rende con K $\alpha \rho 37 \delta \dot{\omega} \nu$ ( $=$ Cartagine).
Bibl.: S. De Auseyo, El problema de Tartessos, in Sefarad, 2 (1942), pp. 171-91; F. Spadafora, Ezechiele, $2^{\circ}$ ed., Torino 1951, pp. 212, 213.
Francesco Spadafora
THEGUA (ebr. Tēqōa'; Settanta Өexō e Өexō̄̄s). Città della Palestina nella tribù di Giuda (Jos. 16, 60 gr.; I Par. 2, 24; 4, 5) situata verso il deserto di Engaddi (II Par. 20, 20), fortificata da Roboam (ibid. 11, 6), patria del profeta Amos (Am. 1, 1). Ripopolata dopo l'esilio, collaborò alla restaurazione delle mura di Gerusalemme (Neh. 3, 5.27). Nel deserto di T. presso la fontana di Asphar (Hirbet ez-Zafan) si riunirono Ionathan e Simone maccabei con i loro combattenti per sfuggire alle insidie di Bacchide (I Mach. 9, 33).
Dai testi greci e latini dell'Onomasticon (86,13; 98,17 ) risulta che T. distava 12 miglia da Gerusalemme, corrispondente perciò al colle alto 850 m . che porta ancora il nome Teqú o Teqúah, 18 km . a sud di Gerusalemme. Fra i resti delle rovine si notano frammenti d'architettura e un battistero ottagonale, appartenente alla chiesa del luogo, dedicata al profeta Amos. Vi si notano diverse cisterne, silos e sepolcri scavati nella roccia. I Giudei nel medioevo visitavano, in una di quelle grotte, il sepolcro di Amos.
Donato Baldi
THEGLATHPHALASAR III. - Re assiro dal 745 al 727 a. C. (assiro Tuhulti-apil-Ešarra "La mia fiducia è il figlio erede dell'Ešarra" o dio guerriero Ninurta, di cui è padre Enlil [v.] sotto il nome dell'Ešarra; ebr. Tiglath-Pēlēser [II Reg. 16, 7] o TilgathPilné'ēser [I Par. 5, 6; II Par. 28, 20] o TilgathPilnēser [I Par. 5, 26]). Vero fondatore dell'Impero neoassiro, "potrebbe considerarsi la figura più notevole della storia assira" (S. Smith).
Relativamente scarse sono le iscrizioni cuneiformi al suo riguardo (versioni : Luckenbill, Oppenheim), cosi che si è all'oscuro di molte particolarità del suo geniale operato. Sall al trono il 13 'ijjār del 745 a. C., in occasione delle rivolte di Kalah. Ereditò dai predecessori «una lunga serie di diasstri e e la debolezza interna dell'Assiria. Nel nord-est e nel nord-ovest si stabili l'egemonia dell'Urartu; Sarduris II venne riconosciuto "re della Siria" da parte dei vassalli; tribù aramaiche e caldaiche s'infiltravano nel sud e nella Babilonide. L'Assiria era minacciata di rovina; nelle città si susseguivano le rivolte della popolazione in notevole parte disoccupata. T., geniale politico, amministratore e anche condottiero, nel 745 sedò le sommosse all'interno. Fece una spedizione lampo fino alla "Terra del Mare" (sul Golfo Persico), castigando e parzialmente trasferendo le tribù aramaiche e caldee; ritornando quale "re di Sumer e Akkad", si garantì la fedeltà di Nabonassar re di Babilonia (748-734). Assicuratosi cosi il sud, sgretolò tenacemente e sistematicamente la strapotenza urarṭsa. Nel 744 fece una spedizione nel nord-est, dove fondò una provincia assira nella Media (v.); una colonna giunse persino al Caspio; pensò a fornirsi specialmente di buoni cavalli da guerra. In altra spedizione nell'ovest (743-740), Mati'ilu di Agusi, che si

(do E. Unger, Die Reliefs T. a III, aus Nimrud, Costantinopoli (86).
(av. 1)
Theglatimpulasar III - Frammento di rilievo proveniente da Nimrud: T. imbraccia l'arco nel combattimento.
era fortificato in Arpad, fu accertbiato (743); Sarduris accorse in aiuto con una grande armata e molti vassalli alleati; tutti furono battuti da T. nella regione di Kummub (Commagene dei classici), ciò che costrinse i re di Damasco, Tiro, Kummub, Què (Cilicia), Gurgum e Carcamis a pagare tributo. Arpad assediata cadde nel 740 , e la città, il re, il popolo, e gli dèi furono severamente puniti, cosi che più tardi il Rabsace (v.) di Sennacherib (v.) si servì di questo esempio per incutere terrore (Is. 36, 19). Nel 739 T. preparò il colpo contro l'Urartu; prese le regioni di Ullubu e di Kirhi in diretta amministrazione assira. Nel 738 aveva da fare con Azri'āu usurpatore del regno di Ja'udi o Sam'al, che capeggiò una coalizione di altre 19 città ribelli nella Siria e nella Fensisia. Si discute se tale Azri'āu sia identico con Assiria (o Oaja [v.]) re di Giuda; è però più probabile che siano diversi. Azri'āu fu vinto e Panamu II, fedele servo di T., che "correva (vicino) alla ruota del carro del suo signore... in mezzo a grandi re" (iscrizione di Ba-Rekub, cf. B. Landsberger, Sam'al, Ankara 1948, pp. 68-72) rientrò in possesso di Sam'al. Allora anche Rasin (o Razon [v.]) di Damasco e Manahem (v.) di Samaria mandarono tributi, come anche Zabibija, regina dell'Arabia. Nel 737 T. fece un'altra incursione nella Media per rifornirsi di cavalli, e si spinse fino alla regione di Teherān e al Demavend ("monte di lapialazzuli»). Seguì nel 735 la marcia verso la capitale dell'Urartu. Sarduris fu sconfitto alle porte di Turušpaš (o Tušpaš), sul Lago di Van; ma T. non ebbe successo definitivo: le rocce, sulle quali la città era costruita, erano impraticabili per le macchine di guerra, e i difensori furono approvvigionati di viveri per via d'acqua.
Il duro colpo dato all'Urartu permise a T. di occuparsi del sud-ovest : nel 734 marciò su Gaza; prese Gezer (rilievi), dopo di che Hanno di Gaza fuggì in Egitto. Occupando la regione, isolò le potenze palestinesi e celesiriane dagli aiuti egiziani. Allora approfittò della situazione rispecchiata in Is. 7 e della chiamata in aiuto da parte di Achaz (v.) re di Giuda riferita in II Reg. 16, 7: Razon di Damasco e Phacee (v.) o Pēqab d'Israele l'avevano messo alle strette assediando Gerusalemme, per costringerlo ad associarsi alla loro coalizione. Non rardò il Re assiro ad invadere la Samaria, conquistando gran numero di città (II Reg. 15, 27-30). Allora si ribellò
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Oses (v.) contro Phacee, il quale fuggì solo, ma dopo ritornò a Samaria, dove fu trucidato da Osea. Osea venne confermato re da T., ma la Galilea, la pianura di Eadrelon, il Galaad furono tolti al Regno d'Israele, per formare le province assire di Magidn (Mageddo) e Gal'axu (Galaad). Con devastazioni incredibili della regione vicina si compì l'anno seguente (732) la sorte di Razon e di Damasco, presa da T. : era la fine dell'indipendenza degli Aramei. L'impressione fu tale che alla notizia Mitinii di Ascalon impazzì e suo figlio si affrettò a sottomettersi quale vassallo. Mentre T. teneva corte in Damasco vinta, arrivarono i messi di Tiro e di Sumsi, regina degli Arabi, dopo che ebbe subita un'incursione. Anche Achaz ( $7 a$ nhaa), pieno di zelo per il suo padrone e signore, gli recò tanti tributi che dovette fondere gli ultimi ornamenti metallici dei mobilio del tempio e del palazzo; aprì persino la Giudea all'influsso religioso dell'Assiria, come mostra l'affare dell'attore (II Reg. 16).
Nella Babilonide però andava creandosi una situazione confusa dopo la morte di Nabonassar (734). Suo figlio Nabû-nâdin-zêr fu ucciso nel 732, $2^{\circ}$ anno del suo regno, dal ribelle Nabû-šum-ukte (regnante nel 731), il quale a sua volta fu rimosso (730) da Marduk-mukin-zêr (assiro Ukîn-zêr) capo dei Bît-Amukkani, tribù caldea. T. accorse nel 729 e assediò Ukîn-zêr a Sapia, sua capitale fortificatissima, che non si sa se riuscisse a prendere. Ma davanti alle sue porte ricevette la sottomissione dei Bît-Dakkuri e di Merodach-Baladan (v.). A capodanno in Babilonia condusse Bêl in processione, diventando con tale rito re di questa città con il nome di Phul (v.).
T., per molti aspetti, fu innovatore e riformatore. Preparò con metodo sistematico le sue imprese. Migliorò l'armamento delle sue truppe rendendolo più leggero e pratico; ebbe speciale cura della tecnica dei "carri". L'arte dei rilievi a partire da lui mostra un maggior "realismo" e dà più indicazioni di paesaggio. Per unificare il suo impero, trasferiva sistematicamente gran parte della popolazione dei paesi sottomessi; non è stato però il primo ad usare un tal metodo, che non parve così strano nell'Antico Oriente quanto sembra a noi (S. Smith) : aveva lo scopo di dare occupazione alla popolazione e di bonificare il paese, oltre a quello di amalgamare i vari popoli. L'amministrazione di T., dura nel punire ma avv veduta nelle opere di pace, procurò il rifiorire dell'industria e dell'agricoltura, si curò della sorte delle popolazioni trasferite. I popoli venivano trasferiti, possibilmente, in paesi di lingua simile, ad es., gli Aramei di Damasco presso gli Aramei a est del Tigri. Si bonificarono regioni desertiche mediante l'irrigazione, che permetteva un certo benessere ai trasferiti. Riliorivano inoltre il commercio e l'industria nelle città di Assiria, e fra le varie regioni tra loro. Non sembra che il patriottismo ne soffrisse molto: la presa di Ninive nel 612 non avvenne per tradimenti di quella popolazione poco organica, la quale, ad eccezione della Babilonide che si fece indipendente, combatté fino all'ultimo uomo. - Vedi tav. II.
Bibl.: P. Rost, Die Keilschriftene T.-P.s III, Lipsia 1893: A. S. Anspacher, T.-P. III, Nuova York 1912; E. G. H. Kraeling, Aram and Israel, ivi 1918; E. Forrer, Die Provinzeinteilung des assyr. Reiches, Lipsia 1921; S. Smith, Cambridge ancient history, Cambridge 1925, pp. 32-42; A. Jirku, Der Kampf um Syrien und Palästina, (Der Alte Orient, 25. 10), Lipsia 1926; D. D. Luckenbill, Ancient records of Assyria and Babylonia, Chicago 1926, pp. 289-98; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, nn. 450-54; G. Furlani, Sam'al, in Enc. Ital., XXX (1938), p. 591 sg.; P. Naster, L'Asie Mineure et l'Assyrie aux VIIIe e VIIe siècles an. 7.-C., Lovanio 1938, pp. 11-27; A. Jepsen, Israel und Aram, in Archio f. Orientf., 14 (1941-44), pp. 153-72; J. Lowy, in Hebreu union college annual. 18 (1943), pp. 66-72; A. L. Oppenheim, in Ancient near eastern tests..., Princeton 1950, pp. 282-98 (testi scelti in inglese); E. R. Thiele, The mysterious numbers of Hebreu kings, Chicago 1931, pp. 75-98; I. M. D'iskonov, in Vestnik Drexnej Istorii, Mosca 1951, fasc. II-III (testi assirobabilonesi sull'Uraria, in russo).
Pietro Nober
THEINER, Augustin. - Sacerdote e storico, n. a Breslavia l'11 apr. 1804, m. a Civitavecchia l' 8 ag. 1874. Figlio di padre tedesco e di madre polacca, ebbe per fratello maggiore Johann Anton T. il quale lo convinse a dedicarsi agli studi giuridici e storici.
Diede, per la parte relativa all'origine ed allo svolgimento storico del celibato ecclesiastico, la propria collaborazione all'opera pubblicata dal fratello nel 1828, e laureatosi quindi in filosofia ed in giurisprudenza si dedicò agli studi di diritto canonico. Per una erudita monografia sulla formazione delle decretali di Gregorio IX (Commentatio de Romanorum Pontificum epistolarum decretalium antiquis collectionibus et de Gregorii IX Pontificis Massini decretalium codice Lipsia 1829), gli fu offerta una cattedra universitaria a Berlino, che T. rifiutò per visitare biblioteche, archivi, musei, per tutta l'Europa alla ricerca di argomenti di studio. A Parigi conobbe il Lamennais, e dietro consiglio del vescovo di Orléans, Beauregard, e del Moehler, venne a Roma nel 1833 e si rinchiuse nel Seminario di S. Eusebio. Fece atto di sottomissione per gli errori propalati nell'opera sul celibato ecclestiaco e diede conto della sua conversione in un'opera pubblicata, anche in versione italiana, nel 1834, con il titolo Il Seminario ecclesiastico e gli otto giorni a S. Eusebio in Roma. Ordinato sacerdote, entrò nel 1839 nella Congregazione dell'Oratorio e nella biblioteca di S. Maria Nuova in Vallicella riprese gli studi storici, non mai abbandonati negli anni precedenti. Sino dal 1836 aveva pubblicato le Disquisitiones in praecipuas canonum et decretalium collectioner; e poi altri scritti quale quello sulle condizioni del cattolicesimo in Polonia ed in Russia (Die neuesten Zustände der katholischen Kirche in Polen und Russland, 1841), o su particolari vicende della religione e della Chiesa nei paesi germanici. Nel 1849 polemizzò con il Rosmini e ne criticò la tesi sull'elezione dei vescovi sostenuta nelle Cinque Piaghe della Chiesa (Lettera storicocritica intorno alla elezione dei vescovi mediante il clero ed il popolo, Napoli 1849). Assai benvoluto da papa Pio IX, il T. ebbe da lui l'incarico di comporre una storia del pontificato di Clemente XIV da contrapporre a quella da poco uscita del Cretineau-Joly. Nominato dal Papa coadiutore del prefetto dell'Archivio Vaticano con diritto di successione nel marzo 1851, poté raccogliere e studiare i documenti necessari a quell'opera che fu stampata nel 1823 , sollevando grande scalpore per la sua avversione ai Gesuiti e suscitando numerosi scritti di confusazione più esatti e più fondati, tra cui quella di G. Boero (v.) e P. X. de Ravignan (v.). Nominato prefetto dell'Archivio nel nov. 1853, il T. in continuazione degli Annales ecclesiastici del Baronio pubblicò nel 1856 tre volumi conducendo la correzione fino al termine del pontificato di Gregorio XIII; inoltre curò una nuova edizione dei medesimi Annales, in 37 voll. (Bar-le-Duc 1864-83). Dalle carte dell'Archivio Vaticano trasse: Vetera Monumenta Historica Chighartum Sacram Illustrantia (2 voll., 1859); Polonia (4 voll., 1860-64); Slavi meridionali (2 voll., 1863); Irlanda e Scozia (1864); Monuments historiques rélatifs aux règnes d'Alexis Michaelovitch, Feodor II et Pierre le Grand (1859). Nuove polemiche suscitò l'Histoire des deux Concordats de la République française et de la République cizalpine conclus en 1801 et en 1803 (1869). Favorevole agli antistfallibilità, il T. comunicò durante il Concilio ecumenico il regolamento interno del Concilio di Trento al card. Hohenlohe, contravvenendo in tal modo al segreto d'ufficio, per cui Pio IX lo destituì da prefetto. Alla sua morte vide la luce a Zagabria l'edizione incompleta degli Acta genuina Concilii Tridentini (2 voll.). La produzione scientifica del T. si distingue, più che per sana critica e profondità storica, per la ricchezza di dati e di notizie, sebbene non sempre pienamente attendibili.
Bibl.: il materiale autobiografico contenuto nella sua opera : Gesch. der geistlichen Bildungsnotalten, Magonza 1885, pp. Ixvi, è da usarsi con molta cautela, per le gravi inesattezze e le asserzioni infondate (cf. A. Steinhuber, Gesch. der Kall. Germanicum-Rungar., II, 2* ed., Friburgo in Br. 1906, p. 428). A. Mauri, A. T., in Arch. stor. ital., 21 (1875), pp. 350-91; G. Pfiff, s. v. in Kirchenlex., XI, coll. 1486-88; Hurter, V, coll. 1631-34; E. Ansann, T., in DTNC, XV, 1, coll. 217-18 (con bibl.).
Il fratello Johann Anton, n. a Breslavia il 15 dic. 1799, m. ivi il 15 maggio 1860, fu anch'egli sacerdote e scrittore. Ordinato nel 1832, fu nominato due anni dopo professore straordinario di esegesi e di diritto ca-
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(da S. Gsell, Edifera chretiana de Thelepto et d'dmmodaro, Tunisi 1832, p. 3)
Thelepte - Pianta generale degli scavi.
nonico all'Università di Breslavia. Conseguito nel 1826 il dottorato in teologia ed in diritto canonico, condusse una intensa attività riformistica con gli scritti: Die katholische Kirche in Schlesien (1826) ed Einführung der erzwungenen Ehelosigkeit bei den christlichen Geistlichen und ihre Folgen ( 1828 ) ed in quest'ultimo, redatto in collaborazione con il fratello Agostino, attaccava violentemente il celibato ecclesiastico. Ambedue gli scritti furono posti all'Indice rispettivamente nel 1826 e nel 1829 . Persistendo nella sua attività dovette lasciare nel 1830 la cattedra e divenire parroco a Polonitz, poi a Grüssau e a Hundsfeld. Aderi quindi apertamente al movimento "cattolico-tedesco" del Ronge e fu scomunicato nel 1845 . Ridotto allo stato laicale, fu a capo della comunità "cattolicotedesca" di Breslavia e si urtò ben presto col Ronge che attaccò nel 1845 con lo scritto egualmente posto all'Indice, Reformatorische Bestrebungen in der katholischen Kirche. Dal 1835 al 1860 fu segretario della Biblioteca universitaria di Breslavia. Morl senza essersi riconciliato con la Chiesa.
Bon., H. Bruck, Gesch. der hathol. Kirche in Deutschl. im 19. Jahrh., II, Magonza 1899, passim: O. Pfülff, s. v. in Kirchenlex., XI, coll. 1488-89; F. X. Seppelt, T., in LThK, X, coll. 2627 con bibl.
Silvio Furlani
THELEPTE. - Antica cittadina della Bizacena, a sud-est di Tebessa nell'Africa settentrionale, detta anche Feriana e Medinet-el-Kedima.
Il Martirologio geronimiano al VII, VI e V Kal. Feb. menziona un gruppo di martiri che potrebbero essere i comites di quel Ianuarius menzionato in un'iscrizione musiva scoperta in una delle basiliche sotto indicate. A T. nacque s. Fulgenzio (v.) di Ruspe. Il vescovo Giuliano (a T.) è ricordato nelle sententiae episcoporum n. 57 del Concilio di Cartagine del 136; nella Conferenza di Cartagine del 411 fu presente il vescovo Donaziano, che intervenne anche al Concilio di Cartagine del 416; nel 484 era vescovo un Frumenzio; nel 641 è noto il vescovo Stefano; il vescovo esisteva ancora all'inizio del sec. vir (cf. H. Geizer, Ungedruchte... Bistumverzeichnisse der orient. Kirche, in Byzanz. Zeitschr., 2 [1893], p. 26); dalla lista di Leone il Saggio si ricava che la sede esisteva ancora all'inizio del sec. IX. Nell'a. 418 fu tenuto un concilio * in ecclesia Apostolorum a certo dedicata agli apostoli Pietro e Paolo, da S. Gsell identificata con probabilità in questa basilica. E noto che Cartagine ebbe una basilica
dedicata ai due apostoli (s. Agostino, Sermo., 15), come pure Sicca Veneria, oggi el Kef (P. Gauckler, in Bulletin archéologique des travaux historiques, 18 [1897], pp. 413, nn. $147-48$ ).
Nel II Congresso internazionale di archeologia cristiana S. Gsell presentò uno studio su sette basiliche cristiane dell'antica Feriana. La prima situata all'estremità orientale della città era lunga m. 51.80 per 25 di larghezza; era divisa in cinque navate; quella centrale aveva supporti rettangolari costituiti da tre pilastri quadrati con una colonna addossata su basi attiche e con capitelli corinzi, mentre le navi minori erano separate da colonne con pulvini. L'abside si apriva sulla nave centrale con due semicolonne e due colonne che avevano i fusti decorati come le colonne vitinee di S. Pietro, come documenta un frammento; tutte dovevano sostenere un architrave e pergula lignea. La facciata aveva tre porte che si aprivano su un grande atrio.
La seconda basilica a sud-ovest della precedente presentava una pianta rettangolare di m. $28 \times 12.80$ con muri in pietra da taglio o con abside compresa nel rettangolo che comunicava mediante due porte con i due vani laterali.
La terza basilica era nel centro della città, con un grandioso atrio quadrilatero di 20 m . di lato. L'interno era lungo ca. 40 m . con supporti geminati a due colonne che lo dividevano in tre navate; restavano ancora a posto le basi delle colonne e frammenti dei capitelli corinzi che sorreggevano la arcate. Il presbiterio era sopraelevato con abside interna, il cui arco trionfale era sorretto da due grandi colonne a basi corinzie e pulvini. Mediante una porta l'abside era in comunicazione a destra col diaconicon, e non con la cappella al fondo della navata minore a sinistra. Verso l'atrio si trovò una controabside semicircolare con pavimento a musaico e incastri per i cancelli; ad est di essa si trovarono alcuni sepolcri e un frammento di iscrizione bizantina su mattone in cui si lesse : "iscripsi ind(ictione) sept(ima) [CIL, VIII, 11268]. L'edificio fu distrutto da un incendio che lasciò molte tracce.
La quarta basilica era nella regione settentrionale della città; presentava una lunghezza di m. 45 per 18.65 di larghezza. Era preceduta da un portico in cui vennero rinvenuti sarcofagi. L'interno era diviso in cinque navate da due colonnate per le navi minori e da pilastri per la centrale. L'abside era nell'interno del rettangolo e sostenuta nell'apertura da colonne; essa comunicava per mezzo di due aperture subito dopo l'arco trionfale con due vani laterali rettangolari. Ad ovest della cittadella bizantina si trovò una quinta basilica di m. 21 × 11.60 , preceduta da un vestibolo a due ingressi, su cui in fondo si aprivano tre porte separate da colonne. Si riconobbe il luogo del presbiterio separato da cancelli, su cui si apriva l'abside compresa nel rettangolo; essa era pavimentata a musaico : sulla destra si apriva la comunicazione col diaconicon absidato, mentre la navata minore sinistra immetteva in una cappella rettangolare. A nord est della città si rinvennero le rovine della sesta basilica; essa misurava m. $29 \times 10,90$ con abside inscritta nel rettangolo; era divisa in tre navate da colonne; l'abside non comunicava con i due vani laterali; frammenti di sarcofagi attestavano l'uso cimiteriale di essa.
A sud ovest della città e nel mezzo di un cimitero cristiano si identificò la settima basilica di m. 26 × 11 , con nave centrale divisa da due file di sei colonne a basi attiche e capitelli corinzi con pavimentazione a lastre; l'abside era costruita con tubi di terra cotta nella vòta e con pavimento a musaico con intrecci e le due iscrizioni seguenti : "(l)anuari et comitum / (S)anctis devotus. / (F)la(vius) An(nius) Pusinus / (c)um suis votum / (c)onplevit. (P)el(isiter?) ". Inoltre si leggeva: "Ezaudi, Deus, orationem meam auribus percipe berba (per verba) oris mei santorumque». Meno l'ultima parola, il resto è tolto dal salmo 53,4. G. B. De Rossi commentando tale iscrizione ritenne che essa facesse seguito a quella di Ianuarius (La capsella argentea africana, Roma 1888, pp. 17-18, n. 8).
Intorno all'edificio molti sepolcri furono scavati nella roccia. S. Gsell identificò inoltre quattro cappelle, delle quali la prima costruita in pietra da taglio presentava un
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portico da cui mediante tre porte si penetrava in un ambiente rettangolare diviso in tre navate da pilastri, con capitelli d'ordine composito, recinto per il presbiterio e abside inscritta nel rettangolo; S. Gsell riconobbe anche gli avanzi di un ciborium posto sopra l'altare e un disco in pietra con le lettere EIVS, forse " (de donis Dei et Christi) eius n. Tutti questi edifici hanno però subito grandi danni durante la costruzione del tronco ferroviario da Gofsa a Sousse e sono perciò oggi irriconoscibili.

Bibl.: E. Lavoignat - G. De Poundraguin, in Bull. archéol. du Comité, 1888, p. 179 sgg.; Ch. Diehl, L'Afrique byzantine, Parigi 1896, pp. 190-92; St. Gsell, Edifices chrétiens de Thélepte, in Atti del II Congr. internaz. di archeol. critt., Roma 1902, pp. 129-224; detto studio fu ristampato nella Rev. Tonitienne, nuova serie, 1932, pp. 5-56, col titolo: Edifices chrétiens de Thélepte et d'Ammandora, c. a parte, Tunisi 1933; P. Gauskler, Basilique chrét. de Tunisie (1892-1904), Parigi 1913, tevv. xxi-xxv; J. Mesnage, L'Afrique chrét., Parigi 1912, pp. 110-13, Enrico Josi
THEMA (ebr. Tém $\vec{a}^{\prime}$; gr. $\theta \alpha \mu \alpha \dot{\alpha} \nu$ ). - Nome di una tribù d'Ismaeliti (Gen. 25, 15; I Par. 1, 30) e del distretto da essi abitato, nell'Arabia settentrionale, ai confini del deserto siriaco e ad ovest del golfo elanitico (Is. 21, 14; Ier. 25, 23).
Il nome ricorre anche nei testi assiri delle iscrizioni di Thegladhphalasar; si è perpetuato nell'oasi di Teima, a a giorni di marcia a sud-ovest di el-Gof e a mezza strada fra Damasco e la Mecca. I Themaiti erano ben conosciuti come carovanieri e razziatori (Job 6, 19). Nell'oasi di T. è stata scoperta una stele aramaica del sec. vi a. C. Donato Baldi
THEMAN (ebr. Têmân, gr. $\theta \alpha \mu \alpha \dot{\alpha} \nu$ ). - Nome della più celebre tribù edomita, derivata da Eliphaz, nipote di Esaù (Gen. 36, 11.15.42; I Par. 1, 36.53), come pure del distretto da essi abitato (Gen. 36, 34; I Par. 1, 45) nel territorio di Edom.
T. infatti è usato come sinonimo di Edom (Abd. 9) o posto in parallelismo con Edom (Ier. 49, 7.20). I Themaeiti erano celebri per la pers