\chi \omega \dot{\alpha} \alpha$ ). Territorio ad est del Giordano, che insieme a quello dell' Iturea formava la tetrarchia di Filippo (v.), figlio di Erode il Grande (Le. 3, 1).
Era situata a sud di Damasco (Strabone, XVI. 2,20), e il centro era costituito dalla regione coperta di colate laviche, oggi el-Leğ́̌. Secondo Flavio Giuseppe (Antio. Iud., XVI, 9,1) il Tpazúv si estendeva ad ovest sino ad Ulatha e Paneas e a sud ai margini della Batanea e del Gebel Hawrán (ibid., XV,10,3; XVII,2,1).
La sua storia comincia con l'apparizione del nome greco Tpazúv ("luogo aspro"); era tenuta dai Nabatei quando Pompeo Magno nel 65 a. C. con le legioni annientò ogni potere giudeo ed arabo nel Hawrán a favore delle città greche. Nel 15 a. C. era in potere di un certo Zenodoro che, per aumentare le sue rendite, vi praticava il brigantaggio (Flavio Giuseppe, op. cit., XV, 10,1. 2). A richiesta dei residenti, Varrone, governatore della Siria, ne spossessò Zenodoro e la donò a Erode il Grande, che vi riportò la pace e la sicurezza. Alla sua morte passò
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in dominio del figlio Filippo e nel 34 d. C. fu compresa nella provincia di Siria fino al 37, quando Caligola la donò ad Erode Agrippa II. Fece poi parte della provincia romana dell'Arabia.
Donato Baldi
TRADITIO. - Annuario (con il sottotitolo Studies in ancient and medieval history, thought and religion), fondato nel 1943 da professori della Catholic University of America per accogliere studi di una certa mole, paragonabili alle "memorie" delle accademie.
Si occupa dell'antichità classica e cristiana. I lavori finora pubblicati riguardano le scienze bibliche, la patrologia, la liturgia, la bizantinologia e la storia ecclesiastica, le istituzioni economiche, politiche, giuridiche, canoniche, i manoscritti, la papirologia, l'archeologia, la paleografia. I campi di cui si occupa non sono semplicemente collezione di dati cronologici e di fatti storici, ma rappresentano un'indagine su forze vive, forme e istituzioni che pervadono la storia fine al presente. La rivista fu pubblicata fino al 1948 dalla "Cosmopolitan Science and Arts Service Co, Inc. " di Nuova York. Interrotta per la morte del direttore L. Schopp, fu ripresa nel 1952 dalla "Fordham University Press" di Nuova York. Pietro Nober
## TRADITIO CLAVIUM, TRADITIO LEGIS :
v. PIETRO APOSTOLO, santo: VII. Iconografia.
TRADIZIONALISMO. - E la dottrina filosoficoreligiosa, secondo la quale una rivelazione primitiva fu assolutamente necessaria al genere umano, non solo per acquistare la conoscenza delle verità di ordine soprannaturale, ma anche delle verità soprasensibili, cioè delle verità fondamentali di ordine metafisico, morale e religioso: esistenza di Dio e concetto di essere, spiritualità ed immortalità dell'anima, vita futura, legge morale obbligatoria, ecc. Tale rivelazione giunge ad ogni uomo per tradizione, cioè attraverso l'insegnamento orale e sociale, che deve essere accettato per fede : la società è l'organo della rivelazione primitiva. Indipendentemente dalla rivelazione divina l'uomo non può avere nessuna vera conoscenza (cf. A. Bonnetty, in Ann. de phil. chrét., $3^{\text {a }}$ serie, 30 [1845], p. 464).
1. Diversamente che per il fideismo (v.), non si può dire con certezza quando e da chi fu usato per la prima volta il termine t. Di fatto, mentre nessuno volle esser designato "fideista" o "supernaturalista", tutti i tradizionalisti si gloriarono di essere tali (cf., ad es., A. Bonnetty, ibid., $4^{2}$ serie, 42 [1851], p. 7). Il t. si sviluppò soprattutto dopo la Rivoluzione Francese, sotto l'influsso della filosofia critica di Kant e come reazione al razionalismo esasperato del sec. xviri, quantunque se ne possano trovare i prodromi, almeno come tendenza, già in Taziano ed in Tertulliano per motivi apologetici, nei protestant (specialmente nei bersiani) per ragioni teologiche, e nei cattolici P. D. Huet (De imbecillitate mentis humanae) e B. Pascal per motivi misti filosofici e teologici (v. FIDESMO). Interessò in modo speciale la Francia, dove lo stesso arcivescovo di Parigi, D. A. Affre, il vescovo di Amiens, A. de Salinia, il card. T. J. Gousset e molte altre personalità in vista furono almeno per un certo periodo tradizionalisti. Al t. aderirono nel Belgio G. C. Ubaghs e tutta la scuola di Lovanio; nella Germania M. Klee, G. B. Hirscher, von Drey; in Italia G. Ventura e V. Gioberti; in Spagna D. Cortés, ecc.
Non sempre è possibile distinguere i tradizionalisti rigidi, detti anche supernaturalisti, da quelli mitigati o semitradizionalisti, sia per la mancanza di logica propria del sistema, sia per le polemiche che costrinsero talvolta gli stessi autori a mitigare anche solo temporaneamente le loro affermazioni (cf. A. Bonnety, in Ann. de phil. chrét., $4^{2}$ serie, 41 [1850], p. 86; 42 [1851], p. 10; 44 [1852], p. 185). La distinzione più chiara è quella fatta da mons. V. Gasser, relatore nel Concilio Vaticano : tradizionalisti rigidi o fideisti sono coloro "qui dicunt... communicationem... debere fieri per doctrinam... revelatam et proinde hominem debere in se suscipere ideam Dei et existentiae
ipsius fide divina...»; tradizionalisti mitigati "communicationem hanc non derivant ex ipsa doctrina... revelata, saltem non proxime, sed generatim ex idea Dei in societate humana iam existente; et proinde sufficere, quod homo fide humana ideam Dei in se suscipiat, et dein efformet argumenta ex ratione pro existentia Dei" (Coll. Lac., cit. in bibl., VII, col. 129 a).
I principali rappresentanti del t., L. De Bonald, F. de Lamennais (v.), A. Bonnetty (v.), L. E. Bautain (v.), si distinguono per le basi filosofiche che dànno al sistema, per l'uso che ne fanno e per le conseguenze sociali ed apologetiche che ne traggono. Il tentativo più serio di dare al t. un fondamento ed una esposizione filosofica fu compiuto dalla Scuola di Lovanio, di cui Arnold Tits fu l'anima e Gerard Cosimir Ubaghs il rappresentante più in vista (cf. J. Henry, op. cit. in bibl.). I lovaniemi sostengono tutti un innatismo virtuale per l'origine delle idee, mentre i francesi lo rigettano almeno esteriormente. L'influenza eccitatrice non è data dalla percezione sensibile (Descartes) ma dal "commerce social "donde le due tesi fondamentali della scuola: "Les principes des vérités rationnelles métaphysiques et morales ont été mis dans l'esprit humain par le créateur. Mais... l'homme a besoin d'un enseignement intellectuel pour... acquérir une connaissance distincte de Dieu et des vérités morales" (N. J. Laforêt, Dogmes cath., I, Bruxelles 1853, p. 467). Il primo uomo dovette ricevere questo insegnamento da Dio attraverso la rivelazione, che per Laforêt è naturale, per E. Lonay è naturale nell'oggetto e soprannaturale nel modo d'acquisto da parte dell'uomo, per Ubaghs e al tempo stesso naturale e soprannaturale. I rapporti fra fede e scienza sono così fissati da Ubaghs, distinguendo fra acquisizione e dimostrazione di una verità: " ... In moralibus et metaphysicis, spectato ordine acquisitionis..., fides naturaliter prior est scientia, ut nemo ad hanc perveniat, nisi illa quomodocumque praecesserit; etsi in ordine demonstrationis, ex quo certitudo ratiocinata gignitur, scientia fidem antecedere soleat" (Logicae seu philosophiae rationalis elemento, $8^{\circ}$ ed., Lovanio 1860). Mentre per il t. francese la tradizione è fonte e principio di idee e di certezza, per la scuola di Lovanio, tanto prima che dopo il 1850 (quando essa adottò le dottrine ontologistiche) essa è solo spiegazione dell'origine delle idee. Il fondamento della certezza è invece la natura razionale dell'uomo (E. Hocedez, Hist. de la théol. au XIXe siècle, II, Bruxelles 1952, p. 103).
Dal punto di vista filosofico il t. erra perché, supponendo a priori l'incapacità della ragione umana di dare all'uomo la conoscenza certa della verità, risolve il problema critico in modo estrinsecista. Esso è uno sforzo per provare storicamente l'assoluta impotenza della natura umana a costruire da sola un assieme logico e soddisfacente di istituzioni intellettuali e sociali e per opporvi l'autorità della tradizione cristiana. Se ciò è storicamente vero e dimostrabile, non ne segue in modo assoluto, come il sistema vuole, che la ragione umana non abbia il potere di dimostrare razionalmente le verità che furono in questione. L'errore sta nel non aver distinto l'ordine fenomenologico dall'ordine ontologico, cioè tra facoltà ed uso della stessa, tra potere fisico di conoscenza ed esercizio di tale potere e nell'aver quindi esagerato la dipendenza della ragione dal linguaggio, dall'educazione, dalla società. dalla rivelazione. Il t. cadde così nell'errore di proporre una soluzione non razionale (la fede cieca) ad un problema filosofico che non può comportare che una risposta razionale : o nella contraddizione di voler dare delle ragioni per ammettere il fatto, il contenuto e l'organo di una rivelazione, proprio mentre ripudia le prove razionali. Il merito del t., oltre a quello, dovuto al momento storico, di richiamare la ragione umana al rispetto dell'autorità delle tradizioni e della società, è di aver posto la ragione umana nel suo ambiente naturale, richiamando alcune condizioni concrete dell'evoluzione della vita intellettuale umana.
La Chiesa reagì subito contro la fede cieca, priva delle necessarie antecedenti convinzioni e conoscenze razionali, come era sostenuta dal t. Dapprima furono alcuni teologi e vescovi isolati, polemisti, filosofi (fra i quali P. M. A.
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Chastel), ed anche teologi di valore come P. G. Perrone (Praelect. théol., II, Roma 1842). Vennero in seguito le encicliche: Mirari vos, del 15 ag. 1832; Singulari nos, del 25 giugno 1834, contro Lamennais ormai apostata; Qui gloribus, del 9 nov. 1846, e l'allocuzione Singulari quadam, del 9 dic. 1854, che richiamano la mentalità comune della Chiesa. Bautain e Bonnetty dovettero firmare alcune proposizioni sull'uso della ragione prima della fede e sulla possibilità della conoscenza razionale dell'esistenza di Dio contenenti espressioni talora molto forti (Denz-U, 1622-27, 1649-52). La S. Congregazione dell'Indice indirizzò il 3 giugno 1843 e l'8 ag. 1844 delle "Observationes " alla Theodicea ed alla Logica di Ubaghs (cf. Acta Sanctae Sedis, 32 [1897], pp. 206-207). Inoltre dal 1845 al 1869, specialmente in Francia, vennero celebrati numerosissimi concili provinciali, che unanimemente condannarono la dottrina dei tradizionalisti (Conc. Burdigalensis, in Coll. Luc., cit., t. IV, col. 842).
Il Concilio Vaticano si occupò del t., a proposito della possibilità della conoscenza naturale dell'esistenza di Dio, prescindendo dalle eventuali condizioni richieste. Non vi è dubbio sulla condanna della forma più rigida del t., come dottrina che scalza il fondamento stesso della fede (Denz-U, 1783, 1806). Invece il t. mitigato dovrà tener conto "in hominis natura rationali potentiam esse Deum per res creatas certo cognoscendi" (Coll. Luc., cit., col. 79, c-d) e quindi evitare di richiedere la rivelazione e la fede soprannaturale corrispondente per la conoscenza di Dio; ma esso non è intaccato dal Concilio finché richiede l'aiuto dell'idea di Dio che esiste nella società, purché raggiunta per via naturale. A riguardo della conoscenza certa del fatto della rivelazione divina il Concilio pone ancora solamente la questione di diritto e dal solo punto di vista oggettivo (cf. ibid., VII, coll. 86-87, 1615). Si afferma cioè che la rivelazione si presenta accompagnata da fatti esterni tali che, uniti all'aiuto interno dello Spirito Santo, la rendono "rationi consentanea" (cap. 3 De fide: cf. Denz-U, 1790, 1791). Non può esservi un vero assenso di fede soprannaturale, se non preceduto da una conoscenza certa che la verità in questione è credibile, perché rivelata da Dio.
La Chiesa ebbe ancora di mira il t., o per lo meno il suo spirito, nell'encicl. Puscendi (7 sett. 1907) e nel "giuramento antimodernista" ( $1^{\circ}$ sett. 1910); recentemente poi l'encicl. Humani generis (12 ag. 1950), togliendo ogni equivoco e precisando in qualche punto lo stesso Concilio Vaticano, richiamò fortemente i principi cattolici sulle possibilità della ragione umana, senza l'aiuto della rivelazione, circa la conoscenza dell'esistenza di Dio, della legge naturale e lo stabilire i fondamenti della fede cristiana.
Brit. M. A. Chastel, Les rational, et les traditional., ou les écoles phllosef, depuis vingt ans, Parigi 1830; id., L'Eglise et les systèmes de philos. modernes, ivi 1852 ; id., De la valeur de la raison humaine, ivi 1894; J. Denzinger, Vier Bücher von der relig. Erkenntnis, Würzburg 1896; J. Lupus, La traditionel, et le rational. examinés au point de vue de la philos. et de la doctr. cath., Liegi 1838; T. Zioliera, Saggio sui principi del t., Viterbo 1863; Collectio Lucensis, IV e VII, Friburgo in Br. 1873, 1890 (atti dei concili del sec. xix); M. Ferris, Hist. de la philos. en France au XIX e siècle, Parigi 1880; Th. Grandersch, Constit. dogm. successanti oecum. Conc. Vatic., Friburgo in Br. 1892; J. Adam, La philos. en France dans la première moitié du XIXe siècle, ivi 1894; Ch. Berton, Essai philos. sur les droits de la raison, en réponse au P. Chastel, à ses partisans et ses adversaires, Parigi 1894; J. Henry, Le tradition, et l'ontolog. à l'Univ. de Louvain (1633-63), in Ann. de l'Inst. supér. de Philos. de Louvain, 5 (1924), p. 41 sgg.; H. Lennerz, Natüel. Gotteserkenntnis, Friburgo 1926; V. Giraud, De Chateaubriand à Bruno-tière, essai sur le mouvement, cath. en France, Parigi 1928; R. Hocodez, Hist. de la théol. au XIX e siècle, 3 voll., Bruxelles-Parigi 1948-52; R. Aubert, Le problème de l'acte de foi, 2* ed., Lovanio 1952,
Ernesto Basadonna
TRADIZIONE. - Con la Bibbia è una delle due fonti di Rivelazione divina, e può essere definita: "La predicazione o trasmissione orale di tutte le verità (rivelate da Cristo agli Apostoli o loro suggerite dallo Spirito Santo), mediante il magistero sempre vivo e infallibile della Chiesa, assistita dallo Spirito di verità ".
I. Nozioni. - T. in genere (lat. traditio, da tradere) significa "trasmissione di una notizia, di una dottrina, di una prassi dagli antichi fino a noi ". Essa si può considerare secondo un duplice aspetto : attivo (soggettivo o formale) e passivo (oggettivo o materiale). Il primo è rappresentato dall'organo vivo, dal soggetto qualificato (persone, istituzione), che serve da canale di trasmissione; il secondo è costituito invece dall'oggetto o deposito trasmesso (dottrine, prassi, abitudini), sacro o profano che sia.
Le t. sacre cristiane, vanno distinte, sotto l'aspetto oggettivo-materiale, in t. divine o divino-apostoliche, e in t. umane. Le prime sono quelle verità, o istituzioni cultuali e disciplinari, derivanti immediatamente da Cristo o dagli Apostoli, in quanto promulgatori della Rivelazione, illuminati dallo Spirito Santo, trasmesse incorrotte fino a noi, e sono oggetto di fede divina. Le seconde possono essere apostoliche o solamente ecclesiastiche, secondo che derivano dagli Apostoli o dall'autorità religiosa (papa, vescovi), solo in quanto investiti di legittima autorità di magistero e di giurisdizione : esse meritano una semplice fede ecclesiastica.
La t. orale non esclude lo scritto, in quanto, con il passare del tempo, la trasmissione a voce si cristallizza ordinariamente anche nel documento scritto (epigrafi, libri, atti di concili). Essendo però lo scritto solo un mezzo sussidiario della t. orale, non può escludersi il caso di autentiche t. divino-apostoliche, di cui non si ha sufficiente documentazione, almeno per quanto riguarda i primi secoli. La viva voce della Chiesa di oggi è più sicura garanzia di qualsiasi scritto : la t. è di tutti i secoli e non si interrompe mai.
Confrontando la t. con la Bibbia, la t. si dice : "inesiva " quando la medesima verità è contenuta in ambedue le fonti; "dichiarativa" quando una verità attestata dalla Bibbia viene meglio chiarita nella t.; "costitutiva" o "completiva" se trasmette verità non contenute nella Bibbia, p. es., la prassi di battezzare i bambini. E proprio su questo ultimo punto che si delinea l'irriducibile opposizione fra cattolici e protestanti : secondo i quali unica fonte di Rivelazione è la Bibbia, nella quale si contiene tutto ciò che si ha dovere di credere. Una t. "costitutiva" per essi è assurda.
II. L'esistenza della t. - Fu definita contro i protestanti dal Concilio Tridentino (sess. IV; 6 apr. 1546: Denz-U, 783), e di nuovo, quasi con le identiche parole, dal Concilio Vaticano (ibid., 1787). In tali definizioni, sia del Concilio Tridentino che del Vaticano, si parla : 1) solo di t. divino-apostoliche, 2) aventi relazione con la fede e con la morale, 3) trasmesse ininterrottamente per mezzo del magistero della Chiesa assistita dallo Spirito Santo. Mancando una sola di queste condizioni, si hanno sempre t. umane, fallibilissime.
Nella Bibbia si trova affermata sia l'esistenza di un mezzo vivo ed autentico di trasmissione orale, sia l'esistenza di determinate verità da tramandare fedelmente (t. soggettivo-formale e t. oggettivo-materiale). "Andate dunque, fatevi discepole tutte le genti... insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato" (Mt. 28, 19-20); Gesù si preoccupò di predicare e di far predicare, non di scrivere o di far scrivere. E negli scritti degli Apostoli è innegabile la frammentarietà e la incompletezza, a confessione dei loro stessi autori (Io. 20, 30; 21, 25). S. Paolo scolpisce la natura e la necessità della t. "la fede (viene) per l'ascoltazione, l'ascoltazione poi per mezzo della parola di Cristo" (Rom. 10, 17); e più esplicitamente: " Pertanto dunque, o fratelli, state saldi e tenetevi forte alle t. (אִמְצְדֹּלֹּת מֹּגֶךְ הִמְצַלְּתֹּתֶֹּר), in cui foste ammaestrati sia a voce, sia per mezzo di nostra lettera" (II Thess. 2, 15). Anzi, prima che allo scritto, si appella alla sua viva voce (cf. I Cor. 10, 2; 11, 23; 15, 3; I Thess. 4, 2), e ammonisce i cristiani a guardarsi bene da coloro che insegnano diversamente "dalla dottrina, in cui foste ammaestrati" (Rom. 16, 17). Nelle lettere pastorali la t. è paragonata a un deposito da custodire gelosamente, come aveva fatto egli stesso: "O Timoteo, custodisci il deposito ( $\tau \hat{\eta} \nu$ mapa-
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$\vartheta \dot{\eta} \kappa \eta \nu \varphi \dot{\alpha} \lambda \alpha \xi \circ \nu$ ), evitando le profane novità di parole e le opposizioni di una pseudo scienza (I Tim. 6, 20; cf. II Tim. 1, 13-14; 2, 1-2).
Nell'insegnamento dei Padri, fino dai tempi sub-apostolici, è tenuta in massimo conto la t. Con l'andare del tempo poi è nata una vera e propria teologia della t., di cui si possono distinguere tre fasi successive: a) da principio non si distingueva ancora esattamente tra insegnamento scritto e orale (Padri apostolici) e si rapportava l'insegnamento in genere all'autorità indiscussa e sempre viva della Chiesa, o particolare o universale: prima furono gli Apostoli peregrinanti, i profeti, i dottori e, infine, l'episcopato monarchico e, soprattutto, la Chiesa di Roma; b) nel sec. III (s. Ireneo, Tertulliano) si incominciò a distinguere nettamente tra Scrittura e t., come fonti separate di Rivelazione, dando la preferenza alla seconda; c) nel IV e v sec. (i Cappodoci in Oriente, s. Agostino in Occidente) si approfondì sempre meglio il concetto di t. nei suoi organi di trasmissione (Chiesa docente, Padri, concili) con i criteri di ricerca della vera t. apostolica.
In particolare occorre rilevare che l'atteggiamento dei Padri apostolici riguardo alla t. orale è indicato da Papia (ca. 130): "Se poi fosse venuto qualcuno che aveva seguito i presbiteri, ricercavo da costoro i dotti dei presbiteri: che cosa aveva detto Andrea, o Filippo, o Tommaso, o Giacomo, o Giovanni, o Matteo, o qualche altro discepolo del Signore... Infatti ero convinto che non avrei avuto tanto giovamento dalle cose apprese dai libri, quanto dalla voce viva e permanente" (Eusebio, Hist. eccl., III, 39: PG 20, 297). Si noti che Papia non ignorava i Vangeli scritti, almeno quelli di s. Matteo e di s. Marco. Per s. Clemente Romano (ca. 101) la predicazione degli Apostoli e dei vescovi, da loro costituiti, è la " regola della nostra t. " ( $\tau \tilde{\eta} \varsigma \pi \alpha \rho \alpha \delta \delta \alpha \varepsilon \omega \varsigma \dot{\eta} \mu \tilde{\omega} \nu$ $\varkappa \alpha \nu \tilde{\omega} \nu$; I Cor. 7, 2). Secondo s. Ireneo (m. nel 202), la Chiesa le medesime cose "predica, insegna e trasmette quasi avesse una sola bocca. Infatti, quantunque nel mondo ci siano lingue diverse, tuttavia una e identica è la virtù della t. ( $\dot{\eta} \delta \dot{\varepsilon} \nu \alpha \mu \iota \varsigma \tau \tilde{\eta} \varsigma \pi \alpha \rho \alpha \delta \delta \alpha \varepsilon \omega \varsigma$ ). Né le Chiese che sono state fondate in Germania credono diversamente, né diversamente predicano" (Adv. haer, I, 10, 2: PG 7, 553). La t. viva è superiore alla stessa Bibbia: "Se gli Apostoli non avessero lasciato nulla di scritto, si dovrebbe egualmente seguire l'ordine della t. consegnata da loro ai capi della Chiesa. Questo metodo è seguito da molti popoli barbari che credono in Cristo. Senza carta e senza inchiostro essi hanno scritto nel loro cuori la salvezza per opera dello Spirito Santo : essi conservano accuratamente l'antica t." (ibid., III, 4, 2 : PG 7, 855). Tertulliano (m. nel 222-23), dopo aver enumerato alcune dottrine e consuetudini non accennate dalla Bibbia (rito del Battesimo, preghiere per i defunti, ecc.) scrive: "Se di queste e di altre simili prassi disciplinari domandi l'autorità delle Scritture, non ne leggerai alcuna. Ti si presenterà invece la t. come autorità, la consuetudine a conferma, la fede che l'osserva" (De corona, 3-4: PL 2, 98-99; cf. anche De praescript., 21 : PL 2, 33). Si tenga presente che alcuni esempi addotti da Tertulliano sono vere e proprie t. dogmatiche, non solo disciplinari.
Così s. Basilio (m. nel 379), citato anche dal Concilio Tridentino (De Spiritu Sancto, 66: PG 32, 188); s. Giovanni Crisostomo: "E t. non cercare di più" (In II ad Thess., Hom. 4, 2: PG 62, 488); s. Agostino (m. nel 430), che ricorre sistematicamente all'argomento di t. contro gli eretici : così, ad es., contro i donatisti : "Quod universa tenet Ecclesia, nec Conciliis institutum, sed semper retentum est, non nisi auctoritate apostolica traditum rectissime creditur" (De Bapt., 4, 24: PL 43, 174); s. Vincenzo di Lerino (sec. v) che formula la nota regola per riconoscere, fra tante, la vera t. apostolica: "In ipsa item Ecclesia catholica magnopere curandum est ut id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est" (Commonii., 2: PL 50, 640). L'idea della t. era cosi penetrata nell'animo dei fedeli che nei secc. Iv e v si incominciò a compilare dei cataloghi o florilegi patriatici per uso dogmatico. Una di queste raccolte patristiche fu presentata da s. Cirillo Alessandrino
al Concilio di Efeso (431), in difesa della divina maternità di Maria.
Dai testi citati, oltre l'esistenza della t., si possono chiaramente dedurre alcune precisazioni indispensabili per una esatta valutazione dell'argomento: 1) sia nella Bibbia che presso i Padri, il concetto di t. è sempre collegato all'assistenza dello Spirito Santo: senza in Spirito di verità l'insegnamento orale, pur con tutte le cautele umane, non potrebbe non mescolarsi con inevitabili errori. E su questo punto che erra il protestantesimo. 2) Il concetto di t. è inscindibile dal magistero vivo della Chiesa: una t., sia pure del 1 o il sec., non attestata dalla Chiesa di oggi, potrebbe valere come documentazione storica, ma non costituire dogma di fede : materiale di riporto caduto lungo la strada e niente di più. Pertanto il senso pieno di t. si può avere solo a condizione di tener uniti i due aspetti, soggettivo-formale e oggettivo-materiale, di cui prevalente è il primo. Perciò tra magistero della Chiesa e t. in senso pieno non poniamo che una distinzione inadeguata: riteniamo cioè che la Chiesa sia come una maestra che quasi incorpora in sé la S. Scrittura e la t.
III. Monumenti della t. - Secondo quanto si è detto, è chiaro che, di per sé, la Chiesa cattolica, cosi come oggi si presenta, è l'unico monumento granitico di t. Non occorre interrogare il passato, quando si è alla scuola di un maestro, la cui viva voce è l'eco fedele e come la registrazione dei secoli trascorsi. Di fatto però questa viva voce, con il volger dei secoli, è stata anche consegnata e come incisa in documenti scritti o consuetudinari.
Parlando di " monumenti della t.", s'intendono quindi "tutti quei mezzi, ai di fuori del vivo magistero orale, per i quali si può, nel corso dei secoli, come rileggere e ricostruire le verità attualmente professate dalla Chiesa cattolica ". Attraverso questi monumenti il teologo e lo studioso possono rifare la storia dei dogmi. Questa storia, però, a differenza di tutte le altre, non vuole e non può scoprire, nel passato, verità a noi sconosciute, ma solo confermare l'antichità, la primordialità della fede oggi professata, che non è invenzione umana, ma solo divina.
I documenti, o monumenti, della t., così intesi, possono essere: a) scritti (professioni di fede, definizioni, concili, libri dei Padri, dottori, teologi, ecc.); b) artisticcepigrafico (sculture, pitture, monumenti in genere, sepolcri, epigrafi, ecc.); c) semplicemente consuetudinari (credenze religiose dei fedeli, riti, cerimonie, usi vari liturgici o paraliturgici [v. Liturgia]).
Anche il "sensus christianus" dei fedeli è un eccellente strumento di conservazione, di trasmissione e di penetrazione delle verità rivelate. Esso può definirsi "uno spontaneo impulso affettivo del popolo cristiano, che, sotto l'influsso dell'abito della fede e dei doni dello Spirito Santo (specialmente intelletto, scienza e sapienza), con il controllo del magistero, aderisce a determinate verità, interessando ad esse la Chiesa docente ". Il sensus dei fedeli è nella sfera affettiva, ma le sue ultime radici sono di ordine intellettuale, anche se attualmente non avvertite. Esso è spiegato da s. Tommaso come una specie di "connaturalità" a realtà soprannaturali, non ancora ben precisate, di cui però l'intelletto e il cuore sentono come un bisogno e a cui si piega per naturale adattamento la devozione dei semplici (Dom. Theol., $2^{\mathrm{b}}, 2^{\mathrm{er}}$, q. 45, a. 2). Soprattutto nel campo della teologia mariana ha avuto notevole influsso, come afferma esplicitamente Pio XII nella cost. Munificentissimus Deus (AAS, 42 [1950], p. 758 ).
IV. Interpretazione dei monumenti della t.- Già da quanto precede risulta evidente la parte essenziale che ha sempre avuto, "ex natura rei", il magistero della Chiesa nel dare validità ai vari strumenti di t. E logico quindi che del contenuto dogmatico di essi, anche oggi, solo la Chiesa possa dare un giudizio definitivo, essa che ieri tale contenuto ha garantito.
Bibl.: oltre i testi principali di teologia dogmatica, cf. J. B. Franzelin, De divina traditione et Scriptura, $4^{\mathrm{a}}$ ed. Roma 1806 (trattato classico sulla t.); S. G. Van Noort, Tractatus de fontibus Revelationis necnon de fide divino, $3^{2}$ ed., Bussum 1920; L. Billot, De immutabilitate traditionis, $3^{2}$ ed., Roma
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In alto a sinistra: TOVAGLIA DETTA DELLA B. BENVENUTA BOIANI (lungh. 4,76, largh. 1,55) con ricami in bianco su bianco ( $D^{2}$ spetà sec. xiii). Particolare con l'Assunziazione - Cividale, chiesa di S. Pietro dei Volti. In alto a destra: TOVAGLIA PROVENIENTE DA ACHMIMPANOPOLIS (sec. xiii-xv). Probabilmente tovaglia d'altare (lungh. 1,56, largh. 1,29) - Biblioteca Vaticana, Museo Sacro. In basso: PARTICOLARE DELLA TOVAGLIA D'ALTARE PROVENIENTE DAL SANCTA SANCTORUM (ca. 1200). Ricamo tedesco ( $\dagger$ ) su lino a punto catenella in bianco, con occhietlo largo a sparto (lungh. 3,62, largh. 1,15) - Biblioteca Vaticana, Museo Sacro.
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A sinistra: il cod. Vat. lat. 3226, fol. 117 del sec. v, unico rappresentante della famiglia A nella tradizione di Terenzio. A dettra: il cod. Vat. lat. 3868, fol. $22^{2}$ del sec. x, uno dei rappresentanti del ramo 7 della famiglia 2 nella stessa tradizione. I facsimili riproducono lo stesso passo dell'Eunuchus (vv. 239-63 e 239 [fine] - 283).
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(fot. Giacometti - Venesio)

(fol. Brocherel)

(fol. Trombetta - Campobasso)

(fot. Brocherel)

(fol. Brocherel)
In alto a sinistra: ANFORA in ceramica di Oristano (Cagliari). In basso a sinistra: GROLLA PER VINO (coppa) in legno di siglio con motivi bacchici. Arte locale di C. Cerlegno di S. Nicolse. Propr. A. Milliery-Avise-Arvier. In alto a destra: CERIMONIA NUZIALE con costumi tradizionali di Letino (Campobasso). In mezzo: CUNA con archetto in legno policromato, tipica della Val d'Aosta. In basso a destra: PARTICOLARE DELLA CUCINA del castello d'Avise (Aosta) con scoviglie in petto e rame.
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In alto a sinistra: CASTELLO NORMANNO DI ERICE. In alto a destra: LE SALINE DI TRAPANI. In basso a sinistra: ROVINE DI MOTYA. In basso a destra: DUOMO (secc. xiv-xv) - Erice.
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1922: A. Deneffe, Der Traditionsbegziff, Münster in V. 1931; H. Ranft, Der Ursprung des hathol. Traditionsprinzips, Würzburg 1931; D. Van den Eynde, Les normes de l'enseignement chrétien dans la littér. patrist. des trois premiers siècles, Parigi 1933; B. Reynders, Paradoxis, Le progrès de l'idée de la tradit. jusqu'à st Irénès, in Rech. de théol. ancien. et médiév., 5 (1953), pp. 155-91; R. Bernard, Somme thcol. La foi, I, Parigi 1939 (Append., II, §§ 4-5), pp. 357-428; Ph. Alonso-Barcena, De Exel. magisterio et de divina tradit., Madrid 1945; A. Michel, Tradition, in DThC, XV, coll. 1252-1350 (ottimo); M. J. Congar, Théologie, ibid., coll. 341-392; S. Cartechini, De valere notarum theolog., Roma 1951, passim; vers. it., Roma 1952; G. Filograssi, La t. divino-apostol. e il magistero eccles., in Civ. Catt., 1951, III, pp. 137-47, 384-93, 486-501; id., T. divino-apostol. e magistero della Chiesa, in Gregorianum, 33 (1952), pp. 135-67; S. Cipriani, Le fonti della Rivelax., Firenze 1953 (con bibli.). Scitimio Cipriani
TRADIZIONE MANOSCRITTA. - Nell'accezione comune è l'insieme dei codici che concorrono a ricostruire un'opera letteraria antica nella forma più vicina all'originale. Va però subito precisato che il concetto di t. m. si applica anche a testi documentari e che il criterio con cui i codici vengono indagati e vagliati si estende alle editiones principes e ad altre edizioni a stampa se riproducono manoscritti perduti. La t. m. viene anche designata come "tradizione diretta", per distinguerla da quella indiretta, basata su tutte le testimonianze complementari (citazioni, riferimenti, testi paralleli, talora anche traduzioni, ecc.), che, in armonia o in contrasto con la t. m., permettono di stabilire l'esatta lezione di un passo.
A una valutazione organica della t. m. agli effetti della critica testuale si giunse soltanto nel secolo scorso con C. Lachmann (v.), il quale, sebbene accogliesse in parte criteri già da altri elaborati, soprattutto in ordine al testo greco del Nuovo Testamento, può considerarsi come il primo legislatore del metodo di edizione: le sue regole, pur risentendo di una eccessiva meccanicità (frutto di una giustificata reazione al soggettivismo imperante fin dalla filologia antica, ma allora quasi consacrato dall' insegnamento di R. Bentley [1662-1742]), ebbero il merito di distinguere nettamente nel lavoro di edizione il momento della recessio da quello dell'emendatio e di instradare il primo sui binari della sistematicità. Le conquiste successive della filologia corressero, precisarono, in parte anche distrussero i canoni (schmanniani : ma il fermento nuovo ha origine da lui. Nessun editore critico può oggi prescindere dal ricostruire nella sua storia la t. m. del testo che egli pubblica.
I. Le fasi della t. m. - Dall'originale dell'autore ai manoscritti superstiti di un'opera, si passa normalmente attraverso una serie di anelli intermedi, le cui relazioni reciproche variano di caso in caso : solo nella tradizione documentaria capita con una certa frequenza che si conservi l'originale o quanto meno che sopravvivano copie le quali discendono da esso recta via. Nei testi librari, invece, destinati per loro natura alla diffusione, condizioni così favorevoli non si verificano che eccezionalmente. Uscita l'opera dalle mani dell'autore o del suo editore, gli esemplari si moltiplicano in poco tempo, giungono nelle biblioteche pubbliche e nelle case private, servono a loro volta di modello per copie successive; eventi storici, casi fortuiti, tendenze del gusto determinano dopo qualche tempo un graduale assottigliarsi delle copie in circolazione, a volte fino alla scomparsa totale, altre invece fino a ridurle a un numero esiguo di esemplari, talora uno solo; nuove tendenze, mutate condizioni storiche, ritrovamenti insperati conducono, a distanza di varie generazioni, a disseppellire le copie superstiti, a trarne nuovi esemplari, e i manoscritti che oggi si conservano possono appartenere all'una o all'altra fase di queste alterne vicende nella fortuna dell'opera, possono derivare da uno o da più modelli, essere tra loro in rapporto di discendenza diretta o rappresentare varie tradizioni parallele o anche essere il risultato di interferenze dell'una con l'altra. E chiaro perciò che ogni testo ha una sua t. m. la quale non può ridursi a fattore comune con quelle di altri testi. Sulla formazione incidono, è vero, fenomeni di carattere generale, come, ad es., la ten-

(da P. Moos, Textkritik, trad. it. di N. Martinelli, Firenze 1928, p. 2)
Tradizione manoscritta - Stemma ipotetico di una t. secondaria secondo il Maas; c. originale d'autore; a archetipo; $B$ e $\gamma$, subarchetipi: $b$ e $c$ e capostipiti di due rami nell'ambito della famiglia y; $A, B, C$, testimoni superstiti di $F, E, F, G, H, I$, testimoni superstiti di $\gamma ; D$ e $K$, testimoni perduti.
denza, propria della scuola, di riunire in antologie testi particolari, di trarre excerpta, di costituire corpora di opere in cui si scorge un nesso comune, di separare dagli altri autori e scritti consacrao da canoni ufficiali; o anche il fenomeno della codificazione o quello della translitterazione dalla scrittura maiuscola continua a quella minuscola; o ancora le $\varepsilon \alpha \delta \delta \sigma \alpha \varsigma$ dei grammatici. ecc.; ma essi, se pure si ritrovano così nel mondo orientale come in quello occidentale, non si svolgono contemporaneamente né con le stesse caratteristiche in tutte le regioni, e sono piuttosto legati alla storia della cultura di ciascun paese, sicché non si può ricostruire la t. m. di un testo senza localizzarne le varie fasi. Alcune coincidenze possono verificarsi fra testi della stessa natura, allorché si tratti di fenomeni legati a un " genere " letterario : così le opere storiche di vasta mole tendono a un certo momento a scomparire per cedere il posto a epitomi di più facile lettura; raccolte giuridiche cadute in disuso vedono il posto alle compilazioni vigenti; commenti continuati di opere poetiche passano in forma di annotazioni marginali nei manoscritti di quelle opere stesse, dove si confondono con glossemi e scolli provenienti da altri commenti, ecc. Ma il processo di tali trasformazioni rimane distinto per i singoli casi e i manoscritti tramandati non testimoniaoo per ogni " genere " lo stesso studio evolutivo. Permane quindi la necessità di ricostruire singolarmente la t. m. di un'opera (a volte anche di singole parti di essa), risalendo dai codici superstiti all'originale d'autore, o, almeno, ad una fase che a quello si accosti il più possibile.
II. Ricostruzione della t. m. - Compito del recensore è innansi tutto quello di scoprire le parentele fra i testimoni superstiti della tradizione: tranne il caso limite in cui il codice conservato si riduca a uno solo, egli deve stabilire se e quali tra i manoscritti di cui dispone discendano da un'unica fonte, e raggrupparli in famiglie attraverso l'esame delle concordanze e delle divergenze. Principio fondamentale di questa operazione è che la concordanza in lezione genuina non costituisce garanzia di parente/a, la quale si manifesta invece attraverso il parallelismo di corruttele (soprattutto le cosiddette cruces o manstra, cioè passi o parole che non dànno alcun senso), interpolazioni, lacune o trasposizioni comuni, ecc. Bisogna però tener presente sia che concordanze isolate possono essere penetrate in una famiglia per collazione con un rappresentante di altra famiglia, senza postulare una discendenza diretta (ciò vale a maggior ragione per coincidenze in elementi estrinseci, come partizione del testo, sottoscrizione di codici, ecc.), sia che corruttele presunte comuni possono essersi create indipendentemente in due o più manoscritti, soprattutto quando siano di origine meccanica o rappresentino trivializzazioni. A
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tal fine giova da un lato la ricostruzione (attraverso l'esame di particolari scambi di lettera, estensione delle lacune, ecc.) delle caratteristiche esterne del modello perduto di ciascun codice preso in considerazione, ossia del tipo e disposizione della scrittura, del numero delle righe per ciascun foglio e delle lettere per ciascun rigo, ecc.; dall'altro la nozione delle fasi successive in cui si articola il lavoro del copista (lettura del modello, ritenzione nella memoria del passo letto, autodettatura mentale del brano, stesura), ognuna delle quali può essere fonte di errori materiali di natura determinata. Distinti con esattezza i vari gruppi di parentela dei codici, è possibile applicare il criterio della eliminatio codicum descriptorum, per cui si trascurano e gli apografi di modelli conservati e i testimoni tardi di tradizioni rappresentate da prototipi più antichi, purché non siano penetrate in essi altre lezioni per trasmissione orizzontale. L'accertamento di questa condizione richiede ovviamente un esame dei manoscritti su base assai larga, non ristretto alle semplici cruces. La presunzione del Lachmann, che rifiutava i codici umanistici come deteriores in quanto sicuramente interpolati, si è dimostrata in molti cosi fallace e la metodologia più recente ha sancito tra i suoi principi che non basta un numero più o meno ampio di interpolazioni per negare autorità a un manoscritto o ad una edizione a stampa di cui non si conservino tutte le fonti: "chi rifiuta di servirsi degli interpolati, rischia di lasciar perdere anche la tradizione genuina" (G. Pasquali, cit. in bibl.).
Il raggruppamento dei codici superstiti non esaurisce l'indagine sulla t. m. : è necessario per lo più ricostruire di ciascuna famiglia, attraverso i suoi rappresentanti già variamente e notevolmente sfigurati, il capostipite, poiché solo di rado esso si conserva. Inoltre i vari capostipiti rappresentano a loro volta altrettante elaborazioni di uno o più modelli, le cui relazioni con l'originale occorre stabilire. E a questo punto che subentra la nozione di "archetipo n.
III. L'archetipo. - L'uso di questo termine presso i filologi non è ancora sufficientemente rigoroso, sicché una sua definizione non può trovare corrispondenza con tutte le accezioni cui di volta in volta viene adattato; la più recente è quella del Dain (v. bibl.) che designa l'archetipo come "il più antico testimone della tradizione cui il testo di un autore risulta affidato nella forma in cui ci è trasmesso \%. Il Dain introduce però una distinzione tra archetipo vero e proprio e quello che egli chiama "le plus-proche-commun-ancêtre-de-la-tradition": il primo sarebbe un unicum, un manoscritto depositato presso una biblioteca ufficiale; il secondo una sua copia che avrebbe dato origine, per vie spesso complesse e più o meno dirette, a tutti i rappresentanti sopravvissuti della t. m. In realtà tale precisazione, che viene a restringere il significato di archetipo, non sembra possa assumersi a regola generale : per molti autori dell'antichità, soprattutto latina, ale plus-proche-commun-ancêtre-de-la-tradition " risale ad un'epoca in cui la loro opera girava per le mani di tutti, si trovava nella bottega del bibliopola come nella biblioteca del privato, e non si può presumere per definizione che esso fosse copia di un testo ufficialmente depositato. Conviene quindi eliminare tale distinzione, riservandosi di esaminare di volta in volta l'esistenza o meno di un "subarchetipo *. Dalla definizione su riportata scaturiscono le seguenti osservazioni : 1) l'archetipo può essere rappresentato da un manoscritto giunto fino a noi, ma più spesso deve essere ricostruito attraverso le sue ramificazioni; 2) esso può coincidere con l'originale d'autore: ma si tratta di un caso, soprattutto per l'antichità, estremamente raro; 3) se la t. m. non è riducibile a forma unitaria, se cioè le sue forme sono più di una (recensione aperta), sono più d'uno anche gli archetipi; 4) l'archetipo è lo stadio più prossimo all'originale raggiungibile per via di recensio; al di là di esso, normalmente, può supplire solo, in fase di emendatio, la congettura, sfruttando considerazioni che superano la semplice valutazione della t. m. (critica storica, glottologia, grammatica, metrica e spesso la sensibilità estetica soggettiva); 5) questi stessi criteri rappresentano necessariamente l'unica guida nella scelta dell'uno o l'altro archetipo nel caso di recensione aperta;

(da M. Tulli Ciccronic Coto Maior, ed. A. Barricra, in Corpus Paraclianam, 14, Torino s.d., p. 31) Tradizione manoscritta - Stemona codicum della tradizione del Coto Maior di Ciccrone secondo A. Barricra. I discendenti di $t$ rappresentano codici deteriori tra cui quelli segnati con soli puntini sono di ctà umanistica.
6) solo con il concorso di una tradizione indiretta particolarmente ricca è possibile la ricostruzione (parziale) di un "prearchetipo".
Quanto esposto fin qui non coincide con l'affermazione espressa da G. Pasquali nel più geniale dei suoi lavori (v. bibl.), riassumendone in prefazione i risultati: "Non sempre la tradizione medievale dei testi greci e latini risale a un archetipo esso stesso medievale o appartenente al periodo più tardo dell'età antica ". Ma la contraddizione è solo apparente e scaturisce appunto da una diversa definizione del termine "archetipo"; mentre per il Dain, come si è visto, una recensione aperta ammette più archetipi, per il Pasquali, come già per il Lachmann, archetipo è solo la fonte unica, "un unico esemplare già sfigurato da errori e lacune ". Ciò che sostanzialmente interessa è che la t. m. di un testo, nella fase più antica cui sia dato risalire, può presentarsi o unitaria (tanto nel caso che discenda direttamente e a poca distanza dall'esemplare d'autore o addirittura si identifichi con esso, quanto nel caso che un solo esemplare si sia mostrato, da una certa epoca in poi, produttivo), oppure molteplice, già ramificata in tante tradizioni ognuna delle quali ha avuto una sua discendenza.
Come il raggruppamento dei manoscritti in famiglie conduce alla ricostruzione del capostipite, così la comparazione dei vari capostipiti porta a riconoscere l'archetipo. E evidente quindi l'importanza che si attribuisce alle varie operazioni in base alle quali si tenta di stabilire l'albero geoeslogico dei codici e si spiegano i vari tentativi di fissarle entro leggi sempre più precise per garantirne l'oggettività. Tra i più recenti vanno ricordati quelli di A. C. Clark e di dom E. Quentin, il primo basato sul calcolo numerico delle lettere nelle omissioni (che non siano però dovute ad omoteleuto) e nelle dittografie; il secondo sul rapporto che lega tra loro i codici di un gruppo ternario relativamente alla frequenza dell'accordo o del disaccordo per ciascuna variante, e quindi su quello che intercede tra il codice "intermedio" fra i primi tre e un altro, e così via. In realtà entrambi, ma soprattutto il secondo, non fanno che teorizzare, attraverso un complicato meccanismo, il principio del confronto in lezione
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deteriore, che rimane, se usato con acribia, il criterio più rapido e più sicuro per precisare i rapporti tra i vari manoscritti.
IV. Le varianti antiche. - Raggiunto l'archetipo, capita a volte di constatare come esso non rappresenti un testo stabile, ma rechi in più punti la testimonianza di varianti tra cui la tradizione già oscillava, prima che il lavoro di copisti serioni intervenisse ad alterare il testo. Il fenomeno si verifica particolarmente per quelle opere che ebbero fin da principio una larga diffusione, in cui la molteplicità di lezioni rispecchia appunto la consuetudine del pubblico con quel testo; citazioni a memoria, consonanze di ritmo, espressioni passate nell'uso proverbiale determinano facilmente mutazioni inconscic: il trovare riunite tali varianti nell'archetipo indica, di norma, che esiste un prearchetipo rappresentato da una antica edizione, la quale accoglieva le testimonianze di tradizioni parallele, per lo più distinguendole con segni critici, poi andati perduti. In qualche caso (rarissimo per l'antichità, più frequente per i testi medievali o recensioni), tali varianti possono risalire direttamente all'autore, rispecchiare due redazioni diverse entrambe consacrate da un'edizione, o espresse, perdurando l'incertezza della scelta, nell'unica stesura originale e di cui il pubblico si sia impadronito prima che la decisione dell'autore condannasse definitivamente l'una o l'altra. Eleggere in questo caso una variante non è possibile per via di recensio, e anche in sede di emendatio la scelta sarà obbiettivamente legittima solo ove subentrino testimonianze esterne in favore dell'una o dell'altra.
V. Lo «stemma codicum». - La t. m. di un testo si snoda quindi attraverso varie fasi che si riassumono schematicamente cosi : originale d'autore, prearchetipo, archetipo, capostipiti delle varie famiglie, ramificazioni terminali. In base ai risultati della ricerca si delinea allora lo stemma codicum, ossia la rappresentazione grafica dei rapporti di parentela fra testimoni conservati e gli studi precedenti cui gli stessi consentono di risalire. Essa permette di valutare a colpo d'occhio il posto di ciascun codice nella trasmissione del testo e costituisce quindi un criterio importante di cernita nella scelta delle lezioni: non elimina però l'intervento, caso per caso, della sensibilità critica individuale. Dall'uso all'altro stadio della t. m. può intercorrere uno spazio di tempo brevissimo come possono frapporsi interi secoli; ogni esemplare successivo, se da un lato raramente emenda gli errori meccanici del modello, sempre ne aggiunge di nuovi e talora modifica coscientemente secondo il gusto dell'epoca; puô d'altronde accogliere lezioni genuine per altra via. Ricostruire la storia della t. m. per un testo determinato non vuol dire quindi rinunzia all'acribia dell'editore, ma significa semplicemente indagine e sistemazione degli elementi indispensabili per individuare le alterazioni di quel testo e la loro origine: e significa anche penetrare nel gusto delle varie epoche e delle varie regioni che interessano tale storia, addentrarsi nelle tendenze di cultura,

(par cortesia di A. Pratesi)
Tradizionc manoscritta - Stemma dei principali codici della Regola di a. Benedetto (codices il Textus receptus) : Q originalo del Santo; 9 copia dell'originale fatto eseguire da Carlomagno: 2 apografo fedele della copia di Carlomagno eseguito dai conosci Tattone e Grimaldo (cod. S. Gello 914); 6 archetipo della t. cassinese; $\Sigma$ archetipo della t. interpolata,
nella sensibilità letteraria, nella capacità di intendere e di rivivere un autore da parte di uomini e di ambienti che da quell'autore distano di secoli. - Vedi tav. XLII.
Bibl.: L. Havet, Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins, Parigi 1911; Th. Birt, Kritik und Hermeneutik nebst Abriss des antiken Buchwesens (Handbuch d. Altertumswissenschaft, I, (II), Monaco 1913; A. C. Clark, The descent of manuscript, Oxford 1918; E. Quentin, Essais de critique textuelle, Parigi 1926; P. Mass, Textkritik (Einleitung in die Altertumswissenschaft von A. Oercke und E. Norden, I, (II), Lipsia 1927; G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze 1934 (ristampa, (vi 1931. Fondamentale; per la revisione di alcuni risultati cf. id., in Studi ital. di filol. class., nuova serie, 22 [1947], p. 261); A. Dain, Les manuscrits (Collection d'études anciennes, pubbl. dall'Assoc. G. Bubé), Parigi 1949; A. Pratesi, Quomodo palseografhica ratio ad textuum emendationem sit adhibenda, in Latinitas, I (1953), pp. 137-40; E. Arns, La technique du livre d'après it Yersine, Parigi 1953, passim (partic. pp. 129-72 e 179-87) Per la t. m. della Bibbia v. critica biblica; latine versioni della bibbia; voldata; cf. inoltre E. Jacquier, Le Nouveau Testament dans l'Eglise chrétienne, I: Le texte, Parigi 1912. Alessandro Pratesi
TRADIZIONI POPOLARI. - Sono anche indicate con il termine folklore, creato dall'archeologo inglese William J. Thoms (1803-83, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ambrogio Merton), e comparso nella rivista londinese Athenaeum ( 22 ag. 1846). Esso si compone di due parole di origine sassone: folk-popolo, e lore-sapere: quindi, letteralmente, sapere del popolo. Esso significa tanto lo studio delle t. p., quanto le tradizioni stesse. Ma il termine non si è diffuso senza contrasto. Così, i Tedeschi adottano Volkshunde e rivendicano alla Germania la priorità del termine che apparve la prima volta nel 1808, nella nota opera Il corno magico del fanciullo di Arnim e Brentano. In Francia ha prevalso il termine folklore, ma è stato ed è ampiamente usato anche quello di traditions populaires e, da alcu