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 stesse. Ma il termine non si è diffuso senza contrasto. Così, i Tedeschi adottano Volkshunde e rivendicano alla Germania la priorità del termine che apparve la prima volta nel 1808, nella nota opera Il corno magico del fanciullo di Arnim e Brentano. In Francia ha prevalso il termine folklore, ma è stato ed è ampiamente usato anche quello di traditions populaires e, da alcuni, traditionnisme; in Spagna accanto a folklore troviamo saber popular, in Grecia Anorpaqía, ecc.

In Italia si sono proposte e sperimentate varie sostituzioni, come demopsicologia (Imbriani, Carducci, e specie Pitrè), etnografia (Loria), letteratura popolare, demologia (Vidossi), popolazione (Tolomei), laografia, ecc. Ma ha prevalso quello di t. p. per ciò che riguarda il contenuto, e di storia delle t. p. per indicare la scienza che se ne occupa. Naturalmente, l'uso dei diversi termini è collegato con il problema del concetto e dei limiti di questa scienza.

Però, lo studio della vita tradizionale del popolo incomincia, come semplice "scoperta" del mondo degli umili, cui partecipano artisti e letterati dalla seconda metà del ' 300 e per tutto il secolo successivo, si sviluppa nel '700 come curiosità e ricerca erudita trovando in alcuni precursori le prime grandi linee teoriche, finché con il romanticismo, dall'interesse e dall'ammirazione si passa ai veri studi comparativi di carattere scientifico. E fenomeno europeo, ed in Italia, per restringerci al campo letterario, i segni più significativi della "scoperta" d'interesse artistico sono dati dalle fiabe popolari assunte a materia narrativa da prosatori, come quelle che compaiono nelle Piacevoli notti dello Strapazola (prima metà del sec. xvI), o quelle, raccontate con uno stile proprio ma con perfetta aderenza allo spirito delle donnicciole napoletane del Seicento, che compongono il Pentamerone di G. B. Ruelle ( $1373-1632$ ), la prima organica raccolta di fiabe apparsa in Europa, e tuttora una delle più importanti nella storia della novellistica popolare. Solo sessant'anni più tardi appariva in Francia la celebre raccolta dei Contes de ma mère l'oye di Charles Perrault (1697): l'interesse per le fiabe trionfò poi a Parigi nel Settecento, sino a divenire moda letteraria.

Fra i diretti precursori e fondatori della scienza delle 1. p. può considerarsi il Vico per alcune parti della Scienza nuova, dove sono già in germe molte di quelle idee che, con terminologia diversa o più precisa formulazione, il romanticismo propugnerà intorno al concetto generale di "popolo" e al molteplici valori ad esso attribuiti. Al-

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(per cortesia di mens. A. P. Frater).
Tradizioni popolari - La Madonna di Monserrato, Stampa popolare del sec. xVI, esposta alla Mostra delle Immagini Tolosane, al Musée national des arts et traditions populaires.
cune, anzi, come quelle sul carattere della mentalità dei popoli primitivi precorrono vedute e conquiste del pensiero contemporaneo. Notevole nel Vico anche la larga comparazione, per la quale si serve di materiale raccolto dai più vari paesi e tempi, nonché l'acuta intuizione del valore, anche come documento etnografico, di quelli ch'egli chiama i rottami d'antichità $c$. Sempre in Italia la corrente storica erudita prepara lo sviluppo della scienza delle t. p.: per merito del Muratori con alcuni capitoli delle Antiquitates Italicae, il trattato De superstitione vitando, ecc., del p. Michelangelo Carmeli con la Storia dei costumi sacri e profani (Padova 1750), di Nicola Valletta con la Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura (Napoli 1787) e di G. L. Marugi con i Capricci sulla jettatura (ivi 1788), e si potrebbero aggiungere vari altri trattatelli come il De Praeficis di Gerolamo Baruffaldi (Ferrara 1713) e la Pratica agraria di Giovanni Battarra (1788), ecc.

Vasto è anche l'interesse che sui diversi aspetti della t. p. si manifesta in Francia con il Traité des superstitions del Thiers (Parigi 1679), l'Histoire des oracles (1686) e l'Origine des fables del Fontenelle (ed. 1794), oltre al contributo portato dalle idee e da alcune opere del Lafitau, dell'Helvétius, del Montesquieu e del Voltaire.

Per la Gran Bretagna numerose notizie circa usanze e credenze popolari si trovano già nell'opera del medico seicentista Thomas Brown, Pseudodoxia epidemica, tradotta anche in italiano con il titolo Saggio sopra gli errori popolareschi e che rappresenta una delle tante manifestazioni della lotta che la Chiesa da un lato e l'illuminismo dall'altro hanno condotto contro la superstizione. D'interesse diretto sono le opere Antiquitates vulgares, or the Antiquities of the common people di H. Bourne (1725) e Observations on popular antiquities di J. Brand (1777). Particolare rilievo ebbe nel Settecento, sempre in Inghilterra, l'interesse per la poesia popolare, che precorse e preparò l'esaltazione che di tale poesia fece il romanticismo tedesco. Ad incitamento dell'Addison comparve a Londra (1723-25) in tre volumi la Collection of old ballads; ma il maggior influsso sui gusti letterari del tempo fu esercitato dalle Reliques of ancient English poetry (1765) del Percy, cui seguirono altre raccolte, per giungere a quella
di Walter Scott, The minstrelsy of the Scottish Border (1802-1803).

Ma si deve al romanticismo tedesco, e specialmente al Herder, al Goethe, al Bürger, se la poesia e la letteratura popolare assursero ai più alti valori e simboli estetici, politici e morali, alimentando raccolte e indagini di carattere sempre più scientifico. Si suole far cominciare lo studio metodologico delle t. p. dall'opera dei fratelli Wilhelm e Jacob Grimm, Kinder- und Hausmärchen (I vol. 1812, II vol. 1815, III vol. 1819-22, più volte stampata e tradotta nelle principali lingue), dove, oltre ai testi raccolti, si ha un'indagine comparativa e una teoria interpretativa generale. Non è da meravigliarsi se l'impulso dato dal romanticismo si fece sentire prevalentemente nello studio della letteratura popolare, canti e fiabe : tale impulso si continuò per tutta la prima metà dell'Ottocento e anche oltre, suscitando nelle principali nazioni d'Europa, non escluse quelle di lingua slava, una ricca fioritura di raccolte e di studi, che servirono a mettere in sempre maggior luce l'importanza della vita popolare e delle sue espressioni poetiche.

Per l'Italia, l'opera più significativa si deve al Tommaseo con la grande raccolta di Canti popolari toscani, corsi, illirici, greci (4 voll., Venezia 1841-42). Lo spirito di nazionalità, che tanto operò nella storia europea dell'Ottocento, vi concorse come elemento animatore, specie in quei paesi in cui mancava un'antica e ricca tradizione letteraria e ravviò anche l'interesse per gli usi e costumi. In Francia, durante il periodo napoleonico fu promossa una inchiesta ufficiale, i cui questionari furono preparati dall'Académie celtique di Parigi, specialmente ad opera di J. A. Dulaure (cf. Mémoires di tale Accademia, t. I, 1808, pp. 72-86). L'inchiesta, condotta attraverso i prefetti dei vari dipartimenti, fu continuata, anche dopo Napoleone, con una copiosa e preziosa raccolta di materiali folklorici, pubblicata negli annali e nelle statistiche ufficiali. Tale inchiesta fu estesa anche al primo Regno d'Italia negli anni 1809-11 con notevoli risultati. Come effetto di essa deve considerarsi l'opera di Michele Placucci, Usi e pregiudizi dei contadini della Romagna (Forlì 1818) : una delle prime opere, non soltanto in Italia, che offra un quadro sistematico e preciso delle t. p. di una determinata regione. Lo studio delle t. p. si sviluppa durante il sec. xix acquistando un carattere sempre più sistematico, anche perché, per tutta la parte che riguarda la poesia popolare e le fiabe, viene compreso nel quadro di una delle scienze più progredite, la filologia. La tradizione orale viene integrata con testi letterari e si hanno le formulazioni delle teorie sull'origine delle fiabe: quella mitica dei fratelli Grimm e di Max Müller (Essay on comparative mythology, Oxford 1856) e quella indianista del Benfey (1809-81), sviluppate entrambe da numerosi seguaci. Dalla fase romantica, di entusiasmo e di teorizzazione un po' fantastica, si passa alla fase positivista e del metodo storico, ove la ricerca delle fonti e dei documenti diventa condizione basilare e serve alla ricostruzione e interpretazione storica. Per l'Italia basti ricordare C. Nigra, D. Compa. retti, A. D'Ancona, con numerosi discepoli e collaboratori.

Nella seconda metà dell'Ottocento l'orizzonte delle t. p. si allarga e si fa più intensa, nelle varie nazioni, la raccolta e l'elaborazione dei dati. Si costituiscono le prime società di studiosi (la Folklore Society di Londra nel 1878), si pubblicano le prime riviste specializzate e si ha una sempre più intensa attività di raccolta e di sistemazione di materiali. Rappresentante di questo secondo periodo è, in Italia, Giuseppe Pirtè (v.), la cui multifunine opera rispecchia i principali orientamenti e risultati costruttivi, in una sfera non soltanto italiana, ma europea. Lo studio delle t. p. riceve un impulso, determinante per la sua definitiva affermazione scientifica, dallo sviluppo dell'etnografia, specie per merito della scuola antropologica inglese, che, pur con indirizzo prevalentemente naturalistico, comprende anche le manifestazioni del mondo morale e culturale dei popoli primitivi. Appunto dalle ricerca dei rapporti e delle concordanze fra usi costumi credenze dei primitivi e quelli dei volghi delle nazioni civili, il folklore riceve preziose illuminazioni e rivela in pieno il suo carattere. Fra le più significative opere di questa scuola si ricorderanno: Primitive culture ( $1^{a}$ ed.

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1871) di E. B. Tylor; Myth, ritual and religion (1887) di A. Lang, e The golden bough ("Il ramo d'oros) di J. G. Frazer ( $1^{\text {a }}$ ed. 1890: $3^{\text {a }}$ ed., in 12 voll., 1911-15; trad. it., in 2 voll., 1970). Le concezioni dei primitivi, pur con interpretazioni diverse, a seconda degli autori, vengono spiegate anche con l'apporto delle rispondenze ch'esse trovano nelle t. p. tuttora vive nelle diverse nazioni. L'indagine si estende all'origine delle fiabe e specialmente alla somiglianza di motivi e temi tra fiabe di lontanissimi paesi, rilevando la stretta affinità di concezioni e usanze dei popoli primitivi e la fondamentale identità dello spirito umano manifestantesi con le comuni doti di fantasia e inventiva. Lo sviluppo della scuola antropologica inglese, che ha improntato l'attività scientifica in questo campo anche fuori dell'Inghilterra, specialmente in America, fu preparato e affiancato dalle opere di alcuni studiosi tedeschi, quali Mensch in der Geschichte di A. Bastian (1859) e Antike Wold-und Feldhalle (1876) di W. Mannhardt. Le dottrine del Bastian sulle "idee elementari" comuni a tutti i popoli e quelle "etniche" proprie dei singoli "hanno condotto ad ammettere che forme identiche di cultura possono nascere ovunque, e sono sboccate nella tesi evoluzionistica di uno sviluppo quasi fatale delle civiltà primitive al di fuori di ogni nesso storico" (Vidossi). Queste dottrine sono state superate grazie alle indagini obbiettive svolte da numerosi ricercatori appartenenti a diverse correnti scientifiche, prima fra tutte quella che fa capo al p. W. Schmidt, risultanze le quali, pur riguardando l'etnologia sono feconde di applicazione anche nel campo delle t. p.

Un apprezzabile impulso è venuto inoltre dallo sviluppo della sociologia, perché la t. p. ha il suo elemento naturale e la sua ragion di essere nella vita delle collettività associate. Il folklore, pertanto, da alcuni studiosi, come il francese A. Van Gennep e il belga A. Marinus, viene compreso in un sistema sociologico. L'aspetto fecondo di questo indirizzo è costituito dal porre la tradizione come elemento unitario ed essenziale del folklore e dal concepirla come attività perenne, non come semplice sopravvivenza o rottame di antichità. E del Marinus la formula "le folk-lore est immortel", mentre il Van Gennep, con il suo Manuel de folklore français contemporain (in corso di pubblicazione dal 1937: finora uscito 8 grossi volumi) offre un modello della raccolta sistematica completa e dell'interpretazione comparativa delle t. p. di una grande nazione. Se pure al fondo dei suoi principi teorici si riscontrano residui di ormai superate concezioni naturalistiche, nella realtà dell'attuazione, questa monumentale opera sta a dimostrare l'importanza e il valore della scienza folklorica.

Si è cosi arrivati alle diverse e talora contrastanti correnti che si affrontano o si integrano nel folklore di oggi. Si deve principalmente al tedesco F. Naumann, Grundzüge der deutschen Volkskunde (1921) la revisione del concetto di t. p., la valorizzazione dell'influsso esercitato dalla cultura delle classi elevate, l'affermata necessità di discriminare, nel folklore, la "materia colta decaduta", di origine individuale, da quell'altra che egli considera primitiva e perciò stesso collettiva. In tal modo il Naumann ritiene di conciliare il contrasto tra l'etnologia naturalisticamente intesa e la storia della cultura, contrasto che invece si supera e annulla nella moderna concezione storico-culturale dell'etnologia. Sulla strada da lui aperta si muove lo svizzero E. Hofmann-Krayer, che approfondisce criticamente e quindi modifica alcuni degli aspetti delle teorie del Naumann, mettendo in rilievo l'importanza fondamentale delle creazioni e innovazioni dovute ai singoli individui anche negli strati più umili, e caratterizzando il fenomeno dell'assimilazione di una data forma di vita da parte della collettività.

Anche il recente sviluppo delle teorie linguistiche generali influisce favorevolmente sulla chiarificazione del concetto di t. p. I due studiosi russi P. Bogatyrev e R. Jacobson, nel saggio Die Folklore als eine besondere Form des Schaffens (1929), partendo dalla distinzione stabilita dal De Saussure tra lingua e parola (il primo termine inteso come fatto sociale e il secondo come espressione individuale) mettono in rilievo che le innovazioni o crea-
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(IV. A. D.P.)

Tradizioni popolari - Festa di s. Paolo, patrono dei caserres ad Grigny. La chiesa del villaggio durante la Messa pontificale è interamente decorata con plurlande di piccoli costi, secondo una millenaria tradizione.
zioni dei singoli componenti la collettività cominciano a esistere come tradizione solo quando vengono assimilate dalla collettività stessa con un perenne processo di scelta e di eliminazione, che non è mero meccanismo passivo ma attività creativa. Queste teorie dei due studiosi ora citati solo in parte concordano con quelle che dominano oggi, quasi con crisma ufficiale, nell'URSS e che mettono l'accento sulla funzione sociale del folklore, considerandolo non tanto come eco del passato quanto come voce del presente, espressione dell'anima e della vita delle classi popolari. Da notare che il folklore ha in Russia il significato ristretto di letteratura popolare, escludendo gli usi e costumi che vengono fatti rientrare nell'etnografia: ciò in strano contrasto con le concezioni ufficiali del carattere della letteratura, a cui viene imposto un preciso compito di rapporto pratico con la vita sociale, quel rapporto che appunto contraddistingue costantemente la poesia popolare. Comunque la scienza folklorica, che già nell'Ottocento annoverò il Vesselovski, conta ora M. Azadovski, E. Kazarov, B. e J. Sokolov, V. J. Propp.

A integrare il quadro delle attuali posizioni dello studio delle t. p. è da ricordare la corrente che in Germania, in funzione degli interessi politici del nazismo, ha cercato di porre come oggetto fondamentale della ricerca folkloristica la caratterizzazione della germanità nelle specifiche qualità razziali. Ma, al di fuori delle deviazioni ed esagerazioni, deve riconoscersi l'apporto sostanziale recato dagli studiosi tedeschi e austriaci con opere di indagine sistematica e di ampia sintesi, con l'organizzazione di centri di studio, con la realizzazione dell'Atlante demologico tedesco e del Handelsbrierbuch des deutschen Abertlaubens (dal 1928 in 10 voll.: a cura di E. HoffmannKrayer e E. Bächtoid-Stäubli): basti ricordare i nomi di J. Meier, A. Spamer, P. Geiger, W. Pessler, A. Harmjanz, e, per l'Austria, M. e A. Haberlandt e L. Schmidt.

Quanto all'Italia, in questi ultimi trent'anni si è avuta una fervida ripresa, cui hanno contribuito, in comune lavoro, correnti filologiche ed estetiche insieme con quelle etnologiche. Per merito di Michele Barbi e dei suoi scolari, tra cui Vittorio Santoli, sono stati impostati su nuove e severe basi metodologiche i problemi della storia della poesia popolare e dell'edizione critica dei conti popolari, raccolti dal Barbi in un cinquantennio di ricerche. Notevole apporto è stato anche recato dai dialettologi: Luigi Sorrento ha ideato e diretto una "Collezione di

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(fot. Franccachi)
Tradizioni popolari - Costruzione di un arcolaio - Saint-Véran (Hautes-Alpes).
canti, novelle, tradizioni delle regioni d'Italia" ( 14 voll., Milano, ed. Trevisini). Si deve a Benedetto Croce l'introduzione del concetto di tono psicologico per caratterizzare la poesia popolare, concetto fecondo di applicazione per tutte le altre forme di arte popolare e per il folklore in genere. Alcune sue dottrine nel campo storiografico hanno offerto nuove basi teoriche per una concezione storicistica dell'etnologia e delle t. p. Inoltre si segnalano i suoi studi sul Basile e sulla letteratura popolare.

I principali orientamenti e risultati della scienza folkloristica internazionale sono stati assorbiti, attraverso un vaglio critico, e utilizzati per studi originali da alcuni eminenti studiosi, tra cui Giuseppe Vidossi e Raffaele Corso : questi, con il suo trattato Folklore (1 ed. 1923; $4^{\circ}$ ed. 1953), con la riv. Il Folklore italiano (da 1925), con l'insegnamento universitario di etnografia e con importanti lavori ha dato valido impulso agli studi di t. p. su basi etnografiche. Ma una nuova generazione si sta affermando, favorita nel suo lavoro dalla recente istituzione di cattedre di storia delle t. p. nelle Università di Roma (Toschi), Palermo (Cocchiara), Catania (Naselli). Un corso sulla poesia popolare è tenuto anche, su lascito del Barbi, alla Scuola Normale Superiore di Pisa (Santoli e Vidossi), ove si sta preparando l'edizione della "Raccolta Barbi».

Quanto al dominio del folklore, oltre alla scuola russa che lo restringe alla "letteratura orale", tengono analogo atteggiamento gli studiosi finnici, la cui attività è pur tanto meritoria; e si accosta loro l'americano A. Haggerty Krappe (The science of folk-lore, Londra 1930). La scuola inglese concepisce il folklore, secondo le dottrine evolu-zionistico-antropologiche, come storia primitiva dell'uma nità, risolvendo tale storia in alcuni atteggiamenti psichici primordiali, si che non ne delimita il campo nei confronti dell'etnografia. Una recente scuola sorta in Francia con a capo A. Varagnac ne fa un ramo della nuova scienza chiamata archéocivilisation, inquadrata nella preistoria e nell'archeologia.

D'altra parte, divergenze ci sono anche circa il significato e l'estensione della parola "popolo", riconoscendosi il folklore più proprio delle classi umili, del volgo,
onde la formola del Hoffmann-Krayer "vulgas in populo ", e il nome di laografia dato alla scienza, con riferimento a laos $=$ popolino, piuttosto che a demos $=$ popolo. Di conseguenza si ha pure che il folklore viene concepito come un capitolo dell'etnografia, e cioè "etnografia del volgo" (Corso) o come "studio dei volghi nei moderni popoli civili" (Pettazzoni). Ma, specie dagli studiosi tedeschi, è stato rilevato che folklore trovasi in ogni strato sociale, che non è possibile tracciare nette divisioni tra le varie classi e che quindi la formola "vulgas in populo" appare inadeguata, incerta e troppo angusta. Si cerca perciò di usare come principio delimitativo una determinata mentalità definita "associativa" e che trova rispondenza nel concetto crociano di tono psicologico.

Anche sulla base di questo principio, la maggioranza degli studiosi più qualificati, in Francia come in Italia, in Germania come in Svizzera e altrove, ha sempre compreso nel folklore sia la letteratura popolare sia il complesso di usi e costumi, credenze e pregiudizi. Il legame che stringe nella realtà della vita i fatti folklorici, "letteratura orale" e "tradizioni oggettive", come un tutto inscindibile, è costituito dal carattere funzionale della poesia popolare sempre indissolubilmente congiunta alle forme della vita del volgo, e usata, di regole, per scopi pratici. Questo carattere unitario trova poi la sua ragione prima e profonda nel fatto che tutti gli aspetti delle t. p. sono manifestazioni di un'unica forza spirituale propria della vita umana associata, e necessaria per la conservazione e lo sviluppo della civiltà. Pertanto, considerata nel suo essere, la t. p. si rivela come una perenne forza spirituale dei gruppi associati, la quale, per opera degli individui più adatti, crea, conserva e tramanda quelle forme di vita pratica, estetica e morale, che ai gruppi stessi sono necessarie e congeniali, mentre rinnova o elimina via via quelle che sono morte e superate.

Lo studio delle manifestazioni di queste forze e la ricerca delle norme che le regolano costituiscono l'oggetto della scienza delle t. p. e le conferiscono piena autonomia. Lungi dall'essere un semplice capitolo dell'etnografia, essa si presenta quindi, accanto alla storia della lingua, delle religioni, delle istituzioni giuridiche, ccc., come un ramo della storia della civiltà umana.

Le sue principali manifestazioni si possono poi indicare con queste parole del Pitré : "Fiabe e favole, racconti e leggende, proverbi e motti, canti e melodie, enimmi e indovinelli, spettacoli e feste, usi e costumi, riti e cerimonie, pratiche, credenze, superstizioni, ubbie, tutto un mondo palese ed occulto di realtà e di immaginazione si muove e si agita, sorride, geme a chi sa accostarvisi e comprenderlo ". Da quanto sopra si è detto appaiono evidenti i rapporti che lo studio delle t. p. ba con altre scienze : con la linguistica, per i problemi d'ordine generale e per quella sezione che considera insieme "parole e cose"; con la storia delle religioni, in quanto tutta la vita tradizionale è permeata di religiosità; con la psicologia, per certe manifestazioni della mentalità e del tono psicologico dei volghi; con la preistoria e l'archeologia, con la storia letteraria, la storia dell'arte e della musica, del diritto, delle scienze naturali, della pedagogia, ecc., per i loro costanti e reciproci influssi.

Quanto al metodo di studio, esso può ricondursi a due momenti principali: il primo di raccolta e di descrizione, il secondo d'interpretazione. Per la raccolta, uno degli strumenti di lavoro che, se ben usato, rende utili servigi, è costituito dai questionari, elenchi di domande predisposte e ordinate in rapporto allo scopo delle ricerche. Se ne sono compilati moltissimi da società e comitati come da singoli studiosi: si citano a modello quelli del Van Gennep. Per documentazione di costumi, feste, scene di vita, ecc. è consigliato l'uso più largo possibile dei moderni mezzi tecnici : fotografia, cinema, registrazione fonografica, fonofilm. Un efficace complemento è costituito dalla raffigurazione cartografica (Van Gennep), che raggiunge la forma più complessa e perfetta con gli atlanti demologici, ove i principali fatti folklorici sono rappresentati con gli stessi metodi degli atlanti linguistici. Quello per il folklore della Germania è già stato realizzato; quello della Svizzera è in via di compilazione; per l'Italia

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un programma sistematico fu delineato dal Vidossi. Tali atlanti sono anche validissimo strumento per la comparazione e l'interpretazione. Notevoli servigi allo studio della letteratura popolare ha recato il metodo finnico, cosiddetto perché ideato e applicato dagli studiosi finlandesi, tra cui, primi, Julius e Kaarle Krohn. Basandosi sulla ricerca geo-grafico-storica, tale metodo si propone di seguire le fiabe (e apologamente le canzoni popolari e gli altri fatti folklorici) nella loro complicata vicenda, di stabilire le forme proprie di ciascuna area di diffusione, e, attraverso le forme proprie di ciascuna area, giungere agli archetipi supposti come composizioni dovute a un singolo autore. L'applicazione della geografia folklorica al canto popolare ha ricevuto nuovo impulso da R. Menéndez Pidal : in tale ordine di ricerche è da mettere anche il trasferimento delle norme areali linguistiche, formulate da Matteo Bartoli, nel campo della poesia popolare e del folklore in generale. La ricerca interpretativa di un fatto folklorico, attuata per mezzo della comparazione e della documentazione storica, mira a stabilire il carattere originario, i campi d'irradiazione, le innovazioni e gli adattamenti attraverso il tempo e lo spazio, nella forma e nel significato, per giungere a una piena comprensione che l'inquadri nelle concezioni generali a cui s'ispira e nella corrente della vita sociale entro cui si muove.

Di valido aiuto allo sviluppo degli studi delle t. p. sono i musei folklorici ed etnografici istituiti nei diversi paesi con carattere nazionale e regionale, specialmente nel nord dell'Europa. In Svezia il Nordiska Museet sorse fin dal 1872 : caratteristico e di grande importanza culturale e sociale il Museo all'aperto di Stoccolma, fondato nel 1908 dall'Azelius. Con gli stessi criteri è sorto il Norsk Folkemuseum di Oslo per la Norvegia, quello di Arnhem in Olanda e altri. Notevoli per ricchezza di collezioni il Museo nazionale di Helsinki, il Museum für Völkerkunde e il Museo di arte industriale a Berlino, il Deutsches Museum di Monaco, il Museum für Volkskunde di Vienna; posseggono musei folklorici di grande interesse Anversa e Liegi per il Belgio; Basilea per la Svizzera; Varsavia e Cracovia per la Polonia; Praga, Luhsičovice e Brno per la Cecoslovacchia; Lubiana, Zagabria e Spalato per la Jugoslavia; Cluj per la Romania; Salonicco e Atene per la Grecia; Madrid per la Spagna; Lisbona per il Portogallo. Per l'Italia il Museo di etnografia italiana, fondata da Lamberto Loria e dai suoi collaboratori, conta preziose collezioni con oltre 35 mila oggetti (provvisoriamente collocato alla Villa d'Este di Tivoli). Tra i musei regionali primeggia a Palermo il Museo di etnografia siciliana, fondato dal Pitrè e riordinato dal Cocchiara; altri sono sorti a Forlì, La Spezia, Tolmezzo, Bolzano. Importanza capitale hanno poi le riviste specializzate, di cui le principali sono in Inghilterra: Folklore (dal 1889); Francia: Mélusine (1877-87, ripresa, ma per poco, nel 1897), La tradition (1888-98), Revue des traditions populaires (1886-1923) e Nouvelle revue des traditions populaires (ripresa recentemente); Germania : Zeitschrift für Volkskunde (dal 1891); Polonia: Lud (dal 1895); Austria: Österreichische Zeitschrift für Volkskunde; Svizzera: Schweizerisches Archiv für Volkskunde (Basilea); Spagna: Revista de dialectologia y tradiciones populares; America: Journal of American Folk-lore (Filadelfia), Western Folk-lore (Los Angeles), e di carattere internazionale, Folk-liv (Stoccolma) e Journal of international Folk-music Council (Londra); per l'Italia: Archivio per la raccolta e lo studio delle t. p., dir. Pitrè e S. Salomone-Marino (1882-1907); Rivista delle t. p. italiane, dir. A. De Gubernatis (1893-95); Lares (1* serie, dir. Loria e Novati, 1912-15; 2* serie, dir. P. Toschi, dal 1930); Il Folklore italiano, dir. R. Corso, dal 1925, ripr. con il tit. Folklore; oltre ad altre minori e regionali : Il Giambattista Basile, Ce fastu, La Piè, ecc.

Pur con diversità di motivi e differenza, e talora contrasto, d'indirizzi, è da riconoscere che gli studi di t. p. sono ovunque in piena fioritura. Tale attività viene rispecchiata nella Volkskundliche Bibliographie che, a cura di E. Hoffmann-Krayer e P. Geiger, si pubblica periodicamente a Berlino dal 1919, ripresa ora dopo l'interruzione dovuta alla guerra. - Vedi tav. XLIII.
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(per sartoria di P. Toschi)
TradizIONI POPOLARI - Pane sardo confezionato per speciali ricorrenze.

Birl.: oltre alle opere cit., G. Pitrè, Bibliogr. delle t. p., Torino-Palermo 1894; L. Gomme, Folklore and histor. science Londra 1908; P. Sébillot, Le Folkl., littéral, orale et ethnogr. traditionnelle, Parigi 1913; Ch. S. Burne, The Handbook of folk., Londra 1914; R. Corso, Folkl., 1* ed., Roma 1923; $4^{4}$ ed., Napoli 1923; K. Krohn, Die folklorist. Arbeitsmethode, Oslo 1926; O. Schreiber, Nationale und internat. Volkskunde, Düsseldorf 1930; A. Marinus, L'importance sociolog. du folklore., in Bull. Soc. Anthrop., Bruxelles 1932; I. Schrijnen, B'at is Volkskunde, in Onze Taaltsin, 2 (1935), pp. 65-72; A. Spanner, Die deut. Volkshunde, 2 voll., Berlino 1935; P. Santyves (pseud. di E. Nourry), Manuel de folkl., Parigi 1936; G. Vidossi, Nuovi orientam. nello studio delle t. p., in Atti del III Congr. naz. di arti e t. p., Roma 1936, pp. 168-81; G. Brocherel, Arte popolare valdostana, ivi 1937; A. Van Gennep, Manuel de folkl. français contempur., 8 voll., 1937-33; G. Crociomi, Problemi fonda ment. del folkl., Bologna 1938; A. Varsignac, Définition du folkl., Parigi 1938; W. Peveler, Handbuch der deutsch. Volkskunde, 3 voll., Potsdam 1938; E. Harmians, La demologia tedesca, in Lares, 10 (1939), pp. 257-68; I. Sokolov, Le folkl. russe (trad. franc.)., Parigi 1945; P. Toschi, Guida allo studio delle t. p., Roma 1945; id., Bibliogr. delle t. p. d'Italia dal 1916 al 1940, I. Firenze 1946; id., Nuovi orientamenti nello studio della poesia poesia popol., in Lares, 16 (1950), p. 7 sgg.; id., Il folkl., Roma 1951; J. Leclercq, Dévotion privée, piété populaire et liturgie au moyen âge, in Etudes de pastorale liturgique (Lex orandi, 1), Parigi 1944, pp. 151-56; R. Weiss, Volkskunde der Schweiz, Erlem-bach-Zurigo 1946 (specialmente tutta la $1^{4}$ parte che riguarda: 1. Volk und Volkskunde, 2. Volkaleben und Volkskultur; 3. Volkskunde und Wissenschaft); L. De Hoyos Sains-Nieves de Hoyos Sancho, Manual de folkl., Madrid 1947; G. Cocchiara, Stor. degli studi delle t. p. in Italia, Palermo 1947; id., Storia del folkl. in Europa, Torino 1953; F. Krüger, Géographie des tradit. pop. en France, Medoza 1950; V. Santoli, Gli studi di letterat. popol., nella miscellanea Cinquant'anni di vita intellettuale ital. 1696 1940, Napoli 1950; G. Gugira, Das Jahr und seine Feste im Volksbrauch Österreichs, 2 voll., Vienna 1949-50. Paolo Toschi

TRADUCIANISMO. - Teoria, secondo la qualele anime degli uomini (tranne quella di Adamo ed Eva) vengono trasfuse ai figli dai genitori. Questa teoria (t.) si oppone alla dottrina, secondo cui le singole anime sono immediatamente create da Dio. (creazionismo).
I. Storia. - Il t. ha avuto nella Chiesa occidentale uno sviluppo notevole, di cui i rappresentanti più significativi furono Tertulliano (De anima, 27) e s. Ago-

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stino (De libero arbitrio, III, 20-21; De Genesi ad litteram, X, 11-26; Ep., 166 e 190; De Anima; Retractationes, I, 1, 3; II, 45, 56), sostenitore il primo di un t. materialista, e il secondo incerto di fronte ad un t. spiritualista. Secondo il t. materialista l'anima umana deriverebbe da un seme materiale; secondo il t. spiritualista invece (t. che oggi è chiamato di preferenza «generazionismo») l'anima del figlio deriverebbe dall'anima del genitore. Il modo di spiegare questa derivazione è senza dubbio difficile : a. Agostino si espresse con un'immagine che in seguito divenne classica: "Come una fiaccola ne accende un'altra senza che la fiamma comunicante perda nulla della sua luce, cosi l'anima si trasmette dal padre al figlio" (Ep., 190, 15). Si tratta di una semplice immagine, ed egli sentì che essa non risolveva gli enigmi di questa generazione, infatti si domanda: "Il germe immateriale dell'anima passa forse dal padre alla madre, attraverso qualche segreto ed invisibile canale nell'atto del concepimento? Oppure, cosa più difficile ad ammettersi, tale principio è latente nel germe materiale del corpo? E che succede del seme spirituale quando dopo un'unione coniugale non segua la generazione?" (Ep., 190, 15). Sono queste le fondamentali difficoltà del t. spiritualista ed emersero in tutti i periodi della storia; J. Frohschammer (v.) per poterle superare elimino nella sua Difesa del generazionismo (1845) l'idea di ogni seme materiale e spirituale, e attribuì un'efficacia creatrice all'azione dei genitori riguardo all'anima del figlio. E questa l'espressione più aggiornata del t.; tale infatti non può dirsi l'opinione del Rosmini, per il quale il figlio deriva dal genitore solo la sua anima sensitiva, che diventa intellettiva arrivando a conoscere l'essere ideale e unendosi ad essa come alla sua forma intelligibile.
II. Magistero della Chiesa. - I documenti del magistero sul t. non sono molti e nessuno è definitorio. I primi interventi risalgono alla lotta contro i manichei e i priscillianisti; fu condannato l'emanatismo e l'idea di una preesistenza delle anime in uno stato dal quale sono decadute in questo mondo a causa di un loro peccato; invece è affermato il principio che l'anima è creata da Dio (cf. Simbolo di Toledo del 447; Denz-U, 20, 31; II Concilio di Braga del 561; Denz-U, 235-236). Nello stesso senso e più chiara è la lettera XV di s. Leone a Turibio nel 447: "Nec ab alio incorporantur nisi ab opifice Deo qui et ipsarum est creator et corporum" (PL 54, 685). Il documento più esplicito sul t. è una lettera di Anastasio II (del 498) ai vescovi della Gallia, in cui condanna chi ritiene che i genitori come generano il corpo per seme materiale, cosi donino ai loro figli anche l'anima; tale opinione è dichiarata nova haeresis (Denz-U, 170). Tra i documenti successivi è da ricordare la condanna del 1341 contro l'opinione, secondo cui l'anima umana del figlio procede da quella del padre (ibid., 533) e il decreto del Concilio Lateranense V (ibid., 738). Nel sec. xix il magistero è intervenuto con la condanna (1857) del libro del Frohschammer e della XX proposizione rosminiana; e recentemente con l'encicl. Humani generis, dove trattando dell'evoluzionismo il Papa fa incidentalmente questa dichiarazione : "La fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio" (AAS, 44 [1950], p. 375).

Nessuno di questi documenti è definitorio, però essi sono sufficienti per concludere che un cattolico non può sostenere nessuna specie di t. : quello materialista perché eretico (esso nega infatti la spiritualità dell'anima), quello spiritualista (sia che faccia derivare l'anima del figlio da un seme spirituale, sia che attribuisca all'azione dei genitori un'attività creatrice) perché erroneo. Il cosiddetto t. di Rosmini è invece solo un'opinione condannata (Denz-U, 1910).
III. Confutazione del t. - Il t. spiritualista (ci si limita a questo, poiché quello materialista risulta eliminato dalla dimostrazione della spiritualità dell'anima) non è sostenibile né con argomenti filosofici né con argomenti desunti dalla Rivelazione, anzi nell'uno e nell'altro campo si sono prove che ne dimostrano l'inconsistenza. Il maggiore argomento filosofico del t. è questo : se i genitori non trasmettono l'anima ai loro figli, essi non possono
dire di averli generati, poiché producono non un essere simile a se stessi, ma solo un corpo : per conseguenza l'attività dell'uomo nella generazione dovrebbe ritenersi inferiore a quella dell'animale, che genera la sua prole quanto al corpo e l'anima sensibile. Tale ragionamento si fonda però su una errata concezione filosofica dell'uomo, che non è un composto accidentale di corpo e di anima, ma un composto sostanziale. Solo nella prima ipotesi i genitori, non producendo l'anima del figlio, non possono dire d'averlo generato; ma non nella seconda ipotesi; infatti perché i genitori possano dirsi causa della nascita di un essere umano è sufficiente che generino un suo elemento sostanziale (il corpo), il quale "esiga" che Dio intervenga a creare l'altro. Un altro argomento a cui facilmente ricorrevano i traducianisti del secolo passato, è quello delle ereditarietà : se non si ammette che l'anima dei figli deriva da quella dei genitori, non si potrebbero spiegare le mutue somiglianze che non sono solo fisiche e somatiche, ma anche psichiche e spirituali. La risposta è facile: l'intimo legame, che l'esperienza constata e che la filosofia tomista illustra, tra corpo e spirito aiuta già a capire come chi deriva il proprio corpo da un altro gli assomigli anche spiritualmente; non si deve poi dimenticare che genitori e figli appartengono a un medesimo ambiente familiare e storico, il quale ha una grande importanza nella formazione della mentalità e del carattere di un individuo, cioè nella formazione della sua fisionomia spirituale. La confutazione del t. viene completata da argomenti che gli sono direttamente contrari. Si deve escludere un t. materialista perché in questa ipotesi o si nega la spiritualità dell'anima, o si deve dire che una causa (seme materiale) può produrre un effetto che le è superiore (anima spirituale). E necessario escludere anche un t. generazionista perché è difficile immaginare quale potrebbe essere l'azione di un'anima che genererebbe un'altra anima (difficoltà di s. Agostino) : in ogni caso trattandosi di generazione, si dovrebbe dire che una parte dell'anima dei genitori passa al figlio; ora ciò non si può verificare perché l'anima dei genitori è indivisibile, essendo semplice (cf. D. Mercier, Psycologie. II, Lovanio 1908, p. 332). L'ipotesi di Frohschammer è da escludersi, perché una creatura non può creare; quanto all'opinione del Rosmini essa è legata a tutto il suo sistema e ne condivide pertanto le debolezze.

Dal punto di vista teologico la confutazione è ancor più facile. Il t. non può infatti vantare in proprio favore nessun argomento di S. Scrittura: i pochi passi citati (p. es., Gen. 1, 28; 5. 3, 46, 26) non provano nulla. Non può nemmeno invocare qualche vera contraddizione o anche solo qualche difficoltà derivante da altre dottrine di fede: la trasmissione del peccato originale può spiegarsi bene anche nel creazionismo (v.); ritenere Dio creatore delle anime non vuol dire farlo responsabile dell'eventuale illiceità di un atto coniugale. Né il t. può richiamarsi alla tradizione dei Padri, poiché l'opinione di Tertulliano e di altri scrittori occidentali che l'hanno più o meno seguito su questo punto (s. Girolamo, con evidente esagerazione diceva seguace del t. la maggior parte dei latini: Ep., 125, 2), e le incertezze di s. Agostino non sono sufficienti per trarre un argomento definitivo. La linea di sviluppo della tradizione infatti non è, come possono dimostrare anche i pochi documenti citati, in senso traducianista, ma in senso creazionista.

Biel.: M. Liberatore, Dell'Uomo, II. Dell'anima umana, $2^{2}$ ed., Roma 1875, pp. 179-250 (soprattutto per le dottrine del Frohschammer e del Rosmini); T. Espliana, Summa philosophica, II, $2^{2}$ ed., Lione 1878, pp. 153-69; G. Morando, Esame critico della XL proposizioni rosminiane, Milano 1904, pp. 263-328; D. Mercier, Psycologie, II, $2^{2}$ ed., Lovanio 1908, pp. 330-39; L. Janssens, Summa theol., VII. De hominis natura, Roma 1918, pp. 391-667; A. Zacchi, L'uomo, II, Roma 1921, pp. 105-32; L. Lercher, Instit. theol. dogm., II, Barcellona 1945, pp. 312320; A. Michel, Traducianisme, in DThC. XV (1946), coll. 1350 1365.

TRAIANO (M. Ulpius Traianus), Imperatore romano. - N. a Italica, moderna Santiponce presso Siviglia, nella provincia Baetica. Fu il primo imperatore non nato in Italia, e la vivacità con cui Cassio

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Dione rileva il fatto, dimostra come esso dovette esser salutato con soddisfatto orgoglio dai cittadini romani delle province. La Spagna era del resto tra le regioni più intensamente permeate dalla civiltà latina.

Ad uffici onorifici e lucrosi T. preferi il duro servizio nei campi militari, e per dieci anni fu tribuno in diverse frontiere dell'Impero. Iniziata poi la carriera civile, fu pretore sotto Domiziano, ebbe comando di legioni e poi il governo della Germania superiore. E mentre esercitava queste funzioni, gli giunsero le notizie dell'uccisione di Domiziano, della elevazione al trono di Nerva e quella, del tutto inattesa, della sua propria adozione e della conseguente assunzione a una specie di correggenza che il vecchio Imperatore, vissuto sempre fra gli studi giuridici, aveva ritenuto necessario di creare per por rimedio alla propria inesperienza militare ( 97 d. C.).
T. però non intermise, né allora, né quando poco dopo Nerva mori, l'opera sua al confine germanico, con lavori di visibilità, di fortificazione, con accorte intese con le tribù indipendenti, assicurando la tranquillità di quel pericoloso confine. Sicché quando nell'estate del 99 egli ritenne necessario non far più oltre attendere il proprio ingresso in Roma, poté ritirare dalle frontiere del Reno un terzo delle sue truppe, e per oltre un secolo non si ebbe necessità alcuna di spedizioni militari in quelle regioni, mentre centri fiorenti di vita civile si costituivano sin quasi sulle linee di confine.

Ugualmente fecondi di bene furono i primi anni di impero trascorsi a Roma. Ristabiliti cordiali e sinceri rapporti di collaborazione con il Senato, spazzata via la mala pianta dei delatori, favorito il pubblico benessere non tanto con le gratuite distribuzioni di frumento, quanto con il procurare con ogni sorta di provvidenze l'aumento della produzione e l'abbassamento dei prezzi, iniziati grandi lavori pubblici specialmente di strade e di porti, la pace regnò sovrana e benefica su tutto il vasto Impero. Originale uno dei rimedi adottati contro lo scadimento dei costumi e la riluttanza ad aver prole nonostante l'abbondanza e la tranquillità della vita. Due grandi iscrizioni trovate l'una presso Parma, l'altra presso Benevento informano di quelle che furono le cosiddette institutiones alimentariae. Per esse T. destinava cospicue somme della cassa imperiale, perché fossero date in prestito a mite interesse a proprietari terrieri di città italiane, devolvendo tali interessi a favore di fanciulli e fanciulle povere della città. Il principio e la linea della istituzione erano doppiamente benefici, perché non solo per essi si soccorrevano le famiglie bisognose, aiutandole nella educazione della prole, ma si fornivano capitali a miti condizioni alle piccole proprietà private.

Occorreva però pensare anche a difendere dal pericolo di nemici caterni questa salutare pas romana. Minacciosi apparivano i Daci, costituiti in potente Stato a nord del Danubio, violatori frequenti del confine romano, e cresciuti di potenza e d'orgoglio durante il precedente Regno di Domiziano per aver sconfitto due eserciti romani e aver ottenuto un trattato di pace oltremodo favorevole e assolutamente esiziale al prestigio romano. Insufficiente barriera si era più volte rivelato il Danubio, valicabile quando gelava in inverno, e malsicura la provincia romana di Mesia che aveva di fronte i Daci ed alle spalle i Traci, popolazione montanara incompletamente assoggettata ed affine per stirpe ai Daci. La guerra apparve inevitabile, e si svolse con due successive molto dure campagne. Difficilissimo era il terreno montuoso e boscoso da percorrere, nuovo ai Romani, ben noto ai valorosi e tenaci difensori, abilmente condotti dal loro grande sovrano Decebalo. La prima spedizione durata due anni, dal ioi al 102, aveva condotto a parziale occupazione e a riconoscimento del protettorato romano. Ma la riscopente protervia dei barbari rese necessaria la seconda spedizione che portò alla morte di Decebalo e al completo assoggettamento della regione, ridotta, tra il 105 e il 107 , a provincia romana. Alla narrazione oltre modo misera delle fonti letterarie può contrapporsi la celebrazione magnifica, ma non sempre perspicua, costituita dai rilievi della colonna del Foro.
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(frd. Gab. Fst. Naz.)
Traiano, imperatore romano - Ritratto (1^ metà sec. II). Ostia, Museo.

In essi è notevole lo spirito di sincerità e di giustizia, che nell'opera d'arte volle una illustrazione fedele, veridica, lontana da ogni enfasi e da ogni esagerazione, generosa e cavalleresca con i vinti, piena di nobiltà e di umanità. Immediata e fervidissima opera fu data alla organizzazione del nuovo territorio : sostituito con costruzione in pietra l'ardito ponte di legno gettato durante la guerra sul Danubio, portate nella nuova provincia larghe masse di coloni, aperte strade, fondate città, T. riusciva in brevi anni a creare nell'Europa orientale una civiltà latina, così come Giulio Cesare ed Augusto l'avevano fondata nella occidentale. E si vivace e profonda fu la impronta di romanità, che corso di secoli e tempestoso mutar di vicende non son valse a cancellarla. Anche negli antichi confini dell'Impero non mancarono nobili e utili celebrazioni del trionfo dacico. Gli immensi lavori del nuovo Portus Traiani scavato entro terra presso la foce del Tevere, dei mercati traianni abilmente adattati entro le viscere del Quirinale, del Foro Traiano con la Basilica, le biblioteche e la colonna figurata diedero a Roma cospicue comodità e insuperate magnificenze. Insigni opere pubbliche ebbero anche l'Italia e le province.

D'un'altra forza universale come l'Impero, e ad esso per taluni riguardi contrastante, dovette T. occuparsi : del cristianesimo. Non superò in questo dissidio le concezioni sospettose e ostili dei suoi predecessori, ma cercò anche nella repressione di tenersi entro i limiti della equità e del decoro. Della condotta e dello spirito di T. verso i cristiani rimane un prezioso documento nella celebre lettera di Plinio governatore della Bitinia e nella risposta della Cancelleria imperiale (v. PIINIO IL GIORANI).

Un ultimo grave problema restava: quello della frontiera orientale, sulla quale gravava l'Impero dei Parti, erede del già immenso Impero persiano. Da due secoli Roma e la Partia si urtavano in Armenia, in Cappadocia, in Siria, e il vecchio Imperatore ritenne suo dovere di affrontare ora nella pienezza delle forze dell'Impero anche questo problema. Gli era già riuscito per mezzo del legato Cornelio Palma di ridurre a provincia l'Arabia, attanagliando così i Parti dal sud, e guadagnando ai Romani un nuovo sbocco commerciale nel Mar Rosso a oriente dalla penisola

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(fot. Alinari)
Traiano, imperatore romano - Arco di T. - Benevento.
del Sinai. Adesso credette giunto il momento per una più energica e definitiva azione. La spedizione mosse da Antiochia e, guidata personalmente dall'Imperatore, portò da principio a brillanti successi : invaso il paese nemico, Ctesifonte, la capitale, venne espugnata, il re Cosroe riusci a sfuggire alla cattura, ma fu fatta prigioniera una figliuola di lui e preso nel bottino il trono d'oro degli Arsacidi. L'Imperatore alla testa di una flotta di cinque navi discese il Tigri fino al Golfo Persico, per breve tempo persuaso di aver atterrato l'Impero rivale e di aver aggiunto ai domini di Roma un immenso territorio e la via aperta per raggiungere con breve navigazione le Indie. Ma le guerre in Oriente non hanno sicuri termini, e alla ripresa si aggiungevano disastrosi terremoti nella provincia romana di Siria ed una furiosa insurrezione giudaica alle spalle dell'esercito operante. La spedizione aveva portato poi a grave logorio delle forze di T. che più che sessantenne aveva per tre anni marciato a piedi, come egli era solito fare, vecchio fante romano tra i gelidi monti di Armenia e le torride pianure di Mesopotamia.

Prostrazione fisica e disillusione morale trionfarono del robusto organismo, e a Se linunte in Cilicia, sopravvenuto probabilmente un colpo apoplettico, T. quasi improvvisamente mori (sett. 117). Le tre nuove province create da lui oltre l'Eufrate furono subito abbandonate dal suo successore Adriano, né mai più riconquistate da Roma.

Bibl.: scarsissime sono le fonti letterarie che per un racconto continuato si riducono solo ai magri riassunti di Xifilino e di Zonara dall'opera di Cassio Dione; relativamente abbondanti le fonti epigrafiche (iscrisioni della institutio alimentaria, CIL, IX, 1466; XI 1147; delle guerre daciche, CIL, III, 1443, 1699, 8267; delle costrui, rom. e italiche, CIL, VI, 900, 964; IX, 2894; Fasti Ostiensi in Notizie degli Scavi, 1932, p. 188; 1932, p. 247) e le monumentali. Degli scritti moderni v. J. Dierauer, Gesch. Traiani,

Lipsia 1868; C. De La Berge, Essai sur le règne de Trajan, Parigi 1877; C. Cichorius, Die Reliefs der Traianssäule, 4 voll., Berlino 1896-1900; K. Lehmann-Hartleben, Die Traianssäule, ivi1926; R. Paribeni, Optimus Princeps, Messina 1926; W. Patsch, Der Kampf um den Donauraten unter Domitian und Traian, Vienna 1937; T. A. Lepper, Trajan's Parthian War, Oxford 1948. Roberto Paribeni

TRAINI, Francesco. - Pittore pisano del sec. xiv. Il Vasari, che per il primo ne scrisse, lo definì il migliore discepolo dell'Orcagna e gli assegnò la grande tavola col Trionfo di s. Tommaso d'Aquino (v.) nella chiesa di S. Caterina in Pisa e il trittico con $S$. Domenico e otto storie della sua vita, già in S. Caterina, ora nel Museo di Pisa.

Queste due attribuzioni allo stesso autore formano una questione discussa; comunque, stando alla opinione più diffusa ed accettata, mentre la grande tavola col Trionfo di s. Tommaso sarebbe anteriore al trittico di S. Domenico, ed opera di un ignoto maestro sotto l'ascendente della scuola senese, al T. apparterrebbero il trittico domenicano e buona parte del ciclo di affreschi col Trionfo della morte e Storie della Passione nel Camposanto di Pisa. Effettivamente, come notarono R. Longhi e E. Lavagnino, elementi di cultura emiliana non mancano tanto nelle storiette di s. Domenico quanto negli affreschi del Camposanto, specie per quanto riguarda la vivida con