volume-12

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schi col Trionfo della morte e Storie della Passione nel Camposanto di Pisa. Effettivamente, come notarono R. Longhi e E. Lavagnino, elementi di cultura emiliana non mancano tanto nelle storiette di s. Domenico quanto negli affreschi del Camposanto, specie per quanto riguarda la vivida concretizzi del modo di raccontare, con accenti fortemente drammatici e quasi espressionistici, e un colorito acceso e corposo: ma tali elementi appaiono felicemente innestati su di un'esperienza formale di ascendenza schiettamente toscana, nella quale si vedono in pressoché eguale misura concorrere tanto la tradizione senese quanto quella fiorentina. Il pisano T. poté pertanto informare il suo sviluppo stilistico ai modi della pittura bolognese sia per il tramite di miniature, quali dovevano esser familiari alla dotta cerchia dell'Ordine domenicano, per il quale egli lavorò, sia recandosi egli stesso in Emilia, come farebbero presupporre due affreschi (S. Caterina e S. Giorgio) nel battistero di Parma, verosimilmente riconosciuti della sua mano.

Bibl.: P. Bacci, Il trionfo di s. Tommaso di F. T. e le sue attinenze alla scuola senese, in La Diana, 2 (1930), pp. 161-72; M. Meiss, The problem of F. T., in Art Bulletin, 12 (1933), pp. 97-133; R. Longhi, Vitale da Bologna e i suoi affreschi nel Camposanto di Pisa, in Mitteilungen d. Kunsthist. Institut, Florence, 1933, pp. 133-37; E. Lavagnino, St. dell' Arte med. ital., Torino 1936, p. 693; G. Vigni, Il Maestro del - Trionfo di s. Tom-
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(fol. Gab. Fat. Naz.)
Traini, Francesco - S. Domenico e storie della sua vita (1548). Polittico, già nella Chiesa di S. Caterina - Pisa, Museo Civico.

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maio n. in Bull. d'arte del Min. della P. I., 1949. p. 311; G. Paccagnini, Il prohl. documentario di F. T., in La Critica d'arte, 8 (1949), pp. 191-201; G. Vigni, Pittura pisana del Due e Trecento, Palermo 1950, pp. 25-29 e 77-79. Enzo Carli

TRANI, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi in provincia di Bari. In una superficie di ca. 670 kmq . accoglie una popolazione di 223.175 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 36 parrocchie, servite da 135 sacerdoti diocesani e 40 regolari; ha un seminario, 9 comunità religiose maschili e 32 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 428). Ha unita la diocesi di Barletta (v.), il titolo arcivescovile di Nazareth e l'amministrazione perpetua di Bisceglie. Residenza in T.

La leggenda dei ss. Redento e Magno, riguardante le origini della Chiesa, non permette di trarre elementi sicuri in proposito (Lanzoni, I, p. 301). Non farebbe meraviglia che, seguendo un metodo assai diffuso, si desse la qualifica di vescovo a quel Magno che è ricordato in un atto di donazione del giugno 854 , con il quale il gastaldo Radeprando offre al vescovo Auderis ecclesia S. Magni Tranensis episcopi, quam ibse (sic!) pater meus, de licencia domni Leopardus, episcopus predecessoris tuis, a novo fundamine construxit (A. Prologo, Le carte che si conservano nell' $A r$ chivio del Capitolo metropolitano di T., Trani 1887, p. 23, n. 1). Il primo vescovo accertato è un Eutichio, che, secondo la Vita et translatio s. Sabini di Canosa, della prima metà del sec. ix (BHL, 7443), fu presente alla supposta consacrazione della chiesa di S. Andrea a Barletta fatta da Gelasio I (492-96), e certo nel 501 e sgg. intervenne ai Concili romani di papa Simmaco. Dopo di lui si conoscono: Sutinio, partecipante al Sinodo di Paolo I (761), Leone al Concilio niseno nel 787 (Ughelli, VIII, col. 891) e i due predetti Leopardo e Auderis, del sec. ix. Secondo il Prologo (v. bibl.), però, Eutichio, Sutinio e Leone sarebbero falsi.

Per quanto poco si conosca della vita di T. sotto i Bizantini e i Longobardi, i pochi documenti superstiti testimoniare durante questo periodo un cosi rapido sviluppo politico e commerciale, che ben presto la città riusci a staccarsi dalla giudicaria canosina e ad avere un proprio gastaldo e sculdascio come Bari, Monopoli, Conversano, ecc. T., già castrum e centro di traffici con l'Oriente, diventa una tra le maggiori città marittime del Ducato beneventano e, insieme con Bari, rimane l'ultimo baluardo del rito latino, pur non disdegnando politicamente l'accordo e la protezione dell'Imperatore d'Oriente. Caduti i Longobardi e scatenatasi la lotta tra Bizantini, Franchi e Longobardi, la città subl le alterne vicende della lotta. In questo periodo si fanno i nomi quali vescovi di T. di Rodostano come difensore del rito latino verso il rooo, di un Giovanni I (roio) e poi di un altro Giovanni cui Leone, metropolita di Acrida (v.) fra i Bulgari, indirizab una celebre lettera (PG 120, 836) a proposito dell'unione della Chiesa greca con la latina che era allora in questione per le pretese scismatiche di Michele Cerulario (v.). Questo Giovanni II (10531059) fu deposto da Niccolò II per collusione col patriarca di Costantinopoli; Delio, eletto nello stesso anno, fu presente alla consacrazione di S. Angelo in vulto.

L'erezione della sede ad arcivescovato avvenne negli ultimi anni della dominazione bizantina che, per conservare ad ogni costo la città, elargi titoli ed onori. Il primo arcivescovo tranese Bisanzio è una figura di primo piano alla fine dell'occupazione greca e nei primi tempi della conquista normanna (1073). Sotto di lui il territorio della diocesi si fa vastissimo. Decaduta Canosa, i possessi ecclesiastici di quello che era stato il più antico e ricco vescovato pugliese vengono divisi tra Bari e T., che allarga cosi i suoi confini dai limiti della diocesi sipontina
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(62). Alinarij
'T'RANI, ARCIDIOCESI di - Cattedrale, iniziata nel rog4 e terminata durante il sec. xim.
fino a quelli di Bari, Brindisi, Acerenza e Venosa. Sotto Bisanzio, presente nella sua nuova dignità alla consacrazione della basilica di Montecassino, il territorio ecclesiastico comprende Cerato, Andria, Bisceglie, Barletta, Minervino, altre città minori, monasteri greci e latini e perfino Polignano al di là della diocesi barese (Prologo, op. cit., pp. 53-57). Dopo Bisanzio, la serie degli arcivescovi registra Ubaldo (1118), Verterando o Bertrando (secondo il Gams) presente nel 1129 all'incoronazione di Ruggero a Palermo, e Pellegrino (m. nel 1141) che eresse la Cattedrale e vi trasferi con grande pompa le reliquie di s. Nicola Pellegrino. Tra i successori, Sanmaro (1194) fu prigioniero di Enrico VI e liberato nel 1187; B. Brancacci napoletano (1328) fu ambasciatore del re Roberto presso Benedetto XII ad Avignone e poi vice cancelliere del Regno. Durante lo scisma d'Occidente, che tante conseguenze ebbe nel Regno, Clemente VII nel 1282 trasferi a Luni l'arcivescovo G. Tura Scottini e in suo luogo elesse prima Matteo e poi Giov. Battista dell'Aquila; ma Urbano VI creò A. De Lamberti (m. nel 1383), cui successero Enrico e Riccardo de Silvestri tranese (1390) creato da Bonifacio IX. Eletto Franc. Carosio (1418), Martino V uni con T. la sede di Salpi (v.). Sotto il governo del card. Giov. Domenico De Cupa, Adriano VI volle separare le due sedi, e, col consenso del cardinale, nominò vescovo di Salpi il cappellano del cardinale stesso. Senonché alla morte di costui Clemente VII riconfermò l'unione (1532) per poi romperla qualche mese dopo. Lo stesso si ripeté nel 1544 sotto Paolo III, ma questi le uni tre anni dopo definitivamente e trasferi a Lavello il neo eletto vescovo Stella. Nel 1771, dopo una vacanza di tre anni, la sede tranese ebbe Giuseppe Antonio Davanzati, già ambasciatore di Clemente XI presso Carlo VI, successivamente eletto da Benedetto XIV patriarca di Alessandria.

La riorganizzazione della diocesi ad opera di Pio VII (1818) favorì assai T. Le Chiese di Nazareth e Canne, il cui vescovo aveva retto anche la Chiesa di Barletta, vennero unite a quella tranese insieme con Andria e Minervino, mentre l'arcivescovo del tempo, L. Pirelli (1818-20), divenne amministratore perpetuo della diocesi di Bisceglie. In tal modo T. ha oggi raggiunto in gran parte l'estensione territoriale che ebbe nel medioevo. Patrono dell'arcidiocesi : s. Nicola Pellegrino (festa il 26 maggio).

Monumenti. - Il maggiore dei monumenti della città è la Cattedrale romanica, che sorse sull'antica chiesa di S. Maria, chiamata nei documenti episcopio e tuttora conservatasi nel vasto ambiente inferiore alla navata mediana. Il nuovo edificio fu iniziato nel 1094 quasi sul

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(fol. Alinari)
Trani, arcibocesi di - Madonna con il Bambino, ai lati atorie della vita di Maria S.ma. Particolare di un politico in avorio (scuola francese del sec. xili) - Trani, Cattedrale.
mare e dedicato a s. Nicola Pellegrino, il greco errante morto a T. proprio nell'anno dell'inizio dei lavori, e canonizzato quattro anni dopo sotto Urbano II. Per l'esistenza in alto della chiesa antica, cui si aggiunse la cripta nuova sotto il presbiterio attuale, il pavimento della Cattedrale si eleva di 5 metri sul piano stradale e vi si sale da due rampe di accesso. La chiesa romanica, nella forma e nella struttura, è una delle più tipiche cattedrali pugliesi / facciata alta e snella volta ad occidente con duplici spioventi laterali; disposizione crociata dei vuoti nella massa compatta di pietra rosata (rosone e monofore centinate); linea semplice e armonica nella pianta a T con altissima nave trasversa e tre absidi con finestre ornate. La facciata inoltre viene come mossa da quel possibile gioco di curve ch'è sulla zona inferiore e sull'ala esterna della navatella destra: gli otto archi della facciata, avanzi di un portico distrutto o in fieri come a Bitonto, Ruvo, ecc., coronano il portale maggiore riccamente ornato nell'archivolto e negli stipiti e i battenti bronzei fusi da Barisano da T., l'autore delle porte di Monreale e Ravello, nella seconda metà del sec. xir, con arte in cui si avvertono influssi bizantini ed arabi, oltre che romanici (vedere, più che le formelle con figure simboliche ed ornati geometrici, quelle con le scene della Deposizione e di Barisano ai piedi del s. patrono). L'interno, a tre navate, ha restauri e deturpazioni, come lo scempio dei capitelli, scalpellati, stuccati e decorati ad olio e vernice nel 1837 . Integri i matronei, ornati di 14 trifore come nel S. Nicola di Bari e nel duomo di Bitonto; ancora a posto nel presbiterio gli avanzi dell'antico pavimento con le scene di Salomone al tempio e David con la cetra. Di grande interesse la cripta di S. Nicola e l'episcopio che serbe le reliquie di s. Leucio vescovo di Brindisi, traslate nella seconda metà del vir sec. in un loculo scavato apposta; il sepolcro gotico di Passapepe Lambertini e un buon fresco raffigurante la Madonna col Battista e s. Antonio.

L'archivio conserva 734 pergamene, tra i più vetusti documenti medievali della vita pugliese. A destra della facciata è il campanile, la più imponente forse di tutte le torri pugliesi, alta 65 m ., poggiato da un lato sulla
chiesa e per il resto su una robusta base alleggerita da due archi ogivi. La sua costruzione si deve a più artisti : i due primi piani con bifore romaniche appartengono a - Nicolaus sacerdos et protomagister e (metà del sec. xili); il terzo e il quarto con trifore e quadrifore sono di un secolo dopo; il quinto con pentafore, archetti e cuspide terminale del 1353-65. Recentemente si temette per la sua stabilità.

Oltre al Duomo, T. ha altre chiese notevoli. Quella di S. Andrea, tra le più antiche chiese a cupola della regione, è a croce greca triabsidata con forti pilastri centrali che sorreggono la cupola emisferica. Allo stesso tipo, ma con tre cupole all'interno emisferiche e piramidali all'esterno, la maggiore su alto tamburo ornato di archetti, appartiene la chiesa di S. Francesco, fondata nel 1176 dall'abate Benincasa e dedicata alla SS.ma Trinità. Caratteristica la facciata monocuspidata e ornata di archetti, l'archivolto del portale su due colonnine pensili e i pilastri superstiti di un portico forse mai compiuto. Altro edificio romanico è la chiesetta di Ognissanti (sec. xil), eretta nel cortile dell'ospedale dei Templari e fino al 1312 proprietà di quest'Ordine. Ha doppio portico anteriore con capitelli su agili polistili e tre portali finemente ornati di sculture (il mediano serba due formelle con una Annunciazione), interno a tre navate con archi a doppia ghiera, in cui si conservano una Madonna veneto-orientale e una Vergine con santi di scuola veneziana del ' 300 , e tre absidi graziose tutte in pietra locale come il resto della fabbrica.

Anche le città comprese nella diocesi, tra le più popolose della provincia, serbano notevoli monumenti. Dell'antica cattedrale di Corato (sec. xili) non resta che il portale ogivale con il bassorilievo della lunetta raffigurante Gesù tra la Vergine e il Battista, e il campanile trecentesco mozzato da un fulmine. Molto più interessante è la gotica chiesetta di S. Domenico con crociera sorretta da costoloni sagomati e snelle colonne angolari.

Biel.: Eubel, I, p. 491; II, p. 254; III, p. 316; IV, p. 342; V, p. 383 ; Ughelli, VII, coll. 885-917; Lonanni, I, pp. 500-501 e passim; A. Prologo, I primi tempi della città di T. e l'ero. probab. del nome della stessa, Giovinazzo 1883, pp. 68 sgg., 82 sgg., 91 sgg. c'passim; G. Bdivani, Brevi cenni di conforto, all'arch. Sante Simone relativi al divomo di T., Trani 1802; id., Innozzi alle porte di Barisano nostro, ivi 1907; F. Sorio, Il divomo di T., ivi 1807; id., La pavimentaz. del divomo di T., ivi 1900; id., Barisano da T. e le sue fusioni in bronzo, Firenze 1005; id., La chiesa di S. Maria in T., ivi 1906; E. Garpar, Kritische Unter. such. zu den älteren Papstverbonden für Apulien, in Quellen u. Forsch. aus ital. Arch. des R. Ist. Prussiano di Roma, 1904; F. Carabellese, La Puglia nel sec. XV. I. Bari 1908, pp. 41-47 e spec. parte $2^{\text {a }}$ : Documenti di Bari, Giovinazzo, T., pp. 1-104; id., L'Apulia e il suo Comune nell'alto medioevo, Bari 1924, pp. 33 sgg., 39 sgg., 74 sgg., 96 sgg., 211 sgg., 249 sgg. e passim; G. Gay, L'Italia merid. e l'Impero biz., trad. it., Firenze 1917. Per le opere generali che visitano anche di T. c'. tra l'altro: A. Avena, Monum. dell'Iral. merid., Roma 1902, pp. 139-41; E. Bertaux, L'art dont l'Italie mérid., Parigi 1904, pp. 338, $361-66,379,381,419,472,659$ e passim; A. Vinaccia, I monum. mediev. in Terra di Bari, I, Bari 1915, pp. 101-102; II, pp. 41-47, 59-61, 71-73, 127-28 e passim; A. R. Porter, Compostela, Bari and romanesque architect., in Art Studies, 1 (1923), pp. 7-21; C. Angelillis, Le porte di bronzo bizant. nelle chiese d'Iral., Arezzo 1924, spec. pp. 24-25; P. Toesca, Stor. dell'arte ital., Torino 1927, pp. 382-84, 603 sgg. e passim; R. Krautheimer, S. Nicola di Bari und die apulische Architektur des XII. Jahrh., in Wiener Jahrb. f. Kunstgesch., 9 (1924), pp. 5-42.

Pasquale Testini
TRANSAZIONE. - E il contratto con il quale le parti pongono fine ad una lite o ne prevengono il sorgere, facendosi reciproche concessioni (cf. art. 1965, Cod. civ. ital.).

Perché possa farsi luogo alla t. è necessaria l'incertezza, almeno subiettiva, circa il rapporto che con essa si intende regolare. Essa può avere per oggetto diritti patrimoniali di qualsiasi natura, ivi comprese le conseguenze pecuniarie relative allo stato delle persone e le azioni civili nascenti da reato. Si può, peraltro, transigere solo per diritti disponibili.

La t. nel processo è una autocomposizione della lite; dinanzi al rischio della sentenza e al maggior eventuale

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sacrificio, le parti possono, con il contratto dell'aliguid datum e aliquid retentum, risolvere la res dubia litigiosa.

Si dice che la t. gode del favore del diritto perché è un massimo bene scongiurare la lite.

La composizione spontanea della vertenza ha caratteri intrinseci e formali diversi dalla soluzione giurisdizionale: questa si deve appoggiare esclusivamente sulla giustizia; nella t. le parti sono soddisfatte non solo materialmente, ma anche moralmente, tanto è vero che la t. non può essere impugnata per causa di lesione (cf. art. 1970 del Cod. civ.). La sentenza redditur in ineatum, mentre la t. contentu constat; la prima è un sillogismo di cui la norma giuridica è la premessa maggiore, il fatto, la situazione o la cosa contestata la premessa minore, e l'applicazione del diritto al fatto è la conseguenza. La sentenza può riguardare solo liti già esistenti, mentre la t. può prevenire la lite, e mentre tutte le liti si possono decidere con una sentenza, la t. non può essere la composizione di una vertenza il cui oggetto non sia nella disponibilità della parte (per il diritto canonico, ad es., qualsiasi accordo circa iura et res spiritualia, e la indissolubilità matrimoniale). La t. può essere posta nel nulla da coloro stessi che le hanno dato vita; è soggetta alla risoluzione per mutuo consenso; la sentenza, invece, quando sia divenuta irrevocabile, non può più essere modificata. La t. può avvenire in qualsiasi fase e grado del processo.

Tuttavia tra la sentenza e la t. vi è equivalenza: a differenza di ogni altro tipo di contratto, la t. compone una controversia giuridica, e percio, anziché avere una efficacia costitutiva, come i contratti in genere, ha una efficacia dichiarativa, di semplice accertamento: le parti, in sostanza, concordano nel ritenere che il rapporto esista come la t. stabilisce, o che la giusta applicazione della legge sia quella che si è stipulata d'accordo. La t., in altri termini, è una fonte di accertamento equivalente alla sentenza.

Brut.: cf. i manuali di diritto canonico e di diritto processuale italiano e inoltre : D. De Luca, Lat. nel dir. can., Roma 1942. Vittorio Trocchi
TRANSETTO. - I. Archeologia. - S'intende per t. quell'organismo architettonico posto trasversalmente tra le navate che si sviluppano in senso longitudinale e la parte terminale della chiesa. Etimologicamente il te/mini (da transepto) significa al di là d=lla chiusura che in orijine divideva le navate dal coro.

L'origine del t. è oggetto di disputa tra gli studiosi, i quali peraltro, salvo poche eccezioni, si sono limitati ad inquadrarlo nel più complesso problema della basilica precristiana. Fino a qualche tempo fa, due teorie del tutto discordanti e ciascuna con differenze anche sostanziali dominavano il campo : la prima propugnava la derivazione del t. da particolari organismi architettonici di edifici
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(fot. Enc. Catt.)
Trangetto - T. della basilica di S. Paolo con muro e colonne diviocle di Innocenzo II (1130-43). Disegno di O. Panvinto tra il 1221 e il 1228 Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Ist. 6781, f. 418 v .
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(da E. De Marcus, Histoire de l'Eglise en Belgique, III, Bruinles 70A, sec. iv)
Transetto - T. della cattedrale di Tournai ( $2^{\circ}$ metà del sec. [xit). L'interno della navata principale è riprodotto alla v. TOURNAL.
romani (Dehio, Krauss, Glück, ecc.); l'altra negava"ogni modello preesistente e attribuiva il merito agli artisti cristiani, ma chi per motivi simbolici (il Christ, ad es., per la pianta a croce), chi per esigenze liturgiche (Grisar e in un primo tempo il Wulff, Klauser, Schneider, ecc.) Recentemente G. P. Kirsch, insieme con il Giovannoni, avanzò una nuova teoria, secondo cui il t. è un elemento di eccezione nella basilica paleocristiana (in Oriente e nell'Occidente, come pure nell'Africa settentrionale, la presenza del t. è molto rara nelle chiese dai sec. iv al sec. viI); alla sua genesi hanno contribuito elementi e fattori vari da ricercarsi luogo per luogo, non esclusi gli inevitabili influssi tra regione e regione; accertate le origini, solo un esame comporativo di gruppi di monumenti, e tenendo presente l'apporto individuale dell'artista costruttore, può permettere di formulare un concetto generale suffragato da dati di fatto positivi.

L'inserimento del t. nello sviluppo delle navate creò nuovi problemi di statica nelle membrature della crociera e nuovi schemi costruttivi. Gli architetti infatti preferirono talvolta limitare il t. entro i limiti dei muri delle navatelle, talaltra spingerlo in fuori, creando così quella tipica croce latina che sarà una caratteristica delle chiese romaniche. Una forma speciale di nave trasversa si ha invece negli edifici a pianta centrale, in quelli a croce greca e in altri di forme varie, ma meno frequenti, sparsi in Oriente e in Occidente.

Il t. fu in vario modo diviso dalle navate. Anzitutto un organismo essenziale scaturì da esigenze statiche : l'arco trionfale, che ebbe funzione di sostegno all'incrocio della nave mediana con la trasversa. Quindi

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(propr. Enc. Cutt.)
Transgiordania - Del 1949 Giordania. La linea tratteggiata all'interno di Isracle mostra i confini attuali.
nell'ampio vuoto sottostante si collocarono transenne marmoree di divisione ovvero alte colonne chiuse da cancelli (pergula) e presso i Greci munite di cortine e ornate d'immagini (iconostasis). Nel t. si elevava - e si eleva ancor oggi nelle grandi basiliche - l'altare, con o senza ciborio o tegurio ornato di tende, che spesso custodisce reliquie di martiri e serve per la celebrazione delle solenni funzioni liturgiche della Chiesa.

BibL.: v. basilicca; ivi anche la citaz. relativa agli aut. cit. nel testo: G. Giovannoni, Nuovi contrib. alla genesi della basil. crist., in Atti della Pont. acc. rom. di arch., 15 (1921), p. 117; H. Glück, Die Herkunft des Querschaftes in der röm. Basiliho und der Teikonchos, in Festschr. zum 60. Geburstag von P. Clemen, Düsseldorf 1926, pp. 200-207; G. P. Kirsch, Il t. nella basil. crist. antica, in Scritti in onore di B. Nogara raccolti in occasione del suo LXX anno, Roma 1937, pp. 203-24; E. H. Swift, Roman Sources of Christian Art, Nuova York 1951; F. Di Capua, Sacrari Pompeiani : Pompeiana, in Raccolta di studi per il secondo centenario degli scavi di Pompei, Napoli 1990, pp. 60-89; Ph. Verdier, Les transepts de nef, in Mélanges d'arch. et d'hist., 64 (1922), pp. 179-215.

Pasquale Testini
II. Arte. - Il t. riappare alla fine del sec. xi, probabilmente per influssi orientali, nel duomo di Pisa, dal quale venne poi imitato in altre chiese toscane coeve. Ma soltanto con il perfezionamento delle vòlte a crociera, che risolvono organicamente il problema della copertura all'incrocio con la navata principale, la nuova disposizione si afferma decisamente nelle chiese borgognone e renane, diffondendosi poi ovunque, cosi da segnare il passaggio dalla navata basilicale a quella a croce latina. Celebre il t. della cattedrale di Tournai (v.) della $2^{a}$ metà del sec. xir.

E caratteristico della seconda metà del Duecento il t. molto sporgente con cappelle absidate, risultandone una tipica icnografia a croce egizia di derivazione francese, di cui non mancano esempi in Italia (S. Croce di Firenze, SS. Giovanni e Paolo a Venezia, Annunciata dei Catalani a Messina, S. Maria di Falleri presso Civita Castellana) e che continua nel secolo seguente (S. Maria Gloriosa dei Frari a Venezia), sopravvivendo ancora nel Quattrocento (S. Agostino e S. Maria del Popolo a Roma).

La persistenza della tradizione gotica si manifesta in questo secolo anche attraverso altre disposizioni complesse che frazionano le braccia del t. in una serie di absidiole e corpi sporgenti e rientranti (basílica di Loreto, Certosa e duomo di Pavia), finché l'unità di composizione rina-
scimentale riporterà le chiese alla semplice pianta a croce latina. Le braccia del t. divengono allora generalmente rettangolari; in S. Spirito di Firenze il Brunellesco prosegue nel t. la stessa suddivisione in campate della navata e delle navatelle, non solo per consentire uniformità nel sistema di copertura, ma anche per esprimere la coerenza costruttiva e l'unità spaziale di tutto l'organismo architettonico. Nel secolo seguente Palladio ritorna al transetto absidato per equilibrare armonicamente con la dilatazione trasversale dello spazio interno lo slancio ascensionale della cupola. Nelle chiese successive prevale però il modello del Gesù, dove un effetto analogo, sia pure con minore armonia, è ottenuto dalle braccia a pianta rettangolare contenute entro l'allineamento delle cappelle.

BibL.: G. Dehio-G. Bezold, Kirchliche Baukunst des Abendlandes, Stoccarda 1894; J. Durm, Architehiter der Renuissance in Italien, Berlino 1914; P. Toesca, Storia dell'arte italiana. Il Medio Evo, Torino 1927; C. Costantini, s.v. in Enc. Ital., XXXIV, pp. 167-68.

Mario Zocca
TRANSGIORDANIA. - Cosi chiamata (perché corrispondente all' Oltregiordano del Regno latino di Gerusalemme) fino al 1949; poi «Regno hâšimita del Giordano».

I. Geografia. - Abbraccia un lembo del tavolato si-riaco-arabo ad E. della fossa in cui scorre il Giordano e si espande il M. Morto, che la T. divide col vicino Stato d'Israele, e, ad O., la cosiddetta Palestina araba (Suoo kmq.), occupata nel 1949 ed annessa l'anno dopo, 196 mila kmq. del suo territorio lo mettono in contatto con Siria, 'Iebi; Arabia Saudita, Egitto ed Israele, gli consentono di affacciarsi a S. sul M. Rosso ('Aqabah) e lo spingono fino a poca distanza dal Mediterraneo; sempre nel settore occidentale la sua frontiera taglia a mezzo l'abitato urbano di Gerusalemme. Di questa superficie però meno di $1 / 10$ è coltivabile; il resto è nel dominio della steppa o addirittura del deserto. La pastorizia è perciò l'occupazione prevalente (oltre t milione di capi bovini e 350 mila di ovini), in forma nomade e seminomade; i sedentari, fissatisi nella fertile depressione del Giordano, dov'è possibile l'irrigazione, e nel vicino altopiano, coltivano cereali (frumento, orzo e miglio), legumi, tabacco, vite (soprattutto per uva da tavolo) e olivi (il raccolto è destinato all'oleificio). Sebbene non manchino risorse minerarie (fosfati, bitume, rame, sale, e forse anche petrolio), nessuna di esse è ancora sfruttata.

La popolazione, quasi tutta araba e maomettana, ammonta a 1,2 milioni di ab., dei quali poco più di $1 / 3$ sparsi nel territorio ad E., e un po' meno di $1 / 3$ in quello ad O. del Giordano, dov'è più fitta. Altri 400 mila ab. sono profughi da Israele, raccolti in campi di concentramento organizzati dalle Nazioni Unite. I centri abitati sono pochi e di scarsa importanza; su tutti emerge la capitale 'Ammān (la cui popolazione è stimata in ca. 170 mila ab.), sulla ferrovia del Hißfa, che un tempo giungeva a Medina, ma che oggi funziona solo da Der'á a Ma'ân, nel territorio hâšimita.

La T., che faceva parte del mandato britannico sulla Palestina, si rese indipendente nel marzo del 1946, e si costituì a monarchia due mesi dopo. L'autorità del sovrano è temperata da un'assemblea legislativa di 20 membri eletti con suffragio maschile, e da un Consiglio di notabili di 10 membri, scelti dal re.

BibL.: L. W. B. Rees, The Transjordan desert, Londra 1929: A. Konikoff, T.: an economic survey, Gerusalemme 1946.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - I distretti politici moderni, in cui è divisa la T., corrispondono in parte ai regni indicati nel Vecchio Testamento. Sono, cominciando dal nord: il distretto di 'Ağlün (biblico Galaad [v.]), fra la Jarmūk (Serl'at el-Menādireh) e il biblico Jaboc (Nahr ez-Zerqā), altipiano elevato da 600 a 800 m ., ricoperto di materiali vulcanici recenti, con aree coltivate, alternate con boschi e con pascoli. Segue il distretto di el-Belqā, dallo Jaboc sino all'Arnon (Sejl el-Möğib), altipiano ondulato alto 800-1000 m. (Gebel Oša' 1096 m .) territorio degli Ammoniti (v.), con notevoli aree coltivate, numerosi villaggi e la città di 'Ammān, capitale del Regno. A sud dell'Arnon sino al

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Wâdî el-Hesâ, è il distretto di el-Kerak (biblico Moab [v.]), alto da 800 a 1000 m ., con vaste zone coltivate a cereali, specialmente intorno a el-Kerak, il centro maggiore della regione; finalmente il distretto di Ma'ân (biblico Edom [v.] e paese dei Nabatei), dal sud del Wâdî el-Hesâ sino al Golfo di el-'Aqabah, con monti alti sino a 1000 m ., ma molto arido e con pochissimi centri abitati, di cui il maggiore è Ma'ân. Il golfo di el-'Aqabah è l'unico sbocco marittimo della T. su appena 3 km . di costa, tra il confine d'Israele e il Hiğâz. La T. orientale, ad est della linea ferroviaria da Damasco alla Mecca, è un tavolato desertico, con poche oasi, tra cui l'oasi di el-Azraq sulla via 'Ammân-Bagdad e l'oasi di Hausa sul confine sud-est.

L'esplorazione archeologica e gli scavi eseguiti in diverse parti del paese hanno assodato che la T. fu abitata fin dall'epoca paleolitica, come indicano vasti resti della cultura megalitica. Dopo le vittorie riportate da Mosè sui Regni amorriti di Sehon ed Og (Num. 12, 26; Ios. 13, 13-32), fu in parte abitata dalle tribù isracitiche di Manasse orientale, di Gad e di Ruben, e poi disputata fra i re di Samaria e di Damasco. Nel sec. i a. C., nella parte settentrionale fiorivano le città della Decapoli (v.) e nella parte centrale la Perea (v.) e il Regno dei Nabatei con capitale a Petra (v.). L'imperatore Traiano annesse i territori nella provincia romana d'Arabia, la cui parte meridionale (la Petrea) divenne nel 400 la Palestina III. Come indicano le rovine di antiche chiese (Madaba, Nebo, Gerasa), il cristianesimo vi prosperò sino al periodo musulmano, quando gli Arabi vi si stabilirono dopo la battaglia del Jarmûk ( 663 d. C.). La dinastia degli Umajjadi dotò il deserto di una serie di palazzi, dei quali restano meravigliose rovine architettoniche. All'epoca del Regno latino di Gerusalemme, i vari territori della T. furono per la prima volta riuniti in un solo Stato, con il feudo del Pays oultre Jordnin, istituito da Baldovino I con capitale Le Krok (Kerak). Restano ancora, sebbene in rovina, le fortezze crociate di Kerak, di Sobak (Montréal), Wâdî Mûsâ (Le val de Maîse) e nella piccola isola dell'el-'Aqabah (Grave), oggi Gealret Far'on.

Dopo i Crociati la T. rimase nell'abbandono e, ad eccezione del breve periodo dei Mamelucchi, fu dominata dai capi tribù. Conquistate dagli alleati le terre arabe dell'Impero Ottomano negli aa. 1916-18, gli Arabi sperarono di conglobarle tutte nell'Impero arabo che si preparavano a fondare con il re Husejn, capo della rivolta araba contro i Turchi, e con i suoi figli; invece gli Alleati anglo-francesi con accordi segreti s'erano spartiti il territorio in zone d'influenza; il sangiaccato di Kerak insieme con la Palestina fu affidato al mandato inglese (convegno di S. Remo, 25 apr. 1920). Successivamente, dopo accordi con capi di tribù locali e un intervento di Churchill con 'Abdallâh, figlio maggiore di Husejn, a Gerusalemme ( 28 marzo 1921), fu stabilito di costituire un emirato della T. sotto l'emiro 'Abdallâh, pur restando il territorio compreso sotto il mandato generale per la Palestina. Nel testo definitivo di questo mandato approvato dalla Società delle Nazioni (24 luglio 1922) fu disposto (art. 25) che la Potenza mandataria avesse facoltà, per il territorio ad est del Giordano, di derogare dalle norme generali. Nacque così lo Stato della T., il quale ebbe vicende diverse da quelle della Palestina (tra l'altro fu sottratto all'immigrazione ebraica e alle sue conseguenze).

L'autonomia dell'emirato della T. (in arabo Sarq al-Urdunn) fu proclamata il $1^{\circ}$ ott. 1922. Il nuovo Stato, non del tutto indipendente, ebbe la capitale ad 'Ammân, residenza dell'emiro e di un residente britannico dipendente dall'alto commissario per la Palestina, il quale aveva sede a Gerusalemme. Le relazioni con la Gran Bretagna furono definite con l'Accordo anglo-transgiordanico del 28 febbr. 1928 con il quale si riconosceva alla Gran Bretagna una forte ingerenza nell'amministrazione
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(per cortesia del sac. F. Vattiani)
Transgiordania - Scavi di Gerico.
finanziaria e nell'attività legislativa e il diritto di mantenere forze armate nel territorio e di controllare le forze transgiordaniche. I confini erano stati delimitati tra il 1923 e il 1925 con alcune concessioni a sud a favore del Neğd; il porto di el-'Aqabah, già appartenente al Hiğâz. fu annesso alla T. nel 1925 al momento dell'invasione saudiana del Hiğâz: questa cessione non fu riconosciuta dal governo saudiano.

La Costituzione della T. emanata il 16 apr. 1928 stabilì gli ordinamenti dell'emirato entro gli schemi del mandato della Società delle Nazioni e dell'Accordo anglotransgiordanico suddetto; comunque, dal 1928 la T. ebbe un governo quasi costituzionale con un emirato investito di larghi poteri. Fino al 1946 la T. fu così governata dall'emiro in regime di mandato; la Gran Bretagna trasse notevoli vantaggi dalla posizione speciale di cui fruiva in quel territorio; la Legione araba istruita e comandata da ufficiali inglesi (prima Peake, poi Glubb) fu utile per frenare le incursioni wahhâbite dal sud e più tardi, durante la guerra mondiale del 1939-45, per manovrare in Siria e nell' 'Irâq.

Anche la T. profitto dell'aiuto finanziario e tecnico inglese per migliorare la sua attrezzatura economica e introdurre ordinamenti civili. Finita la guerra, dopo che altri Stati sottoposti a mandato (prima 'Irâq, poi Siria e Libano) erano divenuti indipendenti, anche la T. volle passare all'autonomia e all'indipendenza: ciò avvenne con il Trattato anglo-transgiordanico del 22 marzo 1946 in forza del quale la Gran Bretagna riconobbe la cessazione del mandato e la proclamazione del Regno indipendente della T. Il 25 marzo 1946 'Abdallâh fu acclamato re in 'Ammân. La T., a differenza dei su nominati Stati arabi novelli, non ottenne di essere ammessa nell'ONU. Il nuovo Regno della T. si trovò direttamente interessato nella questione, allora aggravatasi della Palestina. Prima della guerra mondiale erano falliti i molti tentativi britannici per risolvere il dissidio arabo-ebraico originato dalla promessa (1917) di dare una sede nazionale agli Ebrei in Palestina. Nel dopoguerra la questione palestinese fu deferita all'ONU che, nel clima di umana simpatia diffusa nel mondo a favore degli Ebrei perseguitati, decise di spartire la Palestina fra gli Arabi e gli Ebrei (29 nov. 1947). Alla decisione si opposero gli Arabi della Siria, del Libano, della T., dell' 'Irâq, dell'Arabia saudiana, dello Jemen e dell'Egitto, dal 1945 uniti in una Lega araba con sede al Cairo.

Il Regno della T. faceva parte della Lega e il suo Re appariva tra i capi di Stato arabi il più infervorato per la difesa della causa araba palestinese; egli aveva anche il vantaggio di avere il più agguerrito corpo di truppe nelle immediate vicinanze del teatro d'operazione. Così, quando, il 15 maggio 1948, cessato il mandato inglese in Palestina,

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le forze dei vari Stati arabi passarono i confini per procedere alla liberazione, la Legione araba di 'Abdallāh, superato il Ponte Allenby sul Giordano, occupò facilmente Gerico, Gerusalemme (la città vecchia). Betlemme e la Giudea. Poi gli Arabi urtarono ovunque nella efficace e aggressiva azione armata degli Ebrei e la Palestina restò divisa tra gli Ebrei del nuovo Stato di Israele e gli Arabi secondo linee armistiziali (1949) che ancor oggi (primavera 1952) attendono le conclusioni della pace.

L'insuccesso degli Arabi nella campagna palestinese deriva e tuttora dipende da rivalità fra gli Arabi e da disordine in seno ai singoli Stati. T. compresa. Questa, infatti, padrona della parte di Palestina sulla via destra del Giordano occupata nel 1948, si mise in urto con la Lega araba allorché decise ( 24 apr. 1950) di annetterla al proprio territorio. Una annessione di fatto era già avvenuta nel 1949 e da allora ( $1^{\circ}$ giugno 1949) la T. aveva assunto ufficialmente la denominazione di "Regno hō̄limita del Giordano ". Gli Arabi della Giordania e degli altri Stati facevano colpa al re 'Abdallāh dell'eccessiva dipendenza dalla Gran Bretagna, della discordia determinatasi nella Lega araba, della opposizione a più stretti contatti fra gli Stati arabi o fra alcuni di essi (unione della Mezzaluna Fertile o della Grande Siria), della tendenza a far pace separata con Israele e ad accordarsi con questo per impedire l'internazionalizzazione di Gerusalemme decisa dall'ONU. Il 20 luglio 1951 il re 'Abdallāh fu assassinato in una moschea di 'Ammān; gli successe il primogenito Talāl, che è stato destituito il 12 ag. 1952 per grave malattia nervosa e ha lasciato il trono al figlio Husejn. Dall's genn. 1952 la Giordania ha una nuova costituzione, più liberale di quella del 1928, con governo responsabile davanti al Parlamento.

Bibl.: Oriente Moderno, di Roma, dal 1921.
Donato Baldi - Ettore Rossi
III. Situazione religiosa. - Per la storia anteriore alla prima guerra mondiale v. palestina. Tra una popolazione totale di ca. 400.000 ab., in gran maggioranza musulmani, si trovano 35.000 cristiani, nella maggior parte "ortodossi" che godono di una soddisfacente libertà religiosa.

La nuova Costituzione, entrata in vigore l'8 genn. 1952, benché proclami l'islām religione dello Stato (art. 2), garantisce l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (art. 6, i) e la libertà del culto (art. 14), riconosce il diritto delle comunità religiose di avere delle scuole proprie (art. 19) e dà ai tribunali religiosi cristiani gli stessi diritti dei musulmani (art. 109).

Vi sono ca. 7000 cattolici di rito latino e 6500 di rito greco. Esiste pure una piccola comunità armena-cattolica con parrocchia ad 'Ammān. Il patriarcato latino di Gerusalemme lavera già dal 1866 nella T. per la conversione dei dissidenti. Nel 1908 pure i greco-cattolici o melkiti iniziarono la loro opera con mezzi inferiori alla missione latina ma con il grande vantaggio di offrire alla popolazione la possibilità di diventare cattolici ritenendo il rito tradizionale in lingua araba. In questi ultimi decenni si può parlare di un vero movimento di unione. La S. Sede eresse nel 1932 per i greco-cattolici di T. la diocesi di Petra e Filadelfia con residenza ad 'Ammān. La collaborazione tra latini e greco-cattolici lasciò alquanto a desiderare.

L'unione fra i due riti si è rinsaldata molto dopo una missione popolare tenuta in comune nel 1938 da preti latini e greci. Su preghiera del vescovo greco il delegato apost. nominò un visitatore permanente delle scuole dei due riti e si stabilì di non aprire mai in un solo villaggio due scuole cattoliche (una latina ed una greca) ma una sola chiamata semplicemente cattolica. L'organizzazione dell'«Unione delle scuole cattoliche» provvede ora a questa importante opera. Il patriarcato latino conta nella T. 21 parrocchie e la diocesi greco-cattolica ne ha una trentina.

Vi sono ca. 60 scuole cattoliche con complessivamente 9000 alunni. Dall' 11 febbr. 1948 il delegato apost. di Gerusalemme e Palestina è tale anche per la T. Dalla fine del secolo scorso lavorano nella T. pure i protestanti con larghi mezzi. Ma il successo è minimo. Vi sono appena rooo protestanti.

Bibl.: G. De Vries, Cattolicismo e problemi relig. nel Prossimo Oriente, Roma 1944, p. 69 sgg.; id., Palestina, in Cio. Catt., 1951 III, pp. 463-72; id., L'union catholique des écoles en Transjordanie, in Prache-Orient Chrétien, 1951, pp. 110-11. V. anche Oriente Moderno, 1923-50, eccellente rivista di informazione sul movim. polit. relig., culturale, specie del Medio Oriente. Guglielmo de Vries

TRANSILVANIA : v. ALBA JULIA.
TRANSITO (Dormizione) DI MARIA. - Apocrifo, molto diffuso nell'antichità, sulla morte ed assunzione della Vergine. Dopo aver narrato la vita di nascondimento e di preghiera di Maria, l'operetta descrive il miracoloso accorrere degli Apostoli ed Evangelisti (quelli morti risuscitano) da tutte le parti del mondo. A Giovanni, proveniente da Efeso e fittizio autore del libro, si assegna la parte principale nelle preghiere e nelle dacisioni (cf. Io. 19, 27).

Ognuno narra alle Vergine il motivo ed il modo del proprio accorrere: avendo i Giudei costretto le autorità militari romane ad agire contro la Vergine e gli Apostoli. Dio protegge costoro trasportandoli in Gerusalemme. Di domenica Gesù appare alla Madre dicendole: "Ecco, da questo momento il tuo prezioso corpo sarà trasportato in paradiso e l'anima tua santa nei cieli, nei tesori del Padre mio in trascendente splendore, ove è la pace e la letizia dei santi Angeli». Il transito è così descritto: "Allora il volto della Madre del Signore risplendette più della luce, e levatasi in piedi benedisse con la propria mano ciascuno degli Apostoli e tutti resero grazie a Dio: e il Signore, stendendo le sue mani immacolate, accolse la santa e pura anima di Lei ". Dopo 3 giorni il corpo " viene trasportato in paradiso dalla sepoltura ". Gli Apostoli ritornano miracolosamente nelle loro città.

Il libretto è una bella glorificazione di Maria, anche se non è affatto lecito additarlo come il fondamento e la base della teologia e pietà mariane, di cui si hanno documenti molto più antichi e sicuri; grande importanza ha la sua testimonianza esplicita del mistero dell'Assunzione. Ne esistono versioni in latino, siriaco, copto (dialetto sà'idico e bohaţico), arabo, etiopico ed armeno. La diversità abbastanza profonda fra alcune di queste traduzioni fa supporre testi differenti anche nell'originale greco (secc. iv-v), del quale si segnalano fino a 4 recensioni.

Bibl.: edd.: C. Tischendorf, Apocalygius apocryphae, Lipsia 1866, pp. 95-136; A. Smith, Apochrypha Syriaca (Studia Simulita, 11), Loodro 1902, pp. 22-113 (testol. e 12-69 (trad. inglese); G. Bonaccorsi, Vangeli apocr., I, Firenze 1948, pp. 260-89; per testi orientali, per lo più ined., cf. BHO, 629-51. Studi: A. Vitti, Libri apocr. de Assunzione di M. V., in Verbum Domini, 6 (1926), pp. 225-34; M. Jugic, La littérat. apocryphe sur la mort et l'Assompt. de Marie d partir de la moitié du VIe s., in Echos d'Orient, 29 (1930), pp. 265-95; id., La mort et l'Assompt. de la Ste Vierge. Etude historico-doctrinale (Studi e testi, 114), Città del Vaticano 1946, pp. 103-71. Angelo Penna

TRANSUSTANZIAZIONE. - Etimologicamente (lat. trans=oltre, substantia=sostanza) indica il passaggio di una sostanza in un'altra. E del sec. xili l'espressione ufficiale della Chiesa per indicare la via per la quale si attua la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo nell'Eucaristia, ossia la mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo e di tutta la sostanza del vino nel Sangue di Gesù Cristo, rimanendo immutate solamente le apparenze del pane e del vino (Conc. di Trento, sess. XIII, can. 2; Denz-U, 884).

Tale dottrina implicita nelle parole di Gesù "Questo è il mio Corpo" e "Questo è il mio Sangue", fu lentamente formulata, in termini equivalenti, dai Padri (trasmutazione, trasformazione, transelementazione ecc.; v. eucaristia, III, col. 764), dagli autori ecclesiastici dell'età carolingia (cf. C. Gliozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio Radberto e Ratrammo monaci di Corbia, Palermo 1945), dal Sinodo Lateranense del 1079 contro Berengario di Tours (substantialiter converti: Denz-U, 355; cf. A. Lentini, Alberico di Montecassino nel quadro della Riforma gregoriana, in Studi

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Gregoriani, IV, Roma 1952, pp. 55-109, spec. p. 66), finché nel sec. xir venne introdotta la felice espressione transubstantiatio, che fu accolta nei documenti ufficiali della Chiesa dal Concilio Lateranense IV (1215) al Tridentino (Denz-U. 430, 465, 581, 698, 884). 1

Si ritenne che il primo ad usare la parola transubstantiare fosse stato il vescovo di Autun, Stefano di Beaugé (m. nel 1139 o 1140 ) nel Tractatus de Sacramento Altaris, cap. 13: "Oramus ut cibus hominum fiat cibus Angelorum, scilicet ut oblatio panis et vini transubstantietur in Corpus et Sanguinem Jesu Christi" (PL 172, 1291); ma il p. D. Van den Eynde dimostrò (Le tractatus de Sacramento Altaris joussement attribué à Etienne de Beaugé, in Recherches de théologie anc. et méd., 19 [1952], pp. 225-43) che quest'opera non è di Stefano di Beaugé ma di un autore della seconda metà del sec. xir (forse dell'altro Stefano, che fu vescovo di Autun dal 1170 al 1189 ca .); rimane quindi come prima testimonianza accertata di questo termine il passo redatto ca. il 1150 da Rolando Bandinelli (poi papa Alessandro III): « Verumtamen, si necessitate imminente, sub alterius panis specie consecraretur, profecto fieret transubstantiatio. Sanguinis autem numquam fit nisi de vino transubstantiatio" (Sententiae, ed. U. Gietl, Friburgo in Br. 1891, p. 231). Le testimonianze susseguenti sono numerose (cf. J. De Ghellinck, L'Eucharistie au XIIe siècle en Occident, in DThC. V. coll. 1287-1302). Di questo termine, respinto da Lutero e da tutti i protestanti, ma dichiarato dal Concilio di Trento espressione "aptissima" del dogma cattolico molto si disputò nell'ambito della dottrina ortodossa (v. Eucaristia, III, coll. 764-66), mai però fu messo in dubbio il valore e il preciso significato fino a questi ultimi anni, nei quali si è tentato di svuotarne il reale contenuto facendo ricorso al concetto di una trasformazione totale non in senso sostanziale ma nel puro ambito delle significazioni ( $t$. simbolica). L'errore è stato individuato e respinto da Pio XII nell'encicl. Humani generis, 12 ag. 1950 (cf. A. Piolanti, De symbolismo et ubiquismo eucharistico a Pio XII proscripto, in Euntes duxste, 4 [1951], pp. 56-71).

Bibl.: ef. le opere cit. alla v. Eucaristia, III, coll. 766-67. E. Demoutet, La théol. de l'Euch. à la fin du XIIe siècle. La théol. de Pierre le Chantre d'après la Summa de Sacramentis, in Arch. d'hist. doctr. et litt., 14 (1943-45), pp. 204-208; A. Michel, Transubstantiation, in DThC. XV. coll. 1396-1406 (con bibl.), Antonio Piolanti

TRAPANI, DIOCESI di. - Diocesi e città capoluogo di provincia nella Sicilia occidentale. Ha una superficie di ca. 1090 kmq ., con una popolazione di 196.158 ab., dei quali 195.180 cattolici, distribuiti in 47 parrocchie servite da 109 sacerdoti diocesani e 53 regolari; conto un seminario, 13 comunità religiose maschili e 49 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 429). La diocesi è suffraganea di Palermo. La Cattedrale è dedicata a s. Lorenzo.

La città sorge alle falde del Monte Erice, di fronte alle Isole Egadi, e fu detta Drepana per la forma falcata del suo porto. Fu l'emporio marittimo di Erix (oggi Monte S. Giuliano). A questo estremo lembo della Sicilia si ricollega la leggenda troiana che, nella rielaborazione posteriore (particolarmente virgiliana), vi fa morire Anchise e ad Enea attribuisce la fondazione del tempio di Venere Ericina, sulle cui rovine fu rialzato l'attuale santuario dell'Assunta (sec. xv). T. fu fortificata dal cartaginese Amilcare; le sue acque videro la sconfitta del console romano P. Claudio Pulcro. Dopo la battaglia delle Egadi ( 241 a. C.) cadde in potere dei Romani, che ne fecero una città conesiare. Soggiacque in seguito ai Vandali di Genserico, cui fu sottratta da Belisario. Occupata nell'844 dagli Arabi, conobbe successivamente la dominazione normanna, sveva, angioina, spagnola. A T. sbarcò nel 1283 Pietro III d'Aragona, chiamato dai Siciliani alla corona dell'isola dopo la rivolta del Vespro; nel 1535 Carlo V vi sostò dopo la vittoriosa impresa di Tunisi. Dagli Aragonesi in poi la città seguì le vicende storiche del resto della Sicilia.
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(fot. Alinari)
Trapani, diocesi di - Facciata della chiesa di S. Agostino (sec. xiv) - Trapani.

La data dell'erezione della diocesi non è nota; dal momento però in cui passò sotto Costantinopoli (sec. Ix) non si hanno più notizie di T. come sede vescovile. Fu nuovamente ristabilita da Gregorio XVI con la bolla Ut animarum pastores del 31 maggio 1844, smembrandola dalla diocesi di Mazzara (v.). Nativo di T. fu il card. Enrico Beccatelli (sec. xit).

Bibl.: Cappelletti, XXI, p. 556. Enzo Navarra
Arte. - Architettura. - Ruderi suggestivi di architettura fenicia si trovano a Motya, isoletta poco a sud della città. La più antica costruzione, tuttavia, è la Colombara, fortezza a guardia del porto, già esistente al tempo degli Elimi e sempre ricostruita; l'ossatura principale di quel che ne rimane è del periodo normanno. Più chiare testimonianze si hanno dell'architettura chiaramontana: la basilica dell'Annunziata con l'aspetto di fortilizio nel lato nord, la chiesa di S. Agostino e la fontana di Saturno (1342). Alla fine del Trecento o agli inizi del Quattrocento appartiene la cappella dei Pescatori dell'Annunziata, di gusto catalano. Si notano inoltre qua elà nelle vie particolari archi "a ventaglio a a tumo sesto, su pilastrini bassi (arco del Palazzo del Banco di Sicilia). Alla seconda metà del Quattrocento appartengono la cappella dei Marinai dell'Annunziata, il Palazzo Ciambra (Giudecca) e casa Pilati. Sono largamente rappresentati i secc. xvir e xviri con le chiese del Collegio dei Gesuiti (Francesco Pinna), della Badia Nuova, del Purgatorio, di S. Lorenzo (G. B. Amico) e con i Palazzi Cavaretta, a sfondo del Corso, Xirinda e il convento dei Carmelitani, attuale Museo Pepoli.

Scultura. - La più antica e notevole opera esistente nella città è la Madonna di T., della scuola di Nino Pisano (sec. xiv). Sono invece opere dei primi anni del sec. xvi: il portale della cappella della Madonna della Annunziata, il baldacchino del Carmine, quello di S. Maria di Gesù ed un trittico ora nel Museo, tutte opere di Antonello Gagini.

Pietro Orlandini, notevole scultore in legno del sec. xvir, ha lasciato un armadio nella sacrestia del Collegio ed un altro ora al Museo, nonché un Crocifisso nella chiesa

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(per costasia detto sig.na
Trapani, diocesi di - Statua di Maria S.ma conservata nel santuario dei-
l'Annunziata (sec. 2iv) - Trapani.
dell'Annunziata. Opere settecentesche sono il bozzetto in bronzo per un monumento equestre del Serpotta, al Museo, l'altorilievo di Ignazio Marabitti al Collegio e le caratteristiche figure dei Misteri in legno di Baldassare Pisciotta nella chiesa di S. Michele.

Pittura. - Le opere pittoriche più importanti ma di varia provenienza sono radunate quasi tutte al Museo Pepoli. Molto interessanti le tavolette trecentesche che provengono dalla chiesa di S. Agostino; una Pietà di scuola toscana (