volume-12

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eristiche figure dei Misteri in legno di Baldassare Pisciotta nella chiesa di S. Michele.

Pittura. - Le opere pittoriche più importanti ma di varia provenienza sono radunate quasi tutte al Museo Pepoli. Molto interessanti le tavolette trecentesche che provengono dalla chiesa di S. Agostino; una Pietà di scuola toscana (sec. xiv); un polittico quattrocentesco di Taddeo di Bartolo; il Redentore attribuito a Tommaso de Vigilia. Nel Museo è anche molto rappresentata la pittura del Seicento napoletano con opere di Salvatore Rosa, del Solimena e del Ribera. Attraenti sono anche le tele di Andrea Carreca, pittore locale. Una bella tela di scuola fiamminga trovasi alla Badia Nuova. Particolarmente sviluppate furono in T. le arti minori nei secc. xvir e xviri : gioielleria, incisioni di avori e coralli e la ceramica. Da ricordare il ricchissimo presepio ed il Crocifisso in corallo del Museo; numerosi paliotti, lampade, arredamenti sacri, cammei, figurine da presepe, opere del 'Tipa, del Laudicina e del Matera, le maioliche esistenti al Museo e in alcune collezioni private. - Vedi tav. XLIV.

Bibs., F. Mondello, Bibliog. trapanese, Palermo 1876; G. M. di Ferro, Guida per gli stranieri in T., Trapani 1822; L. Biagi. Il regio Museo Pepoli in T., Roma 1932; C. Trasselli, Sull'arte in T. nel '400, Trapani 1948; M. P. Cosentino, La Madonna di T., in Notizie storiche della Basilica Santuario, ivi 1920.

Maria Pia Cosentino
TRAPPISTI : v. CISTERCENSI RIFORMATI.
TRASCENDENTALI. - Nella filosofia tradizionale sono le nozioni che per la loro massima universalità si applicano a tutte le cose e di tutte formalmente si predicano. Il termine deriva dal verbo trascendere riferito filosoficamente a qualcosa che in qualche modo sorpassa un'altra perché appartiene a un ordine superiore : in questo senso Dio trascende la natura e il mondo come loro principio e causa efficiente, lo spirito la materia, la vita le attività fisico-chimiche, il genere la specie. Sono promiscua. mente usati, nella filosofia tradizionale, i termini trascendente e t. benché preferibilmente sia detta trascendente una realtà che supera un'altra realtà (Dio rispetto alle creature), e t. una nozione che sorpassa una altra nella sua estensione (il genere rispetto alla specie).

Nel pensiero antico il concetto di trascendentalità è elaborato specialmente in rapporto all'ente (v.) e alle sue proprietà o attributi generalissimi. In particolare Aristotele insiste sul carattere t. della nozione di essere che è oggetto formale della metafisica (filosofia prima) e concetto non semplicemente generico, ma trascendente
tutte le categorie, i generi, le specie e le differenze (Met.. IV). Aristotele rileva inoltre la trascendentalità di altre nozioni quali l'unità (v.), la verità (v.) e la bontà (v. bene.) I neoplatonici (Plotino, Eunead., V), insieme con la verità e la bellezza, considerano come nozioni t. soprattutto l'unità e anche, sotto l'influsso di Plotone, la bontà. La dottrina, ripresa dai Padri (in particolare s. Agostino, De mor. Manich., II; Sohl., II) è dalla scolastica medievale, in dipendenza anche della filosofia arabo, svolta sistematicamente. S. Tommaso (De Ver., q. 1, a. i e passim) enumera cinque nozioni trascendenti al pari dell'ente, da cui non si distinguono che per distinzione logica: res che esprime l'essenza o quiddità dell'ente, unum che ne indica l'indivisione, aliquid che significa la distinzione di ogni singolo ente da ogni altra realtà; cernm che esprime la conformità dell'essere con il pensiero (s omne cns est intelligibile n), bonum che indica la convenienza dell'essere con le tendenze appetitive del soggetto razionale o irrazionale (s omne ens est appetibile n). Analoga dottrina in Scoto (Oxon., I, dist. 8, q. 3) e in Suárez (Disp. Met., dist. 3. s. i) che svolge ampiamente le proprietà t. dell'ente.

Il pensiero del Suárez esercitò notevole influsso nella filosofia moderna, come appare in Wolff (Ontologia, § 169). Kant conobbe la dottrina scolastica, ma affermò che i t. non esprimono predicati delle cose, bensì piuttosto le esigenze logiche di ogni cognizione delle cose (Krit. d. rein. Vern., I, 1), e secondo la sua teoria della conoscenza (v.) attribui ai termini trascendente e t. un nuovo significato: trascendente è tutto ciò che in qualunque modo è al di là di ogni possibile esperienza (il noumeno [v]). e si oppone a immanente (ibid., Trans. Dial.. Eial.); t. è la condizione a priori, o forma necessaria e universale della esperienza e si oppone ai dati empirici dell'esperienza stessa. Con Kant il termine t. era cosi vòlto dal significato e dalla direzione ontologica a quella logico-gnoscologica del soggetto. Delle forme t. kantiane è legittimo soltanto l'uso empirico perché esse necessariamente si connettono con i dati fenomenici dell'esperienza cui solo si riferiscono: ogni loro uso metafisico è pertanto, secondo Kant, privo di valore.

Nella filosofia moderna i tcrmini trascendente e t. sono usati per lo più nel senso kantiano o in un senso anologo, escluso il riferimento all'essere, come appare anche in alcune forme della filosofia dei valori (v.) ove gli attributi t. sono considerati come valori s supremi distinti dalle cose.

Bibs.: R. Euler, Wörterbuch d. philos. Begriffe, $4^{2}$ ed., III. Berlino 1929. pp. 253-62; G. Schuh mann, Die Lehre von den Transcendentalien in der scholastischen Philosopine, Lipsia 1499; L. De Raeymaeker, Metaphysica generale. Lovanio 1951, pp. 38-59 e 250-54; P. Dezza, Metaphysica generalis, $2^{2}$ ed., Roma 1948, pp. 61-64

Paolo Dezza
TRASCENDENZA, PRINCIPIO di: v. IMMANENZA.

TRASEA, santo, martire. - Vescovo di Eumenia nella Frigia, vissuto nella seconda metà del sec. II.

Il Breviario siriaco ed il Martirologio geranimiano lo ricordano il 27 ott. insieme con Policarpo e Gaio; il Martirologio romano invece, che trasse l'informazione da quello di Adone, lo commemora solo il 5 ott. Il suo sepolcro si trovava a Smirne dove forse subí il martirio al tempo di Marco Aurelio o di Commodo. Lo scrittore Apollonio in un'opera contro i Montanisti affermava chz era perito ai suoi tempi, ed il vescovo Policrate di Efeso, nella lettera inviata da papa Vittore per la controversia pasquale, asseriva che T. aveva seguito l'uso quartodecimano.

Bibs.: Eusebio, Hist. eecl., V, 18, 23; Tillemont. II, p. 440 sg.; Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 7-12; Martyr. Hierosymianum, p. 273 sg.; H. Delahaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 158; Martyr. Romanum, p. 435.

Agostino Amore
TRASFIGURAZIONE (gr. μεταμόρρωσις). I. L'avvenimento. - Apparizione miracolosa di Gesù Cristo, verso la fine della sua predicazione, ai tre discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, in forma gloriosa.

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L'avvenimento è descritto con molti particolari dai Vangeli Sinottici, ognuno dei quali mostra caratteristiche proprie, pur concordando nella sostanza del fatto. I tre Apostoli furono colpiti non solo dallo splendore delle vesti di Gesù, ma anche dalla presenza di Elia e Mosè, che udirono parlare, e dalla voce misteriosa che attraverso una nube profori le parole: "Questo è il mio Figlio diletto (Mt. aggiunge " nel quale mi sono compiaciuto "), ascoltatelo ". Discendendo dal monte, Gesù richiede agli Apostoli il silenzio su quanto hanno veduto e sentito. $L c .9,28-36$ limita qui il suo racconto; mentre Mt. 17, 1-13, con Mc. 9, 1-12, vi aggiunge la questione, suscitata dai discepoli, sulla seconda venuta di Elia. Gesù spiega che la missione di questo profeta è stata già svolta da Giovanni Battista.

L'avvenimento della 'T. è ricordato anche da $I I P t$. 1,16-18, ove si afferma che i tre Apostoli poterono contemplare "la grandiosa manifestazione" ( $\mu \varepsilon \gamma \alpha \lambda \varepsilon \iota \sigma \tau \eta \varsigma$ ) e che udirono le parole del Padre celeste. Dall'antitesi paolina (Pbil. 2,6) fra la "forma di Dio" ( $\mu \circ \rho \rho \dot{\eta} \tau \circ \dot{\theta}$ (Bosi) e la "forma dello schiavo" ( $\mu \circ \rho \rho \dot{\eta} \tau \circ \dot{\theta} 8 \circ \dot{\theta} \lambda 0 \mathrm{v}$ ) e dalle varie affermazioni degli Evangelisti bisogna concludere che da tutto l'insieme risultava la presenza di una natura divina. Il fenomeno è descritto in relazione all'impressione prodotta sugli Apostoli. Non si richiede affatto che fosse venuta meno la natura umana (cf. Giovanni Damasceno, Hom. in Transfig. Domini, 12: PG 96, 364; s. Tommaso, Sum. Theol., $3^{0}$, q. 45, a. 2). Con la T. Gesù confermò la confessione di Pietro, confortò gli Apostoli, ai quali poco prima aveva preannunziato la sua passione e morte, mostrò la superiorità propria e del Vangelo rispetto ai più famosi personaggi antichi ed alla legge mosaica. Manifestò la sua divinità, mentre le parole del Padre ne affermarono la filiazione eterna, reale, trascendente.

Tutti gli esegeti anteriori al razionalismo biblico ammettono l'autenticità del racconto e la realtà oggettiva del miracolo. Quanti non credono al soprannaturale ne dànno una spiegazione "naturalistica" (Paulus, Spitta, Schleiermacher), attribuendo magari una grande parte all'illusione degli Apostoli (Neander, Gratz, Bleek, Weizsäcker, B. Weiss, A. Reville, A. Harnack, Ed. Meyer), oppure ricorrono ad un "mito", dovuto ad influssi ebraici (Strauss, De Wette, Reisenfeld), greci (Lohmeyer, W. Bousset) o indiani (Seydel, Van den Bergh van Eysinga).

Biol.: J.-M. Vosté, De Baptismo, Teutatione et Transfiguratione Iene, Roma 1934, pp. 115-67; J. Binaler, Die neutestamentlichen Berichte über die Verhliárenge Jesu. Münster 1937; J. Holler, Die Verhldrang Jesu, I riburgo in Br. 1937; E. Dabrowski, La Transfiguration de Jésus, Roma 1939; H. Riesenfeld, Jésus transfizaró. L'arrière plan du récit éruogélique de la Transfiguration de Notre-Seigneur, Lund 1947.

Angelo Penna
II. Il luogo della T. - Il luogo del mistero della T. è indicato dagli evangelisti sinottici sopra "un monte" (Lc. 9, 28) "alto" (Mt. 17, 1; Mc. 9, 1) e detto da s. Pietro, testimone oculare, "santo" (II Pt. 1, 18), senza esserne specificato né il nome, né la posizione topografica. Eusebio, che raccolse le tradizioni locali della Palestina, si mostrò perplesso sul sito della T. Spiegando Ps. 88, 13 "Il Thabor e l'Hermon esulteranno..." (PG 13, 1092) scrive : "Io penso che su queste moniagne ebbero luogo le T. straordinarie del nostro Salvatore"; nell'Onomasticon, descrivendo i due monti, non vi fa alcuna situazione. Una tradizione del sec. Iv (il testo di Selecta in Psalma, attribuito ad Origene, che afferma la T. sul Monte Thabor, non sembra autentico: cf. R. Devreesse, in DBs, I, coll. 1120-22), costante sino ad oggi, riconosce il Thabor come "il monte, santo della T.".

Il primo teste è s. Cirillo di Gerusalemme, m. nel 386 (PG 33, 743-44), seguito da s. Girolamo, il quale, descrivendo l'itinerario di s. Paola, dice che essa "scandebat Montem Thabor, in quo transfiguratus est Dominus" (PL 22, 889, cf. 491). Alcuni autori moderni, sia cattolici sia protestanti, hanno preferito il Monte Hermon, per i motivi che esso è nella regione di Cesarea di Filippo dove si trovava Gesù, è il monte più alto ( 2759 m .),
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(Par. Alivarti)
TrasfiguraZIONe - La T., dipinto di Raffaello (1217-20), Roma, Pinacoteca Vaticana.
e perché la neve che ne ricopre la cima offre analogia con il candore delle vesti del Trasfigurato. Ma in favore del Thabor si fa osservare che "il viaggio di una settimana " sarebbe troppo lungo per raggiungere l'Hermon, sufficiente, invece, per andare da Cesarea di Filippo al Thabor; che, disceso dal monte, Gesù trovò una folla di Giudei intorno all'epilertico che i discepoli non avevano potuto guotire; ma ai piedi dell'Hermon non avrebbe trovato che pagani. Il Thabor (v.), alto 588 m . e isolato sulla vasta piana di Esdrelon, appare come alta montagna. Si obietta pure che, essendo la cima occupata da una fortezza, non era un luogo isolato; ma la fortezza fu messa in stato di difesa da Flavio Giuseppe, al tempo della rivolta dei Giudei contro Roma nel 67 a. C. (Bell. Jud., I, 8). La storia del monte dal sec. Iv si confonde con quella del Santuario, sorto a ricordo del mistero. L'anonimo pellegrino di Piacenza ( 570 ) vi trova tre basiliche in ricordo dei tre padiglioni menzionati da s. Pietro, e Arculfo (670) vi nota un gran numero di monaci ("monachorum inest grande monasterium et plurimae eorundem cellulae»). Nell'808 il Commemoratorium de casis Dei parla del vescovato del Thabor con 18 monaci al servizio di 4 chiese. Nel 1100 vi si insediò una comunità di Benedettini, che Tancredi, principe di Galilea, dotò di grandi rendite. Nel 1113 vi furono trucidati dai Turchi 72 benedettini, ma una nuova comunità ripopolò le rovine, ricostruendo e fortificando il monastero e completando i lavori della Chiesa. La comunità tenne fronte nel 1183 a Saladino, mentre il convento greco fu spogliato e saccheggiato, ma dopo la sconfitta crociata di Hatrin (1187) anche i Benedettini dovettero abbandonarlo.

Il sultano al-Malik al-'Adil vi fece ricostruire una fortezza, terminata nel 1212 e per suo ordine abbattuta nel 1218. Trasferiti da Alessandro IV nel 1255 all'Ordine ospitaliero, chiesa ed edifici religiosi furono rovinati dalla campagna di Bajbars nel 1263. Il luogo, rimasto nel-

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l'abbandono per più di 4 secoli, era visitato da pellegrini, accompagnati dai Francescani di Nazareth; fu da questi acquistato nel 1631; ma solo nel 1924, sopra i ruderi delle antiche chiese, rialzate nello stesso luogo, la Custodia di Terra Santa fece risorgere la magnifica Basilica (architetto A. Barluzzi).

Bibl.: Bernabé d'Alsace (Meistermann), Le Mont Thabor. Parigi 1400; D. Baldi, Enchiridion Lacorum Sanctarum, Gerusalemme 1935, nn. 490-529.

Donato Bald.
III. La festa liturgica della T. - La festa della T. si celebra oggi nella Chiesa latina il 6 ag. con rito doppio di II classe. La messa ha Oremus di magnifica composizione, l'Ufficio una salmodia propria ed è di un tono molto solenne.

La pericope di Matteo (17. 1-8), l'unica che entrata nell'uso liturgico, si legge anche il sabato delle Tempora di Quaresima, e la domenica seguente. E errato, o almeno molto equivoco, parlare di una "festa" della T. celebrata nel sec. v dalla Chiesa romana in Quaresima, che poi sarebbe stata trasportata fuori del tempo quaresimale: si tratta della lettura di una delle tante pericopi quaresimali a scopo puramente dottrinale, nel quadro dell'istruzione di Quaresima che si concentra sull'idea della redenzione che è il trapasso dallo stato di peccato a quello di Grazia, mediante la partecipazione alla Passione e Morte di Cristo. L'episodio della T., che rivela lo stato finale di gloria di Cristo e, con lui, degli eletti, viene unito dallo stesso Signore alla sua Passione, nelle parole che conchiudono l'episodio stesso. Il sermone di s. Leone Magno, tenuto in questo sabato (la messa domenicale è posteriore; al suo tempo era ancora aliturgica; o meglio, la messa terminale della veglia del sabato cadeva già nella stessa domenica), non è un sermone festivo, ma uno della serie di sermoni quaresimali, forse più solenne e lungo, perché pronunziato nella veglia delle Tempora (Serm., 51: PL 54, 308-13). I sermoni dei Padri greci fanno in genere parte dell'esposizione corrente evangelica, come il celebre sermone di s. Giovanni Crisostomo, Hom. 75 in Matth. (PG 57, 549 sgg.).

Nell'Oriente però, a parte e fuori della Quaresima, la T. appare presto come oggetto di una vera festa liturgica. Gli Armeni riconducono detta festa (celebrata la domenica VII dopo Pentecoste) direttamente al loro - Illuminatore s. s. Gregorio (sec. Iv), il quale avrebbe sostituito la festa popolare della Venere "Rosa flamma" con quella della festa del Signore glorificato; cosi almeno vuole nel sec. vi: la tradizione, conservata da Gregorio Arbauni ( 690 ca ). Poco dopo (secc. v-vi), i Nestoriani del regno dei Sassanidi la celebrano come - festa dei tabernacoli ". In Etiopia appare nello stesso tempo, in data 13 ag.

Per trovare (con grande probabilità) la ragione della data più usuale, 6 ag., occorre tornare sullo stesso monte Thabor, ritenuto molto presto come luogo della T. (Origene). Anche se la notizia della fondazione di una chiesa (oratorio) sul detto monte da s. Elena non pare accertata, nondimeno esisteva un oratorio, se non una basilica, sulla vetta del Thabor sin dal sec. Iv; il vescovato eretto con sede sul Thabor nel 553, dal V Concilio di Costantinopoli, contribuì alla formazione di un gruppo di chiese, oratòri, monasteri, come lo vide l'Anonimo Piacentino nel 570.

Ora, la data del 6 ag. si spiegherebbe come data della consacrazione della chiesa episcopale, e del suo anniversario. Comunque sia, anche in Occidente appaiono tracce di una festa della T. molto presto, ma con date non sempre certe. Nella Spagna visigotica la festa venne celebrata il 6 ag., come assicura s. Isidoro (anzi, si celebravaio tre Messe, come al Natale). Nel Martinologio versificato di Vandalberto di Prüm, scritto nell'847, la festa si trova alla stessa data. Vari calendari di S. Gallo, Tegernsee, Colonia dei secc. viII-xI, hanno la festa alle date 27 luglio, 5, 6, 8 ag.; il Calendario autografo di s. Villibrordo (702-706) al 27 luglio. Durante il medioevo la T. si solennizza in vari luoghi, e a date diverse; alla fine del medioevo, per dare qualche cenno, a Meissen si celebrava la festa il 17 marzo (era rimasta nella vici-
nanza del sabato delle Temporal); il 26 luglio a St-Omer, Bruges, Sion (Sitten), e nell'antico Calendario irlandese di Aenguess (sec. 15); il 27 luglio p. es., a Cambrai, Parigi, Amiens; il 4 ag. a Lebus, diocesi di Poanan, il 5 ag. a Vorms, Liegi, Cinque chiese (Ungheria), il 26 ag. a Passavia, il 3 sett. a Halberstadt, ecc.

La festa della T. dunque, specialmente verso la fine del medioevo, non era più ignota; ma la sua estensione ufficiale a tutta la Chiesa e l'unificazione della data è legata al pontificato di Callisto III, il Papa catalano che si dedicò con tanta forza alla lotta contro i Turchi. La notizia della vittoria di Belgrado da parte delle armi cristiane ( 21 e 22 luglio 1456), giuntagli in data 6 ag., fu l'occasione per elevare la festa della T. al rito di duplex e di imporla a tutta la Chiesa. Callisto lo fece con la bolla Inter divinae dispositionis arcana, in data 6 ag. 1457 (Bull. Rom., ed. Cocquelin, III, 3, Roma 1743, pp. 85-88) e con una serie di brevi ai principi diede maggiore rilievo a questa imposizione liturgica. La data del 6 ag. fu scelta perché era già in uso come data principale della festa e per la bella coincidenza sopra ricordata. Callisto III fece comporre dal domenicano Giacomo Gil un ufficia nuovo che fu però in parte (lezioni, inni) cambiato da Pio V. Clemente VIII diede alla festa il rito, da lui introdotto, di dupl. matus; Pio X, nella riforma del 1911-13, elevò la festa al rito attuale, soprattutto perché festa titolare della Basilica Lateranense, capo e madre di tutte le chiese del mondo. Infatti, la T. viene ripetuta come festa titolare di tutte le chiese dedicate al Salvatore, senz'altro titolo particolare.

Tra i vari usi liturgici-popolari è da notare che in certi luoghi si usava in questa festa spremere il primo grappolo d'uva rosso, per mescerne il sugo con il vino della Messa, in ricordo della luce emanata nella T. dal corpo glorificato del Signore.

Bibl.: N. Nilles, Kolend. man. utriusque eccl., I, Innsbruck 1896, pp. 235-38; II, ivi 1897, pp. 562, 588; A. Baumstark, Pestbrenier u. Kirchenjahr der syr. Zahnhiten, Paderborn 1910, p. 261 ; K. Kastner, Praktischer Bremschamment., II, Breslena 1924, pp. 237-40; F. G. Holweck, Calend. lit. fest. Dei..., Philadelphia 1925 (v. indice); Martyr. Romantm, p. 325 ; E. Monding, Die Kolendarien v. St. Gallen, II, Beuron 1951, p. 88.

Giuseppe Löw
IV. Ancheologia. - S. Agostino insegna che nella T. Gesù Cristo significa il Vangelo che riceve la sua testimonianza dalla legge rappresentata da Mosè e dai Profeti, raffigurati da Elia (Tractatus XVII in Evangelium Iohannis: PL 35, 1529). Nel ciclo della Basilica Ambrosiana a Milano si trovava rappresentata la T. accompagnata dal distico: "Maiestate Sua rutilans sapientia vibrat discipulisque Ducem si possint cernere monstrat" (G. B. De Rossi, Incor. christ., II, Roma 1888, p. 242; S. Merkle, Die Ambrosianischen Tituli, in Römische Quartalschrift. 10 [1896], p. 214). La scena si trova raffigurata anche in avori, dalla cassetta della Lipaaneteca di Brescia, ad un avorio già Barberini, ad un altro del British Museum. A Ravenna nel musaico absidale di S. Apollinare in Classe in luogo del Redentore è la croce gemmata tra Mosè ed Elia; in basso tre Apostoli sono simboleggiati da tre agnelli. R. Garrucci riconosce la rappresentazione in una miniatura dell'Evangelario di Rabbóllè dell'anno 586 (Storia dell'arte crist., Prato 1873-81, tav. 133, 1). Nel musaico sull'arco trionfale dei SS. Nereo e Achilleo (795816) Gesù Cristo in una mandorla a fondo azzurro in tunica, pallio, nimbo crucigero, destra in gesto oratorio, sinistra con rotolo; a destra e a sinistra più piccoli Elia vecchio, Mosè giovane, prostrati e nimbati i tre Apostoli. Di poco posteriore è la scena nella cappella di S. Zenone in S. Prassede ( $8 \mathrm{I} 7-24$ ). In Milano la scena della T. fu rappresentata nell'altare di Volvinio in S. Ambrogio (824-59) secondo il tipo bizantino. Nel manoscritto greco delle omelie di S. Gregorio di Nazianzo, al sermone ottavo, fol. 75, Gesù è sul monte con nimbo aureo, tunica azzurra listata di porpora, fa il gesto oratorio con la destra, mentre con la sinistra stringe il volume; a destra è Mosè giovane, imberbe, a sinistra Elia anziano barbato. La scena è indicata dall'iscrizione in lettere unciali: 'H áyía $\mu \varepsilon-$ $\tau \alpha \mu \delta \rho \varphi \omega \sigma \iota \varsigma$. Ai piedi del monte e di due palme sono

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Pietro, Giovanni e Giacomo. Alla miniatura è ispirata la scena nel calendario musivo del Tesoro di S. Giovanni in Firenze (sec. x), come pure nella miniatura del sec. x del cod. Greco 1156 della Biblioteca Vaticana e in un musaico portatile del Museo del Louvre a Parigi. Dello stesso tipo è la rappresentazione nella cappella di S. Caterina al monte Sinai e in un evangeliario di Iviron al monte Athos.

Bibl.: Ch. Diehl, Instinien et la civilisation byzant. au VIe siècle, Parigi 1901, fig. 107, p. 295; A. De Waal, Zur Ihonogr. der Transfiguratio in der alt. Kunst, in Römische Quartalschrift, 16 (1902), pp. 25-40; S. Vaihé, in Revue de l' Orient chrét., $2^{\circ}$ serie, 2 (1907), pp. 96-98; A. Wilmsat, T., in Bull. anc. littér. chrét., 1911, pp. 285-92; J. Herwegen, in Festschrift. Georg von Hertling, 1913; G. Millet, Bech. sur l'iconogr. de l'Evang., Parigi 1916, pp. 218-31; O. Wulff, Altshriatl. und Byzant. Kunst, II, Berlino 1922, p. 419, fig. 364; V. Benesevic, in Byzantion, I (1924), pp. 145-72; G. Messri, La T. a S. Apollinare nel mosaico della Basilica Clarsene, in Illustrac. Vat., 5 (1934), pp. 661-64; L. Prévost, Le Sinai hier..., aujourd'hui; étude topogr., bibl., histor., archôol., Parigi s. d. (1937), pp. 94-97. Enrico Josi
V. Arte. - A quanto pare, la mandorla raffigurata nel musaico dei SS. Nerco e Achilleo sarebbe la più antica finora conosciuta e l'uso che se ne fece in seguito nelle sacre rappresentazioni, fino al sec. xvi, sarebbe da considerarsi derivato dalla iconografia della T. e anche dell'Ascensione di Cristo.

Lo schema iconografico della T. nella cosiddetta dalmatica di Carlomagno, finissimo ricamo orientale, della fine del Duecento, nel Tesoro della Basilica Vaticana (riproslotta alla voce bizantina arte) non si scosta sostanzialmente da quello del manoscritto delle omelie di s. Gregorio di Nazianzo. Cristo si vede nella parte alta della scena fiancheggiato ad una certa distanza dai due profeti, presentati di profilo, mentre in basso sono tre Apostoli abbagliati dal candore divino. Tale disposizione iconografica si stabilirà poi in tutte le raffigurazioni della T. di Cristo. Fra esse si ricordano, come esempio tipico per l'arte trecentesca, una formella dipinta da Taddeo Gaddi, alla Accademia a Firenze, e per l'arte della prima metà del Quattrocento una formella in bronzo di Lorenzo Ghiberti, nella prima porta del Battistero fiorentino. Il Beato Angelico affresco, in una cella del convento di S. Marco a Firenze, una T. dove il Cristo è presentato con geniale semplicità; le figure dei due profeti, ed anche della Vergine e di s. Domenico, che assistono qui al S. Mistero, sono appena segnate ai lati. Il modello dell'Angelico venne imitato dopo alcuni anni da Alessio Baldovinetti, negli sportelli dipinti per l'armadio della S.ma Annunziata, ora nel Museo di S. Marco a Firenze. Alla soglia del ' 500 Giovanni Bellini dipinse la bellissima T. del Museo nazionale di Napoli, mentre il Perugino ne affrescava la rappresentazione sulle pareti del Collegio del Cambio a Perugia, seguendo più rigorosamente lo schema iconografico tradizionale. La più famosa rappresentazione della T. di Cristo è quella di Raffaello, nella Pinacoteca Vaticana. Questa grandiosa opera, rimasta incompiuta alla morte del maestro, e condotta a termine nella sua parte bassa da Giulio Romano e da Giovanni Penni, nella rappresentazione del popolo che assiste al divino mistero appare una libera innovazione iconografica, certo dovuta al genio dell'Urbinate. Il maestro fiammingo Gerard David dipinse in un notevole pannello della chiesa di Maria Vergine a Bruges, nei primi anni del Cinquecento, una T. di Cristo, dove allo schema iconografico tradizionale venne aggiunta la figura benedicente del Padre Eterno, posta in alto tra le nuvole, al di sopra della candida figura di Cristo. - Vedi tav. XLV.

Bibl.: K. Künstle, Ihonogr. der Christl. Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 403-408.

Witold Wehr
TRASFORMISMO : v. EVOLUZIONE.
TRASMIGRAZIONE DELLE ANIME: v. BEINCARNAZIONE.

TRASONE, Cimitero di. - E ricordato per la prima volta nella Depositio martyrum al 29 nov., perché all'aperto cielo in esso fu deposto il martire Saturnino (v.).
![img-43.jpeg](img-43.jpeg)
(fot. Pont. Comm. di arch. sacral
TRASONE, CIMITERO di - Particolare di una Orante velata ( $1^{0}$ metà del sec. IV) - Cimitero della Vigna Massimo.

Oltre Saturnino molti sono i martiri segnalati nel Martirologio geronimiano come sepolti in questo cimitero. Mauro viene indicato nel Geronimiano al 12 ag., al 29 nov., al 10 dic., "Thrasonis Mauri». Al sepolcro di questo martire pose un carme in suo onore il papa Damaso che lo chiama "insontem puerum" (A. Ferrua, [v. bibl.], p. 186). Anche Crisanto e Daria ebbero sul loro sepolcro un carme scritto da Damaso, come attesta Gregorio di Tours (In gloria martyrum, 37; ed. MGH, Script. rerum Merov., I, p. 512), che a sua volta dipende dalla Passio (BHL, 1787). Il raccoglitore delle silloge di Verdun copiò "supra sepulcrum Crisanti et Duriae" un carme che ricordava lo scempio fatto dai Goti (A. Ferrua, [v. bibl.], p. 187). I due martiri Crisanto e Daria figurano nel Geronimiano al 12 ag. con la semplice indicazione topografica "Romae", al 29 nov. con l'indicazione "Romae Aarosonis" per "Thrasonis", e al 20 dic. preceduti da un "alibi". Lo stesso Martirologio segnala un gruppo di 70 militi al 12 ag., 120 al 25 ott. con l'indicazione "quorum nomina soli Deo cognita sunt et positi sunt in cimiterio Trasone"; 72 al 29 nov. "in cimiterio Aarosonis" evidentemente per "Thrasonis". Damaso pose presso il sepolcro di 62 martiri un carme in loro onore. (A. Ferrua [v. bibl.], pp. 184-86). All'iI dic. lo stesso Geronimiano indica il "natale sanctorum martyrum Thrasonis Pontiani Praetextati et aliorum multorum"; il Delehaye ha dimostrato che non si tratta di nomi di santi, ma di eponimi di cimiteri (Etude sur le Légendier Romain, Bruxelles 1936, p. 55). Purtroppo non si è identificato finora nessuno dei sepolcri di detti martiri, a cominciare dalla basilica sepolcrale di S. Saturnino.

Antonio Bosio narra che, presso le rovine di una chiesa, nel luogo detto volgarmente S. Citronina per S. Saturnino, sulla sinistra della Via Salaria, egli rinvenne nel 1594 "l'adito antico per il quale dalla detta chiesa si scendeva nel cimiterio; dove è una scala che discende molto profonda... Ha il detto descenso la sua volta e testudine tutta di stucco, e lavorata di vari fogliami, di viti e racemi di uve". Bosio ritrovò pure un altro ingresso nella vigna dietro le rovine della chiesa e si convinse "essere stato questo cimiterio di gran circuito"; ricorda di aver trovato pitture e lucerne d'ar-

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gento col segno $\mathbf{x}$ e alcune colonne di alabastro (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 488).

Marangoni distinse due regioni, l'una costituita dal gruppo di gallerie già vedute dal Bosio, l'altra da lui scoperta, dove fu trovata l'iscrizione di Severa dell'anno 269 che fu l'origine della dissertazione del p. Lupi (v.). I lavori inizati nel 1872 per costruire una palazzina, portarono al ritrovamento di questa regione; G. B. De Rossi riconobbe il testo di un'iscrizione greca letta già dal Lupi presso l'iscrizione di Severa; rinvenne ancora inciso nella calce di un loculo l'iscrizione di un "Macedonius exorcista de Katolika", letto dal Marangoni; si rinvennero pure tombe decorate con pitture, loculi contenenti graffiti, un frammento di iscrizione metrica; un cratere in vetro bianco con una corona e in lettere greche in rilievo "...IIIE ZHCAIC"; un grande disco vitreo con uccelli e frutti. Tra le epigrafi notevoli quelle di una "Fortunata vives in Chre(efro", di un "Sozon Benedictus" con l'augurio "Berus (per Verus) $\mathbf{X}$ ispirum (spiritum tuum accipiat) in pace et pet(e) pro nobis", di una "Calledrome benedicts in $\mathbf{X}$ ". Tra i sepolcri dipinti tornarono in luce quelli di Marciana, di Metilenia Rufina, di Grata, di due grandi oranti, di un auriga, di un guerriero, l'arcosolio di Silvestra.

G. Wilpert distinse col nome di T. quella regione cimiteriale sulla sinistra della Via Salaria di cui resta un arcosolio dipinto (Pitture, p. 314 e tavv. 163, 2; 164, 2) e dette la denominazione di "catacomba sotto la Vigna Massimo " alla regione cimiteriale sulla stessa via, veduta da Boldetti, Marangoni e riconosciuta da G. B. De Rossi (ibid., pp. 314-15, tavv. 62,1, 120; 122, 1; 145; 146, 1; 174-76; 183,1; 204,212).

Bibl.: J. B. Marangoni, Acta s. Victorini, Appendix, Roma 1741; G. B. De Rossi, Scavi nel cimitero di T., in Bull. arch. critt., $2^{e}$ serie, 3 (1872), p. 159; 4 (1873), pp. 5-21, 43-76; O. Marucchi, Le catacombe romane, Roma 1933, pp. 430-53; A. Ferrua, Epigramm. Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 183-90.

## TRATTA DEI NEGRI : v. SCHIAVITÚ.

TRATTA DELLE BIANCHE. - E il reclutamento di donne, fatto con violenza, inganno, minacce o proposte economiche ed il loro trasporto da una regione all'altra, soprattutto da una nazione all'altra, in vista della prostituzione.

1. Natura del fenomeno. - E una specie di commercio della prostituzione (v.) e un'attività intermediaria a servizio dell'altrui libidine, in vista del proprio interesse, come il lenocinio (v.), da cui si distingue per l'aggiunta dell'elemento trasporto, in regione o nazione diversa. Poiché questo commercio, che si svolge in maniera clandestina e con i metodi con cui si svolgeva il commercio degli schiavi negri trasferiti dal continente africano a quello americano (v. sCHIAVITÚ), ha preso il nome di tratta.

Nell'antichità si ebbe il commercio delle schiave, che, oltre ai servizi domestici, servivano ancora alla libidine dei padroni; nella Rinascenza paganeggiante il fenomeno del commercio delle schiave more o musulmane; oggi il commercio delle cosiddette "schiave bianche" (senza esclusione, però, delle donne di altro colore), che spesso si mescola al traffico illecito di stupefacenti, gioielli, spionaggi.

Questo commercio ha acquirenti, importatori, sensali, sfruttatori, mezzane e lenoni. Già nel '700 il Sarnelli scriveva che le mezzane "escono ben spesso dalle città e ne vanno ai villaggi e terre del Regno, comperando fanciulle per venderle poi in città come giumenti in fiera a chi più offre" (G. Sarnelli, Ragioni cattol., legali e polit. in difesa delle repubbl. rocinate dall'insolentito meretricio, Napoli 1739, p. 29). I progressi del commercio internazionale hanno avuto i loro riflessi anche nella t. delle b., oggi diretta spesso da "gangster" internazionali; essa ha una rete internazionale, sia pure clandestina, con centri di reclutamento nelle grandi città, specie nei grandi porti, ed uno dei più grandi sbocchi nell'America latina.

Il mezzo più abituale di reclutamento è l'offerta di posti e di occupazioni largamente rimunerate, fatta per mezzo di avvisi su giornali, richiedenti dive" per ci-
nema, governanti, maestre, domestiche, lettrici, ecc. per l'estero, o l'azione di agenti che con modi insinuanti e promesse carpiscono impegni, che man mano si svelano per quello che sono, nel momento più adatto per impedire la reazione. Vi sono anche speciali agenzie di collocamento, camuffate sotto le più diverse etichette di circoli, rappresentanze commerciali, ecc. Tra le cause della t. delle b., oltre l'avidità di denaro e il malcostume si devono aggiungere per alcuni paesi l'immigrazione e la sovrabbondanza di uomini separati dalle loro famiglie.
II. Repressione del fenomeno. - La tratta raggiunse proporzioni assai grandi nel secolo scorso, tanto da suscitare le reazioni di tutti gli onesti. Sorse cosi "The national vigilance association", che in un congresso a Londra ( 1890 ) gettò le basi di un'azione comune, dando vita alla "Fédération abolitioniste internationale", che, mirando all'abolizione del vizio legale, ebbe modo di scoprire molte sofandenze, portò ad intese tra i governi ed adunanze e congressi. Nella prima conferenza diplomatica contro la t. delle b. (Parigi, 15 luglio 1902), i governi vennero sollecitati a migliorare la loro legislazione riguardo alla repressione di questo crimine e a metterla in armonia con quello che la conferenza aveva deliberato per porre fine allo scandalsso traffico. Come frutto di questa conferenza un primo accordo fu sottoscritto a Parigi ( 18 maggio 1904). La seconda conferenza internazionale si tenne pure a Parigi, il 4 maggio 1910. Quando si costituì la Società delle Nazioni, per espressa disposizione sancita nel patto (art. 23), questo organismo internazionale fu investito dal controllo generale sugli accordi relativi alla tratta delle donne e dei fanciulli. Nella prima assemblea della Società delle Nazioni ( 15 dic. 1920) fu indetta una conferenza internazionale, che ebbe luogo a Ginevra ( 30 giugno-5 luglio 1921) con la partecipazione di 34 Stati, tra cui l'Italia. I voti espressi furono esaminati nella $2^{a}$ assemblea della Società delle Nazioni e portarono alla formulazione di una convenzione internazionale per la soppressione della t. delle b. ( 30 sett. 1921), ratificata da 50 Stati. Altra convenzione internazionale, sotto l'egida della Società delle Nazioni, venne stipulata l'i i ott. 1933. Il reclutamento anche di donna consenziente veniva interdetto prima dei 21 anni di età; e anche per un'età maggiore era interdetto qualsiasi reclutamento fatto con frode, ricatto, violenza, ecc. Fu istituito anche un Comitato permanente della tratta di donne e fanciulli (a. 1921). Anche in seguito ad una recrudescenza del problema, dovuto alla guerra e dopo-guerra, la nuova Organizzazione delle Nazioni Unite (v.), ONU, si interessò vivamente del problema, riprendendo un progetto elaborato dalla Società delle Nazioni, nel 1937, ed integrandolo opportunamente. Si ebbero così emendamenti agli Accordi internazionali del 18 maggio 1904 e 4 maggio 1910, con il Protocollo approvato nell'Assemblea generale dell'ONU il 3 dic. 1948, ed agli accordi del 30 sett. 1921 ed 11 ott. 1933 con altro Protocollo, approvato dalla medesima Assemblea il 20 ott. 1947. Finalmente l'Assemblea generale dell'ONU nel corso della sua quarta sessione, tenutasi a Nuova York (2 dic. 1949), approvò una Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani da sottoscriversi da tutti gli Stati-membri ed anche non-membri, su invito dell'ONU, con cui si aggrava e si coordinano non solo le misure precedenti per la repressione della t. delle b., ma si propone ancora l'abolizione negli Stati, dove ancora sussiste, della regolamentazione della prostituzione (cf. il testo della convenzione in Justitia, 5 [1952], pp. 208-12).

IH. Il teatro della t. della s. nel diritto penale italiano. - In Italia la Convenzione di Ginevra del 1921 fu resa esecutiva con regio decreto del 31 ott. 1923, n. 2479. Attualmente il vigente Codice penale contempla il reato della tratta delle donne negli art. 535-37, comminando ai favoreggiatori o imprenditori del turpe mercato di minorenni o maggiorenni in stato di infermità mentale o di deficienza fisica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni ed una multa non inferiore a L. 3000, con aggravanti di pena in alcune circostanze specifiche (art. 535). A costituire il delitto basta nel reo la conoscenza che la vittima, recandosi all'estero, è destinata alla prostituzione. Se vi è inganno o violenza soggetto passivo del delitto

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è una donna di qualsiasi età e la pena di reclusione è portata ad un massimo di 5 anni, la multa a un massimo di 5000 lire. I delitti previsti dagli art. 536-37 sono punibili anche se commessi da un cittadino in territorio estero (art. 537). Presso il Ministero dell'Istruro (Direzione G2nerale della P. S.) è costituito un Ufficio centrale per la repressione della tratta delle donne, con compiti informativi, di indagine, di vigilanza sugli uffici di collocamento di donne e di repressione del fenomeno della tratta. Un comtato nazionale contro la t. deli: b. era in funzione in Italia fin dal 1901 con sede a Roma. Associazioni internazionali aventi per scopo la protezione e la salvezza della giovane, e quindi la vigilanza e il soccorso nelle varie circostanze dalle più semplici a quelle più gravi, sono l's Union internationale des amies de la jeune fille - (che ebbe come apostolo l'inglese William Coote) e la " Association catholique internationale des ozuures pour la protection de la jeune fille ", che hanno sede in Svizzera, la prima a Nauchütd, l'altra a Friburgo.

Bibl.: V. Prostituzione: paoterina della giovane; v inoltre: J. V. Dauble, La femme pauvre au XIX' vicle, Parigi 1886, p. 254 sec.; R. Bottazo, Moralità, Patica 1941, p. 21 sec.; L. Fiaux, E. Gaucher et la protection de la femme, Parigi 1910; Societe des Nations, Rapport du Comité spécial d'experts sur la traite des femmes et des enfants, I. Ginevra 1927; id., Commission consultutive pour la protection de l'enfance et de la jeunesse. Comité de la traite des femmes et des enfants. Procès verbal de la neuvième version, ivi 1930; M. Manfredini, Delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Delitti contro la famiglia, Milano 1934; M. Dondina, Tratto di donne e minori, in Nuovo Digeiro, XII, pp. 369-70; A. Londres, La t. delle b., trad. it., Milano 1934; J. Alsogaray, Lo prostitution en Argentine, trad. frenc., Parisi 1935; J. J. Frappa, Esquilo sur la prostitution, ivi 1937; G. Gavuzzo, Guida per la difesa della moralità, $2^{\circ}$ ed., Roma 1952; A. Lonza-P. Palazzini, Theologia moralis, Appendix: De costitute et luxuria, Torino-Roma 1953, pp. 149-50. Pietro Palazzini

TRATTARIANI : v. anglicanesimo.
TRATTATI INTERNAZIONALI. - Dicesi t., in senso lato, ogni atto giuridico, stipulato tra due o più Stati od altri soggetti di diritto internazionale. I t. costituiscono la fonte precipua (per il positivismo giuridico unica) del diritto internazionale. Adempiono, servatis servandis, nel campo internazionale la stessa funzione che la legislazione positiva riveste nel campo del diritto privato e pubblico di fronte al diritto naturale.

Hanno origine dalla volontà concorde di due Stati, non esistendo ancora nel mondo internazionale un'autorità capace di legiferare efficacemente per tutte le nazioni della convivenza umana.

1. Dottrina del t. i. - t. Forma. - Benché non manchino storicamente convenzioni meramente orali, concluse da capi di Stato fra loro e rigorosamente osservate, gli accordi fra gli Stati assumono quasi sempre la forma scritta, ed anche se conclusi oralmente vengono poi, più o meno rapidamente, trasformati in documenti scritti (p. es., accordi Laval-Mussolini per l'Etiopia nel 1935). I documenti solenni bilaterali o collettivi, che registrano gli accordi fra gli Stati, sono appunto i t. i., che assumono nomi diversi (accordi, convenzioni, patti, protocolli, ecc.) e sono redatti secondo una tecnica di cui ci si occuperà in seguito.
2. Distinzioni. - Secondo una dottrina, per qualche tempo molto discussa (anche oggi riaffermata da qualcuno, es., Ottolenghi), si distinguono i t.-accordi (Vereinbarung) ed i t.-contratto (Vertrag). I primi presenterebbero un certo parallelismo con le leggi interne, portando alla fusione di più volontà di contenuto identico; tali sarebbero tutti i t., ad es., di codificazione internazionale del diritto, o quelli che creano unioni o istituti amministrativi. I secondi invece presenterebbero un parallelismo con i contratti, in quanto risultano dall'incontro di due o più volontà di contenuto diverso (es., vendita o cessione di un territorio, impegno di determinate forniture a condizioni determinate, ecc.). La distinzione si può ora dire quasi del tutto abbandonata, prevalendo la concezione che tutti i t. formano una sola categoria,
basata sull'incontro della volontà degli Stati contraenti, per conseguire una determinata finalità.
3. Parallelismo tra t. i. e convenzioni private. - Il parallelismo fra la convenzione internazionale e quella fra privati ha provocato qualche tendenza a disciplinare la prima sulla base della seconda e da tale parallelismo si deduce anche la definizione generalmente data dei t. i. come l'accordo di due o più Stati per costituire, modificare o sciogliere fra di loro un rapporto giuridico. Pur non disconoscendo il parallelismo delle situazioni, e quindi delle norme che le disciplinano, non si deve tuttavia forzare l'analogia fino all'estremo. Ciò premesso, occorre determinare: a) i requisiti per l'esistenza delle convenzioni internazionali e b) quelli per la loro validità, per accertar poi c) gli effetti giuridici conseguenti, sempre che tali requisiti sussistano.
4. Esistenza dei t. i. - Per l'esistenza di una convenzione internazionale occorrono due o più parti contraenti (convenzioni bilaterali o giurilaterali o collettive) e che esse abbiano la capacità giuridica internazionale che le qualifichi a stipulare accordi e ad assumere impegni di ordine internazionale, onde vanno in esse compresi non soltanto gli Stati che abbiano piena capacità giuridica internazionale (quali accordi può stipulare uno Stato protetto o vassallo o soggetto ad amministrazione fiduciaria o determinato dall'accordo che disciplina i loro rapporti con lo Stato protettore o amministratore), ma anche quegli enti, ai quali spetti o venga riconosciuta la personalità giuridica internazionale.
5. Validità dei t. i. - Non ogni manifestazione di volontà di un soggetto capace è sufficiente giuridicamente per produrre un impegno rilevante (a parte le considerazioni di moralità o di correttezza); occorre che la volontà sia precisa e determinata e non sia viziata da errore, da violenza o da dolo, come nei contratti. Che possa capitare un errore tale da inficiare la manifestazione di volontà, non manca qualche esempio caratteristico, come quello in cui caddero gli USA ed il Regno Unito quando accettarono il contenuto della lett. A dell'art. 23 della V Convenzione dell'Aia del 18 ott. 1907, ritenendo che avesse un significato del tutto diverso da quello ad esso attribuito dagli altri contraenti. Così non è frequente il caso del dolo, ma non impossibile. Speciale considerazione merita il requisito della violenza, di cui non mancano classici esempi storici. Se si volesse interpretare rigorosamente il concetto di violenza nelle convenzioni internazionali si dovrebbero invalidare tutti, o almeno quasi tutti i trattati di pace, non esistendo quasi mai alcun vinto che abbia gradito le clausole del trattato di pace, subito o sopportato sotto la minaccia della ripresa, in condizioni impari, delle operazioni belliche o di occupazioni militari. Onde, anche se il timore è ingiustamente incusso, molti ritengono valido il trattato per il firmatario soccombente non per forza interna del patto, ma propter necessitatem boni communis.
6. Oggetto dei t. i. - Prescindendo dai motivi reali che inducono gli Stati ad addivenire o ad accettare gli accordi, che già sono difficilmente sindacabili nelle convenzioni fra privati, e che sono comunque irrilevanti, qualunque finalità può essere oggetto di un accordo. Esse vanno tenute presenti ai fini dell'interpretazione delle clausole, e, in ordine ad esse, si sono tentati anche aggruppamenti o classificazioni empiriche ed approssimative, che hanno scarsa o nessuna importanza pratica e dottrinale (accordi territoriali, politici, economici, finanziari, di lavoro, di emigrazione, ecc.). Si è accennato all'invalidità, anche nei rapporti fra gli Stati, degli accordi contro bonoe mores, in nome della giustizia morale che è superiore alla illimitata potestà degli Stati di assumere qualsiasi impegno. Tale principio non può esser disconosciuto, per quanto rari possano essere i casi, neanche dagli Stati, ed è motivo per invalidare di nullità l'accordo anche da parte di terzi.
7. Formalità. - La volontà delle parti contraenti si manifesta a mezzo degli organi qualificati ad impegnarne la volontà stessa o in forma diretta o, più frequentemente, a mezzo di una persona munita di poteri. Non basta cioè la partecipazione di un delegato o di esperti qualificati a discutere o negoziare l'accordo durante le trattative, ma

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occorre che l'atto impegnativo sia firmato da chi abbia poteri per farlo (plenipotenziario), onde l'atto solenne e formale che concede tali poteri (detto appunto pieni poteri) va controllato per accertare che emani dalla autorità nazionale qualificata a delegare i poteri; che questi siano regolari (non affetti da vizi di forma) e sufficienti per poter validamente assumere determinati impegni (verifica dei poteri, scambio o deposito dei pieni poteri, ecc.). Con la firma dell'atto solenne la convenzione, a meno che non sia espressamente convenuto che entra in vigore immediatamente, salvo l'ulteriore ratifica, non entra in vigore. Perché ciò si verifichi, occorre che sia ratificata, che le ratifiche siano verificate o depositate e, se l'accordo è collettivo, che il numero delle ratifiche depositate raggiunga quello determinato convenzionalmente. Quando ciò si sia verificato, a meno che non sia espressamente convenuta l'immediata entrata in vigore, comincia a decorrere il termine d'entrata in vigore della convenzione.
8. Accordo per via di adesione o accessione. - Oltre che in quanto firmatario, uno Stato può far parte di un accordo per via di adesione o di accessione, cioè con la manifestazione di volontà di voler far parte dell'accordo. Se l'accordo è aperto a tutti gli Stati (es., convenzione postale) ogni Stato può aderirvi liberamente e in ogni tempo, depositando, nelle forme determinate dalla convenzione, la sua adesione. Se è aperto per un determinato periodo di tempo, la facoltà di aderirvi si esaurisce con lo spirare del termine. Se l'adesione è ammessa solo condizionatamente occorre che tali condizioni siano osservate. Talora l'adesione è del tutto esclusa, in quanto gli accordi si sono conclusi, tenendo conto degli Stati che vi potevano aderire, vale cioè la considerazione dell'intuitus personae.
9. Registrazione. - Con la creazione della Società delle Nazioni venne adottato il principio che gli accordi internazionali dovessero essere registrati (art. 18) come impegno per Stati membri, ed il principio è stato riconfermato dalla Carta dell'ONU (artt. 102-103). Tanto la Società delle Nazioni, che ora l'ONU, procedono poi alla pubblicazione dei t. registrati.

La registrazione: a) tende a far controllare la concordanza dell'accordo con i principi della Carta, che prevale sull'accordo (art. 103); b) tende a dare la maggiore pubblicità, anche al fine predetto, ai t. onde la raccolta dei t. della Società delle Nazioni, ed ora dell'ONU, costituisce una delle più rilevanti raccolte dei t. moderni, benché non completa, dato che l'impegno non lega che gli Stati membri (quanto al valore giuridico della registrazione si deve rilevare che esso fu molto discusso in rapporto all'art. 18 del Patto; l'art. 102 della Carta comporta una sanzione, ossia che l'accordo non registrato non può essere invocato dinanzi ad un organo delle N. U.).
10. Effetti giuridici. - Quando il t. sia entrato in vigore, chi lo ha accolto (firmatario o aderente) è impegnato ad osservarlo e ad applicarlo in buona fede. Esso vincola solo coloro che lo hanno accettato, onde non può imporre obblighi o menomare i diritti dei terzi. Ma anche se esso comportasse per terzi dei vantaggi, non vincolerebbe i terzi senza la loro accettazione. Un t. che imponesse ad uno Stato di cedere una parte del territorio ad uno Stato vicino, tenutosi neutrale, non vincolerebbe che lo Stato vinto a cedere il territorio qualora il vicino, avendo accettata la clausola, ne richiedesse l'osservanza di sua volontà. Va nondimeno tenuto presente che i t., i quali creano situazioni giuridiche (trasferimenti territoriali di sovranità), assumono un aspetto obiettivo, e valgono nei confronti della Comunità internazionale, a meno che uno Stato non contesti, magari con mezzi coercitivi, la situazione creata.
11. Interpretazione. - I t. vanno interpretati in buona fede, tenendo conto delle finalità che li hanno ispirati, e che essi intendono realizzare, ma nei limiti degli impegni effettivamente assunti (ricorre anche qui l'analogia dell'interpretazione dei contratti).
12. Estinzione e sospensione. - I t. si estinguono per decorrenza