t. vanno interpretati in buona fede, tenendo conto delle finalità che li hanno ispirati, e che essi intendono realizzare, ma nei limiti degli impegni effettivamente assunti (ricorre anche qui l'analogia dell'interpretazione dei contratti).
12. Estinzione e sospensione. - I t. si estinguono per decorrenza del termine di durata da essi stabilita (sempre che non ricorrano casi di tacita proroga), per l'adem-
pimento dell'oggetto del t., per il verificarsi delle clausole di risoluzione e di decadenza, per l'estinzione di una o più delle parti contraenti, per concorde volere delle parti contraenti, ecc. Inoltre il t. si estingue quando una delle parti lo violi e l'altra lo denunzi e si dichiari svincolata dagli impegni assunti, ovvero il recesso unilaterale sia espressamente preveduto e disciplinato dal t. Si ammette infine che il t. possa estinguersi su denunzia di una delle parti quando siano venute meno sostanzialmente le circostanze di fatto sulle quali il t. si basava e ne erano il presupposto (applicazioni della clausola rebus sic stantibus). Quanto meno tali circostanze sono sufficienti per invocare la revisione dei t.
La guerra, in via generale, comporta la sospensione dei t. (a meno che non siano stati conclusi espressamente per il tempo di guerra e diventino quindi in tal tempo operanti), in quanto è impossibile applicarli, onde riprendono vigore con il cessare dello stato di guerra, a meno che questa abbia provocato tali mutamenti nelle circostanze di fatto da rendere invocabile la clausola rebus sic stantibus. In tale ipotesi non è la guerra per sé che ingenera l'estinzione del t., ma soltanto in via indiretta e mediata.
Bbsc.: oltre alle trattazioni di dir. internaz. che esaminano tutta la dottrina dei t. : cf. D. Donati, I t. i. nel dir. costitux., Torino 1906; D. Assolotti, Efficacia ed interpretazione dei tratratti, in Riv. di dir. internaz., 1912; J. Bosdevant, La conclusion et la rédaction des traités, in Rec. Cours, 1926; H. Hojucr. Les traités internat., Parigi 1928; V. Scialoja, Violenza, evore e dolo nel t. i., Milano 1928; C. Attassy, Les vices de consentement dans les traités intern., Ginevra 1930; H. Kraus, Système et fonctions des traités intern., in Rec. Cours, 1934; A. Lenterpocht, Les travaux préparatoires et l'interprétation des traités, ibid., 1934; J. Frangalis, Théorie et pratique des traités intern., Parigi 1933; G. Scolle, Théorie de la revision des traités, ivi 1936; C. Vjita, La validité des traités intern., Leida 1940.
II. Grandi T. - Con una dizione che è meramente di uso e approssimativa si designano come grandi t. quegli accordi internazionali che segnano o un grande avvenimento di ordine politico o giuridico, ovvero le tappe storiche nelle relazioni fra i popoli.
Rientrano nella prima categoria accordi di natura diversa. Due anni dopo la scoperta dell'America, p. es., venne conclusa la Capitolación di Tordesillas ( 17 giugno 1494) con la quale Spagna e Portogallo si miscro d'accordo sui nuovi territori. Esso ebbe un'importanza enorme, che oggi si apprezza meno. Va detto altrettanto della prima Capitolazione franco-turca del 1535 , in quanto aprì la prassi delle capitolazioni, scomparse solo da pochi anni, che ebbero un rilievo grandissimo nelle relazioni con l'Impero ottomano e gli altri Stati si quali furono poi estese. Ma nei rapporti con la Turchia segnarono anche il definitivo crollo degli accordi empi, come erano state definite e condannate le prime intese che Stati cristiani avevano concluso con quelli islamici (p. es., le Repubbliche marinare con gli Stati di Barberia) e che la S. Sede aveva formalmente condannati. Grandi vanno definiti alcuni accordi di carattere giuridico in quanto fissarono taluni principi basilari di diritto, come la Dichiarazione di Parigi del 16 apr. 1856; le Convenzioni dell'Aja del 1899 e 1907; la Dichiarazione di Londra del 1909, ecc. Questi t. sono divenuti sempre più numerosi e, man mano che aumentano, il valore storico dei primi impallidisce.
Tra quelli che segnano vere tappe storiche, ci si limita ad indicare i principali, che si trovano svolti alle singole voci e alle singole nazioni interessate; il Concordato di Worms (1122), il Trattato di pace di Ca-teau-Cambrésis (1559), di Vespfalla (1648), di Vienna (1815), di Berlino (1878), di Versailles (1919-20), di Parigi (1947), di S. Francisco (1951).
III. Raccolte di T. - Nel 1693 apparvero le prime grandi raccolte di t. i. per opera dello stampatore reale francese Léonard ( 6 voll.), con una prefazione di Amelot de la Hussaye, e di Leibnitz, preceduta da una cospicua introduzione al suo Codex juris gentium (Hannover 1693). Contemporaneamente la prima collezione nazionale veniva avviata in Inghilterra dal Rymer. Sette anni dopo il teologo francese Jacques Bernard compiva un Recueil des
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(fol. Alinari)
In alto: LA TRASFIGURAZIONE. A sinistra: L'Annunciazione; a destra: un angelo con la Madonna e il Bambino. Musaico del tempo di Leone III (795-816) sull'arco trionfale della chiesa dei SS. Nereo e Achilleo - Roma. In basso a sinistra: TRASFIGURAZIONE. Un alone grigio-giallastro circonda Cristo, Moste imberbe ed Ella bariano. Miniatura del sec. IX - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. greco 510, f. 75, convenente i Sermoni di s. Gregorio di Nazianzo. In basso a destra: LA TRASFIGURAZIONE. Bassocilievo in bronzo. Particolare della Porta nord del battistero di Firenze Opera di L. Ghiberti (1403-24).
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(per cortesia di mons. A. P. Frutos)

(fol. Eail)

(per cortesia di mons. A. P. Frutos)

(fol. Eail)
In alto a sinistra: ESTERNO DEL DUOMO (sec. xili) - Traù. In alto a destra: PORTALE DEL DUOMO (sec. xili), opera dello scultore croato Radovan - Traù. In basso a sinistra: CORTILE e scalinata del Palazzo comunale (sec. xv) - Traù. In basso a destra: CHIESA DI S. DOMENICO (sec. xiv) - Traù.
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traités ecc. in 4 voll. (Amsterdam 1700) che precede di poco la celebre e monumentale raccolta del Dumont (Corps universel diplomatique du droit des gens, ecc., Amsterdam 1731-38, in 8 voll. oltre il seguito) che si arrestò al 1731. I Suppléments del Rousset la continuarono fino al 1738. Il Wenck avvio nel 1781 un Codex juris gentium recentissimi, che va dal 1735 al 1772 (3 voll., Lipsia 1781 1795). Nel 1790 infine G. F. v. Martens avvio il suo monumentale Recueil des traités ( 8 voll., Gottinga 1791-1801) che contiene i t. i. dal 1761 in poi, cui aggiunse 12 voll. di Suppléments (ivi 1802 sgg., 1817 sgg.) e un Nouveau recueil ( 4 voll., ivi 1843 sgg .); l'opera è stata in seguito continuata da vari e successivi editori in più serie. Nel 1892 l'Institut de droit international auspicio la creazione di un Bureau internazionale per una generale pubblicazione dei t. i., ma una conferenza a tal fine convocata dal governo svizzero a Berna ( 25 sett. 1894) non andò oltre ad uno scambio di idee. L'iniziativa, come si è accennato, fu ripresa con il Patto della Società delle Nazioni e poi con la Carta dell'ONU che hanno provocato la pubblicazione di un voluminoso Recueil, che non è peraltro completo, per le ragioni precedentemente accennate.
Quasi tutti gli Stati hanno invece attualmente una raccolta puramente nazionale dei t. (compresa l'Italia), né mancano raccolte private di grande respiro come quella avviata dal Bruno, o di più limitate proporzioni (Stropp), o antologie per uso prevalentemente accademico (Albin. Anchieri, ecc.) e raccolte per materia (Giannini) ecc. 4IV. Storia del t. - Sotto questo nome è stata designata quella storia speciale che non è destinata ad illustrare la storia interna od esterna di determinati t. i., ma a ricostruire la storia delle relazioni fra i popoli attraverso i t. diplomatici, considerati come l'espressione più solenne delle relazioni stesse (archivi dei popoli secondo il de Mably; storia della civilta secondo l'Albicini; storia della società giuridica degli Stati secondo lo Schiattarella), e quelli che ne indicano le tappe fondamentali. Questa concezione, connessa alla tendenza a fare della storia dei t. una disciplina assillaria dell'insegnamento del diritto internazionale (per lo stesso motivo l'insegnamento veniva abbinato con quello della diplomazia, intesa come stile diplomatico o tecnica delle relazioni internazionali), si può considerare superata, ma la vecchia denominazione continua ad essere adoperata, per la forza della tradizione, accanto alle altre di storia delle relazioni internazionali, storia della politica estera, storia della politica internazionale, storia diplomatica, ecc., che tornano poi tutte alla storia considerata particolarmente sotto il profilo diplomatico, e quindi, come si è accennato, storia speciale rispetto a quella generale.
Si ricorda infine che con analoghi criteri si è parlato in relazione alla S. Sede di storia dei concordati e non si è mancato nemmeno di abbinare storia dei t. e dei concordati, mentre altri hanno preferito parlare di storia della diplomazia pontificia, ciò che è in fondo più corretto e di più vasta portata, poiché con alcuni Stati la S. Sede non ha stipulato né t. né concordati e nondimeno esistono ugualmente rapporti diplomatici, dei quali si può fare la storia.
Bibli: per lo sviluppo degli studi di storia diplomatica, particolarmente in Italia, ed ampie indicazioni bibliogr. delle trattaz. e delle monografie, cf. A. Giannini, Gli studi di storia diplomat. in Italia (1861-1930), Roma 1950. Per l'avviam. allo studio della disciplina cf. A. Rapisardi-Mirabelli, Storia dei t. e delle relac. intersec., Milano 1940 e A. M. Botanini, Introd. allo studio di storia dei t., I, Padova 1944. Sul valore storico dei documenti diplomatici cf. A. Giannini, Il valore storico dei docum. diplom., Firenze 1950.
V. Tecnica del T. - I t. i., quale che sia la loro denominazione (solenni convenzioni, convenzioni, patti, accordi, protocolli, dichiarazioni, scambi di note, nella più antica terminologia, capitolazioni), sono, dal punto di vista tecnico, i documenti diplomatici che maggiormente risentono del tradizionalismo delle stile diplomatico, anche perché, di solito, conservano la forma solenne, anche quando sono redatti da nuovi organismi internazionali come la Società delle Nazioni e l'ONU. Non solenni sono soltanto gli scambi di note, divenuti un mezzo frequentissimo ed agile per concludere accordi anche di no-
tevole importanza. Non sono solenni e sono quasi caduti soltanto gli accordi orali, per i quali non occorre alcuna tecnica ed alcuna modalità.
Tecnicamente il t., come tutti i documenti diplomatici solenni, si divide in tre parti.
Nella prima (protocollo, parte introduttiva) sono indicate dapprima (caduta in disuso, come si faceva nei vecchi t., l'invocazione alla S.ma Trinità) le parti contraenti, indi le finalità che inducono le parti a concludere gli accordi, che può anche essere accompagnata da una sommaria narrativa degli eventi che hanno portato agli accordi (specialmente nei t. di pace), narrativa che è spesso inesatta o falsata e che comunque non fa storia. Segue la lista dei plenipotenziari, l'accenno alla verifica o al deposito dei potori, la manifestazione di voler concludere l'accordo.
La seconda parte (mesocollo) comprende le norme che tendono specificamente a realizzare le finalità indicate nella parte introduttiva, o tali sono presunte (specialmente nei t. di pace) e che rappresentano la parte centrale e la sostanza dell'accordo. A queste norme seguono le cosiddette clausole di stile (talora più numerose delle prime), le quali determinano chi è ammesso a firmare il documento, chi può aderirvi o accedervi, se la firma, l'adesione o la ratifica può essere accompagnata da riserve, il termine entro il quale si può firmare (t. aperto a tempo determinato o indeterminato) o aderire e con quale procedura, come e quando si devono effettuare le ratifiche, il termine e le condizioni alle quali entra in vigore, la procedura di revisione, le denunzie ed il termine nel quale diventano operanti, la durata dell'accordo (se a tempo determinato), il modo di dirimere le controversie derivanti dall'interpretazione o applicazione dell'accordo (clausola arbitrale, competenza della Corte di giustizia o di una speciale giurisdizione), la lingua o le lingue adoperate e quella che fa fede.
Quest'ultima clausola è talora inserita nella terza parte del documento (escatocollo), la quale in ogni caso indica la data ed il luogo nel quale il documento è firmato, l'archivio del governo o dell'ente presso il quale il testo originale è depositato (e che di solito accentra la raccolta delle ratifiche, delle adesioni, delle denunzie, dandone notizia ai firmatari, e redige il processo verbale del verificarsi delle condizioni che fanno entrare in vigore l'accordo e che va quindi notificato ai firmatari o aderenti) ed infine le firme dei plenipotenziari, con le loro eventuali dichiarazioni, riserve, ecc. I plenipotenziari possono firmare puramente e semplicemente o ad referendum. Le riserve devono essere consentite e prevedute dall'accordo, o, quanto meno, non devono essere ad esso contrarie.
Talune di queste clausole di stile sono nuove, mentre sono cadute in disuso alcune vecchie clausole di stile, come quella della solenne conferma giurata del patto, l'intervento del Sommo Pontefice nella conferma e nell'esecuzione dell'accordo (che sopravvisse per qualche tempo anche dopo caduta la Repubblica christiana). Amedeo Giannini
TRATTO (Tractus). - E il canto che segue il Graduale (v.) e fa le veci dell'Alleluia, nei tempi penitenziali da Settuagesima a Pasqua, nelle Messe dei defunti e in alcuni altri giorni (vigilie, ecc.). Consta di due, tre, quattro ed anche più versetti che si cantavano nell'antichità cristiana da un solo cantore, più tardi da due all'ambone, di seguito (tractim) ossia senza interruzioni antifoniche o responsoriali da parte del coro.
Dapprima il t. seguiva la seconda lettura settiturale che precedeva il Vangelo, mentre il Graduale seguiva la prima; ma soppressa la prima o la seconda lettura, il t. venne unito immediatamente al Graduale. Introdotto poi il canto dell'Alleluia (Gregorio M.) ed esteso a tutte le feste e domeniche dell'anno, il t. è rimasto alle domeniche dei tempi penitenziali, nei quali si omette l'Alleluia; il t. «Domine non secundum» dei lunedi, mercoledì e venerdì della Quaresima è una importazione gallicana del sec. viII, proveniente dalla liturgia per i penitenti (Jungmann), perché le ferie con una sola lettura profeifica avevano di regola un solo canto, cioè il Graduale. Le melodie del t. sono considerate da Wagner a antichissimi e venerandi monumenti del canto ecclesiastico latino *.
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Wagner spiega il termine latino tractus come l'equivalente del greco eípıós $=$ hirmos, cioè di una melodia tipica per intonare le varie parti di un inno; il t. sarebbe nient'altro che il Graduale primitivo, ossia salmo responsoriale proveniente dal sec. iv o v, nel quale è onneso il responsorio prima dell'abbreviazione dei testi per l'arricchimento delle melodie. Perciò il t. non è da considerarsi un canto di lutto e di penitenza; ma poiché il tempo della Quaresima ha conservato gli antichi elementi della liturgia, ha conservato anche l'antico Graduale, detto t., con le sue melodie antichissime.
Bibl.: F. Wagner, Einfuhrung in die gregorian. Melodien, I, $3^{2}$ ed., Lipsia 1911, p. 99 sgg.; G. Brinktrine, La S. Messa, Roma 1943, pp. 93-95; J. A. Jungmann, Missarum iollennia, I, Vienna 1949, pp. 331-32; M. Righetti, Manuale di st. liturgica, III, Milano 1949, pp. 236-37.
Pietro Siffrin
TRAU (TROGIE). - Piccola città della Dalmazia a N-O. di Spalato, su un isolotto tra la terra forma e l'Isola di Bue (Ciovo).
Fu fondata da colonizzatori siracusani provenienti da Issa, probabilmente nel corso del sec. III a. C. col nome di Tragurion; rimangono dell'epoca bei marmi e testi epigrafici di alto valore artistico e storico. Con la conquista del territorio da parte dei Romani T. divenne un *oppidum Romanum $e$, della provincia di Dalmazia, noto specialmente per le cave di pietra ( $«$ Tragurium marmore notum $»$ dice Plinio). E in questa città che fu scoperta nel sec. xvir la famosa Coena Trimalchionis, prezioso frammento delle Sative di Petronio, ritenuto fino allora perduto.
Nell'alto medioevo la città non subì la sorte della vicina Salona; in seguito alle incursioni avaro-slave, fece parte del tema bizantino di Dalmazia, poi passò sotto la protezione e la giurisdizione dei re di Croazia, e nel corso del sec. x entrò a far parte di quel Regno. Estinta la dinastia croata e passata la Croazia sotto l'Ungheria, in conseguenza dei cosiddetti Pacta contenta (1102), T. spesso cambiò sovranità. Prima della sua sottomissione a Colomanno, T. per un breve periodo fu sotto Venezia, e questa situazione si è ripetuta parecchie volte in seguito. Nel 1242 trovò nella città sicuro asilo Bela IV d'Ungheria sconfitto dai Mongoli. A Venezia si sottomise T. definitivamente nel 1420 . Caduta la Repubblica (1797), seguirono due occupazioni austriache (1797-1805 e 1813-1918) intermezzate da sette anni di sovranità francese, cioè come città annessa dapprima al Regno Italico e dopo alle Provincie Illiriche. Dalla fine della prima guerra mondiale T. fa parte dello Stato nazionale iugoslavo.
Non si sa però quando T. divenne sede di diocesi, il che nel medioevo significava nello stesso tempo una città. Un vescovo di T. è per la prima volta ricordato nei documenti verso il 1000 , in occasione dell'arrivo in questa città del doge Pietro II Orseolo. T. era compresa nel territorio della metropoli di Spalato. Col 1224 ebbe sotto la sua giurisdizione Sebenico e nel 1285 altri territori del retroterra. Ma quando Bonifacio VIII creò Sebenico diocesi, il territorio di T. si restrinse nuovamente. Con la bolla Locum beati Petri di Leone XII del 1828 la diocesi di T. fu soppressa ed incorporata quasi tutta nella diocesi di Spalato, la quale cessava allora di essere metropoli, per essere compresa in quella di Zara; la parte minore invece fu associata alla diocesi di Sebenico. La chiesa cattedrale di T. divenne allora collegiata e nel 1880 abbaziale. Uno dei primi e più celebri vescovi di T. fu Giovanni Orsini ([v.] 1062-1111) venerato come beato già nel sec. xir. Sotto il vescovo Treguano (1206-64), fu costruita in gran parte l'odierna Cattedrale dedicata a s. Lorenzo con il famoso portale del mastro croato Radovan. Oltre questo magnifico monumento che custodisce preziosissimi oggetti d'arte (veri gioielli d'arte sono pure, oltre il portale, il campanile costruito in vari stili, con predominio del gotico fiorito, il battistero, la cappella di S. Giovanni Orsini, ecc.) esistevano a T. ben altre 32 chiese, delle quali solo alcune sono tuttora in funzione. Sono da ricordare la minuscola chiesa di S. Barbara (sec. x), la chiesa abbaziale di S. Giovanni Battista, quella di S. Niccolò con il convento delle Benedictine (dove si conserva un magnifico rilievo greco rappresentante Kairos), ecc.
T. fu la patria di molti uomini illustri, fra cui il b. Agostino Kažotić (Casotti), Pietro Berislavić, lo storico Giovanni Lucić (Lucio). La città possiede importanti collezioni d'archivio, come quella presso il Capitolo e un altra appartenente alla vecchia diocesi, mentre quella importantissima, comunale, venne distrutta dal fuoco nella seconda guerra mondiale. C'è anche una ricca Biblioteca (Fanfegna-Garagnin) e un piccolo Museo lapidario nel convento di S. Domenico. - Vedi tav. XLVI.
Bibl.: CIL, III, p. 333 sgg.; Statuta Reformationes civit. Tragurii, ed. G. Cipgion, Venezia 1708; G. Lucio, Mem. istor. di Tragurio era detto T., ivi 1708; D. Virluti, Illyricum sacrum. IV, ivi 1769, p. 303 sgg.; P. Anducis, Stor. della città di T.. Spalato 1900; A. Dudan, La Dalmazia nell'arte ital., 2 voll., Milano 1921-22.
Vinko Brajcvic
TRAUBE, Ludwig. - Filologo, medievalista, paleografo fra i più insigni, n. a Berlino il 9 giugno 1861, m. a Monaco il 19 maggio 1907.
Studioso e docente universitario, Particolare rilievo ha la sua opera nel campo paleografico per il nuovo indirizzo impressovi e per i contributi fondamentali arrecati. Oltre agli scritti di carattere filologico su autori classici latini, vanno particolarmente ricordati: Lehre und Geschichte der Abkürzungen (1899), dove è tracciata, per la prima volta, la storia delle abbreviazioni; Pädagogihische Anzeigen I e II (1900), contro l'antiquata metodologia degli studi paleografici; Perrona Scottorum (1900), studio fondamentale su quel centro scrittorio e sulla scrittura irlandese; Die Geschichte der öronischen Noten (1901); Nomina sacra (1907), sotto il duplice aspetto filologico e paleografico; Vorlesungen und Abhandlungen (1909, 1911, 1920) a cura di F. Boll, P. Lehmann e S. Brandt, raccolta postuma di sue lezioni di paleografia e di alcune delle monografie suindicate.
Bibl.: un profilo bisgr. del T., dovuto alla sorella M. TraubeMengarini, è pubbl. in Nomina sacra, Monaco 1907, pp. 1-211; fondamentale è la Biograph. Einleitung di F. Boll, pubbl. come introd. al I vol. del Vorlesungen und Abhandlungen, Monaco 1909, con la completa bibl. degli scritti. Cf. inoltre: H. Bresalou, L. T., in Neues Arch. der Gesch. f. alt. deutsche Geschichtsbunde, 33 (1908), p. 539 sgg.; G. Bonelli, L. T. e gli studi paleografici, in Studi mediev., 4 (1912-13); pp. 1-64; E. Monaci, Commemoraz. di L. T., in Rendic. Accad. naz. dei Lincei. Cf. science morali, $3^{2}$ serie, 16 (1907), pp. 343-61, con la bibl. degli scritti a cura di P. Lehmann.
Giannetto Avansi
TRAUTMANSDORF-WEINSBERG, ThadDÁns, conte di. - Cardinale, n. il 28 maggio 1761 a Graz (Storia, diocesi di Seckau), m. a Vienna il 10 genn. 1819 .
Discendente da una antica famiglia assai legata agli Asburgo fin dal sec. xili ed insignita dei titoli di conti dell'Impero nel 1623 e di magnati d'Ungheria ai primi del sec. xvili, il giovane Taddeo, dietro presentazione del card. Herzan, fu accolto nel 1780 nel Collegio Germanico di Roma, donde passò nel 1782 al Seminario generale di Pavia, costituito da Giuseppe II. Spirito irrequieto, vicino al Tamburini divenne fautore del giusppinismo. Nel 1783 comparve sotto il suo nome a Pavia uno scritto del Tamburini De tolerantia ecclesiastica et civili, che è un elogio della politica religiosa dell'Imperatore. Inoltre nella dedica a Giuseppe II il T. si onora, quale allievo, dell'insegnamento dei giansenisti Zola e Tamburini. L'opera destò molto scalpore, fu combattuta dal Cuccagni con due scritti e pochi mesi prima della morte dell'Imperatore ( 18 sett. 1789) fu posta all'Indice. Lasciata Pavia, il T. fu ordinato (1784) sacerdote a Graz. Esercitò quindi il ministero a Holleschau, in Moravia. Nel 1794 Francesco II lo nominò vescovo di Königgrätz, ma la S. Sede non accettò la sua nomina a causa delle dottrine anticattoliche propalate nel volume suddetto. Il T. si giustificò adducendo di aver contribuito solamente alle spese di stampa dell'opera permettendo che recasse il suo nome, e, dopo aver fatto pervenire a Roma una ritrattazione scritta, fu preconizzato vescovo nel 1795 e dimostrò nel governo tanto zelo da essere promosso, nel 1811, dopo la rinuncia dell'arriduca Ranieri conduttore con diritto di successione, all'arcivescovato di Olmütz. Su proposta dell'Imperatore fu creato cardinale da Pio
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VII nel Concistoro del 23 sett. 1816, ma non ebbe né il titolo, né il cappello perché non si recò mai a Roma.
Bibl.: Moroni, LXXIX, p. 198; A. Steinhuber, Gesch. des Kolleg. Germ. Hungar. in Rom. 2nd., II, Friburgo in Br. 1906, passim. Silvio Turiani
TRAVERSARI, Ambrogio. - Teologo e umanista camaldolese, n. a Portico di Romagna il 16 sett. 1386, m. a Firenze il 21 ott. 1439. Entrò a 14 anni nel monastero di S. Maria degli Angeli, centro fiorentino di cultura umanistica. Ivi attese con entusiasmo allo studio delle lettere latine e greche, nelle quali fu maestro a Giannozzo Manetti, ai figli di Cosimo de' Medici e a molti del patriziato. Ebbe relazioni con i migliori uomini e letterati del tempo (N. Niccoli, P. Bracciolini, L. Giustiniani, F. Barbaro, T. Parentucelli), dai quali riceveva visite e lettere, codici da correggere o da trascrivere, manoscritti da rivedere o da sottoporre al suo giudizio.
Il T. svolgeva un'attività letteraria pari a quella dei più fervidi umanisti. Infatti per le traduzioni di autori greci teneva almeno tre amanuensi e traduceva con tale rapidità da meravigliare lo stesso Niccoli. Sono celebri le versioni latine dei sermoni di s. Efrem e delle vite dei filosofi di Diogene Caerzio, ambedue dedicate al suo mecenate, Cosimo de' Medici. Moltissimi i codici passati per le sue mani, spesso migliorati nel testo, sempre nella scrittura, per la quale si serviva di ottimi ministori e calligrafi, che ancora esistevano a S. Maria degli Angeli.
La sua elevazione a generale (avvenuta il 1431 nel monastero di S. Maria in Urano, presso Bertinoro), intralciò non poco questa attività, che dové cedere il posto ad un'altra, più difficile e più ingrata: la riforma del suo Ordine, iniziata nel 1431 con la visita alle case della Congregazione e continuata fino al 1434 . Di essa lasciò un minuzioso racconto nello Hodoeporicon o Itinerarium, che è una veristica documentazione del triste stato in cui versavano, in genere, i religiosi del sec. xv.
Nel 1435 fu inviato in missione diplomatica al Concilio di Basilea, dove il 26 ag. di quello stesso anno pronunzio, in seduta plenaria, un discorso (Mansi, XXIX, 1250-57), con cui colpiva la teoria conciliare (v. conciliarismo), richiamandosi al principio che in ogni società uno ha da essere il capo, uno il maestro; avvertiva che la correzione de 1 papa, in caso di er-

(da A. Dini-Traversari, A. T. e i suoi tempi, Firenze 1812, tav, davanti it frontespizio) Traversari, Ambrogio - Effigio da un ritratto di P. Dandino, analogo a quello del codice Magliabechiano, contenente le Lettere del T.

(da K. Hielscher, Jugoslavion, Berlino 1812, tav. 126) Trebigne, diocesi di - Una strada della città.
messo ogni buona intesa con i Greci, e con la conoscenza profonda del greco e del latino facilitò lo svolgimento delle discussioni e preparò la via alla felice conclusione. Non si sa se la sua opera fosse solo di traduttore, oppure se all'ufficio d'interprete congiungease l'attività del teologo. Una sua affermazione (lett. 555) fa capire che era entrato in lizza con l'avversario nello stesso dibattito dottrinale. Al T. fu affidato l'incarico di redigere il decreto di unione. Dopo alcuni mesi moriva improvvisamente. Fu tumulato nella chiesa del sacro eremo di Camaldoli.
La storia poco si è interessata di questo grande monaco. Se egli stesso non avesse lasciato un Epistolario, ricco di notizie autobiografiche, e se nell'Hodoeporicon non avesse raccontate le vicende del suo generalato, ben poco si saprebbe della sua opera. Oggi la sua figura ritorna ad interessare, perché nel T. umanista si è notato che non vale tanto il cultore degli studi classici quanto l'uomo che negli eccessi di due tendenze opposte segui la via del giusto equilibrio.
Bibl.: L. Mehus, Vita, epistolae et orationes A. T., Firenze 1790; F. Cocconi, Studi storici del Concilio di Firenze, ivi 1869, passim; A. Dini-Traversari, A. T. e i suoi tempi, ivi 1912; A. Corsano, Per la storia del Rinascimento religioso in Italia: dal T. a G. F. Piro, Napoli 1935; Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del sec. XV, Firenze 1938, passim; E. Mario, s. v. in DTSC, I, coll. 923-54; E. Bulletti, Due lettere inedite di A. T., in Bollettino tenese di storia patria, 31-54 (1944-47), pp. 97-105.
TREBIGNE (Tribunia, Trebinje), diocesi di. Nell'Erzegovina meridionale (Croazia). Il suo territorio comprende $386 \mathrm{I} \mathrm{kmq}$. con $25.126 \mathrm{fedeli}$ (1936). Nel 1890 fu affidata all'amministrazione del vescovo di Mostar. Conta due decanati e 10 parrocchie con 12 chiese, 45 cappelle e 13 sacerdoti secolari. Le religiose (Suore scolastiche di S. Francesco) hanno due case con 11 suore.
Nel sec. x esisteva l'autonomo principato di Travunia (Tribunia) che secondo la cronaca del Diocleate (sec. xII) faceva parte della Croazia rossa (cioè meridionale). Già nel sec. xi vi sorse l'Ecclesia Tribunioasis con la cattedrale di S. Pietro e relativo Capitolo. Il vescovo generalmente risiedeva nel monastero benedettino di S. Pietro in Campo (Cicevo, 5 km . a sud di T.). Le tribolazioni della diocesi cominciano con la sottomissione di Travunia allo Stato serbo dissidente. Uros I scacciò da T. il vescovo Salvio (1253). La sorte dei cattolici in Serbia, in quell'epoca, è ben tracciata nell'antico manoscritto Anonymi descriptio Europae orientalis a. 1308 (ed. O. Gorko, Cracovia 1916): «Schismatici perfidi... nirnium persequuntur dictos catholicos et permacione ecclesias Latinorum destruunt, dissipant et invadunt praela-
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tos et captivant et plura inexquisita mala faciunt s. Le persecuzioni continuano durante il regime turco (1482-1878), quando i cattolici sono mal visti come seguaci del Papa, nemico dell'islamismo ed organizzatore della resistenza cristiana. La Chiesa scismatica serba, come quella greca (il patriarcato di Pec viene ripristinato dall'autorità turca nel 1557), in seguito agli accordi con la Turchia, gode una posizione privilegiata, che viene largamente sfruttata: si fondano monasteri nelle regioni croate e, talvolta anche con la complicità turca, un gran numero di cattolici sono costretti a passare allo scisma (secc. xvi e xviI). In quel tempo regna una notevole penuria di sacerdoti, e il vescovo di T. risiede in permanenza sul territorio della Repubblica di Ragusa, nell'Isola di Mrkanj. Più tardi viene amministrata dai vescovi di Ragusa, e dal 1890 da quelli di Mostar-Duvno (v.).
Biel.: D. Farlati, Illyricum Sacrum, VI, Venezia 1800, pp. 286-318; A. Theiner, Vetera monumenta Slatvorum meridianalium, I, Roma 1883; Codex diplomaticus Regni Croatias et Slatvoniae, a cura di T. Smicitilas, voll. II-XVI, Zagabria 1904-39, v. indici; S. Dragnzović, Massenübertribs von Katholiken zur *Orthodoxie* im Kroat. Sprachgebiet während der Türkenherrschaft, in Orient. Christ. periodica, 3 (1937), pp. 181-232; Croazia Sacra, a cura di S. Draganović, ivi 1943, pp. 221-24.
Stefano Draganovic
TREBISONDA (Trapézunte, Trabzon). - Il vescovato greco di T., elevato più tardi in metropoli, esisteva già ai tempi del Concilio di Nicea (325).
Sotto Diocleziano vi mori martire s. Eugenio, il futuro patrono della città. Lo sviluppo della vita cristiana si mostrò nella fondazione di non pochi monasteri e celebri chiese. I vescovi di T. parteciparono ai Concili ecumenici e a quelli di Costantinopoli. Il vescovato seguì la sorte di Costantinopoli nello scisma del sec. xi. Dopo l'erezione del piccolo impero di T. ad opera dei Comneni nel sec. xirI, la città non poté più raggiungere la potenza che ebbe quando faceva parte dell'Impero bizantino. Però con le potenze occidentali e con Venezia, Genova, Firenze, T. cultivò parecchie volte relazioni stipulate con trattati e cercò appoggio nell'Occidente, anche presso il Papa, quando nel sec. xv la sua stessa esistenza fu minacciata dai Turchi che distrussero l'Impero di T. nel 1461 (v. Oriente, impero d', II. Impero latino d'Oriente).
Il vescovato latino di T. fu eretto nel 1314, diventò però già nel sec. xv soltanto titolare. Un convento francescano è attestato dall'anno 1314; esso esisteva ancora nel 1390; lo stesso si sa di un monastero domenicano. Più tardi, nel 1652 , i Cappuccini cercarono di esercitare il loro apostolato dalla loro missione della Georgia, ma soltanto nel 1845 poté essere stabilita la missione di T., con le vicine città di Sinope e Samsun; al superiore della missione vennero concesse le facoltà di prefetto apostolico. Più tardi i Mechitaristi ed i Gesuiti sotto Leone XIII vennero in aiuto di quelle regioni, come anche le Suore di S. Giuseppe e le Suore armene. Le tristi vicende piombate sugli Armeni nel 1895 e nella prima guerra mondiale (1914-18) e l'emigrazione forzata dei cristiani dalle regioni intorno al Mar Nero furono molto funeste per la prefettura apostolica di T., che divenne semplice missione dopo il decreto del 12 sett. 1896 che aboliva le a Prefetture delle Missioni apostoliche presso le Chiese orientali s. Il 20 giugno 1931 fu creata a T. una missione a sui iuris a per i fedeli di rito latino (AAS, 23 [1931], pp. 402-403), affidata ai Cappuccini.
La diocesi cattolica di rito armeno (eretta nel 1850) fu già nel 1932 vacante, impedita, dispersa.
Dei personaggi illustri di T. si ricordano il card. Bessa rione che scrisse un Encomio in onore della sua città natale, edito da Spyr. Lampros nella rivista Nēsç 'B $\lambda$ $\lambda \eta \nu \alpha \mu \dot{\eta} \nu \omega v, 13$ [1916), pp. 145-204. Nel Concilio di Firenze il metropolita Doroteo sottoscrisse la bolla d'Unione. Nella prima metà del sec. xvir il metropolita Cirillo abbracciò l'unione con la Chiesa cattolica e fu perciò espulso dalla sua sede (v. C. Giannelli, in Orientalia Christ. Periodica, 15 [1949], p. 167 sgg.). Lettere pontificie dirette agli Imperatori di T., ancora conservate, risalgono agli anni 1291, 1329, 1434, 1460. L'abate dei Mechitaristi
di Venezia, Ignazio Ghiurekean, nativo di T., fu anche benemerito di T. fondando colà una scuola nel 1876.
Biel.: G. Golubovich, Bibliot. bio-bibliogr. della Terra Santa e dell'Oriente francese., III, Quaracchi 1919, p. 184; W. Miller, Trebizond, Londra 1926, passim; Guida delle Missioni catusliche, Roma 1935, p. 127; Metropolit Chrysanthos, 'II $\dot{\varepsilon} \pi \alpha \lambda \eta \eta \dot{\alpha} \alpha$ $\tau \rho \alpha \pi \varepsilon \zeta \lambda \omega \nu \tau o \varsigma$, in 'Apyzitov II6-1004, 4-5 (1036), passim; R. Loenertz, La Soc. des Frères Pérégrissants, I, Roma 1937, pp. 98-99; A. A. Vasiliev, The empire of Trebizond in history and literature, in Byzantion, serie amcr., 14 (1940-41), pp. 316-77. Giorgio Hofmann
TRE CAPITOLI. - Controversia teologica del sec. vi intorno a tre rappresentanti della scuola antiochena: Teodoro (v.) di Mopsuestia, Teodoreto (v.) di Ciro, Ibas (v.) di Edessa. L'espressione T. C. deriva dal primo editto di condanna emanato da Giustiniano, che propose contro i tre dottori antiocheni alcuni $\pi \varepsilon \varphi \dot{\alpha} \lambda \alpha$ us (capitoli o anatematismi); poi furono chiamati così gli stessi scritti incriminati, finalmente anche i loro autori.
1. Premesse storiche. - La lotta intorno ai T. C. inizialmente si presenta come un seguito della controversia nestoriana; condannato Nestorio ad Efeso (431), l'attenzione si rivolse su Teodoro (v.) di Mopsuestia, ritenuto il vero padre dell'eresia, e su Teodoreto e Ibas che avevano maggiormente avversato l'opera e la cristologia di s. Cirillo.
L'agitazione contro Teodoro si aprì nel periodo tra il Concilio di Efeso e l'atto di unione tra Cirillo e gli Orientali (433), per mezzo di Rabbūlā d'Edessa (m. nel 436); questi, che nel Concilio efesino era ancora partigiano degli Orientali, prese le parti di s. Cirillo e mise i vescovi armeni in guardia contro le opere di Teodoro, allora lette attentamente nella Chiesa armena. Contro Teodoro intervenne presto anche Proclo di Costantinopoli; interpellato dagli Armeni, rispose con il suo celebre tomo (a. 435) che, respingendo la distinsione antiochena tra il Figlio dell'Uomo e il Figlio di Dio, insisteva sull'unità personale di Cristo (PG 65, 856-73; Acta Conc. Oec., ed. E. Schwartz, IV, it, Berlino 1925, pp. 187193); mentre, nel tomo, Proclo aveva evitato di fare il nome di Teodoro, tre anni dopo (438) chiese agli Orientali la condanna formale di una raccolta di passi di Teodoro allegati alla sua lettera dogmatica. Giovanni di Antiochia rifiutò di gettare l'anatema su un vescovo morto nella pace della Chiesa (lettera a Proclo: PG 65, 878); argomento spesso addotto nel decorso della controversia sui T. C. Dietro intervento di s. Cirillo, Proclo lasciò cadere la richiesta e la lotta ingaggiata contro Teodoro si piacó per il momento e neppure il Concilio di Calcedonia ebbe ad occuparsi di lui.
Teodoreto di Ciro, pregato da Giovanni di Antiochia, aveva composto un'opera contro gli anatematismi di s. Cirillo, in cui vedeva un larvato apollinarismo; aveva ripetuto le sue critiche in una lunga lettera ai monaci d'Oriente (Ep. 151: PG 83, 1416-40); ad Efeso e nelle seguenti trattative alla corte imperiale si era schierato di nuovo contro s. Cirillo e, rientrato a Ciro, aveva composto un trattato in 3 ll. contro quello e contro il Concilio di Efeso. Dopo lunga esitazione firmò l'atto di unione, comunicò a Cirillo la sua accettazione e si adoperò per ottenere la sottomissione dei vescovi ancora resistenti. Verso il 447 pubblicò l'Eranistes, contro Eutiche (v.) e i suoi amici. Colpito già nel 448 da due decreti imperiali che lo confinarono nella sua sede e gli proibirono la partecipazione al Concilio già indetto, fu deposto dal a Latrocinio di Efeso e (449), le sue opere bandite da un editto di Teodosio II, egli stesso confinato nel monastero di Apamea. Riabilitato dal Concilio di Calcedonia (451), ammesso, non senza proteste violente di una parte dei vescovi, prima come accusatore di Dioscuro, poi anche nel suo rango di vescovo, sottoscrisse al tomo di Leone e alla professione di fede emanata dal Concilio e nella IX sess. ( 26 ott.) fu formalmente reintegrato nel suo grado, dopo aver anatematizzato Nestorio.
Quando, dopo il Concilio di Efeso, Rabbūlā, allora vescovo di Edessa, cominciò ad attaccare gli antichi dottori antiocheni come responsabili del nestorianesimo, Ibas (v.), maestro nella famosa scuola di Edessa, scrisse la
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sua lettera cristologica a Mārī «il Persiano», poco dopo l'atto di unione del genn. 433 in difesa del Mopsuestino (testo greco in Acta Conc. Oec., ed. cit., II, t, pp. 32-34; trad. lat. presso Facondo di Ermisna: PL 67, 662-65; il testo siriano è una ritraduzione dal greco); pur con scusando Nestorio, la lettera si mostra severa con la formula cristologica di s. Cirillo e difende vivacemente la memoria di Teodoro di Mopsuestia. Ibas fu pertanto accusato davanti al patriarca di Antiochia da Proclo di Costantinopoli (Ep. 3: PG 65, 875); succeduto a Rabbūlā sulla sede di Edessa (436), fu incriminato un'altra volta nel 448; il processo iniziato da Domno di Antiochia e continuato davanti a un tribunale di Berito portò all'assoluzione di Ibas, dopo la lettura di una lettera del clero di Edessa, che attestava l'ortodossia del proprio pastore. Seguì una specie di riconciliazione nel febbr. 449 a Tiro dove Ibas dichiarò la sua adesione all'atto di unione e al Concilio di Efeso, ma già nell'apr. dello stesso anno subì un nuovo processo a Edessa, fu deportato ad Antiochia e deposto dal "Iatrocinio" efesino (22 ag. 449). In due sessioni (la $10^{\circ}$ e $11^{\circ}$ ) il Concilio di Calcedonia si occupò del caso di Ibas; dopo la lettura dei documenti relativi, tra i quali la famosa lettera a Mārī, i delegati del Papa riconobbero l'ortodossia del vescovo siro e il Concilio lo restituì nella propria sede, dopo che egli ebbe pronunciato l'anatoma contro Nestorio.
La questione di Teodoreto e di Ibas sembrò definitivamente risolta a Calcedonia. Ma occorre tener presente l'avversione profonda dei monofisiti contro il Concilio di Calcedonia, la forte preoccupazione di venir incontro ai monofisiti, affermatasi a Costantinopoli sotto l'imperatore Zenone (v. ENOtico), e la costante propaganda contro un supposto pericolo nestoriano, che seguì alla fine del regno di Anastasio e continuò sotto Giustino (518-27).
II. La contrecresta del sec. vi e la condanna del T. C. - La letta contro i T. C. appartiene alla serie delle sfortunate costanti iniziative teologiche di Giustiniano per un'intesa tra ortodossi e monofisiti (specialmente severiani), attenendosi alla lettera del Concilio di Calcedonia, ma interpretandolo nel senso degli scritti di s. Cirillo e liberandolo da ogni sospetto di tendenze nestoriane; né va dimenticata l'opera di Teodora, favorevole ai monofisiti. Un punto di partenza per la ripresa della controversia intorno ai T. C. si suol vedere nelle manifestazioni organizzate a Ciro, nell'Eufratesiana, in onore di Diodoro, di Teodoro di Mopsuestia, di Teodoreto e di Nestorio, al momento della repressione dei monofisiti in Siria (519). L'occasione prossima però si connotte con l'Editto di Giustiniano contro l'origenismo. Teodoro Askida, vescovo di Cesarea di Cappadocia, prima monaco della Nuova Laura e di simpatie origeniste, per distrarre l'attensione dell'Imperatore e vendicare la condanna di Origene, cercava di ottenere l'anatoma contro Teodoro di Mopsuestia, che aveva discreditato l'allegorismo del grande alessandrino, ed insieme nuocere all'abate Gelasio della Grande Laura, avversario di Origene e grande ammiratore di Teodoro. Propose dunque all'Imperatore di condannare Teodoro e i suoi scritti come pure la lettera di Ibas che conteneva il suo elogio; con ciò il Concilio di Calcedonia sarebbe stato accettato da tutti.
Nella conferenza religiosa, tenuta su iniziativa di Giustiniano nel 533 tra 5 vescovi calcedoniani e 6 colleghi severiani, questi ultimi avevano difatti rimproverato al Concilio del 451 di aver ricevuto nella sua comunione alcuni antichi nestoriani, come Teodoreto e Ibas. L'Imperatore accolse il suggerimento e pubblicò nell'inverno 543-44 contro i T. C. un editto di condanna, il cui testo è andato perduto. L'editto non fu accolto con favore nemmeno in Oriente ed i patriarchi e i vescovi lo sottoscrissero soltanto per forza. Mena, patriarca di Costantinopoli dall'a. 536, sottoscrisse soltanto con la clausola di ritirare la propria firma nel caso che la Sede romana non lo accettasse. I vescovi del Sinodo permanente, i patriarchi di Antiochia e di Alessandria ne seguirono l'esempio per evitare la deposizione.
Molto più decisa fu la reazione in Occidente. Stefano, apocrisario della S. Sede alla corte, ruppe ogni rapporto con i firmatari; il papa Vigilio sembrò indeciso, ma il
22 nov. 545 dal rappresentante imperiale fu costretto ad imbarcarsi per Costantinopoli; durante una sosta di 10 mesi a Siracusa lo raggiunse la risposta degli Africani interpellati dal diacono Pelagio. Il diacono cartaginese Ferrando, discepolo di s. Frulgenzio di Ruspe, rispose che condannare i T. C. significava compromettere l'autorità del Concilio di Calcedonia (Ferrando, Ep. 6: PL 67, 921-28).
Vigilio, arrivato a Costantinopoli il 25 genn. 547, restò per qualche mese fermo e ruppe i rapporti con il patriarca Mena che non volle ritirare la propria firma. Ma finalmente cedette al volere di Giustiniano ed in due lettere confidenziali all'Imperatore nel giugno 547 si professò pronto a condannare i T. C. (Mansi, IX, 351). Questa condanna seguì di fatto il Sabato Santo, 11 apr. 548, con la pubblicazione del Judicatum. Di questo decreto soltanto frammenti sono conservati in un messaggio di Giustiniano al V Concilio (Mansi, IX, 181) e in un posteriore decreto di Vigilio, il Constitutum (Mansi, IX, 104): «i si condannarono la persona di Teodoro di Mopsuestia e tutte le sue opere, la lettera a Mārī «che passa per scritta da Ibas», e gli scritti di Teodoreto contro la vera fede e contro gli anatematismi di s. Cirillo, ma con la riserva esplicita che rimaneva intatta l'autorità dei 4 grandi Concili con le condanne e le assoluzioni da essi pronunciati, ciò che equivaleva a dire che il Papa non intendeva procedere contro le persone di Ibas e di Teodoreto, assolti formalmente dal Concilio di Calcedonia.
Nonostante queste riserve, il decreto di Vigilio suscitò una reazione violenta tra gli stessi familiari del Papa, i diaconi Sebastiano e Rustico, nipote di Vigilio, tanto che con altri 6 membri del clero romano furono sospesi dal Papa (Mansi, IX, 351-59). L'opposizione ai estese all'Illirico, e nella Dalmazia i vescovi si opposero al Judicatum; le Gallie erano inquiete; un Concilio africano, presieduto da Reparato, vescovo di Cartagine, scomunicò il Papa «reservato ei paenitentiae loco» (Vittore di Tunnuna, Chron. ad a. 550 : PL 68, 958). Al dire di Facondo, gli Africani videro nella condanna dei T. C. una soddisfazione data ai monofisiti e un attentato all'autorità del Concilio di Calcedonia; inoltre trovavano inaudita la condanna di un vescovo morto nella comunione della Chiesa.
Si arrivò così a una specie di tregua tra Vigilio e Giustiniano con l'obbligo reciproco di lasciare la cosa allo status quo sino ad un prossimo concilio. Al Papa fu restituito il suo Judicatum, ma dovette giurare di unire le sue forze a quelle dell'Imperatore per ottenere la condanna dei T. C. (15 ag. 550; cf. Mansi, IX, 363 sgg.). Però Giustiniano, su istigazione di Teodoro Askida, ruppe presto l'accordo; cercò di eliminare l'opposizione degli Africani intentando un processo politico contro Reparato di Cartagine che fu deposto ed esiliato, e nel luglio del 551 pubblicò contro i T. C., la celebre Prefectona di fede, una specie di enciclica laica, dove all'esposizione del dogma cristologico fa seguire 13 anatematismi; gli ultimi 3 colpirono appunto i T. C. Ne seguì la rottura formale tra Papa e Imperatore. Vigilio, non giudicandosi più sicuro, cercò asilo nella chiesa di S. Pietro a Costantinopoli e, più tardi, in quella di S. Eufemia a Calcedonia da dove (il 5 febbr. 552) pubblicò una enciclica a tutto il mondo cristiano (PL 69, 53-59; Mansi, IX, 50-55), una sentenza di deposizione contro Teodoro Askida e la scomunica del patriarca Mena. I due, su ordine di Giustiniano, domandarono perdono al Papa. Questi, ritornato a Costantinopoli, approvò (il 28 genn. 553) la professione di fede del nuovo patriarca Eutichio, succeduto a Mena (to. nell'ag. 552), e si dichiarò pronto a presiedere a un concilio ecumenico per risolvere la questione dei T. C. Ma la convocazione si rivelò difficile, poiché Vigilio avrebbe voluto tenere il concilio in Italia o in Sicilia, mentre Giustiniano intendeva escludere il più possibile i rappresentanti dell'Occidente latino, ed aveva eletto di suo gusto quelli dell'Africa.
Il 20 apr. 553 Vigilio ricevette dall'Imperatore una raccolta di testi tratti dalle opere di Teodoro di Mopsuestia e di Teodoreto di Ciro; il Papa promise di rispondere entro 20 giorni e diffidò il Concilio dal decidere in merito prima che egli avesse comunicato la propria sentenza. Il Concilio tuttavia si aprì il 5 maggio 553 senza il Papa,
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che declinò ripetuti inviti chiedendo una rappresentanza più numerosa di vescovi italiani. Mentre il Concilio il 12 e 13 maggio iniziava il processo contro i T. C., il Papa pubblicò il 14 maggio il suo Constitutum, sottoscritto da lui, da 16 vescovi e da 3 ecclesiastici romani, tra cui Pe lagio, dove condannava 60 proposizioni, quelle trasmesse dall'Imperatore, che: "sub Theodori Mopsuesteni episcopi perbihentur nomine praenotata" ma il Papa rifiutò energicamente la condanna della persona di Teodoro, perché morto nella comunione della Chiesa; condannò pure un certo numero di proposizioni attribuite a Teodoreto, rifiutando di nuovo ogni condanna della persona, poiché "purgata" dal sospetto di nestorianesimo dal Concilio di Calcedonia; similmente doveva venir rispettata la decisione di Calcedonia su Ibas di Edessa.
Giustiniano, irritatissimo, per rappresaglia volle che il Concilio cancellasse il nome del Papa dai dittici, pretendendo tuttavia di conservare l'unione con la Sede Apostolica. Il Concilio continuò senz'altro la sua opera contro il Papa, e nella ottava ed ultima sessione ( 2 giugno 553) emise la sentenza finale in 14 anatematismi, quasi tutti riproducenti testualmente quelli della Confessio imperiale del 551 ; condannò la persona e gli scritti di Teodoro (XII anat.), gli scritti di Teodoreto contro Efeso e contro Cirilio (XIII anat.) e la lettera di Ibas (XIV anat.; testo in Denz-U, 226-28). Dopo sei mesi si ottenne anche il consenso di Vigilio, che approvò la condanna del T. C. (tacendo sugli altri anatematismi emanati dal Concilio), prima in una lettera al patriarca Eutichio (8 dic. 553), poi con la pubblicazione di un secondo Constitutum (25 febbr. 554); l'autenticità di questi due documenti recentemente è stata messa in dubbio (cf. C. Silva Tarouca, Fontes historiae ecclesinsticae medii aeoi, Roma 1930, p. 32). Vigilio lasciò Costantinopoli nella primavera 555, ma morì a Siracusa il 7 giugno.
III. SCEsmi consecutivi. - Il diacono Pelagio, principale ispiratore del I Constitutum, attaccò Vigilio in un Refutatorium, non conservato, e in un lungo memoriale In defensione Trium Capitulorum (v. bibl.). Imprigionato per questo, Pelagio (v.) in data imprecisata dovette poi essersi avvicinato a Giustiniano, che lo rimandò in Italia e, dopo la morte di Vigilio, lo impose come papa (fine del 555). Pelagio dovette superare però una notevole opposizione nella stessa Roma; professò pertanto la propria adesione ai quattro primi Concili ecumenici e, senza nominare il V Concilio, chiamò "venerabili vescovi» Ibas e Teodoreto. Particolarmente vivace fu l'opposizione contro la condanna dei T. C. nella Chiesa africana. Molti vescovi recalcitanti furono esiliati e maltrattati; tra i quali Vittore di Tunnuna e Facondo di Ermiana che già nei primi anni della controversia aveva energicamente difeso i T. C. (Pro defensione Trium cap. : PL 67, 527 852). Il diacono cartaginese Liberato condivise l'esilio del suo metropolita Reparato e difese la causa del T. C. nel suo Breviarum causae nestorianorum et eutychianorum (PL 68, 969-1050). Felice, abate di Gillitanum, compose un memoriale contro il Concilio, aiutato dal diacono romano Rustico, nipote di Vigilio. Quest'ultimo, nonostante la scomunica e deposizione, continuò la lotta per i T. C. e compilò, a loro difesa, un'ampia raccolta di atti conciliari (il Synodicum, in Acta Conc. Oec., ed. cit., I, III e IV). Nell'Italia le province ecclesiastiche di Milano e di Aquileia si separa