volume-12

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mano Rustico, nipote di Vigilio. Quest'ultimo, nonostante la scomunica e deposizione, continuò la lotta per i T. C. e compilò, a loro difesa, un'ampia raccolta di atti conciliari (il Synodicum, in Acta Conc. Oec., ed. cit., I, III e IV). Nell'Italia le province ecclesiastiche di Milano e di Aquileia si separarono addirittura dalla Sede Apostolica e l'invasione dei Longobardi favorì la loro opposizione. Con Aquileia fecero causa comune le Chiese dell'Illirico. Milano ritornò presto alla comunione con Roma, Aquileia (v.) invece soltanto sotto papa Sergio I (687-701).
IV. Conclusione. - L'assurda pretesa di un imperatore di dirimere le questioni dogmatiche con decreti imperiali, lungi dall'ottenere la desiderata unità religiosa, inasprì i dissidi e finì per portare lo stesso Giustiniano verso le dottrine di Giuliano (v.) di Alicarnasso preparando la serie di altrettanto infelici interventi imperiali nel secolo seguente (v. monoteLismo). Dalle oscillazioni di papa Vigilio, che uni a momenti di vera grandezza penose manovre diplomatiche, il prestigio della Sede Apostolica uscì gravemente menomato. Nel campo dottrinale la legittima affermazione della teologia neocalcedoniana
che, per allontanare ogni sospetto di nestorianesimo e per facilitare l'accordo con un monofisismo spesso soltanto verbale, cercava di integrare la terminologia propriamente calcedoniana con le formule di s. Cirillo care ai monofisiti, si trova offuscata dalle deficienze dell'azione giuridica contro Teodoro e i suoi difensori, condotta in maniera non sempre oggettiva e leale (la misura delle manipolazioni non deve però venir esagerata, cf. J. Ortiz de Urbina, in Or. Christ. Per., 15 [1949], p. 441).

Tutto questo, evidentemente, non impedisce che il giudizio del Concilio, approvato dal Papi, abbia il suo pieno valore (v. costantinopoli, II Concilio Costantin.).

Bibl.: L. Duchesne, L'Eglise un VIe siècle, Parigi 1925; R. Devroesse, Le début de la question des Trois Chaplires, in Rev. des sc. rel., 11 (1931), pp. 343-65; id., Pelagii diac. Eccl. rom. In defensione Trium Capitulorum (Studi e testi, 57), Città del Vaticano 1932; id.. Le cinquième Concile et l'oeroménsité byzantine in Misc. Giov. Mercati, III (ibid., 123), ivi 1946; id., Essai sur Théodore de Mopsueste (ibid., 141), ivi 1948; E. Stoots, De Diakon Pelagius en de verdediging der Eeie Koniittels, Nimaga 1936; R. Pewesin, Imperium Eccl. Unvvers. Rom. Der Kampf der afrikan. Kirche um die Mitte des 6. Jahrh., Stoccarda 1937; E. Schwartz, Drei dogmat. Schriften Justiniani, in Abb. der Münchener Akad., nuova serie (S. Monaco (1939); G. L. Prestige, Fathers and Heretics, Londra 1940; Thcho-MartinFrutas, IV, nn. 679-706; M. Richard, La tradition des fragments du traité 2255 - 7855 205082005105015 de Theodore de Mops, in Muséon, 36 (1943), pp. 32-75; S. v. Ivanka, Hellenist. u. Christl. im Frühbyzant, Geistesleben, Vienna 1948, pp. 73-94; E. Amann, Trois Chaplires, in DThC, XV, coll. 1868-1954; H. Diepen, L'Assumptus Homo à Chalcédoine, in Rev. Hom., 31 (1951), pp. 573-608; Th. Camchat, De Nestorius à Eutychis. L'opposition de deux christologies, in Das Kampf von Chalkesien, I, Würzburg 1951, pp. 213-42; Ch. Moeller, Le chalcedonisme et le néo-chalcedonisme de 451 jusqu'à la fin du VIe siècle, ibid., pp. 637-720; R. Heiko, Die haisers Politik um Chalkedon, ibid, II, Wurzburg 1953, pp. 164-75.

Agostino Mayer
TREGUA DI DIO: v. PACE DI DIO.
TREIA. - Antica diocesi in provincia di Macerata. Per i suoi dati statistici v. san severino.

Di origine picena è l'antica Treu, forse colonia, certo municipio romano, che Plinio pone tra le città interne della Regione Quinta, e Tolomeo chiama Tpalava. Sorgeva a ca. 2 km ., dal sito attuale, in località ora detta "Mura Saracena»; devastata da Abrico nel 404, subì poi i danni dei Longobardi, degli Ungari, dei Saraceni, che la distrussero. I cittadini si raccolsero allora sul colle, dove ricostituirono un centro abitato, l'odierno, che fu chiamato Monticulum, Montielum, quindi, Montecchio ("del Potenza" o "di Macerata»). Nel sec. xI già si era costituito in Comune quello, elencato nelle Constitutiones Aegidioniae tra le "civitates mediocres»; sottoposto in seguito ai vari dominatori delle Marche, passo poi definitivamente alla Chiesa. Un'antica pieve, S. Maria, nel luogo della distrutta Treu, viene considerata da alcuni storici come la cattedrale di una primitiva diocesi, nella presunzione che anche T. per analogia con parecchie altre città del Piceno, abbia avuto i suoi vescovi fin dai primi secoli (ma di ciò non si ha documentazione) e che la diocesi sia cessata con la fine della stessa città, e passata quindi sotto la giurisdizione dei vescovi di Camerino.

Pio VI, con la bolla Euticum animi nostri del 2 luglio 1790, abolì il nome di Montecchio, vi rinnovò l'antico e per evitare i danni che potevano derivare a causa della distanza da Camerino, che egli con la bolla Quemadmodum apostolica del 17 dic. 1787 aveva elevato a sede arcivescovile, non metropolitana, dispose che l'arcivescovo di Camerino tenesse in T. un vicario foraneo laureato in utroque con speciale giurisdizione anche nel campo giuridico e penale. Dopo il periodo napoleonico, e restituite le Marche alla Chiesa, i treiori domandarono a Pio VII di elevare la loro collegiata a cattedrale e che la diocesi fosse unita, aeque principaliter, con quella di S. Severino; ma il Papa, pur dichiarando cattedrale la collegiata, con rescritto della S. Congreg. Concistoriale del 17 sett. 1815, stabilì che fosse vescovo di T. l'arcivescovo pro tempore di Camerino. Differendo però la Curia camerinese l'esecuzione del rescritto, cercando di invalidarlo, lo stesso Papa, con la bolla Fervetiusiae locorum originem del 78 febbr. 1816, dichiarò T. «civitatem vere et realiter epi-

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(Int. Allmari)
Trela - La Madonna del Soccorso, scultura in legno del sec. xv. Accademia Georgica dei Sollevati.
scopalem e con sua Curia, seminario, e con tutti i diritti, onori e prerogative delle città vescovili, e separando il suo territorio dalla sede di Camerino dette all'arcivescovo di questa l'amministrazione perpetua di T., con l'obbligo di soggiornarvi alcuni mesi dell'anno, di tenervi un vicario generale, e di firmarsi in tutti gli atti con il copulativo nome di arcivescovo di Camerino e amministratore perpetuo di T. Ma data la distanza tra Camerino e T. il papa Benedetto XV, con la cost. apost. Boni Postoris del 20 febbraio 1920, uni in perpetuo la diocesi di T. con quella di S. Severino, il cui vescovo divenne l'amministratore perpetuo di T.

T. dette i natali al b. Pietro detto di T., celebre predicatore e fautore della pace nelle Marche, sconvolte da discordie interne; morto in Girolo (Ancona), dove il suo sepolcro è venerato. Fu di T. il card. Nicola Grimaldi (1768-1845), che fu governatore di Roma al tempo di Gregorio XVI, che lo creò cardinale, benefattore di T. dove inviò le due statue di marmo degli apostoli Pietro e Paolo, appartenenti alla tomba dell'imperatore Ottone II.

Notevoli in T. la Cattedrale, dedicata alla S.ma Annunziata, e nei dintorni il santuario del Crocifisso e il piccolo santuario della Madonna del Ponte, nella frazione Passo di T. In T. ebbe fama l'Accademia letteraria dei Sollevati (secc. xv-xvi), che risorse nel 1776, con il nome di Società Georgica dei Sollevati per studi ed esperienze agrarie; ha sede in un palazzo, opera del Valadier.

Bibl.: CIL, IX, nn. 5644-78; Plinio, Nat. Hist., III; Ughelli, I, col. 349; Cappelletti, IV, pp. 317-25; Gams, Series Episc., Ratisbona 1873, p. 680; Moroni, LXXIX, pp. 229-67; XXXIII, pp. 33-35; G. Colucci, T. ant. città picena, oggi Montecchio, illustrata, Macerata 1780; id., Antich. Picene, II, Fermo 1788, pp. 171-206; F. Benigni, Lettere negli scavi fatti nel circondario dell'ant. T., Macerata 1812; N. Acquaticci, T. antica, Tolentino 1890; A. Grassi Coluzzi, Annali di Montecchio ora T. dal 1137 al 1400, Macerata 1905, V. anche A. Grimaldi, Mem, per servire alla stor. della vita del b. Pietro di T. e di lui culto, Roma 1749; P. Fortunati, Canno sulla Soc. Georgica di T., Macerata 1840.

Carlo Carletti
TREITSCHKE, Heinrich von. - Storico tedesco, protestante, n. il 15 sett. 1834 a Dresda, m. il 28 apr. 1896 a Berlino.

Figlio di un alto ufficiale dell'esercito sassone, ebbe
da giovane assai vivo il senso della libertà, ma in seguito, soprattutto dopo l'esperienza del 1848 , considerò il porro unum necessarium della sua epoca la costituzione dell'unità tedesca che, secondo lui, poteva attuarsi solo a discapito del liberalismo con il favore della potenza dello Stato prussiano. Professore all'Università di Lipsia nel 1859, a Friburgo in Br. nel 1863, rinunciò a quest'ultima cattedra nel 1866 allorché il Granducato del Baden si schierò a fianco dell'Austria nella guerra contro la Prussia. Nello stesso anno passò all'Università di Kiel, quindi fu dal 1867 al 1874 a Heidelberg e poi fino alla morte a Berlino. L'opera sua più importante, che è la storia tedesca nel sec. xix, che giunge incompiuta fino al 1848 (Deutsche Geschichte im 19. Jahrhundert, 1879-94), è tutta una esaltazione della "missione" unitaria della Prussia in Germania. Polemista e pubblicista di valore, tendente sempre a rinunciare ad un giudizio e ad un esame equilibrato e sereno degli avvenimenti pur di porre in rilievo, quasi sempre unilateralmente, l'apporto positivo della Prussia alla formazione dell'unità germanica, appoggiò con la penna, dal 1863 in poi, decisamente la politica di Bismarck. Dal 1866 diresse la rivista Preussische Jahrbücher, da lui fondata. Fu deputato nazional-liberale al Reichstag dal 1871 al 1888.

Bibl.: J. Heyderhoff, s. v. in Neue deutsch. Biograph., III, Berlino 1936, pp. 636-48; E. Fueter, Stor. della storiogr. moderna, trad. it., II, Napoli 1944, pp. 248-54; H. Kohn, Prophets and peoples, Nuova York 1947, p. 105 sgg.; H. v. Schik, Geist und Gesch. vom deutsch. Humanismus bis zur Gegenwart, I, Monaco-Salisburgo 1950, pp. 385-98; W. Busemann, T. Sein Welt-und Geschichtsbild, Gottinga 1952.

Silvio Furlani
TREMOILLE, Joseph-Emmancel de la. - Cardinale, dei duchi di Noirmoutier, n. nel 1661, m. a Roma, ove è sepolto a S. Luigi dei Francesi, il 17 genn. 1720.

Dopo essere stato vicario del vescovo di Laon, nel 1693 andò a Roma come uditore di Rota. Divenuto cardinale il 17 maggio 1706, fu subito dopo nominato ambasciatore di Francia presso la S. Sede e dovette occuparsi fra l'altro, per lunghi anni, di tutte le questioni religiose e della bolla Unigenitus. L'8 giugno 1716 ebbe la nomina a vescovo di Bayeux e l'i i maggio 1718 quella di arcivescovo di Cambrai, ma non raggiunse mai le sedi.

Bibl.: Moroni, LXXIX, p. 267; M. De Saint-Allas, Nobiliaire universel de France, X, Parigi 1876, p. 189; A. Le Roy, La France et Rome de 1700 à 1713 , ivi 1892, v. indice; Psator, XV, v. indice; Eubel, V, pp. 111 e 139. Cf. inoltre la bibl. di ciansenismo.

Renata Orazi Ausenda

## TREMOLANTI: v. SHAKERS.

TRENDELENBURG, Friedrich Adolf. - Filosofo spiritualista, n. a Lutin il 30 nov. 1802, m. a Berlino il 24 genn. 1872.

Dalla insoddisfazione del pensiero moderno fu portato allo studio del pensiero classico, in particolare di quello di Platone e Aristotele dai quali attinse le linee fondamentali della sua " concezione organica del mondo", ispirata ad un finalismo costruttivo del reale sia nella natura come nella storia. Sono fondamentali i suoi studi di storia del pensiero classico (spec. Aristotele) e moderno (Leibniz, Spinoza) e in particolare va segnalata l'obbiezione mossa alla dialettica hegeliana che fece epoca: Hegel afferma che la dialettica deve procedere dal pensiero puro senza presupposti empirici (reines, voraussetzungsloses Denken), ma in realtà egli introduce ad ogni punto immagini e concetti presi dall'esperienza come quelli di "movimento", "sviluppo", "interno e esterno", "tutto e parti", ecc. (Logische Untersuchungen, $2^{a}$ ed., III, Lipsia 1862, p. 36 sgg.). E questa difficoltà che prima alimentò la critica di Kierkegaard all'idealismo e poi, tramite K. Fischer (System der Logik u. Metaphysik oder Wissenschaftslehre, $3^{\text {a }}$ ed., Heidelberg 1909, p. 199 sgg.), stimolò Spaventa e Gentile alla "riforma" della dialettica hegeliana. Si deve anche a T. in buona parte la ripresa degli studi aristotelici in Germania e della dottrina dell'« intenzionalità » da parte di F. Brentano e della fenomenologia speculativa (1917); discepolo di T. è stato

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(fot. R. Benel)
Trento, arcidiocesi di - Pianta di T. al tempo del Concilio - Trento, Museo nazionale.
anche W. Dilthey (1911), il teorico delle "concezioni del mondo "e della distinzione fra "scienze della natura e scienze dello spirito ". L'influsso di T. si fece sentire in Italia specialmente nello spiritualismo di F. Bonatelli e F. Acri.

Opere principali : Aristoteles, De Anima (ed. crit. con commento), $2^{a}$ ed. a cura di C. Belger, Lipsia 1877; Historische Beiträge zur Philosophie, 3 voll., Berlino 18461855 (il I vol. contiene i lavori fondamentali : Aristoteles Kategorienlehre e Die Kategorienlehre in der Geschichte der Philosophie); Logische Untersuchungen, $3^{a}$ ed., Lipsia 1870; Naturrecht auf dem Grunde der Ethik, Lipsia 1860 (trad. it., Napoli 1873); Elementa logices Aristoteleae, $9^{a}$ ed., Berlino 1892.

Biel.: A. Levy, s. v. in Enc. Ital., XXXIV (1937), p. 260; W. Ziegenfuss, s. v. in Philos. Lexikon, II, Berlino 1949, p. 738 . Cornelio Fabro

TRENTO, ARCIDIOCESI di. - Città capoluogo di provincia e dal 1946 della regione Trentino-Alto Adige. L'arcidiocesi comprende la provincia di T. e più della metà della provincia di Bolzano. Ha una superficie di 9856 kmq . con una popolazione di 633.997 ab., dei quali 631.900 cattolici, distribuiti in 439 parrocchie servite da 1129 sacerdoti diocesani (di cui 268 di lingua tedesca); sacerdoti regolari ca. 575 ; suore 2280 . Case religiose maschili 86 ; femminili 264. L'arcidiocesi possiede un Seminario teologico a T. e due Seminari minori (T. e Tirolo: cf. Ann. Pont. 1953, p. 429).

Città di fondazione gallica o retica, occupata stabilmente dai Romani verso il 37 a. C. e compresa nella decima regione augustea: Venetia et Histria. Caduto l'Impero d'Occidente passò sotto il dominio di Teodorico e dei Bizantini. Dal 569 fu sede di un ducato longobardo; sotto i Carolingi la marca di T. fece parte del Regno italico, ma nel 952 Ottone I la incorporò all'Impero germanico, di cui fece parte fino al 1803 . Nel periodo napoleonico passò all'Austria (1803-1805), poi alla Baviera (fino al 1810), quindi al Regno italico (fino al 1816), infine per più di un secolo di nuovo all'Austria. Dal 1918 è riunita allo Stato italiano.

Ecclesiasticamente la diocesi fu fino al 1751 suffraganea di Aquileia, quindi di Gorizia (dipendenza questa mai riconosciuta dal vescovo di T.), dal 1772 al 1825 immediatamente soggetta alla S. Sede, dal 1825 al 1920 suffraganea di Salisburgo, e dal 1920 immediatamente soggetta alla S. Sede, che nel 1929 la elevò a sede arcivescovile senza suffraganei.

La leggenda assegna la fondazione della sede vescovile al ss. aquileiesi Ermagora e Fortunato, discepoli di s. Marco. In realtà non sono conservati ricordi cri-
stismi per i primi tre secoli. La sede vescovile fu fondata nel sec. Iv (primo vescovo conosciuto Jovinus, secondo nella lista Abundantius vivente nel 381). Il terzo vescovo fu s. Vigilio ([v.] m. nel 400 o 405) che compì l'evangelizzazione del territorio e sigillò l'opera missionaria col martirio. Le sue relazioni con s. Ambrogio (PL 16, 982) e con s. Simpliciano (PL 13, 549-52) collegano la Chiesa tridentina con Milano, ma nei primi decenni del sec. v la diocesi si trova nell'organizzazione metropolitana di Aquileia (v.). Con Aquileia la diocesi di T. fu coinvolta nello scisma dei Tre Capitoli e ritornò alla comunione con Roma sulla fine del sec. vir. Dei vescovi del primo millennio va menzionato particolarmente Eugippio (sec. vi), al quale si attribuisce l'ampliamento della chiesa sepelcrale di S . Vigilio e la sistemazione delle sue reliquie.

L'imperatore Corrado II nel 1027 (secondo alcuni già Enrico II nel 1004), donando alla Chiesa tridentina le contee di T., di Bolzano e di Val Venosta, creava il principato temporale dei vescovi di T., i cui confini differiscono in vari punti da quelli diocesani. Nel sec. xir si fecero sentire anche nel territorio tridentino i benefici influssi della riforma della vita ecclesiastica : vennero fondati l'abbazia benedettina di S. Lorenzo a T. e i monasteri di Canonici Regolari Agostiniani di S. Michele all'Adige e di Augia (presso Bolzano). Il principale fautore di questa riforma, il vescovo Altmanno (1124-49), fu anche l'iniziatore dell'attuale Duomo, da lui consacrato nel 1145 alla presenza del patriarca di Aquileia Pellegrino. Nella lotta per le investiture i-principi-vescovi di T. parteggiarono per l'Imperatore e in seguito generalmente per i ghibellini. Il periodo più florido per il principato fu quello del vescovo Federico Vanga (1207-18) che consolidò il potere civile, incrementò l'agricoltura e lo sfruttamento sistematico delle miniere (è celebre lo Statuto minerario), ampliò e ornò il Duomo, riorganizzò la registrazione dei documenti (Codex Vangianus). La politica di Federico II portò a una specie di secolarizzazione temporanea. Più tardi si iniziò una lunga serie di lotte logoranti con i conti del Tirolo, che da auvucati si evolvevano in padroni effettivi del principato: le Compatrate del 1363 e del 1454 e la serie dei vescovi tedeschi dei secc. XIV e XV sigillarono questa evoluzione. L'Umanesimo prese piede nel Trentino sotto il principe vescovo Giovanni Hinderbach (1466-86), che godette la fiducia di Enea Silvio Piccolomini (poi Pio II) e di Niccolò Cusano (v.). Al vescovo e card. Bernardo Clesio ([v.] 1514-39) la città deve la sua riorganizzazione sociale e il suo rinnovamento edilizio che dovevano poi renderla sede degna del Concilio. Dopo Bernardo Clesio, per oltre cent'anni ressero la Chiesa tridentina membri della famiglia Madruzzo (v.): i cardd. Cristoforo, Lodovico, Carlo Gaudenzio e il vescovo Carlo Emanuele (m. nel 1658). In particolare Lodovico e Carlo Gaudenzio furono attivi per l'applicazione dei decreti tridentini nella diocesi e per l'erezione del seminario. Francescani, Somaschi, Carmelitani e Gesuiti presero stanza o edificarono nuovi conventi nella diocesi in questo periodo. L'ultimo vescovo principe fu Pietro Vigilio de Thun (m. nel 1800). Nella vacanza seguita alla sua morte il principato ecclesiastico fu definitivamente secolarizzato a favore di Casa d'Austria.

I confini della diocesi furono ampliati nel 1785 e nel 1818 con l'aggiunta della Valsugana e di Primiero (appartenenti fino allora a Feltre), di Merano e Val Venosta (fino allora sotto Coira), dei decanati di Fassa, Chiusa, Castelrotto (fino allora sotto Bressanone) e di altri territori minori. Mensa vescovile e Capitolo cattedrale furono nel 1818 dotati a nuovo dall'Imperatore d'Austria, che ricevette dal canto suo il diritto di nominare i nuovi vescovi. Ai vescovi di T. l'Imperatore d'Austria riconobbe il titolo di principe, che fu poi riconfermato dal governo italiano nel 1926. I vescovi del secolo deci-

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monono, F. X. Luschin von Ebengreut (1823-34), il servo di Dio Giovanni Nepomuceno de Tschiderer ([v.] 1834-60), Benedetto de Riccabona (1861-79) ebbero da lottare tenacemente contro il giusceppinismo e i sistemi da esso introdotti : la loro azione contribuì a preparare e poi a tradurre in realtà gli accordi concretati fra la S. Sede e l'Austria nel Concordato del 1855 . Sotto i vescovi Eugenio Carlo Valussi (1686-1903) e Celestino Endrici (1904-40) si ebbe un notevole risveglio dell'attività sociale dei cattolici; contemporaneamente la questione nazionale presentò alla cura pastorale nuovi e difficili compiti.

Monumenti principali. - Il Duomo romanico, che sorge sulla tomba del patrono s. Vigilio, è opera di maestri comacini. Caratteristico all'esterno per lo sviluppo delle gallerie romaniche, per i grandi rosoni del transetto e della facciata, per la rifinitura delle absidi accostate al vicino castelletto. All'interno, vanno notate soprattutto le due lunghe rampe di scale ricavate nel muro, gli affreschi del transetto (sec. xiv) e le pietre tombali dei principi vescovi. Qui il Concilio di T. celebrò le sue sessioni solenni. S. Maria è l'antica pieve della città. L'attuale edificio rinascimentale è opera di Antonio Medaglia (1520). Nel 1562-63 servì da aula per le congregazioni generali del Concilio. La chiesa romanica di S. Lorenzo è quanto rimane dell'antica abbazia benedettina, trasformata poi in convento domenicano, ospizio di celebri teologi al tempo del Concilio. La chiesa di S. Francesco Saverio è opera del gesuita Andrea Pozzo, trentino. Il Castello del Buon Consiglio fu dal sec. xili al xix la residenza dei principi vescovi. Ampliato in varie età deve la sua parte più splendida al card. Bernardo Ciesio, che chiamò a decorarlo artisti di grande fama. In città infine vanno ricordati conventi e palazzi che ospitarono insigni personaggi del Concilio: i conventi di S. Marco, S. Francesco, S.ma Trinità e i Palazzi Thun, Geremia, Alberti Colico, Migazzi, Roccabruna, Salvadori, ecc.

Bibl.: F. Larguelli, Bibl. del Trentino, Trento 1904; B. Emmert, Bibl. della Venezia Tridentina, ivi 1930, 1933 e 1938. H. Tartarotti, De origine Erel. Tridentinae et primis eius episcopis, Venezia 1843; B. Bonelli, Notiz. istor.-critiche della Chiesa di T., 4 voll., Trento 1760-69; F. F. Alberti, Annali del principato eccles. di T. dal 1020 al 1560 , ivi 1860 ; F. Ambrosi, Comment. della st. trent., Rovereto 1887; K. Ats - A. Schatz, Der deutsche Anteil des Bistums Trient. 5 voll., Bolzano 1900-10; H. v. Voltellini, Die altert. Statuten von Trient und ihre Überlieferung, Vienna 1902; id., Das nolsche Südtirol. Erläuterungen zum bistor. Atlas der ästerreich. Alpenländer, ivi 1918; K. Ats, Kunstgesch. von Tirol und Vorarlberg, Innsbruck 1909; G. Tarugi Secchi, La Biblist. vesc. trentino, Trento 1930; Arch. di Stato di T., Arch. del Principato vescovi. Inventario, Roma 1951. Inoltre le riviste: Arch. stor. per Trieste, l'Istria e il Trentino, 1881-1889; Arch. Trentino, 1882-1914; Zeitschr. des Ferdinandeums für Tirol und Vorarlberg. Tridentino, 1898-1913; Riv. trident., 1901-14; Arch. per l'Alto Adige, 1906 sgg.; Pro culturo, 1910-14; Studi Trentini di sc. stor., 1920 sgg.; L'Arch. Veneto-Trident., 1922 sgg.

I. Concilio di T. - Il Concilio di T., XIX ecumenico, ebbe luogo, con varie interruzioni, dal 1545 al 1563 , e fu celebrato per ribattere gli errori contro la fede propalati dei «riformatori» protestanti e per promuovere una riforma della disciplina ecclesiastica.

1. Antecedenti. - Quantunque Leone X con la bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1520 avesse già condannato 41 errori di Martin Lutero, tuttavia il movimento di defezione da lui creato non era affatto cessato. Già dopo l'interrogatorio subito in Augusta presso il card. Tommaso De Vio, Lutero il 28 nov. 1518 aveva appellato dal Papa al Concilio universale e aveva poi rinnovato l'appello il 17 nov. 1520 , in seguito alla pubblicazione della bolla Exsurge. Questi due appelli, però, non erano altro che mosse procedurali e, conforme alla bolla Euscrabilis di Pio II in data 18 genn. 1460, erano invalidi e privi di efficacia giuridica.

Il proposito di portare la questione di Lutero dinanzi ad un concilio universale non si connette a questi due appelli suoi, ma alla richiesta degli Stati tedeschi, avanzata, sia dai cattolici che dai protestanti, nella Dieta di Norimberga del 1523 : la questione di Lutero doveva essere ripresa e definita da un «libero concilio cristiano in terra tedesca». Questa formola di Norimberga suscitò
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(fol. Soprincendenza ai Monumenti e Gallerie, Trento)
Trento, arcivescovo di - Pagina dell'Ecangeliano purpureo (secc. iv-v) contenente la vecchia versione latina, "testo africano" (cod. e palatinus). Vangelo di S. Luca 1, 22-30 - Trento, Castello del Buon Consiglio.
preoccupazioni a Roma, perché i luterani sotto la parola "libero "intendevano "libero dal Papa " e miravano specialmente a sciogliere i vescovi dal loro giuramento di fedeltà al Pontefice, il quale sarebbe stato, così, costretto a comparire in certo modo come parte in causa davanti al giudizio del concilio; e sotto il termine "cristiano" si nascondeva la richiesta che i laici, e in modo particolare i principi, fossero ammessi al concilio accanto ai prelati e con pari autorità. La richiesta, poi, mantenuta ostinatamente anche in seguito, che cioè il concilio dovesse radunarsi in una città tedesca - si faceva il nome, tra le altre, di Colonia, Magonza, Strasburgo. Costanza, Ratiabona - esponeva il concilio al pericolo di soggiacere alla pressione dell'opinione pubblica. apertamente favorevole a Lutero.

Quando la Dieta di Norimberga del 1524 ebbe a constatare che nulla si era fatto per la convocazione di un concilio universale, propose un concilio nazionale tedesco, da tenersi a Spira; ma Clemente VII lo rifiutò e l'imperatore Carlo V finì col proibirlo. Neanche negli anni seguenti si giunse a un concilio universale, perché Clemente VII - non senza fondate ragioni - temeva che in esso riaffiorasse la falsa dottrina dei conciliaristi del Quattrocento circa la superiorità del concilio sul papa e provocasse nuove complicazioni. Inoltre la lunga guerra tra l'Imperatore e Francesco I, re di Francia, divise allora in campi avversi i due più potenti sovrani della cristianità. Conchiusa la pace a Barcellona nel 1529, il Papa, nell'occasione della incoronazione a imperatore di Carlo V, a Bologna ( 1530 ), gli promise di volere, occorrendo, radunare il concilio; ma aggiunse certe condizioni, che resero infrutuose le trattative preparatorie con i luterani; anche la Francia, del resto, non era favorevole all'apertura di un concilio, perché da questo prevedeva un accrescimento di potere dell'Imperatore.

Una svolta verso il meglio si ebbe soltanto allorché il successore di Clemente VII, Paolo III (1534-49), diede il primo posto nel suo programma di governo al concilio e alla riforma. D'accordo con l'Imperatore, che nel suo ritorno dall'Africa gli aveva fatto visita a Roma, il Papa,

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(feL. R. Renu)
Trento, arcidocesi di - Scalinata laterale dell'interno del Duomo, che porta al campanile (inizio del sec. xili) - Trento.
con la bolla Ad Dominici gregis curam del 2 maggio 1536, indisse per il 23 maggio 1537 un Concilio generale a Mantova per la distruzione degli errori e delle eresie, per la riforma dei costumi e per il ristabilimento della pace fra i principi cristiani. Ma i protestanti tedeschi, uniti nella Lega smalcaldica, opposero il 24 febbr. 1537 un brusco rifiuto all'invito di partecipare al Concilio. Più sfavorevolmente ancora operò il fatto della nuova guerra scoppiata tra Carlo V e Francesco I, e questi si rifiutò di permettere ai prelati francesi il viaggio a Mantova. Quando poi lo stesso duca di Mantova, Ferdinando Gonzaga, richiese al Papa la formazione di un corpo di guardia di cinque o seimila uomini per la sicurezza del Concilio, questo venne prorogato una prima volta al $1^{\circ}$ nov. 1537 , poi al $1^{\circ}$ maggio 1538 , con sede, però, a Vicenza. Ma quando i cardinali legati, nominati il 20 marzo 1538, Lorenzo Campeggio, Giacomo Simonetta e Girolamo Aleandro, comparvero nella città il 12 maggio 1538, non vi trovarono che pochi prelati. Allora, in vista dell'imminente Congresso di pace a Nizza, l'apertura del Concilio fu di nuovo prorogata al 6 apr. 1539; finché la suspensio ad beneplacitum, promulgata dal Papa il 21 maggio 1539, non seppellì per sempre il progetto del Concilio mantovano.

Le trattative per l'unione, che l'Imperatore allora avvio direttamente con i protestanti tedeschi, rimasero senza effetto, nonostante la partecipazione del card. Contarini alla Dieta di Ratisbona del 1541. 'Tosto il Papa riprese il piano del Concilio e con la bolla Initio nostri hatus pontificatus del 22 maggio 1542 intimò il Concilio per il giorno di Ognissanti dello stesso anno, da tenersi nella città di T., per la quale il nuncio Morone aveva ottenuto il consenso degli Stati tedeschi. Ma anche questa seconda indizione del Concilio non riuscl, perché il Re di Francia, poche settimane dopo, il 10 luglio 1542, dichiarò guerra all'Imperatore. Nonostante la presenza, a T., del tre cardinali legati, Parisio, Morone e Pole, non arrivarono in quella città, nello spazio di sei mesi, che dieci vescovi. Perciò il 29 sett. 1543 il Concilio dovette di nuovo essere sospeso.

Solo il 18 sett. 1544, con la pace conchiusa a Crépy tra Carlo V e Francesco I, fu finalmente libera la via per una terza indizione del Concilio. In un articolo segreto del Trattato di pace, l'Imperatore obbligava il Re a cessare l'opposizione, mantenuta fino allora, verso il Concilio e a darvi la sua adesione. Ora il Papa con la bolla Laetare Jerusalem del 22 nov. 1544 indiceva il Concilio universale per il 15 marzo 1545 , da tenersi nuovamente a T.
2. Primo periodo ( $1545-47$ ). - Il 22 febbr. 1545 il Papa nominò suoi legati al Concilio i cardd. Giovanni del Monte, Marcello Cervini e Reginaldo Pole. Ma quantunque i due primi facessero la loro entrata a T. il 13 marzo, non si poté ancora pensare a fissare il giorno dell'apertura, perché, oltre il vescovo di T., card. Cristoforo Madruzzo, soltanto due prelati esterni erano presenti : il vescovo Sanfelice di La Cava, nominato commissario del Concilio, e il vescovo di Feltre, Tommaso Campeggio. Nonostante questi poco promettenti inizi, il Concilio questa volta ebbe luogo, perché nell'estate del 1545 si era conchiuso un patto tra il Papa e l'Imperatore che faceva tacere, almeno temporaneamente, i malintesi e le diffidenze che duravano da tanto tempo fra i due capi della cristianità. L'Imperatore, infatti, si era deciso a rompere l'insopportabile potenza della Lega smalcaldica con le armi e il Papa promose per la guerra sussidi finanziari e aiuto di truppe. Appena conseguita la vittoria, l'Imperatore pensava di costringere i protestanti a partecipare al Concilio nella speranza di potere in questo modo restaurare l'unità della Chiesa.

La manchevole preparazione militare dell'Imperatore differì l'esecuzione di questo grande disegno fino alla primavera del 1546. Ciò non ostante il Papa fece aprire il Concilio nella terza domenica dell'Avvento, 13 dic. 1545 , per impedire che i prelati giunti a T. nell'estate e nell'autunno lasciassero di nuovo la città. Alla seduta di apertura nel coro del duomo di T. parteciparono, oltre ai tre legati e al card. Madruzzo, 4 arcivescovi, 21 vescovi, 5 generali di Ordini religiosi, 42 teologi e 8 giuristi. La predica d'occasione fu tenuta dal minorita Cornelio Musso, vescovo di Bitonto. Le prime settimane furono consacrate alla preparazione di un programma d lavoro e alla determinazione dell'ordinamento procedurale del Concilio. Ebbero diritto di voto, oltre i vescovi, soltanto i generali di Ordini e i rappresentanti di un'intera congregazione monastica, ad es., la Congregazione benedettina di Monte Cassino, ma non i singoli abati, né i procuratori dei vescovi assenti. Poiché il Papa voleva che prima di tutto si trattassero le dottrine controverse, mentre l'Imperatore desiderava che si cominciasse con le riforme, si giunse, dietro proposta del vescovo di Feltre, il 22 genn. 1546, al compromesso di trattare, simultaneamente, dogma e riforma. La trattazione delle materie dogmatiche si svolgeva generalmente in quest'ordine : ai "theologi minores " veniva presentata dai legati, che durante tutto il Concilio si riservarono esclusive il diritto di proposizione, una lista di errori protestanti intorno ad un determinato argomento della dottrina cattolica; intorno a questi errori discutevano i teologi nelle cosiddette "Congregazioni dei teologi ", alle quali anche i prelati aventi diritto di voto potevano assistere, senza però esservi obbligati; indi gli articoli da condannare venivano presentati ai prelati con diritto di voto nelle "Congregazioni generali " e discussi fino a che il decreto non avesse avuto l'approvazione della maggioranza. La suddivisione, introdotta da principio, della Congregazione generale in tre classi, ciascuno sotto la direzione di un legato, fu lasciata cadere dopo la V sessione. Le sessioni solenni servivano unicamente per la pubblicazione dei decreti cosi preparati. Quanto ai decreti che avevano per oggetto la riforma, la prima istanza, cioè la discussione nelle Congregazioni dei teologi, non aveva luogo. Segretario del Concilio nei tre periodi delle sessioni fu Angelo Massarelli.

Dopo aver nella II sessione ( 7 genn. 1546) pubblicato il decreto De modo vivendi et aliis in Concilio servandis, e nella III (4 febbr. 1546) stabilito il Simbolo nicenocostantinopolitano come fondamento comune a tutti i cristiani, il Concilio fissò, nella IV sessione (8 apr. 1546), le basi di tutte le future discussioni. Non solo, come voleva

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Lutero, doveva servire come fonte della Rivelazione la S. Scrittura, ma anche le Tradizioni apostoliche dovevano accettarsi a pari pictatis affectu e come i libri contenuti nel canone della S. Scrittura (compresi i deuterocanosici). Contro l'abuso, poi, di rigettare le prove dogmatiche dedotte dalla comune versione latina, cioè della Volgata, sotto il pretesto che in alcuni punti era difettosa, la Volgata fu nella stessa sessione dichiarata autentica; con questo il Concilio non intese disapprovare lo studio delle lingue bibliche originali, l'ebraico e il greco.

Per elevare la formazione teologica del clero, il Concilio nella V sessione ( 17 giugno 1546) decise l'istituzione di lettorati della S. Scrittura nelle chiese cattedrali e collegiali, come pure in adatti conventi e monasteri. Dopo uno scontro assai vivo tra gli Ordinari e gli Ordini mendicanti, venne esattamente determinata la concessione dei poteri per la predicazione e obbligati i parroci a predicare al popolo tutte le domeniche e le feste. Il decreto sul peccato originale definì, contro la dottrina di Lutero, che poneva l'essenza di esso nella concupiscenza, rimasta come peccato nell'uomo anche dopo il Battesimo, che per mezzo del Battesimo viene cancellata la colpa originale e tutto ciò che sa di peccato (s totum id quod veram et propriam peccati rationem habet s).

Il 22 giugno 1546 le Congregazioni dei teologi cominciarono a discutere gli articoli sulla giustificazione, che tennero occupato il Concilio per sei mesi, non solo perché questo era il problema centrale della dottrina di Lutero, e non era mai stato ancora trattato da alcun precedente Concilio, ma anche perché le discussioni si trascinarono in lungo sia per riguardo all'Imperatore sia per il disegno di un trasferimento di sede, che già fin da allora stava sospeso in aria. Dopo che il primo abbozzo di un decreto sulla giustificazione, presentato ai Padri del Concilio il 24 luglio - che non proveniva, come si credette in un primo tempo, dal francescano Andrea de Vega - venne rigettato, il generale degli Agostiniani, Seripando, redasse su richiesta del card. Cervini un nuovo decreto, in cui i capitoli dottrinali erano distinti dai canoni propriamente detti. La stesura del Seripando, pur dopo molteplici correzioni, fu presentata alla Congregazione generale il 23 sett. 1546 e rimase fino alla fine la base delle altre discussioni, quantunque certe dottrine particolari del Seripando fossero combattute e rigettate da teologi come il Salmerón e il Laínes e anche dalla maggioranza dei Padri. La cura con cui venne preparato il decreto sulla giustificazione riceve luce anche dal fatto che sopra due questioni controverse tra i teologi del Concilio, e cioè la dottrina della duplice giustizia come fondamento della giustificazione e la questione della certezza della Grazia (certitudo Gratine), si vollero sentire ancora una volta, dal 15 al 26 ott., i teologi. Il decreto, promulgato nella VI sessione del 13 genn. 1547, che con i suoi 16 capitoli e 33 canoni è il più esteso decreto dogmatico di tutto il Concilio, fissava contro la dottrina protestante della giustificazione per sola fede (sola fede) e imputazione della giustizia di Gesù Cristo (imputatio iustitiae Christi) che l'uomo non viene giustificato dinanzi a Dio dalla sola fede, ma dopo un'accurata preparazione interiore (capp. 5 e 6) riceve la Grazia santificante (capp. 7, 8, 9), che lo rende capace di farsi veri meriti per il paradiso (cap. 16). Nella stessa sessione il Concilio promulgò il decreto di riforma sul dovere dei vescovi di risiedere personalmente nelle loro sedi.

Lutero, dei sette Sacramenti della Chiesa ne lasciava sussistere soltanto due, o rispettivamente tre (Battesimo, Eucaristia, e, con certe limitazioni, la Penitenza); ma più ancora svuotava e falsificava lo stesso concetto di Sacramento; perciò il Concilio nella VII sessione ( 3 marzo 1547) si occupò di definire l'essenza e il numero settenario dei Sacramenti e ai 13 canoni sui Sacramenti in generale ne aggiunse altri 14 sul Battesimo e 3 sulla Cresima. Nel medesimo tempo promulgò il decreto di riforma che proibiva l'accumulo su di una sola persona di più vescovati o benefici con cura d'anime.

5. La traslazione del Concilio a Bologna (15471548) e il ritorno a T. (1551-52). - Subito dopo la VII sessione i lavori del Concilio vennero bruscamente inter-
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(Int. R. Renzi)
Trento, arcidocesi di - Palazzo Geremia - Trento.
rotti e l'VIII sessione celebrata l'i i marzo 1547 decise di trasferire il Concilio da T. a Bologna. Una minoranza composta di 14 prelati imperiali con a capo il card. Pedro Pacheco votò contro tale decisione e rimase protestando a T., mentre la maggioranza dei conciliari partiva frettolosamente per Bologna. Servi di occasione per il trasferimento lo scoppio di febbri maligne, delle quali morì il 6 marzo 1547 il vescovo di Capaccio, e che dal medico del Concilio, Girolamo Fracastoro, in una dichiarazione ufficiale furono definite di natura epidemica. In realtà il vero motivo che muoveva i Legati a provocare il trasferimento era il desiderio di sottrarsi alla pressione del potere imperiale che a T. gravava troppo fortemente; essi sapevano che una traslazione del Concilio sul suolo dello Stato Pontificio sarebbe piaciuta al Papa, tuttavia in quel momento non avevano un suo incarico espresso, ma solo l'autorizzazione generica rilasciata già con la bolla del 22 febbr. 1545. Dal canto suo l'Imperatore in questa traslazione si vedeva contrastato il suo grande disegno. Proprio allora egli era in procinto di terminare vittoriosamente la guerra contro i protestanti; il 24 apr. 1547 nella battaglia di Mühlberg vinse l'elettore di Sassonia e lo fece prigioniero. Ora sarebbe stato il momento giusto per costringere i protestanti a venire al Concilio; ma la città approvata per questo dagli Stati tedeschi era T., e non Bologna. Era evidente che i protestanti non si sarebbero mai presentati in una città degli Stati pontifici, né avrebbero mai stimato veramente libero un Concilio tenuto in quel luogo. Perciò l'Imperatore si rifiutò di approvare la traslazione a Bologna. Per riguardo a lui, il Concilio continuò, sì, i suoi lavori a Bologna, discusse la dottrina intorno ai sacramenti dell'Eucaristia, Penitenza, Estrema Unzione e Matrimonio, come pure quelle intorno alla Messa e alle Indulgenze; trattò anche a lungo e minuziosamente degli abusi intervenuti in questo campo, ma non promulgò autoritativa-

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(Int. R. Renzi)
Trento, arcimocesi di - Crocifisso del Concilio (sec. xv). Trento, Duomo.
mente i decreti, che aveva preparato. Le due sessioni tenute a Bologna, la IX del 21 apr. 1547 e la X del 2 giugno 1547, emanarono unicamente decreti di proroga della prossima sessione. Fallita la mediazione diplomatica tentata nel dic. del 1547 dal cardinale di T., Madruzzo, l'Imperatore, il 16 genn. 1548, a Bologna, per mezzo dei suoi procuratori Vargas e Velasco, e il 23 genn. 1548 a Roma, per mezzo del suo oratore Diego Mendoza, elevò formale protesta contro la traslazione. Perciò il Papa avocò a sé, il $1^{\circ}$ febbr. 1548, la decisione intorno alla validità della traslazione e ordinò ai legati al Concilio di sospendere fino a nuovo ordine i lavori. La scissione fra il Papa e l'Imperatore perdurò anche in seguito, tanto più che Carlo V nell'estate del 1548 tentò alla Dieta di Augusta di regolare arbitrariamente la situazione ecclesiastica della Germania per mezzo del cosiddetto Interim di Augusta (v.). I vescovi "imperiali", rimasti a T., si astennero perfino dall'inviare a Roma i loro deputati per difendere il loro punto di vista, di modo che il processo sulla validità della traslazione non approdò a nulla. La morte di Paolo III, il 10 nov. 1549, venne ad apporre all'episodio di Bologna la parola fine.

Il successore, Giulio III, fino allora presidente del Concilio, già il 14 nov. 1550 disponeva con la bolla Cum ad tollenda il ritorno del Concilio a T. e ne fissava per il $1^{\circ}$ maggio 1551 (XI sessione) l'apertura per mezzo del card. Marcello Crescenzi, nominato legato "a latere" e primo presidente, coadiuvato dall'arcivescovo di Siponto, Sebastiano Pigluno, e dal vescovo di Verona, Luigi Lipomano, in qualità di presidenti. Ancora era presente una parte dei vescovi rimasti a T. nel 1547. Tuttavia i lavori veri e propri non cominciarono che dopo la sessione XII ( $1^{\circ}$ sett. 1551), quando comparve un maggior numero di prelati e si ripresero le discussioni al punto esatto in cui erano state interrotte nel marzo del 1547, cioè dal sacramento dell'Eucarestia. Grazie ai lavori preparatori già fatti a Bologna, si poté in tempo relativamente breve definire nella sessione XIII (II ott. 1551), contro lo spiritualismo, rispettivamente simbolismo dei riformatori avizzeri Ewingli ed Ecolampadio, la dottrina della presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia, e - contro la
dottrina di Lutero sull'impanazione e l'ubiquità - la Transustanziazione.

La seguente sessione XIV ( 25 nov. 1551) difese la dottrina cattolica della confessione auricolare, il carattere giudiziale dell'assoluzione del sacerdote nel sacramento della Penitenza, la necessità della soddisfazione e inoltre la sacramentalità dell'Estrema Unzione. I decreti paralleli di riforma regolarono l'ordine delle istanze presso i tribunali ecclesiastici, l'intervento dell'autorità della Curia contro i vescovi punibili, i diritti e i doveri dei vescovi nell'ammettere alle Ordinazioni, nel vigilare sul clero e nel conferimento dei benefici sottoposti al diritto di patronato.

Alla preparazione di questi decreti presero parte per la prima volta numerosi vescovi e teologi della Germania e dei Paesi Bassi. Erano intervenuti gli arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri, che erano anche principi elettori dell'Impero; alla XV sessione ( 25 genn. 1552) presero parte 14 vescovi dei territori di lingua tedesca, io residenziali e 4 suffraganei. L'Università di Lovanio era rappresentata dal decano della Facoltà teologica, Ruard Tapper, e da altri teologi; tra il seguito degli elettori renani si trovavano Giovanni Gropper, Everardo Billick e Ambrogio Pelargo; fra i teologi spagnoli emergeva Melchior Cano. La Francia era assente; e già l'inviato di Enrico II, Amyot, aveva elevata nella XII sessione formale protesta contro il Concilio. Per la prima e l'ultima volta comparvero a T. inviati e teologi dei protestanti tedeschi; prima quelli dell'elettore Gioachino II di Brandeburgo, che aveva precedentemente dichiarato di accettare i decreti del Concilio, e inoltre gli inviati del duca Cristoforo di Württemberg e dell'elettore Maurizio di Sassonia, e. quale inviato della città di Strasburgo, Giovanni Sleidano, storico della Lega smalcaldica. Ma poiché tutti costoro non solo chiedevano un salvacondotto più ampio di quello concesso nella sessione XIII e una proroga delle discussioni dogmatiche fino all'arrivo dei loro teologi - anche Filippo Melantone era in via per T. - ma pretendevano pure che si riprendessero in esame le discussioni sopra tutti i decreti dogmatici fino allora pubblicati e che si proclamasse la superiorità del Concilio sul Papa, tutte le trattative con essi andarono fallite. A questa situazione, già estremamente tesa in T., portò rapida fine un avvenimento politico-religioso inaspettato: l'elettore Maurizio di Sassonia, in lega con la Francia, si scagliò contro l'Imperatore disarmato, che si trovava allora a Innsbruck, e mise in pericolo anche la sicurezza del Concilio. Perciò, nella sessione XVI del 28 apr. 1552 fu decisa la sospensione e, nonostante le proteste di molti vescovi spagnoli, il Concilio si sciolse.

Durante gli anni 1552-54, Giulio III pensava di rendere esecutiva una parte dei decreti riformatori tridentini mediante una grande bolla di riforma, per fronteggiare cosi alcune aspirazioni sorte nella Spagna e nel Portogallo, che tendevano, di propria autorità, a mettere in esecuzione i decreti conciliari di riforma, i quali, mancando la conferma pontificia, non avevano ancora valore giuridico. Ma la morte del Papa, il 23 marzo 1555, impedì che il disegno si attuasse e la bolla di riforma fosse pubblicata. Il suo successore Marcello II (card. Cervini, già legato al Concilio) visse troppo poco tempo per poter pensare ad una ripresa del Concilio. Neanche Paolo IV, che gli successe e pensava di attuare la riforma ecclesiastica mediante una Commissione radunata a Roma e da allargarsi poi a Concilio, poté riuscire a tradurre in pratica il suo disegno. Nel frattempo i protestanti tedeschi ottenevano con la Pace di Augusta il formale riconoscimento da parte dell'Impero.
4. Terzo periodo (1561-63). - Solo Pio IV poté con la bolla Ad Ecclesiae regimen, del 29 nov. 1560, convocare a T. per la terza volta il Concilio. Ma, mentre i primi due periodi erano stati strettamente in relazione con la Germania e sotto l'influsso, talora molto forte, dell'Imperatore, ora l'impulso per questa terza ripresa provenne dalla Francia. Là il calvinismo aveva preso piede già sotto il governo del re Enrico II, e, dopo la sua morte, sotto i suoi successori Francesco II e Carlo IX aveva fatto, grazie alla politica indecisa della regina madre

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Caterina de' Medici, cosi grandi progressi che il pericolo di una defezione da parte anche della Francia non era più tanto lontano. Ora, un Concilio universale avrebbe controminato il disegno di un Concilio nazionale, pericoloso soprattutto in una Francia gallicana, e avrebbe rafforzato il polso del partito cattolico, la cui direzione stava nelle mani dei fratelli Francesco e Carlo di Guisa. In Germania l'invito al Concilio fu portato dai nunzi Delfino e Commendone; ma neppure i principi cattolici e i vescovi seppero decidersi a partire per il Concilio, a motivo del contegno minaccioso dei protestanti, i quali dal canto loro, nel Convegno tenuto a Naumburg dal 20 genn. al 6 febbr. 1561 , respinsero di nuovo aspramente ogni invito.

Il 14 febbr. 1561 il Papa nomino legati i cardd. Ercole Gonzaga e Giacomo Puteo, il quale però per malattia non assunse mai l'ufficio, e altri ne aggiunse il 4 marzo, scelti fra i nuovi cardinali : Girolamo Seripando, Stanislao Hosio, Ludovico Simonetta, e infine anche il suo nipote Marco Sittich di Hohenems. Quantunque il Seripando e il Gonzaga già si trovassero a T. fino dal 16 apr. 1561 , tuttavia la situazione fluttuante della Francia (Assemblea del clero a Poissy, ag.-sett. 1561), il contrasto tra l'idea degli spagnoli che il Concilio dovesse considerarsi una continuazione delle antecedenti sessioni, e quella dell'Imperatore e della Francia che volevano, per riguardo ai protestanti, un Concilio che figurasse del tutto nuovo, ne ritardarono per tutto quell'anno l'apertura. Solo l'arrivo del card. Simonetta, fiduciario del Papa, il 9 dic. 1561, diede il segnale per la vera apertura, che ebbe luogo il 18 genn. 1562 con la partecipazione relativamente numerosa di 111 prelati con diritto di voto (sessione XVII).

Poiché gli invisti dell'imperatore Ferdinando I si opponevano alla ripresa delle discussioni sul sacrificio della Messa, interrotte nel 1552, perché questo avrebbe messo in evidenza il carattere di continuità del Concilio, che essi non volevano, il Concilio si dedicò primieramente alla riforma dell'Index librorum prohibitorum (sessione XVIII del 26 febbr. 1562) e alla concessione di un salvacondotto ai protestanti ancora inattuato. L'it marzo i legati presentarono finalmente al Concilio 12 articoli di riforma, in capo ai quali - nonostante il decreto, arretrato, della VII sessione - stava l'esecuzione del dovere di residenza dei vescovi. Una minoranza, composta da vescovi spagnoli e da imperiali e italiani, riteneva unico mezzo efficace per costringere alla residenza una decisione del Concilio, per la quale i vescovi fossero obbligati a risiedere nelle loro diocesi per diritto divino (de iure divino). La maggioranza rigettò questa soluzione, perché a suo parere sminuiva il diritto primaziale del Pontefice; una parte rimise, il 20 apr. 1562, la decisione al Papa. Mentre l'opinione della minoranza incontrava il favore dei cardd. Seripando e Gonzaga, la maggioranza trovò appoggio nel card. Simonetta e a Roma. Il Papa, l'it maggio, biasimò la condotta dei due primi legati e ordinò che la questione sull'obbligo della residenza fosse aggiornata. La conseguenza fu una grave crisi di fiducia sia nel senso dei legati che da parte degli "ultramontani». Dopo due sessioni infruttuose (la XIX del 14 maggio e la XX del 5 giugno 1562 ) il Concilio riprese le sua attività il 6 giugno, quando il card. Gonzaga, che già aveva offerto le sue dimissioni a Roma, promise la discussione sulla residenza abbinata a quella dell'Ordine.

Nella XXI sessione del 16 luglio 1562 poté emanarsi il decreto sull'uso dell'Eucaristia, che, contro la dottrina protestante della necessità della Comunione sotto le due Specie