en, II, Lipsia-Berlino 1904, pp. 994-96; P. A. Reuss, Gesch. des bischöfl. Priestersoninars (Seminarium Clementinum) zu Trier, Treviri 1890; J. Marx, Abriss der Gesch. des Priestersoninars zu Trier, ivi 1917; St. d'Irsay, Hist. des Universités, 2 voll., Parigi 1933-35 (v. indice); H. Bashdall, The Universities of Europe, $2^{2}$ ed. a cura di F. M. Powicke e A. B. Emden, II, Oxford 1936, pp. 268-69; E. Zenz, Die Trierer Universitait 1473 bis 1798, Treviri 1949; M. Schuler, Die Studienordnung im Trierer Priesterseminar von 1773 bis 1930, in Trierer Theol. Zeitschr., 60 (1951), pp. 299-308; J. Steinhausen, Die Hochadwhen im römischen Trier, in Rheinischer Verein für Deukmalpflege v. Heimatschutz, 55 (1952), pp. 27-46; Theologische Fakultät Trier: Vor-lesungs-Verzeichnis, Treviri 1951-53. Igino Cecchetti
TREVISANATO, Giuseppe Luigi. - Cardinale n. a Venezia il 15 febbr. 1801, m. ivi il 28 apr. 1877.

Treviri, diocesi di - Trittico di S. Andrea in rame smaltato, opera di Godofredo di Claire di Huy presso Lignich (ca. 1120). La figura di s. Andrea è stata rifatta nel 1602 - Treviri, tesoro della Cattedrale.
Ordinato sacerdote nel 1824, divenne professore di S. Scrittura al Seminario patriarcale e si dedicò con impegno a lavori di esegesi biblica e allo studio delle lingue orientali. Dopo aver ricoperto con onore gli uffici di canonico teologo della Basilica Marciana, di esaminatore prosimodale e di censore patriarcale, ed essersi distinto come oratore, fu eletto da Pio IX il 15 marzo 1852 vescovo di Verona. Ma, prima ancora che prendesse possesso della sede, venne chiamato dallo stesso Pontefice a succedere a Zaccaria Bricito sulla cattedra arcivescovile di Udine (27 sett. 1852).
In seminario rinnovò gli studi ecclesiastici, assumendosi l'insegnamento delle lingue orientali. Sotto il suo episcopato avvenne (1854) la solenne traslazione in Fagagna dei ss. Fabio e Vincenzo, corpi santi estratti dal cimitero di S. Ermete e donati dieci anni prima da Gregorio XVI al card. Asquini.
Pio IX, il 7 apr. 1862, lo promosse patriarca di Venezia e nel Concistoro del 16 marzo 1863 lo creò cardinale del titolo dei SS. Nereo ed Achilleo. Nelle difficili circostanze che caratterizzarono gli ultimi tempi del dominio austriaco, si adoperò incessantemente per venire incontro ai patrioti e per impetrare ed ottenere non poche grazie a condannati politici. E nel trapasso di regime dimostrò ancora una volta doti di spiccata prudenza e di accesa carità. Comprese subito l'importanza dei nuovi movimenti di Azione Cattolica : fu largo di consigli e di aiuti a Giovanni Battista Paganuzzi e nel 1874 presiedette in Venezia la grande assise dell'Opera dei Congressi.
Bibl.: Moroni, LXXXII, pp. 140-43; L. Teste, Préface au Conclave, Parigi 1877, p. 158. Mario de Camillis
TREVISANO, Lodovico. - Cardinale, figlio di maestro Biagio, dottore in arti e medicina, n. a Venezia nel nov. 1401, m. a Roma il 22 marzo 1465.
Si laureò in arti e medicina a Padova il 9 luglio 1425; cominciò come medico del card. Gabriele Conduhner e fu suo famigliare quando divenne papa Eugenio IV. Scrittore delle lettere apostoliche, divenne vescovo di Tivù il 24 ott. 1435, poi arcivescovo di Firenze il 6 ag. 1437 e come tale sottoscrisse al Concilio nel 1439. In questo stesso anno fu nominato patriarca di Aquileia, dove non risiedette quasi mai e fu nominato camerlengo l'11 genn. 1440. Nel marzo 1440 prese il comando delle milizie della Chiesa quale legato, dopo l'uccisione del card.
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(per cortesia di S. E. mens. P. Paschini
Trevisono, Lodovico - Ritrotto del card. L. T. (già creduto della famiglia Scarampi), opera di A. Mantegna (ca. il 1429). Berlino, Friedrich Museum.
Vitelleschi (v.); e combatté prima nel Patrimonio, poi in Toscana contro Niccolò Piccinino che sconfisse ad Anghiari il 20 giugno 1440 a vantaggio di Firenze. Per questo fatto fu creato cardinale il $1^{\circ}$ luglio. Tosto, come legato in Romagna, guerreggiò contro quei signori e città, tentando invano di avere Bologna. Poi insieme con Filippo M. Visconti e con il Piccinino combatté nella Marca contro Francesco Sforza (marzo 1442). Le sue trattative con Alfonso d'Aragona, concluse a Terracina il 14 giugno 1443, permisero a Eugenio IV di rientrare a Roma. Ripresa la lotta con lo Sforza, dopo l'effimera Pace di Perugia ( 9 ott. 1444), scendeva di nuovo in lotta alleato con Napoli e Milano nel 1443-46; finché la morte di Eugenio IV ( 23 febbr. 1447) mutò il corso degli avvenimenti. Nel frattempo era diventato anche vescovo di Cava (14 sett. 1444), abate della Vangadizza e di Chiaravalle (Milano) nel genn. e nov. 1445 e più tardi anche di Montecassino ( 18 maggio 1454). Callisto III ricorse di nuovo a lui per la guerra contro i Turchi. Il T., costruita una flotta sul Tevere, partì verso i mari di Levante il 31 maggio 1456. Fu a Rodi e a Mitilene, e ritornò nel 1458. Sotto Pio II assistette al Convegno di Mantova (1459-60); quale vescovo di Albano provvide ai bisogni del luogo. Morì ricchissimo, sebbene avesse tenuto vita sfarzosa, dedito anche al giuoco, più da condottiero che da prelato.
Bim..: il T. era noto agli storici dal ' 500 sotto il cognome di Scarampi-Mezzarota attribuitogli per errore. P. Paschini, Lodovico card. camerlengo, Roma 1939.
Pio Paschini
TREVISO, diocesi di. - La città di T. è capoluogo della omonima provincia (ab. 29-377); la diocesi è suffraganea del patriarcato di Venezia, con 541.500 ab., 2193 kmq., 238 parrocchie di cui, in prov. di Venezia, 37; di Padova, 19; di Vicenza, 2; ha 612 sacerdoti diocesani, 180 regolari, ha Seminario maggiore e minore, 27 comunità religiose maschili e 240 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 430).
I. Storia. - Stazione eneo-terramaricola al mar-
gine meridionale delle risorgive del Brenta, Tarvisium ebbe la facies paleoetnografica e il nome, probabilmente, dalla tribù illirica dei Taurisiani. Latercoli militari, iscrizioni e monete la assicurano municipium di ios latinum (forse dal 91 a. C.), ascritto alla tribù Claudia, ingrandito alla caduta di Altino.
La tarda e contaminata leggenda (sec. xit) della « missio apostolica * di s. Pietro, e del * protoepiscopato patavino * di s. Prosdocimo (titoli rispettivamente della Cattedrale e d'un antico attiguo sacello), non può esser accettata, non risultando esser di fatto esistita a T. una sede episcopale anteriore al sec. Iv (vescovo Giovanni, 396), quando dalla metropoli aquileiense probabilmente occorse fronteggiare, con più frazionate giurisdizioni, l'istanza ariana: a questa infatti si allacciano anche le tradizioni altinati della predicazione e del culto ai corpi di s. Liberale confessore (m. nel 434) e degli itineranti martiri goti, Tconisto vescovo e Tabra e Tabrata diaconi (m. nel 396), accolti come patroni principali della diocesi.
L'incerto catalogo dei primi vescovi (lacunoso dal 541 al 564 e dal 590 al 743 ) e i discordi travestimenti di cronache posteriori impediscono un quadro sufficiente della vita religiosa diocesana nell'alto mediocvo, quando T. fu successivamente fondaco e caposaldo comitale gotico (Cassiodoro, Procopio), sede (con secca) di ducato longobardo (Paolo Diacono, Venanzio Fortunato) e comitato franco della Marca Forogiuliense (815), della Veronese e della Trevigiana (867).
Gli sconvolgimenti circoscrizionali dei limitrofi episcopati di Padova occupata (il vescovo di T. dal 605 al 743 riunì anche quel titolo) e di Altino e Oderao distrutte dai Longobardi ( $647 ; 671$ ); le investiture feudali a vescovi di nazionalità tedesca e di fede imperiale (10471124), in opposizione a simultanei apostolici e ai danni specialmente del comitato (ereditario fin dalle origini [958] nei Collalto); e inoltre le incorporate temporalità dell'antico (589-827) e cessato episcopato di Asolo (diploma di Ottone I, 969), non solo allargarono i confini della giurisdizione spirituale del vescovo (bolla di Eugenio III a Bonifacio, 1152), ma ne elevarono la potenza feudale al grado (non al titolo) di a dominus dux comes et marchio s. con un vasto sistema difensivo e una considerevole massa dei beni allodiali e feudali e di diritti fiscali, dai quali storicamente e giuridicamente ripetono la natura dominicale anche gli attuali cosiddetti * quartesi * parrocchiali (Statuto del 1231). Risalgono pure a questo periodo le più antiche vestige e memorie degli scomparsi monasteriali del SS. Pietro e Teonisto di Cesile (777, zenzato), di S. Fosca, di S. Paolo di Lanzago ( 898 , nonavitolani); delle abbazie campestri cassinesi di S. Maria di Mogliano (995), di S. Maria del Poro di Monastier (1017), di S. Eustachio di Nervesa (ro62), di S. Eufemia di Villanova (1085); dei lebbrosari di S. Pietro e Vito in Foro (991) e di S. Giacomo dello Schiriàl (sec. xi); della prima Biblioteca capitolare (catalogo del 1135); delle più antiche piovi.
La presenza della sola feudalità ecclesiastica minore e della borghesia forense nelle più antiche testimonianze di partecipazione cittadina al governo; e, d'altra parte, l'origine quasi universale del Comune rurale dalla prassi specialmente ecclesiastica delle concessioni livellarie e giudiziarie a collettività del distretto (plebi, vicinie, ecc.), non consentono di stabilire con esattezza la parte indubbiamente avuta dalla Chiesa nella costituzione e nel riconoscimento legale del primo Comune cittadino (inizio sec. xit). Indiretta, comunque, e ufficialmente non testimoniata fu l'influenza della gerarchia sugli indirizzi e ordinamenti del Comune già pienamente autonomo, a regime podestarile ( 1176 ) e tutto intento a sostituire la giurisdizione propria alle varie particolari, specialmente del conte e del vescovo (Statuti Pusterla, 1193-94): così, almeno, a giudicare dal fatto che nella più antica compilazione statutaria (cod. orig. 1207-18) non si trova alcuna regolazione dei rapporti con la Chiesa; dalla grave crisi finanziaria che, sotto Ambrogio (1199-1207) e Tiso (12091245), attraversarono le temporalità del vescovo, gradualmente confiscate o coloratamente cedute al Comune ( 1218 ) e ridotte, da 322 feudi del 1178 , a 63 nel 1189 e a 15 nel
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1209; e, infine, da un significativo orientarsi del sentimento religioso del tempo verso forme e istituti extragerarchici e di maggior spiritualità, quali i nuovi Ordini mendicanti dei Domenicani e dei Minori, allora invitati e sovvenzionati dal Comune (statuto 1231) a costruire in città le grandi chiese e conventi di S. Niccolò e di S. Francesco. L'ambiziosa politica espansionistica del Comune oligarchico ed anticorporativistico (statuto 1231) e le lotte fra Caminesi ed Ezzelini per la prevalenza nel governo e per la signoria sulla città e sul distretto ridussero la cosiddetta "marca gioiosa", dapprima nella mani di Ezzelino IV, lo scomunicato vicario imperiale (1237), poi sotto la cupa ed efferata tirannide del dissidente fratello Alberico (1239-60), dalla quale il Comune non riusci a liberarsi se non con la crociata bandita in Venezia dall'esule vescovo Alberto (1257) e con la macabra giustizia popolare del 24 ag. 1260 al castello di S. Zenone: occasioni non ultime ai movimenti penitenziali (1262) da cui più tardi originarono la scuola e l'ospedale di S. Maria dei Battuti (statuto 1299), e l'ordine laico dei Cavalieri Gaudenti (1261); avendo esercitato fino allora grande influsso spirituale in tutta la regione anche il minorita s. Antonio da Padova (Camposampiero, 1231), il benedettino b. Giordano Frozato (ostaggio di Ezzelino in S. Zenone, 1237-38), il camaldobise s. Parisio di Bologna (m. a T. nel 1267) e la benedettina b. Giuliana da Collalto (m. a Venezia nel 1264). La fosca e fastosa signoria guelfa del "buon Gherardo" da Camino in cambio dell'indipendenza politica (statuto originale 1284), dette allo Stato splendida prosperità ed anche pubblico ossequio religioso, non sempre sincero (cf. G. Biscaro, La correità di Gherardo e Rizzardo da Camino nell'arcisione di Jacopo del Cassero, 1298, tese. di Feltre, Venezia 1915; id., Eretici e inquisitori nella Marca Tricigiana, 1280-1308, Torino 1921), e un conterraneo al pontificato: il b. Benedetto XI (Niccolò Boccasini, domenicano).
La diocesi, allora retta da Tuibetto Calza ed estesa quanto oggi, contava 35 monasteri e ospedali, 56 pievi, 208 cappelle (cf. Rationes decimarum Italiae, Venetiae [Studi e testi, 152], Città del Vaticano 1941, 129, 1295). Caduto il feroce Rizzardo nella ignobile "ragna" (1312) - il sontuoso mausoleo dei Caminesi in S. Francesco fu distrutto nel 1612 - un'incruenta rivoluzione del vescovo Salomone Castellano (1310-22) salvò la città dal tradimento del fratello Guccellone a Can Grande della Scala: T. visse allora la breve esistenza del restituito Comune delle Arti (1313-18), fiero dei suoi incomparabili Statuta, d'una ricercata Universitas studiorum, di frequentati Studi pubblici di filosofia, teologia e diritto, presso gli Eremitani, i Conventuali e i Domenicani (1313-1797); e conobbe la straordinaria morte, la grande amnistia e il culto popolare subito fiorito sulle spoglie taumaturgiche del b. legnainolo Enrico da Bolzano (12 ott. 1315) : cui la città dedicava una scolpita arca nella Cattedrale e il Boccaccio una scettica novella del Decamerone. Durante le successive dominazioni goriziana (1318-28), scaligera (nell'episcopio mori Can Grande nel 1329), veneta (1338-81) e austriaca ( $138 \mathrm{I}-84$ ) si ebbero: la fondazione della certosa del Montello (1340); l'ultima elezione episcopale da parte del clero (P. Paolo Dalla Costa, 1336); e il lungo e operoso episcopato di Fr. Dom. da Baone (1359-84), famigliare al Petrarca, testimone della morte e autore di una Vita b. Henrici, fondatore di una confraternita e scuola-convitto di S. Liberale (1365) per istituendi sacerdoti e notai. Violenta, rapace e sacrilega fu la quinquennale occupazione carrarese che circuì il vecchio Da Baone, sequestrò a Padova il successore, Nic. Beruti (1386-94), e non lasciò a T. che nobili propaggini petrarchesche e la spoglia di Francesco Petrarca interrata in S. Francesco : dove anche è ricomposto ora il monumento sepolcrale di Pietro di Dante, qui pure deceduto nel 1364.
Con la seconda dedizione a Venezia (1389), T. perde ogni importanza politica e, anche dal punto di vista religioso, risente, oltre a indiscutibili vantaggi (difesa dell'ortodossia e della pubblica moralità), anche gli effetti negativi del giurisdizionalismo veneto: indirizzo umanistico e secolaresco della cultura e della vita dei chierici; aulicità, nepotismo e non residenza dei vescovi, in gran parte di origine ed elezione veneziana; politica ecclesia-

(Art. G. Fini)
Treviso, diocesi di - Codice Statutario del comune di T. (1207). Treviso, Biblioteca civica.
stica di ingerenze e fiscalismi (i «Provvisori sopra monasteri e luoghi pii», 1449). I Libri visitationum (1429) e le Constitutiones Synodales di Giovanni Benedetti (1422), la memorabile predicazione di s. Bernardino da Siena (luglio 1423) e più ancora lo spirito della riforma cassinese, portatovi da Lud. Barbo (1437-43), testimoniano nei pastori ancora una fiducia di ispirare cristianamente la Rinascenza, già entrata ufficialmente a T. col ventiduenne podestà Fr. Barbaro (1422) e salita all'episcopato con l'umanista suo nipote, Ermolao (1443-53). Da allora, salva la parentesi di M. Barbo (1455-64), fu quasi normale la non resistenza dei vescovi che seguirono, specialmente di Zanetto da Udine (1477-86), fattosi ritrarre da F. Lombardo nello stupendo cenotofio della Cattedrale (1481-83); di Nic. Franco (1486-99), fondatore della confraternita del S.mo Sacramento e del Monte di Pietà (intervenendo il b. Bernardino Tomitano, 1496); di Bernardo De Rossi - prolegato pontificio a Bologna, comandante militare a Ravenna, governatore di Roma, durante l'assedio di Castel S. Angelo - del quale gli stessi Consigli cittadini lamentavano la troppo lunga assenza (1511-26); e del successore card. Pisani di cui si dovette attendere l'ingresso in sede per più di 10 anni, contentandosi per altri dodici del suffragiano nipote Giorgio Corner (1552-64) : episcopati memorabili, questi ultimi due, più che altro per dissidi e idilli con i poteri civili (cf. G. Biscaro, Il dissidio tra G. Contarini podestà e Bernardo De Rossi vesc. di T. e la congiura contro la vita del vescovo, Venezia 1930); per vaste e deprecate demolizioni, anche di chiese e conventi, per splendore d'arti, chiamate a servizio del culto; e per severissime misure disciplinari contro il clero, le monache e l'eretica pravità.
La Riforma contò più proseliti nella Trevisana che altrove: l'agostiniano fra' Museo, promotore dell'imponente Sinodo antiluterano del 1526 (800 padri), nel 1537 veniva a sua volta imputato e assolto di sospetta eresia; Lutero nel 1542-43 era in corrispondenza epistolare con i "fratera deditissimi» di T.; e, fra il 1547 e il 1576, una quindicina di paesi risultavano infetti di anabattismo anti-
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(fot. G. Fini)
Treviso, diocesi di - S. Caterina, reggente in mano la città di T. : la Santa proferisce le parole : a Hacc est civitas Tarvisina pro qua Deum meum rogo a. Affresco attribuito a Tomaso da Modena (1352), scoperto nel 1946 - Treviso, chiesa di S. Caterina.
trinitario moravo (Paolo III vi mandava uno speciale inquisitore), con ministri ed episcopi trafficanti anche con l'estero, con elenchi di adepti, memoriali di propaganda, manoscritti di preghiere in versi (Libro de oration dei puti dal tedesco in italian), con confessioni fanatiche ed abjure paradossali e ridicole (Processi del S. Uffizio: Arch. di Stato, Venezia).
La Restaurazione tridentina (tutt'altro che superflua: cf. Processus et decreta del visitatore apost. Cesare De Nores, 1584) ebbe a T. un eccezionale interprete in Giorgio Corner (1564-67), amico del Borromeo e-insieme allo zio Francesco Pisani, decano del S. Collegio padre firmatario del Concilio nell'ultima sessione da lui stesso chiusa con la Messa dello Spirito Santo ( 3 dic. 1563); al quale si devono, fra l'altro, un classico I Sinodo postridentino (1564); la Scuola della dottrina cristiana, con i primi Libretti (=Catechismi); le Regole (riforme) dei monasteri femminili; e, soprattutto, il Seminario tridentino, aperto nel 1566 alle canoniche del Duomo. L'interdetto di Paolo V contro i Veneti del Sarpi (17 apr. 1606) non fece a T. né apostati né martiri, non essendosene in generale sentita tanto la forza del principio affermato, quanto la discutibilità del movente politico. Anche il dotto, pio e patrizio vescovo Fr. Giustiniani (1605-23), minacciato di deposizione da Roma e di rappresaglie da Venezia, cedette alle pressioni di familiari intimiditi e abbandonò la diocesi alla mercé del potere civile; tutte le comunità religiose, tranne i Gesuiti, i Cappuccini, i Riformatori e pochi altri isolati - tosto perquisiti, privati delle rendite, incarcerati o espulsi - piegarono al Senato; il clero secolare fu obbligato ad una dichiarazione di conformismo che ancora si legge nei registri di certe parrocchie; e le popolazioni seguitarono in buona fede nelle pratiche del culto; salvo poi, al ritiro dell'interdetto, a precipitarsi tutti alle penitenzierie per farsi togliere le censure.
Fino alla metà del sec. xviII, quando con la soppressione del patriarcato di Aquileia (bolla 6 luglio 1751 di Benedetto XIV) la diocesi passò alla provincia ecclesia-
stica di Udine, la Chiesa godette libertà e protezione dallo Stato, anche nel carico delle pubbliche scuole (uniche esistenti, prima delle riforme napoleoniche), affidate ai Somaschi (grammatica e retorica, 1624-1806) e al Seminario (umanità e filosofia, 1668-1797); e, grazie anche alla personalità del b. Barbarigo e dei vescovi Morosini, Zacco, De Luca e P. Giustiniani (1710-87), ultimo vescovo veneto, rimase immune quasi completamente da influasi giansenistici. La meteora municipalista del 1796-97 inaugurò la serie delle secolarizzazioni e demaniazioni, perfezionate poi, durante l'incipite governo episcopale di Bernardino Marini (1788-1817), da Napoleone (1806) e dal Regno italico (1810). La restaurazione austriaca (1813), riservatosi il diritto alla nomina del vescovo (1818-80) e inflitta alla diocesi una sessennale vacanza per la fallita candidatura imperiale Jappelli, vide con favore la soda reggenza del vescovo G. Grasser (1822-29), sorvegliò invano Sebastiano Soldati (1829-49), non s'adombrò del pio barone G. A. Farina (1850-60) e non trovò lo sperato "instrumentum regni " nell's austriacante e temporalista" teologo della Basilica Marciana - relatore della Commissione "de Fide" del Concilio Vaticano - Federico Zinelli (1861-79) : vescovi del Risorgimento; riuscito, quest'ultimo, con la dottrina e con la carità, a far dimenticar perfino al locale settarismo le baionette austriache e le macchine infernali fra le quali era entrato in diocesi; benemerito, soprattutto, d'aver dato alla gerarchia, nella persona del suo più fedele interprete e collaboratore, canonico Giuseppe Sarto, il b. Pio X.
II. Santuari. - S. M. Maggiore (Assunta) : di origini antichissime; nel 780 in mano dei Nonantolani, poi dei Can. Reg. di S. Salvatore, ora dei Somaschi, per avervi s. Gerolamo Emiliani deposto il 27 sett. 1511 i ceppi e la chiave della fortezza di Quero. Ricostruito nel 1474, in gotico veneziano, conserva un'immagine della Vergine (la terza), restaurata da Tomaso da Modena (1352). E basilica dal 1917 e il più frequentato santuario della diocesi.
III. Personagci illustri. - Rambaldo dei conti Azzoni Avogadro (n. il z nov. 1719, m. il 23 sett. 1790), munifico primicerio della Cattedrale, eruditissimo bibliotecario della Capitolare, da lui in gran parte riedificata, accresciuta e dotata, autore di 33 opere a stampa, fra cui : Memorie del b. Enrico; Tratiato della zecca e delle monete che ebbero corso in Trevigi; Considerazioni sopra le prime notizie di Trevigi; di una monumentale Raccolta manoscritto di spogli dell'Arch. capitolare, in 20 voll.; e di un Carteggio originale con i più illustri contemporanei, in 27 voll. (Bibl. capit.).
IV. ARTE. - Sul modesto panorama edilizio della città s'eleva incontrastata la mole gotica di S. Niccolò (m. 88 x $27,50 \times 33,35$ ), spiccando per l'accentuata verticalità della sua massa a paramento in mattoni, leggermente listata in pietra. Iniziata per pubblico decreto, su più modesto disegno, alla metà del sec. xiri, e proseguita a rilento per tutto il secolo successivo sul modello attuale - forse con i successi del card. Niccolò Boccassino (1305) di cui vi è nel presbiterio il monumento, opera di G. Comin - la costruzione rimase incompiuta nell'altezza della nave centrale, fino al 1858 . Come le contemporance di S. Francesco e di S. Margherita, e i loro chitistri, S. Nicolò fu, a lungo, tempio di sepolture illustri e chiesa delle grandi occasioni e delle affollate predicazioni domenicane.
L'attuale fabbrica del Duomo risulta da elementi saldati insieme in epoche diverse: la cripta dell'antica cattedrale romanica con l'urna dei ss. Fiorenzo e Vendemmiale; le ricostruzioni rinascimentali (cappella dell'Immacolata, dei Lombardi, 1481-88) col cenotafio al vescovo Zanetto, di P. Lombardo, e ad Alessandro VIII, del Bonazza; cappella del Sacramento, dei Bregno, col monumento lombardesco al vescovo Niccolò Franco (15011514); cappella dell'Annunziata ( 1519 -23) con gli affreschi del Pordenone e la tavola del Tiziano: munificenze del can. vic. Broc. Malchiostro, ivi sepolto; e il corpo settecentesco, adattato alle cappelle terminali da G. Riccati, in sostituzione delle ormai fatiscenti tre navi romaniche (l'atrio è del 1836). Gli affreschi agiografici (coro) sono del Seitz; l'apoteosi di Pio X (presbiterio), del Biagetti.
La più antica testimonianza pittorica, a T., è data
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dagli affresci bizantino-romanici dell'abside di S. Vito (Cristo e gli Apostoli, sec. xit); ma T. conserva la maggiore e più caratteristica parte dell'opera di Tommaso da Modena (1349-60): i freschi delle chiese di S. Francesco, S. Maria Maggiore, S. Lucia, S. Niccolò, S. Caterina, ex S. Marglierita (Storie di s. Orsola, ora alla Pinacoteca), e - stupenda per verità e varietà di studi psicologici e per realismo espressivo - la galleria dei Quaranta personaggi illustri dell'Ordine domenicano, nell'ex Capitolo di S. Nicolò (Seminario). Nell'attiguo monastero di S. Teonisto (Benedettine), trovavasi fino al 1692 l'enorme lunettone ( $7,60 \times 3,79$ ) delle Nozze di Cama di P. Veronese ( 1580 ), che ora è a Montecitorio; e dalla medesima chiesa è recentemente trasmigrato alla Pinacoteca il Calvario di J. Bassano.
Considerevole è il patrimonio artistico della diocesi : pitture e sculture, anche di sommi; paramenti, suppellettili, e oreficerie dei secc. xili-xvili (Tesoro della Cattedrale).
L'arte della carta, importata da Fabriano, fece fiorire assai per tempo a T. quella della stampa, grazie anche alla discesa di valenti maestri stranieri (Gerardo de Lisa, fiammingo, 1460-86), che arricchirono le biblioteche cittadine del tempo (ora la Capitolare e la Comunale) di splendide edizioni anche xilografate e alluminate.
Glorisse tradizioni vanta pure la Cappella musicale del Duomo, sorta alla metà del ' 300 e divenuta famosa, specialmente fra il 1500 e il 1633 , per maestri compositori, organisti e cantori (Gabrieli, Averro), per esecuzioni polifoniche e orchestrali, in patria e fuori, e per il ricco repertorio di codici inediti ed edizioni rare che andarono in parte perdute nell'incendio della Biblioteca e dell'Archivio capitolari (bombardamento 7 apr. 1944). Fra la Biblioteca Capitolare e la Comunale sono spartite altre preziose collezioni di codici e pergamene dei secc. X-xvi; fra cui la più completa serie originale di antichi statuti comunali d'Italia (1207-1555). - Vedi tav. LI.
Bibl.: oltre alle bibl. in L. Coletti, T. (Italia artistica, 90), Bergamo 1928 e id., Cutul. delle cose d'arte e di antichità d'Italia, T., Roma 1933, e in A. Micheli, Stor. di T., Firenze 1938, pp. 223-38, cf. C. Agnoletti, Il culto di Maria V. M. nella disc. trivigiana, Treviso 1884; id., Intorno alla domenicalità delle decine in disc. di T., ivi 1891-92; G. Benvenuti, Le decine ed i quartari nella storia, nella legislao, e nella giurisprud., ivi 1930; C. Chimenton, E ruinis pulchriores, 28 opuscoli sul Semin. di T., ivi 1931 e sgg.; id., Formazione dei chierici in T. prima del Conrilio di Trento, Vedelago 1945; P. Paschino, St. del Friuli, Udine 1934; id., Le origini della chiesa di Ceneda, Città del Vaticano 1948; A. De Bon, La colonizzazione romana dal Brenta al Piacce, Bassano del Gruppo 1933; G. Barbiaro, Le confratermite del S. 200 Sacramento prima del 1939, Vedelago 1941; V. Bernardo, Cento anni di files, e teol. (Semin. di T.), ivi 1945; P. Pigaso, La Madonna grande, Rapallo 1943; A. A. Michieli, Una famiglia di matematici e di poligrafi trivigini : i Ric. cati, in Atti dell'Ist. sun. di sc. lett. e arti, 102-104 (1943-46); id., Francesco Fapanui e i tuai Zibaldoni (1819-94), ibid., 108 (1949-50), pp. 129-53; G. Liberali, Legislao, scolast. e problemi edilizi del centenario (Semin. di T. 1841-1942), Vedelago 1944; id., Gli statuti del Comune di T., I (1205-18), Treviso 1951, 11 (1231-63), ivi 1951; G. Mazzotti, Una scoperta. Gli affreschi della chiesa di S. Caterina e della cappella degli Innocenti in T., ivi 1947; L. Baiolo, Il monumento di Pietro di Dante, ivi s. d.; M. Botter, La chiesa e il convento di S. Caterina in T., Udine 1947; David da Portogruaro, L'abbazia benedet. di Monastier di T., Monastier 1948; A. Lizier, Prodromi e primi momenti del '48 a T., Venezia 1949; V. Lazzarini, Il maestro cartaro Pace da Fabriano a T., Città del Vaticano 1951; L. Coletti, Storiografia artist. trivigiana, Venezia 1951; F. Fortati, Il Palazzo dei Trecento di T., ivi 1952; L. Comacchio, L'ospedale di Noale nella sua storia, I. Origini, Vedelago 1952.
TRIBONIANO. - Giurista del sec. vi, 6, probabilmente nella Panfilia, m. nel 542 o 543 , fu il principale collaboratore di Giustiniano I nell'opera di sistemazione dei testi del diritto romano (v. CORPUS IURIS CIVILIS).
Magister officiorum nel 528 (poco si conosce della sua vita anteriormente a questa data), fu membro della commissione che, sotto la presidenza di Giovanni di Cappadocia, compilò il primo Codex Iustinianus.
Diresse poi, da quaestor sacri palistii, i lavori della commissione incaricata della redazione dei Digesta (530-33),
la cui concezione risale probabilmente a lui. Nel grande lavoro furono utilizzate molte opere, rarissime, della sua biblioteca privata; e tutta l'attività della commissione, come anche l'attività legislativa che accompagnò la redazione dei Digesta (Quinquaginta decisiones, constitutiones ad commodum propositi operis pertinentes), recano l'impronta della sua forte personalità. Da lui presero il nome (Emblemata Tribuniani) le interpolazioni (v.) introdotte nei testi classici per armonizzarli con i principi vigenti all'epoca giustinianea.

(let. G. Fini)
Treviso, diocesi di - Pisside lignea (sec. xili) proveniente dalla antica pieve di S. Cassiano di Quinto. Treviso, Tesoro della cattedrale.
Bibl.: oltre a quella della v. corpus IURIS CIVILIS, cf. P. Bonfante, Stor. del dir. rom., II, Roma 1934, p. 48 sgg.; B. Kübler, De Justiniani in codice renovando ministris, in Acta Congr. iurid. internat., I, ivi 1935, p. I sgg.
Rodolfo Danieli
TRIBU. - Gruppo sociale semplice, di significato fondamentale etnico, tuttavia diverso nel mondo classico (let. tribus; gr. φuà̀), in quello biblico (Volg. tribus, Settanta $\varepsilon \vartheta v o s$, ecc. come vers. dell'ebr. šebhet, maţ̧eh, dal significato originario "bastone, ramo"; inoltre lēōm, 'ummāh "gens", mīspāhōth "famiglie", o "parentele") e in altri a cui il termine fu esteso, nel senso di gruppo di transizione tra gruppi locali e matrimoniali e i grandi gruppi politici di nazione e stato.
Nell'uso biblico il termine è consacrato a designare le 12 ripartizioni in cui il popolo d'Israele si riconosceva diviso, e che ebbero applicazioni sociali, religiose, militari e talvolta amministrative. Si annetteva alla ripartizione un concetto genetico (si denominavano dai 12 figli di Giacobbe, come capostipiti), ma anche topografico: e topografico fu anche l'impiego dei relativi nomi, come "regioni". Il numero 12 era invariabile: Levi non aveva territorio, ma invece che Giuseppe si computavano le tribù dei due figli di lui, Ephraim e Manasse. In complesso si hanno: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issachar, Zabulon, Giuseppe, Benjamin, Dan, Naphthali, Gad, Aser, Ephraim e Manasse (v. le singole voci). Le tribù erano suddivise in parentele (mïspähōth) e casati (bēth 'ābhōth, bāstim) : cf., ad es., Isa. 7, 14. Acquistando valore amministrativo le tribù ebbero "capi" (nāšl', princeps), i cui nomi sono noti per alcune epoche, come quella mosaica (Num. 1, 44, nel deserto; I Par. 27, 16 sgg., per l'età di David, ecc.). Dopo l'esilio i censimenti si modellarono sullo schema tribale antico, che però avrà avuto puro valore topografico, o anche solo convenzionale, rimasto fino all'epoca cristiana, in cui si ricorda Anna della tribù di Aser, Paolo di Benjamin (Lc. 2, 36; Rom. 11, 1; Phil. 3, 5). Si parla inoltre delle 12 tribù d'Israele, per dire la totalità del popolo eletto in senso messianico (Mt. 19, 28; Apoc. 7, 5 sgg.; 21, 12 sgg.; cf. Ez. 47, 13-48, 35).
Giovanni Rinaldi
TRIBUNA. - Nelle basiliche paleocristiane era così denominata la parte retrostante l'altar maggiore nella quale prendeva posto il vescovo o l'abate, in mezzo ai preti od ai monaci durante le cerimonie: il nome deriva dalla analogia col tribunale delle basiliche civili.
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(fot. Giordaní)
Tribunalı ecclestastici - Il cardinale Penitenziere abbassa la verga, sul capo dei penitenti nella Basilica Liberiana - Roma.
Intorno al sec. viII tale spazio venne sopraelevato per consentire lo sviluppo della cripta sottostante e, sempre allo stesso scopo, prolungato esternamente e terminato con un corpo rettangolare o curvo; si usa cosi nel significato di abside (v.) ed anche in quelli di coro (v.) e di presbiterio (v.). Talvolta si dà questo nome anche a loggette ricavate nel muro ed agli stessi matronei.
Bibl.: C. Costantini, s. v. in Enc. Ital., XXXIV, p. 304. Mario Zocca
TRIBUNALI ECCLESIASTICI. - Sono gli organi a cui è normalmente affidato l'esercizio della potestà giurisdizionale in senso stretto, ossia della funzione giudiziaria, spettante alla Chiesa.
Benché in questa, per la sua divina istituzione organica, ogni pubblico potere, compreso quello giudiziario, risieda nel Pontefice e nei vescovi, e sia pertanto esclusa ogni originaria separazione di funzioni di fatto per l'esplicazione delle attribuzioni giudiziarie venne a ravvisarsi sempre più impellente - in relazione alla dilatazione della Chiesa e allo sviluppo dei suoi istituti e del suo diritto l'opportunità di affidarle a persone od organi particolarmente qualificati ad esercitarle.; donde i vari t. e. distinti analogamente alla gerarchia ecclesiastica, per cui si hanno i t. della S. Sode, ad essa immediatamente annessi, e i t. metropolitani e vescovili, che costituiscono, per cosi dire, i comuni organi decentrati della giustizia ecclesiastica, ossia quelli che sono annessi all'organizzazione gerarchica ordinaria della Chiesa, secondo la distribuzione territoriale delle singole circoscrizioni.
## I. T. DELLA S. SEDE.
## I. Penitenzieria apostolica.
E il supremo tribunale della Chiesa per il fòro interno.
1. Storia. - Come nel resto della cristianità anche a Roma si dovette provvedere ad ordinare nelle basiliche e nelle chiese titolari l'amministrazione del Sacramento della Penitenza, avuto speciale riguardo anche ai pellegrini che per spontanea devozione o per penitenza di colpe gravi accorrevano alle tombe degli Apostoli. Ma all'isti-
tuzione ed ordinamanto di un vero tribunale per i casi di coscienza in relazione ai bisogni della Chiesa universale non si giunse che gradatamente; man mano cioè che si perfezionava la disciplina ecclesiastica e si accentravano nella Curia i poteri giurisdizionali. Nel 1293 è ricordato un Giovanni di a Paolo cardinale di S. Prisca "qui confessiones pro papa tunc recipiebat"; non è però detto che fosse il primo a tenere tale incarico e certamente doveva avere dei coadiutori o penitenzieri minori. Sotto Onorio III (1216-27) si hanno i nomi di alcuni di tali penitenzieri, fra i quali parecchi fratres, probabilmente Cisterciensi. Sotto Gregorio IX suo successore appaiono anche Domenicani (come s. Raimondo di Peñafort) e Francescani in tale ufficio, come poi sotto ogni pontefice del sec. xili. Per necessità di cose essi dovevano seguire la Corte pontificia quando si trasferiva fuori Roma e furono assimilati ai "cappellani" e familiares ed ai notarii apostolici, grazie al posto di fiducia che tenevano ed agli affari delicati che spesso si affidavano loro. Sotto Bonifacio VIII si possono con certezza stabilire 8, io od it penitenzieri pontifici, ormai in prevalenza frati, col compito di sbrigare presto e senza spese coloro che a loro ricorrevano. Ed anche quando i penitenzieri dovettero seguire la Curia in Avignone, alcuni fra loro rimasero a Roma; nel 1339 si sa che erano quattro. Resosi ormai più preciso il funzionamento di questo tribunale, si constata che ne era a capo un cardinale col nome di poenitentiarius maximus, o summus, o generalis. E il Concilio generale di Vienne (1311-12), sotto Clemente V, stabili che le sue facoltà non cessassero neppure durante la vacanza della Sede Apostolica, data l'importanza pratica per i fedeli, e date anche le lunghe vacanze che in quei tempi purtroppo travagliavano la Chiesa. Lo stesso Clemente V incaricò l'allora penitenziere maggiore card. Fredol, vescovo di Tuscolo, di riorganizzare il suo ufficio, limitando gli scrittori al numero di dodici (cost. Dignum est, a sett. 1311); da ciò si vede che la spedizione delle assoluzioni, dispense e di altri rescritti aveva assunto proporzioni considerevoli, senza che se ne abbiano informazioni precise.
Benedetto XII (bolla In agro dominico universali Ecclesiae, 8 apr. 1338) emanò nuove e precise norme per l'organizzazione e il funzionamento della Penitenzieria Apostolica, ormai assurta ad organo curiale con organizzazione propria. Al cardinale penitenziere fu aggiunto uno specialista in diritto canonico, come perito e consigliere in tutte le questioni pendenti, furono destinati un certo numero di penitenzieri minori, con facoltà delegate, per assoluzioni e dispense riservate, di scrittori e correttori per la stesura dei rescritti, di distributori e spedizionieri, procuratori o avvocati. Campo specifico il fòro interno; ma per la natura stessa delle questioni proposte, che alle volte sorpassavano lo stretto limite del fòro interno, per qualche riflesso anche sul fòro esterno, in parte a causa della tendenza di ogni ufficio ad allargare la propria competenza, specialmente in casi dubbi, la Penitenzieria, durante il sec. xv apparve con poteri e facoltà molto più vaste di quelle originarie; gli stessi papi in questa età ne accrebbero con nuove facoltà, la sfera d'azione e Sisto IV (bolla Quoniam nonnulli, 9 maggio 1484), riconobbe tale stato di fatto, confermando certe facoltà riguardanti il foro esterno.
Ma nel sec. xvi, anche la Penitenzieria formò oggetto di una radicale riforma e Paolo III, nel 1534, istituì un'apposita commissione per prepararla incontrando però tenace opposizione nel cardinale penitenziere, e la bolla relativa fu pubblicata solo dal successore Giulio III nel 1550 (bolla Nationi congenit, sa febbr.), poi Pio IV, perfezionando l'opera pubblicò nel 1562 una nuova bolla (4 maggio, In sublimi b. Petri solio) con la quale la giurisdizione della Penitenzieria fu severamente ridotta, attribuendo la soluzione di certe questioni di foro esterno alla Dataria Apostolica, riducendo le facoltà dello stesso cardinale penitenziere al foro interno, e proibendo con pene severissime nuove estensioni dei poteri di questo tribunale.
S. Pio V per provvedere ad una nuova sistemazione della Penitenzieria emanò il 18 maggio 1569 tre bolle: la prima, In omnibus rebus, soppresse senz'altro la Peni-
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tenzieria allora esistente per ricostituirla quasi ex novo in base essenzialmente alla bolla fondamentale di Benedetto XII : personale nuovo, con strette determinazioni e attribuzioni : un reggente come aiutante immediato del cardinale penitenziere, un datario, un teologo e un canonista, come perito nelle questioni difficili, scrittori e procuratori (solo due) e il bollatore : di ognuno furono stabilite la precise incombenze. La bolla, poi, attribuì alla nuova Penitenzieria la facoltà espressa di dirimere ea ufficio dubbi e quistioni di coscienza con interpretazioni aventi il carattere di decisioni autentiche. La seconda bolla, Ut bonus, limitò le varie facoltà degli addetti alla Penitenzieria, e la terza, In earum rerum, ribadì il principio che al tribunale della Penitenzieria spettasse unicamente il fóro interno, sacramentale e extrasscramentale. Furono riordinate in conseguenza anche le attribuzioni dei penitenzieri minori per i quali furono costituiti veri collegi : uno per la Basilica Lateranense, composto dai Francescani riformati, un secondo per la Basilica Vaticana, costituito da gesuiti, e un terzo per la Basilica Libcriana, costituito da frati predicatori. Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù (1773) i Gesuiti a S. Pietro furono sostituiti dai Minori Conventuali.
Tuttavia i cardinali penitenzieri seppero ottenere, spesso sinua socis oraculo, ulteriori facoltà, con la vecchia tendenza ad allargare la competenza anche nel fóro esterno. Urbano VIII (17 sett. 1634) tentò di imporre qualche restrizione, ed Innocenzo XII, con la bolla Romanus Pontifice ( 3 sett. 1692) emanò un catalogo tassativo delle attribuzioni del tribunale. Mezzo secolo dopo, Benedetto XIV, con quattro documenti di nuovo cercò di fissare l'organico della Penitenzieria. Con due bolle in data 13 apr. 1744 (Postior bonus e In Apostolicae) furono emanate nuove e precise norme per la trattazione delle varie cause penitenziali: assoluzioni di casi riservati, dispense matrimoniali e de irregolarità, dispense e rescritti in altre materie di coscienza, soluzione autentica di dubbi proposti; circoscrisse le facoltà spettanti agli ufficiali. Poi nel 1747 (bolla Quamvis, 13 dic.) e nel 1748 (bolla Pastoralj, 13 ag.) apportò alcuni ritocchi e precisazioni alle sue precedenti norme. La Penitenzieria ebbe occasione di allargare nuovamente il campo d'azione, soprattutto nel difficile periodo dell'occupazione rivoluzionaria e della dominazione napoleonica, riacquistando facoltà in fóro esterno, pur con certe limitazioni, finché con la grande riorganizzazione da Pio X nel 1908 ebbe l'assetto attuale, quale risulta dal CIC.
BibL.: V. Petra, De sacro Poenit. Apost., Roma 1712; G. Lunadore, Relaz. della Corte di Roma, ed. A. Zaccaria, nuovo ed., II, Roma 1824, pp. 127-32; N. Hillina, Die vöm. Kurie, Paderborn 1906; E. Göller, Die päpstl. Pönitent. von ihrem Ursprung bis zu ihrer Umgestaltung unter Pius V., 2 voll., Roma 1907-11; L. Chouat, La sacrós Pönitenzerie Apost. Stude de droit et d'hist., Lione 1908; L. Oligcr, I ponitenzieri francesc. a S. Gios. in Laterano, Firenze 1923; B. Busch, Die Behörden und Hofbrunten der päpstl. Kurie der 13. 7h., Königsberg-Betlino 1936, pp. 38-46; A. Zucchi, La S. Penit. apost. e l'Ordine di s. Domenica, Firenze 1942; G. Moller, Les pages d'Atigone (1308-78), 9* ed., Parigi 1949, pp. 472-74; N. Del Re, La Curia romana, Roma 1932, pp. 207-16, con bibl. Giuseppe Löw
n. Organizzazione attuale. - Il can. $25^{8} \S$ : del CIC stabilisce che il Tribunale della S. Penitenzieria "per il solo fóro interno, largisce grazie, assoluzioni, dispense, commutazioni, sanazioni, condonazioni; inoltre esamina questioni di coscienza e le risolve». E detto per il solo fóro interno, perché per quello esterno provvedono gli altri dicasteri della S. Sede. Solo in via eccezionale i provvedimenti di questo sacro tribunale hanno valore anche per il fóro esterno (cf. cann. 1047 e 2251 e la cost. apost. Quae divinitus del 25 marzo 1935 : AAS, 27 [1935], pp. 97-113). Al Tribunale della S. Penitenzieria è conesso dal tempo di Benedetto XV (25 apr. 1917) l'Ufficio delle Indulgenze così che ale spetta anche di giudicare di tutto quello che si riferisce all'uso e alla concessione delle Indulgenze, salvo il diritto del S. Ufficio per quanto riguarda la parte dottrinale delle Indulgenze e la disciplina delle nuove devozioni a (cant. $258 \$ 2$ ).
La S. Penitenzieria si compone oggi di due sezioni :
Tribunale e Indulgenze. Essa è retta dal cardinale penitenziere maggiore (SS. DD. Nostri Papae et S. Sedis Apostolicae Maior Paenitentiarius). Questi è penitenziere anzitutto del Papa e pertanto spetta a lui assistere d'ufficio in punto di morte il Papa; penitenziere maggiore, poi, della Sede Apostolica, e, come tale, ha amplissimi poteri su tutti i fedeli per i casi di coscienza e per la concessione delle indulgenze. Da lui esclusivamente dipendono, in ordine alla Confessione, le quattro Basiliche patriarcali di Roma (S. Giovanni in Laterano, S. Pietro in Vaticano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura) e le basiliche d'Italia immediatamente soggette al Papa (come quelle di S. Francesco ad Assisi e di S. Antonio a Padova), ove egli nomina, appunto per il ministero delle confessioni, i penitenzieri minori. A questi egli concede pure alcune speciali facoltà per assolvere da censure e per dispensare da voti, da irregolarità o da impedimenti : simili facoltà egli può concedere anche ad altri confessori in tutto il mondo. Il penitenziere maggiore, in caso di sede vacante, conserva tutte le sue facoltà e nei casi di grave e urgente necessità può fare quello che di solito è riservato personalmente al Papa (cost. Quae divinitus, n. 12; cf. la cost. Vacantis Apostolicae Sedis dell'8 dic. 1945, n. 17 : AAS, 38 [1946], p. 72). Durante il conclave è permesso al penitenziere maggiore di comunicare con l'ufficio della S. Penitenzieria; e le lettere in partenza e in arrivo, munite del sigillo di tale ufficio, non sono soggette all'esame prescritto per tutta l'altra corrispondenza (cost. Quae divinitus, cit. n. 12; cf. la cost. Vacantis Apostolicae Sedis, cit., n. 17). Se, durante la vacanza della S. Sede, morisse il penitenziere maggiore, i cardinali devono nominare il cardinale che, durante la vacanza, farà da penitenziere maggiore (cost. Vacantis Apostolicae Sedis cit., n. 14).
Il cardinale penitenziere è coadiuvato da un prelato superiore, chiamato reggente. L'ufficio di segreteria comprende, oltre il reggente, un segretario, due sostituti - uno per il Tribunale e l'altro per le Indulgenze - ed altri officiali (cost. Quae divinitus, nn. I e 2). Fa parte inoltre della S. Penitenzieria un consesso di prelati, i quali si riuniscono periodicamente, sotto la presidenza del penitenziere maggiore di cui formano il consiglio, nella cosiddetta a Signatura Sacrae Poenitentiariae Apostolicae s. In questa sono trattati i casi più complicati e più gravi (cost. cit., nn. 5 e 6 b).
Tutti gli altri casi sono trattati nei Congressi per il Tribunale e per le Indulgenze, dal reggente e dal segretario con il sostituto della rispettiva sezione. Delle risoluzioni concordate in Congresso, i tre officiali che vi partecipano sono responsabili in solido davanti al cardinale penitenziere maggiore, il quale può riservarsi, se lo crede opportuno, la definitiva approvazione di tutte le risoluzioni prese in Congresso (cost. cit., n. 6 a). I casi più importanti, sia della Segnatura che del Congresso, sono poi dal cardinale penitenziere maggiore riferiti e sottoposti al S. Padre, nelle periodiche udienze (cost. cit., n. 6 c ).
Il ricorso alla S. Penitenzieria per le pratiche riguardanti il Tribunale può essere fatto direttamente dalla persona interessata o, per suo espresso incarico, dal confessore (cf. cann. 2252, 2254 e 2290); praticamente è preferibile il ricorso per mezzo del confessore. Il caso va esposto senza nomi o con nomi fittizi, brevemente, ma con tutte le circostanze ritenute necessarie o utili per un più esatto giudizio sul caso stesso. L'esposizione può essere fatta in lingua volgare; di preferenza, quando non ne scapiti la chiarezza e la precisione, in latino. Non vanno omessi il luogo e la data, con l'indicazione completa del recapito, per la risposta.
Il ricorso alla S. Penitenzieria - per le pratiche di Indulgenze - va fatto, di regola, attraverso il proprio Ordinario.
Bibl.: A. Villien, La Pönitenzerie, in Le Canoniste contemp., 38 (1913), pp. 486-512, 583-93; 39 (1916), pp. 19-30, 116-28, 209-18; V. Martin, Les cardinaux et la Curie, Parigi 1930, pp. 56 72; G. Rossi, Il decr. - Concilium suam persequens a della S. Penit. Ap., in Perfice munus, 8 (1935), pp. 682-89; G. Lardone, La portata di un decr. recente della S. Penit., ibid., pp. 689-95; M. I.
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Browne, The decree *Cansilium suum of Sacred Penit., in The Irish eccles. Record, 42 (1933), pp. 411-15; A. Canestri, De noviss. Poenit. Apost. reformatione, in Apollinaris, 8 (1935), pp. 569-90. Per quanto riguarda le Indulgenze, v. INDULGENZA, Giovanni Sessolo
## II. Segnatura apostolica.
È il supremo tribunale ecclesiastico, superiore ai tribunali diocesani e regionali e alla stessa S. Romana Rota; presenta una certa analogia con la Corte di Cassazione nei confronti dei tribunali italiani. Pur non essendo un tribunale di appello, come la S. Rota, perché s'interessa più che altro di questioni procedurali pro vigili legum tutela (cf. AAS, 8 [1916], p. 209), qualche volta tuttavia tratta anche questioni di merito; estende la sua competenza sia nel campo strettamente giudiziario come in quello amministrativo, sempre però in ordine alla giustizia.
1. Cenni storici. - Referendario era colui che nell'ultimo periodo dell'Impero romano s'interessava e riferiva agli imperatori intorno alle suppliche loro rivolte dai cittadini. Tale ufficio passò poi in alcune curie episcopali e in quella romana.
Nel sec. vi già si parla di indices palatini, come consiglieri del Papa nella trattazione delle cause. Consiglieri nati del Papa erano i cardinali, ma alcune cause venivano anche rimesse ad altri ufficiali di palazzo ( $10, \mathrm{X}, 11,22$ ). Le domande al Papa, all'inizio venivano fatte a voce, ma dopo Innocenzo III tutti gli atti furono scritti, e alle domande rivoltegli il Papa prese a rispondere apponendovi di proprio pugno un segno, che fu pian piano determinato con norme precise e che rimase poi invariato, come fiat, fiat ut petitur, fiat et dispensamus, fiat de omnibus, fiat motu proprio, fiat sub data petita ecc.; e a fianco metteva l'iniziale del proprio nome di battesimo, ciò almeno da Bonifacio IX in poi (prima non si conosce la regola usata nell'apposizione del nome). Si ebbe cosi la Signatura. Ma non tutte le suppliche (v.) venivano postillate dal Papa: alcune venivano postillate da altri ex mandato speciali o anche per mandato generale in certe materie. Simibaldo Fieschi, poi Innocenzo IV (1243-54), nomina esplicitamente nei suoi Commentaria la qualifica di referendario, mentre in antecedenza la stessa mansione era svolta dai notari della Cancelleria Apostolica; il più antico personaggio, finora storicamente individuato con l'appellativo di referendario, è lo spagnolo Pietro Roderico, sotto Bonifacio VIII, nel 1294.
Dal pontificato di Eugenio IV (1431-47) ricorre un modo nuovo di segnare le suppliche per mezzo del referendario intimo, con la formula: Concessum in praesentia domini Papae.
L'ufficio della Segnatura ebbe origine così, dal fatto che un dignitario ecclesiastico ebbe la facoltà di segnare, a nome del Papa, i rescritti che il Papa non riservava a sé. Questi divenne poi capo di un gruppo di referendari e sotto Sisto IV (1471-84) esisteva una Signatura communis, distinta della Segnatura papale. Quando po