onendo la soddisfazione delle prime necessità (acqua, fognature, abitazioni) a quelle meno impellenti, e dando la precedenza ai luoghi più bisognosi. Il fare diversamente contraddice al retto ordine che ogni giustizia deve osservare, se vuole rimanere tale.
II. I citTadini ed i T. - Al diritto dello Stato d'imporre i t. corrisponde correlativamente un dovere da parte dei cittadini. Il contributo, infatti, di ciascuno al bene comune è anteriormente un obbligo di diritto naturale, in quanto ogni cittadino è anche naturalmente membro della società. In quanto le leggi fiscali hanno un fondamento nel diritto naturale non possono considerarsi come leggi puramente civili, né tanto meno puramente penali. Per questo gli autori si orientano sempre più nel ritenere che, supposta giusta la legge fiscale, essa obbliga necessariamente anche in coscienza.
Un gran numero di moderni moralisti sono concord i nel ritenere che l'obbligazione fiscale si riallacci a quella giustizia per il bene comune, che anticamente si chiamava legale e che modernamente molti vogliono chiamare, ma con lo stesso senso, giustizia sociale (v.). I t. infatti, poiché hanno per oggetto formale il bene comune, non possono derivare che da quella giustizia generale, la quale si occupa del bene comune e che è "architectonice in principe " ma "executive in subditis ". In tal senso, non essendo determinata la persona, non si è obbligati alle restituzione in caso di violazione (Noldin, Mausbach e molti altri).
Altre considerazioni morali sogliono farsi intorno al caso delle cosiddette frodi nei t.; giova notare che a tal proposito qualcuno dei più moderni parla anche della frode soltanto nell'intenzione (cf. Scaliteur), con espressa riprovazione di altri (cf. Janssen). Inoltre non è raro che non solo quelli che difendono la tesi della giustizia stretta, parlino, com'è ovvio, di frode dei t. in senso stretto con l'obbligo della restituzione, ma anche alcuni che ammettono l'obbligo di giustizia legale reclamino una certa riparazione nella cosiddetta frode dei t. (cf. Mausbach, Saedler).
Nei riguardi della dichiarazione delle cose soggette a t. si può dire che, essendo essa oggi condizione necessaria per una giusta distribuzione degli oneri fiscali, partecipa della stessa natura morale della legge fiscale e quindi anche per la dichiarazione valgono le esplicazioni dei moralisti, con le loro differenti opinioni. E lo stesso deve ritenersi in linea di massima nei riguardi dell'altra connessa questione, se il cittadino sia obbligato a pagare i suoi t. prima che ne venga richiesto dal pubblico ufficiale. Infatti, per logica coerenza ciò viene negato da quelli che sostengono l'opinione della legge puramente penale, mentre viene affermato da quelli che ammettono un obbligo di coscienza anteriore, con fondamento nell'obbligo, già di diritto naturale, di cooperare al bene comune. E per questo le leggi fiscali, come le altre, obbligano fin dal principio della loro promulgazione, a meno che il legislatore non abbia determinato diversamente.
III. I T. nella visione pratica. - Infine bisogna riconoscere che in pratica gli Stati abusano del loro diritto di imporre i t., elevandoli a dismisura, senza una adeguata ragione di bene comune, per cui facilmente i cittadini si convincono della poca giustizia dei t. Da ciò nasce che i cittadini si dànno "tuta conscientia " alla violazione della legge fiscale. Lo Stato, sapendo questo, facilmente impone i superiori alle reali necessità, prevedendo che, dato il numero grande dei contravventori, solo così potrà riscuotere la somma necessaria. Per questo oggi moralisti e sociologi parlano insistentemente di rieducazione dello Stato e dei cittadini alle proprie responsabilità ed alla fiducia scambievole (cf. Scaliteur, De Marco). A questo proposito dai moralisti e dagli economisti vengono suggeriti vari mezzi pratici. Ma anche in questo campo non tutti sono d'accordo sulla pratica efficacia, ad es., del giuramento imposto al cittadino o la pubblicità delle dichiarazioni dei redditi e del pagamento dei t. nelle pubblicazioni ufficiali.
E dal lato pratico si può aggiungere che, specialmente negli Stati moderni, con le loro previdenze sociali e le assistenze ai bisognosi, il cittadino ed il cristiano con il pagare secondo possibilità e coscienza i t., se per questo non rimane ad essi niente di superfluo, possono ritenersi di avere soddisfatto al loro dovere di aiutare i poveri, secondo il precetto del Signore (v. elemosina) e riceverne gli stessi meriti, che sono veramente grandi.
Il fatto poi che in pratica non si sia obbligati, per le discussioni che esistono tra i teologi, alla restituzione, nel senso che dai teologi viene dato a questo termine, non esclude che in pratica si possa peccare anche gravemente violando la legge fiscale.
Birl.: per le leggi penali cf. bibl. alla voce legge. KI. Wagner, Die sittl. Grundsätze bezüglich der Steuerpflichten, Ratisbona 1906; F. Hamm, Zur Grundlegung und Gesch. der Steuermoral, Treviri 1908; R. Amberg, Die Steuer in der Rechtsphiles. der Scholastiker, Berlino 1909; E. Ranwez, De tributis, in Collat.
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(fot. Alinari)
(fot. Gah. fat. naz.)
In alto: PALAZZO COMUNALE (iniziato ai primi del sec. xili), con torre di città (metà del sec. xili), dopo i restauri - Treviso. In basso a sinistra: ABSIDI E CAMPANILE DELLA CHIESA DI S. NICCOLO (inizio del sec. xiv) - Treviso. In basso a destra: INTERNO DELLA CATTEDRALE, rifatto nel sec. xvili da G. Riccati e P. Lamberti - Treviso.
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In alto a sinistra: FACCIATA DEL DUOMO DI CAPODISTRIA (sec. xv). Il campanile fu iniziato nel sec. xili. In alto a destra: FACCIATA DELLA CATTEDRALE DI S. GIUSTO (sec. xi-xiv) e campanile ampliato, nel 1337 - Trieste. In basso a sinistra: CHIESA DI S. ANTONIO NUOVO, dell'architetto P. Nobile (1827-47), con il "mandracchio" - Trieste. In basso a destra: ABSIDE DELL'ANTICO SACELLO DI S. GIUSTO, ora navata laterale destra della Cattedrale. Il musaico absidale è del sec. xir; gli affreschi sono del xiri - Trieste.
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Namur., 17 (1922), pp. 23-24; O. v. Nell-Breuning, Steuervereinheitlichung und Steuergerohtigkeit, in Stimmen der Zeit, 114 (1927-28), p. 298 sgg.; id., Steueverfassung und Steuergenossen, ibid., 118 (1929-30), pp. 254-68; O. Weit, Grundlagen der Steuermoral, in Zeitschr. für d. ges. Staatswissenschaft, 89 (1927), p. 317 sgg.; A. Janssen, Le fondament philotopò, du devoir fiscal, in Epitom. theol. Lovan., 2 (1935), pp. 367-89; A. Ostojic, De fundamento et natura obligatioais tributorum, Roma 1944; P. Bayart, Le devoir fiscal, in Mél. de w. relig., 7 (1930), pp. 412-22; C. Scalbvar, Le devoir fiscal, Bruges 1950; A. De Marco, Del dovere fiscale oggi in Italia, in Civ. Cult., 1952, 1, pp. 274-89; J. Delapierre, Le devoir de l'impôt devant la conscience chret., in Notes, rev. théol., 74 (1952), pp. 400-408. Ermenegildo Lio
TRIBUTI ECCLESIASTICI : v. TASSE ECCLESIASTICHE.
TRIGARICO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Matera nell'Italia meridionale. Ha una superficie di oltre 1315 kmq , con una popolazione di 65.380 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 26 parrocchie, servite da 58 sacerdoti diocesani e 2 regolari; ha un seminario minore, 1 comunità religiosa maschile e 15 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 430). E suffraganea di Acerenza e Matera; patrono s. Potito.
La prima notizia della Chiesa di T. si ha in relazione con gli sforzi degli imperatori bizantini nel sec. a, durante il periodo della dominazione in Puglia, per farvi prevalere la lingua, il rito e gli istituti bizantini e creare una gerarchia alle dipendenze del patriarca di Costantinopoli. Secondo lo storico Luitprando (Legatio ad Nivephor., in RIS, II, i, p. 488 b) per ordine di Niceforo Foca imperatore il patriarca Policeto diede all'arcivescovo d'Orante cinque sedi suffraganee fra le quali anche quella di T. Questo per conseguenza dovette allora avere vescovi greci, affiancati da un clero e da monaci greci che non mancarono di lasciare tracce nei riti e nelle costumanze. Però quando sui contrasti fra Longobardi e Bizantini s'impose, durante il sec. xi, la dominazione dei Normanni, la latinità riprese il sopravvento e T. passò nella provincia ecclesiastica di Acerenza. Ma un documento di Godano arcivescovo di Acerenza in cui si parla del passaggio di T. al rito latino ed una bolla di Alessandro II (1068) riguardante la costituzione della provincia ecclesiastica di Acerenza sono di assai dubbia autenticità.
Il nome del primo vescovo di T. occorre in due documenti del ro68 (Ughelli, VII, coll. 146-48), con i quali Roberto, signore di T. e conte di Montescaiglioso, dona al vescovo Arnoldo i due castelli di Armenti e Monte Murro con relative pertinenze. Seguono, secondo l'Ughelli, Liberando o Liodorando (ro99) e Roberto (1177) che fu presente al Concilio Lateranense del 1179; il Gams inserisce tra questi un Pietro (ca. 1090) e un Erberto (ir 32). La serie comunque non presenta lacune. Notevole in essa quel Lodovico di Canossa ([v.] 1515) prediletto e onorato da tre Pontefici, incaricato di difficili missioni e trasferito poi a Bayeux.
In epoca più recente G. B. Santorio (1586); P. L. Carafa (1624), cardinale il 6 marzo 1645, a cui successe nel 1646 il fratello P. L. Carafa jr. teatino; F. Crivelli nel 1684; F. Pinti nel 1792; la sede rimase vacante dal 1801 al 1819 , anno in cui si ebbe mons. P. P. Presicce (1819-39).
Monumenti. - L'aspetto della città, protetta dall'antico castello con l'alta torre cilindrica, è ancora oggi medievale. Ma i suoi monumenti maggiori conservano ben poco di antico. La Cattedrale, dedicata alla B. V. Assunta, che sorse, sembra, su un edificio anteriore ad opera di Roberto il Guiscardo, solo recentemente ha riacquistato le sue forme primitive, dopo le trasformazioni barocche del 1638 e del 1783 . Genuino il campanile con bifora duecentesca e due bassorilievi del tempo; all'interno invece unico monumento interessante è il sepolcro del vescovo Dionode Carafa (1639) e un sarcofago pagano (sec. II d. C.) riadoperato ora nella sacrestia. Più interessante è la chiesa di S. Chiara (1322, successivamente rifatta nel 500) con bune soffitto e discrete tele di ignoti, una della quali sembra da attribuirsi al pittore locale P. A. Ferri (sec. xvir), che af-
fresco con miglior risultato alcune scene del Vecchio e Nuovo Testamento nella chiesa del Carmine. Sempre in S. Chiara degni di nota sono inoltre la bella cappella del Crocifisso tutta ornata di affreschi, la cinquecentesca Porsiancola e l'attiguo monastero rinascimentale con qualche buona opera. Integro ancora nella sua struttura è l'edificio dove è ora il Seminario, eretto forse nel 1383 per la venuta di Lodovico di Ungheria, con grande arco trionfale adorno di rilievi romani; genuine nel loro schema, pur sotto i rifacimenti moderni, le chiese di S. Francesco (sec. xiv) e S. Antonio da Padova (1479), quest'ultima con un portale del 1491 e il chiostro affrescato da Fr. Sciarra (1646) discepolo del Ferri.
Fuori dell'abitato, la chiesetta di S. Maria degli Ulivi conserva un'ottima Deposizione di ignoto seicentista.
Bibl.: Ughelli, VII, pp. 144-65; X, pp. 345-46; A. Zavarroni, Esistenza e validita dei privilegi della Chiesa di T. per le terre di Montemurro e Armento, Napoli 1749; V. D'Avano, Cenni stor. sulle chiese arciv. e vesc. del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1848, p. 681 sgg.; P. B. Gams, Series episi., Ratisbona 1872, pp. 932-36; G. Racioppi, Stor. dei popoli della Lucania e della Basilicata, II: La Basilicata, Roma 1889, spec. p. 128 sgg. e passim; J. Gay, L'Italia merid. e l'impero bis., Firenze 1917, pp. 330, 511 sgg.; C. Valente, Guida artist. e turist. della Basilicata, Potenza 1932, pp. 86-87, 89, 90-91 e passim; Cottimau, II, col. 3215 ; D. Vendola, Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV: Apulia, Lucania e Calabria (Studi e testi, 84), Città del Vaticano 1939, pp. 174-76 e 351; S. Bintari, Monasteri biz. nel l'ital. merid., in Arch. stor. per la proc. napol., nuova serie 32 (1950-51), p. 2 e passim; Eubel, I, pp. 496-97; II, p. 280; III, p. 338; IV, p. 343; V, pp. 388-89.
Pasquale Testini
TRIGASSINO (da Troyes), Carlo Giuseppe. Predicatore e controversista cappuccino, n. a Troyes (Tricassinus), religioso il 9 nov. 1631, m. nel convento di S. Onorato a Parigi il 15 genn. 1686.
Pubblicò opere apprezzate di esegesi della dottrina e dei testi controversi di s. Agostino sulla Grazia, il libero arbitrio, la predestinazione, difendendoli dalle interpretazioni dei giansenisti. Nel De Praedestinatione hominum ad gloriam (Parigi 1669; 2a ed. ivi 1673 con un Supplementum augustinianum) sulla traccia di s. Agostino e di s. Tommaso sostiene la predestinazione post praevisa merita. A difesa della libertà della volontà e della sua indeterminatezza sia agli atti buoni sia a quelli cattivi è destinato il De indifferenti lapsi hominis arbitrio sub Gratia et concupiscentia (ivi 1673); ma nel De necessaria ad salutem Gratia omnibus et singulis data (ivi 1673) espose come essa venga concessa in misura veramente sufficiente ad ogni categoria di persone. Nel De natura peccati originalis (ivi 1677) nega che secondo s. Agostino il peccato originale consiuta nella concupiscenza o in una mera penalità. Contro i contrizionisti indirizzò il trattato De causa bonorum operum (ivi 1677, con un Supplementum, ivi 1679), in cui sostiene la legittimità e la sufficienza, come moventi di opere buone, della speranza della mercede e del timore della pena. Di carattere più analitico sono i Commentarii breves et continui in libros divi Augustini contra Pelagianos (ivi 1680).. contra semipelagianos (ivi 1681);... contra Pelagium et Coelestium (postumo, Magonza 1687). Con queste ed altre opere il T. si allinea con i molinisti. Contro la passività fatalistica degli ignavi compose il trattatello Gratia ef-. ficax a seipsa, refutata ex libris s. Augustini (postumo, Magonza 1687), che prestandosi a errate interpretazioni fu messo all'Indice (22 sett. 1692). T. prese anche di mira La philosophie de M. Descartes contraire à la foi catholique (Parigi 1682).
Bibl.: H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 689; Horter, IV, pp. 449-50; E. Amann, Tricassin, in DTSC, XV, coll. 1241-43; Melchior a Pobladura, Hist. gener. Ord. Min. Capucr., I, II, Roma 1948, pp. 351-52, 366, 378; II, ivi 1948, p. 253.
TRICHINOPOLY, DIOCESI di : v. TRUCHIRAPALLI, DIOCESI di.
TRICHUR. - Sede vescovile dei Siro-malabaresi nell'India.
Suffraganea di Ermakulam, eretta con la cost. apost. Romani Pontifices del 21 dic. 1923 (prima era, dal 1887,
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vicariato apost.). Ha 393 chiese, 161 parrocchie, 201 sacerdoti, 253.903 fedeli; popolazione totale 1.127 .553 .
BibL.: Ann. Pont. 1953, p. 430. Guglielmo de Vries
TRIDEMISMO (TRIPLICE DEMISMO). - Parola coniata dal p. D'Elia, nel 1928, per tradurre nelle lingue occidentali il titolo del libro e del sistema di Sun Yat-sen (v.): San Min Ciu I.
Nella sua visita in Europa per la prima volta (18971898), Sun conobbe le miserie del popolo nei paesi reputati ricchi e pensò che in Cina gli bisognava far di meglio e risolvere nello stesso tempo la triplice questione concernente il popolo: l'etnologica, la politica e l'economica; donde il nazionalismo, la democrazia e la questione sociale. Nutrito di letteratura straniera e rivoluzionaria riallacciò il suo triplice problema al triplice grido "liberté, égalité, fraternité" della Rivoluzione Francese e alla frase di Lincoln, presidente degli Stati Uniti di America: "the government of the people, by the people and for the people". Nel 1905 "governo del popolo" e "libertà "diventarono il nazionalismo o demismo razzistico; "governo dal popolo" e "uguaglianza "produssero la democrazia o il demismo politico; e "governo del popolo" e "fraternità " si fusero nella questione sociale o demismo economico. Nel demismo razzistico, Sun proclama che la Cina deve essere liberata dalla triplice oppressione, etnica, politica ed economica, derivante dalle potenze estere: etnica, in quanto che la popolazione della Cina è stazionaria, se pure non diminuisce, mentre quella delle altre potenze cresce; politica, in quanto che, dopo aver perduto tanti territori, il regno di Mezzo è meno che una colonia, una "ipo-colonia ", nei confronti di tutti i paesi con i quali ha conchiuso "trattati ineguali"; economica, in quanto che ogni anno il paese perde più di un miliardo di dollari cinesi per il sistema delle dogane in mano agli stranieri, del commercio sfavorevole alla Cina, delle banche straniere e delle "concessioni». Nel demismo politico, Sun mira non al sistema democratico dei paesi stranieri che con il suffragio universale e il parlamentarismo sono riusciti a ben poco, ma ad un governo potentissimo nelle mani del suo sovrano che è il popolo; un tale governo deve avere i quattro diritti: di elezione e di revoca per i funzionari, di iniziativa e di referendum per le leggi; e i cinque poteri: giudiziario, legislativo, esecutivo, di esame e di censura. Quanto al demismo economico, Sun rigetta il socialismo e il marxismo e si propone di uguagliare in certo qual modo la proprietà fondiaria, di limitare il capitale senza distruggerlo e di provvedere a tutti il cibo e il vestito necessario. L'ultima forma del pensiero di Sun si riassunse in una serie di 16 conferenze da lui tenute tra il 27 genn. e il 24 ag. 1924, le quali riunite in volume formarono il libro conosciuto sotto il titolo di T.: sei sono sul nazionalismo, sei sulla democrazia e quattro sulla questione sociale, lasciando l'opera incompleta. Le edizioni succedettero alle edizioni a centinaia di migliaia con un successo librario unico nella storia della Cina. In questo libro il governo nazionalista pretese trovare la panacea a tutti i mali del paese. L'ultima costituzione del 1946 era tutta imperniata intorno al T. Antilee i governanti della Cina di oggi lo ritengono con alcuni ritocchi.
BibL.: M. Ponce, Sun Yat-sen, el fundador de la Republica de China, Manila 1912; J. Cantlie, Sun Yat-sen and the Awakening of China, Londra 1912; P. Linebarger, Sun Yat-sen and the Chinese Republic, ivi 1925; KMT, Dr. Sun Yat-sen, His Life and achievements, Sciangai 1925; R. d'Auxion de Ruffé, Ch ne et Chinese d'aujourd'hui, Parigi 1926; Sun Yat-sen, Memoirs of a Chinese Revolutionary, Sciangai 1927; Wan Tsan, Sun Yat-sen, Die Grundlehren vom Volkstum, Berlino 1927; Gustav Amann, Sun Yat-sens Vermächtnis, ivi 1928; Frank W. Prince, The Three Principles of the People, Sciangai 1928; Wou Sanfong, Sun Yat-sen, sa vie et sa doctrine, Parigi 1929; P. M. D'Elia, Le Triple Démisme de Suen Wen traduit, annoté et apprécié, Sciangai 1929; id., The triple Demism of Sun Yat-sn, Wuchang 1931; H. B. Rostarick, Sun Yat-sen Liberator of China, Nuova Haven 1931; Soulé de Morace, Soun, Iatt-senn, Parigi 1932; H. B. Rostarick, Sun Yat-sen versus communismus, Baltimore 1932; L. Sharman, Sun Yat-sen, His Life and its Meaning, Nuova York 1934; L. Foster, The New Culture in China,
ivi 1936; P. Linebarger, The Political Doctrines of Sun Yatsen, Nuova York 1937; P. M. D'Elia, Il Triplice Demismo de dr. Sun Yat-sen e lo dattr. crital., Roma 1937; B. Martin, Strange Vigour. A Biography of Sun Yat-sen, Londra 1944; id., The Strange Aparhessis of Sun Yat-sen, Londra 1948. Per altre uth indicazioni bibliografiche, cf. H. Cordier, Bibliotheca Sinica, Suppl., Parigi 1924, coll. 3480-3502; J. Dehergne, L'Eglise de Chine au tournant, in Bull. de l'Univ. l'Aurore, $3^{\text {e }}$ octo, 10 (Sciangai 1949), pp. $476-78$.
Pasquale M. D'Elia
## TRIDUO, OTTAVARIO (OTTIDUO), NOVENA.
- Sono forme popolari di devozione legate ad un certo numero di giorni, durante i quali si continua, con vari esercizi di pietà, ad implorare con maggiore insistenza determinate grazie, a ringraziare per quelle ricevute, o semplicemente a solennizzare certi avvenimenti o feste. La liturgia ufficiale non conosce queste forme devozionali; ma la Chiesa le ha approvate e le favorisce con indulgenze. La forma più comune è il Triduo, la Novena ne è una triplicazione; l'Ottiduo invece è meno noto e usato.
1. Triduo. - Spazio di tre giorni continui, o anche azione che si protrae per tre giorni (dall'aggettivo triduos, da cui il sostantivo triduum); è la trasposizione nel tempo della predilezione popolare universale per il numero tre. E un fatto accertato da molteplici indagini nel campo della cultura primitiva dei popoli, che il numero tre, nelle sue innumerevoli relazioni, è universalmente preferito e quasi consacrato. Certo non quale "numero-primo" che viene dopo l'uno, ma per una certa idea di completezza o di perfezione che vi si collega: la vita, il folklore, la superstizione, e anche la religione, anzi, tutte le religioni, presentano molti esempi del "culto" del numero tre.
Si sa per divina rivelazione che nell'unità della divina natura vive il mistero della Trinità delle persone; e non è irragionevole dedurne la suprema ragione soprannaturale che spieghi nell'uomo una certa inclinazione naturale a considerare nel numero ternario quella specie di perfezione e completezza; sono i riflessi del Creatore nella creatura ragionevole. Non è necessario né giusto volere spingere quel tale "esemplarismo divino", che certamente è voluto e inteso da Dio, fino all'eccesso. Comunque sia, per limitarsi al campo religioso, triadi di divinità, maggiori o minori, si trovano nelle religioni primitive e classiche; esse conoscono, oltre servizi funebri triduani, molto diffusi, anche altre forme di devozioni, servisi e preghiere a base del numero tre.
Nel Vecchio Testamento il periodo di tre giorni appare già come cosa di particolare importanza, soprattutto nei tempi più recenti. Sara, figlia di Raguel, dopo la morte dei sette sposi, si dà a digiunare per tre giorni e tre notti, e l'angelo Raffaele invita il giovane Tobia, prima delle nozze, ad astenersi per tre giorni dalla sposa, pregando (Tob. 3, 10; 6, 16-22; 8); Giuditta, nel campo degli Assari, prima del grande colpo meditato su Gioferne, chiede di poter uscire dal campo per tre notti, per adorare Dio (Indt. 12, 6); la regina Ester, con tutto il popolo eboro, digiuna per tre giorni e tre notti per scongiurare il pericolo dello sterminio (Esth. 4, 16); Daniele fa un digiuno, con preghiere, di tre settimane (Dan. 10, 2-3); Giuda Maccabeo impone a sé e ai suoi un digiuno con preghiere per tre giorni continui (II Mach. 13, 12): tutte pratiche che dimostrano, nel popolo ebreo, una preferenza per questi tridui penitenziali, allo scopo di ottenere speciali grazie. Nel Nuovo Testamento è da rilevare soprattutto come nostro Signore stesso si serve di questa pia pratica, per mettere in relazione i tre giorni vissuti dal profeta Giona nel ventre del cetaceo e la sua permanenza nel sepolcro (Isn. 2, 1; Att. 12, 38-40). Altro celebre passo del Vangelo è quello ove Gesù, parlando della distruzione del Tempio che egli ricostruirà entro tre giorni, accenna alla sua risurrezione dopo tre giorni dalla sepoltura (Io. 2, 19-20; Mt. 26, 61; 27, 40; Mc. 14, 40; Mt. 27, 63; 17, 22; Mc. 8, 31; 9, 30). Anche Saulo, il futuro Paolo, dopo la scena fulminante, restò a Damasco per tre giorni digiuno e tutto sconvolto.
A ricordo della presenza di Cristo nel sepolcro, invalse presto tra i cristiani l'uso di un digiuno di peni-
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tenza per due o per tre giorni, secondo l'interpretazione che si diede alla durata della sepoltura di Cristo. Qui si trova anche l'inizio della prassi del digiuno quaresimale, e i bidumu e i triduuna ieiunia rimasero, in ogni tempo dell'anno, una pia pratica. S. Girolamo, è vero, non ne era troppo entusiasta; in alcune sue lettere infatti dissuade da questo uso, difendendo come più ragionevole un parco uso continuo dei cibi, invece di questi tridui quasi esagerati (cf., per es., Ep. ad Furium: PL 22, 555 : " parcus cibus et venter semper esuriens triduanis ieiunia praefertur»). S. Agostino invece riportò da Roma una profonda impressione dei molti cristiani, uomini, donne, vedove, vergini che aveva visto praticare questa devozione del "continuum triduum" di preghiera e di astinenza (De moribus ecclesiae catholicae et de moribus manichaeorum, I, 33: PL 32, 1340).
Su questa linea sta quanto gli Atti di s. Cecilia riferiscono, cioè che la Santa "biduania vel triduanis ieiuniis se commendabat Domino" (cf. Antifona 5 delle Lodi della festa). Ma la più solenne conferma di questa pia pratica del triduo di penitenza e preghiera come uso universale si ha nell'istituzione delle Regazioni (v.), ossia delle litanie minori. S. Mamerto, a cui si ascrive questa istituzione, prescrivendo al suo popolo un digiuno di tre giorni, con solenne litania, non fece altro che trasformare una prassi usuale privata in prassi pubblica che si è poi conservata e diffusa in tutta la Chiesa (v., per es., la descrizione storica che ne fa Amalario nel Liber officialis, I, 37, in Opera liturgica, ed. J. M. Hanssens. II, Città del Vaticano 1938, pp. 178-80). Da qui si spiega anche l'uso medievale molto diffuso che un adulto che si preparava al Battesimo, doveva in antecedenza osservare il digiuno di tre giorni.
Anche in preparazione alla elezione del Papa e all'incoronazione dell'Imperatore era molto in uso un simile triduo di preghiera e di digiuno. (E. Eichmann, Die Kaiserbränng im Abendland, I, Würzburg 1942, p. 38; id., Weihe n. Kränung des Papstes im Mittelalter, Monaco 1951, p. 6). Dal triduo penitenziale, che aveva lo scopo principale di impetrazione, era facile il passo al semplice triduo di devozione, senza digiuno, con la sola preghiera privata o pubblica, o con certi riti e usi popolari.
Già nel medioevo si conosceva il triduo di preparazione ad una data festa, in onore di un santo particolarmente venerato, e anche per impetrare una grazia. Questi tridui devozionali non riscossero il plauso di tutti: già Gersone vi si mostrò contrario, e nell'evo moderno il movimento giansenistico, l'illuminismo, il giuseppinismo cercarono di screditare queste devozioni. I fedeli però restarono fermi nell'antica devozione del triduo devozionale, e anche oggi i tridui, sia privati, che pubblici, con solennità maggiore o minore, sono una forma della pietà cristiana universalmente diffusa ed accettata. Nel recentissimo Encchiridion indulgentiarum (Roma 1952) si trovano espressamente indulgenziali i tridui durante l'ottava del Corpus Domini, in onore di Cristo Re, della Madonna del Rosario di Pompei e di s. Giovanni Battista.
II. Tridui particolari. - Si chiama "Triduo sacro" il ternario del Giovedi, Venerdi e Sabato Santo; è una denominazione puramente filologica (tre giorni), che non indica una forma devozionale unitaria, perché ogni giorno di questo triduo ha propria fisionomia. Oltre il triduo liturgico delle regazioni, è molto diffuso uno speciale triduo eucaristico nei tre ultimi giorni del carnevale, in molte regioni celebrato con grande solennità e concorso di popolo.
Altra specie di triduo è quello solito a celebrarsi in occasione delle beatificazioni e canonizzazioni. La celebrazione si fa innanzi tutto a Roma, generalmente nella chiesa nazionale o religiosa di colui che è stato elevato agli onori degli altari, o in altra chiesa, dopo la funzione ufficiale nella Basilica Vaticana. L'uso invalse dopo la fine del medioevo nelle canonizzazioni, quando furono introdotti i primi permessi di un culto provvisorio in vista della canonizzazione quasi definita (inizio del sec. xvi); si celebrava questo permesso con un solenne
triduo in una chiesa romana, finché Alessandro VII ordinò che anche in questo caso dovesse precedere l'atto ufficiale della beatificazione in S. Pietro. Questi tridui ben presto, ed ormai per regola, si celebrarono anche fuori Roma, nelle relative diocesi o chiese religiose del nuovo Beato o Santo. La S. Congregazione dei Riti ha emanato norme precise per la celebrazione delle Messe e altre solennità liturgiche, nonché per le indulgenze prestabilite.
Non un triduo nel senso proprio, ma pertinente all'idea del ternario, è il giorno - terzo - nella celebrazione funeraria. Era credenza antica infatti che l'anima lasciasse il corpo definitivamente soltanto il terzo giorno dalla morte; il terzo giorno quindi venne solennizzato in modo particolare, uso continuato anche dai cristiani e sancito dalla liturgia.
III. Novena. - La novena non è altro che un triduo triplicato, cioè potenziato, portato quindi ad una efficacia molto maggiore, e riservato pertanto a casi più solenni.
Come celebrazione cristiana la novena è prefigurata dai nove giorni che gli Apostoli con i primi discepoli, secondo l'espresso comando del Signore, dovettero aspettare in raccoglimento e preghiera, per l'avvento dello Spirito Santo. Ma la novena, o meglio, secondo la terminologia classica, il "novendiale" più comune, fu quello del culto funerario. Infatti i romani, come pure altri popoli, usarono protrarre i riti funebri per nove giorni, uso passato senz'altro tra i cristiani. Senonché, già al tempo di s. Agostino, si elevò contro questa usanza pagana una forte protesta, sostituendo alla novena dei defunti una settena (sette giorni), prendendo lo spunto dalla settimana cristiana e dal numero di sette, creduto più sacro di nove. Difatti, dopo vari tentennamenti, prevalse la settena, ossia la celebrazione del settimo giorno, ma stranamente i novendiali pagani, come celebrazione funeraria quotidiana, si mantennero per la morte del Sommo Pontefice.
La novena devozionale, a scopo impetratorio, e anche a scopo di maggiore solennità di una festa, o di un avvenimento straordinario (giubileo, centenario ecc.), era già nota nel medioevo. Celebre in Italia, la novena di Gubbio, in onore del patrono s. Ubaldo, e in Francia (Parigi) la novena del re s. Luigi IX.
Le varie novene in onore dei santi popolari o della Madonna aumentarono di numero in età barocca, celebrate spesso pubblicamente, con grande sfarzo esterno e larga partecipazione dei fedeli. Da accennare soprattutto alla novena dell'Immacolata, che prese larghissimo sviluppo durante i secc. xvir e xvili, celebrata spesso per voto o per fondazione (per es. il solenne voto di Carlo VI, imperatore, per tutta la Casa d'Austria). Anche la novena di Natale, in preparazione di questa festa, è diventata, in molte regioni popolarissima. Una novena celebre è quella detta «di grazia» in onore di s. Francesco Saverio che trae la sua origine dalla guarigione miracolosa, operata per invocazione del Santo, del gesuita p. Marcello Mastrilli (Napoli, 3 genn. 1634), il quale morì poi, martire, nella missione indiana ( 17 ott. 1637). Il fatto suscitò un entusiasmo universale, e dette occasione per celebrare annualmente una solenne novena al Santo (celebrata, per es., ufficialmente nelle corti di Madrid e di Vienna) fissata ai giorni 4-12 marzo, essendo il 12 l'anniversario della data della canonizzazione di s. Francesco Saverio (1622).
L'Eucharidion indulgentiarum (Roma 1952) dà, a p. 692 (indice) l'elenco delle novene indulgenziate.
Tra il popolo cristiano, tuttavia, le novene più accreditate sono quelle private, per grazie, soprattutto in casi difficili, e spesso in casi di gravi malattie. Nelle cause dei santi, quando si tratta di guarigioni miracolose, si trova che essi si ricollegano spesso ad una novena o anche, ad una serie di novene, durante le quali si è invocato il Servo di Dio e il Beato. Da notare che, in caso di una tale novena, deve constare che essa fu indirizzata ad un solo Servo di Dio e Beato; altrimenti la prova dell'esaudimento diventa impossibile; è permessa però sempre l'invocazione concomitante della Madonna.
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Trieste e Capodistria, diocesi di - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) strade; 4) ferrovie; 5) oratori.
IV. Ottavario. - E una forma di devozione continuata per otto giorni, dunque una specie di ottava. A dir vero, gli ottidai sono relativamente rari, e l'origine è piuttosto recente. Al più è di uso in occasione della celebrazione delle beatificazioni o canonizzazioni. La S. Congregazione dei Riti, per tali celebrazioni, ha emanato istruzioni per concessioni liturgiche poco dissimili da quelle dei tridui.
Bibl.: non esiste una bibliografia su questi argomenti, trattati nelle enciclopedie o altre opere liturgiche molto superficialmente, al massimo sotto l'aspetto delle indulgenze. Quanto al fondamento religioso generale e folkloristico del numero ternario e novenario, cf. A. Anwander, Wörterbuch der Religion, Würzburg 1948, pp. 63-64. Per le indulgenze si veda l'Enchiridion indulgentiarum, Roma 1952.
Giuseppe Lōw
## TRIERER THEOLOGISCHE ZEITSCHRIFT.
Rivista teologica mensile del Seminario vescovile di Treviri, recentemente (1950) eretto in Fa. coltà di teologia, "per la scienza e prassi» sacerdotale.
In brevi articoli scientifici, tocca tutte le questioni della vita moderna, con lo scopo di preparare ottimi pastori di anime. Ha avuto sempre uno speciale interesse per la sociologia cristiana.
Fondata da P. Einig, nel 1889, col titolo di « Pastor Bonus * (v.) la rivista acquistò ben presto collabo-
ratori oltre i confini della diocesi. Una parte degli articoli è dedicata alla storia dell'arcivescovato (fino alla Rivoluzione francese) e poi vescovato di Treviri.
Bibl.: P. Einig, Zum Geleit, in Pastor bonus, 1 (1889-90), pp. 1-3; cf. G. Willems, ibid., 25 (1912-13), pp. 1-3. Pietro Nober
## TRIESTE e CAPODISTRIA,
diocesi di. - Città e diocesi nel Territorio Libero di T.
La parte della diocesi sita in Italia conta una superficie di 730 kmq . con 380.000 ab., dei quali 373.000 cattolici, distribuiti in 59 parrocchie servite da 167 sacerdoti diocesani e 69 regolari; ha 12 comunità religiose maschili e 49 femminili.
La parte sita in Croazia conta una popolazione di 60.000 cattolici distribuiti in 60 parrocchie servite da 44 sacerdoti diocesani e 5 regolari; e la parte sita in Slovenia conta 40.000 ab . in 30 parrocchie servite da 24 sacerdoti diocesani (Ann. Pont. 1933, p. 431). E suffraganea di Giorizia. Leone XII il 30 giugno 1828 uni «aeque principaliter» a T. la diocesi di Capodistria (v.).
I. Storia di T. - Tergeste è il nome paleoveneto del castelliere che divenne intorno al 46 a. C. colonia romana, fiorente specialmente nella seconda metà del sec. I e nella prima metà del sec. II. L'invasione longobarda pesò gravemente sulla città e non meno l'occupazione franca, che introdusse i primi slavi nelle campagne sul finire del sec. viII. Lotario II alla metà del sec. x dette ai vescovi di T. poteri signorili sulla città, la quale poi col vescovato stesso da Enrico IV il 20 luglio 1081 fu assoggettata al potere feudale del patriarca d'Aquileia. Limitando man mano i diritti vescovili T. raggiunse nel 1295 la piena autonomia comunale sotto l'alta signoria del patriarcato. Nel 1202 T. insieme con Muggia prestò giuramento e tributo a Venezia; ma ciò non impedì che nel 1288-95 scendesse con essa a lotta aperta sostenuta dal patriarca e dal 1369 al 1380 tenesse di nuovo testa a simili tentativi, finché nel 1380 si unì al Friuli, per passare poi nel 1382 sotto il dominio del duca d'Austria, senza perdere però l'ordinamento comunale. Frequenti lotte intestine portarono nel 1469 T. ad un'estrema desolazione; ma poi le sfortune della Dominante favorirono la città con libertà di fiorenti commerci con il retroterra e l'Oriente, finché Carlo VI nel 1717 le concesse il porto franco e la libera navigazione nell'Adriatico, privilegi accresciuti da Maria Teresa. La ventata napoleonica fu breve e fece sentire il peso dell'Austria che, dal 1813, rese ancora più faticosa l'espressione della coscienza nazionale della città. L'unione all'Italia nel 1918, se le tolse vigore di commerci, animò fervidamente i suoi cantieri.
Mario Mirabella-Roberti
II. Territorio Libero di T. - La costituzione di questo Territorio venne disposta in forza degli artt. 21 e 22 della Sezione II del Trattato di pace imposto all'Italia dalle Nazioni Unite, e dall'Italia firmato a Parigi il 10 febbr. 1947, come compromesso tra le opposte tesi alleata e sovietica, senza riguardo alla volontà delle popolazioni interessate od alla loro nazionalità.
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La nuova unità cosi creata è costituita da una striscia di territorio lungo la costa del Golfo di T. e dell'Istria settentrionale, dalla foce del Timavo a quella del Quieto, misurante in complesso 718 kmq . Il confine, che prende inizio sulla frontiera italo-jugoslava poco ad E. di Monfalcone e finisce ad E. di Cittanova, non si appoggia né su elementi fisici, né su motivi etnici od economici. Nella sua parte settentrionale, il Territorio Libero di T. si estende su di un terreno tipicamente carsico, con scarsa popolazione, alle spalle del grosso agglomerato urbano di T.; nella parte meridionale abbraccia una zona di ottimi terreni agrari, nel retroterra della costa fra T. e Pirano, e quindi di un altro lembo carsico, costituito da un pianoro elevato in media sui 200 m ., inciso da solchi fluviali, tra cui quello del Quieto. Tutto il litorale a S. di T. fa posto ad una serie di centri marittimi di qualche importanza (Capodistria, Isola di Istria, Pirano, Umago, Cittanova), dal punto di vista etnico prettamente italiani.
Il Territorio Libero di T. contava (1951) 380 mila ab., dei quali l' $84 \%$ italiani. Il centro urbano di T. ( 277 mila ab.) assorbe da solo quasi i due terzi di questa popolazione; la densità complessiva è assai elevata ( 529 ab. a kmq.), ma va diminuendo notevolmente in corrispondenza al settore istriano ( 152 ab . a kmq.).
Origine e struttura del Territorio Libero di T. escludono che se ne possa parlare come di una entità economicopolitica a sé stante, non solo per la sua particolare figura internazionale, ma soprattutto perché è inconcepibile separarlo dalle regioni finitime, con le quali fa corpo, e dalle quali essenzialmente trae le sue fonti di vita. La stessa esistenza di un cospicuo centro cittadino come T. non potrebbe trovare nelle risorse del Territorio Libero la sua ragione d'essere; tanto il commercio (porto), quanto, ed ancor più, l'industria che con quello si è sviluppata e da lungo tempo vi fiorisce (metallurgia, industria navale, alimentare, ecc.) presuppongono una assai più vasta funzione, che le frontiere imposte dal Trattato del 1947 non sono ancora riuscite ad annullare.
Le difficoltà sorte, per quel che concerne i rapporti italo-jugoslavi, con la costituzione del Territorio Libero si sono poi aggravate per la divisione del Territorio stesso in due zone, occupate l'una (zona A) dalle truppe angloamericane, l'altra (zona B) dalle truppe jugoslave. La prima, che misura appena 233 kmq., ma comprende T. (con i centri abitati di Muggia, S. Dorigo e Duino: in complesso 305.000 ab., ossia l' $80 \%$ di tutta la popolazione del Territorio), è stata praticamente restituita all'amministrazione italiana, pur sotto il controllo alleato, mentre la seconda (a S. di Muggia; 495 kmq . con 75.000 ab., ed i centri di Pirano, Capodistria, Isola d'Istria, Buie e Umago) è ormai di fatto incorporata nello Stato jugoslavo.
Lo Statuto permanente del Territorio Libero di T. stabilisce che l'indipendenza e l'integrità del Territorio stesso, smilitarizzato e dichiarato neutrale, sono garantite dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Peraltro l'esistenza del Territorio come unità politica è limitata dall'intesa che esso debba far ritorno sotto la sovranita italiana, giusta la proposta fatta dai governi degli U.S.A., della Gran Bretagna e della Francia all'U.R.S.S. nel marzo 1948. L'8 ott. 1953 i governi degli U.S.A. e dell'Inghilterra decisero di sgombrare la zona A, loro affidata, rimettendone l'amministrazione militare e civile all'Italia, senza pregiudizio dei diritti ad essa riconosciuti sulla zona B.
Giuseppe Caraci
III. Diocesi. - Sono ignote le circostanze dell'introduzione del cristianesimo che deve essere giunto a T. da Aquileia. Il primo vescovo noto è Frugifero, ca. il 549, ma la diocesi deve essere più antica, compresa nella circoscrizione metropolitana di Aquileia, e poi di Grado. Severo, probabilmente successore di Frugifero, ebbe una parte notevole nella scisma dei Tre Capitoli,
abiurati poi da Firmino, suo successore nel 602. Con l'occupazione franca dell'Istria, T. fu sottratta alla metropoli di Grado e passò sotto quella di Aquileia. Verso il 1177 Alessandro III decise di fare di C. (v.) e suo territorio una diocesi a sé, ciò che fu eseguito poi il 5 luglio 1186 , finché nel 1751 passò sotto il nuovo arcivescovato di Gorizia (da cui fu assorbita nel 1788-89). Aveva giurisdizione estesa all'antico territorio della colonia romana; nel 1790 le fu aggregato il territorio di Padena, piccola ma antica diocesi dell'interno dell'Istria. Leone XII il 30 giugno 1828 vi uni anche il territorio della soppressa diocesi di Cittanova, mentre quella di C. fu unita aequie principaliter. Al presente le condizioni politiche e la prepotenza jugoslava limitano l'attività diretta della diocesi alla sola zona A del cosiddetto Territorio libero. Fra i presuli di T. da ricordare E. S. Piccolomini, poi Pio II, che difese la città dalla distruzione; P. Ponomo ( 1502 - 46) accorto diplomatico; A. Rapicio (1567-73) elegante umanista. La diocesi, che aveva un Seminario a C., soppresso dagli occupatori jugoslavi, dal 1950 ha un modernissimo Seminario a T. per opera del vescovo A. Santin. Riflesso di alcuni aspetti della popolazione della città commerciale è la presenza, oltre che di una sinagoga, di una chiesa greco-ortodossa, una di rito serbo illirico, una luterana, una anglicana, una avventista e una valdesa. T. ha un battagliero settimanale cattolico: Vita Nuova.
IV. Ante. - Dalla città romana, a strade incrociate pur sul declivio di un colle, è ben conservata una porta, l'arco di Riccardo, augusteo. Sono poi visibili il foro e la basilica (assai guasta, età di Traiano), e, nei pressi, un propileo (età di Domiziano), che era avanti al Capitolium e fu in parte incorporato nella basilica cristiana primitiva. Pure traianeo è il teatro, fuori le mura, presso il mare. La cattedrale, S. Giusto, il simbolo della città, conserva le tracce della grande basilica paleocristiana episcopale, rettangolare, tripartita (fine sec. v), absidata dal vescovo Frugifero (metà del sec. vi). Pure del sec. v può essere la basilica scoperta nel 1825 in Via Madonna del Mare (presso il cimitero sub diva). Non è confermata una sede paleocristiana sotto S. Silvestro, basilica rettangolare dell'si sec., ora valdese. A quest'epoca risale la ricostruzione della Cattedrale (Assunta) in dimensioni minori, fiancheggiata da un sacello quadrato a croce inclusa con cupola, in cui fu accolto il corpo del patrono a. Giusto (esempio unico in Italia settentrionale). Alla fine del 1300 i due edifici furono fusi nell'odierna Cattedrale dal bellissimo rosone nella fronte a capanna. Sono perdute le testimonianze di architettura civile coeve, trecentesche e quattrocentesche. Nella pittura, di altis-

(fot. Fiorentini)
Trisate e Capodistria, diocesi di - La flotte veneziana bombarda T. Stampa del sec. xvir - Venezia, Museo Corret.
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Thieste e Capodistria, diocesi di - Il Castello di Miramare, costruito su disegno di Carlo Junker (1856-60) per l'arciduca Massimiliano.
simo pregio i musaici delle absidi di S. Giusto (specialmente quello dell'Assunta, ca. il 1200) e il trittico di Paolo Veneziano e di un pittore veneto bizantino (prima metà del ' 300 ).
Ottimo esempio di architettura militare veneziana è il Castello, triangolare, del sec. xvı. Seguono i portali barocchi di molti palazzetti e specialmente la fastosa S. Maria Maggiore, chiesa gesuita della fine del '6oo, l'elegante chiesa del Rosario e quella della B. Vergine del Soccorso. Ma su tutte le fasi architettoniche di T. ha rilievo quella del primo Ottocento con una serie di palazzi a due o tre piani, con decorazioni a colonne o paraste e bassorilievi di soggetto storico-mitologico, fra i quali si leva il Palazzo Carciotti (di G. Pertsch) e il Palazzo della Borsa (di A. Molari). Felicissimo esempio di questa età la chiesa di S. Antonio Nuovo, di P. Nobile (1849), la più ampia della città, mirabilmente unitaria nell'architettura e negli arredi. Nel tardo Ottocento è tipica la casa con una specie di abbaino architettonico sul tetto: del nostro tempo è da ricordare il maestoso edificio della nuova Università di E. Fagnoni e U. Nordio (1936). Vanno poi ricordate le pitture decorative di G. Gatteri, di L. Scarabellotto, di G. B. Bison, i ritratti di G. Tominz e le sculture di A. Bosa per la prima metà dell'Ottocento, poi l'opera di C. Dell'Acqua, i ritratti di A. Rieppi, le colorite tele di U. Veruda. Fra i contemporanei hanno maggior rilievo M. Maschzrini e C. Carà, scultori, e E. Predonzani, affreschista, C. Sbisà, ceramista. - Vedi tavv. LII-LIII.
Bibl.: P. Kandler, Per il fausto ingresso di mons. B. Legat, Vicende della S. Chiesa Tergestina, Trieste 1847; G. Marchesetti, I castellieri di T. e della Regione giulia, ivi 1903; P. Paschini, Le vicende politiche e religione del territorio friulano da Costantino a Carlomagno (secc. IV-VIII), in Mem. stor. Foragiulirsi, 7 (1911), pp. 177-225; A. Tomaro, Stor. di T., 2 voll., Roma 1924; B. Ziliotto, Stor. letter. di T. e dell'Istria, Trieste 1924; Lazzoni, pp. 863-65; G. Gärtner, La basilica di S. Giusto, Trieste 1928; F. Forlati, La catt. di S. Giusto, in Archeografo triestino, 46 (1933), pp. 389-401; U. Fiasco, Architett. neoclassica T., Roma 1935; A. Scocchi, Tre vesc. di T., Trieste 1940; B. Ziliotto-M. Mirabella Roberti, Istria e Quarnare ital., Trieste-Perugia 1948; S. Rutteri, T., spunti dal suo passato, Trieste 1950; P. Sticotti, Tergeste, in Inscriptiones Italiae, X, fasc. iv, Roma 1951; V. Serinari, Tergeste, ivi 1951; cf. inoltre Archeografo Triestino dal 1829 in poi. Per il territorio libero di T., cf. P. Luzzatto Fegiz, Il Territorio libero di T. e l'opinione pubblica, Milano 1947; E. Bonetti, Il Territorio Libero di T., in Boll. Soc. geogr. ital., 7* serie, 12 (1947), pp. 73-87; L. Unger, The economy of the Free Territory of T., in Geogr. Review, 1947, pp. 583-608; J. Martin Chauffier, T., Parigi 1947; G. Roletto, Consideraz. sulla situaz. economica di T., in Il Ponte, 4 (1948), pp. 322-28; B. Nice, Un assurdo geografico, ibid., pp. 318-21. Mario Mirabella Roberti
TRIFENA e TRIFOSA (Tpópatvx xxi Tpuqũox). - Cristiane di Roma, salutate da s. Paolo in
Rom. 16, 12 come donne "che si affaticarono per il Signore", forse come diaconesse (R. Cornely). Secondo il Martyr. Romanum (io nov.), che dipende dagli Atti di Paolo e Tecla, erano due sorelle convertite da Paolo, assieme a Tecla, ad Iconio.
Nei colombori della casa di Cesare a Roma furono trovati questi nomi: cf. CIL, VI, 4866 (Tryphosa), 5035, 5343 (Tryphoma). Negli Atti di Paolo e Tecla si parla di una regina Trifena, che protegge s. Tecla ad Antiochia di Pisidia. Questa Trifena è probabilmente da identificare con l'omonima figlia di Polemone I, re di una parte della Licaonia e della Cilicia, moglie di Cotis, re di Tracia, e madre di Polemone II re del Ponto. Era discendente da Marco Antonio e lontana parente dell'imperatore Claudio. Suo fratello Polemone abbracciò il giudaismo.
Bibl.: W. M. Ramsay, The Chusch in the roman empire before J. D. 170, Londra 1893. p. 382 ; anon., Tryphene, in DB. V, vol. 2330.
Pietro De Andirogai
TRIFONE (Tpúqavv, Trypho). - Usurpatore del trono seleucida (141-138 a. C.). Mentre in I Maccabei si preferisce questo nome, gli autori classici lo chiamano Diodoto (Appiano, Syriaco, 68; Strabone, XIV, 5,2). Nato in Cassiane presso Apamea sull'Oronte (Strabone, XVI, 2, 10), T. occupava un'alta carica al tempo di Alessandro Bala ([v.] Diodoro, XXXIII, 3; Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 131).
Approfittò del malcontento dei soldati di Demetrio II per impossessarsi del potere, presentando al popolo il figlio di Alessandro Bala, che viveva presso l'arabo Emalchuel (I Mach. 11, 38-40). All'inizio della lotta contro Demetrio, T. si rivolse a Ionathan (c.), chiedendogli riconoscimento ed appoggio, offrendogli numerose concessioni per la Giudea e nominando Simone stratega della Palestina (ibid. 11, 54-59). Egli occupò ( 145 a. C.) Antiochia e le regioni ad ovest e a sud, mentre Demetrio controllava ancora le province settentrionali ed orientali. Verso il 141 T., che ambiva di sostituirsi direttamente al fanciullo Antioco VI, assumendo il titolo di re, si impossessò con uno stratagemma di Ionathan (ibid. 12, 39-48) in Tolemaide; quindi, poco dopo, marciò contro Simone, ricattandolo con la promessa della liberazione del prigioniero; ma, ottenuto il denaro, uccise Ionathan (ibid. 13, 12-30).
Poi T. si proclamò re (ibid. 13, 31 sg.; Appiano, Syriaco, 68; Diodoro, XXXIII, 17; Giustino, XXXVI, 1; Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 187. 218). Ma, osteggiato da Demetrio II e poi dal fratello di costui Antioco VII Sidete, T. nel 138 a. C. fu vinto a Dora (I Mach. 15, 25) e quindi in Ortosia (ibid. 15, 37) fra Tripoli ed il Nahr el-Kebir. T. fini la sua vita come capo di un gruppo di pirati (Strabone, XIV, 5, 2).
Angelo Penna
TRIFONE e RESPICIO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio romano il io nov.; i Greci veneravano il solo T. al $1^{\circ}$ febbr.
In realtà, di T. solo si hanno notizie antiche e sicure. Sebbene fosse morto a Nicee in Bitinia, il centro del suo culto era in Frigia nei pressi di Apamea. A Costantinopoli, Giustiniano gli aveva edificato una chiesa; anche a Roma era venerato e nel sec. x uno dei Crescenzi gli dedicò una chiesa, demolita poi nel sec. xvin, che durante il medioevo fu anche chiesa stazionale come è tuttora notato nel Messale romano al primo sabato di Quaresima. La Passio è leggendaria e piena di anacronismi.
R. invece è ignoto all'antica agiografia; appare per la prima volta, unito a T., in documenti romani del sec. xI-xII; e da quel tempo fu divulgata una versione latina
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della Passio di