rispettivi attributi, secondo le modalità della propria relazione. Utile esempio alla comprensione di ciò, è il triangolo, nel quale ogni angolo abbraccia tutta la superficie in una direzione distinta dagli altri due, appunto perché unica e identica è la superficie stessa. Quanto invece si riferisce alla relazione divina, come tale, resta incomunicabilmente proprio di ogni singola Persona e si hanno le proprietà personali che sono note sotto il nome di nozioni e atti nozionali : così la inzascibilità, ossia il non derivare da altra persona, è esclusivamente propria del Padre, come anche il generare : lo spirare invece è proprio del Padre e del Figlio e l'essere spirato è proprietà dello Spirito Santo. Anche la circuminsessione (v.) infine, ossia la perfetta immanenza di una Persona nelle altre due, pur senza identificarsi o assorbirsi l'una nell'altra, non è che una conseguenza dell'unità assoluta di natura e della reale distinzione delle relazioni sussistenti in Dio.
V. Trascendenza del mistero. - La teologia cattolica non ha certo preteso di risolvere, e pertanto di annullare nella razionalità, l'alto mistero, ma lo ha lasciato al di sopra di qualunque concezione umana. Al contrario, studiosi superficiali e senza fede dei tempi moderni, spinti da cieca fiducia nella forza della ragione, hanno tentato, ma invano, di eliminare il mistero cristiano, classificandolo fra le triadi, inconsistenti, delle varie religioni e filosofie pagane. Più che la mitologia greco-romana, è la ricca letteratura delle religioni orientali che offre materia di paragone con la T. cristiana e, principalmente, delle religioni babilonesi, indiana, egiziana e persiana. Nel pantheon babilonese le triadi prevalenti sono due: una cosmica composta di Anu ( $=$ cielo), di Enlil ( $=$ terra) e di Ea (= acqua) e l'altra astrale, composta di Sin ( $=$ luna), di Samaš ( $=$ sole) e di Ištar (= Venere pianeta). Altre triadi sono costituite da un uomo, una donna e un figlio. Queste triadi non sono che raggruppamenti politeistici a tre soggetti dotati di natura e personalità proprie e uniti tra loro solo accidentalmente. Inoltre è dimostrato che presso i Babilonesi non ebbero mai
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(da Paltographic musicale, 8 e série, I, Antiphonate du b. Hartker, Salernes 1808, rev. 181)
Tasche, Santissima - Insipit dell'Ufficio per la festa della S.ma T., composto da Stefano di Luigi. Antiphonale officii monastici del b. Hartker (m. nel 10110 1017). L'Ufficio, senza data, è posto tra gli Uffici feriali e la vigilia di s. Sebastiano - S. Gallo, Biblioteca, cod. n. 300, f. 1017.
carattere teologico o rituale (cf. G. Boson, La religione sumero-accadiana e babilonese-assira, in P. Tacchi-Venturi, Storia delle religioni, I, $3^{\text {a }}$ ed., Torino 1949, p. 201 sgg.). Più adatta allo scopo è sembrata ad alcuni la religione indiana. Nella moltitudine dei suoi dèi, si distingue una trimurti (triade) popolare, composta di Brahma, Vistù e Siva ( $=$ Dio creatore, Dio conservatore, Dio distruttore), costituitasi al principio dell'èra cristiana (dopo il sec. v d. C.). Il popolo vi scorge semplicemente tre dèi, i teologi vi scorgono tre aspetti dell'unica divinità (Brahma), in rapporto al mondo. Le scuole teologiche di Chankara, Ramanuja e Vallabha, prendendo le mosse dalle "upanishads" e dal "vedanta", hanno elaborato una trimurti più alta, composta di Sat ( $=$ essere), di Cit ( $=$ pensiero) e di Ananda ( $=$ felicità), che formano insieme la divinità suprema ( $=$ Brahma), ed ebbe fortuna l'espressione triadica "saccidannanda \%. Critici spassionati, dopo lunghi studi, sono arrivati alla conclusione che queste trimurti, a prima vista tanto sorprendenti, o sono formole politeistiche o sono spiegazioni figurate dei vari aspetti della divinità. In nessuna di esse si trova propriamente l'idea di una sostanza in tre persone, e ciò a parte la questione del reciproco influsso tra la religione cristiana, diffusa molto presto in quella parte dell'Asia e la religione indiana, questione difficile a risolversi per la mancanza di sicuri dati cronologici (cf. A. Ballini, Le religioni dell'India, in P. Tac-chi-Venturi, op. cit., I, p. 416 sgg.). Anche la religione egiziana presenta classifiche ternarie e novenarie delle sue innumerevoli divinità. La triade più celebre, anche per la sua diffusione nell'Impero romano sul nascere del cristianesimo, è quella composta di Osiride ( $=$ padre e sposo), di Iside ( $=$ moglie e madre) e di Horus ( $=$ figlio), nella quale Iside, che raccoglie le membra sparse dello sposo Osiride e lo risuscita, finisce con il prevalere nel culto, diventando un simbolo enigmatico, in cui si personificano tanti aspetti della divinità e della natura. Basta la semplice esposizione, per capire che la triade egiziana non ha nulla a che fare con il mi-
stero della T. cristiana (cf. A. Calderini, La religione degli Egiziani, in P. Tacchi-Venturi, op. cit., I, p. 289). Né diversamente si può giudicare delle tardive triadi persiane, legate al culto di Mithra ( $=$ sole), composte di Ahura-Mazda ( $=$ supremo e vero Dio), di Mithra ( $=$ sole) e di Sraosha ( $=$ un eroe), oppure di Mithra, di Cautes ( $=$ sole nascente) e di Cautopates ( $=$ sole al tramonto). La prima è un aggruppamento eterogeneo e la seconda è la personificazione del sole nelle sue fasi. Si può tranquillamente concludere con il seguente giudizio del p. Lebreton, specialista in materia trinitaria: "Je ne pense pas qu'il soit utile de discuter toutes ces fantaisies : elles marquent une phase curieuse, mais bien dépassée maintenant, de l'histoire des religions. En réalité la mithologie n'a rien fourni par elle-même à la théologie trinitaire" (Histoire du dogme de la Trinitr, I, Parigi 1927, pp. 17-18). Un altro termine di paragone si desume infine dal neoplatonismo: è la triade filosofica di Plotino, il filosofo mistico, vissuto nel sec. in d. C., il quale insegnava che la Divinità trascendente, alla maniera platonica è ("'Ey ( $=$ Uno), da cui emana il Nolz ( $=$ Intelligenza), che a sua volta dà origine alla $\Psi_{v y} \hat{\eta}$ ( $=$ Anima). La triade plotiniana, cui non sono peraltro estranei influssi cristiani, è la degradazione panteistica della divinità, in perfetta antitesi con il mistero del Dio Uno e Trino del cristianesimo, che nella sua trascendenza, è nettamente distinto dal mondo creato. Sicché le pretese somiglianze tra il mistero trinitario cristiano da una parte e le triadi delle religioni politeistiche e dei vari sistemi filosofici dall'altra, non vanno al di là di un'analogia verbale e non presentano altra affinità che quella del numero ternario.
Bibl.: I. S. Scrittura : J. Lebreton, Le Dieu vivant et la révélation de la Ste Trin. dans le N.-T., Parigi 1919: id., Hist. du dogme de la Trin., I, ivi 1927; I, ivi 1928; P. Ceuppens, Theol. bibl.: De S.ma Trin., Roma 1938; P. Heinisch, Teol. del V. Test. trad. n., ivi 1950, pp. 110-37 (con bibl.); G. Bonsirven, Teol. del N. Test., trad. n., ivi 1952, pp. 38-40, 59-71, 194-98, 314-16. 11. Santi Padri: Th. De Régnon, Etudes de théol. posit. sur la Ste Trin., 4 voll., Parigi 1892 e 1898; A. D'Alès, Notation et la doctr. de la Trin., in Gregorianum, 3 (1922), pp. 420-46: 497-523; L. Choppin, La Trin. chez les Pères Apost., Lille 1925; I. Slipyi, Die Trinitätslehre des byzant. Patriarchen Plotino, Innsbruck 1921; id., De amore mutuo et reflexo in processione Spiritus S. explicando, Leopoli 1923; id., Num Spiritus S. a Filio distinguatur si ab eo non procederet, ivi 1937; A. D'Alès, Le dogme de Nicée, Parigi 1926; M. Schmaus, Die psych. Trinitätslehre des hl. Augustinus, Münster 1927; R. Arnou, Unité numérique et unité de nature chez les Pères, après le Concile de Nivès, in Gregorianum, 13 (1934), pp. 242-52; R. Melnár, De Christo filio Dei apod 1. Igantium M., Roma 1934; J. B. Wolf, Commentat. in s. Cyrilli A. de Spiritus S. doctrina, Würzburz 1934; J. A. Aldama, El simbolo de Toledo, Roma 1934; V. Schurr, Die Trinitätslehre des Balthius, Paducinorn 1935; Ch. Hauret, Comment le défenseur de Nicée a-t-il compris le dogme de Nicée?, Bruges 1936; M. Gomes de Castro, Die Trinitätslehre des hl. Gregors von Nyssa, Friburgo in Br. 1938; S. Goncalos, La farnola yciz oücliz. 1940; Gozdrtéssag. ex s. Gregorio de Nisa, Roma 1939; N. Moccia, Le relatc. in Dio. Quest. med. di Cincano da Viterbo, Napoli 1940; J. Chevalier, La théorie augustinienne des rélations trinit., Friburgo 1940; id., St Augustin et la pensée grecque. Les relat. trinit., ivi 1940; F. Regina, $J$ - De Pide - di Gregorio di Ebtira, Napoli 1942; P. Smulders, La doctr. trinit. de et Hilaire de Poitiers, Roma 1944; J. De Urbina, El Símbolo Niceno, Madrid 1947; G. Bardy, Trinité. Ecriture et Tradition, in DThC, XV, coll. 1545-1702 (con bibl.); D. Baldino, La duttr. trinit. di Vigilio di Tapon, Napoli 1940; C. Zedda, La duttr. trinit. di Lucifero di Cagliari, Roma 1950. - III. Scolastici : M. Schmaus, Die "Liber propagmaturias" des Thomas Anglicus und die Lehrunterschiede zwischen Thomas von Aquin und Sextus, Münster 1930; A.-M. Ethier, Le "De Trinitate" de Richard de St-Victor, Parigi-Octave 1938; A. Michel, Trinité. Scolastique et synthèse théol., in DThC, XV, coll. 1702-1830; J. N. Garvin, Peter of Poitiers and Simon of Tournat on the Trinity, in Ibid. de théol. anc. et méd., 16 (1949), p. 314 sgg.; M. E. Williams, The teaching of Gilbert Perreta on the Trinity as found in his Commentaries on Bouthius, Roma 1951; R. Perino, La duttr. trinit. di r. Auselmo, ivi 1952; A. Pompei, La duttr. trinit. di s. Alberto Magno, ivi 1953. - IV. Opere recenti : oltre ai trattati classici di M. J. Scheehen, J. B. Franzelin, F. A. Stentrup; L. Janssens, L. Billot, P. Galtier, A. D'Alès, R. GarrigouLagrange, cf. E. Hugon, Le mystère de la Très Ste Trin., $2^{e}$ ed., Parigi 1921; A. Dorsas, Notre parenté avec les Personnes div., St-Etienne 1921; V. Breton, La Trin., Parigi 1931; M. Ratailleau,
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La Ste Triu, dans les dmes justes, Angers 1932; A. Maltha, De process. Verbi div., in Augalicum, 11 (1934), pp. 23-25; R. Arnou, De Deo Trino in fontibus Revelationis, Roma 1938; A. Stola, De S.ma Trinitate, Friburgo in Br. 1939; A. Maltha, De divimarum relationno existentio, quidditate, distinctione, in Anesticum, 17 (1940), pp. 3-31; M. T. L. Penido, A propos de la procession d'amour, in Eph. Abert. Law., 15 (1838), pp. 338-44; F. Lontra, La persona dello Spirito S. nella dotte, di c. Agostino, Acireale 1943; S. Sottolana, Un tratt. ined. su lo Spirito S. di Agostino Trionfi d'Ancora, Roma 1943; F. Taymans d'Experton, Le mystére primordial. La Trin. dans so vésante image, Parigi 1946; F. Parente, De Deo Uno et Trino, $3^{e}$ ed., Roma 1949; S. Vallarn, Quocetincende de mysterio S.mac Trin., in Augalicum, 26 (1949), pp. 203-17; A. Krapiec, Inqutstio circa d. Thomae doctrinum de Spirito S. proat Amore, in Diens Thomas Plac., 53 (1950), pp. 474-92; H. Palosac, Tebol. du Verbe St Augustin et el Thomae, Parigi 1951.
Pietro Parente
VI. Lrruogla. - La liturgia cattolica avendo per scopo di rendere a Dio Uno e Trino il culto di latria e di adorazione, tutto in essa è ordinato a questo supremo scopo, dal sacrificio della Messa, ai Sacramenti, all'Ufficiatura divina, al culto di Maria e dei Santi e alla stessa catechesi. Non fa quindi meraviglia che Roma fino al sec. xiv abbia stimato superfluo onorare la S.ma T. come tale con una festa speciale. Del resto la Chiesa orientale non ha tuttora una festa per la T. il cui mistero, nel rito bizantino, viene ricordato in particolar modo il giorno di Pentecoste (v.). Giova pure tener presente che le poche preghiere liturgiche latine che si rivolgono direttamente alla T. non sono conformi al genio della liturgia romana antica, che si rivolge per principio a Dio Padre, e rivelano un'epoca tarda: tali sono, ad es., il Suscipe S. Trinitas e il Pinceat S. Trinitas d'origine franca, che cominciano a figurare nell'Ordo Missae in Sacramentari e Messali tra il sec. ix e l'xi (cf. P. Batiffol, Legum sur la Messe, Parigi 1927, pp. 22, 22). Anche la festa della S.ma T. che si celebra la $1^{\text {a }}$ domenica dopo Pentecoste (da Pio X, il 24 luglio 1911, elevata al rito doppio di $1^{2}$ classe : AAS, 3 [1911], p. 351) non è d'origine romana : essa è nata dalla devozione privata verso il mistero della S. T., che fiorì nei paesi franchi durante l'evo carolino e che dovette ricevere un notevole impulso dall'Admonitio generalis ( $\$ 32$ ) del 789 e dal Capitolare XXVIII (\$ 33), del 794, i quali prescrivevano l'esposizione della dottrina cattolica circa la S.ma T. (cd. A. Boretius, in MGH, Copi-
tolaria regum Francorum, I [1883], pp. 56, 77). I primi centri di questa devozione furono i monasteri di Aniane e di Tours : nel primo il suo fondatore s. Benedetto dedicò nel 782 la chiesa abbsaiale alla S.ma T. (cf. Vita, 5 : Acta SS. Februarii, II, Anversa 1638, p. 614; altri es. di dedicazioni in Browe, cit. in bibl.), nell'altro visse Alcuino ardente fautore di questa devozione e autore dei trattati : De fide s. et individuae Trinitatis (PL 101, 11-58); De Trinitate ad Fredegesium questiones XXVIII (ibid., 58-64; la Confessio fides, ibid., 1027-98 è stata ora rivendicata a Giovanni di Fécamp [v.]). Giova tener presente, per comprendere pienamente lo scopo dell'attuale solennità, che sin dall'evo carolino questa devozione ebbe il peculiare carattere di una professione di fede nell'augusto mistero: basti al riguardo ricordare le preghiere alla S.ma T. contenute nei Libelli precum di quell'epoca, editi or non è molto da A. Wilmart (Precum libelli quattuor aetd Karolini, Roma 1940, p. 188, indice), dei quali almeno tre provengono da Tours.
I. La Messa. - Ad Alcuino, oltre i ricordati trattati sulla T., si deve anche la Messa della T. tuttora in uso ad eccezione dell'Epistola, del Vangelo e di altre lievi modifiche introdotte da s. Pio V. Infatti nella lettera indirizzata tra il 796 e l'804 ai monaci di St-Waast dice di aver estratto da un Sacramentario, senza dubbio di Tours, una serie di messe votive, di cui la prima e quella della T. (Ep. 296: ed. E. Duemmler, in MGH, Epp. Kar. Aesi, II [1895], p. 455) e ai monaci di Fulda manda tra l'801 e l'803 la Cartula missalis, ossia il suo Liber sacramentorum, contenente la nota serie di messe votive private per tutta la settimana, di cui la prima, per la domenica, è quella della T. (testo della messa in PL 109, 445-46; Ep. 250, ed. cit., pp. 405-406). Ora, questa messa figura al primo posto tra quelle votive in vari sacramentari franchi dalla prima metà del sec. ix in poi

(fol. Enc. Catt.)
Trinitz, Santiamma - Incipit dell'Ufficio composto da Giovanni Pechans, Breviarium Frateum Minorum di Firenze (sec. xiv). Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 4732, II, fol. 304r.
(cf. Leroquais, Sacramentaires. cit. in bibl., I, pp. 13, 20; Ellard, cit. in bibl.), in quelli ambrosiani dei secc. Ix-xi (cf. O. Hvining, cit. in bibl., pp. 322-24) e, dal sec. xi in poi nei Messali. C'è di più : sin dalla $2^{2}$ metà del sec. Ix. in due Sacramentari provenienti da St-Thierry e da St-Amand (Reims, Bibl. municip., 213; Parigi, Bibl. naz., ma. lat. 2291 ; Leroquais, op. cit., I, pp. 23, 57) questa messa compare già alla a dominica oct. Pentecostes *. ossia alla $1^{2}$ domenica dopo Pentecoste. Questo giorno diventò poi tradizionale nella Chiesa latina, nonostante qualche eccezione; infatti in alcune Chiese si dedicò alla T. l'ultima domenica dopo Pentecoste e in altre la si celebrò due volte l'anno: la prima e l'ultima domenica dopo Pentecoste, che è perciò chiamata a dominica S. Trinitatis hiemalis» (cf. Leroquais, Bréciaires, V, p. 317 [indice]; id., Pontificaux, II, pp. 57, 70). Da notare che dal can. 10 del Sinodo di Seligenstadt del 1023 risulta che la recita di questa messa votiva rivestiva presso taluni un carattere superstizioso (Hefele-Lcelercq, IV, II, p. 921).
2. Diffusione della festa. - Con il sec. x la festa della T., la cui istituzione era già stata sollecitata invano nel 775 ca. da Catulfo a Carlomagno (Epp. Kar. Aeci, cit., II, p. 505), andò lentamente affermandosi : venne infatti introdotta a Liegi, alla data tradizionale, dal vescovo Stefano (903-20), che la dotò di uno splendido ufficio (testo e melodia) che figura tuttora, con qualche ritocco, nel Breviario romano (cf. Auda. cit. in bibl., pp. 67-121); a Reichenau ca. il 1030; a Cluny prima del 1091; a Canterbury da s. Tommaso Becket nel 1162; a Cîteaux nel 1175, tra i Certosini ca. il 1222; tra i Domenicani ca. la metà del sec. xiri; tra i Francescani nel 1260 (Capitolo di Narbona), ma nel Capitolo di Assisi del 1279 tale solennità venne soppressa perché non celebrata dalla Chiesa romana (Le Cierou, cit. in bibl., pp. 194-95). Il Sinodo di Arles del 1263 ne prescrisse la celebrazione alla $1^{2}$ domenica dopo Pentecoste con ottava (Hefele-L Leclercq, VI, II, p. 115), ottava del resto già in uso presso altre Chiese, come in
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(fot. Büdorckio d. Ö. Nationalbibliothek)
Trinità, Santissima - Colonna votiva in onore della S.ma T. e dei nove cori angelici per la cessazione della peste del 1670 , eseguita tra il 1682 e il 1694 - Vienna, "Graben".
Belgio prima del 1109. Il Leroquais fa notare che non è raro trovare nei Breviari manoscritti, accanto all'Ufficio della T., la postilla "a sede apostolica repellitur". Infatti secondo il Micrologus, 60 (PL 151, 1020) Alessandro II (1061-73) non si dimostrò favorevole alla festa della T. perché superflua "cum in omni dominica, imo quotidie utriusque [trinitatis et unitatis] memoria celebretur" (le Decrezales Gregorii IX, II, IX de feriis: ed. Ae. Friedberg, Lipsia 1881, p. 271 [Jaffé-Wattenbach, 14109] attribuiscono invece questo atteggiamento negativo a Alessandro III). Questo contrasto circa l'opportunità della festa della T. si rispecchia anche nei liturgisti dei secc. xi-xiit: ad es., il Micrologus, 60 (PL 151, 1019-20) non le è favorevole, Ruperto di Deutz (De divinis officiis, XI, i: PL 170, 297-95) ne è invece entusiasta, mentre Sicardo di Cremona (Mitrale, VIII, i : PL 213, 385-89) non ne è contrario, ma dice che è meglio celebrare l'Ufficio della Domenica. Nonostante l'opposizione di Roma, la festa della S.ma T. andò ognor più diffondendosi, tanto che Giovanni XXII nel 1331 credette opportuno di estenderla a tutta la Chiesa. "Scito autem - scrive un anonimo del sec. xiv - quod anno Domini 1331, dominus Johannes XXII, de consilio fratrum suorum, ordinavit et statuit quod deinceps Romana et universalis Ecclesia faceret festum solempnissimum de semper benedicta Trinitate divinarum personarum et divine essentie unitate in tribus divinis personis. Statuit autem quod Romana Ecclesia et omnes qui faciunt officium ecclesiasticum secundum eam faciant predictum festum dominica prima post Penthecosten et sine octavia, non improbans tamen eos qui cum octavis et aliqua alia dominica anni festum celebrant antedictum" (St. Baluzius, Vitae Paparum Avenionemium, ed. G. Mollat, II, Parigi 1928, p. 294). Una nota poi inserita in un Breviario Romano della $1^{\text {a }}$ metà del sec. xiv attribuisce l'Ufficio che si cominciò "cantari in curia Romana tem-
pore domini Iohannia pape XXII, alio officio antiquo praetermisso " a Giovanni Pecham (Leroquais, Bréviaires, III, p. 136). L'ufficio ritmico composto dal Pecham, di cui si ha ora l'edizione critica (cf. W. Lampen, Jean Pecham O. F. M. et son Office de la Ste Trinité, in La France Franciscaine, $2^{\mathrm{a}}$ serie, 11 [1928], pp. 211-29) fu accolto difatti in molti breviari sino a s. Pio V che introdusse nuovamente nel suo Breviario riformato ( 1568 ) lo splendido Ufficio composto da Stefano di Liegi, ritoccandolo qua e là. Da notare che l'omelia inserita allora nel III Notturon, già attribuita a s. Gregorio di Nazianzo da s. Agostino, deve appartenere invece a Gregorio di Elvira (cf. G. Morin, Eludes, textes et découvertes, Maredsous-Parigi 1913, p. 492). Il magnifico Prefazio, che si recita non solo il giorno della T., ma in tutte le domeniche dopo Pentecoste, durante l'Avvento e dopo l'Epifania figura già alla domenica "Octavorum Pentecosten" nel Sacramentario gelasiano antico (ed. H. A. Wilson. Oxford 1894, p. 129), nei Gelasiani del sec. VIII (cf. P. De Puniet, Le sacramentaire romain de Gellone, Roma [1938], pp. 102*103*) e parte nella inlatio della IV ${ }^{\text {a }}$ messa quotidiana del Lib. monarchicus Sacramentorum, cod. 55, 3 di Toledo del sec. IX (ed. M. Férstin, Parigi 1912, coll. 519-20). Il Micrologus, 60 (PL 151, 1020) asserisce poi che questo Prefazio è uno dei nove prefazi prescritti da Pelagio II (579-90).
Bibl.: Fonti: A. Ebner, Missale Rom. im Mittelalter. Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896 (v. indice, p. 486); V. Leroquais, Les sacramentaires et missels mis. des bibl. pub. de France, Parigi 1924 (v. indice, III, p. 419); id., Les Bréviaires..., ivi 1934, I, pp. Lxxxviii-ix, xcvii. cit. civit. cxvi e indice: V, pp. 316-17; id., Le Pontificaux..., ivi 1937 (indice, III, p. 148 ; benedix. episc.); M. Andricu, Le Pont. romain au
moyen âge, Città del Vaticano 1954-41 (v. indice, IV, p. 421; benedix. episc.). Cf. inoltre Giovanni d'Avranches, in PL 147, 58 (per il grado del ritr); Radulfo de Rivo, ed. K. Mohlberg, II, Münster in V. 1915, pp. 30, 104, 117, 146 (per data della festa e onava); Missale Romanum, Mediolani 1454, ed. R. Lippe (H. Bradshaw Society. 17, 33), I, Londra 1899, pp. 232-54, 430-51; II, ivi 1907, pp. 140, 274; P. Bruyiants, Lesoraisons du Missel romain, I, Lovazio 1952, pp. 25, 179. - Studi: S. Bäumer, Hist. du Bréviaire, II, Parini 1903, pp. 60-62 e passim; K. A. H. Kiffner, L'anne ecclo., $2^{\circ}$ ed., Roma 1914, pp. 110-12; A. Auda, L'école music. Liégeaise au XV siecle. Etienne de Liège (Mém. de l'ovad. B. de Brégione, classe des Beaux arts, in-8, 11), Bruxelles 1923; F. Cabrol, Les écrits liturg. d' Alcuin, in Rev. hist. eccl., 19 (1923), pp. 307-21; A. Le Carrou, Le Bréviaire romain et les frères mineurs au XIII siecle, Parigi 1928; F. Cabrol, Le culte de la Trinité dans la lit. et l'institution de la fête de la Trinité, in Ephem. lit., 45 (1931), pp. 270-78; G. Ellard, Alcuin and some favored votive Masses, in Theological Studies, 1 (1940), pp. 37-61; O. Heiming, Die mailänd. sieben Votivmessen für die einzelnen Tage der Woche u. d. Lib. sacr. des sel. Alkuin, in Misc. L. C. Mohlberg, II, Roma 1949, pp. 317-39; P. Browe, Zur Gesch. des Dreifaltigkeitsfestes, in Archiv. f. Liturgiewiss., 1 (1950), pp. 65-81. A. Pietro Frutaz
VII. Arte. - Pare che l'arte paleocristiana non usasse rappresentare la S.ma T., in ogni caso non ci è pervenuta nessuna opera che la raffiguri. Il concetto figurativo delle tre persone Divine era all'inizio rigorosamente simbolico. La mano che si scorge dal Cielo indicava l'Eterno, l'Agnello, il Redentore, e la colomba lo Spirito Santo. In tale modo venne descritta da Paolino di Nola l'immagine della S.ma T., della basilica di S. Felice (Ep. 32. 10: ed. G. Hartel, I, p. 286)
* Stat Christus agno, vox Patris caelo tonat
Et per columbam Spiritus Sanctus fluit».
Sin dal sec. x appare l'uso di rappresentare le tre Persone Divine sotto l'aspetto di tre persone umane identiche e sedute una accanto all'altra. Ognuna di queste aveva tuttavia i suoi attributi, e cioè: il Padre Eterno, seduto al centro, portava una corona sul capo ed un pomo d'oro nella mano; il Divin Figliolo, seduto alla
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(1st. Supriatendeaio, Trieste)

(fot. Supriatendeato, Trieste)

(fot. Mover di Storia e Arte)
In alto a sinistra: MADONNA COL BAMBINO IN TRONO, particolare del musaico abuidale (ca. 1200) dall'antica basilica dell'Asnunta, ora navata laterale sinistra della Cattedrale - Trieste. In alto a destra: PAVIMENTO MUSIVO della Basilica pateocristiana scoperto nella Cattedrale di S. Giusto - Trieste. In basso: SCENE DELLA VITA DI CRISTO E SANTI. Trittico di Paolo Veneziano e aiuti. (sec. xiv) - Trieste.
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(per cortesia della doit. E. Dorial)

(La Chriatiche Kausiblätter, 68 [1932], nn. 1-3, fig. 18)

(fot. d. B. Purer C. R. L.)

(La Chriatiche Kausiblätter, 68 [1932], nn. 1-3, fig. 18)
# (Jut. Ugu Haault)
In alto a sinistra: LA S.MA TRINITA SOTTO LE SEMBIANZE DI TRE PERSONE UMANE. Il figlio incorona Maria S.ma. Miniatura di Jean Fouquet (1451-60) nel Libro d'Ore d'Etienne Chevalier - Chantilly, Museo Condé. In alto a destra: LA S.MA TRINITA SOTTO LE SEMBIANZE DI UN TRIPLICE VOLTO UMANO appare a s. Agostino che celebra la S. Messa, dupoché una pia donna venne a disturbarlo durante la meditazione (a sinistra). Particolare della Vita di S. Agonino, dipinta in otto pannelli dal Maestro di Villa d'Urta (fine del sec. xv) - Novacella, Pinacoteca dell'Abbazia. In basso a sinistra: LA S.MA TRINITA, ai lati Maria S.ma col Figlio e S. Sebastiano. Miniatura del 1509 nel Libro della confraternita di S. Sebastiano - Ried i. Innkreis. In basso a destra: UNITA E TRINITA DI DIO, Incarnazione Passione e Morte di N.S. Gesù Cristo. Teia di scuola del Cignani (sec. xviII). Polimpopoli, chiesa di S. Rudilo.
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sua destra, portava una Croce, oppure aveva piaghe nelle mani e nei piedi; e lo Spirito Santo veniva indicato sia per tramite di una colomba, come di un libro. Per sottolineare l'unita delle tre Persone Divine, esse venivano talvolta ricoperte di un solo mantello. Tale iconografia perdura fino ai primi del sec. xvi. Una sua tipica raffigurazione si vede tuttora nella Chiesa parrocchiale di Merano.
Sin dal sec. xir appare un altro schema figurativo della S.ma T. : una sola persona umana con una testa a tre facce, oppure solo una tale testa. La S.ma T. è stata rappresentata in questo modo, ad es., da Donatello (1495) nel tabernacolo di S. Tommaso in Or San Michele (Firenze, v. fig. alla voce tommaso, apostolo), dal Maestro di Villa d'Utta, fine del sec. xv (Novacella), e da Andrea del Sarto verso il 1520 nel fregio del suo Cenacolo di S. Salvi a Firenze. Sembra che questo sia l'ultimo esempio di tale tipo. Si deve però notare che il "vultus trifcons " non è sempre l'emblema della T., ma è anche quello del demonio.
Questi due schemi figurativi della S.ma T. furono abbandonati nel corso del sec. xvi, e in seguito espressamente vietati dalla costituzione di Benedetto XIV del $1^{\circ}$ ott. 1745. Intanto un terzo schema iconografico della S.ma T. si sviluppò nella pittura gotica. Questo fa vedere Cristo in Croce sostenuto, tra le braccia, dal Padre Eterno; lo Spirito Santo è raffigurato dal suo simbolo, la colomba (v.), che si vede al di sopra della Croce del Redentore. Numerosi esempi sono secondo tale schema. Tra essi molto tipici quelli dovuti ai maestri della cer. chia orcagnesca: nel trittico trecentesco di Jacopo di Clone della Galleria nazionale di Londra, in un altro trittico dell'Accademia di Firenze ed in un pannello degli alborí del Quattrocento di Mariotto di Nardo, che adorna la Pieve di S. Giovanni Valdarno. Nella grandiosa adorazione della S.ma T., chiamata "quadro di Ognissanti", di Alberto Dürer ( 1508 , Museo di Vienna) è adoperato lo stesso schema. Guido Reni ne fece ancora uso nella sua grande pala d'altare, dipinta nel 1624, per la chiesa della S.ma T. dei Pellegrini a Roma. Deriva da questo modo di raffigurare la S.ma T. un quadro del Guercino nella Pinacoteca Vaticana.
Nel frattempo un ultimo schema venne a formarsi nell'arte barocca, uno schema cioè a disposizione orizzontale; esso si stabili come presentazione figurativa usuale della S.ma T. nell'arte moderna. Quest'ultima e più moderna iconografia consiste nella rappresentazione del Padre Eterno e di Cristo seduti sulle nuvole, con la colomba dello Spirito Santo che si alea tra loro. Le rappresentazioni della T. dovute a Raffaello, cioè il suo affresco giovanile della chiesa di S. Severo a Perugia e quello con la grandiosa "Disputa del Sacramento" dipinto nella Stanza della Segnatura in Vaticano, preannunciano quest'ultimo schema e rappresentano una specie di ponte di passaggio tra la formola figurativa verticale con Cristo in Croce e quella orizzontale moderna. Infatti, se anche in essi rimane una disposizione verticale delle tre Persone Divine, Cristo non vi è più presentato in Croce, ma seduto sulle nuvole. Fra le numerosissime raffigurazioni barocche della S.ma T., concepite secondo l'ultimo schema figurativo orizzontale, si possono citare : la pala di Pietro da Cortona sull'altare della Cappella del S.mo Sacramento in S. Pietro in Vaticano e la grandiosa tela di Antonio Van Dyck del Museo di Budapest.
Da notare ancora che le Incoronazioni della Vergine, dove Maria viene introdotta in cielo dalla S.ma T., portano spesso di questa diverse bellissime raffigurazioni, come è, ad es., il caso del magnifico quadro del Greco, che si conserva nell'Ospedale della Carità a Illascas in Spagna.
Nei paesi dell'antico Impero austro-ungarico si trovano di frequente chiese e colonne dedicate alla T. Vedi tav. LIV.
BibL.: E. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 226-39; G. J. Hoogewerff, "Vultus trifrons", Emblema diabolico. Immagine impensa della S.ma T., in Rendiconti Pont. accad. rom. di arch., 19 (1943), pp. 202245 (con saggio bibl. sull'iconografia della T.). Witold Wehr
TRINITARI: v. ordine della s.Ma trinità. TRINITARIE SCALZE. - Fondate a Valencia

(Ist. Enc. Catt.)
Tatiditioy - Pagina di un t. manoscritto: la pagina incomincia con la chiusura della prima ode del t. di Giuseppe Studito che sif canta nell'Uffoio vespertino della domenica v65 d'xospisv. Biblioteca Vaticana, cod. Reg. greco 39, fol. 1 (sec. xI).
nel 1885 dal canonico Giovanni Battista della Concezione Calvo.
Approvate dalla S. Sede il 17 ag. 1909. Le suore si dedicano alla istruzione della gioventù e sono in numero di 126 in 14 case. La casa madre è a Valencia.
BibL.: Arch. della S. Congr. dei Relig., V. 10.
Vincenzo Cusumano
TRIODION. - Libro liturgico del rito bizantino, che contiene gli Uffici del tempo preparatorio alla festa di Pasqua, cioè dalla Domenica del pubblicano e del fariseo al Sabato Santo incluso.
Si chiama T. perché molti dei canoni contenuti in essa hanno soltanto tre odi : la $8^{a}$ e la $9^{a}$ sempre e poi una delle prime cinque. Raccoglie le composizioni di una ventina di poeti, fra i quali Teodoro e Giuseppe Studito occupano un posto speciale. Il T. fu edito la prima volta in greco a Venezia nel 1522, mentre la prima edizione slava è quella di Cracovia del 1491.
BibL.: M. Paranikas, VI. Tysositsy, in "Exod. "A $\lambda \chi_{1} \delta \varepsilon_{12}, 13$ (1893), pp. 7-8; Krumbacher, pp. 686-89; A. Maltzev, Fasten und Blumen T., Berlino 1899; J. Karatonov, Triod postmoja (piaco, contenuto, redazioni, versione slava), Pietroburgo 1910; K. Kirchhoff, Die Ostkirche betet. Lipsia 1934-36. Alfonso Raes
TRIONFO (Triumphus), Agostino. - Filosofo e teologo agostiniano, n. ad Ancona verso la metà del sec. xir, m. a Napoli il 2 apr. 1528.
I. Vita. - Designato nel 1300 a leggere le Sentenze a Parigi, ne cominciò la lettura verso il 1305-1307. Negli anni seguenti prese parte agli avvenimenti politico-religiosi della Francia con i trattati sui Templari e Contro gli articoli diffamatori contro Bonifacio VIII, diretti contro Filippo il Dello. Maestro reggente a Parigi, verso il 1318 passò con lo stesso ufficio a Padova, di là nei conventi vicini; la Expositio in Evangelium Matthaei è datata a Venezia nel 1321. Il 30 ott. 1322 appare nominato per la prima volta nei regesti angioini, come consigliere di re Roberto e del principe Carlo. A Napoli rimase fino alla morte. Inesatte le sue biografie posteriori al 1582 : improbabile è la sua nascita nel 1240 o nel 1243, dato
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Tatonto, Agostino - Onaestio prima della Summa de potestate ecclesiastica - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 937, f. I (sec. xv).
che cominciò a leggere le Sentenze nel 1305; è molto dubbio, per la stessa ragione, che sia stato discepolo e sostituto di s. Tommaso per mandato di Gregorio X, nel II Concilio di Lione; impossibile che abbia ascoltato a Parigi le lezioni di s. Bonaventura; è falso che dal 1384 in poi si trovasse alla corte angioina. Il titolo di beato, che gli attribuiscono alcuni autori, non è stato confermato dalla Chiesa; il cognome Trionfi, sotto il quale è generalmente conosciuto, non si trova in nessun documento, in nessun autore e in nessuno dei numerosi codici delle sue opere prima del 1582 .
II. Opere. - Delle numerose opere (cf. gli elenchi di B. Ministeri, A. d'Ancona; la sua vita, le opere e la dottrina della giustificazione; di D. Perini, Bibliogr. Augustinianu, IV, Firenze 1937, pp. 20-28; e di P. Glorieux, Répertoire des Maîtres en théologie, II, Parigi 1933, pp. 321-27), si ricordano i vari commenti scritturali (s. Matteo, s. Paolo, lettere canoniche, Pater, Magnificat, ecc.) i sermoni, le opere filosofiche (specialmente i commenti su Aristotele, Analytici priores, Metaphysica) e i vari trattati : Summa de potestate ecclesiastica ad 7 o hannem XXII (Augusta 1473 con parecchie edd.), Contra divimatores et sonniatores (Roma-Lipsia 1901); Tractatus contra articulos... ad diffamandum... Bonifacium Papam VIII (Münster 1902); Tractatus brevis de facto Templariorum (Stoccarda 1903). Il copioso dizionario sulle opere di s. Agostino, intitolato Milleloquium seritatis, cominciato dal T., fu compiuto da frate Bertolomeo di Urbino, sotto il cui nome figura nei codici e nelle stampe.
III. Dottrina. - Agostino d'Ancona nel tempo dell'aurea scolastica è uno dei più distinti maestri della scuola agostiniana. Fondandosi sul solo trattato De cognitione animae, Franif, Haureau e più ampiamente Werner affermarono nel secolo scorso che la sua dottrina gnoseologica e psicologica armonizza con quella di Egidio
Romano. Studi recenti sulle opere manoscritte confermano il giudizio e lo estendono ad altre parti della filosofia e della teologia (cf. Grabmann, Schmaus, Ministeri, cit. in bibl.). Come esegeta si rivela uno dei migliori del periodo scolastico; e la Summa de ecclesiastica potestate costituisce un vero monumento di ecclesiologia; notevole l'impostazione delle questioni sul primato e sull'infallibilità.
Bibl.: B. Ministeri, A. d'Ancona; la sua vita, le opere e dottrina della giustificazione (studio critico bio-bibliogr., in corso di stampa a Palermo); D. A. Perini, Bibliographia augustiniana, IV, Firenze 1937, pp. 20-28. Studi dottrinali: H. Finkc, Aus. den Tagen Bonifac VIII., Münster 1902, p. 250 sgg.; R. Scholz, Die Publizistik zur Zeit Philippe des Schönen, Stoccarda 1903, pp. 172-89; H. Demite, Die abendländ. Schriftansleger bis Luther, Magonza 1903, pp. 161-72; J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Lovano 1926; U. Mariani, Scritturi politici agostiniani, Firenze 1927; W. Mulder, De potestate collegii mortuo Papa des A. Triumphos, in Studia cult., 1928, pp. 40-60; E. van Moë, A. T. et tes théories politiques, Parigi 1928, pp. 101-14; J. Santeler, Die Prädestination in den Römerbriefkomment. des 12. Jahrb., in Zeitsch. f. huth. Theol., 52 (1928), pp. 1-39, 183-201; J. Kürsinger, Zur Deutung der Johannestaufe in der mittelait. Theol., in Beiträge zur Gesch. der Philos. des Mittelalters, suppl. III, 11, Münster 1935, pp. 954-73; M. Schmaus, Die Gottelahre des A. Triumphos nach seinem Sentenzenhomment., ibid., pp. 896-953; J. Rivière, Une première "Soname" du pouvoir pontifical. Le pape chez A. d'Ancone, in Rev. d. sc. relig. (1938), pp. 149-83; M. Grabmann, Der Metaphysthbomm. der Aug. T. van A., in Scholastik, 1941, pp. 11-23. David Gutiérrez
TRIPITAKA (TIPITAKA). - T. significa i tre canestri, cioè le tre raccolte che costituiscono il Canone buddhistico pàli: Vinaya-pitaka o canestro della disciplina; Sutta-pitaka o canestro delle prediche e Abhidhamma-pitaka o canestro della metafisica.
II T. è scritto in pàli, la lingua letteraria, derivata da un dialetto affine al sanscrito, che si parlava nel Magadha, oggi Bihâr, nel sec. vi a. C., ed era perciò chiamato il magadhese. Oriundo del Magadha, il Buddha avrà predicato in mágadhi, e nello stesso dialetto dovette esser divulgato il primo ristretto Canone che, secondo la tradizione, fu composto dall'anziano Kaśyapa e da altri discepoli personali del Buddha, riuniti in concilio a Rājagṛha (oggi Rājgīr) pochi mesi dopo la morte del Perfetto (Tathāgata).
Questo primo concilio si sarebbe limitato a fissare le regole disciplinari dell'Ordine monastico e il testo delle prediche, per impedire travisamenti della parola dell'Iluminato, atti a suscitare discordie nella comunità. L'Abhidhamma-pitaka, che è un'emanazione del Sutta-pitaka, in quanto mira a dare una forma astratta e sistematica agli insegnamenti contenuti nelle prediche, liberandoli dalle parti occasionali e accessorie, è meno antico degli altri due pitaka. I cronisti di Ceylon lo assegnano al sec. III perché l'ultimo capitolo, intitolato Kathāvatthu (punti di controversia), è attribuito a Tissa Moggalliputta, capo del III Concilio (243 a. C.). Ma prevale l'opinione che l'Abhidhamma-pitaka, opera di carattere scolastico, sia frutto di una secolare elaborazione, la quale giunse a termine quando il Canone fu messo in iscritto. L'importanza del III Concilio sta nell'avere iniziato quell'opera di propaganda, che fece del buddhismo una religione universale. A Ceylon andò come missionario Mahinda, figlio del re Aśoka Priyadarśin (ca. 294-232 a. C.), seguace e protettore del buddhismo. Le amplificazioni della leggenda, secondo la quale Mahinda giunse in volo con altri monaci all'isola, non devono impedire di considerare verità storica il suo viaggio a Ceylon, dov'egli espose e divulgò il Canone sanzionato dal III Concilio, che restò, come l'antico, affidato alla memoria dei monaci singalosi e tramandato oralmente. Fu messo in iscritto durante il regno di Vattagamani, nel sec. I a. C. I buddhisti singalesi credono che l'attuale T., testo canonico del buddhismo hinayāna (v. buddhismo) a Ceylon, in Birmania, nel Camboge, nel Siam, nel Laos, sia identico a quello sancito dal I Concilio pochi mesi dopo la morte del Buddha. Ciò è in contrasto con la stessa tradizione, la quale afferma che a Rājagṛha furono composti soltanto i due primi pitaka, e non in pàli, ma in mágadhi, il dialetto parlato dal Buddha e dai suoi
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discepoli. La questione se la lingua del T. giungesse a Ceylon già trasformata in pâli, la lingua sacra, ovvero compisse la sua evoluzione durante i 160 anni che interconsero tra l'arrivo di Mahinda all'isola e la stesura del Canone, è insolubile per mancanza di dati. Certo è che la lingua del T. fu considerata sacra, e questo suo carattere, unitamente alla diversità del dialetto di Ceylon, che era il singalese, protesse il Canone da ogni contaminazione. Quanto al valore della parola "pâli" (f.), i pareri sono discordi, ma la spiegazione più semplice è forse quella che conferisce al vocabolo il significato di "serie" partendo da quello originario di riga. "Serie di testi, e il linguaggio in cui sono scritti ". Il T. è infatti una silloge di testi, spesso non solo eterogenei, ma di età diverse.,
Vinaya-pitaka, "il canestro della disciplina", contiene: I. il Sutta-vibhanga o "classificazione delle regole"; II. i Khandhaka o "capitoli" e III. il Parivâra o "parte accessoria". Il Sutta-vibhanga include il testo del Pâtımokha, codice penale monastico di 227 articoli, del quale è il commento, e non solo spiega i peccati ivi compresi, ma dice anche in quale occasione fu dal Buddha stesso indicata la colpa e prescritta la rispettiva sanzione. Il Pâtimokha è diviso in due parti, una delle quali riguarda i monaci e l'altra le monache; i peccati sono di due specie : quelli che determinano l'espulsione dall'Ordine e quelli suscettibili d'espiazione. Il Parivâra è una specie d'indice riassuntivo delle precedenti due opere, alle quali è stato aggiunto in età assai più tarda. Mensilmente, la sera del novilunio e del pienilunio, i monaci e monache del distretto si riunivano in un convento o altrove per una solenne seduta. Nessuno doveva mancare. Rispettivamente il più anziano, o la più anziana, possiedeva la riunione e rivolgeva ai convenuti le parole di rito: "Chi ha commesso peccato lo confessi, chi non è colpevole taccia". Leggeva la lista dei peccati, la quale incominciava dai più gravi per finire con quelli che venivano rimessi con la semplice pubblica confessione. I Capitoli divisi, in due sezioni (vagga), la grande (Mahâ-vagga) e la piccola (Cullavagga) possono essere considerati un complemento del Sutta-vibhanga in quanto trattano dell'ammissione all'Ordine dei monaci e delle monache, del contegno che essi debbono tenere, dal loro modo di vestire ecc. Preceati e consigli vengono anche in questo caso attribuiti al Buddha e preceduti da un racconto, senza dubbio inventato. Queste narrazioni sono prive d'importanza anche dal punto di vista letterario, ma ben altro interesse hanno i capitoli che riguardano la vita leggendaria del Buddha. In bella lingua arcaica, il Mahâ-vagga (I, 1-24) racconta come il Buddha ottenne la chiaroveggencia (bodhi) e acquistò i primi discepoli operando conversioni, fra le quali importantissime quelle di Sâriputta e Moggâllana, destinati a dividere con il Perfetto il primato nell'Ordine. Sempre il Mâha-vagga ci ha tramandato anche il testo della predica di Benares, la prima dell'Illuminato, e altre importanti notizie, come la visita ch'egli fece al padre e alla consorte, durante la quale ammise all'Ordine il figlio in età di soli 7 anni. La fondazione dell'Ordine femminile, ad istanza della matrigna rimasta vedova, è invece riferita dal Culla-vagga.
Sutta-pitaka, "il canestro dei discorsi (e dialoghi)", è la più ricca fonte d'informazione riguardo alla religione (dhamma) professata dal Buddha e dai suoi discepoli. Consta di 5 raccolte (nikâya). La prima contiene 34 lunghi discorsi; la seconda quelli di media lunghezza, 152; la terza i discorsi a gruppi, nella quale cioè i sutta che hanno a comune speciali caratteristiche (tema, oratore, protagonista, ecc.) sono riuniti in 36 gruppi, ciascuno con un titolo appropriato al suo carattere; la quarta raccolta è quella del "Più uno", dove cioè la trattazione verte dapprima su temi singoli, poi abbinati, poi temari, sempre aumentando di uno fino a undici, nel cap. xi ed ultimo. Il capitolo dei temi abbinati tratta, p. es., dei due motivi del soggiorno nella selva, delle due specie di Buddha, ecc.; quello dei temi temari verte sui tre messaggeri degli dèi, sulle tre specie di silenzio, ecc.; la quinta e ultima raccolta di 15 opere, è detta impropriamente dei testi brevi, perché accoglie, insieme con brevi poementi, alcune delle opere più voluminose della letteratura pâli. Mentre i primi nikâya, prevalentemente
didascalici, sono in prosa, qua e là interrotta da strofe che sono citazioni o ammaestramenti in versi, a scopo mnemonico, predomina nel quinto la poesia che in più di un testo, come il Dhammapada, "parole su la religione", le Therav e Therl-gâthâ, strofe dei monaci e delle monache, il Suttanipâta, raccolta di sermoni, merita il nome di vera, grande poesia. Nel Sutta-pitaka si segnalano, per particolare importanza, il Mahâpari nibbâna-sutta (I, 16) o "grande discorso sul nirvâpa (v.) assoluto (del Buddha)", che è la storia particolareggiata degli ultimi tre mesi di vita dall'Illuminato; il gruppo dei dialoghi sul nesso causale (III, 12) e i Jâtaka (V, 10) o storia delle precedenti nascite (del Buddha), alcune delle quali sono rappresentate in bassorilievi degli Stûpa di Bharhut e di Sânchi, che risalgono al sec. III a. C.
Bim.: l'ed. più completo del T. è quella in caratteri siamesi, pubbl. a Bangkok nel 1804 a cura del re del Siam Cudlañiarasa in occasione del suo xxx anno di regno. Comprende 10 voll., di cui il munifico Re fece dono alle più importanti biblioteca d'America e d'Europa. M. Winternitz, Gesch. der ind. Literatur, II, Lipsia 1920, pp. 1-130. Ferdinando Belloni Filippi
TRIPOLI, vicariato apostolico di. - Comprende la maggior parte della Tripolitania ed è affidato all'Ordine dei Frati Minori. Il cristianesimo fu molto fiorente in quelle regioni nei primi secoli della Chiesa, ma con l'invasione araba scomparve quasi completamente.
Fin dai primi tempi della fondazione dell'Ordine francescano, missionari ad esso appartenenti si recarono in Libia (v.) per riscattare gli schiavi dell'allora Reggenza di T. Soltanto, però, nel sec. xix si poté cominciare a svolgervi un vero lavoro missionario che, dopo l'occupazione italiana (1912), fece notevoli progressi, limitandosi tuttavia l'assistenza dei missionari in prevalenza sul Italiani colà residenti. Il 23 febbr. 1913 fu eretto il vicariato ap. di Libia; il 3 febbr. 1927 esso fu diviso nei due vicariati di Tripolitania e di Cirenaisa, i quali poi il 22 giugno 1939 furono suddivisi in vicariato ap. di T. e prefettura ap. di Misurata, vicariato ap. di Bongasi (v.) e vicariato ap. di Derna (v.). Con la proclamazione dello Stato indipendente della Libia ( 24 dic. 1951), tra le direttive tracciate da S. M. Idrís I es-Senûsî si faceva particolare accenno alla libertà di religione e di culto e al rispetto delle minoranze e dei loro locali statuti giuridici. In più, T. (che è capitale d'inverno del nuovo Regno), si trova in migliori condizioni, specialmente in ciò che riguarda il futuro dell'azione missionaria, rispetto a Bengasi (che è capitale estiva), dove ormai è ristabilito il centro principale e la sede della nota setta islamica, la Senussia, di cui lo stesso Re della Libia, il quale conserva il titolo di «emiro della Cirenaisa ", è il capo.
Tuttavia in tutta la Libia si sta realizzando a favore delle missioni la registrazione da parte del nuovo governo dei vari edifici di culto già in esercizio sotto l'occupazione italiana, secondo una decisione dell'ONU opportunamente intervenuta in pro delle minoranze. Il vicariato di T. ha un'estensione di 191.200 kmq , con una popolazione di quasi 500.000 ab., di cui appena 30 sono cattolici indigeni e altri 30 cattolici di stirpe mista. I cattolici esteri sono 36.300 , i dissidenti orientali ca. 400 , i protestanti ca. 1500 , gli ebrei 7751, il rimanente (cioè ca. 440.000 ) musulmani. Vi sono 28 sacerdoti appartenenti ai Frati Minori e 2 sacerdoti secolari con 9 fratelli laici francescani, tutti italiani; 120 suore, in grande maggioranza italiane, con alcune maltesi; 18 quasi-parrocchie con 14 stazioni missionarie secondarie, 10 chiese e 22 cappelle; un periodico diffuso in 1600 copie. V. illustrazioni alle v. libia; TRIPOLItANIA.
Bim.: AAS, 2 (1913), pp. 234-35; 19 (1927), pp. 89-90; 31 (1939), pp. 400-401, 602-604; MC, 1930, p. 89; Arch. di Prop. Filio, pos. prot. nn. 612/22, 3208/52; Carlo Corvo
TRIPOLI DEL LIBANO - Sede delle omonime diocesi: 1) dei Maroniti (detta anche Tarabulus) esistente dal 1534. Vi sono: 143 chiese, 135 parrocchie, 136 sacerdoti, 77.000 fedeli; ab. 1.330 .000 ; 2) dei Mefkiti, esistente dal sec. Iv e ristabilita per i greco-cattolici dal 21 marzo 1897. Ha 17 chiese, 19 parrocchie, 18 sacerdati, 8000 fedeli; ab. 226.759.
Bim.: Ann. Pont. 1953, pp. 31-32. Guglielmo de Vries
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TRIPOLITANIA. - Regione nord-occidentale della Libia (v.), che si affaccia sul Mediterraneo fra la Tunisia e la Sirtica.
Quando la fede cristiana abbia cominciato a diffondersi nella regione che oggi si chiama T., e che corrisponde solo in parte alla "provincia Tripolitana " dell'ordinamento dioclezianeo, non si può dire con certezza.
La denominazione di apostoliche "data ad alcune moschee del Gebel Nefusa, e che evidentemente deriva da una eguale denominazione che avevano alcune chiese cristiane preesistenti alle moschee, fece già dubitare che la prima predicazione cristiana nella regione dovesse riportarsi ai tempi apostolici, o a quelli immediatamente successivi; e la stessa ipotesi sembrerebbe avvalorare l'espressione che usa, parlando di sé, il vescovo Archeo di Leptis : "qui post discipulos Domini episcopus fuit Leptitanae urbis»: senonché, mentre la prima denominazione va certamente spiegata nel senso che quelle chiese erano dedicate agli Apostoli (della frequenza nell'Africa del culto dei ss. Pietro e Paolo si hanno molteplici testimonianze) e non da essi fondate, la seconda espressione può anche avere avuto un significato vagamente generico. Si che, pur non escludendo, anzi reputando molto probabile che la Buona Novella giungesse assai presto nella T., considerati soprattutto gli stretti rapporti tra questa e la vicina Cirenaica, e vi giungesse sia direttamente dalI'Oriente che da Roma, non sembra verosimile ammettere che vere e proprie comunità cristiane si siano costituite in essa prima del sec. in: e la prima di tali comunità non potè non essere quella di Leptis, città marinara in attivi rapporti di commercio e di cultura fin dall'età di Augusto, e forse ancor da prima, con la Grecia e con l'Egitto non meno che con Roma: per Leptis si ha la prima, sicura menzione di un vescovo in Archeo, già ricordato, autore di un trattato sulla data della Pasqua, vissuto secondo ogni probabilità al tempo del papa Vittore. Centri di accoglienza e di diffusione della nuova fede dovettero essere le molte colonie giudaiche della costa e dell'interno, alle quali la distruzione di Gerusalemme prima, la rivolta cirenaica del tempo di Traiano poi diedero certamente largo incremento.
Alla metà del sec. III, al Concilio di Cartagine del 256, i vescovi tripolitani sono quattro, due presenti di persona, Natalis di Oea e Monnulus di Girba (nell'Isola di Gerba della Piccola Sirte, oggi parte della Tunisia), e due che si fanno rappresentare dai loro colleghi: Dioga di Leptis Magna e Pompeius di Sabrata: sedi episcopali sono dunque le tre città della costa, che dànno nome alla regione, più l'Isola di Gerba. Già fin d'ora si palesa quella che