ro, due presenti di persona, Natalis di Oea e Monnulus di Girba (nell'Isola di Gerba della Piccola Sirte, oggi parte della Tunisia), e due che si fanno rappresentare dai loro colleghi: Dioga di Leptis Magna e Pompeius di Sabrata: sedi episcopali sono dunque le tre città della costa, che dànno nome alla regione, più l'Isola di Gerba. Già fin d'ora si palesa quella che resterà anche nei secoli posteriori la caratteristica della T. rispetto alle altre regioni dell'Africa romana, e cioè la scarsezza in essa di sedi episcopali, tanto più singolare quanto invece più numerose e dense esse appaiono nel resto dell'Africa; scarsezza che evidentemente ha da porsi in relazione con la pari rarità dei centri urbani regolarmente costituiti a comunita cittadine. Alle quattro sedi già dette un'altra se ne aggiunge più tardi, quella di Tacapz (oggi Gabès in Tunisia), e cinque tali sedi rimarranno poi sempre, come espressamente si rileva dagli Atti dei Concilii. Le cinque sedi sono tutte sulla costa; per l'interno, dove, come si dirà più oltre, i resti di monumenti cristiani sono tutt'altro che rari, le testimonianze sono meno chiare, ma non sembra si possa dubitare che alcune almeno delle stazioni del limes Tripolitanus avessero pure esse tale dignità: certamente l'aveva Turris Tamalleni, dove infatti si conosce l'esistenza di un centro urbano, divenuto municipio sotto Adriano; così forse, a giudicare dall'analogia del nome di talune di queste stazioni con quello di alcune sedi ricordate negli Atti dei Concilii, l'avevano anche Thentens, riconosciuto oggi a Gasr Duib, a sud-est di Gintan (Fourn. of Rom. Stud., 1949, p. 88 sgg.), Augemmi ed altre: senonché, poiché gli Atti dei Concili testé ricordati attribuiscono esplicitamente alla T. cinque vescovati, è da credere che queste sedi dell'interno fossero comprese in una regione ecclesiastica diversa, e cioè in quella de-
nominata Araugitana o Araugis, riunita e dipendente, anziché dalla T., dalla Bizacena, forse perché da esse era più facile comunicare, a riparo delle difese del limes, con questa che con quella (v. anche W. Goodbild, in Journ. of Rom. Stud., 1950, p. 30 sgg.). D'altronde la lontananza, quasi il distacco dei paesi tra le due Sirti dal resto delI'Africa romana, la difficoltà di comunicazioni e di rapporti tra questa e la T., sono tratti caratteristici del cristianesimo di questa regione, che assai spesso affiorano o sono messi in rilievo nei testi e negli Atti dei Concili.
Ciò non impedì tuttavia che lo scisma donatista avesse anche nella T. i suoi seguaci e le sue lotte, di cui si colgono lontani e vaghi riflessi : al Concilio massimianista di Cabarsussi del 393 intervengono tre vescovi tripolitani, e altri due si fanno rappresentare; alla grande assise cartaginese del 411 alcune delle sedi tripolitane compaiono con due vescovi ciascuna: uno cattolico ed uno donatista, altre con uno solo, o cattolico o donatista. Tuttavia del donatismo tripolitano le testimonianze epigrafiche si limitano finora ad alcune iscrizioni rinvenute a Henscir Taglissi a sud di Garian (Inscript. Rom. Trip. [n.bild.], 863).
Venuta dopo il 435 in possesso dei Vandali, la T. subì anch'essa le asprezze della persecuzione ariana: Vittore di Vita ricorda due vescovi tripolitani, Vincenzo di Sabrata e Cresconio di Oea, mandati in esilio da Genserico, ma il secondo appare nel 484 di nuovo a capo della sua Chiesa; al Concilio di quest'anno la regione manda ancora tutti i suoi cinque vescovi: è l'ultima volta che essa compare con la sua rappresentanza al completo. Nei concili successivi tale rappresentanza sarà assai più limitata, se non talvolta addirittura assente: prova indubitabile, non tanto forse della povertà, quanto delle difficoltà in cui la vita cristiana si svolgeva nella regione.
Una ripresa essa ebbe con la riconquista bizantina, e non pure nelle città che Giustiniano arricchì di nuove chiese, ma fin nell'interno più lontano, dove, secondo la testimonianza di Procopio (De aedif., VI, 4), gli abitanti di Cydamus (Gadàmes) e i Garamanti del Fezzan si convertirono alla fede di Cristo. Le sedi episcopali dovettero rimanere le medesime, a giudicare almeno dall'elenco dei vescovati africani aggiunto al cosiddetto Opóvou, $\dot{\alpha} \lambda \varepsilon \xi \alpha \nu \delta \rho \hat{v} v o c$, elenco che sembra derivato da un documento della prima metà del sec. vir, immediatamente precedente alle prime invasioni arabe : in esso i vescovati tripolitani sono quattro; Leptis, Oea e Sabrata si leggono correttamente, il quarto, Té $\rho \hat{\varepsilon} \pi \tau \tau o v$, è certamente corrotto e potrebbe essere reintegrato tanto con il nome di Gerba che con quello di Tacape. E l'ultima menzione che si ha al riguardo.
E peraltro da credere che la prima invasione araba del sec. vir, come non mutò sostanzialmente la fisionomia dell'Africa, per quel che in essa ancora rimaneva della sua romanità, cosi non vi spense quel che vi era ancora di vita cristiana: nuclei cristiani continuarono a vivere prima nelle città, a Leptis e ad Oea, poi si margini di essa, come quello di cui il sepolcreto è stato trovato ad En Ngila, e nell'interno, tra i Berberi. Se ancora questi nuclei cristiani si eleggessero vescovi, e quanti, non è noto: comunque fu solo l'invasione hilaliana del sec. xI quella che annullò e disperse definitivamente ogni residuo cristiano.
Di fronte alle notizie, certo non copiose, che si rilevano dalle fonti scritte, stanno ad illuminare intorno al cristianesimo tripolitano le numerose testimonianze monumentali che le esplorazioni archeologiche hanno riportato alla luce, le quali testimonianze si estendono parimenti e alle città della costa, sedi, come si è visto, di cattedre episcopali, e all'interno della regione. Per quel che riguarda le città, v. Leptis magna.
A Sabrata due grandi chiese erano a sud e a nord del Foro: la prima era stata adattata nei primi anni del sec. v nella preesistente basilica giudiziaria; è un edificio molto complesso, a doppia abside, con battistero e molte tombe con iscrizioni; la seconda, da identificarsi certamente con quella di cui parla Procopio (op. cit.), era ornata di mosaici, tra cui particolarmente prezioso quello della navata centrale. Altre due chiese più piccole, formanti con i rispettivi battisteri e molte tombe all'interno un unico complesso, sono a nord del teatro. Infine una cata-
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comba, con loculi, fosse, terragne e arcosoli, iscrizioni e simboli dipinti o a musaico, fu rinvenuta a nord della grande latomia che precede l'anfiteatro: il nuclco più antico di essa è da far risalire forse alla fine del sec. Iv.
Di Oea, l'attuale Tripoli, non si ha più alcun edificio, ma solo resti architettonici sparsi, tra cui una colonna con su graffita una invocazione a Maria e all'arcangelo Gabriele; un piccolo ipogeo giudaico con iscrizioni, costituito da una breve galleria scavata nell'arenaria, fu scoperto presso la spiaggia di Sciara Sciat, ma è andato pressoché perduto durante la seconda guerra mondiale. Ma nella regione immediatamente adiacente alla città si hanno le due grandi ed importanti aree cimiteriali di Ain Zara e di En Ngila. Ambedue in zone di dune mobili presentano lo stesso tipo di tombe, costituite da un roxzo tumulo di muratura di forma allungata e tondeggiante superiormente : sull'intonaco che copre la muratura sono graffiti iscrizioni e simboli: la data del due sepolcreti è peraltro assai diversa. Nel primo furono riconosciute 121 tombe, ma esse erano certamente di più: le iscrizioni dànno il nome del defunto, le sue lodi, la data della morte, espressa sempre con la menzione dell'indizione, e alcune frasi augurali e di bencdizione: interessante qualche reminiscenza virgiliana. I simboli sono croci, pesci, colombe, ecc. Il ricorso del trisogion cantato nel Concilio di Calcedonia ( 451 ) e l'accesso che sembra riconoscersi in un'epigrafe ad una morte violenta per persecuzione, oltre ad altri elementi, hanno indotto l'Aurigemma a datare il sepolcreto all'epoca vandalica, cioè tra il sec. v e il sec. vi.
Assai più tardo appare invece il cimitero di En Ngila, le cui iscrizioni, che hanno una fraseologia più complessa di quelle di Ain Zara e molti richiami ai sacri testi, portano talvolta una data contata dalla creazione del mondo: sulla base dell'èra costantinopolitana, le date fornite riportano alla seconda metà del sec. x e al principio dell'xi, quindi proprio alla vigilia dell'invasione bitaliana: si sa infatti da el Bekri che allora nuclei di cristiani vivevano nelle campagne intorno a Tripoli.
Di tipo affatto diverso è il cimitero cristiano di Sirte. Esso è una catacomba scavata nell'arenaria e costituita da una galleria larga m. 4 e lunga m. 31,65 , con vòlta piatta sostenuta da tre pilastri ricavati dalla roccia stessa. I morti furono dapprima deposti in locali, aperti nelle pareti, poi anche in fosse terragne e in sepolcri appoggiati alle pareti stesse; le iscrizioni, nella grande maggioranza in latino, poche in greco (rispettivamente $47 \mathrm{e} 6$ ), sono semplicissime, recando soltanto il nome e l'età del defunto; spesso sono accompagnate dal crimon, di una forma che può datarsi alla fine del sec. iv: e questa è verosimilmente l'età dell'ipogeo; in esso furono raccolte più di duecento lucerne, in una delle quali è l'immagine di s. Pietro.
Nelle regioni dell'interno due chiese furono esplorate a el-Asábaa sul Gebel Garian, e presso il villaggio Breviglieri a Tarhuna. La prima, perfettamente orientata con la fronte a levante, ha profondo oartece, tre navate divise da colonne, altare all'estremità della navata centrale, abside sopraelevata; in questa è la tomba di un presbyter Turrentius ed altri sepolcri; dietro l'abside il battistero. Numerose mensole in pietra, ornate da croci, roselline, nodi di Salomone, sostenevano le travature del tetto: dallo stile di queste e dalle monete rinvenute nello scavo l'edificio può datarsi al principio del sec. vi, anteriormente alla riconquista bizantina.
Della chiesa della regione di Tarhuna si hanno finora solo notizie sommarie: era un edificio non grande (m. $17.60 \times 11.75$ ca.) ma di buona costruzione, era a tre navate, le laterali più strette e più corte della centrale, divise da colonne, e terminanti tutte ad abside : l'abside centrale era sopraelevata; mensole di sostegno del tetto e capitelli recano segni e figure di significato cristiano; annesso era il battistero con vasca a croce lobata e pozzetto circolare; la data probabile è il sec. vi. La chiesa faceva parte di un più vasto complesso, forse un monastero fortificato. Una terza chiesa è stata riconosciuta a Gasr Chafagi Aamer nella regione del Soffegin: anch'essa a tre navate con la centrale più lunga e chiusa da un'abside, le laterali terminate da piccole camere comunicanti tra loro attra-
verso una cripta sottostante l'abside. Sul retro della chiesa un galleria a vòlta, e vicino il battistero e altro edificio con piccole celle (I. Gentilucci, in Africa Italiana, 3 [1933], p. 172 sgg.; D. E. L. Haynes, Ancient T., p. 112 sgg., tav. 30). Altri edifici cristiani infine sono stati segnalati a Tebadut, non lontano da el-Asábaa, a Rumi bir-elCur, ad est di Garian, ad Ain Wif, a sud della strada Tar-huna-Garian (Toura. of Rom. Stud., 1929, p. 84) e forse a Giamat presso Chicha; frammenti architettonici e iscritti nel Gebel Nefusa, a Gadames, ecc.; ipogei a Tarhuna e Gasr Doga, pure nella zona di Tarhuna (Papers of British School of Rome, 1951, p. 64 sgg.). - Vedi tavv. LV-LVI.
BibL.: P. Romanelli, Cimitero crist. rincenuto in vicinanza della città di Tripoli in regione Engila, in N. Bull. di arch. crist.. 21 (1913), pp. 76-78; id., Le sedi episcopali della T. antica in Rend. Pont. acc. arch., 37 serie, 4 (1926), p. 133 sgg.; id., La Basilica cristiana nell'Africa settent. ital., in Atti IV Congr. Arch. crist.. Città del Vaticano 1940, p. 243 sgg. (con la bibl. anteriore relativa alle chiese fino allora scoperte nella Tripolitania); id., Monumenti cristiani del Museo di Tripoli, in Nucco Boll. arch. crist., 24-25 (1918-19), pp. 27-49; G. Caputo, Schema di fonti e monumenti del primo cristianesimo in T., Tripoli 1947. Per il sepolcreto di Ain Zara: S. Aurigemma, L'area cemeteriale cristiana di Ain Zara, Roma 1932. Per quello di En Ngila: R. Peribeni, in Africa italiana, I (1927-28), p. 73 sgg.; per quello di Sirte: R. Bartocconi, ibid., 2 (1928-30), p. 187 sgg. Per la chiesa di Breviglieri: Boll. Commis. Arch. Com. di Roma, appendice: Boll. Mus. Imp., 1942, p. 131 sgg. Per le iscrizioni: Inscr. Rom. Tripolitania, Papers of British School of Rome (1932).
Pietro Romanelli
TRIREGNO : v. TIARA.
TRISAGIO. - Dal greco $\tau \rho \varepsilon \tilde{\varepsilon} \varsigma$ - $\dot{\varepsilon} \gamma \mathrm{vo}$ : inno in cui la parola Sanctus si ripete tre volte. Si distingue la forma detta biblica da quella non biblica di origine liturgica.
1) Il T. biblico o il triplice Sanctus alla fine del Prefazio, è derivato da Is. 6, 3 (cf. Apoc. 4, 8), detto perciò anche "inno serafico". In uso già della sinagoga (cf. "Keduscha" dell'Ufficio mattutinale), si trova in Clemente Romano (ad Corini., cap. 34), nella liturgia delle Costituzioni apostoliche e in tutte le liturgie orientali cominciando dall'Euologia di Serapione, da dove passò nella Spagna e nella Gallia (s. Dario). In s. Giustino e nella Traditio Apostolica d'Ippolito Romano non si trova. Venne nella liturgia romana forse sotto Sisto III (m. nel 440) dalla liturgia siriaca. La forma liturgica differisce da quella biblica, aggiungendo le parole Deus e caeli, lasciando la parola ebrea sabaoth. Si cantava originariamente in comune dal sacerdote e dal popolo, poi in tempo carolingio dai suddiaconi e adesso dai coro. Ricorre anche nel Te Deum (v.).
2) Il T. di origine liturgica, acclamazione o inno in onore della S.ma Trinità, occorre nel rito bizantino in tutti gli uffici, negli altri riti orientali vien usato molte volte. Nella liturgia romana si usa nelle preces a Prima, nel Rituale (ed. 1932, tit. X, 12) alla processione in quacunque tribulatione; si trova nelle invocazioni incise sulle campane. Proviene, specialmente con gli Improperi (v.) del Venerdì Santo, fra i secc. IX e X, dalla liturgia gallicana come elemento drammatico dell'atto di adorazione della s. Croce; si canta in greco con la traduzione latina. Vi si distingue una forma semplice e una parafrasica con diverse aggiunte, p. es., "qui crucifixus eo pro nobis ", "qui venisti ab excelsis pati pro nobis " (Messale di Bobbio, 25 : dicitur post Aios), " [Agne Dei] qui tollis peccato mundi [miserere nobis] o o simile all' $A p o c .4$. 10-11 ecc.
BibL.: A. Franz, Die kirchl. Benediktionen in Mittelal., I, Friburgo 1909, p. 628; II, ivi 1910, pp. 76, 394, n. 3 (PL 4, 985-96); A. Baumstock, Der Orient und die Gesänge der Adoratio Crucis, in Jahrb. [/Liturgienissensch., 2 (1922), pp. 1-17; id., Trishagion und Geduscha, ibid., 3 (1923), pp. 18-32; id., Liturgie comparée, Parigi 1940, pp. 34-35, 92-93; H. Engberding, Zum formgeschichtl. Textdudiz des 271056 926c.... in Jahrb. f. Liturgienissensch., 10 (1930), pp. 168-74; A. Mayer, Liturgie und Volkskunde, in Liturg. Zeitschr., 4 (1931-32), pp. 203-204; J. M. Hanssens, De hymno triagio, in Institut. liturg. deritibus oriental., III, Roma 1932, pp. 108125; id., De hymno Sanctus, ibid., pp. 390-404; L. Brou, Le triagion de la Messe d'après les sources manuscrites, in Ephem.
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lit., 61 (1947), pp. 309-34; M. Righetti, Man. di Stor. liturg., I, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Milano 1950, pp. 201-202; II, ivi 1946, p. 162; III, ivi 1949, pp. 297-300; J. A. Jungmann, Missarum Sollemnia, II, Vienna 1949, pp. 161-64.
Pietro Siffrin
## TRISOMO: v. bisomus.
TRISSINO, Gian Giorgio. - Letterato, n. a Vicenza l'8 luglio 1478, m. a Roma l'8 dic. 1550. Alternando gli studi con le cure del cortegiano, trascorse la vita tra corti e cenacoli letterari : a Milano (ove nel 1506 studiava greco nella scuola di Demetrio Calcondila), a Ferrara, a Firenze, a Venezia, a Padova e da ultimo, nel ' 45 , nell'isoletta di Murano, corteggiato colà dai dotti di Venezia.
Precursore dell'aristotelismo letterario, il T. volle nobilitare il volgare con le forme della poesia greca. A Roma, ove imperavano ciceroniani e virgiliani, scrisse nel 1515 la Sofonisba, pedestre imitazione della tragedia greca, di cui non sentl lo spirito : storicamente importante, a ogni modo, per essere il primo esempio, in Europa, di tragedia "regolare». Con lo stesso intento di poeta erudito, si diede a imitare l'Iliade in un poema eroico "regolare», L'Italia liberata dai Goti, in versi sciolti monotomi e slombati, che uscì nel $1547-48$, dopo vent'anni di stentato lavoro. Nel 1529 aveva pubblicato le prime tre parti della Poetica, di carattere strettamente grammaticale; la parte $4^{\mathrm{a}}$, come la $5^{\mathrm{a}}$ e la $6^{\mathrm{a}}$, pubblicate postume nel 1563 , risentono delle questioni aristoteliche allora dibattute. In fatto di lingua, il T. vagheggiava con Dante, di cui primo pubblicò nel 1529 , infedelmente tradotto, il De vulgari eloquentia, un volgare illustre: voleva ellenizzare la lingua italiana anche con l'introduzione di nuove lettere dell'alfabeto.
Bibl.: E. Ciampolini, Un poema eroico nella metà del Cinquocento, Lucca 1881; id., La prima tragedia regolare della letter. ital., Firenze 1896; B. Morsolini, G. G. T., $2^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1894; B. Croce, Poesia popolare e poesia d'arte, Bari 1933, p. 312 sgg.; A. Searpa, G. G. T. nel IV centenario daila morte, Vicenza 1950. Giulio Natali
"TRISTES ERANT APOSTOLI." - Inno dei Vespri e del Mattutino del Comune degli Apostoli nel tempo pasquale, proviene dall'antica tradizione benedettina e si conserva in innari d'origine irlandese. I codici più antichi sono del sec. IX.
È una narrazione fedele degli avvenimenti susseguitsil alla morte di Cristo e riportati dagli Evangelisti : lo sconforto degli Apostoli, il loro smarrimento, il messaggio delle pie donne, il viaggio in Galilea, l'apparizione di Cristo.
Bibl.: U. Chevalier, La poésie liturgique, Tournai 1894, p. 258; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 388-92; A. Mirra. Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 247. Silvario Mattei
TRITEISMO. - Dal gr. "peis $\Rightarrow$ "tre» e $\Theta \in \delta \varsigma=$ «Dio"; tendenza di alcuni teologi che nell'esplicazione del mistero della Trinità giungono ad ammettere in Dio non soltanto tre distinte persone, ma anche diverse nature.
Il t. compare, la prima volta, a quanto sembra, nel sec. vi in Oriente, nell'opera teologica dell'alessandrino Giovanni Filopono (v.) il quale per difendere il monofisismo identificava i termini "persona" e "natura" e pertanto essendovi in Dio tre persone realmente distinte, veniva ad ammettere anche tre nature. Nonostante ciò, egli rifiutò sempre energicamente di parlare di tredivinità (cf. Timoteo, De recept. haeret.: PG 86, 60).
Si riscontra ancora il t. nelle sue conseguenze, se non nella sua vera forma, presso il nominalista Roscellino (v.), e presso il realista esagerato Gilberto Porretano (v.). Per i nominalisti, non esistono che le sostanze individuali e concrete, non le entità comuni e astratte. Questa concezione spinse Roscellino alle medesime conclusioni del Filopono. Il t. di Roscellino, combattuto con logica stringente da s. Anselmo e da Abelardo, fu condannato nel Concilio di Soissons (1092). Per i realisti esagerati, invece, esiste l'universale in sé. Coerentemente a questo principio, Gilberto Porretano riteneva
che le tre persone divine si distinguessero realmente non solo tra loro, ma anche dalla essenza; ne derivava pertanto una quaternità, dato che l'essenza divina veniva cosi ad avere un'esistenza propria. La sua dottrina fu combattuta da s. Bernardo di Chiaravalle e condannata nel 1148 dal Concilio di Reims (cf. Denz-U, 389). Una specie di t. fu pure professato dall'abate Gioachino da Fiore (v.). In opposizione a Pietro Lombardo (v.), cui rimproverava di avere introdotto una quaternità in Dio, Gioachino da Fiore negò una natura comune alle tre persone divine, secondo i propripl del nominalismo, e attribuiva per conseguenza ad esse una unità puramente collettiva e morale. Poiché il suo Libellus de essentia Trinitatis contra Lombardum è andato perduto, il suo errore risulta dalla condanna del Concilio Lateranense IV del 1215 (cf. Denz-U, 431-33).
Verso la metà del sec. xix. A. Günther (v.) cercò di applicare al mistero della S.mo Trinità i presupposti della filosofia hegeliana, partendo dalla identificazione dei concetti di personalità e di autocoscienza. La sua dottrina fu condannata da Pio IX nel 1857 (cf. Denz-U. 1655).
Bibl.: v. alle singole voci: filomino, gnovanni, bilabeto Porretano; gioachino da fiore; GÜntiER, ANton; roscelliNo di constisure. Guglielmo Zannoni
TRITENHE. - Giovanni di Heidenburg, detto T. da Trittenheim sulla Mosella (Treviri), dove n. il $1^{\circ}$ febbr. 1462 ; m. a Würzburg il 13 dic. 1516. Di lui fu detto che "da nessuna scienza fu alieno"; studiò a Treviri, Colonia ed Heidelberg; imparò greco ed ebraico sotto Reuchlin e Wimpfeling.
Si fece monaco benedettino a Sponheim, della congregazione di Bursfeld, nel febbr. 1482 e vi fu eletto abate l'anno seguente. Attese alla ricostituzione dei beni della sua abbazia ed all'incremento delle osservanze monastiche; raccolse libri e manoscritti rari per cui la biblioteca divenne rinomata in tutta la Germania e nel 1623 entrò nella Biblioteca Vaticana. Stabilì anche una tipografia e fondò un'academia, ponendo lo studio dei classici come mezzo precipuo per la formazione delle menti, dando le norme per lo sviluppo della scienza cristiana cioè dello studio della Bibbia, dei Padri e della teologia secondo gli indirizzi di s. Tommaso.
Nel 1503 lasciò Sponheim e si ritirò a Würzburg nel monastero di S. Giacomo degli Scotti, di cui il 12 ott. 1505 fu eletto abate e dove morì stimato come decoro della patria, maestro e specchio dei monaci, educatore e amico dei preti, padre dei poveri e medico dei malati (Janssen). Fu in relazione con i dotti del suo tempo ed oltre che delle scienze ecclesiastiche il T. ebbe conoscenza delle scienze naturali tanto da essere ritenuto stregone; ma la sua maggior celebrità è dovuta agli scritti storici, i quali in alcune parti conservano ancora la loro importanza. Egli pubblicò il primo lessico universale dei dotti nel Catalogus scriptorum ecclesiori. (Magonza 1494), si quale i discepoli aggiunsero un'appendice di 1155 articoli (1508-13). Fece seguire il De viris illustribus Germaniae (ivi 1495) e fece raccogliere dal monaco Paolo Lang i materiali per un'ampia storia della Germania. Scrisse ancora: De viris illustribus G. S. B., Annalium Hirsangensium libri II, ed un Chronicon Hirsangense (830-1370); Compendium annalium de origine Francorum (ivi 1515-16); Chronicon ducum Bavarias; Chronicon Sponheimense dal 1124 fino al 1506, che un anonimo continuò fino al 1526; Sermones et exhortationes ad monachos (Strasburgo 1516); Epist. familiar. libri II, ed altre opere pie e spirituali. Scrisse pure opere curiose come quelle a proposito di astrologi, di alchimisti, di streghe (Steganographia libri III) e di scritture ed alfabeti segreti (Patigraphia, Francoforte 1518).
Bibl.: J. Janssen, Geschichte des deutschen Volkes seit dem Ausgang des Mittelalters, I, Friburgo in Br. 1897, p. 121 sgg.; G. Hergentöther, Stor. univers. della Chiesa, V, Firenze 1907, pp. 295,324 e passim. Pio Paschini
TRITTICO: v. POLITTICO.
TRIVANDRUM dei LATINI, DIOCESI di. - Situata nell'India sud-occidentale, confina con il Mare Arabico, le diocesi di Quilon, Madura e Kottar.
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Fu eretta il $1^{\circ}$ luglio 1937 per amembramento territoriale della diocesi di Quilon e costituita suffraganea della metropolitana di Verapoly. Civilmente faceva parte (se si eccettua la piccola estensione britannica di Anjengo) del Regno di Travancore; dopo l'indipendenza dell'India è tutta compresa nella provincia Cocin-Travancore. Su di un'area di 2100 kmq . conta 1.200 .000 ab., di cui 141.901 cattolici, 2000 dissidenti, 31.000 protestanti, 120.000 maonettani, 835.000 indulsti. La diocesi è divisa in 3 vicariati foranei, comprendenti 184 chiese, delle quali 157 parrocchie, servite da 35 sacerdoti diocesani e 27 regolari; i congregazione religiosa maschile e 7 femminili; 66 istituti di educazione, 5 di assistenza. La diocesi ha anche una casa per ritiri spirituali per laici, a University Hostel, I tipografia. Numerose le confraternite, le associazioni di Azione Cattolica, le opere pie, i Tera'ordini. Il lavoro di conversione procede lento e difficile.
Con decreto del 19 giugno 1952 fu dato in amministrazione temporanea all'Ordinario di T. il piccolo lembo territoriale costiero, confinante con detta diocesi e quella di Kottar e già appartenente alla diocesi di Cocin.
BibL.: AAS, 30 (1938), pp. 90-92; MC, 1950, p. 248; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis 1932, pos. prot. n. 5294/51. Pompeo Borgna
T. dei Siro-Malankaresi. - Sede metropolitana dei Siro-malankaresi, eretta per la cost. apost. Christo pastorum principi dell'11 giugno 1932. Per la storia: v. malankaresi.
Il suo territorio comprende i distretti di T., Kottarakara, Adoor, Pathanamthitta, Mavelikara, Kayamkulam e Chengannoor. Ha 193 chiese, 73 sacerdoti, 54.588 fedeli; popolazione totale: 3.000 .000
BibL.: Ann. Pont 1933, p. 432; S.I.C.O. (Servizio informaz. Chiesa orientale), 15. XI, 1946, pp. 2-3. Guglielmo de Vries
TRIVENTO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Campobasso. Ha una superficie di 1500 kmq . con una popolazione di 98.300 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 61 parrocchie, servite da 35 sacerdoti diocesani e 27 regolari; ha un seminario, i comunità religiosa maschile e 7 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 432).
Il vescovo di T. compare sicuramente nelle competizioni fra Longobardi e Bizantini durante il sec. x che portarono alla creazione della metropoli di Benevento. Infatti nel 947 papa Agapito II citò a Roma Leone che s'era fatto eleggere vescovo a T., come Benedetto a Termoli, violando i diritti del metropolita di Benevento (Jaffé-Wattenbach, n. 3636). In una bolla di Giovanni XIV del 983 (ibid., n. 3822), in occasione della concessione del pallio ad Alone di Benevento, T. è elencata fra le 13 diocesi soggette a quella metropoli, così in un'altra di Gregorio V del 998 in occasione del pallio concesso all'arcivescovo Alfano (ibid., n. 3884). Il tardo racconto riguardante un s. Costo triventino (Acta SS. Novembre III, Bruxelles 1910, p. 341) non ha fondamento storico: si tratta probabilmente di uno di quei martiri africani il cui culto ebbe larga diffusione nelle città dell'Italia meridionale. Ed è assai dubbio che possa assegnarsi a T. quel Dominicus Trive o Trivensis che assisté al Concilio romano dell'86I sotto Niccolò I (Jaffé-Wattenbach, I, p. 343) e a quello di Ravenna dell'877 (ibid., p. 394). Una buona ipotesi (Lanzoni, I, p. 378) fa il vescovato di T. successore di quello di Aufidena ricordato nelle lettere di Gelasio I alla fine del sec. v, che era compreso nel suo territorio.
Nel 1176, Rao conferma al monastero di S. Michele una donazione fatta da Rainaldo signore di Turre (Cottinesu, II, col. 3219); tre anni dopo Ponzio (o Pasio, m. nel 1189), intervenuto al Concilio Lateranense di Alessandro III (Mansi, XXII, 460), ottenne dal Papa che la diocesi fosse staccata da Benevento e soggetta direttamente alla S. Sede; esenzione confermata da Sisto IV al vescovo Tommaso Carafa nel 1472, rimasta sempre in vigore. Dopo Ponzio, la serie dei presuli di T. è completa. Si ricordano qui solo Giulio Cesare Moriconi (o Moriconda: 1582-1606) e Alfonso Mariconda (1717-30): il primo eresse il Semi-

(Int. Fides)
Trivandrum dei Siro-Malankaresi - S. E. Măr Ivanios, arcivescovo di T., riceve la professione di fede di alcuni giacobiti scismatici del Malabar ( 7 marzo 1936).
nario e compì opere di restauro e di aggiunte nella Cattedrale; l'altro fu professore di teologia all'Università di Napoli, rifece la facciata del Duomo e riorganizzò i sodalizi diocesani. Patroni della diocesi i ss. martiri Nazario, Celso e Vittore.
Monumenti. - La cittadina, infeudata di volta in volta ai d'Evoli, Caldora, Requescus, D'Afflitto e infine ai Caracciolo, non offre altro monumento notevole che la Cattedrale dedicata ai ss. Nazario, Celso e Vittore, e, secondo la leggenda, situata su un antico monumento a Diana. La cripta con le absidi, costruita in epoca romanica (sec. xit?) è dedicata a s. Casto.
BibL.: Ughelli, I, p. 1327 sgg.; X, p. 346; Lanzoni, I, p. 379; Cottinesu, II, col. 3219; V. D'Aviso, Cenni stor. sulle chiese arcic., vesc. e prelatiate del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1848; P. B. Gams, Series episcop., Ratisbona 1873, p. 936; F. Carabellese, L'Apulia e il suo Comune nell'alto medioevo, Bari 1905, pp. 49 sgg., 147 e 243; G. B. Masciotta, Il Molise dalle orig. ai nostri giorni, I, Napoli 1912, pp. 216-22; II, pp. 383-400; G. Gay, L'Italia merid. e l'Impero bizant., Firenze 1917, p. 332 sgg.; D. Vendola, Rationes decim. Italiae, Apulia, Lucania, Calabria (Studi e testi, 84), Città del Vaticano 1939, pp. 332-42; Eubel, I, pp. 494-95; II, pp. 281-82; III, p. 339; IV, p. 345.
Pasquale Testini
TRIVET, Nicholas. - Umanista, storico, filosofo e teologo domenicano, n. a Norwich, 1258 ca., m. fra il $1328-30$.
Baccelliere nelle scuole domenicane a Oxford nel 1299-1300; maestro reggente di teologia ivi stesso nel 1302-1307. Dopo un'assenza di 7 anni, durante la quale paresi a stato a Parigi, nel 1314-15 è di nuovo a Oxford. Nel 1318 s'adopera a favore di Giovanni XXII; nel 1324, lettore nel convento domenicano di Londra.
Umanista, commentò Livio, Giovenale, i Problemata dello pseudo Aristotele, le Declamationes Senecae, le
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(fet. Gab. fot. nec.)
Trivillio, famiglia - Facciata della cappella T. cretta da B. Suardi, detto il Bramantino (sec. xv) - Milano.
tragedie di Seneca, il De cons. philos. di Boezio e il "De dissip!. scholarium dello ps. Boezio. Scrisse anche De astronomia e i Canones de coniunctionibus appositionibus et eciypzibus solis et lunae. Storico, scrisse gli Annales sex regum Angliae qui a comitibus Andegau. originem traxerunt (ed. L. d'Achery, Spicilegium, VIII, Parigi 1669 e Th. Hog, Londra 1845), una Hist. ab orig. mundi ad Chr. n., alcune cronache dell'Eptarchia. Filosofo e teologo, oltre al commento al De cons. philos. e a un'Extractio ex Politicis Arist., commentò varie parti della Bibbia e i primi tre libri delle Sentenze, scrisse sei Quodlibeta e alcune Questiones disputatae, un De officio missae e uno Scutum serit. contra impugnantes statum perfectionis. Fu un deciso propugnatore del tomismo entro e fuori dell'Ordine.
Bibl.: F. Ehrle, N. T. S. Leben. s. Quodlibet u. Qq. disp. nelle Beiträge c. Gesch. u. Phil.d. MA., Suppl. II, Münster in V. 1923, pp. 1-63; M. Schmaus, Lib. propugnat. des Thomas Anglicut. nelle Beiträge cit., XXVIII, ivi 1930, pp. 434-39 e 117-27; id., N. T. Qq. de causal. scientiae Dei et concursu divino, in Dic. Thomas (Piacenza), 10 (1932), pp. 185-96; A. Little-F. Pelster, Oxf. Theology and theologians, Oxford 1934, pp. 283-85; Th. Graf, De subiecto physico gratiae et virtutum. II, Roma 1936, pp. 51-54; E. Franceschini, Il comm. di N. T. al Teste di Seneca, Milano 1938; P. Glorie, s. v. in DThC, XV, coll. 1867-68. Bruno Nardi
TRIVULZIO, FAMIGLIA. - Di origine milanese, si hanno le prime notizie nei secc. XI-XII.
Suoi principali membri furono: Erasmo, condottiero, vissuto nel sec. xv, m. nel 1459. Giacometto, dei T. di Casteltidone, giurista, partecipò ai negoziati per la Pace di Lodi. Suo figlio Erasmo fu ambasciatore di Ludovico il Moro. Teodoro, n. nel 1474, m. nel 1551, militò nell'esercito francese, raggiungendovi il grado di maresciallo di Francia; fu inviato da Francesco I a governare Genova (1527). Pietro, dei T. di Borgomanero, m. nel 1522, arcivescovo di Reggio Calabria (10 ott. 1520). Filippo, m. nel 1543, fratello di Pietro, fu anche egli arcivescovo di Reggio Calabria, cui rinunciò; aveva ricevuto l'arcivescovato dal fratello Agostino, n. a Milano, m. nel 1548 a Roma, che lo aveva dal 24 ott. 1520. Questi fu nominato cardinale nel 1517, fu legato in Francia, protonotario apostolico, protettore dell'Ordine cistercense,
ebbe i vescovati di Alessandria (1525), Asti (1528-29), Bobbio (1522-24); nel 1524, a richiesta di Francesco I, Tolone, nel 1531 Bayeux e nel 1537 Gratz; in occasione del sacco di Roma fu in ostaggio presso Carlo V e trattenuto a Napoli, prigioniero in Castel Nuovo. Gian Giacomo T., dei T. di Vigevano, conti di Mesocco, n. a Milano nel 1441, m. a Chartres nel 1518 ; fece parte del Consiglio di reggenza di Gian Galeazzo Sforza, partecipò alla guerra del Piemonte con la Borgogna (1476), fu in Terra Santa, intervenne in aiuto di Ferrante d'Aragona, re di Napoli, dopo l'episodio della congiura dei baroni e si fermò alla sua corte, ma dopo l'impresa di Carlo VIII aderì ai Francesi, si recò in Francia e ritornò a Milano con le truppe di Luigi XII, governò il Ducato per conto del Re e ne fu rimosso nel 1500; partecipò alla battaglia di Novara (1513) ove fu sconfitto, invece riportava un successo contro gli Svizzeri e Massimiliano Sforza a Marignano. (1515). Ambrogio, figlio di Gian Giacomo, m. nel 1546, fu vescovo di Bobbio il 27 maggio 1524. Gian Francesco, n. nel 1504, m. nel 1573, fece parte dell'esercito di Francesco I, nel 1573 divenne generale della cavalleria pontificio. Antonio, dei T. di Melzo, n. intorno al 1470, m. nel 1522, vescovo di Asti (26 luglio 1490-1508), Como (1487), Piacenza (31 luglio 1508-19 genn. 1509); fu legato di Gian Galeazzo Sforza a Venezia, uditore di Rota ed il 28 sett. 1500, a richiesta di Luigi XII, nominato cardinale fu sempre fautore dei Francesi; m. a Roma e fu sepolto in S. Maria del Popolo. Scaramuzza, m. a Verona nel 1527 , giurista, consigliere di Stato di Luigi XII, vescovo di Como (1508) e di Piacenza ( 96 sett. 1519-25); sostenne il Papa in occasione del Concilio di Pisa e partecipò al successivo Concilio Lateranense; il 10 luglio 1517 fu nominato cardinale del titolo di S. Ciriseo; curò gli interessi francesi presso le S. Sede e allontanatisi i Francesi da Milano ebbe confiscate dal duca Francesco II le sue rendite nel Ducato. Catalano, n. nel 1508, m. nel 1559, fu vescovo di Piacenza, per rinunzia di Scaramuzza suo zio, dal 3 maggio 1525 al 1559. Antonio, n. a Milano, m. nel 1559, studioso di diritto, nel 1528 ebbe l'amministrazione del vescovato di Tolone, fu governatore di Perugia, vicelegato ad Avignone ( 1544 ), nunzio in Francia, internunzio a Venezia, prefetto delle Segnatura, cardinale del titolo dei SS. Giovanni e Paolo il 15 marzo 1557, legato a latere in Francia nel 1559 per la pace tra Enrico II e Filippo II. Cesare, vescovo di Como (1527-48), nunzio in Francia, nel genn. 1536 fu, per poco, governatore di Perugia, ebbe parte nelle trattative tra Carlo V e Francesco I (1536). Gian Giacomo Teodoro, n. a Milano nel 1596, m. ivi nel 1657, fece parte dell'esercito di Filippo III di Spagna, fu ambasciatore del Re di Spagna, che rappresentò a Roma, e dell'Imperatore, da cui ebbe la carica di commissario imperiale; sposò la primogenita del principe di Monaco, che presto morì lasciandogli un figlio, anch'egli Teodoro. Datosi, poi, alla vita ecclesiastica, fu cardinale del titolo di S. Cesareo il 19 nov. 1629, fu legato nelle Marche, governatore generale dell'esercito milanese, viceré di Aragona, di Sicilia, ove nel 1647 cercò di sedare i tumulti scoppiativi, di Sardegna (1649) e governatore di Milano (1656). Fu commenciatario dell'abbazia di S. Celso, protettore dell'Ordine gerosolimitano.
Bibl.: A. Porro, Oratio in funere card. Theodori T., Milano 1656; C. Rosmini, Dell'storia intorno alle militari imprese e alla vita di Gian Yacopo T. detto il Magno, ivi 1815; Corrispondenza segreta di Gian. Matteo Giberti datario di Clemente VII col card. Agostino T. dell'anno 1527, Torino 1845; Moroni, LXXXI, pp. 81-84; S. Tagliabue, La Signoria del T. in Messitina, Riminuold e Safonial, Milano 1527. Cf. pure le bibl. di sIGMONIE e FRINOIPATI e Pastor, I, III e sgg. (v. indici). Giuseppe Coniglio
TROGKIJ, Lev Davidović. - Pseudonimo dell'ebreo Leiba Bronstein, n. a Janovka il 7 nov. 1879, assassinato presso Città del Messico il 20 ag. 1940. Esiliato in Siberia, per la durata di quattro anni, ancora in età giovanile, riuscì a fuggire. Marxista, oscillò per alcuni anni tra la frazione menscevica e quella bolscevica, prima di aderire nel 1917 a quest'ultima.
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Stabilitosi a Londra, tornò clandestinamente in Russia nel 1905 : arrestato, fuggì una seconda volta, stabilendosi prima a Vienna, Zurigo. Parigi e poi negli Stati Uniti. Ebbe una parte di primissima importanza nell'organizzazione dell'esercito rosso. Venuto in dissidio, dopo la morte di Lenin (v.), con Stalin (v.), fu prima esonerato da tutte le cariche, espulso dal Partito comunista e poi dall'U.R.S.S., cercando faticosamente un asilo in vari paesi.
Gli scritti di Antonio Labriola contribuirono fortemente a convertire il T. da un generico "populismo" al marxismo. Labriola educò il T. a distinguere i nuclei più caratteristici del pensiero marxista dalle infiltrazioni frequenti del positivismo e del materialismo "volgare", all'avversione per le formulazioni schematiche, alla percezione degli sviluppi non paralleli della storia delle differenti nazioni. Nei suoi libri 1905 e Storia della Rivoluzione rossa, il T. traccia un quadro viraco e originale della storia russa. Gli spunti antidemeministici insiti nel marxismo vengono sottolineati da T.: la società non è, secondo lui, organizzata cosi razionalmente che le scadenze per la rivoluzione vengano a coincidere con il momento in cui le condizioni economiche siano venute a maturare per il socialismo. Gli ultimi possono essere i primi e la Russia, economicamente attardata, può essere quindi matura per la rivoluzione prima dei paesi del capitalismo, già giunto a maturazione. "Lo spirito attardato - afferma T. - è pronto in certi momenti a volgersi verso il progresso con un'arditezza impressionante ". A causa del ritardo storico della Russia, il marxismo vi ha significato da principio non tanto la critica della società capitalistica, quanto l'argomento dell'inevitabile sviluppo del paese in senso borghese, contro certe romantiche visioni dei "populisti", a proposito di uno sviluppo tutto originale della Russia. Ma ne consegue che la rivoluzione ugualitaria e sociale verrà a prevalere rapidamente su quella degli "immortali principi", che non ha in Russia al suo attivo, un 1789 ed un 1848 . Proprio a causa del suo attardamento, la Russia fu il paese in cui il marxismo come dottrina ed il socialismo come partito ebbero insomma un potente sviluppo prima ancora della rivoluzione borghese. Ma la vittoria della Rivoluzione socialista in Russia, per evitare il sorgere di un regime "termidoriano", "bonapartista" o "nazionalista" ha bisogno di divenire rapidamente il segnale di una rivoluzione mondiale. La Rivoluzione russa non può insomma vivere, secondo T., senza una successiva rivoluzione nei paesi economicamente progrediti. Questa visione si ricollega al rigido internazionalismo del T. ed alla sua avversione ai compromessi : da ciò l'urto fondamentale con Stalin e con la teoria del "socialismo in un solo paese". Alla teoria della "rivoluzione permanente" T. dedicò tutto un libro. "Il trionfo della rivoluzione socialista - affermava T. - comincia sul terreno nazionale, si sviluppa su quello internazionale e giunge al suo termine e coronamento su quello mondiale. La rottura con la posizione internazionale conduce sempre, inevitabilmente, al messianismo nazionale, cioè al riconoscimento di virtù e qualità insite nel proprio paese, capaci di permettergli di avere un compito non realizzabile dagli altri ". Il "capo" e la élite operaia vengono, per lui, a maturare insieme e non si potrebbe immaginare uno dei due termini disgiunto dall'altro: da questa presa di posizione, agorga la pungente satira di T. al "culto di Stalin " ed all'"agiografia " con esso legata. L'antiidealismo di T. si riconnette all'atteggiamento di tutto il marxismo intransigente russo: l'idealismo viene da lui riconnesso con la reazione politica e con le forze retrive nel campo della cultura. L'idealismo non è per lui che una tappa: dalla religione al materialismo, o, al contrario, dal materialismo alla religione. Avversario, peraltro, delle formule banali di un materialismo schematico e di "formule obbligatorie" provenienti dall'alto, T. sfiora talvolta posizioni idealistiche e quasi "attualistiche ". Tra il "capo" e la massa corre, secondo lui, un rapporto che è in certo qual modo il rapporto dialettico, reciproco, che corre tra l'educando e l'educatore. L'uomo occupa un posto di grande importanza nello sviluppo degli avvenimenti storici. La rivoluzione marxista appare a T. come "l'accrescimento del
potere dell'uomo sulla natura ". T. stroncò spietatamente ogni forma di opposizione al potere sovietico: l'opposizione democratica "borghese" e quella dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari (eredi diretti dei "populisti 1). Ancora nel 1921 represse duramente la rivolta di Kronstadt che, in grandi linee, postulava una democratizzazione del regime sovietico. Peraltro, entro al partito unico, egli sosteneva la necessità di una democrazia interna; sul piano letterario e culturale egli aborriva il livellamento governativo dall'alto, la cosiddetta "letteratura controllata" " "manovrata", le formule di quello che doveva divenire il "realismo socialista". In questi contrasti risiede, in fondo, il dramma della sua vita e della sua attività di uomo politico. Rivoluzionario di vasta cultura, T. è anche notevole come scrittore e come mordente ironista. Importanti tra i suoi scritti La mia vita e La vita di Lenin.
BNL: E. Lo Gotto, Stor. della Russia, Firenze 1946 (con bibl.); W. Giusti, Il pensiero di T., ivi 1949 (con bibl.).
Wolf Giusti
TROELTSCH, ERNST. - Sociologo n. ad Augusta il 17 febbr. 1865, m. a Berlino nel 1923. Fu professore di teologia evangelica (1891-1915) e di filosofia.
Scrisse opere di carattere diverso, tra cui sono da segnalare: Die Soziallehren der christlichen Kirchen (Tubinga 1912); Der Historismus und seine Probleme, di cui scrisse e pubblicò solo la prima parte; Das logische Problem der Geschichtspbilosophie (Tubinga 1922) ed Il protestantesimo nella formazione del mondo moderno (trad. it., Venezia 1929). In quest'ultima opera, pur ammettendo l'importanza del protestantesimo per la formazione dello spirito moderno, non sopravvaluta eccessivamente la Riforma e afferma che la concezione di Lutero si aggancia essenzialmente al medioevo ed alle idee fondamentali di quel periodo, mentre vede uno spunto nuovo nel suo atteggiamento antisacramentale. Il suo lavoro di revisione della Riforma fu continuato da un allievo, P. Wernle (Die Renaissance des Christentums im 16. 7ahrh., TubingaLipsia 1904, trad. it., Firenze 1944).
Il T., tenendo conto del metodo di W. Dilthey e M. Weber, intende la storia come un'identificazione del singolo in un'individualità collettiva. Il suo tempo storico assimila in un tutto unico presente, passato e futuro, confusi in un divenire incessante, cui è completamente estraneo il concetto scientifico del tempo. Partendo dalla religione intesa come un a priori della ragione, il T. è portato ad una concezione dello storicismo in cui tutti i valori si identificano in un continuo divenire nell'insieme delle totalità individuali che, con il loro divenire costituiscono, anche come collettività, le categorie storiche fondamentali, ognuna delle quali si identifica in un valore che la caratterizza. E quindi eliminato ogni concetto di sviluppo storico e un periodo storico è valutabile secondo il principio che lo ha determinato, con un criterio essenzialmente aprioristico, che ci ricollega all'autocentralità delle strutture del Dilthey. L'eterno dei valori religiosi si concilia, con questa forma di relativismo storico, in un'oscillazione costante tra valore morale e i vari tentativi di una sua realizzazione storica, mentre gli altri valori, ad es., religiosi, sono al di fuori delle individualità collettive e pertanto fuori della storia.
BNL: E. Vermeil, La pensée religieuse de E. T., Parigi 1922; H. Liebrich, Die historische Wahrheit bei E.T. diss., Giessen 1937; W. Brachmann, E. T. historische Weltanschauung, diss., Halle 1940; W. Köhler, E. T., Tubinga 1941; C. Antoni, Dallo storicismo alla sociologia, $2^{2}$ ed., Firenze 1951, v. indice.
Giuseppe Coniglio
TROFIMO (Tpóquıa, "nutrito", "alunno"), santo. - Cristiano di Efeso e compagno di a. Paolo, del cui arresto nel 58 fu causa involontaria.
Era con l'Apostolo alla fine del suo terzo viaggio missionario, insieme a Tichico (v.) ed altri cinque o sei (Act. 20, 4-5), con lo stesso probabile incarico. A Gerusalemme fu visto con Paolo da alcuni giudei dell'Asia proconsolare, i quali, pensando fosse stato da lui introdotto, benché pagano ed incirconciso, nell'atrio interno del Tempio, ri-
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(da L'art mééicvel gengodave, Parigi 1858)
Trofimo, santo - S. T. Affresco del sec. xit - Nerces (Macedonia), chiesa di S. Pantaleone
servato agli Israeliti, suscitarono un tumulto, in cui Paolo venne arrestato dal tribuno romano Claudio Lisia (Act. 21, 27-33). Nel 66-67, mentre seguiva l'Apostolo nel suo ultimo viaggio in Oriente, una malattia lo costrinse a fermarsi a Mileto (II Tim. 4, 20). Secondo C. Spicq, G. Ricciotti, P. De Ambroggi, forse Paolo era già allora in stato di arresto ed alcune persone lo accompagnavano, fra cui T.
Il Martirologio romano commemora T. il 29 dic. come vescovo di Arles e martire; la tradizione che s. Paolo lo abbia stabilito vescovo di Arles nel suo viaggio in Spagna difficilmente si accorda con II Tim. 4, 20. Per i Greci T. era uno dei 70 discepoli e fu decapitato sotto Nerone dopo s. Paolo.
Bibl.: Acta SS. Augusti, I, ed. Anversa 1723, p. 314; J. Knabenbauer, Epistolae ad Thess. Tim. et ad Philom., Parigi 1913, p. 346; Martyr. Romanum, p. 607; J. Renić, Actes des Apôtres (La S.te Bible di L. Pirot.-A. Clamer, XI, 1), Parigi 1949, p. 275; G. Ricciotti, Le lettere di s. Paolo, Roma 1940, p. 503. Luigi Vagaggini
TROFIMO, Protovescovo di Arles, santo. - M. prima del 251-52, tempo in cui il suo successore Marciano accettò lo scisma di Novaziano, come si rileva dalla lettera scritta da s. Cipriano a papa Stefano nel 254 (PL 3, 1023-32). E uno dei sette vescovi missionari mandati da Roma in Gallia, ricordati da s. Gregorio di Tours (cf. Historia Francorum, I, 30 : ed. W. Arndt - B. Krusch, in MGH, Script. rer. Merov., I, p. 48; E. Griffe, La Gaule, cit. in bibl., pp. 72-75). Festa il 29 dic.
Nulla si sa della sua vita e la leggenda dell'apostolicità della sua missione è stata diffusa per scopi interessati nel sec. v, allorquando si agitava la questione della primazia di Arles. Il principale fautore ne fu il vescovo Patroclo, uomo senza scrupoli e purtroppo persona ben accetta al papa Zosimo. Questi, in due lettere del 417 (Jaffé-Wattenbach, 328, 332), redatte evidentemente su informazioni di Patroclo stesso, affermò, senza alcuna
precisazione cronologica, che T. fu il primo vescovo missionario della Gallia inviato dalla Sede apostolica "ex cuius fonte totae Gallia fidei rivulos acceperunt" (n. 328). Forti di questa affermazione, non esatta, i vescovi della provincia Arelatense precisarono in una lettera del 450 a s. Leone Magno, che T. fu mandato ad Arles da s. Pietro (PL 54, 879). Cesario d'Arles a sua volta fece di T. un discepolo degli Apostoli e gli assegnò tre consoci, Paolo di Narbona, Saturnino di Tolosa e Dafno di Vaison (cf. Libellus de mysterio sanctae Trinitatis, 17: ed. G. Morin, II, Maredsous 1942, p. 179). Finalmente Adone nel sec. ix identificò T. con l'omonimo discepolo di s. Paolo, "ab apostolis Romae ordinatus episcopus" di Arles (cf. Libellus de festivitatibus Apostolorum, cit. da II. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908, p. 603). Si è anche fatto di T. uno dei 72 discepoli di Nostro Signore (BHL. 8319). Il tentativo di identificare T. con Scrapione di Alessandria non merita di essere preso in considerazione.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 607; Tillemant, IV, 441 703-708; XIII, 678; L. Duchesne, Les fantes éphic. de l'ane. Gaule, 5* ed., I, Parigi 1907, pp. 60, 253-54; L. Levillain, St Trophime confess. et métropol. d'Arles et la mission des sept en Gaule, in Rev. d'hist. de l'Egl. de France, 13 (1927), pp. 143-80; E. Griffe, La Gaule chrét. à l'époque romaine. I: Des origines à la fin du IVe siècle, Parigi-Tolosa 1947, pp. 52-53, 67-70. Sulla questione della primazia di Arles, cf. L. Duchesne, op. cit., pp. 86-142; Pliche-Martin-Frutaz, IV, nn. 354-55, 368, 380-81; E. Griffe, La primatie d'Arles et les métropoles d'Aix et d'Embreu au Ve siècle, in Bull. de littér. eccl., 51 (1950), pp. 65-74. A. Pietro Frutaz
TROIA, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Foggia. Ha una popolazione di 31.004 ab. quasi tutti cattolici distribuiti in 10 parrocchie servite da 41 sacerdoti diocesani e 9 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 6 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 433). E immediatamente soggetta alla S. Sede.
La città di T. ebbe origine da un nucleo di profughi dell'antica Ecana scampati alla distruzione del 662 (Costante II imperatore d'Oriente). I Bizantini ne amplia-

(da G. Gremart, L'architetura romana, I, Parigi 1922, tav. I) Trofimo, protovescovo di Arles, santo - Facciata della chiesa di S. T. (sec. xit) - Arles.
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rono e fortificarono l'abitato nel 1019 per farne un baluardo sul confine della Puglia contro l'aggressivo Ducato longobardo di Benevento. L'imperatore s. Enrico II (v.) nella sua impresa antibizantina dopo alcuni mesi d'assedio ne accettò la resa (ro22) e tra i patti della