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o quella cristianità. Ma, passata la tempesta, la missione riprese a progredire, tanto da guadagnarsi meritamente il titolo di a Perla delle Missioni dell'Africa $n$, nonostante che il suo territorio sia ora ridotto alle proporzioni indicate sopra a causa di tutti gli smembramenti subiti per l'erezione di altre floride missioni in pieno sviluppo. Il 25 marzo 1953, in U. è stata istituita la gerarchia ecclesiastica, comprendente l'arcidiocesi di Rubaga, già Vicariato ap. di U.; la diocesi di Gulu, già Vicariato ap.; la diocesi di Kampala, già Vic. ap.; la diocesi di Masaka, già Vic. ap.; la diocesi di Mbarara già Vic. ap. di Ruwenzori; la diocesi di Tororo, già Vic. ap. di Nilo Superiore. - Vedi tav. LXVIII.

BibL.: AAS, 7 (1945). pp. 47-48; MC, 1950, pp. 193-94; A cath. Direct. of East Africa, Mombasa 1940, pp. 23-33; Archivio S. Congr. de P. F., pos. prot. n. 3674/52.

UGARIT. - Antica città dell'alta Siria, oggi Rās Samrah, posta in luce da scavi francesi iniziati nel 1929.

Rās Samrah è un tumuin artificiale, alto ca. 20 m . ed avente una superficie di ca. 25 ettari, situato ca. 12 km . a nord di Laodicea ed i km. ad est della costa. Le scoperte casuali di un contadino nel vicino porto denominato Mīnat al-Bajd $\vec{a}$ (1928) attrassero l'attenzione del Servizio archeologico di Beirut e quindi dell'Académie des inscriptions et belles-lettres, che decise l'inizio di scavi sistematici. Ad essi fu preposto C. F.-A. Schaeffer, assistito da G. Chenet. Furono condotte, tra il 1929 ed il 1939, 11 campagne; dopo l'interruzione dovuta alla guerra, e dopo sondaggi negli anni 1948-49, gli scavi sono stati ripresi nel 1950. Si calcolava nel 1939 cha ca. un ottavo della zona fosse stato esplorato, né tale proporzione è di molto modificata dai nuovi scavi.

Si sono distinti a Rās Samrah 5 strati archeologici, che risalgono ai millenni II-v a. C. Il primo (secc. xII-xv) mostra una notevole prosperità, interrotta verso la metà del sec. xiv da un grave incendio; la città deve quindi essersi ripresa, per decadere poi definitivamente all'inizio dell'età del ferro sotto l'azione dei a popoli del mare . Il secondo strato (secc. xvi-xxi) indica il predominio dell'elemento semitico: sono di quest'epoca i templi di Ba'al e di Dagon e numerosi vasi di tipo cananaco; non mancano influssi egiziani e cretesi e restano tracce del passaggio degli Hyksos. Nel terzo strato (ca. III millennio) si trova ancora la ceramica cananea, il che indica la presenza dei Semiti nella zona già da tale epoca. Il quarto strato (ca. Iv millennio) è caratterizzato da un'elegante ceramica, a volte a due o tre colori, che ricorda da vicino quella mesopotamica. Infine nel quinto strato (ca. v millennio) cessa la ceramica dipinta e se ne trova una molto più arcaica.

L'identificazione della moderna Rās Samrah con l'antica U. non è stata immediata né facile. Menzioni di U. si erano già trovate in testi egiziani, hittiti ed accadici. Dopo varie ipotesi, la localizzazione di U. a Rās Samrah fu proposta da W. F. Albright nel 1931 e quindi confermata da una serie di elementi : il rinvenimento a più riprese del nome U. sui testi di Rās Samrah; la scoperta nel 1933 di un colofone in cui era menzionato un Nqmd mlh Ugrt ( $n$ Nqmd re di U. o); infine una lettera in accadico trovata nel 1934 e scritta ad un destinatario della città, in cui è detto: "Che gli dèi di U. ti proteggano, fratello mio!".

Accanto alle scoperte archeologiche, che mostrano in U. una grande città cosmopolita, esposta ad influssi
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(da a. Schaeffer, Ugeritiva II, Parigi B12, tav. I)
Ugarit - Pātera d'oro con scene di caccia in rilievo (sece. xvxiv a. C.), trovata a Rās Samrah.

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molteplici e di cultura composita, importanti sono i rinvenimenti di testi, che accompagnarono subito le campagne di scavi. Si sono trovati documenti egiziani, hittiti, burriti, ed in specie sumerici ed accadici. Ma quanto soprattutto destò l'interesse dei ricercatori fu il rinvenimento di molte centinaia di tavolette di argilla, coperte di una scrittura cuneiforme di tipo mesopotamico, ma diversa per la forma dei segni e per il loro numero, che toccava appena la trentina. Al deciframento lavorarono separatamente C. Virollesud, H. Bauer ed E. Dhorme. Il numero dei segni fece subito pensare che si trattasse di una scrittura alfabetica; il fatto che le singole parole (divise tra loro da piccoli tratti verticali) avessero in media 3-4 segni ciascuna indico doversi trattare di una lingua del gruppo semitico, in cui appunto tale è la media delle consonanti per parola: ciò del resto era confermato dalla regione in cui i testi erano stati trovati. Attraverso una serie successiva di ipotesi, in cui la priorità tra i ricercatori non è sempre accertabile, già nel 1930 la scrittura di U. era decifrata.

La lingua dei testi di U. presenta molti caratteri comuni con il gruppo nordoccidentale delle lingue semitiche, cui anche geograficamente appartiene, ed in particolare con il cananaico. Tuttavia, come controversi sono la definizione ed i limiti del cananaico, cosi l'ugaritico ha alcuni elementi autonomi e divergenti. In primo luogo, esso presenta un sistema fonetico meglio specificato e più conservatore dei suoni protosemitici : vi si ritrovano infatti le dentali $t$ e $t(>0)$ e le gutturali $g$ e $h$, perdute nel resto dell'area cananaica. Sempre nella fonetica, esso si distacca dal cananaico nel passaggio $d>d$ (comune all'aramaico) invece di $d>0$ e nell'assenza del caratteristico fenomeno $a>a$. Il vocalismo è uguale al protosemitico: $a, i, n$; ed è una peculiarità della scrittura l'usare tre segni per la consonante "a seconda della vocale che l'accompagna. La morfologia mostra il permanere delle antiche desinenze semitiche per i casi; nel verbo, l'imperfetto conserva accanto all'indicativo i modi congiuntivo, iussivo ed energico.

I testi ugaritici, la cui epoca di redazione si aggira intorno al sec. xv-xiv a. C., contengono scritti economici, diplomatici, insi, preghiere, ed infine una serie di poemi mitologici, che costituiscono la parte di maggior importanza per la ricostruzione delle credenze e delle costumanze non solo della città, ma, a quanto si può supporre, anche di molta parte dell'ambiente cananaico. Il ciclo più importante è quello del dio Ba'al, di cui si narra la lotta e la vittoria sul dio del mare Jam e la costruzione di un grande palazzo; Ba'al è ucciso da Mòt, dio dell'oltretomba, e da lui trascinato nel suo regno, ma poi fatto rivivere e ricondotto sulla terra dalla sorella "Anat, che uccide a sua volta Mòt : il ciclo, che si presenta come una serie di episodi diversi, riflette con ogni probabilità un mito stagionale, in cui Ba'al rappresenta la fertilità primaverile e Mòt l'aridità estiva che la distrugge, ma è poi a sua volta obbellata. Un altro poema concerne l'eroe Aqhat, figlio del saggio Danel, che per aver rifiutato alla dea 'Anat il suo arco di cacciatore ne suscita l'ira e viene ucciso; la sorella Paghat parte per vendicarlo ed è possibile che la fine del poema, conservata in stato frammentario, contenga la risurrezione dell'eroe. Qualche fondo storico ha probabilmente il poema di Keret, un re che ha perduto tutta la sua famiglia e che, consigliato in segno dal dio El, compie una spedizione nel paese di Udum, ne vince il re e ne sposa la figlia, da cui avrà nuova progenie. Un libretto di dramma religioso è considerato il poema dell'Aurora e del Tramonto, che espone nella prima parte gli atti rituali ed i canti accompagnatori di una cerimonia cultuale connessa alla vendemmia, mentre nella seconda narra la nascita da El di due divinità, chiamate appunto Aurora e Tramonto.

L'interpretazione dei testi ugaritici non è ancora
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(da C. Virolesud, La légende pàciviterne de Daxel, Parigi (SR, tso. XVI) Uganti - Tavolette cuneiformi ugaritiche contenenti frammenti del poema di Danel (secc. xv-xiv a. C.) ritrovate a Rās Samrah. A sinistra il tecto (?), a destra il verso (?).
del tutto chiara; è augurabile che i prossimi anni portino, con l'estensione delle scoperte, un parallelo progresso nella conoscenza di questo importante centro dell'antico Oriente anteriore. - Vedi tav. LXIX.

Bial.: le relazioni sulla successive campagne di scavi compaiono nella rivista Syria. Grammatica, ed. dei testi e vocabolario: C. H. Gordon, Ugaritic Handbook, Roma 1947. Archeologia: C. F.-A. Schaeffer, Ugaritica I-II, Parigi 1939-40. Cultura e rapporti con il Vecchio Testamento: R. De Langhe, Les textes de Ras Shamra-Ugarit et leur rapport avec le milieu biblique de l'Arc. Testum., 2 voll., Parigi-Gondiloux 1942. Come introduz. generale: J. P. Lettinga, Oggarit (rds es-siamrd). Een nieuwe phoenicische stad uit de oudheit, L'Aia 1948. Traduzione dei testi: C. H. Gordon, Ugaritic Literature, Roma 1940: H. L. Ginsberg, in J. B. Pritchard, Ancient Near Eastern Texts Relation to the Old Testament, Princeton 1920, pp. 124-35: T. H. Gasser, Thespis, Nuova York 1920, pp. 142-513. Studi posteriori su singoli poemi: U. M. D. Cassuto, The Goddess Anat, Gerusalemme 1951. Un'introduz. agli studi ugaritici in italiano da B. Mariani, Danel, Roma 1945. Bibliogr. periodica di A. Pold, Keilschriftbibliogr., in Orientalia, 9 (1940) 190.

Substino Moscati
UGDULENA, GREGORIO. - Orientalista, n. a Termini Imerese il 30 apr. 1815. m. a Roma il 7 giugno 1872.

Nel 1843, essendo già sacerdote, U. ottenne la cattedra di ebraico nell'Università di Palermo. Ma, per avere partecipato all'insurrezione del 1848, dopo la restaurazione borbonica fu confinato ( 1850 ) nell'isola di Favignana, ove iniziò un'opera di traduzione e di esegesi, ossia La S. Scrittura in volgere riscontrata nuovamente con gli originali ed illustrata con breve commento. Ottenuto il permesso di ritornare a Palermo (1856), U. ne pubblicò 2 voll. (1859, 1862), comprendenti il Pentateuco ed i libri Giosuè-Re. Ripresa con entusiasmo l'attività politica, un lavoro così promettente dal lato scientifico fu abbandonato. U. aderì al movimento garibaldino, che lo nominò Ministro della pubblica istruzione nel governo provvisorio di Sicilia. Avvenuta l'unione al Regno d'Italia, fu eletto deputato. A Firenze nel 1865 fu nominato professore di greco all'Istituto di studi superiori; passato a Roma nel 1870, all'insegnamento del greco uni quello dell'ebraico. L'atteggiamento decisamente liberale in politica gli attirò molte critiche da parte dei conservatori, che allora non potevano non disapprovare certe posizioni in un sacerdote. Oltre gli scritti menzionati, U. lasciò non pochi discorsi e memorie. Noteroli fra le pubblicazioni sono Biblioi textos e G. U. interpretati (Palermo 1843); Sulle monete punico-sicule (ivi 1857); Discorso pronunziato alla Camera sopra l'elezione dei vescovi (Firenze 1871).

Bial.: I. Carini, Di G. U. e delle sue opere, Palermo 1872; A. Sansone, Vita politica di G. U., ivi 1886; A. Vaccari, s. v. in Enc. Ital., XXXIV, p. 6it sg. Angelo Penna

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Ughelli, Ferdinando - Parte inferiore del fol. 277 del vol. VI dell'Italia sacra, con postille autografe - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 3210 , fol. 277.

UGENTO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Lecce. Ha una superficie di $350 \mathrm{kmq}$. con una popolazione di 87.000 ab . tutti cattolici, distribuiti in 33 parrocchie, servite da 72 sacerdoti diocesani e 13 regolari; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 18 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 438).

Antico centro messapico all'estremo punto del Salento, conserva monumenti di quella primitiva civiltà; sentì l'influenza ellenica, ma perdette ogni importanza sotto il dominio romano per il costante prevalere di Otranto e di Taranto. Condivise con queste città le sorti, quando prevalsero successivamente le dominazioni dei Longobardi, dei Bizantini, poi dei Normanni, intramezzate da invasioni musulmane che si ripeterono persino nel sec. xvi. Quanto alle origini cristiane manca ogni particolare; all'elemento latino prevalente sul principio, susseguì col sec. viII un periodo di prevalenza bizantina con numerosi monasteri greci che più tardi, con la dominazione normanna, vennero a poco a poco a sparire. Come diocesi è ricordata la prima volta in una bolla di Innocenzo III del 23 giugno 1198 quale suffraganea di Otranto, insieme con Leuca e Lecce; ma la lista dei suoi vescovi non comincia che con un Lando nel 1254. Anche del vescovato di Leuca sono ignote le origini. L'anonimo vescovo di Leuca, che Loutprando di Cremona ricorda cosi sfavorevolmente nel 968, appartiene probabilmente alla Leucade bizantina (S. Maura) certo non a Leuca (PL 136, 935 sg.). Nel sec. xiv per lo meno il vescovo del luogo passo ad abitare ad Alessano nell'interno della penisola, forse per maggiore sicurezza, ed il primo vescovo sicuro dell's episcopatus Leucadiennis et Alesanensis e è il domenicano Riccardo eletto il 6 sett. 1333; la serie si chiude nel nov. 1804 e dopo una lunga vacanza la diocesi fu unita a quella di U. nel 1818, in seguito al Concordato borbonico con la S. Sede. U. continuò ad essere sempre suffraganea di Otranto; la sede rimase vacante dal 1863 al 1873.

Monumenti. - L'antica fiorente Urentum, che ebbe zecca ed esercito proprio, conserva del passato solo pochi ruderi di mura megalitiche. La Cattedrale è dedicata a s. Vincenzo diacono di Saragozza, protettore della diocesi. Edificio interessante è la trecentesca chiesa della Madonna del Casale, fuori dell'abitato, avanzo di un antico complesso monastico oggi distrutto. Di scarso rilievo sono i pochi monumenti sparsi nella diocesi. A Leuca, presso il promontorio (il romano Papygium promontorium), sul quale si eleva la colonna corinzia voluta da Filiberto d'Aragona (1694) come memoria del supposto approdo e predicazione di s. Pietro, sorge il veneratissimo santuario di S. Maria o «De finibus terrae», ricostruzione barocca (1720) di più antico edificio sorto su un tempio di Minerva, la cui ara è tuttora conservata nell'interno. Taurisano serba una chiesetta del ' 300 intitolata a s. Maria della Strada, con baldacchino a cuspide, rosone e archetti pensili. Presicce, oltre alla parrocchiale barocca (1778-81), possiede la chiesa degli Angeli, opera del concittadino F. Cito (1596), con un grande Crocifisso di legno di fra' Pasquale da S. Cesario, e l'annesso convento dei Riformati. A Tricase spicca l'ampia
chiesa matrice (1770) con ricco coro barocco e la chiesa dei Domenicani, pure barocca, con due tele settecentesche.

Di grande interesse sono invece le superstiti cripte eremitiche basiliane, numerose in tutto il Salento. La più importante da segnalare è la cosiddetta cripta del Crocifisso presso U., trapezoidale e sorretta da colonne, con affreschi del sec. xiv tuttora ben conservati: l'Amnun. ciazione, due Madonne col Bambino, s. Nicola, e un bel Cristo benedicente che ha scorci figurativi con forti richiami a esempi siculi e venesiani. Altre laure minori si trovano presso Castrignano e Ruffano (cripta del Carmine con affreschi del sec. xv).

Bim. : Ughelli, IX, coll. 86-93, 110-14; X. coll. 121-22, 203-206; G. Arditi, La corografia fis. e stor. della prov. di Terra d'Otranto, Lecce 1879-82, pp. 13-32, 292-98, 633-42; F. Cara. bellese, L'Apulia e il suo Comune nell'alta medineza, Bari 1905, p. 96; G. Gigli, Il tallone d'Italia, II. Gallipoli, Otranto e dintorni, Bergamo 1912, pp. 56 sg., 63-84; D. Ventola, Rationes decimarum Italiae, Apulia-Lucania-Colabria (Studi e testi, 84). Città del Vaticano 1939, pp. 95, 115-19; id., Documenti Vatic. relativi alla Puglia, Truni 1940; A. Medex, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, Roma 1939, pp. 124-36 e passim. tave. 82-87. Per Leuca in particolare cf. F. Pueca, Hist. della Madonna Santiss. di Leuche, della S. Maria De finibus terrae, Lecce 1633; L. Tasselli, Antichità di Leuca, Lecce 1693; G. Arditi, La Leuca salentina, Bologna 1871; id., Leuca, in Illustrac. dei princ. monom. di Terra d'Otranto, Lecce 1889, pp. 83-85, figg. 82-87; G. Ruotolo, U.-Leuca, Alessano, Siena 1952; Eubel. I, pp. 374-75; II, p. 228; III, p. 279; IV, p. 351; V, p. 397.

## Pasquale Testini

UGHELLI, Ferdinando. - Erudito, n. a Firenze il 21 marzo 1594, m. a Roma il 19 maggio 1670.

Avviato agli studi letterari, entrò nella Congregazione di s. Bernardo dell'Ordine cistercense e divenne poi abate del monastero dei SS. Vincenzo ed Anastasio alle Acque Salvie dove fu sepolto. A lui si deve la prima storia documentata sulle diocesi d'Italia nata sotto il titolo Italia sacra (v.); lasciò pure Cardinalium elogia dell'ordine cistercense (Firenze 1624) ed altre opere sull'Ordine stesso; notizie genesiogiche sulla famiglia romana dei Capizucchi (Roma 1653); aggiunte alla Vitae del Ciaconio nell'ed. del 1650, ed altre opere minori.

Bim.: notizie biogr. premesse I vol. della $2^{2}$ ed. dell'Italia Sacra, pubblicate da N. Cideti, Venezia 1717; Moroni, LXXXIII, pp. 8-12.

Pio Paschini
UGO d'Amiens (Hugo Ambianensis o Rothomagentis). - Teologo e arcivescovo benedettino, n. ca. il 1083, probabilmente nella diocesi di Amiens, m. a Rouen l'1 i nov. 1164.

Monaco di Cluny, fu successivamente priore di S. Marziale (Limoges), abate di S. Pancrazio (Chichester), poi di Reading; nel 1129 arcivescovo di Rouen. Seguendo i consigli di s. Bernardo (vesto patiens. quia ex cum malis s) e di Pietro il Venerabile governò con molta prudenza, riuscendo a conciliare la libertà della Chiesa con l'amicizia di Enrico I d'Inghilterra, che morì (1135) da lui assistito, dopo aver ottenuta l'assoluzione. Lottò instancabilmente contro l'eresia enrichiana e petrobrosiana. Introdusse la festa dell'Immacolata Concezione a Reading e a Rouen.

Scrisse varie opere con stile limpido e alieno dal formalismo della scuola: oltre un discreto epistolario (PL 192, 1131-38; 179, 670; 186, 1399-1459), la Vita s. Adiutoris (PL 192, 1345-53); il Tractatus in Hexameron (di cui non rimane che una piccola parte, ibid. 1247-56); il De memoria (ibid. 1299-1324, prevalentemente teologico); un rapido commento al Simbolo e al Pater noster (ibid. 1324-46); Dialogorum libri septem (ibid. 1137-1248), in cui svolge tutta la teologia con qualche spunto personale; Contra haereticos libri tres (ibid. 1255-98), in cui tocca con originalità l'aspetto carismatico dell'ecclesiologia.

BinL.: P. Hébert, Hugues d'A., in Rev. des quest. histor. 20 (1898), pp. 324-71; J.-V. Baireel, L'idée de l'Eglise au mourn age: Hugues d'A. et Innocent III, in La Science cafe., 13 (1899), pp. 481-91; E. Vacandard, Hugues d'A., in DThC. VII, coll. 205215; F. Bliemstoriedec, Hugues de Rouen, in Rech. de tédol. anc. et méd., 6 (1934), pp. 261-83, 7 (1935), pp. 28-48; F. Holbäck, Der sucharist. und der myst. Leib Christi, Roma 1941, pp. 89-91 e passim (v. indice); J. De Ghellinck, L'essor de la littér. latine au XII e siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 193-94. Antonio Piolanti

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A sinistra: STELE raffigurante il Dio Ba'al con la folgore (secc. xr-xix a. C.). Al centro: RILIEVO in avorio di Minat al-Bajdā', mostrante una divinità femminile (sec. xiv a. C.). A destra: STATUETTE di divinità in argento con collane e gonnellino d'oro (secc. xx-xix a. C.).

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Tav. LXX
UGO
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UGO di Balma (Balmey) o di Durch. - Certosino, monaco e poi priore di Meyriat, sulla fine del sec. xili.

Scrisse un trattato di Theologia mystica detto anche De Triplici via ad sapientiam, falsamente attribuito a s. Bonaventura, tradotto in ital. fin dal sec. xiv, e in altre lingue. Senza dubbio U. di B. è uno dei primi scrittori ascetici che descrive la vita interiore secondo le «tre vie» progressive: purgativa, illuminativa e unitive, divenuto poi tradizionali. Tratta anche delle "aspirazioni» ossia preghiere giaculatorie (v.), che spesso chiama anagogici motus. In fine al trattato pone la questione se è possibile un'orazione puramente affettiva, senza alcun atto dell'intelletto; e risponde affettivamente.

BibL.: S. Autore, Hugues de B., in DThC, VII (1927), coll. 212-20 (con indicazione di fonti e bibl.); P. Dubourg, La date de la a Theologia mystica, in Rev. d'asc. et de myst., 8 (1927), pp. 156-71. Anselmo Gishbani

UGO di Bonnevaux, santo - Abate, nipote di s. Ugo, vescovo di Grenoble (m. i132), figlio di Raimondo di Châteauneuf, n. a Châteauneuf d'Isère, presso Valence, verso il 1120, m. abate di Bonnevaux nel 1194 .

Chierico della Chiesa di Lione, entrò nell'Ordine di Citesus probabilmente nell'abbazia di Miroir nella diocesi di Lione. Tentato di ritornare al secolo, fu rinfrancato nella sua vocazione da una lettera di s. Bernardo (PL 182, 527-28). Abate di Léoncel presso Valence nel 1162 o 1163, ne ricevette la benedizione da Alessandro III a Montpellier; poi abate di Bonnevaux, abbazia-madre, nel 1166, U. prese cura degli interessi delle sue case che s'arricchirono di donazioni, di privilegi e dell'esenzione. Fra le altre mediazioni di pace, intervenne con Ponzio, vescovo di Clermont, nel conflitto fra il Barbarossa e Alessandro III, negoziando la Pace di Venezia (1177) che mise
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Ugo D'Amiens - Incipit dei Dialogorum libri - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. let. 288, fol. 128 (fine del sec. xit).
fine allo scisma d'Ottaviano. Il 3 dic. 1221, Onorio III nominò una commissione di inchiesta in vista della di lui canonizzazione. L'Ufficio del Santo si trova nel Breviario di Valence del 1473 e nel proprio del 1884 della stessa diocesi, nel giorno $1^{\circ}$ apr. Le reliquie furono disperse nel sacco di Bonnevaux del 1576 . Si è a torto attribuito a U. di B. la paternità delle prima concordanze bibliche.

BibL.: I riferimenti alle fonti ed agli studi sono indicati nella biografia scritta da un monaco di Tamic (A. Dimier), S. H. de B., de l'Ordre de Citeaux, Grenoble-Tamié 1940 ove è pubblicato a pp. 270-311 una Vita Hugonis finora inedita; al. Cartulaire de l'abbaye de N.-D. de Bonnevaux, Tamic 1942 (cf. le osservazioni critiche di P. Grosjean, in Anal. Boll., 61 [1943], pp. 305-10).

Clemente Schmitt
UGO di Cluny, santo. - Figlio del conte Dalmazio di Semur, n. a Semur (Borgogna) nel 1024, m. a Cluny il 28 apr. 1109. A 14 anni benedettino a Cluny, a 20 sacerdote, a 25 già succedeva ad Odilone nella carica di abate. Sotto il suo governo, durato 60 anni, Cluny (v.) toccò l'apogeo, grazie alla sua prudenza energica, al saggio equilibrio nell'interpretazione della Regola benedettina.

Egli esercitò un influsso moderatore presso papi, imperatori e re, che visitò frequenti volte: presente a Canossa, piegò Gregorio VII alla misericordia, cercò di temperare il rigore del legato Ugo di Die, cui fu compagno qualche tempo; e a lui viene attribuita la distensione, che si osserva nel governo della Chiesa, sotto Urbano II; nota è anche la parte avuta da Cluny negli inizi della Crociata. La redazione, nel 1068, delle Consuetudines, spiegò l'irradiamento degli Statuti cluniscensi; l'Ordo Cluniacensis non indica più soltanto un modo di interpretare la Regola di s. Benedetto, ma una confederazione di abbazie e di priorati.

Attenuando il rigorismo anteriore, le Consuetudines ripartiscono equilibratamente tra i monaci, gli oblati e i servi il lavoro manuale, intellettuale e artistico; la liturgia e il canto raggiungono la loro perfezione nell'ambiente raccolto della maestosa basilica di S. Pietro di Cluny, edificata da U. a cominciare dal 1088, diventata poi il modello delle chiese cluniacensi sparse in tutta la cristianità. Priorati e abbazie, con una diversità molto flessibile, si eleggono da se stessi i loro capi, o, ricevendoli dall'abate U., formano un'immensa famiglia, ricca e presente dappertutto, collegata dalla comunanza della Regola. Nella Francia, nella Spagna, in Italia, dove contava rispettivamente, ca. l'Sot, 23 e 30 monasteri, l'Ordine cluniacense altro non aveva da fare che ampliare ed estendere le sue fondazioni. Penetrò, invece, per la prima volta in Inghilterra dopo la conquista del duca Guglielmo, grazie a Lanfranco e alle abbazie normanne; in Fiandra, con l'appoggio della contessa Clemenza; nella Germania, dove l'irradiamento intorno all'abbazia di Hirsau si dimostrerà brillante, ma effimero, per dissensi interni provocati dalla lotta tra il sacerdozio e l'Impero; anche la Polonia, l'Oriente latino e persino Bisanzio entrano nell'orbita di Cluny, Quando U. morì, l'Ordine, libero dalle giurisdizioni episcopali, grazie ai privilegi di esenzione, formava a servizio del Papa, da cui dipendeva direttamente, il centro e lo strumento efficace della riforma della Chiesa. Callisto II riconobbe fin dal 1119 i meriti dell'abate U., collocandolo sugli altari. Festa il 29 apr. Vedi tav. LXX.

BibL.: alle opere generali sull'abbazia di Cluny (v.) si aggiungono: Lettere di U. di C.: PL 129. 927-46: A. L'Huillier, Vie de st Hugues, Solesmes 1888; E. Hauvillers, Ulrich von Cluny (Kirchengesch. Studien, 3), Münster 1896; T. Schieffer, Notices sur les vies de st Hugues, in Le moyen âge, $3^{e}$ serie, 7 (1926), pp. 81-103; A. Pliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, Parigi 1946, pp. 427-44. Guglielmo Mollot

UGO Eteriano. - Teologo e cardinale, n. a Pisa all'inizio del sec. xit, m. nel 1182.

Insieme con il fratello Leone detto il Toscano (Leo Tuscus) fu uno di quei numerosi latini che, ammessi alla Corte bizantina di Manuele Comneno (1143-80), vi occuparono un posto importante. Ebbe viva parte nelle relazioni diplomatiche, che si stabilirono tra l'Im-

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Uoo di Grenobla, santo - Pannello destro del trittico con Medonna, Bambino, Angeli e Santi, attribuito a Macrino d'Alba (1494-1528). Susa, Cattedrale.

Spiritus Sanctus ex utroque, Patre scilicet et Filio procedat, contra Graecos (Basilea 1543 : PL 202, 227-396), in cui prova la sua tesi con numerosi testi patristici; presto tradotta in greco dall'autore stesso, esercitò un benefico influsso; ad essa infatti è dovuta, in gran parte, la conversione del patriarca Giovanni Beccos (Veccos). Di un altro importante Tractatus contra Graecos si conservano notevoli parti nell'opera omonima, scritta dai Domenicani di Costantinopoli ed edita da J. Basnage, Thesaurus monumentorum ecclesiasticorum, IV, Anversa 1725, pp. 29-80. - Vedi tav. LXX.

BibL.: Hurter, II, coll. 171-72; J. Hergenröther, Photii Constantinop. liber de Spiritus Sancti mystagogia, Ratisbona 1837, pp. 138-39; L. Petit, s. v. m.DThC, VII, coll. 308-310; R. Lechet, La patristique grecque chez un théologien latin du XIIe siècle: Hugues Ebdriem, in Mélanges à Ch. Mueller, Luronii 1914, pp. 485-507; D. Vero, I tentativi di unione fra Roma e Bisanzim nel sec. XII e l'opera di U.E., in L'Oriente cristiano e l'Unità della Chiesa, 5 (1940), pp. 1-6; J. De Ghellinck, L'essor de la littér. latine au XIIe siècle, II, Bruxelles-Pariqj 1946, pp. 32-33; F. Dvornik, Le schisme de Photius. Histoire et légende, trad. franc., Parigi 1950, pp. 470-73. Antonio Piolanti

UGO di Farfa. - N. da nobile famiglia della Marsica intorno al 972, m. il 25 dic. 1038, divenne abate di Farfa nel dic. 997.

Sebbene avesse ottenuto tale dignità per simonia, come egli stesso confesso, introdusse con molta energia la riforma cluniacense nel suo cenobio, seguendo i consigli di Odilone di Cluny e di Guglielmo di Digione. Riassetto il patrimonio del monastero, disperso e usurpato durante la crisi che aveva seguito la devastazione perpetrata dai Saraceni nell'898, usando a tal fine anche le armi. Si immischiò nelle lotte dei Crescenzi contro i conti di Tuscolo; fu in relazione con Ottone III, Enrico II, Corrado II, ne ottenne favori e ne sfidò l'ostilità.

La sua attività spirituale ed amministrativa fu accompagnata da una notevole produzione letteraria: la Destructio Farfensis narra le dolorose vicende del monastero fra l'890 ed il 998; la Diminutio monasterii espone le lotte sostenute per il ricupero dei beni della Sabina, mentre le Constitutiones documentano l'attività riformatrice dell'energico abate; il Quaerimonium fu presentato a Corrado II, per rivendicare il possesso di certi castelli; il Breve de vobus perditis ritorna sulla dolorosa questione della dispersione del patrimonio dell'abbazia: tutti scritti brevi, ma vigorosi e coloriti, che rivelano la sua notevole attitudine letteraria e storiografa.

BibL.: le opere di U. a cura di U. Balzani nelle Fonti per la storia d'Italia, dell'Ist. storico ital., XXXIII, Roma 1903, pp. 2577; cf. U. Balzani, Le cromache ital. del medioevo, Milano 1909, pp. 109-11; I. Schuster, L'imperiale abbazia di Farfa, Roma 1921, pp. 113-82; A. Viscardi, Le origini, Milano 1942, pp. 30-51. Gina Fasoli

UGO di Fleury. - Poco si conosce della vita di
questo monaco che si rese celebre per il suo vasto sapere. M. dopo il 1118 .
U. di Ste Marie, benedettino a Fleury-sur-Loire, donde il suo soprannome, ha lasciato parecchie opere dallo stile preciso e dall'erudizione sicura. Nel Tractatus de regia potestate et sacerdotali dignitate (MGH, Lib. de lite, II, p. 465 sgg.; PL 163, 930-76) tenta di calmare le contese che dividevano allora le due potenze; nel Chronicon, che si stende da Abramo a Carlo il Calvo, evita di dare una semplice compilazione, ma tenta un saggio di sintesi; nella Vita s. Sacerdotis (PL 163, 979-1004) dipinge un quadro notevole della vita del vescovo di Limoges. Ha pure lasciato una Epistola dedicatoria all'imperatrice Matilde che doveva figurare all'inizio di una storia, da Luigi il Bonario a Luigi il Grosso (840-1108). Il Duchesne gli attribuisce Le livre des Miracles de st. Benoît e una Francorum historia brevis et succincta dall'842 al 1108 (MGH, Script., IX, pp. $376-95$ ).
BibL.: MGH, Scriptores, IX, pp. 337-49, e PL 163, 791 820; E. Hauviller, Hugo von Cluny, Friburgo in Br. 1896; Ph. Schmitz, Hist. de l'Ordre de St. Benoît, II, Maredsous 1942, p. 156 . Enrico Tribout de Morcmbert

UGO, vescovo di Grenoble, santo. - N. a Châteauneuf di Isère verso il 1053, poi canonico di Valence e consigliere di Ugo, arcivescovo di Lione e legato del Papa, fu eletto vescovo di Grenoble nel ro8o e consacrato a Roma da Gregorio VII.

Giunto nella sua diocesi, egli la trovò in un tale stato di indisciplina da doverne intraprendere subito la riforma. Non trovando corrispondenza, si ritirò a ChoiseDieu, dove prese l'abito di s. Benedicto (1082). Per ordine del Papa ritornò a Grenoble ove finalmente riusci a mettere, dopo qualche tempo, il suo clero nella regolarità. Incontrò tuttavia aspre difficoltà nel ricuperare i beni della sua Chiesa dalle mani dei laici. Concorse anche alla creazione del gran monastero di Certosini della sua città (ro84). Morì il $1^{\circ}$ apr. 1132 e fu canonizzato il 12 apr. 1134. Lasciò il Chartularium sancti Hugonis, preziosissimo per la storia della Chiesa di Grenoble.

BibL.: Acta SS. Aprilis, I, Anversa 1679, pp. 37-46; PL 153, 761; A. du Boye, Vie de st Hugues, Grenoble 1937. V. anche Nadal, Hist. hagiogr. du diocèse de Valence, Valence 1855, pp. 237249; C. Perronier, Dclques orig. de la Tribuo, in 1910, pp. 210-218; Martyr. Romanum, p. 120 sg. Enrico Tribout de Morembert

UGO, re d'Italia. - Incoronato nell'apr. del 927, tenne il potere fino al 947 . N. tra l'880 e l'881 dal conto Tibaldo e da Berta, figlia di Lotario II di Lorena, divenne nell'899 conte di Vienne e governò il Regno di Provenza quando l'imperatore re Ludovico vi ritornò, cieco e senza prestigio, dopo la sciagurata spedizione italiana del 905.

Nel 912 tentò per proprio conto una spedizione in Italia, ma senza successo, e rinnovò con miglior fortuna il tentativo nel 927, valendosi dell'appoggio del marchese Giulio di Toscana, suo fratello uterino, e dell'appoggio del papa Giovanni X, che sperava di trovare in lui un aiuto contro la turbolenta nobiltà romana. Sbarcò a Pisa nell'apr. del 927 e di là raggiunse Pavia, dove fu incoronato re d'Italia; ma la sua intesa con Giovanni X, che sembrava preludere ad un'azione in Roma e nello Stato papale ed all'incoronazione imperiale, determinò una frattura con la casa di Toscana, ed un accordo di questa con quella parte della nobiltà romana che faceva capo a Marozia (v.). Marozia si accordò con Guido di Toscana e lo sposò, ma quando Guido morì, essa compi un'abile diversione politica, e, per mantenere il predominio suo e della sua famiglia, offrì a U. la corona imperiale e la sua mano. Un tumulto provocato da Alberico (v.), figlio di Marozia, costrinse U. a fuggire da Roma, ma la sua volontà di rivincita dominò tutta la sua politica negli anni che seguirono.

Non mancarono congiure all'interno e attacchi all'esterno, prevenuti o contenuti con molto vigore fino al 945 , quando Berengario d'Ivrea (v.), riparato in Germania, ne ritornò alla testa di un esercito ed entrato in Milano e ricevette l'omaggio dei grandi. U. abbandonò per un momento il potere, mentre il figlio Lotario, che

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si era associato fin dal 931, conservava il titolo regio lasciando a Berengario l'esercizio del potere. U. poi ritornò sul trono, accanto al figlio, ma senza esercitare alcuna autorità effettiva (947). Un anno dopo si trasferì in Provenza, dove aveva conservato terre e beni, per prepararvi una spedizione militare contro Berengario, ma vi fu invece colto dalla morte il 10 apr. 948.

Bibl.: G. Fasoli, I re d'Italia, Firenze 1949, con bibl. Gina Fasoli
UGO, vescovo di Lincoln, santo. - Certosino, n. ca. il 1140 ad Avalon nella Borgogna, m. a Londra il 16 nov. 1200. Religioso nel priorato di Vil-lard-Benoit ed ordinato prete, fu fatto priore della «cella» dipendente St-Maximin. Poi con il priore di Villard-Benoit visitò la Grande Chartreuse dove fu ricevuto novizio, emise i voti e fu nominato procuratore.

Nel 1180, ad istanza del re Enrico II, U. fu mandato in Inghilterra come priore della prima certosa inglese a Wittam nel Somerset. Nel maggio dello stesso anno un Concilio di vescovi a Eynsham, convocato dal Re, lo scelse come vescovo di Lincoln e fu consacrato nella badia di Westminster il 21 sett. 1181. Riformatore energico, mantenne austera disciplina e resisté agli appressori dei poveri; scomunicò il primo guardaboschi reale, rifiutò di installare un cortigiano senza merito come beneficiario di Lincoln. Citato a Woodstock, con arguzia e buon umore vinceva il Re irato, ammirato del suo coraggio. Nel 1188 fu inviato come ambasciatore in Francia dal re Enrico. Ritorrando, nel 1189, assisté all'incoronazione di Riccardo I. Strenuo sostenitore della giustizia, difese Galfrids arcivescovo di York (1194-95) e protesse i Giudei contro il fanatiamo popolare ed ingiuste accuse. Nel 1198 resisté al giustiziere Hubert Walter il quale voleva che i vescovi fornissero di cavalieri il Re per le guerre esterne. Nel 1198 U. placò il Re adirato a Château-Gaillard in Normandia. Inviato nuovamente con un'ambasciata in Francia nel 1200, rivisitò la Grande Chartreuse e mori rientrando in Inghilterra. Nel 1220 U. fu canonizzato da Omorio III. Il suo reliquiario ricchissimo, meta di pellegrinaggio, fu saccheggiato da Enrico VIII. Festa il 17 nov.
S. U. era anche architetto. Gli si deve la ricostruzione della cattedrale di Lincoln (rovinata per un terremoto nel 1185). Dell'opera del Santo rimangono 4 trovate del coro, esempio bellissimo di gotico.

Bibl.: H. Thurston, The life of st. Hugh of Lincoln, Londra 1828; R. Urban Butler, s.v. in Cath. Enc., VII, pp. 519221; F. M. Powicke, in Cambridge Medine, Hist., VI, Cambridge 1929, cap. 6, pp. 211, 215, 217, 219, 232; J. Clayton, St. Hugh of Lincoln, Londra 1931.

Enrico G. Rope
UGO Metello. - Teologo, n. a Toul alla fine del sec. XI, m. ca. il 1150.

Discepolo di Anselmo di Laon (v.), divenne canonico della Chiesa di s. Leone di Toul, distinguendosi per la sua cultura teologica, nonostante l'innata loquacità e l'ostentazione vanitosa del suo sapere. Le sue 55 Epistolae (ed. C. L. Hugo, Sacrae antiquitatis monumenta, II, Saint-Dié 1731, pp. 312-420), pur nella loro verbosità e ricercatezza stilistica, sono importanti poiché offrono preziosi ragguogli sul movimento teologico dell'epoca, sui successi e gl'infortuni di Abelardo (v.), sulla diffidenza di U. M. per la dialettica (cedat ratio fidei, ad hoc probandum non adducas sillogysmum, ibid., p. 386: a proposito della partenogenesi di Maria), sul suo metodo scientifico, poco sollecito della proprietà letteraria degli altri (accipe quod ex aliorum armariis excrustavi... cum cornicola alienis pensis me ornavi, ibid., p. 380 ).

Particolarmente notevole l'Epistola ad Gerlandum (edita anche in PL 188, 1273-76), in cui confuta gli errori eucaristici del canonico Gerlando di Besançon (cf. A. Cordoliani, Note sur un auteur peu connu: Gerland de Besançon [m. dopo il 1148], in Revue du moyen âge latin, I (1945), pp. 411-19), seguace di Berengario di Tours (v.), dando felici interpretazioni (asseris quod ille Lfugustinus] asserit, sed non sentis quod ille sentit) di alcuni
passi di s. Agostino (Serm., 77, 4: PL 38, 485). Nella conclusione della stessa lettera fa una forte affermazione dell'infallibilità del Romano Pontefice. Scrisse anche alcuni Carmina, tra cui è da ricordare uno riguardante la controversia delle investiture (ed. Borhmer, MGH, Libelli de lite, III, pp. 714-19).

Bibl.: PP. Maurini, Histoire littéraire de la France, XII, Parigi 1763, pp. 493512; J. d'Urban, Histoire et ouvrage de Hugues Métel, Parigi 1839; Harter, II, coll. 127-58; L. Ott, Untersuchungen zur theolog. Briefiter. der Frühscholastik. Münster 1927, pp. 46-57; F. Holbäck, Der escharist. und der myst. Leib. Christi, Roma 1939, pp. 35, 208; J. De Ghellinck, L'essor de la littér. lat. au XIIe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 6, 110 n. 18, 112; id., Le mousam. théol. du XIIe siècle, $2^{\circ}$ ed., Bru-ges-Parigi 1948, pp. 134, 163-64, 168, 234, 278, 292, 482, 501, 521.

Antonio Piolanti
UGO di Newcastle. - Teologo francescano del sec. xiv, detto de Novo Castro, località non ben determinata e posta in Inghilterra secondo alcuni, alla frontiera franco-germanica secondo altri.

Denominato «lo Scolastico», fu fervente seguace e difensore di Duns Scoto, che chiama nei suoi scritti doctor noster; figura infatti nei medaglioni dei 14 principali scotisti, posti nel 1513 intorno alla tomba di Scoto a Colonia. Scrisse: Comment. in IV Sostentiarum (inedito); Tractatus de victoria Christi contra Antichristum, composto nel 1319 (Norimberga 1471) ed altre opere, la cui autenticità è incerta.

Bibl.: Wadding, Scriptores, p. 121 (ammette l'origine inglese di U.); L. Amorós, II. de Novo Castro O.F.M., und sein Kommentar zum ersten Buch der Sentenzen, in Franci/shaner Studien, 20 (1933, 1), pp. 177-222 (con bibl.); O. Bonmann, Ein franzish. Literaturkatalog des XV. Fahrh., ibid., 23 (1936), p. 131. Gaudenzio Melani
UGO di Porta Ravegnana. - Giureconsulto, uno dei quattro dottori discepoli d'Irnerio. N. a Bologna forse sui primi del sec. XII, m. tra il 1166 e il 1171. Si ricorda di lui la partecipazione alla Dieta di Mancaglia (1158); si hanno documenti (1151-66) della sua attività di causidico e di giudice imperiale.

Maggiore importanza ha l'opera scientifica; e più ne avrebbe, se l'incertezza della maggior parte delle attribuzioni non impedisse ai moderni così di confermare come di contestare la lode di mens legum che diedero a U. i contemporanei e che la leggenda mise sulle labbra d'Irnerio morente. Non pare gli sia dovuta la Summula de pugna che va sotto il suo nome; né ormai trova più credito l'attribuzione a lui della Summa Codicis Trecensis. Incerta è pure la paternità d'una raccolta di distinzioni; incertissima quella d'un Ordo iudiciorum. Sicuramente di U. sono alcune distinzioni isolate, alquante glosse (siglate di solito V.), una Summula de errore e una Summula de petitione hereditatis.

Bibl.: F. C. von Savigny, Gesch. des römisch. Rechts im Mittelalt., IV, $2^{\circ}$ ed., Heidelberg 1890, pp. 155 sgg., 497 sgg.; A. Solmi, Contributi alla storia del dir. comune, Roma 1937, p. 311 sgg.; H. Kantorowicz, Studies in the Glossators of the Roman Lato, Cambridge 1938, pp. 103 sgg., 267 sgg.; id., De pugna, in Studi Besta, II, Milano 1939, p. 1 sgg.; P. Torelli, Glosse preaccursione alle Istituzioni: nota terza: Iacobo ea U., in Rendic. delle sess. della R. Accud. delle scienze dell'Ist. di Bologna, classe di sc. mor., $4^{\circ}$ serie, 8 (1944-45), p. 117 sgg. Piero Fiorelli
UGO da Prato: v. panziera, ugo.

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(fol. Enc. Catt.)
Ugo da San Caro - Postillae in Genesim - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 50 , fol. $5^{\circ}$ (fine del sec. XIV).

UGO da San Caro (Hugo a Sancto Caro). - Dotto esegeta e teologo, n. a St-Cher presso Vienne nel Delfinato, m. in Orvieto il 19 marzo 1263. Nel 1225 entrò tra i Domenicani. A Parigi studiò filosofia, teologia e diritto. Dopo avere ricoperto alte cariche nell'Ordine, nel 1244 fu nominato cardinale da Innocenzo IV, che l'utilizzò come legato in Germania ed in altre missioni.
U. compose non pochi lavori biblici. Seguendo la tendenza del tempo, si occupò specialmente del testo della Volgata. A lui si deve una Sacra Biblia recognita et emendata, id est a scriptorum vitiis expurgata. Additii ad marginem variis lectionibus codicum manuscriptorum Hebraeorum, Graecorum et veterum Latinorum codicum aetate Caroli Magni scriptorum. E un correttorio biblico (v.), composto ca. il 1248, il quale insieme al Correctorium Parisiense sostituì il Correctorium Senonense nell'Ordine domenicano. In tale revisione testuale U. seguì in modo particolare le note di s. Girolamo e di altri antichi, dando un peso eccessivo a lezioni più conformi all'originale ebraico. Ad U. risalgono la prima concordanza biblica e la divisione dei capitoli in sezioni minori, contrassegnate da lettere dell'alfabeto. La divisione fu adottata da molti esegeti ed anche dai testi liturgici, come si può vedere in antichi Messali e Breviari. Come esegeta U. ebbe notevole cura per il senso letterale, pur non tralasciando, secondo l'uso del tempo, quello spirituale. Le sue Postillae in universa Biblia iuxta quadruplicem sensum litteralem, allegoricum, morale, anagogicum, ebbero influsso sensibile sull'esegesi posteriore; furono stampate varie volte : la prima edizione apparve in Basilea nel 1482; la migliore è quella di Venezia del 1754 (Opera omnia in universum Vetus et Novum Testamentum, 8 voll.). Nella questione del canone biblico del Vecchio Testamento, U. (cf. Prologus in Eccli., ed. di Venezia, III, 171b) attribuì un'autorità secondaria ai deuterocanonici, seguendo s. Girolamo.

Come teologo U. compose un Commento sulle Sentenze di Pietro Lombardo e Quaestiones disputatae sui Sacramenti, di cui alcune sono state identificate in un manoscritto di Dousi.

Biel.: Hurter, II, coll. 339-41; E. Mangenot, Hugues de St-Cher, in DThC, VII, coll. 221-39; E. F. Sutcliffe, Hugo a S. Caro, in Forbum Domini, 6 (1926), pp. 149-56; D. Van den Eynde, Nouvelles Questions de Hugues de St-Cher, in Mélanges Joseph De Ghellinck, II, Gembloux 1951, pp. 815-35.
Angelo Penna
UGO di San Vittore. - Teologo e filosofo, n. ca. il 1096, probabilmente ad Hartingham in Sas-
sonia (la sua discendenza della famiglia dei conti di Blanckenburg è incerta), m. a Parigi l'ir febbr. 1141.

Dopo un soggiorno nell'abbazia agostiniana di Hamersleben (presso Halberstadt), giunse tra il 1115 e il 1118 a S. Vittore di Parigi (accolto dall'abate Gilduino (v.)), dove fu discepolo di Guglielmo di Champroux (v.) e, dal 1125 , professore. Di. venuto nel 1133 direttore della scuola, poco dopo ebbe anche l'ufficio di priore. Osberto, infermiere di S. Vittore, narra gli edificanti particolari della morte del poco più che quarantenne teologo (PL 175, 161-63), il quale fu subito ritenuto un santo (gli furono attribuiti miracoli), sebbene non abbia mai avuto culto pubblico.

Pur sorvolando sui notevoli scritti De Gramatica (ed. J. Leclercq, in Archives d'hist. littér. et doctr. du moyen âge, 14 [1945], pp. 263-322), Epitoma Philosophiae (ed. B. Hauréau, Hugues de St-Victor. Nouvel examen de ses semures, Parigi 1859, pp. 162-75), Chronica (ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores, XXIV, pp. 86-97) e altri simili, che rivelano il suo interesse per tutto lo scibile, occorre ricordare i numerosi saggi di esegesi biblica: De Scripturis et scriptoribus sacris praenotatiunculae (PL 175, 928), trattato d'ermeneutica; Adnotationes elucidatoriae in libros Regum (ibid. 93-114); In Salomonis Ecclesiasten homiliae 19 (ibid. 113-256); Adnotationes elucidatoriae in threnos Jeremiae (ibid. 253-322); Explanatio in Canticum B. Marie V. (ibid. 413-32); Orationis dominicae expositio (ibid. 774-89); un commento a Hebr. 4, 12-15, 2 si trova in PL 177, 289-94. Nella vasta e confusa Miscellanea, in 7 il. (PL 177, 469-900), una ulteriore indagine critica potrà distinguere notevoli parti esegetiche appartenenti ad U. (cf. C. Spicq, Esquisse d'une histoire de l'exégèse au moyen âge, Parigi 1944, pp. 120-22 e passim).

La larga fama di mistico, che U. comunemente gode a scapito di quella più meritata di teologo dogmatico, è fondata su numerosi e pregevoli scritti. Più che dal diffuso commento allo Pseudo-Dionigi (Commentariorum in Hierarchiam caelestem s. Dyonisii Areopagitae: PL 175, 923-1154) la dottrina spirituale di U. emerge: a) dalle opere di vita monastica: De institutione nonitiorum (PL 176, 925-52), Expositio in Regulam s. Augustini (ibid. 881-924), dove manifesta il suo equilibrio spirituale nell'interpretazione della lettera e dello spirito della regola; b) dai trattati sull'orazione: De meditando (ibid. 99398); De modo orandi (ibid. 977-88), sulle condizioni e i gradi dell'orazione; Subloguium de arriba animae (ibid. 951-70); c) dalle operette sulla vita interiore, su cui ha composto una interessante trilogia: De vanitate mundi et rerum transeuntium usu (ibid. 703-40); De arca Noe morali (ibid. 617-80): indica nell'anima tempio di Dio, nella Chiesa, nella Sapienza l'arca salutis; De arca Noe mystica (ibid. 681-704) : svolge lo stesso argomento sotto il velo del simbolismo, di cui porge progressivamente la spiegazione. Lo stesso motivo dell'arca mistica ritorna nella suggestiva contemplazione De operibus trium dierum (ibid. 811-38). L'unione mistica è descritta anche nel De amore Spensi ad sponsam (ibid. 987-94) e nel De laude caritatis (ibid. 969-76).

Nel settore dogmatico-morale U. si è affermato con numerose e importanti opere: Eruditio dilascalica, o Didascalion (ibid. 739-812; ed. critica di Ch. H. Buttimer, Washington 1939); introduzione allo studio delle arti liberali, redatta con larghezza di vedute ( $v$ omnia disce: videbia postea nihil esse superfluum; coarctata scientia iucunda non est»: ibid. 800 e 801), costituisce una delle opere capitali della pedagogia medievale; Institutiones in deonlogum legis dominicae (ibid. 9-18); De Verbo Incarnato collationes tres (ibid. 177, 315-24); De quatuor voluntatibus in Christo (ibid. 176, 841-46); De sapientia

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animae Christi an aequalis cum divina fuerit (ibid. 845-56); De B. M. virginitate (ibid. 857-76); De Assumptione B. M. sermo (ibid. 177, 1209-1222); De quinque septenis seu septenariis (ibid. 175, 405-14) : vi sono messi in relazione i 7 vizi capitali con le 7 domande del Peter noster, con i 7 doni dello Spirito Santo, con le 7 virtù principali e con le 7 beatitudini (si tace però dei 7 Sacramenti).

Con il nome di sacramentum U. indica, generalmente, le cose sante rivelate dalla Scrittura, ossia tutta la teologia (s tota divinitas v. Eruditio didascalica, 1. VI, cap. 4: PL 176, 803) : tale è il significato del titolo del dialogo De sacramentis legis naturalis et scriptae (ibid. 17-42) e del capolavoro De sacramentis christianae fidei (ibid. 173-618), con cui si è acquistato fama imperitura. L'autore si propone di esporre il contenuto teologico della Bibbia e perciò divide l'opera in due libri corrispondenti ai due Testamenti : il primo libro studia l'opus conditionis come preludio dell'Incarnazione e pertanto in 12 trattati svolge la materia riguardante Dio, la creazione degli Angeli, del mondo e dell'uomo, il peccato originale, le riparazioni, la legge. Il secondo libro parla dell'opus reparationis in 18 trattati: Gesù Cristo, la Chiesa, Ordini e Uffici ecclesiastici, Sacramenti, virtù, fine del mondo e vita futura. In questo ampio e armonioso svolgimento della teologia rifulge la centralità di Cristo, fortemente sentita dall'autore e indicata con brio fin dal prelogo (PL 176, 183).

A differenza della scuola di Anselmo di Laon (v.), che prediligera l'antropologia e la soteriologia, U. svolge di preferenza la teodicea, la cristologia, l'ecclesiologia e la sacramentaria, senza trascurare il resto. Il suo dettato è terso, il latino dignitoso, l'erudizione assente, ma soggiacente. Questo appassionato cultore dei Padri, soprattutto di s. Agostino, più che ripetere le loro parole, ne assimila il pensiero, che fonde in una sintesi personale, la quale pur nella fondamentale fedeltà alla tradizione si aggancia al nuovo. U. sente i problemi emergenti dall'età sua in gran fermento e se anche non li risolve, avanza proposte nuove, talora ingenue molte volte geniali. Alieno dai metodi scolastici già in voga nella scuola di Abelardo (v.), ama lo spontaneo svolgersi delle idee e dei problemi, more Patrum. Per queste ed altre caratteristiche il mirabile De sacramentis (che rimane anche oggi un'inesettuibile introduzione alla teologia dogmatica) ebbe una meritata fortuna. Con esso il suo autore, già in corrispondenza con le più alte personalità del suo tempo, fece sentire la sua autorità su Pietro Lombardo e s. Tommaso e attraverso i due principi della Scuola s'inserì definitivamente nella svolgimento del pensiero teologico dell'Occidente. Esaltato da Dante (Paradiso, XII, 133), ammirato da distinti pensatori nel Rinascimento, citato dalla rinnovata Scolastica del sec. xvir, riscuote ancor oggi l'universale simpatia. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: A. Mignon, Les origines de la Scolast. et Hugues de St-Victor, Parigi 1695; F. Vernet, H. de St-V., in DThC, VII, coll. 239-306; H. Weisweiler, Die Wirksamkeit des Sohram. nach H. von St. V., Friburgo