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ica del sec. xvir, riscuote ancor oggi l'universale simpatia. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: A. Mignon, Les origines de la Scolast. et Hugues de St-Victor, Parigi 1695; F. Vernet, H. de St-V., in DThC, VII, coll. 239-306; H. Weisweiler, Die Wirksamkeit des Sohram. nach H. von St. V., Friburgo in Br. 1932; W. A. Schneider, Gesch. und Geschichtsphiles, bei H. von St. V., Münster 1933; P. Pession. L'Ordine sacre e i suoi gradi nel pensiero di U. di S. V., in La Scuola catt., 5* serie, 37 (1936), pp. 124-49; E. Poppenberg, Die Christologie des H. von St. V., Hiltrup 1937; H. Weisweiler, H. von St. V. Dialogos de Sacramentis legis naturalis et scriptae als frühscholast. Quellenuerb, in Misc. Mercati, II, Città del Vaticano 1946, pp. 179-219; J. De Ghellinck, L'essor de la littér. lat. au XIIe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 51-53 e passim; id., Le mouvement théol. au XIIe siècle, $2^{\circ}$ ed., Bru-selles-Parigi 1946, pp. 183-97 e passim (v. indice); A. Landgraf, Einführung in die Gesch. der theol. Literatur der Frühscholastik, Ratisbona 1948, pp. 73-79; F. Pabrer, U. di S. V., in Enc. Ital., XXXIV, p. 615; E. Kleineidam, Literargeschichtl. Bemerkungen zur Eucharistielehre H. von St. V., in Scholastik, 20-24 (1949), pp. 264-66; H. Weisweiler, Die Arbeitsoethode H. von St. V. Ein Beitrag zum Entstehen seines Hauptwerkes De Sacramentis, in Scholastik, 20-24 (1949), pp. 256-66; D. Van den Eynde, H. de St-V. source de Pseudo-Etienne Langton, in Rech. de théol. anc. et méd., 17 (1950), pp. 61-78; H. Weisweiler, Zur Einflusspiäre der + Vorlesungen + H. von St. V., in Mülanger 7. De Ghellinch, II, Gembloux 1951, pp. 327-81; id., Die Ps.Dionysissbommentare + In Caelestem Hierarchiam + des Skotos Eriugena und Hugo von St. Viktor, in Recherches de théologie anc. et méd., 19 (1952), pp. 26-47. Antonio Piolanti

UGO di Strasburgo (Ripelin). - Teologo e poeta del sec. xiri. Poco si conosce della sua vita; il suo nome si incontra in documenti del 1268 e del 1296.

Domenicano nella sua patria, probabilmente studiò a Parigi. Fu priore e insegnò nel suo convento di Strasburgo. Fu discepolo di s. Alberto Magno, di cui seguì l'indirizzo neoplatonico. Gli si attribuiscono un Commentarium in IV libros Sententiarum, Sermones varii, Quodlibeta. Quaestiones. Certamente suo è il Compendium theologicas veritatis (Venezia 1476), scritto ca. il 1265 , che per vari secoli fu il più diffuso manuale di teologia scolastica; ebbe moltissime edizioni e già nel medioevo fu tradotto in tedesco e fu attribuito da alcuni a s. Tommaso, da altri a s. Bonaventura o a Ulrico di Strasburgo o specialmente a s. Alberto Magno, sotto il cui nome uscì anche la prima edizione. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: Quétif-Echard, I, pp. 470-71; L. Ploque, Hugo von Strassburg und das Compendium theologicae veritatis, in Zeitschr. für kathol. Theol., 28 (1904), pp. 239-40; M. Grabmann, Mittelalterl. Geistesleben, I, Monnco 1926, pp. 173-85; A. Stohr, Die Trinitätslehre des Ulrich von Strassburg (Mänsterische Beiträge zur Theol., 13), Münster 1946, pp. 228-31.

UGOLINI, Biagio. - Ebraista, n. a Venezia ca. il 1700. La sua vita è quasi del tutto sconosciuta. Era un ebreo convertito, che compì un'opera molto utile per la conoscenza delle antichità giudaiche.

II Thesaurus antiquitatum sacrarum complectens selectissima clarissimorum virorum opuscula, in quibus veterum Hebraeorum mores, leges, instituta, ritus sacri et civiles illustrantur, pubblicato in Venezia (1744-69), comprende 34 voll. in-fol. Ai trattati scritti da autori di poco anteriori sono inframezzati testi rabbinici. Suo pregio principale è l'avere raccolto opuscoli difficilmente accessibili nelle loro edizioni originali e l'avere offerto ai cristiani non pochi trattati rabbinici con una perspicua traduzione latina. Fra gli autori cristiani figurano, fra gli altri, Bochart, Bonfrère, Buxtorf, Carpzov, Sigonio, Deyling, Lowth, Reland. Non pochi saggi sono dello stesso U. I primi 4 voll. contengono trattati di indole piuttosto generica; i seguenti trattano della geografia, del sacerdozio, Tempio, riti, sète, numismatica, costumi, poesia, musica ecc. degli Ebrei.

L'ottimo repertorio di antichità giudaiche testimonia un'operosità straordinaria ed un grande interesse per l'esegesi, anche se spesso sono accolte e sopravvalutate leggende o racconti haggâdhici.

Bibl.: H. Strack, s. v. in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, $3^{2}$ ed., XX, pp. 196-97; I. Jacobs, s. v. in Jew. Enc., XII, pp. 338339; Hurter, V, coll. Angelo Fenza

UGOLINI, Vincenzo. - Musicista n. a Perugia nel 1570 ca., m. a Roma il 6 maggio 1638.

Recatosi giovanissimo a Roma, studiò col Nanino. Fu maestro di cappella a S. M. Maggiore (1592-1603), alla cattedrale di Benevento (1619-15), a Roma in S. Luigi dei Francesi (1616-20), poi alla Cappella Giulia in S. Pietro (1620-26); e di nuovo a S. Luigi dei Francesi (1631-38). Pubblicò molta musica sacra: Mottetti a 8 voci (Roma 1644); 4 II. di Abbetrio da 1 a 4 voci con b. c. per l'organo (ivi 1616-19); 2 voll. di Salmi a 8 voci (Venezia 1620), 2 II. di Messe a mottetto a 8 e 12 voci (Roma, 1623); Salmi e mottetti a 12 voci (Venezia 1624); Psalmi e Vesperas (ivi 1628). Sono opere di certo valore, che ricordano la maniera del Palestrina di cui fu uno dei migliori seguaci.

Bibl.: E. Celani, I cantori della Cappella Pontif. nei secc. XVI-XVII, in Riv. mus. ital., 14 (1908), pp. 83 sgg., 752 sgg.; V. Raeli, Da V.U. ad O. Benevoli nella Cappella della Basilica Liberata, Roma 1921.

UGOLINO di Vieri di Ugolino. - Orafo senese, m . tra il 1380 e il 1385 ; fu istruito nell'arte dal padre, insieme con i fratelli Luca e Domenico, essi pure orafi.

Menzionato per la prima volta in un documento del 1329. Tra il 1337 e il 1338, con l'aiuto di Viva di Lando e di Bartolomeo di Tommè detto Plasino, senesi, condusse il reliquiario del S.mo Corporale che si conserva nel duomo d'Orvieto. Esso è tutto in argento (alto m. I, 39,

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(fol. Enc. Catt.)
Ugonio Pompeo - Pagina con appunti autografi relativi al quartiere di Porta Capena; lo schizzo riproduce le figure dell'Onore e della Virtù - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 1994, f. 325.
largo m. o,63, del peso di oltre un quintale), a due prospetti tricuspidati che vagamente s'ispirano alla facciata del Duomo orvietano, con alti pinnacoli tra i timpani, di cui il centrale è sormontato da una croce : statuette adornano la base e le sommità dei pinnacoli e delle cuspidi. La base concava e le due facciate sono istoriate con pannelli eseguiti nella tecnica dello smalto translucido: rappresentano scene della vita e della Passione di Cristo e una compiuta illustrazione del miracolo di Bolsena e delle vicende del S.mo Corporale. Esso reca inoltre due iscrizioni, una delle quali contiene il nome dell'artista. Nel duomo di Orvieto, proveniente da S. Giovenale, si conserva un altro reliquiario, di rame dorato, a forma di tempietto esagonale con placche in argento e smalto, per contenere la testa di s. Savino: reca nel coronamento della calotta un'iscrizione con la firma di U. e di Viva. Un calice firmato dai medesimi è nella chiesa di S. Domenico di Perugia. Altre opere di oreficeria vengono attribuite a U., tra le quali il mirabile reliquiario in argento con smalti proveniente dall'abbazia di S. Galgano ed ora conservato nella parrocchiale di Frosini (Siena); una tazza in cristallo di rocca con smalti illustranti la leggenda di Tristano e Isotta nel Museo Poldi Pezzoli di Milano e una placca in smalto con la Natività nel British Museum. - Vedi tav. LXXI.

BibL.: G. Milanesi, Docum. per la storia dell'arte senese, I, Siena 1854, p. 57 sgg.; Venturi, IV (1906), p. 937 sgg.; I. Marchetti, Grafi senesi, in La Diana, 4 (1929), pp. 17-43; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, pp. 894-97. Enzo Carli

UGONIO, Pompeo. - Sacerdote, n. in Roma ca. la metà del sec. xVI, m. ivi il 28 apr. 1614 e sepolto nell'antica sacrestia della Basilica Vaticana.

Fu allievo dei Gesuiti, poi chierico beneficiato della Basilica Vaticana prima del 1573 e docente dal 1587 nell'Archiginnasio romano. Nel 1588 pubblicò in Roma la Historia delle Stationi di Roma che si celebrano la quadragesima, dove oltre le vite dei Santi, alle chiese delle quali
è statione, si tratta delle origini, fondationi, riti, restaurazioni, reliquie e memorie di esse chiese, antiche e moderne. Nella prefazione a tale opera egli accenna che fin dalla puerizia si era dato a raccogliere memorie delle chiese di Roma e a prendere appunti su di esse, come dimostrano i manoscritti preparati per un Theatrum Romanae urbis. G. B. De Rossi riconobbe uno di questi per metà conservato nel cod. Vaticano Barb. lat. 1994 (fol. 1-692) e metà nella Biblioteca comunale di Ferrara (cod. 1619, 1, 18, foll. 693-1400). In esso sono molte preziose notizie sulle chiese di Roma che vennero utilizzate da G. B. De Rossi, E. Münte, A. Frothinghum e G. Wilpert. Ancor più preziosi sono i suoi appunti manoscritti, conservati nella Bibl. Vaticana, poiché le sue osservazioni sono anteriori alle trasformazioni subite dai sacri edifici romani dallo scorcio del sec. XVI in poi; è anche notevole una copia del Catalogo delle chiese di Roma di N. Signorili con postille di carattere cronologico e topografico. Inoltre dal diario di P. U. risulta che a lui spetta l'iniziativa delle esplorazioni degli antichi cimiteri cristiani di Roma, iniziate il 15 nov. 1593 nelle cripte dell'Agro Verano insieme col diciannovenne «Juvene Antonio Bosio» suo discepolo nell'Archiginnasio Romano. Da tali appunti risulta che P. U. e Antonio Bosio visitarono parte dei cimiteri di S. Lorenzo, S. Sebastiano, Domitilla, Trasone, Priscilla, Panfilo, S. Valentino, copiando iscrizioni e disegnando sommariamente le pitture.

Bra... G. B. De Rossi, Roma zatter., I, Roma 1864, p. 19 sgg.; F. Münte, Notes sur les mosaigues cheft. en Italie, in Rev. archéol., 1878, p. 358 sgg.; Wilpert, Mosaiken, p. 274 sgg.; A. Silvagni, Inseript. christ. Urbis Romae sentimo sasc. antig. Nova series, Roma 1922, p. xLV; E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Rev. di arch. crist., I (1924), p. 47: 3 (1926), pp. 156-209.

Etrico Josi
UGONOTTI. - Con questo nome si designano i protestanti francesi, alla cui teologia e costituzioni ecclesiastiche contribuì soprattutto il calvinismo, tanto che le varie confessioni protestanti francesi si riunirono ispirandosi all'organizzazione sinodale e concistoriale della Ginevra di Calvino; il primo Sinodo delle chiese riformate francesi si tenne nel 1559 a St-Germain.

Dal punto di vista del dogma il credo degli u. non presenta uno spiccato interesse, quanto invece nei suoi rapporti con lo Stato: sia nei teorici, che contro l'accentramento regio vennero a propugnare un pensiero politico democratico (dove il sovrano è concepito solo come primo magistrato, obbligato a rispettare il contrattualismo tra Dio e popolo, che precede quello tra Dio e re), sia negli uomini d'azione, che riuscirono a dare all'unione ugonotta una solidissima base militare e politico-amministrativa (le tappe di questa organizzazione sono a Millaù con l'assemblea del 1573 e a La Rochelle con le riunioni del 1588). La primitiva superiorità etico-religiosa del Sinodo venne però a decadere man mano che l'organizzazione politica e militare fu sempre più deci-
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(per cortesia di mons. A. P. Freire)
Ugonotti - Croci ugonotte della Collezione del decano Raoul Allier - Parigi, Exposition de livres anciens, souvenirs historiques à la Bibliothèque d'histoire du protestantisme français.

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samente presa dalla più potente nobiltà in lotta contro la monarchia francese. Rifare la storia degli u. significa rifare la storia di più di un secolo di vita francese, proprio perché il rafforzamento dell'assolutismo regio si attua nella lotta accanita contro gli u., che venivano a formare un vero e proprio Stato nello Stato. Tappe di questa lotta sono l'opposizione dei Guisa e dei Condé; l'apogeo della potenza ugonotta, che nel 1570 ottenne dalla monarchia con la pace di St-Germain-en-Laye l'autonomia delle roccheforti di La Rochelle, Cognac, Montauban e La Charité; la politica di Caterina dei Medici (v.), che portò alla notte di S. Bartolomeo (v. baritidomeo, notte di san); l'urto tra i Navarra e i Guisa; l'assassinio di Enrico III; la politica filo-ugonotta di Enrico IV (v.), che con l'Editto di Nantes (v.) del 1598 concesse agli U. libertà di culto e parecchie places de sûreté; la guerra accanita di Richelieu, che culmina nella caduta dell'ultima piazzaforte ugonotta di La Rochelle (1628); la successiva decadenza politica degli u.; la revoca dell'Editto di Nantes, operata da Luigi XIV nel 1685; gli ultimi bagliori degli u. che negli aa. 1702-1705 presero le armi contro Luigi XIV (v. cassisardi). Particolare importanza nella storia economica europea ha avuto la revoca dell'Editto di Nantes, perché ha fatto esulare dalla Francia abili artigiani delle industrie tessili, che diedero notevole impulso alle manifatture fuori di Francia (Germania, Irlanda, Paesi Bassi, America del Nord).

Bib.: L. Romier, Catholiques et huguenots à la cour de Charles IX, Parigi 1024; J. Vicinot, Hist. de la réforme française des origines d'Edit de Nantes, ivi 1926; id., Hist. de la réforme française de l'Edit de Nantes à sa réconcision, ivi 1934; K. Mennszy, Die Gesch. der Ungenottenkirche, 2 voll., Berlino 1940-41; R. Narbonne, Jecune d'Albert reine des Huguenots, Parigi 1945; A. Ducasse, La guerre des Cimusoards: la résistance huguenote sous Louis XIV, ivi 1946; R. Stephan, L'épopée huguenote, ivi 1946. Come esempio dell'upcronità economica degli esuli ugonotti: A. W. Ellinger, Les réfrigéés huguenots en Saxe-Weimar, Gap 1933 e A. Carré, L'influence des huguenots français en Irlande aux XVII et XVIII siècles, Parigi 1937. Sul pensiero politico: G. H. Dodge, The political theory of the huguenots of the dispersion, Londra 1947. Sulla revoca dell'Editto: J. Orcibel, Louis XIV et les protestants, Parigi 1951.

Massimo Petrocchi
UGROFINNICI. - Speciale famiglia linguistica distinta in due rami : l'orientale o ugrico e l'occidentale o finnico.

Appartengono al primo l'ungherese, il vogulo e l'ostisco, al secondo il sirieno, votíaco, ceremisso, mordvino, le lingue finniche propriamente dette (livone, vepso, voto, estone, carelico, finnico) e il lappone. Loro sede originaria fu l'Europa nord-orientale e precisamente i territori boscosi tra il Volga e gli Urali, lungo i fiumi Kama e Bjelaja. Colà si verificarono i loro primi contatti con i popoli indoeuropei come attestano vocaboli comuni a tutte le lingue ugrofinniche risalenti al premindoeuropeo (es.: ungh. néo $=$ nome, vog. nam, ost. nem, sir. ōim, finn. nimi, lapp. namma di fronte ad ant. ind. nŭ́man-, avesta nŭma, greco 8vojca, lat. nomen, got. nomō ecc.). Più numerose le testimonianze di rapporti tra u. e il ramo ariano degli Indoeuropei (es.: ungh. $s z d z=$ cento, vog. sat, ost. süt, sir. to, vot. tu, cer. tüdō, mord. heda, finn. sata e ant. ind. sŭtŭm, avesta satsm, lituano sziñitas, ant. slavo eccl. sto, ecc.). La loro primitiva ma relativa unità si ruppe verso la metà del II millennio a. C. con lo sviluppo distinto del gruppo ugrico da quello fionico. Si distaccarono i progenitori degli attuali Ungheresi i quali trovatisi vicini al popolo molto più numeroso e forte dei Bulgaro-Turchi, vissuto nella Siberia occidentale, insieme con esso, negli anni $460-70$ d.C., si spostarono verso il Caucaso, restando per secoli in un ambiente turco che grandemente contribuì a trasformare la loro civiltà. Autonomi gli Ungheresi incominciarono ad essere quando, non potendo più trovare difesa in seno all'Impero bulgaro-turco contro i ripetuti attacchi dei Peceneghi, dovettero volgersi verso Occidente. Il comando delle sette tribù ungheresi, allora, era già nelle mani della tribù centrale chiamata Magyar, che diede poi il nome al popolo, e la prima tappa fu Lebedia, tra il Don e il Dnieper, la seconda Etelköz ( $v$ terra racchiusa da fiumi s), tra il Dnieper e il Danubio inferiore. Qui
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(da R. Bissolli, Le razze e i popoli della terra, I, Torino (Vit. p. 271)
Ugrofinnici - Gruppo di donne Mordva del Volga, con caratteri baltici e uralidi.
avvenne la definitiva unione delle tribù sotto il duce Arpd che guidò il popolo magiaro nelle nuove sedi tra i Carpati e il Danubio, il Drava e le Prealpi austriache; ciò avvenne nell'ultimo decennio del sec. ix (v. underelli).

Gli altri due componenti il gruppo ugrico, cioè i Voguli e gli Ostiachi, rimasti nel territorio degli Urali, continuarono a vivere insieme e la loro migrazione dalle antiche sedi europee verso quelle odierne nei pressi del fiume Ob , avvenne in tempi non molto lontani. Voguli e Ostiachi sono ridotti ormai a scarsi relitti: nel 1926 il loro numero era rispettivamente di 5200 e 18.000 .

Il nome ugrico, ugro, termine tecnico dotto, però deriva da denominazioni ricorrenti nelle fonti storiche da più di un millennio. Le parole ugrt, ungar, hungrū̄, Ungarn, Hungaria risalgono all'antico nome dei BulgaroTurchi: ouogur che nelle forme di *ongur, *ongr passò, attraverso le lingue slave (ugre, ugry, ugré, ńgrin, rúgrin, ecc.), nel latino medievale (plur, ungrī), tedesco (ungar) e, rilatinizzato in ungarus, diventò francese Hungri, Hungaria ecc. Nel greco bizantino si trova fin dal sec. x: $\pi \bar{u} \gamma \gamma \gamma o \mathrm{~s}$. D'altra parte i nomi Ugra, Yugra, Yugria, usati dalle antiche fonti russe, dai geografi arabi e dagli scrittori europei dei secc. xv-xvi per denominare il territorio abitato dai Voguli e dagli Ostiachi, sono pure derivazioni di onogur-*ongur.

Rotta l'antica unità ugrofinnica, il complesso occidentale percorse per lungo tempo ancora la stessa strada dell'evoluzione e mantenne più che il gruppo ugrico, frequenti rapporti con popoli indoeuropei. La sua scissione in ulteriori due rami avvenne intorno al 1000 a.C. Il ramo finnico (Ceremissi, Mordvini, Finnici e Lapponi) si spostò verso Occidente, mentre i Sirieni e Votiachi (chiamati popoli di Perm) rimasero nelle loro sedi orientali tra i fiumi Vjatka e Kama.

I Sirieni, fin dal sec. xiri tributari dei Russi, si convertirono al cristianesimo alla fine del sec. xiv per opera di s. Stefano di Perm, creatore dell'alfabeto sirieno, che tradusse nella sua lingua molti testi religiosi, i quali, accanto a quelli ungheresi dei secc. XI, XII e XIII, costituiscono i più antichi monumenti ugrofinnici. Secondo una statistica sovietica del 1926, il numero dei Sirieni ammontava a 364.000 , la maggiore parte dei quali si occupa di agricoltura e commercio.

I Votiachi, poco più numerosi, abitano a sud dei Sirieni in un territorio che fino al 1236 faceva parte dell'Impero bulgaro-turco distrutto in quell'anno dai Tartari. Dopo una lunga e pacifica convivenza con i Bul-garo-Turchi, i Votiachi caddero sotto il dominio dei khan tartari, che durò fino al 1552 , quando i Russi resero tributari di Mosca anche i Votiachi. Nel 1920 il

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territorio da essi abitato ricevette un aspetto autonomo. La giovanissima letteratura votiaca in parte si alimenta della ricca poesia popolare, in parte riflette, come pure quella siriena, la letteratura sovietica.

Gli antenati degli odierni Ceremissi e Mordvini si staccarono dai Finnici propriamente detti non prima del sec. II a. C. e continuarono a formare un solo popolo, finché la divisione, svoltasi lentamente, divenne completa nel sec. VII d.C. Nella storia dei Ceremissi e Mordvini si distinguono tre epoche principali: 1) influsso bulgaroturco (700-1236); 2) dominazione tartara (1236-1552); 3) dominazione russa (dal 1552).

L'idioma dei Ceremissi è imbevuto, più che qualunque altra lingua ugrofinnica, di elementi turchi. Oggi i Ceremissi, in numero di ca. 425.000 , vivono in due gruppi a nord-ovest e nord-est dell'ansa del Volga. I Mordvini, a sud dei Ceremissi e dei Votiachi, sono dispersi lungo le due sponde del Volga e frammischiati con Russi e Turco-Tartari. Nonostante il loro numero relativamente alto (nel 1926: 1.267 .000 ), essi resistono assai debolmente all'influsso culturale e linguistico russo.

I Lapponi vivono da tempi remotissimi nelle regioni settentrionali della Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Il loro numero complessivo ammonta ad appena 35.000 . Parlano dialetti diversi, i quali appartengono senza dubbio alla famiglia ugrofinnica, mentre antropologicamente i Lapponi, secondo studi recenti, rappresentano il residuo di un'antichissimo tipo mongoloide nordico. La lingua odierna non è certamente il loro idioma originario, ma la parlata dei Finnici adottata negli ultimi secoli a.C., nel tempo, cioè, della scissione del ramo occidentale ugrofinnico nei gruppi finnico e mordvinoceremisso. Anche il loro nome deriva dal finnico, dove lappi, lappi significa "luogo appartato", e lappalainen "abitante di luoghi fuori mano" che, in senso traslato, vuol dire "arretrato, primitivo, incivile". I Norvegesi, che da tempi antichi avevano contatti con i Lapponi, li chiamavano sempre "finnici" e questa parola (fenni, finni), tramandata per la prima volta da Tacito (Germania, cap. 46), nel medioevo serviva a denominare ora i Lapponi ora i veri e propri Finni (suomalainen).

Le unità etniche dei Finni, Estoni, Carelici, Vepsi, Voti e Livoni, si vennero formando dopo il distacco di quel gruppo ugrofinnico, che partendo dalle antiche sedi del Volga si spostò verso Occidente per stabilirsi infine nel territorio a sud del golfo Finnico e del lago Ladoga. I suoi componenti linguisticamente ancora oggi sono molto vicini. Negli ultimi secoli a. C., tale gruppo giunse nelle vicinanze di popoli baltici (Lituani, Lèttoni, antichi Prusiani), dai quali apprese l'agricoltura, l'allevamento del bestiame e la costruzione delle case. Nei primi secoli dell'èra cristiana ebbe inizio l'influsso germanico, che fu decisivo per l'ulteriore sviluppo culturale di quel gruppo e soltanto verso il sec. viII d.C. i suoi membri cominciarono a prendere contorni più o meno netti di nuove individualità etniche.

I Fïnnici presero possesso dell'attuale loro patria (Suomi) fra il III ed il VII sec. d.C. (v. finlandia).

I Carelici, un tempo i più progrediti tra gli abitanti dei dintorni del Ladoga e Onega, verso la metà del Duecento soccombettero ai Russi e, convertiti all'ortodossia, perdettero ogni contatto culturale con i Finnici. Il sentimento di fratellanza rinacque in seguito alla scoperta in Carelia del comune antico tesoro poetico. Oggi i Carelici (non più di 300.000 ) vivono nella Carelia russa e più a sud, nella regione di Tver e Novgorod. I Vepsi (appena 30.000 anime) sono dispersi nel territorio a sud dell'Onega e ad est del Lagoda. La loro civiltà arretrata e una istintiva riservatezza li salvarono dalla rusci ficazione, che, però, di recente progredisce sempre più. Il gruppetto più esiguo delle genti finniche è rappresentato dai Voti, che in alcune località sperdute dell' Ingermanland stentano gli ultimi giorni della loro vita. Quasi del tutto estinta è pure la lingua dei Livoni i quali diedero il nome alla Livlandia da loro abitata fin dal sec. xir.

Il popolo estone, uscito dalla servitù russa, che non riusci a spogliarlo della sua individualità e lingua, nel 1918 si organizzò in Stato indipendente, l'Estonia, che
nel 1934 aveva 1.125 .000 ab. I due principali dialetti dell'estone, le parlate di Tallin e di Tartu, sono molto dissimili e ognuno di essi sviluppò una propria lingua letteraria : la loro unificazione è di data recente. Attualmente l'Estonia è incorporata nello Stato sovietico.

Bibl.: M. A. Castrén, Ethn. Varlsisangen über die altaischen Völker, ed. Schiefner, Pietroburgo 1897; O. Donner, Die gegenteit. Versandtschaft der finnisch-agrisch. Sprachen, Helsinki 1879; J. Szimnvei, Die Herkunft der Ungarn, ihre Sprache und Urkultur, in Uug. Bibl., I, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1923; U. T. Sirclius, Die Her. kunth der Finnen. Die finnish-agrisch. Välber, Helsinki 1924; Suomen suhu, I-III, ivi 1926-34 (manuale diretto da A. Kannisto, Setälä, U. T. Sirclius e G. Wichmann); N. N. Poppe-G. A. Starcro, Finno-agershis narody, Leningrado 1927; I. Manninen, Suomensukuiset kansat, Pervoo 1929; K. Hildén, The racial composition of the Finnish nation, Helsinki 1932; K. B. Wiklund, Finno-Ugrier, in Reallux. der Vorgesclh., III, Berlino 1925, pp. 364. 379; C. Tagliavini, La lingua ungher, e il problema delle orig. dei Magiari, Budapest 1932, estr. da Corsino, nn. 21-22; M. Zsirai, Finnugor rohanstgunb, Budapest 1937; A. Battaglia, I Finni, in Rast. geopolitica, Milano 1940.

Einerico Värsäy
UGUCCIONE da Lodi. - Uomo d'arme e di penna vissuto tra gli ultimi decenni del sec. xir e i primi del xiri, n. forse a Cremona, da una famiglia Lodi; appartenne, forse, alla setta valdese o a quella dei "poveri lombardi".

Scrisse in volgare veneto un poemetto: Il libro sulla creazione del mondo, la morte, l'inferno, il paradiso, i vizi umani, specie superbia e avarizia. Il libro è diviso in due parti : la prima in lasse monorime di dodecasillabi ed endecasillabi ; la seconda (detta anche Istoria) in distici novenari a rima baciata. La prima, fra tanto sermoneggiare, contiene un interessante confessione dell'autore: finché fu "vigoroso, atente, prode più d'Otlando" non si curò di Dio, anzi dice : "encontra Ti fui fer et combattente", divenuto "vegio e canuo", si diede a penitenza. La seconda parte traduce liberamente poementi francesi didattico-religiosi. Ad U. si attribuiscono altre opere, in cui si trovano molti versi del Libro, cioè : La contemplazione della morte; Del piangolante nascimento dell'omo (rimaneggiamento del De contemptu nonodl); l'Aveento dell'Anticristo, ricalcato sull'Epistola di Assone e sul Lostus paschalis de Antechristo (1161), ma con spunti nuovi nella parte centrale. Le rime di U., immerse nel clima apocalittico della fine del sec. xir, hanno, pur nella loro prolissità, una rude suggestione. Pietro 'da Bersegapé e Giacomino da Verona inserirono versi di U. nei loro poemetti.

Bibl.: per il testo: A. Tobler, Das Buch des Ugnzen de Laodhe, Berlino 1884, Studi: S. Morpurgo, U. da L., in Riv. crit. della lett. ital., 1 (1884), pp. 57-60; F. Torraca, U. da L., in Studi sulla lirica ital. del Duecento, Bologna 1902, pp. 396-98; E. Levi, Posti antichi lombardi, Milano 1921, pp. 18-29; id., U. da L. e i primordi della poesia ital., Firenze 1921 ( $2^{\circ}$ ed. ampliata, Venezia 1928); recensioni a quest'opera: G. Borsoni, in Giorn. stor. della lett. ital., 79 (1922), pp. 300-10; A. Monteverdi, ibid., 82 (1923), pp. 157-74; G. Borsoni, Ancora di U. da L. e dell'eresia mediev., ibid., 83 (1923), pp. 207-12; id., Il Duecento, Milano 1930, pp. 269-71; E. Y. May, The "De Jerusalem celesti" and the "De Babilonia infernali", Londra 1930, pp. 18-21; F. De Sanctis e G. Lazzeri, Storia e antologia della lett. ital. dai primi secoli agli albori del Trecento, Milano 1930, pp. 127-29 e 172-86.

Maria Sticco
UGUCCIONE da Pisa. - Decretista e lessicografo medioevale, n. a Pisa nella prima metà del sec. xir, m. a Ferrara II 30 apr. 1210.

Nello Studium di Bologna, presso il quale, dopo avervi conseguito il dottorato, innegod diritto canonico dal 1178 al 1190 , brillò come il più celebre magister decretorum del suo secolo. Tra i suoi discepoli si distinse Lotario dei Conti di Segni, il futuro pontefice Innocenzo III, che gli conservò sempre stima e considerazione, come risulta dalle lettere decretali che gli dedicò e inviò, essendo papa, raccolte in seguito nel Liber Decretallum di Gregorio IX. Nel 1190 fu nominato vescovo di Ferrara. Dal 1197 al 1201, per ordine del Papa, attese in Nonantola al riordinamento della celebre abbazia.

È autore di una celeberrima Summa Decretorum (tur. tora inedita), composta tra il 1187 e il 1190 , il più ampio, il più originale e insieme il più importante lavoro del ge-

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nere, che estese il suo influsso di sommo maestro a tutto il medioevo. Per le cause XXIII-XXVI, che U. lasciò senza commento, l'opera ebbe diverse continuazioni anonime: la principale fu fatta da Giovanni di Dio (ca. il 1240). Sono pure di U. numerose importanti glosse al Decreto, inserite poi nella Glossa ordinaria al Decreto stesso.
U. fu inoltre un benemerito culture di grammatica e lessicografia. In questo campo, l'opera sua principale sono le Derivationes (inedite), una specie di lessico etimologico, eseguito sulla falsariga dell'analoga opera di Papin, le quali, benché non scorre dei difetti del tempo, ebbero grande diffusione e autorità nel medioevo e furono il dizionario di Dante. Scrisse pure, nel campo grammaticale, De dubio accento, il Rosarium e la Summa artis grammaticae, scoperta dal Grabmann.

BibL.: F. Masssen, Beitr. zur Gesch. der jurist. Literat. des Mittelat., in Wiener Sitzungsber. der K. Ahad. der Wissenschaften, 24 (1875), p. 35; J. F. von Schultz, Die Gesch. der Quellen, ecc. I, Stoccarda 1875, pp. 156-70; M. Sarti-M. Fattorini, De claris archigymnasi Bonanimnis professoribus, rintampa a cura di C. Albicini, 1, Bologna 1888 ivi 1896, p. 432 sgg.; J. Roman, Summa d'Huguecin sur le décret de Grotien d'après le manuscrit grig., in Mon. rev. hist. de droit frang. et strang., 27 (1903), pp. 745-805; S. Kuttner, Repertoriun der Kanonistik, Città del Vaticano 1936, pp. 155-60 e passim; N. Del Re, $J$ codici statis. della - Summa decretorum - di U. da P., Roma 1938; A. Merigo, I codici manoscritti delle - Derivationes - di U. Pisano, Roma 1836; M. Maccarrone, Chiave e Storia nella dottrina di papa Iunocenzo III, ivi 1940, pp. 68-78; A. Stickler, Der Schwerterbegriff bei Huguecin, in Ephemerides iuris can., 3 (1940), pp. 201222; H. D. Austin, Uguccione Miscellane, in Italica, 27 (1950), pp. 12-17; S. Mochi Onory, Fonti canonistiche dell'idea moderna dello Stato, Milano 1931, pp. 141-77. Eccuria da San Mauro

UHLAND, LUDWIG. - Scrittore tedesco, n. il 26 apr. 1787 a Tubinga, ivi m. il 13 nov. 1862. Rappresenta con Justinus Kerner e altri la cosiddetta Scuola poetica sveva.

Recatosi giovane a Parigi a studiarvi il Codice napoleonico (U. si laureò in giurisprudenza e fece anche l'avvocato a Stoccarda), scoperse quivi la letteratura francese medievale, destinata a lasciare durevole suggestione sul suo spirito così di poeta che di storico. Dedicatosi infatti allo studio della letteratura tedesca antica e media, pubblicò nel 1822 un volume su Walther von der Vogelweide, che è opera viva e suggestiva, forse di poeta più che di storico, e che, nel 1829 , gli valse la cattedra di Lingua e letteratura tedesca all'Università di Tubinga. Ad essa fecero seguito, oltre a vari studi sulla storia della poesia medievale tedesca e sulle saghe nordiche, i volumi Der Mythen von Thor (1836) e Alte hoch- und niederdeutsche Volkslieder (1844-45), che riflettono, con un nuovo e ricco possesso delle fonti, le dottrine e gli atteggiamenti di gusto dei romantici, da Herder a Schlegel, fino ai contemporanei Arnim e Brentano. Partecipando attivamente dal 1816 alla vita politica e specie alla lotta per lo Statuto württembergbase (era stato eletto deputato alla Camera degli Stati), U. dovette, per divergenze con il suo governo, abbandonare nel 1832 l'Università; ma nel 1848 era membro dell'Assemblea nazionale di Francoforte, cui partecipò fino al suo scioglimento.

Come personalità di poeta U. possiede, rispetto a Kerner e anche ai romantici di Heidelberg, una originanalità minore, ma compensata non solo da più vasta cultura e perizia letteraria, ma anche dalla scoperta di un tono nuovo che caratterizza la sua lirica: tono tratto bensì dall'esempio della poesia medievale tedesca, ma riaccordato su una chiave di singolare obiettività, cioè di voluta e raggiunta impersonalità. Di qui il carattere veristico e narrativo della poesia di U., specialmente espresso nelle famose ballate e romanze. In esse non rivive quasi alcuna movenza dei precedenti cultori del genere, che pur si chiamano Bürger, Schiller, Goethe (quest'ultimo, certo, più presente al suo spirito degli altri) : le ballate di U., popolate di re e di regine, di cavalieri, di monaci e di pastori, rappresentano il risultato nuovo di un abbandonato contatto con il mondo medievale tedesco ed europeo (insieme ai trovatori francesi lo attraverso specialmente le romanze spagnole) oltre che con la vita contemporanea. La prima edizione dei suoi Gedichte è
del 1815. Tentò anche il genere teatrale, scrivendo, oltre vari frammenti, due drammi : Ernst Herzog von Schvaben (1818) e Ludwig von Bayern (1819).

BibL.: ed. giubilare delle opere poetiche, Gedichte und Dramen, Stoccarda 1886; ed. delle opere storiche, Schriften zur Gesch. der Dichtung und Sage, ivi 1865-73. Studi: J. Méjasson, Le sentiment religieux dans les poésies de U., Parigi 1913; H. Schneider, U. Leben, Dichtung, Forschung, Berlino 1920.

Sergio Lupi
ULFILA: v. GOTICA, VERSIONE DELLA BIBBIA.
ULPIANO, Domizio. - Giurista romano del sec. III d. C., originario di Tiro in Fenicia. Non si hanno molte notizie della sua vita: dal 205 al 211 fu, con Paolo (v.), assessore del praefectus praetorio Papiniano (v.).

Esiliato da Elagabalo nel 222, venne richiamato poco dopo da Alessandro Severo; e, dopo aver ricoperto le cariche di magister libellorum e di praefectus annonae, raggiunse, sulla fine dello stesso anno, quella di praefectus praetorio. La deferente benevolenza dell'Imperatore non valse a difenderlo dall'odio dei pretoriani, dai quali fu assassinato nell'a. 228.
U. è, forse, il più fecondo tra i giuristi romani. Le sue opere maggiori riguardano il diritto privato. Gli 8 libri ad edictum praetoris urbani costituiscono il più vasto commento all'editto pretorio dopo quello di Pomponio; i 50 libri ad Sabinum sono la più vasta esposizione del ius civile che si conosca. A questi commenti si affiancano 6 libri sui fedecommessi, 4 de appellationibus, 4 ad legem Aeliam Sentiam, 20 ad legem Iuliam et Papiam, 5 ad legem Iuliam de adulterio. Un altro notevole gruppo di opere tratta, invece, argomenti di diritto pubblico: io libri de officio proconsulis, 3 de officio consulis, 10 de omnibus tribunalibus e altri libri singulares sugli uffici di vari funzionari e magistrati.

Oltre ad alcune opere minori, la cui attribuzione è in parte contestata, va sotto il nome di U. il Liber singularis regularum o Tituli ex corpore Ulpiani (cod. Vat. Reg. 1128), raccolta fatta in epoca postclassica di frammenti di opere ulpianee. U. fu, con Paolo, uno degli autori più sfruttati dalla commissione incaricata di comporre i Digesta giustinianei; ed è uno dei giuristi della legge delle citazioni (v.).

BibL.: P. Krüger, Gesch. der Quellen und Literatur des röm. Rechts, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1925, p. 239 sgg.; P. Bonfante, Storia del dir. rom., I, $4^{\circ}$ ed., Roma 1934, p. 393 sgg.; P. de Francisei, Stor. del dir. rom., II, 1, Milano 1938, p. 506 sgg.; V. Arangio-Ruiz, Stor. del dir. rom., $2^{\circ}$ ed., Napoli 1950, p. 293 sg. Rodolfo Danieli

ULRICO (UdALRICO), vescovo di AUGUSTA, santo. - Della famiglia dei conti di Dillingen, figlio di Ucbaldo e di Ditberga, n. ad Augusta (Baviera) nell'890, m. ivi il 4 luglio 973.

Studiò a S. Gallo e alla morte del vescovo Hiltino, nel 923, gli successe sulla cattedra di Augusta per il favorevole intervento di Burcardo, duca di Svevia. Zelo la disciplina del suo clero nei sinodi annuali, vigilo sulla vita religiosa del suo popolo con le visite pastorali, attese alla predicazione ed ebbe cura dei poveri e dei monasteri, restaurando quello di S. Afra e costruendo quello di S. Stefano (968).

Il nome di U. è anche molto legato alla storia dell'Impero. Egli dette valido appoggio ad Ottone I il Grande, contro le tendenze autonomistiche dei duchi, lo sostenne nella ribellione del figlio Ludolfo (Liutolf), duca di Svevia, e riuscl a comporre la pace di Illemione (954). Durante l'assedio dell'esercito ungherese nel 955 , presente alla battaglia, incoraggiò i difensori, e dopo la vittoria finale sul Lechfeld (ro ag.) cinse di mura la città. Di ritorno da un terzo viaggio a Roma nel 972, U. s'incontrò con Ottone I a Ravenna, e a lui rassegnò le dimissioni in favore di suo nipote Adalberone, mosso dal desiderio, secondo il suo biografo, di ritirarsi in un monastero e di conservare alla sua famiglia la sede di Augusta. Ciò costituiva una violazione del diritto, ed U., nonostante la venerazione di cui era circondato, insieme con il nipote,

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(per cortesia del doit, B. Beacukert)
UlRICO, vescovo di Auguista, santo, S. U. con il motivo iconografico del pesce in cui si trasformò il pezzo di carne con il quale si intendeva accusarlo. Arte altoatesina del sec. xv. Bolzano, Museo.
che già indossava le insegne episcopali senza essere stato consacrato, furono attaccati violentemente nel Sinodo di Ingelheim (zo sett. 972). Adalberone, prevenuto dalla morte, non poté succedere allo zio, che a breve distanza lo seguì nella tomba. Fu sepolto nella chiesa collegiale di S. Afra, più tardi chiesa benedettina con il titolo dei SS. Ulrico e Afra. Fu iscritto solennemente nel catalogo dei santi da Giovanni XV (31 genn. 993); la bolla di canonizzazione del 3 febbr. di quello stesso anno è la prima che sia stata emanata per simile circostanza(Jaffé-Wattenbach, 3848 ). E patrono principale della città e della diocesi di Augusta, e se ne celebra la festa il 4 luglio.

A torto gli si attribuisce un Sermosynodalis (PL 135 , 1071-74) ed una Epistola de continentio clericorum contro il celibato ecclesiastico (Anal. Bolland., 27 [1908], pp. 474-75). La sua corrispondenza è oggi perduta.

BRL.: BHL, II, nn. 8359-68; supplem. n. 8365; e A. Potbast, Bibl. Hist. M. Anci, II, Berlino 1896, pp. 1612-13; Acta SS. Iulii, II, Venezia 1747, pp. 73-132; Manitius, II, pp. 203-10; A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlands, II, Lipsia 1920, pp. 47-52; Martyr. Romanum, p. 270. Intorno agli ultimi studi biografici di U. Schmid (Augusta 1901) e A. Stonner (Friburgo in Br. 1934) cf. Anal. Bolland., 20 (1901), 346-47; 53 (1935), 449.

Clemente Schmitt
ULRICO di Strasburgo. - Teologo e filosofo domenicano, n. a Strasburgo all'inizio del sec. xim, m. a Parigi nel 1278.

Alunno di s. Alberto Magno in Colonia, insegnò a Strasburgo filosofia e teologia, fu provinciale della Teutonia (1272-77) indi professore a Parigi.

Scrisse un commento al Librum metheorum e al De anima di Aristotele. Commentò in parte anche le Sentenze. Ma di queste e di altre opere, che con minore probabilità gli si attribuiscono, non resta traccia alcuna. Di lui si conservano invece 25 lettere del periodo del suo provincialeio (ed. da H. Finke, Ungedruckte Dominikanerbriefe des 13. Jahrhunderts, Paderborn 1891, nn. 47-59, 66-78, 81), una predica scritta in tedesco antico (ed. da J. Daguillon, U. de S. prédicateur, in La vie spirituelle, suppl., 17 [1927], pp. 90-94), e il Liber de Summo Bono. Scritto contemporaneamente alla Sum. Theol. di s. Tommaso, il Liber non ha l'unità e la sistematicità delle opere dell'Aquinate; tuttavia rappresenta un notevole progresso sulle Somme anteriori per organicità della materia trattata e originalità del piano di composizione. E evidente l'indirizzo neoplatonico che U. eredita da s. Alberto Magno, di cui sfrutta specialmente il commento al De Divinis nominibus. U. dipende pure da altre opere neoplatoniche, come il Liber de Causis e la Metaphysica di Avicenna. Dio, secondo U., è l'esse formale di tutti gli enti, non in senso panteistico, ma perché
è causa efficiente ed esemplare e perché è luce di tutte le intelligenze. L'azione divina raggiunge gli esseri inferiori mediante il concorso delle intelligenze, informate dalla luce increata, le quali regolano il movimento dei corpi celesti. L'intelletto possibile ha naturalmente una conoscenza abituale e confusa di Dio, che a contatto con le cose diventa immediatamente sine probatione attuale e determinata. L'esse è la prima emanatio del primo Essere. La comunicazione di questo esse, che Dio conferisce a tutte le creature, è una diffusione di luce: Dio è pura luce formale e intellettuale e, poichè causa per suam essentiam, gli effetti sono necessariamente una diffusione di quella luce. U. è l'anello di congiunzione tra il neoplatonismo di s. Alberto Magno e i teologi e specialmente i mistici domenicani tedeschi dei secoli seguenti, da Tau. lero a Giovanni Nider.

BRL.: G. Thore, Extraits de la Summa de Bono d'Ulrich de Strasbourg relatifs à notre connaissance de Dieu, in La vie spirituelle, Suppl., 8 (1922-23), pp. 38-46; 9 (1923-24), pp. 28-42; id., Originalité du plan de la Summa de Bono d'U. de S., in Rév. thom., 27 (1922), pp. 376-97; J. Daguillon, La Somme d'U. de S., in La vie spirituelle, Suppl., 14 (1926), pp. 10-37, 89-102; 15 (1926-1927), pp. 56-67: M. Grohmann, Der Ulrich Engeflorti von Strasburg O. P. Abhandl. de Pulchro, Monaco 1926; A. Stohr, Die Trinitätslehre Ulrichs v. S., Münster 1928; J. Daguillon, Ulrich de S.O.P., La Summa de Bono, livre I, Parıd 1930; II. Weivesiller, Eine neue Überlieferung aus der Summa de Bono Ulrichs von S., in Zeitschr. für hsch. Theol., 39 (1935), pp. 442-46; J. Backes, Der Aufbau der Christologie Ulrichs von S., in Aut Geisteswelt des Mittelalters, I, Münster 1933, pp. 651-66. Alfonso D'Amato

ULTRAMONTANISMO. - Parola di significato generico ed impreciso, creata ed usata oltralpe (Francia, Germania, Inghilterra, Paesi Bassi) per designare, più che una vera corrente di pensiero, quell'adesione agli indirizzi ed al contegno della Chiesa romana nei rapporti teologici e giurisdizionali od anche negli interessi politici.

Erano perciò chiamati ultramontani in quei paesi quegli scrittori, uomini politici, personaggi ecclesiastici cattolici che seguivano tale linea di condotta e naturalmente tutti gli Italiani fedeli agli insegnamenti della S. Sede. Si cominciò col chiamare ultramontani quei cittadini o quei religiosi che tenevano in Germania le parti di Gregorio VII durante la lotta per le investiture. Nel sec. xvir in Francia furono chiamati con lo stesso nome dai giansenisti e dai regalisti i giuristi ed i teologi che combattevano le loro dottrine. Per i giuseppinati, gli illuministi, i febroniani erano pure ultramontani i loro avversari. La parola continuò ad essere usata durante il sec. xix da tutti i liberali e gli acattolici che nel campo religioso seguirono teorie nuove ed assunsero atteggiamenti pratici vessatori nei rapporti col :attolicismo. Particolarmente durante i dibattiti svoltisi in occasione del Concilio Vaticano, ultramontani venivano chiamati volentieri i sostenitori dell'infallibilità pontificia.

Ed anche oggi non si è perduto l'uso di tale parola nelle polemiche politico-religiose, conservando sempre un tono se non di vero disprezzo, per lo meno di discredito.

BIRL.: J. P. Steffes, Ultramontan, in LThK, X, coll. 372-73 (con bibl.).

Pio Paschini
ULTRAREALISMO : v. UNIVERSALI.
UMANA. - Oggi parrocchia rurale in provincia di Ancona (Marche) e antica diocesi, fin da remota età.

Soppressa nel 1264 la sede di Recanati, questa il 28 marzo 1265 fu unita ad U. (Reg. Clemente IV, n. 232). Il papa Martino V con la bolla Ex supernue molestatis del 19 ott. 1422 uni U. alla sede di Ancona. Il papa Benedetto XIV con bolla del 22 apr. 1747 volle che i presuli di Ancona assumessero il titolo di vescovi e conti di U.

BIRL.: Babel, I, p. 270; P. Fr. Rehr, Italia Pontificia, V, Berlino 1911, pp. 200-203.

Enrico Josi
UMANESIMO. - Non è possibile intendersi intorno al significato della parola u., se non la si circoscrive storicamente, cioè ai valori che essa rappresentò ed espresse nell'età alla quale finì col dare il suo nome : l'età del Rinascimento. In quanti altri significati e talora stranamente lontani da questo essa possa

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ancora valere, è nelle quotidiane esperienze di tutti, e, al momento, si può vedere compendiato nel saggio di M. M. Rossi : Note sulla modernità del Rinascimento (in Nuova rite. storica, genn.-ag. 1950). Codeste amplificazioni, deformazioni, mitizzazioni nulla hanno di sorprendente : sono analoghe a quelle che si verificano nelle parole storicismo, epicureismo, pirronismo, e anche cartesismo, enciclopedismo, criticismo, appena cessino di esser riferite a uno specifico e ben circoscritto fatto ideologico. Nello specifico u., il nocciolo storico e anche ideologico è rappresentato dal risorgimento degli studi classici e dal loro irraggiarsi nella cultura e nel pensiero del nascente mondo moderno.

Senonché da quale anno o secolo si deve far datare codesto risorgimento? Più ancora: da quanto tempo erano morti gli studi classici quando questo risorgimento cominciò? Tra gli episodi rappresentativi di quanto presto nel mondo cristiano il culto degli antichi poeti e scrittori s'alleasse tacitamente alla pietas, in mezzo all'incomprensione e alla sorpresa dei profani, il più remoto, o il più vivace, può essere quello di Giuliano l'Apostata che, non riuscendo a giustificare nei cristiani l'amore dei classici, si credeva in diritto di proibirglielo in base ad un dilemma divenuto poi famoso: se dicono il falso non potete leggerli perché fareste peccato; se dicono il vero non avete diritto di approfittarne (Rufino d'Aquileia, Hist. Ecel., I, 38). Quella resistenza dei cristiani era già incompreso u., com'era già attivi, quella opposizione di Giuliano, e sarebbe stato buon profeta chi, nell'incomprensione di lui davanti al cosiddetto paganesimo del sec. iv, avesse presagito quella di Lutero davanti al cosiddetto paganesimo della Chiesa del Rinascimento. Il fatto sta, insomma, che, nonostante le eclissi apparenti, codesto sincretismo, come stato d'animo schiettamente ortodosso, non cessò più. Si sa bene: nei secoli di ferre finì per contare (quando contò) soltanto il breviario; ma, allora, la decadenza dei classici dipese non tanto dall'avversione a leggerli, quanto dall'avversione a leggere. Oggi, su questo punto, s'hanno idee mutate da quelle del secolo scorso e certo meglio fondate. Si potrà o no seguire fino in fondo il Gilson, maestro autentico, quando, temperando fino ad annullarli certi contrasti tradizionali immaginati tra medioevo e inasciimento, nell'u. implicito del primo vede precorso tutto, anche la vena naturalistico, dell'u. esplicito del secondo; ma che lo stesso Pier Damiani e quanti altri nell'età sua furono più severi, ex cathedra, con la poesia profana, in altre sedi non si vergognassero di mostrarsene detti, è fatto acquisito alla storia. Quando poi s'arriva al sec. xir, gli studiosi moderni (il Bertin, il Brezzi, il Monteverdi) sono concordi nel riconoscerlo caratterizzato dal ridesto studio dei poeti e dei moralisti profani. Il quale studio s'inserisce bensì in un più universale risveglio di vita, s'incrementa, nelle scuole vescovili, del crescente favore del mondo laico, ma sempre come coefficiente della dottrina teologica, non come antitesi; e ne fiorisce uno stato d'animo che contiene già più che in germe quello del grande u. italiano. C'è di più. Passa ancor oggi per il maggior contrassegno di questo, dal sec. xiv in poi, un vagare degli umanisti per i marcenti impiantiti e sotto gli stillicidi delle biblioteche monacali in cerca di Ciceroni, di Livii, di Virgilii; ma se gli stillicidi vengono dall'ardore romanzesco da cui fu caratterizzata la storia nel secolo che prende nome da essa, l'Ottocento, le scoperte miracolose dei codici prima di tutto vengono da un malinteso e, in ogni caso, erano già cominciate al sec. xir. Le famose parole del Petrarca « haec nostra studia multi neglecta saeculia, multorum me ingeniis per Italiam excitasse et forsitan longius Italia" (Sen., XVIII, 2), hanno il loro precedente in quelle di Goffredo da Viterbo (1120-91): « Quando ogni altro merito mi mancasse, questo solo dovrebbe bastare a conciliarmi alla fama : l'aver divulgato le Muse che già da molti secoli vivevano occulte e non osavano uscire dai chiusi penetrali; l'aver reso ai carmi l'antico splendore e incitato i tardi poeti». Insomma non si trattava proprio di scoprire : si trattava di scoprire in un significato tutto
particolare. Nelle biblioteche monacali, nonché abbandonati e dimenticati, codesti codici erano custoditi anche troppo e con una specifica gelosia della crescente cultura laica, la quale poi aveva bisogno di essi e, per raggiungerli, o ottenere almeno il permesso di copiarli, doveva scoprire non essi ma, "per mediatore», come dice Bacone, quali fossero i loro detentori o cucerieri, e come si potesse domandarli senza farsi rispondere no. Naturale quindi che, nel Rinascimento, e specie con i grandi papi umanisti, il maggior centro di queste informazioni fosse la Curia Romana, che gli scopritori più fortunati movessero di li, e che, nelle biblioteche conventuali, fosse consigliabile arrivare con buone commendatizie o con il fascino della fama e della persona, alla maniera appunto del Petrarca.

E tuttavia come avvenne che questo risveglio della cultura classica verso la fine del sec. xir s'arrestò quasi di colpo? Nel secolo successivo di opere latine appena rinfrescate dalla clorofilla del sentimento letterario scompare quasi la traccia fino a Dante, al Cenacolo Padovano, ai precursori del Petrarca, al Petrarca. E il lungo silenzio di Virgilio, come spiega Boccaccio. L'Elegia di Arrigo da Settimello risale al 1192 o più indietro, il Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli al 1195, il De Balneis Puteolanis al 1197; Goffredo da Viterbo muore nel 1191, Alessandro Neckam nato nel 1157 arriva fino al 1211; ma il suo De Naturis Rerum (del resto di gusto già così dugentesco con il suo secco naturalistico) anche se travasato in versi nel 1212 viene al mondo nel sec. xir. Dopo, silenzio. Come mai? E che cosa c'è di cosi eccezionale e trasfigurante, in questa frattura del sec. xili. che poi la ripresa classica del xiv, per quanto piena di analogie con quella del xir, non può più ricollegarvisi, e merita il nome di u. soprattutto per un nuovo ardore polemico che la caratterizza?

I vecchi studiosi ottocenteschi del medioevo, teneri di un'assiomatica e comoda continuità della tradizione latina, finivano con il dimenti