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i con il commento del loro maestro. Benedek Komjáti traduce nel 1533 le Epistolle di s. Paolo e Gábor Pesti nel 1536 i Vangeli. János Bylvester, luterano, tradusse tutto il Nuovo Testamento, premettendovi una dedica al lettore in sonanti distici ungheresi (1541). Dopo numerose altre traduzioni parziali il calvinista Gáspár Károli offrì la prima versione integrale (1590). Grande l'influsso di questa Bibbia ungherese, soprattutto nella letteratura: e lo si ritrova ancora presso alcuni poeti moderni.

Nella seconda metà del ' 500 e nella prima metà del '600 gran parte della stampa ungherese riguarda la polemica religiosa; vi prevalgono dapprima i protestanti, nelle tre correnti luterana, calvinista, unitaria, fino al 1580 ; l'azione del vescovo di Pécs, Miklós Telegdi, segna l'ini-
zio della riscossa cattolica. La polemica non si limitava alla discussione dei dogmi, ma si estendeva alla ricerca della responsabilità storica per le miscrevoli condizioni del paese. Per il riflesso letterario di tali polemiche, la lingua volgare si scaltrisce e si arricchisce, la personalità degli scrittori si differenzia, preparando il terreno ad una fioritura di poesia lirica prevalentemente religiosa. Le tinte di tale poesia sono piuttosto cupo: la predestinazione calvinista, la predilezione della predicazione protestante per il Vecchio Testamento ne sono la causa, insieme con le tristi condizioni del paese smembrato. Altra ispiratrice della poesia fu la continua lotta dei soldati ungheresi, nei territori di confine, contro il Turco. Questo settore trovò il suo maggiore esponente nel cantastorie Sebestyén Tinódi (ca. 1506-96) che pubblicò la raccolta dei suoi canti sotto il titolo Chronica, nel 1554. Una terza sorgente fu costituita dai versi amorosi, i cosiddetti canti di fiori, che per l'austerità dei tempi non potevano giungere agli onori della stampa. Colui che seppe riunire in sé tutti e tre questi aspetti, diventando il primo vero poeta lirico ungherese, fu il barone Valentino Balassi (1551-94). Poco soldato dotato di vasta cultura, conoscitore delle letterature classiche, pratico delle lingue italiana, ceca e turca, ebbe vita assai movimentata. Luterano di nascita, si converti al cattolicesimo. Morì per una f.rita riportato in battaglia contro il Turco e nei suoi ultimi giorni tradusse i Salm. I suoi canti religiosi raggiunsero nel corso dei secoli 42 edd. I suoi canti militari e amorosi si diffusero manoscritti con grandissimo influsso sullo sviluppo della poesia ungherese, anche grazie alle nuove forme create dal Relassi.

Più che nella lirica scritta del ' 500 il sentimento d'amore prevalse nelle narrativa. Le novelle in versi (széphistóridh, cioè storie belle), erano, eccetto due, traduzioni particolarmente dal Boccaccio, ma attraverso versioni latine. Altrettanto nella prosa narrativa. Le gesta di István Mankoczi, una specie di novella picaresca, è l'unica opera originale; tutte le altre sono traduzioni dal latino o dal tedesco. Appare anche la prima traduzione di un dramma classico: l'Elettra ad opera di Péter Bornemissza (1558), cui viene attribuita la satira dialogata sul Tradimento di Menyhért Balassi (1569), cinque atti sulla storia di uno dei più boschi avventurieri del tempo. Nel dramma pastorale si ha solo un frammento, Credulus e Giulia, su modello italiano, attribuito a Bálint Balassi.

La Compagnia di Gesù, introdotta in U. nel 1561, nel 1577 gestisce a Nagyszombat una tipografia; nel 1635 il card. Péter Pázmány (v.), gesuita anch'egli, vi fonda l'Università (che più tardi sarà trasferita a Budapest) ecco le persone e i mezzi che sotto la guida dell'eccezionale ingegno di Pázmány fanno trionfare in U. la causa della Controriforma, ritrasformando il paese in un Bagnum Marianum. Tra i seguaci di Pázmány eccelle il gesuita György Káldi, primo tra i cattolici ungheresi a dare della Bibbia una traduzione completa (1626), tuttora in uso. Il canonico Mihály Veresmarti (1572-1645) diede alla letteratura ungherese il primo lavoro nel genere delle storie di conversione. Anche i protestanti continuarono la loro attività traduttrice. Lo Psalterium Ungaricum (1607), opera di Albert Szenci Molnár, condotta sulle versioni francesi e tedesche, musicate da Goudimel, è tuttora in uso nel culto protestante. János Apácai Csere, protestante anch'egli, sulle orme di Cartesio scrive il primo compendio filosofico ungherese (Magyar logihácsha), e con la sua Magyar Encyclopedia (1655), vasta compilazione, tradotta da manuali latini, getta le basi della lingua scientifica ungherese. Questi due scrittori furono attivi nel principato di Transilvania, rimasto l'ultimo baluardo del protestantesimo grazie anche ai principi che fecero raccogliere i canti religiosi protestanti e pubblicarli con il titolo di Graduale maggiore ( 1636 ), completando la precedente raccolta, il Piccolo graduale, del 1592. La corte transilvana contribuì all'incremento della letteratura con l'autobiografia del principe János Kemény (1607-62) e del cancelliere Miklós Bethlen (1642-1716). Da parte cattolica nel 1651 uscì per opera del gesuita Benedek Szőlősy la raccolta Cantus catholici, con i più bei canti

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religiosi cattolici, dando un esempio che sarà seguito nel 1674 dalla raccolta omonima del vescovo Ferenc Szegedi, nel 1676 dal Cautionale catholicum del lrancescano János Kájoni, nel 1693 dai Salmi del canonico István Illyés e nel 1695 dalla Lyva coelestis del canonico György Náray. Una seconda raccolta di versi pubblicò pure nel 1631 il poeta-condottiero e uomo di stato Miklós Zrinyi con il titolo: Adriai tengernek Syrenaja: «La sirena dell'Adriatico», dove è compresa la Szigeti wezzedelen (Obsidio Szigetiana), il primo poema eroico-religioso della letteratura ungherese, il cui argomento è l'assedio del Sultano nel 1566 contro la fortezza di Szigetvár difesa da un avo del poeta e dove l'elemento storico si fonde organicamente con: l'elemento miracoloso attraverso la fede viva del poeta. Miklos Zrinyi (1620-64), discepolo di Pázmány, a soli 27 anni diventò bano della Croazia. Per completare i suoi studi, Pázmány lo inviò in Italia e Zrinyi vi approfondi la conoscenza della letteratura. Nelle opere politico-militari, dirette tutte contro la dominazione turca, si rintraccia l'influsso di Machiavelli, nelle liriche di ispirazione pastorale quello del Marino, mentre nell'Obsidio è palese l'influenza del Tasso. Nella forma (strofe di quattro versi dodecasillabi rimati) e nello stile da lui creati László Listius cantò la storia della battaglia di Mohács sotto il titolo Magyar Mórt (1653). Il secondo grande poeta del Seicento, István Gyöngyösi (1624-1704), restringe la portata del poema eroico: in lui il sentimento religioso si riveste d'una decorazione mitologica e perde d'intensità; gli avvenimenti storici invece di essere nazionali si riducono in lui a proporzioni familiari, e spesso anzi matrimoniali; il che gli offre il pretesto di spostare l'interesse poetico dall'eroico all'amoroso. Tali sono per esempio il poema Mórcsal tórsalhodo Murány Vínus ("La Venere di Murány che si allea a Marte") e il canto sul matrimonio di Imre Thököly e Ilona Zrinyi, nonché una parte della Memoria di János Kemény. Più palese ancora l'intento erotico sotto le apparenze moraleggianti in Csalárd Cupido ("Cupido traditore»). Non scevre di contaminazioni mitologiche, ma sincere e convincenti le sue meditazioni sui Misteri del Rosario, Rácsakoszorn, ricche di mezzi espressivi che vanno dall'ingenuo stile popolare al crudo verismo. In quanto alla sapienza tecnica della versificazione, l'arte di Gyöngyösi segna su quella di Zrinyi un rilevante progresso. Nel Seicento la prosa narrativa e il teatro non escono dalle traduzioni o elaborazioni da modelli stranieri. La lirica d'arte trova nei suoi cultori alcuni continuatori della tradizione balassiana; tra questi János Rimai, se non uguaglia il modello in potenza lirica, è degno di stargli accanto per la varietà dell'ispirazione. Péter Beniczky, che nei suoi conti religiosi si ispira al libro di preghiere di Pázmány, e István Koháry, che scrive la maggior parte dei suoi versi in prigionia, si limitano invece alla poesia religiosa e patriotica; Ferenc Barakonyi e la baronessa Kata Szidónia Petróczi, a quella amorosa e religiosa. La lirica popolare - o, meglio, dovuta ad autori sconosciuti ma tutt'altro che privi di dottrina - si diffonde ancora manoscritta. Una raccolta di versi erotici e satirici è il Vásárhelyi dalcshányo ("Canzoniere di Vésárhely»). Verso la fine del secolo sorge poi la poesia dei huruc. I huruc (da crux: dalla rivolta dei contadini del 1514 , originariamente reclutati per una Crociata contro i Turchi) erano gli insorti contro gli Asburgo, sia che si trattasse dei perseguitati dopo la scoperta della cospirazione di Wesselényi, sia dei soldati di Imre Thököly e di Ferenc Rákóczi II. I temi di tale poesia sono l'odio contro i Tedeschi, la gioia o il dolore per le battaglie vinte o perdute, la preoccupazione per le sorti della patria che spesso sfocia in ardenti preghiere, e, infine, l'espressione di una lungamente repressa ma esuberante vitalità ed allegria nei momenti di tregua. La poesia dei huruc tocca la sua maggiore fioritura nel primo decennio del sec. xvili.
4. Il Settecento. - Salvo gli ultimi decenni, il Settecento è ritenuto un periodo di decadenza della letteratura nazionale. In realtà i centri generatori della letteratura vengono a trovarsi, al principio del secolo, nella emigrazione rákocziana e, alla fine del secolo, nell'ambiente nobiliare ungherese della corte di Vienna; mentre
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(da E. de Miklos, La Hungria pittoresque. Budapest 1635, p. 155)
Ungheria - Scena natalizia in un villaggio ungherese.
l'interesse intellettuale si sposta in una certa misura nel campo della letteratura scientifica.

Nel 1711, la pace di Szatmár, ponendo fine all'insurrezione rákocziana, segna l'inizio dell'emigrazione di Rákóczi, e dei suoi seguaci, che dopo un primo periodo polacco (1711-13) e parigino (1723-17) si stabilisce definitivamente a Rodostó, nella Turchia. I prodotti letterari più importanti dell'emigrazione sono le memorie, scritte in latino, dello stesso principe Rákóczi, e le Lettere dalla Turchia del suo camerlè̀igo Kelemen Mikes, pubblicate postume nel 1794. In queste, indirizzate ad una zia immaginaria, il Mikes (1690-1761) raccolse tutti gli avvenimenti degni di nota, vi aggiunse una ricca copia di aneddoti e novelle e vi stese sopra la delicata trama di un suo lungo inappagato amore. Il Miles lasciò pure una dozzina di traduzioni dal francese: tutte opere di edificazione e di storia religiosa.

Dopo i primi tentativi nel campo della stampa periodica, le Ephemerides Latinae del gesuita Márton Szentiványi (Nagyszombat, 1675-1710) e il Mercurius del principe Rákóczi (1705-10), diretti ambedue all'opinione pubblica estera, e dopo le prime iniziative, più o meno effimere di offrire per i lettori ungheresi giornali scritti in latino o in tedesco - come la Nuova Posoniema (1721). l'Ofnerischer Mercurius (1731) e la Pressburger Zeitung (1765) - nascono nel Settecento anche i primi giornali ungheresi : il Magyar Hírmondó a Pozsony nel 1780, che a cominciare dal 1787 pubblica anche un supplemento letterario, il Magyar Mercurius a Pest nel 1787, il Magyarkurir a Vienna nel 1786, l'Erdélyi Magyar Hírcivö nella Transilvania nel 1790, ecc.

Le tre maggiori tipografie del paese - Nagyszombat, Budapest, Debrecen - stampavano una grande quantità di libri scientifici, la maggior parte in latino, che valsero a far conoscere all'estero la storia, la vita giuridica, ecc. ungherese, nonché a inserire l'U. organicamente nelle correnti intellettuali europee dell'epoca. Sorgono la linguistica comparata e la storia letteraria per opera rispettivamente di János Sajnovics e Dávid Cvittinger, mentre continua la fioritura della storiografia: il gesuita Gábor Hevenesy, con la sua raccolta di fonti in 140 voll. mano-

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scritti getta le basi della storia ecclesiastica ungherese, mentre György Pray, gesuita anch'egli, compie, con le sue ricerche archivistiche, la stesura degli Annales veteres e Annales Regum Hungariae. La Historia critica di István Katona S. J., in 43 voll., è l'opera storiografica di maggior mole che la letteratura ungherese conosca.

Un ponte tra la prosa scientifica e letteraria è costituita dalle opere morali del gesuita Ferenc Faludi (17041779), adattamenti, attraverso traduzioni italiane, francesi e tedesche, di opere dell'inglese Darell, dello spagnolo Gracian e di altri, che sono altrettante tappe di una lotta preventiva contro l'illuminismo. In anticipo sullo stesso Herder, il Faludi è il primo studioso della poesia popolare. Mentre introduce nelle sue liriche numerose forme occidentali (tra le quali anche il sonetto ed altre forme italiane ; fatto dovuto al soggiorno di un quinquennio a Roma quale confessore dei pellegrini ungheresi), precorre con i suoi neologismi il rinnovamento linguistico della fine del secolo. Il barone László Amadé (1703-64) è l'altro poeta lirico che arricchisce con la sua versatilità le forme della poesia ungherese, ma la sua produzione prevalentemente amorosa e priva di serietà morale segna il primo fenomeno di laicizzazione della letteratura in U. Pál Rádai inaugura invece, nella sua qualità di cantore dell'amore coniugale, un indirizzo lirico che in seguito diventerà tradizionale e troverà nella lirica di Sándor Kisfaludy e Sándor Petőfi la sua espressione più alta.

La corrente illuministica della letteratura ungherese sorge nella corte di Maria Teresa, tra i nobili giovani che a Vienna facevano parte della guardia del corpo speciale della Regina; prima in questa corrente, György Bessenyei che seppe imprimervi un indirizzo nazionalistico né, d'altra parte, il suo illuminismo fu scevro d'un profondo travaglio tra il dubbio razionalista e un intimo bisogno di fede religiosa. Animatore di iniziative culturali piuttosto che vero artista creatore, il Bessenyei (1747-1811) lasciò nondimeno orme preziose - nella tragedia, nella commedia, nella poesia epica e didascalica, nel romanzo politico, ecc. - che saranno seguite nel corso dell'Ottocento da artisti maggiori di lui, così come gli uomini di Stato maggiori dell'80o ungherese porteranno a compimento iniziative culturali che il Bessenyei andava man mano additando nei suoi numerosi pamphlets. Quel gruppo di scrittori che prese nome dal Bessenyei e che lavorava alla realizzazione del suo programma - far progredire la nazione coltivando la lingua nazionale - soprattutto attraverso traduzioni dal francese, ebbe presto seguaci in patria e, vieppiù allargandosi, serbo intatto il programma nazionalistico, perdendo l'iniziale ispirazione illuministica. La causa va però ricercata anche nella sanguinosa repressione della cospirazione giochiana guidata dall'ecclesiasticc Ignác Martinovics, nella quale furono coinvolti, e quindi condannati a reclusione più o meno lunga, anche numerosi scrittori.

Dal seme gettato dal Bessenyei sorsero diversi indirizzi a seconda dei modelli ungheresi o stranieri antichi o moderni ai quali si ispiravano. Si ebbe così l'indirizzo latineggiante, la corrente germanizzante, la scuola conservatrice nazionale, l'influsso italiano, finché le sorgenti tutte confluiscono nelle personalità più complesse di Kazinczy e di Kölcsey.

Iniziatori dell'indirizzo latineggiante furono il gesuita Dávid Baróti (1739-1819), lo scolopio Miklós Révai (1749-1807) ed il gesuita József Rájnis (1741-1812); il continuatore più valente il paolino Benedek Virág; solo il perfezionatore ed ultimo rappresentante di tale scuola, il luterano Dániel Berzsenyi (1776-1836), fu un laico. Merito principale dei tre precursori fu aver chiarito, attraverso un'ecceza polemica, i problemi della prosodia ungherese, aver tradotto fedelmente una serie di autori classici e qualche volta anche umanisti, e aver introdotto nella poesia ungherese in modo definitivo tutti i metri classici, insieme a molte forme di pensiero del mondo greco e della latinità antica e barocca, arricchendo la lingua poetica magiara. Il Virág mise i metri antichi a servizio dell'attualità patriottica dando popolarità all'indirizzo latineggiante. Da Berzsenyi forme, concisione e psicologia oraziane sono riprese e vissute con profonda fede cristiana. Le vette della sua poesia religiosa e patriottica
sono rispettivamente le odi Fohászkodás ("Preghiera") e $A$ magyarokhoz ("Agli Ungheresi ").

Tra i fautori della scuola nazionale conservatrice eccellono lo scolopio András Dugonics (1704-1818), il generale József Gvadányi, di origine italiana (1725-1801), e il botanico Mihály Fazekas (1766-1828). Dugonics, "il padre del romanzo ungherese", tradusse in alessandrini i poemi omerici e l'Eneide e scrisse una serie di romanzi storici tra cui Etelka fu il primo «bestseller» nella letteratura ungherese. Il Dugonics dovette la sua grande popolarità al suo spinto nazionalismo. Gvadányi tesse, in un poemetto satirico-moraleggiante, Egy falusi notárius budai utazása (a Il viaggio a Buda di un notaio di campagna", 1790), l'elogio delle antiche virtù nazionali e condanna l'imitazione delle mode straniere; nel poema Routó Pál ("Paolo Fracassa") narra la storia di un avventuriero popolano. Mihály Fazekas offre col poemetto comico Ludas Matyi ("Mattia dalle oche"), attraverso il racconto della triplice vendetta di un servo della gleba ai danni di un latifondista, uno dei primi spunti sociali nella letteratura ungherese.

Vicini all'indirizzo nazionale, ma superandone i limiti di scuola, stanno Sándor Kisfaludy e Mihály Csokonaí Vitéz. S. Kisfaludy (1777-1844), ufficiale di stanza a Milano e poi prigioniero di guerra in Provenza, viene a contatto con la poesia del Petrarca e scrive sotto l'influsso del Cunzoniere i due libri di Hindy: correluoi ("Gli amori di Himfy: Lamento d'amore e L'amore felice"). Nel primo il Kisfaludy non oltrepassa i temi petrarcheschi, nel secondo invece canta l'amor coniugale. Figura più complessa, ma anche più tragica, vissuto sempre in miseria e morto prematuramente, è il Csokonai (17731805) la cui personalità poetica va dalla delicatezza delle canzoni per Lalla, le più aeree e musicali nella lirica ungherese, attraverso il succoso umorismo del poema eroicomico Dorottya ("Dorotea, ossia le dame nel carnevale"), fino alla penetrazione filosofica dell' $A$ lélek hathatatlontágárolt ("dell'immortalità dell'anima "). Tradusse dal Tassodal Metastasio, dal Guarino.

Nell'indirizzo germanizzante gli scrittori più in vista sono Gedeon Ráday (1713-92), Gábor Dayka (17681796), il* paolino Ferenc Verseghy (1775-1822), János Batsányi (1763-1845) e József Kármán (1769-95). Nelle poesie di Ráday e di Verseghy appaiono per la prima volta accoppiati la rima e il metro; Dayki è la prima voce malinconico-sentimentale; Batsányi, poeta rivoluzionario dapprima e poi amaro pessimista, è il primo teorico in U. della traduzione artistica; Kármán trapianta nella letteratura ungherese, con Fanni hagyományai ("Le memorie di Fanni"), il romanzo sentimentale. La vita letteraria nel senso moderno della parola comincia in U. con l'attività di Ferenc Kazinczy (1739-1831). Attraverso la pubblicazione di riviste letterarie e soprattutto la sua corrispondenza con tutti gli scrittori, poeti, studiosi ungheresi, raccolta in seguito in 21 voll., egli è l'organizzatore della vita letteraria ungherese. La polemica sorta in seguito all'attività dei neologisti, alla quale lo stesso Kazinczy diede un grande apporto specie con le sue traduzioni da Sallustio, da Shakespeare, da Molière, da Goethe e da Lessing, non fece che destare maggiormente l'interesse del pubblico per la letteratura. Anche se di fronte all'attività organizzativa ed innovatrice, la creazione poetica di Kazinczy resta in secondo piano, essa è improntata tuttavia a un senso stilistico elevatissimo e di gusto sicuro. Compagno di Kazinczy nel rinnovamento linguistico e suo seguace nell'indirizzo poetico, fu Ferenc Kölcsey (1790-1838), precursore della critica letteraria ungherese e grande oratore politico ed accademico, formatosi sugli esempi della retorica classica. E autore del"Hymnus (inno nazionale ungherese), nel quale, come in altre sue poesie civili, l'afflato lirico si unisce ad una approfondimento filosofico della storia.
5. L'Ottocento. - E il secolo d'oro della letteratura ungherese. Le iniziative di organizzazione, di rinnovamento della lingua e di creazione poetica, maturatesi nel 700, sfociano nel romanticismo nazionale, che costituisce per l'U. un momento storico particolarmente propizio in

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cui il fattore politico e quello culturale si ispirano e si potenziano a vicenda. Né è possibile in questo periodo fare una netta distinzione fra letterati e uomini di Stato, tanto il fervore del risorgimento nazionale impegna gli intelletti migliori; già, per es., nel romanziere e ministro dell'Istruzione Eötvös il letterato non si può scindere dall'uomo di Stato. Questo periodo va dal 1820 fino all'esordio di Petöfi nel 1844 ed è dominato dalle figure del poeta Vörösmarty, del commediografo Kisfaludy e del romanziere Eötvös. Una nuova coscienza sociale, dalla quale scaturisce nelle assemblee nazionali una serie di riforme economiche e sociali, dovute all'iniziativa soprattutto del conte Széchenyi, ma sentite ed accettate da un'opinione pubblica favorevolmente preparata dall'attività dei letterati, sotto l'influsso di Kossuth, erompe indomabile verso la completa indipendenza nazionale. Mentre il progresso politico, sfociato nel 1848 nel completo affrancamento dei servi della gleba e poi nella guerra d'indipendenza, vinta dall'Austria con l'aiuto russo, subisce durante il periodo dell'assolutismo (1849-67) una lunga battuta d'arresto, la vita letteraria continua il suo corso dominata dalle figure dei poeti Arany e Tompa, dei romanzieri Kcmény e Jókai e del critico Gyulai.

Solo negli ultimi due decenni del secolo lo sforzo creativo del genio nazionale si distende nell'epigonismo, senza peraltro troppo rammollirsi nell'atmosfera intimista della fia de siècle.

L'attività letteraria del conte István Széchenyi (17911860), che la posterità annovera quale "il più grande ungherese", va da un libercolo di pratica utilità A lordevol ("Dei cavalli"), all'allucinata satira contro l'assolutismo di Vienna (Blick); le sue tappe più importanti sono i volumi Hitel ("Credito"), Világ ("Mondo") e Stádium e la polemica con Kossuth attraverso la stampa periodica e il volume Kelet népe ("Popolo d'Oriente"), mentre i suoi diari costituiscono un documento di altissimo valore, rivelante un'anima e un'epoca. La fama letteraria di Lajos Kossuth ( $\times$ ) è legata ai suoi discorsi parlamentari e propagandistici.

Non meno precursore di lui in fatto di chiaroveggenza storica si dimostra il barone Miklós Wesselényi, che col suo Szücat ("Appello") richiama l'attenzione del mondo sin dal 1843 sul crescente pericolo slavo. Discorsi e articoli di giornale tramandano lo stile sobrio e razionale di Ferenc Deák, il "saggio della patria ", fautore del Compromesso con l'Austria. Ma lo scritto politico filosoficamente più approfondito dell'Ottocento ungherese resta il saggio fondamentale di Eötvös su L'influsso delle idee dominanti del sec. XIX tullo Stato, in ungherese e in tedesco, in cui i principi della Rivoluzione Francese ed altri principi politici dell'epoca (nazionalismo, centralismo, regionalismo, ecc.) sono sviscerati e presentati nella loro attuazione storica ed avvenire con acume e preveggenza.

L'apporto che la coscienza della gloria antica può significare nella formazione di una nuova mentalità nazionale fu assicurato agli Ungheresi dal loro maggiore poeta romantico, Mihály Vörösmarty ( $1800-\mathrm{57}$ ). Egli rinnovò e quasi ricreò il poema eroico ungherese con la Zalánfutása ("La fuga di Zalán") ed altri poemi minori; con i suoi drammi storici immerse gli albori della storia nazionale in un'atmosfera shakespeariana e raggiunse profondità filosofiche nel dramma fiabesco Csongor és Tünde; rese più varia e intensa la poesia lirica e soprattutto assicurò al rinnovamento linguistico il trionfo definitivo. Minore per potenza di linguaggio, ma non meno importante per attività letteraria fu il commediografo Károly Kisfaludy (1788-1830), che, mentre nei suoi drammi storici e nelle sue commedie sociali rese popolari i nuovi aspetti della coscienza nazionale, con la fondazione della rivista Aurora, la prima rivista letteraria veramente diffusa e letta in U., fece della capitale del regno anche il centro della vita letteraria. Trageda più valente di lui fu József Katona (1791-1830), che creò con Bánk Bán ("Il bano Bánk") la tragedia nazionale rappresentativa, ma al quale la fortuna arrise soltanto postuma.

Se il romanzo storico deve la sua grande popolarità ottocentesca alla vena felice del barone Miklós Jósika
(1794-1865), esso assurge ad un significato nazionale nell'opera del barone József Eötvös (1813-71): i suoi quattro romanzi $A$ harthanci ("Il certosino"), A falu pgyadje (" Il notaio del villaggio "), Magyarország - 1514 - ben ("L'Ungheria nel 1514 ") e Növérek ("Le sorelle ") sono tutti a tesi. Il certosino, romanzo psicologico della ricerca della felicità, insegna che soltanto l'egoismo non trova la felicità sulla terra. Il notaio del villaggio è una raccolta completa degli abusi del feudalismo nelle autonomie amministrative e ha per tesi la necessità ineluttabile della centralizzazione. Nell'Ungheria nel 1514 parla l'uomo sociale per additare alla nazione con l'esempio della storia l'altro grande compito ineluttabile : la liberazione dei servi della gleba. L'ultimo, Le sorelle, insegna attraverso il diverso destino di due esseri uguali la decisiva importanza dell'educazione : in esso è Eötvös il ministro dell'educazione che impartisce ai suoi connazionali la lezione più importante dalla sua alta cattedra.

Il momento più felice della letteratura ungherese, il classicismo nazionale, nasce dall'innesto dell'indirizzo popolareggiante sul tronco del romanticismo. Petöfi, Arany, Madách sono valori universalmente riconosciuti, anche se non bene conosciuti. Sándor Petöfi (1823-49), il maggior lirico ungherese, coltiva tutti i generi della poesia: narrativa e lirica patriottica e familiare, ma riesce forse più grande come poeta del paesaggio, perché in questo campo unisce ad una ipersensibilità impressionistica una semplicità quasi primitiva dell'intonazione. Pervase di vivo sentimento sociale e continuamente agitato da un temperamento di rivoluzionario, il Petöfi è, nello stesso tempo, di grande integrità morale, un'anima naturaliter christiana. In questo tratto non dissimile da lui è János Arany (1817-82), notaio e insegnante in un modesto borgo agricolo, segretario generale dell'Accademia Ungherese nella capitale. Tradusse dal Tasso, da Shakespeare e tutto Aristofane, ma non scrisse per il teatro; fu lirico, ma di riflessione e non di passione. Raggiunse le vette più alte della propria arte nella poesia narrativa: nella trilogia eroico-popolare Toldi, nei poemi sugli albori della storia unno-magiara Buda halála ("La morte di Buda") in numerose ballate di tipo nexilico. Mihály Tompa (1817-68), poeta elegiaco ed allegorico, trovò i suoi accenti più felici negli anni successivi alla guerra d'indipendenza, quando le sue poesie furono di consolazione per tanti patrioti : A pölyához ("Alla cicogna "), A madár fiaihaz ("L'uccello ai suoi figli "). Negli anni depressi dell'assolutismo si svolge pure la maggior parte dell'attività letteraria del romanziere barone Zsigonond Kermény (1814-75). Nei suoi romanzi, che hanno per argomento episodi della storia transilvana, egli raggiunge una rara potenza nel far rivivere gli spiriti animatori delle diverse epoche del passato. Con i suoi oltre 100 volumi di romanzi e racconti Mór Jókai (1825-1904) è il narratore ungherese più fecondo, più ricco di fantasia e più avvincente, anche se non il più profondo e più solido per concezione morale. Imre Madách (1823-64) con il suo dramma storico-filosofico $A z$ ember tragédiája ("La tragedia dell'uomo") risolve la ricerca di un senso nella storia con un pessimismo cristiano.

L'opera creativa dei poeti e scrittori ungheresi fu in questo periodo aureo efficacemente affiancata dall'opera critica di József Bajza (1804-58) e di Pál Gyulai (18251909), poeti essi stessi.
6. Il Novecento. - Gli scrittori che si affacciano al nostro secolo traggono le loro origini dalle varie correnti : resilismo, naturalismo, simbolismo. Nell'8uo la letteratura ungherese ha raggiunto l'intensità delle letterature occidentali, col Novecento essa vi si allinea completamente in una perfetta simultaneità. La traduzione poetica diventa un'importuntissima categoria letteraria nazionale senza scapito dell'originalità degli scrittori ungheresi. Sorgono numerose le riviste letterarie: quali le conservatrici $U j$ Jóth ("Tempi nuovi ") e Naphelat ("Oriente"), la cattolica Élet ("Vita") e le progressiste $A$ Hát ("La settimana ") e Nyugat ("Occidente"), sulle colonne delle quali si accendono aspre ma vivificanti polemiche tra conservatori e occidentalisti. La prima guerra mondiale non arreca

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troppi danni alla vita letteraria ungherese perché da una parte ravviva attraverso l'irredentismo le forme letterarie del patriottismo, mentre dall'altra e grazie all'attività degli scrittori raccolti attorno alla rivista Erdélyi Helikon dà luogo al sorgere di una letteratura transilvana, improntata ad un fervore particolare. Contro la decadenza del gusto reagisce la più importante rivista letteraria, la Nyugat, diretta per lunghi decenni da quel Mihály Babits che ha dato agli Ungheresi una bellissima traduzione della Di sinu Commedia e di numerosi inni sacri medievali. Amoraltà o immoralità si trovano soltanto nei mediocri; i maggiori, anche se più o meno lontani dal cristianesimo, sono anime religiose che rivelano il loro intimo travaglio di fronte alla Divinità : è questo il caso del simbolistanietzscheiano Endre Ady (1877-1937) e di Dezső Koszto lányi (1885-1937) che da crepuscolare cresce a stoico moderno; oppure, nella generazione più giovane, il caso di Attila József (1905-37), che da origine marxista si eleva a cantore dell'amore universale, e di Sándor Weöres (n. nel 1913), surrealista, il cui travaglio tra ideologie indotibetane e cristianesimo è tuttora in atto.

Il gruppo importante dei sociografi si è fatto, con un paziente lavoro di rilievo e di documentazione in forma letteraria, fautore presso l'opinione pubblica nazionale di una riforma agraria. La personalità maggiore tra essi è il poeta Gyula Illyés, ma è pure indubbia la loro derivazione spirituale dal romanziere realista Zsigmond Móricz (1879-1941) e da Dezsỏ Szabó (1879-1943), romanziere verista e romantico dello stile. Di fronte alla graduale laicizzazione della letteratura ungherese nel1800 , la prima metà del '900 si contraddistingue per un processo inverso, sia per l'intensificarsi dello spirito religioso che per la crescente partecipazione di ecclesiastici alla vita intellettuale e letteraria. L'apologista Ottokár Prohászka, vescovo di Székesfehérvár (1858-1927), l'oratore Tihamér Tóth (1889-1936) e il dogmatico Antal Schütz O. P. (n. nel 1880) hanno esercitato sulla formazione spirituale delle nuove generazioni ungheresi un influsso decisivo. I poeti sacerdoti Lajos Harsányi (n. nel 1883), Sándor Sik (n. nel 1889) e László Mécs (n. nel 1895) sono all'avanguardia della poesia novecentista ungherese. Tutti questi valori morali varranno forse domani a saldare quella rottura che la seconda guerra mondiale ha prodotto nello sviluppo della letteratura ungherese.

Biss.: l'opera fondamentale sulla storia della letteratura ungherese è Magyar Irodalomtörténet, di J. Pinter, 9 voll., Budapest 1930-41 (con bibli, completa). Dal 1924 in poi si vedano anche le rassegne bibliografiche della rivista Irodalomtörténet a cura di Zsolt Alszeghy. I migliori compendi sono quelli di Zs. Beüthy ( $14^{2}$ ed. Budapest 1922-24), A. Szerb (ivi 1933), e, dal punto di vista cattolico, J. Bánhegyi (ivi 1929-30). Per interpretazioni dei singoli periodi si consultino: J. Horváth, A magyar irodalmi múneitség hezdetei ( Gli albori della civiltà letteraria ungherese ${ }^{2}$ ), $2^{2}$ ed., ivi 1944; J. Kardos, Középhori kultura, középbori höltezzet (medioevo), ivi 1941; J. Horvath, A magyar irodalmi müveitség magostilita. A magyar humanizmus, $2^{2}$ ed., ivi 1944; id., A magyar irodalmi népiesség Faluditól Petöfig ( Il populismo letterario ungherese da Faludi a Petőfi ), ivi 1927; G. Farkas, A fiatal Magyarországg hora ( $\cdot$ L'epoca della Giovane U. v e A Magyar romantika ( I romantizismo ungherese $\cdot$ ), ivi 1930; J. Schöpflin, A magyar irodalom a XIX. században (Novecento). In lingue occidentali: G. Farkas, Die Entwicklung der ungarischen Literatur, Berlino 1934; J. Hankins, Storia della letter. ungherese, Torino 1936; J. Kardos, La tradizione classica in U., Budapest 1944, tutte protestanti. L'opera fondamentale sui rapporti letterari (talo-ungheresi è quella di E. Várady, La letter. ital. e la sua influenza in U., 2 voll., Roma 1933. Repertorio delle traduzioni: G. Pálinkás, Bibl. it. della lingua e letter. ungherese, ivi 1943.

Paolo Ruzioǹa
VI. Archeologin. - L'attuale U. comprende parti della Valeria, della Pannonia prima e la Pannonia seconda. Nel 378 la regione di Sabaria era infestata dall'arianesimo (s. Ambrogio, De fide, II, 140 : PL 16, 613). Nella Valeria è noto il cimitero di Sopianae, oggi Pécs. Sedi episcopali si ebbero a Sopianae, a Scarbantia e a Sabaria nella Pannonia prima. Qui si, tratterà di tutta la Pannonia, senza punto badare all'attuale divisione politica.

A Sirmio il Martirologio siriaco segna al 6 apr. il vescovo Ireneo (BHG, $2^{2}$ ed., 948) ricordato al 23 ag.
nel Sinassario di Costantinopoli e nella Passio Pollionis (BHL, 6869); poi al 9 apr. Demetrio, che è forse il martire di Tessalonica; al zo luglio Secondo, come il Geronimiano che lo segnala anche al 15 luglio; al 23 febbr. il martire Syneros (BHL, 7595, come Passio 1. Sereni). Nel cimitero di Sirmio si rinvenero le due iscrizioni con ad beatum Synerotem s, e ad domnum Synerotem s (CIL, III, 10232-33; G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., $4^{2}$ serie, $3[1884-85]$, pp. 144-48). Al 26 marzo e all'11 maggio è indicato Montano che si trova anche nella Passio Pollionis (BHL, 6869); al 26 marzo alcuni codici del Geronimiano dànno invece Munati e il Bernense lo ricorda insieme con la moglie Massima, facendolo presbitero e de Singidonis e e aggiunge che gettato nel fiume il suo corpo fu ritrovato sei miglia a valle. Al 25 dic. è segnata Anastasia le cui reliquie furono portate da Sirmio a Costantinopoli (Teodoro lettore: PG 86, 216).

A Cibalia è venerato il martire Pollione, primicerio dei lettori, che nel Geronimiano figura al 28 apr. e al 29 maggio, come nella Passio che ricorda un vescovo Eusebio martirizzato nello stesso giorno molti anni prima (BHL, 6869). Durante la campagna di Marco Aurelio contro i Quadi presso Cotim, nel 174, avvenne il miracolo della pioggia in seguito alle preghiere dei soldati cristiani della "Legio XII Fulminata" (v.), Di Sabaria, dove nacque s. Martino di Tours (v.), è il vescovo martire s. Quirino, poi traslato a Roma "in Cistacumbas s. Pannonici sono i celebri martiri Quattro Coronati dal "Comitatus " imperiale traslati nel sec. v nel cimitero "inter duas lauros" (v.). Una basilica cristiana a tre navate fu riconosciuta a Fenék; due a Kékkút, una a tre navate, l'altra con un complesso di ambienti (L. Nagy, I ricordi cristiano-romani trovati recentemente in U., in Atti del III Congresso internaz. di arch. crist., Roma 1934, pp. 298-99, figg. 3 e 4). Oltre il noto ipogeo di Cinque Chiese (Pécs) con pitture della fine del sec. IV, un cimitero cristiano fu scoperto a Kisdiós-puszta presso Zala (L. Nagy, in Archaeologiai Értestiö, 45 [1931], pp. 29-32). "Cellae trichorae" vennero in luce nella vecchia Buda a Sirmio, a Sárisap, presso Strigonia, a Kisdiós-puszta nel centro del citato cimitero. Di Sirmio si ha un frammento di iscrizione d'un vescovo (CIL, III, 14310, 2). Tra le iscrizioni cristiane di Sabaria si ricordano una che parla della ricostruzione di una "cripta vi ignis exacta" (ibid., 3183), una di un "Nammius Quintus, custos cymiteri" (ibid., 4222), un'altra di due pittori cristiani pellegrini morti a Sabaria (ibid., 7222). Sempre di Sabaria si ricordano le iscrizioni cristiane di un "civis Graecus ex regione Ladicensi in Deo viros " (ibid., 4222); due con le formole "in Domnio bone memorie " e "bone memorie in Deo vivatis" (ibid., 4217-18); un "Florentius infans" che "requiem accepit in Deo Patro nostro et Christo eius" (ibid., 4221); "Aspalia fidelis, Gaudentius ex praepositus Silvarum Dominicarum et Crescentia parentes fideles " fecero il sepolcro anche per loro stessi (ibid., 4219). Ad Att-Szisseg l'iscrizione d'una Felicissima con due a 350 . Nel 1938 a Sabaria, presso il giardino del Seminario, tornò in luce una basilica cristiana, con parte del suo pavimento in mussico e una antica strada romana sulla quale fu costruita una "cella trichora" (S. Paulovics, "Basilica ad Scarabatensem portam" di S. Quirino in Sassaria, in Atti del IV Congr. internaz. di Arch. crist., II, Città del Vaticano 1948, pp. 49-63). Nell'antico Lugio, oggi Dunaszekcsö, si rinvenne un fondo di coppa vitrea in oro con un militare e sua moglie e l'iscrizione "sempre gaudeatis in nomine Dei" (L. Nagy, in Theologiai Szemle, 5 [1929], pp. 158-63). Molte lucerne fittili con "Signum Christi " o con le lettere E furono trovate in vari luoghi. A Bonyhad si rinvenne un monogramma di Cristo in un disco di bronzo di oltre 23 cm . di diametro, ora nel Museo nazionale di Budapest. Da Sabaria proviene una lampada fittile con s. Meyna. Numerose sono le lamine istoriate in bronzo destinate a rivestire cofanetti; esse contengono scene pagane alternate con scene cristiane, come in quelle di Császat, di Szentendre, l'antica "Ulcisa castra", dove, ad es., sono Daniele tra i leoni, la resurrezione della figlia di Giairo, la moltiplicazione dei pani e poi un Ercole

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e l'iscrizione "Invicto Constantino felici triumphanti». In una di Intercisa, ora al Musco etnografico di Berlino, oltre al Buon Pastore è l'Imperatore a cavallo (G. Supka, Priihclotisliche Kästchenbeschlàge aus Ungarn, in Römische Quartalschrift, 27 [1913], p. 162 sgg.).

BibL.: J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans le provinces Danubiennes de l'Empire romain, Parigi 1918, pp. 51 sgg., 57 sgg., 190 sgg.; H. Delchaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1293, p. 256 sgg.; H. Leclercq, Pannonia, in DACL, XIII, 5, coll. 1046-63. Enrico Josi
VII. Arte. - Le culture artistiche sviluppatesi nei territori del bacino danubiano, poi occupati dagli Ungheresi, prima del loro arrivo erano quelle tipiche dei vari popoli che avevano in fasi successive abitato la regione: Unni, Sciti, Avari, Longobardi; culture che, localmente, si erano innestate ai sedimenti di quella sviluppatasi nella Dacia e nella Pannonia al tempo del dominio romano.

Fu s. Stefano, primo re degli Ungheresi (997-1038), che, convertendo il suo popolo alla fede cristiana, ne orientò anche il gusto in senso occidentale, come testimoniano i pochi resti delle costruzioni che risalgono alla sua età ad Alba Regia (Székesfehérvár) e ad Alba Julia (Gyulafehérvár).

Poi durante il periodo romanico fra il sec. xir e il sec. xiri si costruirono, particolarmente in Pannonia nella antica capitale di Strigonia (Esztergom), importanti chiese, delle quali rimangono resti più o meno rimaneggiati, che testimoniano l'immissione nel territorio di elementi architettonici di gusto lombardo e francese. Ma è appunto agli inizi del sec. xiri che anche in U. cominciano ad apparire forme gotiche. Esse sono importate soprattutto dai monaci cistercensi, cluniacensi e premostratensi che ebbero nel territorio grandi abbazie. Fra gli architetti francesi allora operosi in U. va ricordato particolarmente Villars de Honnecourt autore della cattedrale di S. Elisabetta a Kassa (Košice). Anche a Buda, a Pozsony (Presburgo), a Gyorke, a Kesmark, a Tyrnau, a Tranchin (sec. xiri-xiv) furono allora costruite chiese di forme gotiche sempre di derivazione francese. E forme gotiche si vedono pure nella cattedrale di Rosenak e successivamente nella cappella di S. Michele a Kassa.

Quest'ultima è di stile tardo gotico (flamboyant) e risale al sec. xv, mentre fu costruito fra il 1470 e il 1506 il bel Palazzo episcopale di Kuttemberg.

Fratnanto si intensificavano anche diretti rapporti artistici con l'Italia. Essi ebbero inizio quando i principi angioini di Napoli regnarono durante il ' 300 sugli Ungheresi, e poi si protrassero per tutto il Rinascimento. Nicola di Tommaso, pittore fiorentino, opera durante il sec. xiv nella cappella palatina di Esztergom, mentre nel Museo di quella città si conservano tavole dipinte da Tommaso di Kolozsvár (Cluj) - l'esponente maggiore della pittura ungherese agli inizi del sec. xv - che mostra nelle sue opere elementi derivanti dall'arte italiana e particolarmente da Gentile da Fabriano che fra i suoi af lievi ebbe un Michele ungherese. D'altronde è noto come Masolino da Panicale abbia lavorato in U. intorno al 1430 e come, qualche tempo dopo, da Ferrara, Michele Pannonio importasse in U. elementi di gusto italiano. Successivamente il maestro ungherese che sigla le sue opere con un M. S. mostra con chiarezza fra gli elementi della sua formazione forti influssi umbri. E ad ogni modo evidente come, durante il sec. xv, sia l'arte del Rinascimento italiano quella che assume una decisa prevalenza in U. Ciò rispecchiava la precisa volontà di Mattia Corvino che regno sugli Ungheresi dal 1458 al 1490 . Al suo tempo furono fatti grandi lavori in ogni parte dell'U. E mentre Pellegrino da Fermo e Benedetto da Majano la, voravano per conto del Re nel Castello di Buda, altri artisti italiani, quali Aristotele Fioravanti, Camicia Ghimenti, Baccio Cellini operavano ugualmente per lui che a Firenze comandava opere al Verrocchio, a Filippino Lippi pittori, a Cristoforo Romano scultore, ad Altavante e Gherardo miniatori.

La moda delle forme rinascimentali seguitava in U. anche dopo la morte di re Mattia. Lo testimonia la cappella annessa alla Cattedrale di Esztergom (Gran) co-
struita nel 1507 per il primate Thomas Bakócz da Andrea Ferrucci da Fiesole.

Allora gli architetti ungheresi andavano già adattando al loro gusto le forme rinascimentali d'importazione. Ciò si nota in edifici, anche di non grande importanza, nei territori di Szepes e Sáros ove sono evolute, in tono minore, forme stilistiche riecheggianti appunto temi rinascimentali italiani fin dentro il ' 700.

D'altronde l'invasione dei Turchi (1526) aveva spezzato quella corrente migratoria d'artisti italiani del Rinascimento in U. Essa non fu ripresa che nelle regioni settentrionali passate sotto il dominio degli Asburgo sul finire del ' 500 e fu più intensa nel '600 quando operarono in U. alcuni italiani attivi nei confinanti territori tedeschi, quelli della dinastia dei Carlone, ad es., di origine lombarda. Accanto a loro operavano allora anche artisti austriaci di cultura più o meno italianizzante. Così più tardi quando, liberato tutto il territorio ungherese dai Turchi, si procedette al rifacimento o alla nuova costruzione di chiese e castelli. Allora oltre ad architetti italiani operarono nella regione, quali decoratori, i Bibbiena mentre numerose opere costruivano e decoravano i tedeschi Luca von Hildebrandt e Melchiorre Hefele architetti, il Maulbertsch, il Dorfmeister, il Troger e il Bergl pittori, la cui cultura era di impronta essenzialmente italiana, anzi veneziana. Tra gli architetti neoclassici che durante il principio dell'Ottocento hanno maggiormente operato in U., dando una nuova impronta alla capitale di Budapest, va particolarmente ricordato il viennese Michele Pollak (1773-1883), fratello di quel Ludovico che tanto lavorò a Milano nello stesso periodo. Accanto a lui vanno ricordati Giuseppe Hild, Federico Feszty, Michele Péchy, Mattia Zitterbarth.

Tra gli scultori ungheresi della prima metà dell'Ottocento va invece particolarmente rammentato Stefano Ferenczy (1792-1856) che a Roma era stato scolaro di Thorvaldsen. Altri notevoli scultori ungheresi dell'Ottocento furono Nicola Izsó (1831-75) e Giovanni Fadriusz (18581903), quest'ultimo autore, fra l'altro, della statua onoraria di Mattia Corvino a Kolozsvár (Cluj) e di Maria Teresa a Bratislava.

E anche da rammentare come, mentre i pittori ungheresi dell'Ottocento in massima parte fecero capo ai gusti delle accademie austriache e italiane, l'ungherese Carlo Markó (1791-1860) si trasferisse durante la prima metà dell'Ottocento a Firenze a dipingere paesaggi di carattere romantico non privi di elegante finezza. Ed a Firenze da lui dipese un folto gruppo di pittori tra i quali erano anche i suoi figli e nipoti, che ne seguitarono la maniera fin verso la fine del secolo.

Contemporaneamente e successivamente s'andava affermando nel territorio ungherese una corrente artistica locale nella quale elementi della sempre fiorente e pittoresca arte popolare locale si fondono con altri derivati dalla cosiddetta sensazione viennese e con altri ancora collegati alle più moderne espressioni del gusto internazionale. Ad essa fanno capo anche i più significativi ed originali artisti contemporanei operanti in U.

BibL.: T. Gerevich, L'arte antica ungherese, Roma 1030; id., s. v. in Enc. It., XXXIV, pp. 691-95; P. Lavedan, Histoire générale de l'art, Parigi 1946. Emilio Lavagnino
VIII. Ordinamento scolastico. - Fin dal 1943 si pensò ad una riforma democratica della scuola ungherese, che abbracciasse tutto il sistema scolastico, conservando dell'antico quello che era giu atificato dall'esperienza, e colmando le lacune con metodi e programmi nuovi, più con soni all'ideologia comunista. Il primo passo fu attuato nel 1946 con l'istituzione della Scuola generale.

1. La Scuola generale. - Essa raduna in sè le quattro classi elementari e le quattro classi delle medie, prima differenziate, e ne forma una nuova scuola, di tipo unico, obbligatoria per tutti, della durata di 8 anni, dai 6 ai 14 . Lo scopo dell'innovazione, osserva il Ministro nel preambolo si programmi, è dare all'allievo «una cultura-base unitaria; di renderlo capace di una ulteriore istruzione e autoistruzione di ogni indirizzo, e di formare un membro consapevole e morale per la vita della comunità unghè-

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rese». Il programma, poi, abbracciava materie obbligatorie e materie facoltative, allo scopo di lasciare ampia possibilità di scegliere, accanto ad una cultura-base unitaria, quelle discipline che avessero destato maggior interesse negli allievi. Però nel 1949 le discipline facoltative furono assai limitate nelle ore e nel numero; tra quelle allora scomparse sono il latino e le lingue moderne e resta obbligatorio lo studio della lingua russa. Nel 1949 cessa anche di essere obbligatorio nella Scuola generale l'insegnamento religioso.
2. L'istruzione media. - Secondo il programma tracciato con decreto del 1948, l'istruzione media abbraccia tre gruppi principali di scuole, due dei quali suddivisi in scuole di vari tipi, aderenti ai vari indirizzi futuri degli alunni. a) Il primo gruppo o "gimnázium" ha un solo tipo di scuola, maschile e femminile, della durata di 4 anni, corrispondente più o meno al nostro liceo, e distinto in tre sezioni parallele: 1) sezione classica, caratterizzata dallo studio del latino e di una lingua moderna; 2) sezione di lingue moderne, senza il latino, ma con due lingue moderne; 3) sezione scienze, senza latino, con una lingua moderna e più ampio svolgimento delle materie scientifiche. Alla fine del quarto anno si ha l'esame di maturità davanti a una commissione interna; e il diploma dà adito per la sezione classica a tutte le Facoltà universitarie; per la sezione scienze solo alle Facoltà di medicina, fisica e chimica e agli studi superiori tecnici. b) Il secondo gruppo ha i seguenti tipi di scuola: 1) scuola media industriale di 4 anni, con due sezioni : meccanica e chimica; 2) scuola media commerciale, di 4 anni; 3) scuola media di agraria, di 4 anni; 4) scuola media di giardinaggio, di 4 anni, con programma simile a quello della scuola agraria, ma con speciali materie di giardinaggio; 5) scuola media magistrale maschile e femminile di 5 anni; 6) scuola media per la formazione delle maestre giardiniere per i giardini d'infanzia, di 3 anni, più i anno di tirocinio; 7) "liceum" maschile e femminile di 4 anni con indirizzo pratico : conoscenze di economia, specie domestica, nozioni fondamentali di educazione familiare e scolastica dei bambini.
c) Il terzo gruppo, di indirizzo artistico, doveva abbracciare i seguenti tipi : 1) liceo di arti figurative; 2) scuola media per la formazione degli artisti cinematografici; 3) scuola media per la formazione degli artisti del teatro; 4) scuola media di musica.

Ma già questo panorama della scuola media subjva nel 1949 parecchie modificazioni: diminuzione del programma, ritenuto sovraccarico, intensificazione dello studio dell'ideologia marxista leninista e della lotta contro il clericalismo e lo sciovinismo. Inoltre tutte le scuole medie porteranno il nome di "ginnasi", e le stesse materie verranno diversamente distribuite.

L'istruzione superiore. - Secondo i programmi di riforma del 1950 (passibili ancora di ulteriori riforme parziali nei singoli rami), l'istruzione superiore comprende : università e scuole superiori. a) Universitd di scienze tecniche: 1) Scienze tecniche di ingegneria a Budapest (ingegneria meccanica, stradale, elettrotecnica, idraulica, edile, chimica); 2) di Scienze tecniche dell'industria pesante a Miskolc (con 3 sezioni : miniere, fonderie, macchine); 3) di Scienze tecniche a Sopron (con 2 sezioni : forestale e geometri); 4) di Scienze tecniche della chimica industriale pes