l'acciaio dal 3,5 al $13 \%$, quella del manganese dal 17 al $45 \%$, quella della cromite dal 4,5 al $15 \%$, e via dicendo. Ad ogni caso più ancora che il volume della produzione oggi raggiunta, che pone la
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U.R.S.S., in quasi ogni ramo di industrie, ma soprattutto nelle metallurgiche, siderurgiche, meccaniche, chimiche e tessili, al secondo posto nel mondo, subito dopo ed in evidente concorrenza con gli U.S.A., importa rilevare il gigantesco sforzo di cosi vaste proporzioni, in un paese in cui quasi tutte le premesse per un tal compito mancavano ad erano affatto inadeguate (maestranze, riferimenti, vie di comunicazioni, commercio estero, ecc.).
Prescindendo anche dal rapporto che passa fra questo sforzo ed i sacrifici ch'esso ha imposto ed impone alla massa della popolazione, è evidente che la produzione sovictica è ancora lontana dall'avere raggiunto l'optimum delle sue possibilità : una chiara ed equilibrata visione di questa economia è poi resa difficile, senza la considerazione degli obiettivi, immediati o lontani, da una politica che mira ad affermarsi, oltre le più ampie frontiere di questo dominio, come espressione di valori universali. A questo stesso ordine di idec va riferita la complicata struttura politica ed amministrativa dell'U.R.S.S., nella quale le autonomie federali, sebbene di recente potensizte, soggiacciono ad una salta unità statale e ideologica che praticamente le annulla. Limitandosi alle linee esterne di questa struttura, basterà rilevare qui che l'U.R.S.S. risulta di 16 Repubbliche Federate, entro le quali con decrescente grado di autonomia, trovano posto Repubbliche autonome, Province autonome, Distretti nazionali, e oblasti (questi ultimi indicanti divisioni di mare carattere amministratrvo) secondo le tabelle annesse.
Per la storia, la litticatura, il rito e l'arte, nel territorio sovictico europro, chiamito impropriamente Russia, <, RUTENI; RUSSIA; sLAVI; sLAVOFILIA; uCRAINA. Si v. anche AMMEMIA; BULDRUSSIA; SEDONIA; GEORGIA; LETTONIA; LITUAREA.
Bibl.: R. Beosley-N. Forbes-G. A. Birkett, Russia from the Variaguos to the Bolschevahe, Oxford 1918; I. Kulischer, Russische Wirtschaftsgeach., Jena 1923; A. W. Tschajanoff, Die Landwirtschaft des Sowjetbundes, Berlino 1926; A. Palmieri, La geografia politica della Russia sovietica, Roma 1927; A. R. Williams, The Russian lands, Londra 1929; E. Burns, Russia's productive vistem, ivi 1930: V. Victoroff-Topogroff, Russie et Sovietica. Bibliographie des ouvrages pures en français de 1917 à 1930 inclus, relatifs à la Russie et à l'U.R.S.S., Saint-Cloud 1931; L. Lanton, An economic history of Soviet Russia, Londra 1932; P. Andre, L'U.R.S.S.: la Fédération sovié, et ses républ., Parigi 1932; M. Hoffmann, Die agrarische Bevölherung Russlands, Lipsia 1932; E. Thiel, Verhebrzgeographie von Russisch Asien, Königsberg-Berlino 1932: J. Davis, The New Russia, Nuova York 1933; E. M. Friedman, Russia in transition, Londra 1933; M. Friederichsen, Das europäische Russland. H. Ompel, Sibirien, A. Schultz, Russisch Turbestan, B. Plaetsche, Die Kauhasischen Länder, in Handbuch der geogr. Wissenschaften, Potsdam 1934; G. Pulle, L'Unione Sovietica Russa, in Geografia universale, Torino 1935; N. M. Khailov, Nouvelle géographie de l'URSS, Parigi 1936; M. Slonin, Les onus Républiques sousdiques, ivi 1937; P. Camena d'Almeida, Etats de la Baltique-Russie, in Géographie universelle, ivi 1937: T. A. Taracanzia, Soviet in the Artic, Nuova York 1941; C. B. Cressey, The Basis of Soviet Strenght, ivi 1943; I. S. Gregory, D. W. Shave, The U.S.S.R.: geographical Survey, Londra 1946; G. Jorre, L'U.R. S.S.: la terre et les hommes, Parigi 1946; F. Lorimer, The population of the Soviet Union: History and Prospect, Ginevra 1946; W. M. Mandel, A guide to the Socratic Union, Nuova York 1946: J. E. Simmon, U.S.S.R.: a concise handbook, Ithaca 1947; S. Stranniline, La planification en U.R.S.S., Parigi 1947; P. George, U.R.S.S., ivi 1947: N. A. Voznesensky, The Economy of the U.R.S.S., during World War II, Washington 1948; M. Dobb, Soviet economic development since 1917, Londra 1948; S. P. Turin, The U.S.S.R.: an economic and social survey, ivi 1948: L. S Berg, The Natural Regions of the U.S.S.R., Washington 1949; N. Yancy, The Socialized agriculture of the U.S.S.R. Plans and Performance, Stanftfor 1949; A. Atakelian, Industrial Management in the U.S.S.R., Washington 1949; Th. Shahad, Geography of the U.S.S.R.: a regional survey, Nuova York 1951; N. T. Mirov, Geography of Russia, Nuova York-Londra 1951.
Giuseppe Caraci
II. Condizione giuridica della Chiesa. - L'Impero Russo (v. russia, III. Condizione giuridica della Chiesa) regolò i suoi rapporti con la Chiesa cattolica secondo la legge per le confessioni straniere (Svod Zakonov, vol. XI, i : Codice degli Affari Ecclesiastici delle confessioni straniere). L'unione sovietica pure non è priva d'una legislazione eccle-siastico-statale; però questa si distingue dalle legi-
slazioni di tutti gli altri Stati, anche di quelli che proclamano la separazione della Cniesa dallo Stato.
I documenti fondamentali, ancor oggi in vigore, sono : 1) il decreto del 23 genn. 1918 "Sulla separazione della Chiesa dallo Stato" ( 13 articoli) in base al quale la Costituzione R.S.F.S.R. del 1918 nell'art. 13 (dal 1923 art. 4) garantisce: "Ai cittadini è consentita indistintamente la propaganda religiosa ed antireligiosa $x$. 2) Il decreto del 18 apr. 1929: "Sulle associazioni religiose" ( 68 articoli), in base al quale l'art. 4 della Costituzione vien cambiata in : "La libertà di professione religiosa e la libertà antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini $x$. 3) L'art. 124 della Costituzione Berliniana (1936). Il suddetto art., finora in vigore, basato su decreti precedenti, restringe ancor più la libertà di coscienza; "La libertà di praticare i culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini. L'art. 124 rappresenta una fase, benché a lunga scadenza, sulla via della liquidazione della Chiesa. Il punto di partenza ne è l'ideologia materialistica. Perciò davanti al diritto sovietico la Chiesa cattolica esiste, ma solamente "de facto", non "de iure ".
1) Il Romano Pontefice, come capo della Chiesa cattolica, non vien considerato quale persona sovrana, e neanche giuridica; espressioni come S. Sede, vescovi, diaconi, etc. non ricorrono. La Chiesa conta come una comunità e associazione religiosa, ma non ha diritti, neanche sulle organizzazioni professionali e culturali.
2) La Chiesa, anche in quanto collettività, è privata dei beni ecclesiastici ed è incapace di possedere beni mobili ed immobili: edifici di culto (chiese e cappelle), canoniche, seminari, utensili etc. Tutto è "patrimonio del popolo». Fatta la registrazione, la comunità dei credenti può concludere un accordo con il potere civile e ricevere il permesso d'usare l'edificio di culto, ma deve pagare le tasse e le riparazioni; le tasse in questione, oggi meglio regolate, sono cosi alte che la chiusura delle chiese è inevitabile. Inoltre in seguito alla registrazione si ha una maggiore vigilanza e dipendenza dal potere civile.
3) La legge segna l'arresto alla diffusione della fede e prevede la progressiva liquidazione di essa: la religione è bandita da tutte le scuole, nessuna attività religiosa è ammessa per la gioventù; la Chiesa vive, ma senza stampa, senza radio, senza film, senza tipografie, senza carta, senza biblioteche ecc. Le spese del culto si coprono con offerte dei fedeli.
4) L'attuazione della legislazione ecclesiastica-statale non si compie mediante la via giudiziaria, ma quella amministrativa, cioè attraverso gli organi del Ministero dell'Interno e attraverso la polizia: processi con esito prestabilito, condanne senza processi, arresti senza indicazione dei motivi, deportazione e lavori forzati.
5) La vita cattolica si svolge in un ambiente ostile, ateo, antireligioso, i cui esponenti dispongono di tutti i mezzi di diffusione: stampa, radio, film, scuola, sussidi, ecc. Dopo il 1943 la Chiesa russa dissidente patriarcale è quasi sul punto di diventare una persona giuridica per ragione dei compiti in favore dello Stato sovietico, ai quali dovrebbero adempiere. La Chiesa cattolica non avrà invece mai speranza di simili favori e privilegi; priva di diritti, la sua organizzazione gerarchica nell'U.R.S.S. è ormai liquidata; il numero dei fedeli molto ridotto: però il suo potenziale (numero, qualità, eroismo) negli anni del comunismo è rimasto più o meno come prima.
Non esiste una statistica religiosa dell'U.R.S.S. Il Governo nel censimento del 1937 pose la questione della religione. Fu tale il numero dei cittadini dichiaratisi credenti che il risultato non fu pubblicato. E certo che le generazioni cresciute sotto il bolscevismo sono in gran parte ates. E impossibile dare anche approssimaticamente il numero dei battezzati nell'U.R.S.S. Il Governo nella sua Enciclopedia (vol. sull'Unione Sovietica, Mosca 1948), coll. 1788-90, elenca le religioni esistenti nel l'U.R.S.S. senza però darne le statistiche. Secondo queste notizie il gruppo religioso più grande è quello della "Chiesa russa ortodossa», i cui fedeli forse oscillano fra i 20 e 30 milioni. Essi erano, nel 1918, 98 milioni (inclusi i vecchi-credenti). Sulla Chiesa cattolica viene detto: \& La
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Chiesa romano-cattolica è sparsa principalmente nell'ovest dell'U.R.S.S. mentre nell'est ha soltanto poche comunità. La sua gerarchia, consta del metropolita Antonio Springovics, un arcivescovo, due vescovi e un gran numero di prelati e canonici s. Entro i confini dell'U.R.S.S. quali erano nel 1939, prima della guerra, viveva ca. mezzo milione di cattolici. Per essi non esiste di fatto nessuna organizzazione ecclesiastica - quella istituita nel 1926 è annientata - e a quanto si sa una sola chiesa rimane aperta al culto, quella di S. Luigi a Mosca, dell'ambasciata francese. A Mosca sola vi sono 15-20.000 cattolici. La nuova politica religiosa del Governo sovietico riaprì varie chiese per i dissidenti, ma nessuna per i cattolici.
Dopo la guerra, nel 1945, furono incorporate all'U.R.S.S. vaste regioni con numerosi cattolici : la parte orientale e sudorientile (Galizia) della Polonia, la Lituania, la cosiddetta Podcarpazia, la Lettonia e l'Estonia (con pochi cattolici). Così il numero dei cattolici salì a ca. 8 milioni. La provincia ecclesiastica greco-cattolica di Leopoli fu nel 1946 ufficialmente soppressa. Lo stesso si fece nel 1949 con la diocesi di Mukidovo in Podcarpazia (già Ccoslovacchia). Dalla Polonia orientale i cattolici polacchi furono in grandissima parte deportati. In Lituania e Lettonia la lotta contro la Chiesa cattolica è in atto. In Lituania rimane un solo vescovo in libertà, quello di Panevezys, in Lettonia l'arcivescovo di Riga, Antonio Springovics. L'amministratore apostolico di Estonia, mons. Edoardo Profittlich S.I., fu deportato già nel 1940.
L'Enciclopedia Sovietica ricorda le seguenti confessioni cristiane esistenti nell'U.R.S.S.: la Chiesa dei vecchi-credenti divisa in tre rami, la Chiesa georgiana "ortodossa" con un proprio patriarca-catholicos residente a Tiflis e la Chiesa armena con il suo patriarcacatholicos residente a Echnisadzin, capo di tutti gli armeni dissidenti. Figurano ancora le sète protestanti dei battisti e dei luterani e altre ancora. Il numero dei protestanti viene stimato fra 2 e 3 milioni. Numerosi sono anche nell'U.R.S.S. gli ebrei e i musulmani.
Anche nel periodo della "Nuova Politica religiosa" (dal 1943) rimane in vigore la legislazione antireligiosa; ogni religione deve morire, è da liquidare. Nei paesi limitrofi (cattolici) di recente annessi infuria ancora una violenta persecuzione, mentre nell'interno dell'U.R.S.S. prevale la lotta ideologica. La letteratura con idee antireligiosse si diffonde in milioni di esemplari; però le masso la leggono poco e preferiscono i classici, perché sentono il vuoto dell'ideologia materialista. Come pegno che la vita religiosa in genere e la vita ecclesiastica in specie nell'U.R.S.S. non è ancora spenta serve il fatto che nella Chiesa dissidente russa si arriva ancora a 3 milioni di comunioni pasquali. Il numero dei credenti, è vero, fu molto decimato ed è qualche volta mascherato, ma vien ricompensato dall'eroismo. Quindi il potenziale della vita religiosa dell'U.R.S.S. non è molto inferiore a quello di prima della rivoluzione. V. bolscevismo; comunismo; mosca, patriarcato di. - Vedi tavv. LXXIX-LXXX.
Bib.: G. Schmieder, La posiz. delle associaz. relig. nel div. soviet., Reggio 1948; G. M. Schweigl, L'Art. 124 della Costituz. soviet. sulla liberid dei culti, Roma 1946; id., Il nuovo Statuto della Chiesa russa e l'Art. 124 della Costituz. soviet., ivi 1948; Boltsia Sonatshaja Enciclopedia, Sojuz S. S. R., Mosca 1948, coll. 1773-90, trad. red., vol. II, Berlino 1950, coll. 1857-72; G. Schweigl, Vita cattol. nell'U., in Civ. Catt., 1948, t. pp. 337 344; id., Metodi sovietici di persecuzione religiosa, ibid., 1949, t. pp. 356-63; id., L'Unione soviet. nell'Anno Santo, ibid., 1950, t. pp. 495-500; G. de Vries, L'Oriente crist. dietro il sipario di ferro oggi, in Unitas, 5 (1950), pp. 3-16; A. Brunello, La Chiesa del silenzio, Roma 1953.
Giuseppe M. Schweigl
UNIONE DI FRIBURGO. - Associazione tra cattolici europei studiosi di problemi sociali, attuata alla fine del secolo scorso, e che con periodiche conferenze, tenute a Friburgo, curò di unire e indirizzare in senso convergente le loro tendenze sociali.
A Roma, per iniziativa specialmente di mons. Domenico Iacobini (v.) e di mons. Gaspare Mermillod (v.)
si unirono alcuni altri studiosi di economia sociale con un primo scopo di ricerche e discussioni. Per mezzo del Mermillod, dotto e vigoroso polemista, si posero in relazione nel 1883 con un gruppo di sociologi francesi, che dirigevano l'Oeuvre des cercles catholiques d'ouvriers, e con altro gruppo di cattolici tedeschi che sotto la presidenza del principe Carlo di Löwenstein (v.) promuovevano in Germania i loro primi congressi. Questa corrispondenza di studi e primordiale organizzazione fu l'origine dell'Unione de Fribourg, che nel 1884 iniziò le sue periodiche conferenze internazionali, ospitata con favore dal governo di quel Cantone cattolico. A tali riunioni, che il conte Alberto de Mun (v.) raccontò in pagine magistrali, non potevano mancare i cattolici italiani. Fra gli altri vi furono: il marchese Lorenzo Bertini, il conte Cesare Sardi, mons. Jacobini, mons. Talamo (v.) e il conte Edoardo Soderini.
E notevole la parte importante che nei lavori dell'U. di F. ebbero fra gli italiani il conte Medolago-Albani e il Toniolo. Il Medolago (v.) fu membro del Consiglio direttivo e corrispondente nazionale dill'Unione; inoltre, presidente nel 1886 della Commissione di studio per il regime della proprietà rurale, con Fleurc Lorin (v.), relatore nel 1887 sullo stato della legislazione sociale in Italia e membro fra i più attivi della Commissione per il regime corporativo. Giuseppe Toniolo (v.) portò, nelle discussioni e nei voti, il frutto della sua profonda preparazione scientifica, specialmente sul programma dell'organizzazione e rappresentanza delle classi operaie e sull'obbligo dello Stato ad intervenire con apposita legislazione. Questi convegni internazionali si susseguirono per vari anni e ciascuno si chiudeva con un indirizzo al S. Padre, presentando le tesi elaborate nelle sessioni ed invocando da lui un'alta parola direttiva. Il Mermillod, divenuto intanto vescovo di Ginevra e cardinale, era intermediarin tra Friburgo e il Vaticano e teneva informato Leone XIII, che seguiva con grande attenzione i lavori dell'Unione. Simili invocazioni in quegli anni giungevano al Papa dai Congressi internazionali scientifici di Parigi e dai Congressi di Opere sociali di Liegi. Tante speranze e preghiere non furono deluse e il 15 maggio 1891 Leone XIII emanava l'encicl. De conditione opificum (Rerum novarum [v.]) che riprovando le teorie del socialismo e del liberalismo, dettava un nuovo e completo programma sociale cristiano.
Bibl.: Atti e documenti dell'Unione cattolica di studi sociali ed economici di Friburgo, Friburgo 1884 sgg.; T. Vaggian, Il movimento sociale cristiano nella $2^{2}$ metó del XIX sec., Vicenza 1902, passim; A. De Mun, Combats d'hier et d'aujourd'imi, 3 voll., Parigi 1910, Agostino Vian
## UNIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO, PIA.-
Benemerita associazione fondata in Roma nel 1790 ed eretta canonicamente nel 1797 nell'arcispedale di S. Maria della Consolazione.
Il suo scopo era di radunare in un corpo ben ordinato sacerdoti, chierici ed anche pii Isici desiderosi di dedicarsi ad opere caritative spirituali e corporali, come l'assistenza agli ammalati degenti negli ospedali oppure nelle case private, l'insegnamento religioso al ceto più abbandonato della città, la distribuzione di buoni libri ecc. A capo della P. U. stava un sacerdote, chiamato Regolatore primario, coadiuvato nella direzione delle singole opere caritative da altri Regolatori secondari, due per ogni opera. I sacerdoti e i chierici si radunavano ogni 15 giorni per il caso di morale e una breve istruzione (usanza tuttora vigente in Roma per iniziativa del vicariato); i laici si radunavano, in occasione delle festività, nella chiesa di S. Paolo alla Regola, ove potevano accostarsi ai SS. Sacramenti e sentire un'istruzione adattata alla loro missione. Il servo di Dio P. B. Lanteri (v.) la introdusse in Torino il 22 febbr. 1815, ottenendone l'aggregazione alla primaria di Roma.
Bibl.: anon., Idea e regolamento della pia Unione di sacerdoti, chierici e secolari, cononicamente eretta nel venerabile arcispedale di S. Maria della Consolazione di Roma..., Roma 1797; anon., Compendio istorico delle diverse opere di carità sotto il nome di diramazioni nelle quali si occupa la P. U. di sacerdoti secolari di S. P. A. in Roma, ivi 1807; F. De' Conti, Della P. U. di
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S. P. A. e dei vantaggi da essa renduti alla società e alle scienze sacre, ivi 1852: [A. P. Frutas], Positio super introductione Causae et super virtutibus Pii Brummis Lanteri (S. R. Congressatio, sectio historica, 63), Città del Vaticano 1945, pp. 29*-30*, A. Pietro Frutas
UNIONE DI SANTA CATERINA DA SIENA delle Missionarie della Scuola. - Fondate a Gubbio nel 1924 da Luigia Tincani (suor Maria di S. Caterina).
Hanno avuto dalla S. Sede il decreto di lode il 6 febbr. 1934. Le Costituzioni sono state approvate in via di esperimento il 7 febbr. 1935. Le religiose, che non hanno abito monacale, si dedicano all'insegnamento in scuole pubbliche ed hanno collegi per la formazione della gioventù femminile. Al presente le suore sono 150 in 9 case. La Casa generalizia è a Roma. (Arch. d. S. Congr. d. Relig., G. 79). Silverio Mattei
UNIONE DONNE DI AZIONE GATTOLICA. - L'U. Donne di Azione Cattolica sorse nel 1908, quando anche in Italia le forze femminili si venivano via via affermando con programmi innovatori e risentivano necessariamente dell'ambiente sociale anticristiano, caratteristico di quel tempo.
Fu il voto formulato dal Congresso delle donne italiane contro l'insegnamento religioso nelle scuole, che determinò il distacco netto delle cattoliche da tale Associazione che, in apparenza neutra, era invece nascostamente influenzata dalla massoneria. Si rese quindi necessario dar vita ad un'altra organizzazione la quale, pur perseguendo finalità tendenti all'elevazione delle masse femminili, fosse però cattolicamente ispirata, anzi, apertamente si schierasse in difesa dei diritti cristiani contro qualsiasi sopraffazione.
Il papa Pio X, al quale la principessa Cristina Giustiniani Bandini sottopose l'idea della costituzione dell'Unione fra le donne cattoliche d'Italia, benedisse la nuova Associazione, ne postillo di suo pugno gli statuti e sempre l'appoggiò con la sua massima autorità. Pio X si mostrò in questo molto chiaroveggente, ben comprendendo il grado di maturità raggiunto ormai dalla donna, la quale, intendendo la gravità del momento storico e il bisogno della Chiesa, superava così le secolari tradizioni che la vedevano al suo posto soltanto nella casa e si disponeva ad uscirne, perché, per difendere la famiglia, occorreva ormai lavorare più al largo, ricostruire una società cristiana.
N i discorso inaugurale del 21 apr. 1909, egli precisava il fine per cui le donne cattoliche italiane intendevano riunirsi " per governare cristianamente la famiglia, educare i figli e compiere degnamente una missione sociale». In altre parole, la salvezza della famiglia era fin d'allora la fisionomia caratteristica dell'U. Donne Cattoliche, pur in mezzo ad altre numerose attività benefiche e sociali, proprie della donna. L'Associazione seguì quindi le vicende, le forme, i programmi dell'Azione Cattolica, mediante un ufficio di presidenza a Roma e comitati locali in centri urbani di tutte le regioni d'Italia.
Il terremoto di Messina del dic. 1908 mise in luce l'impugno generoso dell'U. Donne Cattoliche, accorsa ad assistere la popolazione sinistrata. I lunghi anni della guerra 1914-18 videro le donne cattoliche prendere parte ai Comitati di preparazione civile, procurare l'assistenza religiosa alle truppe, organizzare corsi di infermiere, posti di ristoro, ospedali militari, uffici notizie e varie iniziative pubbliche e private di carattere assistenziale, economico, morale, caritativo e persino sindacale e professionale. Fin dall'inizio, ove sorse un comitato di donne cattoliche si cercò di far sorgere anche un'Associazione operaia femminile, con relativa cassa mutua, per togliere alle operaie lo sgomento della vecchiaia e della malattia. Si propugnò un'azione di categoria, formando operaie-apostole tre le loro stesse compagne. Si promossero unioni professionali (gli attuali sindacati) per la difesa dei diritti, non solo economici ma anche spirituali e morali delle lavoratrici.
Anche nella triste ora di Caporetto, con il suo collasso nello spirito nazionale e la dolorosa processione di profughi e di fuggiaschi, i comitati delle donne cattoliche

(fot. Vasari)
Unione Donne di Azione Cattolica - La - Casa dell'Amnun. ciazione - a Roma, dove si tengono i corsi di studio per dirigenti e socic, e dove si esprime, durante il viaggio di nozze, gli sposi appasscamenti all'Azione Cattolica - Roma.
diventarono per essi casa, famiglia, provvidenza, oasi di serenità, fonti di coraggio, centri di fede, di preghiera e di attesa per il giorno della riscossa.
Il dopoguerra, con il suo strascico di miserie materiali e morali, con esigenze di assestamento economico, sociale e politico, presentò all'U. Donne Cattoliche nuovi problemi da studiare e nuove attività a cui dedicarsi. E mentre le forze rivoluzionarie del socialismo bolscevico premevano minacciose sull'Italia, l'U. Donne Cattoliche si schierò, parallelamente agli altri movimenti maschili di Azione Cattolica, in difesa dei principi cristiani in ogni campo. Da ricordare: la preparazione delle donne all'esercizio del voto (amministrativo), la ripresa e clamorosa vittoria della campagna antidivorzista, la collaborazione alla S. Sede per l'Opera internazionale assistenza bambini abbandonati, la difesa legislativa delle mogli dei dispensi in guerra, la lotta contro l'analfabetismo, le scuole di economia domestica, lo studio dei problemi del lavoro, ecc.
Quando nell'immediato dopoguerra (1919) divenne urgente raccogliere le forze giovanili per le battaglie dell'ora e la preparazione alla vita sociale del tempo nuovo, si rese necessario organizzare distintamente la gioventù dalle donne più mature e quindi si istituirono (a base diocesana e parrocchiale) i "Circoli della gioventù femminile", a fianco dell'U. Donne Cattoliche. A questi due rami, costituenti la U. femminile cattolica, si aggiunse quello dell's Segreteria femminile della F.U.C.I.
Col passare degli anni si va sempre più delineando la fisionomia caratteristica dell'U. Donne Cattoliche, che mira particolarmente alla salvezza della famiglia : curando la sanità interiore delle anime (con una più approfondita conoscenza della verità religiosa), la purificazione esterna perché l'ambiente sociale non porti contagio alla famiglia (occupandosi di moralità pubblica e privata, infanzia abbandonata, delinquenza minorile, redenzioni traviate, ospedali d'ogni tipo, carceri, ecc.), e legittime rivendicazioni pzrché la famiglia abbia il sufficiente per la vita ed il suo normale sviluppo (attività specifiche in campo sociale).
Nel campo culturale i Congressi di studio e di lavoro, iniziati nel 1912 su temi sociali, divennero triennali dopo il 1925 con "Settimane sociali" per dirigenti e propagandiste. Si ebbe la stampa dell'organo sociale In alto in diverse edizioni per le dirigenti, le socie, i fanciulli, i bimbi; di Incontro al fanciullo per le spose e le madri (trasformato poi in Mamme d'oggi); di Apostolato della culla per le ostetriche; di Fede e Professione per le infermiere e assistenti sanitarie; di fascicoli mensili di recensioni bibliografiche come All'erta. Si istitui la "Casa Editrice Sales" (1931) per pubblicazioni specialmente dedicate alla gioventù e alla famiglia, i cui quaderni bime-
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(fot. Giordan).
Unione Donne di Azione Cattolica - I fanciulli dell' Associazione fanciulli di Azione Cattolica, si avyiano a rendere omaggio all'altare della Patria, durante le manifestazioni per il XXV (1922) - Roma.
strali Sales sostituirono l'antica Rivista di cultura e attivita femminile. A queste pubblicazioni si associò la rivista Il Salco e poi Donna e Vita su problemi domestici, educativi, sociali. Intanto alla presidenza si erano avvicendate Emma Vallauri Lombardi (1922-23), Angelina Paternò Castello (1923-24) e Maria Rimoldi (1925-1949).
Fanciulli di Azione Cattolica. - Sul finire del 1925, per desiderio di S. S. Pio XI, sorse l'Associazione Fanciulli di Azione Cattolica e venne affidata all'U. Donne di A. C. In un primo tempo raggruppava i piccoli dai 6 ai 12 anni; successivamente vi si unirono i Bambini di Azione Cattolica dai 4 ai 6 anni e si fissò il "passaggio" agli "aspiranti" della Gioventú Italiana di Azione Cattolica a 10 anni compiuti.
Scopo della nuova Associazione era quello di integrare la formazione religiosa, morale e sociale dei piccoli ed avviarli all'apostolato preparando i futuri giovani di Azione Cattolica.
Per tale finalità educativa, i piccoli sono divisi in 3 sezioni : «Fiamme bianche» (da 4 a 6 anni), «Fiamme verdi» (da 6 a 8 anni) e «Fiamme rosse» (da 8 a 10 anni), e le delegate parrocchiali a cui sono affidati si attengono al "metodo attivo" per l'educazione dei fanciulli, svolgendo un programma denso di geniali iniziative.
Ricevendo la tessera di iscrizione, il fanciullo di Azione Cattolica fa la solenne promessa di servire Dio, la Chiesa e la Patria; s'impegna inoltre ad osservare la "Legge» ed a essere un piccolo apostolo di Gesù Cristo. La "Legge"esige che il fanciullo si mantenga sempre puro nell'anima e nel corpo, leale con tutti, coraggioso nelle prove, lieto nell'adempimento del dovere. Egli deve frequentare le lezioni di catechismo e le apposite adunanze che via via gli imprimono una formazione cristo-centrica e sociale, seguendo opportunamente i vari tempi dell'anno liturgico. L'attività dell'Associazione Fanciulli non ha nulla di pesante o di forzato, ma si svolge in una atmosfera di serena gaiezza, con gare, concorsi, iniziative varie e interessanti. I vincitori delle gare eliminatorie diocesane di studio e di attività hanno diritto al "Premio Roma", ossia al viaggio e soggiorno gratuito di tre giorni a Roma, durante i quali sono ricevuti in udienza dal Santo Padre. In tali giornate possono inoltre concorrere all'ambitissimo premio di "Araldi del Papa" (uno per regione) i quali sono decorati della "Croce di Araldo" dalle mani stesse del Santo Padre.
Anche i Fanciulli di Azione Cattolica hanno un'apposita stampa organizzativa (Fiamme Tricolori, quindicinale per Fanciulli; Mai Delegate, mensile per le delegate) oltre a Corrierino, settimanale illustrato di penetrazione, e numerose collane di libri di formazione e di piacevole lettura.
In pochi anni l'Associazione Fanciulli di Azione Cattolica suscitò tale interesse da avere un numero stragrande di iscritti, che è tuttora in continuo aumento. Nel 1936 venne celebrato solennemente il decennio di fondazione e nel 1952 il XXV.
Ulteriori sviluppi dell' U. Donne di A.C. - L'U. Donne di Azione Cattolica, durante il ventennio del regime fascista, nonostante le ostilità più o meno palesi e le difficoltà di attuare iniziative che avessero carattere sociale, riusci a consolidare la sua compagine organizzativa, ad approfondire lo studio dei principi di cattolicesimo sociale, ad estendere la sua influenza anche fuori d'Italia costituendo associazioni tra le donne italiane all'estero e nelle colonie. I settori di lavoro apostolico, in cui l'opera della donna è più preziosa ed efficace, si sono venuti sempre meglio delineando : attività familiare, educativa, morale, sociale, stampa, ed hanno unosviluppo sempre più organico mentre varie iniziative sorgono a fiancheggiarli.
Ma la seconda guerra mondiale del 1940 riporta un lungo periodo di emergenza. L'U. Donne di A. C. deve adeguare le sue opere alle nuove esigenze che la impegnano a fare tutto il possibile per sostenere la resistenza morale delle donne italiane. Partecipa con tutte le sue forze all'assistenza pubblica e l'integra con iniziative private di apostolato che raggiungono porsino i campi di concentramento e gli ospedali da campo. L'allora Centro Nazionale diventa una «Sazione» molto attiva dell'Ufficio Notizie della S. Sede e compie un poderoso lavoro di milioni di pratiche.
E dopo lo sfacelo della guerra, la ricostruzione trova le Donne Cattoliche serenamente pronte ed attive : prendono il proprio posto di lavoro con mirabile spirito di collaborazione e di abnegazione, scegliendo quei compiti specifici che la natura stessa della donna fa loro preferire. La reazione alle manovre di correnti ed organizzazioni femminili di ispirazione marxista o laicista si manifesta con la costituzione del C.I.F. (Centro Italiano Femminile), ma più intensa ancora è l'opera pacificatrice delle Donne Cattoliche per sedare gli odi e placare le lotte che tengono divisi i fratelli, per arginare l'immoralità o far riprendere coraggio nella disastrosa crisi economica che devastava l'Italia. Eliminato il fascismo, tutti i campi ormai sono aperti e le Donne Cattoliche stotono il dovere di essere presenti ed operanti anche in campo sindacale, civico e politico : ottimi elementi passano quindi alle nuove istituzioni che sorgono con questi specifici scopi (CIF, ACLI, Unioni Professionali, Sindacati, Fronte della Famiglia, MIM). Sempre per iniziativa dell'U. Donne di A. C. si costituiscono le Associazioni professionali delle Infermiere ed Assistenti sanitarie e Visitatrici, e delle Ostetriche.
Nelle elezioni per la Costituente e nelle successive elezioni politiche del 1948, ben 14 sue dirigenti riuscirono: clette deputate al Parlamento, mentre numerose sono le Donne di Azione Cattolica che coprono cariche amministrative nei Comuni italiani.
BibL.: oltre i periodici ricordati nel testo, cf. Atti e docum. del XVII Congresso Catt. ital., Venezia 1901, p. 19 sgg.; F. Rinaldi, Cronaca, in Civ. Catt., 1909, iv, p. 32; 1910, iv, p. 713; 1911, III, p. 483; 1916, iv, p. 366; 1922, III, p. 460; 1928, III, p. 271 .
Maria Sola
UNIONE ECONOMICA SOCIALE. - Istituzione cattolica italiana, coordinatrice di molteplici opere economiche e sociali fra i cattolici italiani, sorta dopo l'encicl. Il fermo proposito (i i giugno 1905), ereditando i compiti del Secondo Gruppo per l'Azione popolare cristiana dell'Opera dei Congressi (v.). Presieduta dal conte Stanislao Medolago Albani (v.), nel 1906 si costituì in U. E. S., che tenne la sua prima assemblea il 5 marzo 1907.
I compiti assegnati all'U.E.S. dal b. Pio X, con un suo breve, furono: coordinare e dirigere per l'attività
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economico-sociale le riunioni diocesane di Azione Cattolica; promuovere le Unioni professionali tra i lavoratori, coordinandone l'attività; alle cure degli interessi materiali unire scopi più elevati, di educazione e di cultura. Verso il 1911 aderivano all'U.E.S. 353 associazioni di propaganda, 36 segretariati del popolo, 1056 società di mutuo soccorso, 242 cooperative, 205 unioni professionali, 76 banche, 1902 casse rurali, 353 associazioni contro la mortalità del bestiame e contro gli incendi e la grandine (tra cui la Cattolica di Verona), 87 casse operaie. L'U.E.S. era governata da una presidenza (cortiva del 1911 per una terna da presentarsi al Papa, che sceglieva e nominava il presidente); da un consiglio direttivo; da quattro segretariati: per l'organizzazione professionale, per le cooperative ed istituti agricoli, per gli istituti di assistenza e presidenza, per gli istituti di credito, con le proprie sezioni in tutte le direzioni diocesane. Ai segretariati si sostituirono con lo Statuto del 1916 le federazioni nazionali, le quali avevano rappresentanze nel Consiglio Generale. Con la riforma di Benedetto XV del 26 febbraio 1915 anche l'U.E.S. si inquadrò nell'unificazione dell'Azione Cattolica.
L'Opera dell'U.E.S. fu efficace in ogni suo settore, riuscendo ad assicurarsi la solidarietà di vaste masse popolari, specialmente agricole, a tutelare i diritti e gli interessi delle classi lavoratrici, impedendo nello stesso tempo l'opera di scristianizzazione dei socialisti, alle cui organizzazioni tenue testa, anche nella parità di azione e nel prestigio di fronte allo Stato. Nel 1919 l'U.E.S. si scioglieva, cedendo i suoi compiti a nuove organizzazioni: la Confederazione italiana dei lavoratori, la Confederazione cooperativa, la Confederazione della mutualitá e previdenza (dette bianche), che si divisero i compiti, ispirandosi sempre a principi cristiano-sociali. Ad illustrare questi principi rimase però, oltre un apposito Segretariato ecomamico sociale presso la Giunta direttiva, l'Istituto cattolico di scienze sociali di Bergamo, fondato, si può dire, dal conte Medolago Albani, e autorizzato dal b. Pio X a conferire gradi accademici in scienze sociali. La scuola, più tardi Istituto, ammetteva studenti con un titolo di studi secondari, comprendeva un biennio di corsi estivi con un terzo corso estivo di perfezionamento per adire alla laurea. Contribuì cosi per molti anni (cessò la sua attività solo di fronte a quella dell'Università Cattolica del S. Cuore) a formare dirigenti, preparati alla organizzazione e propaganda.
Bibl.: Cronache e comunicazioni, in Civ. Catt., 1906, 1, p. 730: II, pp. 239, 474; ibid., 1907, 1, pp. 740; II, p. 137; ibid., 1911, II, p. 103; ibid., 1915, II, p. 117; III, p. 627; ibid., 1916, 1, pp. 146, 490; P. A. Casoli, Un campione della causa cattol., Acquapendente 1922; F. Olgiani, Storia dell' Az. Catt. Ital., $2^{\text {a }}$ ed., Milano 1922; A. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944, passim. Giuseppe Palazzini
## UNIONE ELETTORALE CATTOLICA ITALIANA. - Organizzazione costituita dopo la soppressione dell'Opera dei Congressi (v.) in base all'encicl. Il fermo proposito (i i giugno 1905) e al temperamento del Non expedit (v.), allo scopo di coordinare e dirigere le forze cattoliche italiane, nelle competizioni elettorali, in cui erano chiamate a prendere viva parte.
Queste finalità erano illustrate nella prima circolare programmatica del 15 ag. 1906, la quale di conseguenza raccomandò con intensa propaganda le iscrizioni elettorali tra i cattolici (1907).
L'U.E.C.I., che nel 1911 contava 177 associazioni ed aveva propri rappresentanti in ogni diocesi, oltre le diverse elezioni amministrative, diresse anche quelle politiche, ove fu data la dispensa dal voto, vigendo ancora il Non expedit, nel 1906, 1909, 1913. Nelle elezioni generali politiche del 1909 diede i punti programmatici, a cui doveva essere subordinata la licenza ai cattolici di accedere alle urne ed il loro voto ai candidati; punti programmatici perfezionati nelle elezioni del 1913 e portati a sette postulati: ciò costituì il cosiddetto Patto Gentiloni (v.). Inoltre nel 1912 l'U.E.C.I. si dichiarò per il suffragio universale. La sua opera ebbe un successo
notevolissimo. Nelle elezioni del 1909 riuscirono eletti 24 candidati cattolici; in quelle del 1913 si presentarono con 35 candidati, decidendo, per riconoscimento unanime, della salvezza della nazione dalle forze sovversive.
Presiedettero l'U.E.C.I. Filippo Tolli (1906-10), Ottorino Gentiloni (1910-16), Carlo Santucci (1916-18), Giorgio Montini (1918-19). Quando nel 1919, lasciata ai cattolici italiani la libertà di iniziativa del campo politico, sorse il Partito popolare (v.), la U.E.C.I. si sciolse e passò all'Unione popolare (v.) la direttiva per quello che i problemi morali e religiosi richiedevano dai cattolici.
Bibl.: Statuto dell'U. E. C. I., Roma 1913; Cronache e comunicazioni, in Civ. Catt., 1906, III, p. 739; 1907, IV, p. 228; 1908, 1v, p. 489; 1909, I, p. 623; 1911, II, p. 230; 1911, IV, p. 398; 1912, I, p. 740; 1912, II, p. 356; 1916, I, p. 148; 1918, II, pp. 376; 1919, I, p. 332; E. Vercesi, Il movimento cattolico in Italia, Firenze 1923; G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944. Giuseppe Palazzini
UNIONE EUROPEA. - La necessità di creare un'u. e. divento praticamente rilevante dopo il primo conflitto mondiale. E questione piuttosto complessa l'esistenza di uno "spirito" e di un "sentimento europeo" avanti il primo conflitto mondiale; oggi si afferma che un'unità europea esisteva come un sentimento diffuso e si appoggiava sulla grande forza della latinità e del germanesimo, che si incontravano e talvolta si scontravano come due linfe vitali di un organismo vivo, in quanto tutte e due si fondavano sulla grande tradizione romana e cristiana, anche se l'originario comune cattolicesimo romano si era frazionato in alcune regioni in Chiese diverse.
Malgrado questo fondo comune la forza anglosassone aveva preso uno slancio di egemonia europea; avendo vinta l'egemonia spagnola e francese non tollerava una egemonia germanica, che si affermava dal 1870 sempre più decisamente, e che aveva nondimeno più volte ripiegato nella ammissione di una diarchia anglogermanica (proposta anche da Hitler), fondata pure sulla sostanziale unità razziale. Ma una terza forza si ergeva nell'Oriente europeo ed era il massiccio impero di tutte le Russie (detto cosi da una razza dominante), il quale aveva dovuto conquistare tutta l'Asia del nord in uno sfrenato imperialismo ed in nome della difesa della Russia, mal tutelata dagli Urali, la quale, nondimeno, oscillando fra "occidentalismo" ed "eurasiamo" (v.), si logorava in moti interni nazionalistico-rivoluzionari. Il primo conflitto mondiale si chiuse con la sconfitta della tentata egemonia della Germania, ma alla sconfitta fu chiamato a dar la spinta decisiva il nuovo mondo anglosassone, quello degli USA, mentre la Russia si frangeva nello sforzo antigermanico compiuto, dando la nascita ad una nuova "Eurasia" la quale, privata dei territori più occidentali, dalla Finlandia alla Bessarabia, e divenuta sempre più asiatica, si lanciava verso la politica di una nuova Comunità, a sfondo essenzialmente asiatico, nella nuova formula imperiale della rivoluzione bolscevica. E sotto questa spinta che l'Europa va in frantumi e le divisioni si accentuano, onde si parla di declino e di difesa dell'Occidente, in quanto l'Europa non si difende da sola, né si era difesa da sola, ma grazie all'aiuto americano. Senonché gli USA, usciti dalla politica isolazionista durante il primo conflitto mondiale, vi tornano decisamente, lasciando l'Europa a se stessa.
I. Dal progetto di paneuropa al Piano Briand. Soltanto quando l'Europa si sente isolata, con la minaccia bolscevica all'Oriente, avverte veramente il pericolo della sua situazione, ed ecco apparire l'idea generale di paneuropa, idea di avanguardia e romantica nella sua tendenza troppo radicale per quei tempi, mentre più modesti progetti vengono con l'iniziativa di ordine generale del Comitato federale di cooperazione europea (Emile Borel) e della più limitata iniziativa della Unione doganale europea (Yves La Trocqueur). Sul terreno pratico il problema delI'u. e. è posto nel 1929 da Aristide Briand. Si avvertivano le deficienze della mancata Società delle Nazioni (v.), dopo la defezione degli USA, chiusi di nuovo, come si
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è detto, nel loro isolazionismo, sconfessando Wilson, che era stato il maggiore propulsore ed autore del Patto. La iniziativa, però, secondo Briand, andava inquadrata nel Patto, il quale consentiva la creazione di intese regionali, onde l'organizzazione di una u. e. tendeva a far agire più efficacemente la maggiore organizzazione, nella quale veniva ad inserirsi concentricamente, tentando così di ridare unità di spiriti all'Europa, divisa, dopo il fallimento del Patto di Locarno e del Patto a quattro. Il progetto di Briand era meno avanzato di quelli che auspicavano una federazione europea, non toccava la sovranità degli Stati. Gli Stati europzi, allo scopo di esaminare periodicamente in comune i loro particolari interessi, avrebbero formato una Conferenza europea, e, come organo esecutivo, un Comitato permanente ed un Segretariato, sempre nel quadro della Società delle Nazioni. Nel memorandum inviato ai vari Governi, Briand, quando dovette esemplificare, si fermò alle questioni economiche e sociali (dogane, unioni e cartelli industriali, lavori pubblici, comunicazioni, lavoro, igiene, finanze, cooperazione intellettuale) accennando, nel campo politico, soltanto a rapporti interparlamentari che avevano già qualche tradizione. Quindi, si può dire che la proposta Briand tendesse ad arrivare alla costruzione politica attraverso una coalizione economica, onde superava le osservazioni fatte da alcuni Stati, nelle loro risposte, sulla necessità di cominciare dalle questioni economiche. Un rilievo di carattere territoriale venne sollevato dall'Italia e dalla Germania; ossia non era ammissibile l'esclusione dall'Europa della Russia e della Turchia. La stessa Germania e l'Ungheria rilevavano che per arrivare all'u. e. occorreva eliminare le disuguaglianze create dai trattati di pace. Obiezioni più gravi e addirittura preclusive venivano dalla Gran Bretagna, dalla Svizzera, da altri Stati, i quali osservavano che si veniva a creare un inutile doppione degli organi societari, ed anzi la Gran Bretagna insinuava che l' u. e., anziché far opera di unione degli spiriti, poteva accentuare, se non suscitare addirittura, nuove ostilità. Quando il progetto Briand, eloquentemente difeso dall'autore, fu discusso a Ginevra (sett. 1930), Scialoja fece rilevare le difficoltà di una realizzazione immediata, sicché conveniva comunicare con una commissione di studio. Più radicale fu Motta, mentre Brüning (Germania) e Schober (Austria) insistevano perché la nuova Unione si occupasse soltanto di problemi economici. L'Assemblea accettò il punto di vista di Scialoja e nominò una Commissione di studio per l'u. e. Questa si riunì nel genn. del 1931 sotto la presidenza di Briand, con la partecipazione di 27 Stati, e nelle sue riunioni convenne sulla necessità di invitare l'URSS e la Turchia, ma parlò sempre della crisi economica. Quando nell'Assemblea della Società della Nazioni del sett. 1931 si affrontò il problema della organizzazione dell'u. e., fu stabilito di creare solo una Commissione di studio con la partecipazione anche di Stat non europei, e con questa decisione l'Unione fu sepp dita.
Era quindi evidente l'immaturità del problema in un'Europa che si sentiva moralmente divisa. Il nuovo tentativo di egemonia germanica fu schiacciato col concorso di due forze estraeuropee: quella eurasiatica dell'URSS e quella degli USA, costretti ad uscire nuovamente dall'isolazionismo dalla politica di Roosevelt. Quando si venne a stringere i conti della vittoria, Roosevelt e Churchill accettarono la tesi di Stalin della divisione dell'Europa in due zone, lasciando all'influenza dell'URSS quella ad Oriente della linea Stettino-Trieste.
II. La difesa dell'Occidente e la realizzazione della nuova u. e. - Caduto l'Oriente europeo sotto il dominio sovietico, tutta l'Europa ad ovest della linea di Yalta rimaneva indifendibile e più che di Europa si doveva parlare di Occidente, per cui si poneva preminente una difesa dell'Atlantico, alla quale gli USA dovettero finire per dare una marca americana, provvedendo anche a stipulare per loro conto accordi con la Spagna, esclusa dalla difesa dell'Occidente, grazie alla politica antifranchista di alcuni Stati. In queste condizioni riappare il movimento per l'unità europea, con spiccata tendenza ad una soluzione federale. Non mancano ugualmente, come nel decennio 1920-30, considerazioni in contrario di chi
asserisce che le possibilità attuali sono limitate, territorialmente e moralmente. Moralmente l'Europa è al culmine delle divisioni, specialmente per colpa delle decisioni di Yalta e dei trattati di pace del 1947. Territorialmente, perché ben pochi sono gli Stati disposti a costituirsi in Unione, ed infatti questa sorge assai più limitata dell'Europa partecipante alla difesa atlantica, riducendosi all'Italia, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo ed alla Germania occidentale (qualora questa riesca a superare le opposizioni), mentre ne restano fuori i due Stati iberici, che fanno parte integrante e fondamentale dell'Europa occidentale. Questo secondo tentativo di u.e. nasce con l'appoggio dell'America ed anche della Gran Bretagna, la quale, peraltro, si limita alla funzione di garanzia, facendo nuovamente prevalere il suo carattere di Comunità britannica a base e con interessi mondiali. Anche nelle realizzazioni pratiche l'Unione segue un metodo nuovo. Il Consiglio dell'Europa collabora con la Comunità atlantica, della quale è in sostanza un episodio, specialmente nel campo della difesa. Si comincia pertanto con un accordo base di carattere economico-industriale ed un altro di carattere difensivo, nella coscienza che l'Europa si costruirà sulle "realizzazioni concrete ".
La Comunità europea del carbone e dell'acciaio costituita col Trattato di Parigi del 18 apr. 1931 tende a creare un mercato comune, fornito e guidato da una Comunità, persona giuridica autonoma, che è organizzata con una Alta Autorità ( 9 membri) assistita da un Comitato consultivo (da 30 a 31 membri), sotto il controllo di un'Assemblea ( 18 m .mbri ciascuna Germania, Francia, Italia; 10 Belgio e Olanda, Lussemburgo), con un organo di mediazione fra Alta autorità e governo, rappresentato dal Consiglio dei ministri degli Esteri, ed una Corte ( 7 membri) che assicura il rispetto del diritto nell'interpretazione ed applicazione del trattato e dei regolamenti esecutivi.
La Comunità difensiva europea (CED) fu costituita dagli stessi Stati col Trattato di Parigi del 27 maggio 1952, nello spirito della carta dell'ONU e con finalità meramente difensive contro ogni aggressione. La CED ha carattere supernazionale, comprende istituzioni, bilancio e forze armate comuni (forze europee di difesa). I poteri di azione e di controllo sono affidati ad un Commissariato ( 9 membri). Agli effetti del controllo si utilizza la stessa Assemblea della Comunità del ferro, mentre l'armonizzazione dell'azione del Commissariato coi Governi è demandata ad un Consiglio di rappresentanti degli Stati aderenti. Comune con il Consorzio è la Corte di giustizia, che deve adempiere nei rapporti del patto della CED le stesse funzioni. Il patto del Consorzio finisce per divenire un patto base degli sviluppi futuri della Organizzazione ed infatti ai due organismi creati si è ritenuto opportuno di definire anche l'elaborazione della costruzione generale d.ll'Unione, che funziona attualmente in una forma provvisoria attraverso le rappresentanze dei membri degli Stati aderenti e del Consiglio dei ministri degli Esteri, per cui è inutile indugiarsi sulla situazione attuale. Si tratta pertanto di una costruzione iniziale limitata, territorialmente ed istituzionalmente, che nasce nel quadro dell'ONU, della quale fanno parte 4 degli Stati unionisti; ne sono fuori Italia e G'rmania.
Il rapporto di collegamento della CED con la Comunità atlantica è convenzionalmente determinato con una serie di protocolli che estendono le garanzie contro l'aggressione alla Gran Bretagna e allacciano la difesa europea a quella atlantica con un coordinamento della CED con il NATO, e che dànno la netta visione della natura, del campo difensivo, episodico della difesa europea rispetto a quella atlantica, pur con la tendenza - auspicata dagli U.S.A. - di rendere autonoma le difese dell'Europa.
I due complessi accordi di Parigi rappresentano soltanto l'inizio del regolamento dell'u. e. che dovrebbe trovare ulteriori sviluppi nel consorzio per l'agricoltura (detto "pool verde"), di cui è in discussione la struttura (Conferenza di Parigi, marzo 1953) e, soprattutto, nel Trattato per la Comunità europea, consegnato il 9 marzo al Consiglio dei sei ministri degli Esteri per l'esame dei sei governi.
Rrbl.: sul cosiddetto spirito europeo, cf. W. Fritzmeyr, Christenheit u. Europa, Monaco 1931; sul progetto di paneuropa,
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cf. le opere dell'autore stesso del progetto: R. N. Coudonhove Kalergi, Paneruopa, Vienna 1923; sui precedenti, J. Lange, Hist. de la doctrine polit. et de son influence sur le développement du droit internat., in Recueil Cours de l'Acad. de droit internat., Parigi 1927, c, sui principali documenti dell'iniziativa di Briand, la raccolta di Mirkine Guetsevitch e C. Scalle, L'Union européenne, Parigi 1931. Sulla ripresa del movimento dopo il secando conflitto mondiale: A. Giannini, L'u. e., Miesera 1948. Sulla fase attuale vi è una sterminata massa di articoli e di fascicoli di propaganda, ma nessuna opera concreta e di insieme delle realizzazioni conseguite, veramente degna di rilievo.
Amedeo Giannini
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