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to della metafisica; l'anima è un principio attivo e libero. La legge morale è assoluta e nota a ogni coscienza. Nella teodicea si allontana da Leibniz per avvicinarsi a Hegel. L'essere infinito è soltanto un ideale: il concetto dell'unità suprema che cerchiamo di realizzare con il sapere e con l'attività morale. La teodicea ha lo stesso diritto della matematica, che senza avere un oggetto reale serve di norma alle altre scienze.

Opere principali, tutte pubblicate a Parigi : Histoire

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critique de l'école d'Alexandrie (3 voll., 1846-51); La métaphysique et la science ( 2 voll., $1858 ; 2^{2}$ ed., 3 voll., 1863); Essais de philosophie critique (1864); La religion (1868); La science et la conscience (1870); Le nouveau spiritualisme (1884).

Bim.: L. Ollé-Laprune, V., Parigi 1898; altre indicazioni in Uberweg. V, p. 74.

Andrea Ferro
VACIA (VÁcz), diocesi di. - Città e diocesi in Ungheria, fondata, secondo la tradizione ed il parere concorde della maggior parte degli storici, da s. Stefano primo re d'Ungheria.

Superficie kmq. 13.160; 1.671 .987 ab., dei quali i cattolici sono 1.187 .345 ; chiese : 275 ; parrocchie : 246 ; sacerdoti diocesani : 452 ; seminaristi : 63 ; sacerdoti religiosi : 128 . Nel territorio della diocesi lavoravano 24 case di Ordini religiosi maschili con 220 membri e 70 degli Ordini religiosi femminili con 777 membri. Nella diocesi tutte le scuole ginnasiali, 15 magistrali, una scuola commerciale, un ospedale dei Fatebenefratelli, vari orfanotrofio, collegi di educazione maschile e femminile, una grande tipografia sono retti dall'autorità ecclesiastica (statistica del 1948, in Ann. Pont. 1953, p. 440 ).

La città di Vácz, quantunque di fondazione tanto antica, presenta oggi l'aspetto delle città barocche, perché fu più volte saccheggiata. Cominciò a rinascere nel sec. xviri. Nel 1760 fu iniziata la costruzione dell'imponente cattedrale di stile classicizzante con cupola alta 58 m ., affrescata dal Maulpertsch. Di un bel barocco è la chiesa parrocchiale della città superiore costruita nel 1769. Notevoli sono ancora: la chiesa dei Francescani, il Palazzo del Prevosto, il Palazzo comunale.

La diocesi occupa tutta la pianura che sta fra il Danubio ed il Tibisco ed è la più estesa dell'Ungheria. Esposta a tutte le invasioni che colpirono l'Ungheria dall'Oriente, ebbe una storia travagliatissima. Devastata dai Tartari nel sec. xir, dai occhi hussiti nella metà del sec. xv, dalla grande rivoluzione di Dózsa nel 1514, cadde nel 1544 sotto i Turchi. I centocinquanta anni di dominazione turca non distrussero solamente le sue città ed i villaggi, ma causarono anche ingenti danni spirituali. Prima della catastrofe di Mohàcs (29 ag. 1526) la diocesi aveva 262 paesi con chiesa e sacerdote. Nel 1654 invece vi erano solo cinque parrocchie in tutto il suo territorio. Nel 1664 la città di Vácz fu liberata da Carlo di Lotaringia, ma appena le truppe imperiali si ritirarono, i Turchi riconquistarono, seppure per breve tempo, la città. Nel 1675 sotto il vescovo Pongrác vi erano 14 parrocchie ed il numero dei fedeli non superava i 13.000 . Il lavoro di rinascita spirituale fu pieno di difficoltà. I Turchi durante la loro dominazione avevano favorito i protestanti, facendone affluire in massa nei paesi dove la popolazione cattolica era perita durante le numerose guerre, concedendo ai loro pastori libertà di culto e di movimento. Nel 1700 il numero delle parrocchie era salito a 53 e 17 "cappellani volanti" si adoperavano a raggiungere i fedeli sparsi nell'immensa diocesi. Il numero dei fedeli era nel 1769 di 124.332; nel 1850 di 317.800; nel 1900 di 656.360 ; nel 1930 di 1.059 .238 . I vescovi che più si distinsero in questi anni travagliati furono il Dvornikovics che governò la diocesi all'inizio del sec. xviri; i due Althann, Michele che divenne poi cardinale e Michele Carlo che fu ottimo organizzatore, uomo di grande scienza e pietà. Finalmente Kristóf Migazzi (1714-1803) che divenne vescovo di Vácz nel 1756. Un anno dopo fu trasferito alla sede arcivescovile di Vienna, ma nel 1761 venne nominato amministratore della diocesi di V. Il suo governo, che durò 25 anni, fu pieno di benedizioni per la diocesi. Passava a Vienna l'inverno e l'estate a Vácz. Impiegò tutto il suo patrimonio nella costruzione di chiese, di scuole e di istituti di beneficenza. La maggior parte degli edifici pubblici della città di Vácz si devono pure a lui. Sulla fine del secolo scorso merita menzione Costantino Schuster, che innalzò un grande numero di scuole e di istituti per l'educazione della gioventú maschile e femminile.

Pio IX ha concesso al vescovo di V. l'uso del pallio; dal 1942 è vescovo mons. József Petery.

Bim.: Eubel, I, pp. 511-12; II, p. 261; III, p. 325; IV, p. 356; V, p. 402; P. Chobot, Histor. Schematismus der Diäzese Vac, 2 voll., Vac 1915-17.

Giulio Toth
VAGO : v. Pellegrini (Peregrini et vagi).
VAIHINGER, Hans. - Filosofo, n. a Nehren (Württemberg) il 25 sett. 1852, m. a Halle il 12 dic. 1933. Insegnó filosofia all'Università di Strasburgo (dal 1884) poi all'Università di Halle (dal 1894); nel 1906, causa una malattia agli occhi, si ritirò dall'insegnamento.

La sua dottrina, che presenta evidenti analogie con il pragmatismo, viene definita dal V. stesso un idealismo positivistico o un irrazionalismo idealistico. Alla base di essa è un radicale sensualismo, ma in essa si possono rintracciare diversi influssi; anzitutto l'influsso della filosofia kantiana, alla quale il V. dedicò uno delle sue opere più importanti (Commentar zu Kants Kritik der reinen Vernunft, 1881-1892; $2^{2}$ ed. 1922), e del neocriticismo di F. A. Lange, maestro di V. (Hartmann, Dühring und Lange, 1876). D'altro canto, l'accentuazione di elementi decisamente irrazionalistici, nella dottrina del V., si può far risalire in parte a Schopenhauer, Nietzsche (Nietzsche als Philosoph, 1902; $5^{2}$ ed. 1930) e Bergson. Fondò con R. Schmidt la rivista Annalen der Philosophie (Lipsia 1919) che, assunta poi dal "Circolo di Vienna", prese nel 1930 il titolo Erkenntnis.
V. nega che la scienza possa e debba rispondere allo scopo di conoscere oggettivamente il vero; essa ha soltanto una funzione di utilità, è uno strumento che facilita l'adattamento dell'uomo all'ambiente. Dal punto di vista puramente teoretico e logico, la scienza presenta una serie di contraddizioni interne, che tuttavia non ne infirmano la funzionalità. Tutta la conoscenza umana è costituita di "finzioni", che non possono essere considerate come ipotesi, passibili di verifica nella realtà. Le categorie fondamentali (cosa, proprietà, causalità, ecc.) rispondono all'esigenza di ordinare la massa delle percezioni, ma non hanno il potere di rappresentare la realtà; esse permettono soltanto di considerare l'esperienza "come se" fosse composta di cose, dotate di proprietà, collegate da rapporti causali, ecc. Altri concetti generali, come unità, molteplicità, esistenza hanno invece un'origine puramente sensibile, sono semplici giudizi di percezione. Nella sua opera principale (Die Philosophie des "als ob", System der theoretischen, praktischen und religiösen Fihtionen der Menschheit auf Grund einer idealistischen Positivismus, Berlino 1911; $7^{2}$ e $8^{2}$ ed. 1922) V. si propone di mettere in rilievo, nelle diverse scienze, i concetti che, pur avendo un alto valore pragmatico, presentano contraddizione logica; cosi nella matematica i concetti di atomo stesso, di infinitamente piccolo, i numeri negativi, razionali, immaginari. L'economia si basa sulla funzione dell' "Homo oeconomicus ", soggetto cioè unicamente di interessi materiali. Analogamente la metafisica e la religione rivelano un valore puramente vitale. Compito della filosofia è per il V. quello di rendere possibile il chiaro riconoscimento delle finzioni come tali e del loro valore pratico; la filosofia stessa deve rispondere alle esigenze di adattamento e di conservazione della natura umana, senza pretendere ad alcuna validità teoretica.

Bim.: autori vari : Zum 60. Geburtstag V., in Annalen der Philos., 147 (1912), tutto il vol.; id., Zum 70. Geburtstag V., ibid., 157 (1922), tutto il vol.: Autobiografia, in Philos. der Gegenwart in Selbstdarstellungen, II, Lipsia 1921, p. 175 sgg.; A. Castiglia, H. V., in Riv. internaz. di filos. del diritto, 14 (1934), pp. 276-83; B. Leoni, Aspetti e problemi della "Philos. des Als ob", in Riv. di filos., 29 (1938), pp. 127-59. Altre indicaz. in E. A. de Bric, Bibl. philat., Utrecht 1950, p. 536; W. Ziegenfuss-G. Jung, s. v. in Philosophen-Lex., II, Berlino 1930, pp. 767-68.
M. Elena Reina
VAILATI, Giovanni. - Matematico e storico di filosofia della scienza, n. a Crema il 24 apr. 1863, m. a Roma il 14 maggio 1909.

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Dotato di vivo interesse per i problemi filosofici si accostò alla filosofia del pragmatismo (v.) che nei primi anni del secolo esercitava un particolare fascino sugli epigoni del positivismo che non accettavano la speculazione idealista e tuttavia intendevano professare l'originalità della vita della coscienza. Dotato anche di profonda cultura umanistica, la sua opera scientifica è legata in modo particolare ai problemi della logica matematica, dove continuò l'opera geniale del suo maestro G. Peano, e alla filosofia del linguaggio.

Scritti filosofici : Gli strumenti della conoscenza (Lanciano 1911); Il pragmatismo (ivi 1912). Gli studi principali di scienza, storia della scienza e della filosofia (in tutto 213) sono stati raccolti a cura di M. Calderoni, U. Ricci e G. Vacca, nel vol. Scritti di G. V (Lipsia-Firenze 1911).

Bibl.: O. Premoli, Biografia, premessa a Scritti, ecc.. pp. I-3xix: M. Calderoni, Prefaz. e bibliogr., premesse a Gli strumenti, ecc. Cornelio Fabris

VAIOLO e VACCINAZIONE. - Il v. è una malattia specifica acuta, contagiosa, caratterizzata da febbre alta e da una eruzione di maculo-papule che rapidamente si trasformano in vescicole e in pustole; segue la formazione di croste e residuano cicatrici più o meno profonde, persistenti per tutta la vita.

Tra le malattic più antiche, risalendo la sua conoscenza in Cina a ca. 1000 anni prima dell'èra cristiana, per molti secoli ha avuto una diffusione enorme in tutto il mondo; in Europa la prima epidemia, scoppiata in Francia e in Italia, pare sia del 570 d. C. La malattia fu completamente individuata intorno al 1600 e fu sempre molto temuta per la sua gravità di decorso e per le deturpazioni indelebili che lasciava anche nel caso di guarigione. La gravità dei v. dipende dal genio epidemico e dal decorso con cui si manifesta; infatti, accanto alle forme di v. emorragico e fulminante con mortalità elevatissima, vi sono forme appena abbozzate o epidemie di vaioloide che possono considerarsi benigne nei riguardi della vita.

L'attuale scomparsa delle epidemie di v. nei paesi civilizzati, particolarmente in Europa deve essere attribuita alle migliorate misure igieniche e di profilassi e alla estensione della vaccinazione antivaiolosa. Questa è la prima esperienza fatta nelle malattie contagiose allo scopo di indurre negli individui una immunità contro la malattia ed è dovuta al medico inglese Jenner il quale, dopo 23 anni di studio, avendo con sicurezza accertato che l'infezione locale da vaiolo dei bovini, pur svolgendosi senza gravità, immunizza l'uomo dal vaiolo umano, inoculò per la prima volta nel proprio figlio, nel 1789 , linfa proveniente da pustole del maiale, rendendolo così immune a successive (1791-92) inoculazioni di vaiolo; il 14 maggio 1796 inoculò in un bambino pus da vaiolo vaccino (cose-pox) sviluppatosi sulle mani di una mungitrice di vacche; due mesi dopo il bambino risultò vaccinato e refrattario all'inoculazione di vaiolo umano. La vaccinazione cosi inventata si diffuse ponendo da parte tutti i mezzi prima usati, quali la «variolizzazione» (inoculazione di linfa di pustele vaiolose di individui affetti da forme lievi) o l'introduzione di croste di vaiolosi nelle narici o addirittura l'uso di indossare gli abiti di vaiolosi.

Nel corso dei secoli la vaccinazione ha subito sempre ulteriori modifiche e perfezionamenti dimostrandosi in genere sempre molto utile, pur trovando di tanto in tanto, specie nel mondo anglosassone, accaniti denigratori. Da questa prima esperienza si generalizzò ad altre malattie infettive il nuovo mezzo di cura, tutt'ora non detronizzato neppure dalla terapia con antibiotici e il termine di "vaccinazione» assunse più universalmente il valore di produzione in un individuo di uno stato di immunità mediante l'introduzione di antigeni o tossine microbiche dotate della capacità di stimolare nell'individuo la formazione di sostanze di difesa cioè di anticorpi e antitossine (v. microbiologia). Essa viene praticata per molte malattie oltre che per il v. (difterite, tifo, paratifi, tetano, pertasso, febbre maltese, peste, febbre gialla, ecc.) sia a scopo preventivo che a fine terapeutico. I risultati curativi, pur essendo spesso assai buoni, non hanno un valore assoluto per ogni malattia infettiva; d'altra parte per alcune
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(fot. Alinori)
Vaiolo e vaccinazione - Il dort. Jenner vaccina un bambino. Opera di Giulio Monteverde (1837-1917) - Genova, Palazzo Bianco.
di esse ne è stato imposto l'obbligo per legge a larghe masse di individui, profilandosi cosi problemi di valore sociale e medico-morale. Ad es. in Italia esistono vaccinazioni obbligatorie della prima infanzia, all'inizio dell'età scolastica o in occasione del servizio militare; le norme di profilassi internazionale obbligano la vaccinazione per alcune malattie negli individui che si rechino da una nazione a un'altra; alcune professioni richiedono preventive vaccinazioni obbligatorie.

Dal punto di vista medico-morale si può discutere sul diritto dello Stato di menomare la libertà dell'individuo, obbligandolo a sottoporsi a una vaccinazione e del dovere da parte sua di subirla o spontaneamente offrirsi a essa. Su tali problemi hanno recentemente discusso anche alcuni congressi di medici cattolici. Si può parlare di obbligo morale ogni qual volta si tratti di evitare il pericolo di una grave malattia incombente sullo stesso individuo o sulla società, purché, secondo il concetto attuale della medicina, vi siano serie probabilità di effetto utile e di assenza di grave danno per l'individuo. Ciò in accordo con il dettame della morale, che l'individuo è tenuto a sacrificare parte del suo bene per quello della collettività, purché non si tratti del pericolo della propria vita o di grave menomazione delle sue funzioni essenziali.

Bibl.: D. Otolendhi, Trattato d'igiene, I. Milano 1933, pp. 280-94; G. Caronia, Le più comuni malutile infettive, ivi 1946; N. Baboni, Vaccinazione, in Enc. Ital., XXXIV, p. 873 e App. secondo, II, p. 1081; M. Bufano, Tratt. di patol. med. e terapia, Milano 1949; E. Grénet, relazione in Atti del $2^{\circ}$ Congr. Inter. dei Medici Catt., Roma 1949; Saint Luc Médical, Nam. spécial consacré au Congrès National des 1-3 Avril 1949, 21 (Lovario 1949), n. 2.

Alessandro Marolla
VAISON. - Antica diocesi e cittadina sulle rive dell'Ouvèze, oggi nell'arcidiocesi di Avignone in Francia.

Fu l'antica capitale del paese dei Vocontii; divenne fiorente residenza dei Romani che vi costruirono teatro, terme, acquedotti e un ponte ancora in uso. Il cristianenesimo è testimoniato dai suoi vescovi e dai suoi monumenti. Fu saccheggiata dai Barbari, rifiori nel sec. XI grazie ai suoi vescovi che però furono combattuti nel

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(ftd. La Cignogna)
VAISON - Chiostro della Cattedrale (sec. xir. restaurato nel sec. xix).
sec. xir dai conti di Tolosa, che eressero un castello sulla collina situata sulla riva sinistra dell'Ouvèze intorno a cui si venne formando la città feudale nel secc. xiv e xv. abbandonando a poco a poco la sponda destra dove solo nel sec. xvili ripresero le costruzioni con i conventi dei Cordiglieri e dei Domenicani.

L'amministrazione pontificia del Contado Venosino assicurò prosperità alla cittadina fino alla Rivoluzione francese che soppresse anche la diocesi. Primo vescovo sembra sia stato quel Daphnus che intervenne nel 314 al Concilio d'Arles (G. Morin, Un écrit de st Césaire d'Arles renfermant un témoignage sur les fondateurs des églises de Gaule, in Revue bénédictine, 46 [1934], pp. 190-205). Il vescovo Auspicio figura ai Concili di Riez del 439, di Orange del 440, di V. del 442; gli successe Fonteio nel 450, che viene ricordato in documenti del 451 e 463 (Jaffé-Wattenbach, 479, 557) e da Sidonio Apollinare nel 475 (Ep., VI, 7; VII, 4); poi Gemello che fu nel 517 al Concilio di Epaona, Alezio che intervenne ai Concili provinciali degli anni 527, 529, 533 e a quello di Orléans del 541; quindi Teodosio; Quirino che fu al Concilio di Parigi del 579; Artemio presente ai Concili di Mâcon nel 581 e di Valence nel 584; Vincenzo a quello di Parigi del 614; Petruino a quello di Chalon-sur-Saône nel 650: egli fondò il monastero di Grasellum (Groseau); il vescovo Elia figura nell'879 tra i presenti alla riunione di Mantalile. Fra i vescovi in età più recente è da ricordare il dotto F. M. Suárez (1665-66), m. in Roma il 7 dic. 1677, notevole raccoglitore di iscrizioni cristiane di Roma (codd. Vat. lat. 9136, 9140; Barb. lat. 1804, 2109, 3017, 3084; Chis. I, vi, 205 sgg.; cf. A. Silvagni, Inscr. Chr. Urbis Roman, nova series, I, Roma 1922, pp. xlix-L).

L'antica cattedrale Notre-Dame sorge su una anteriore costruzione del sec. vi o vir formata da un edificio a tre navate terminanti in tre absidi, dove gli scavi praticati da mons. J. Sautel dal 1949-51 hanno permesso riconoscere che la basilica cristiana fu eretta sul luogo dove era stato un grande edificio pubblico romano; l'abside principale e le due laterali poggiano su avanzi di un edificio romano del sec. I di cui restano 23 tamburi di colonne scanalate, avanzi di capitelli corinzi e grossi blocchi di pietra; l'arco trionfale è sostenuto da colonne marmoree romane con basi quadrate e grandi capitelli antichi come i blocchi marmorei del sedile presbiteriale e la cattedra episcopale. Sotto l'altare si è trovata una tomba ricavata in un blocco d'architrave decorato; più oltre si sono trovati altri cospicui fusti di colonne per un totale di 30 e avanzi di intonaco dipinto, tegole ecc. La basilica, rovinata nel sec. IX-x, venne restaurata all'inizio del sec. XI e rifatta alla metà del sec. XII; ma interrotta, venne ultimata nel sec. xiri e decorata; all'esterno della navatella nord fu incisa un'iscrizione che ne ricorda i lavori; da detta navatella si entra nel chiostro a colonne binate, restaurato nel sec. xix. Nel chiostro, oltre a notevoli iscrizioni cristiane, è un sarcofago cristiano scol-
pito (Wilpert, Sarcofagi, p. 325). La chiesa, dedicata al vescovo s. Quirino, fu rifatta da mons. G. M. Suárez (1665-66); essa ha una caratteristica abside divisa da sei colonne in forma pentagonale e con due absidine semicircolari all'inizio; mentre all'esterno ha forma triangolare.

Prezioso è il Museo municipale con statue imperiali tra cui un busto in argento; ma molte statue hanno emigrato fino al British Museum, a St-Germain, ad Avignone, a Marsiglia, a Lione, a Nîmes, a Grenoble, a Valenza, ecc.

BibL.: I. Sautel, Les nouvelles découvertes de la cuthèdr. N.-D. à Vaison-la-Romaine, in Comptes rendus de l'Acad. des lnscr., 1949, pp. 420425; id., Les orig. de la cuthêdr. N.-D. de Nazareth à Vaison-la-Romaine, Lione 1950; id., Remarques sur les vestiges d'un grand édifice romain, trouvé dans les fondations de la cathédrale de V., in Comptes rendus de l'Acad. des lnscr., 1951, pp. 247-51; Eubel, I, p. 517 ; II, p. 288 ; III, p. 348 ; IV, p. 360; V, pp. 405-406.

ValadiER, Giuseppe. - Architetto n. a Roma il 14 apr. 1762 e m. ivi il $1^{\circ}$ febbr. 1839.

Il padre, incisore e fonditore di metalli, fu il suo primo maestro; poi studiò all'Accademia di S. Luca. Nel 1781, nominato architetto dei SS. Palazzi, intraprendeva un viaggio nell'Italia settentrionale e si spingeva fino a Marsiglia. Nel 1784 era a Spolato per la sistemazione interna del Duomo, l'anno successivo fu richiamato a Roma ove presto venne nominato ( 1786 ) direttore della Calcografia camerale e della Fabbrica di S. Pietro. Frattanto per le sue funzioni di architetto camerale faceva numerosi viaggi negli Stati pontifici. Fu in tale periodo (1786-91) che il V. si interessò alla ricostruzione della cupola del duomo di Rimini e del dissestato duomo di Urbino, dando a quest'ultimo edificio netta impronta palladiana. Nel 1795 intraprendeva la costruzione della nuova collegiata di S. Lorenzo di Monte Sanpietrangelo (Fermo).

Inoltre mentre progettava e dirigeva lavori nelle paludi pontine ed a Terracina nel 1800 dava disegni e dirigeva la costruzione di un teatro per il conte Eageani di Bologna, nel 1804 guidava scavi intorno al Pantheon, nel 1805 restaurava Ponte Milvio e faceva i progetti per un grande giardino pubblico che avrebbe dovuto estendersi tra la Via Flaminia ed il Tevere dell'altezza di Piazza del Popolo allo stesso Ponte Milvio. Così pure restaurava la chiesa del Suffragio all'Aquila, mentre, nel 1806, erigeva, riecheggiando ancora una volta forme palladiane, la facciata della chiesa di S. Pantaleo a Roma. Nel 1809 intraprendeva i lavori che dovevano condurre alla sistemazione di Piazza del Popolo e del Pincio e che durarono fin oltre il 1820 con l'intervento determinante, nel 1813, dall'architetto francese L. M. Berthault.

Mentre cosi operava il V. costruiva una cappella in Palazzo Braschi, rifaceva il duomo di Caprarola incendiatosi nel 1819, dava i disegni per la chiesa di S. Cristina a Cesena e quelli della lanterna del Porto di Ripagrande a Roma, nella quale città lavorava anche in S . Andrea delle Fratte, ricostruiva il teatro Valle, costruiva la nuova facciata della Calcografia camerale e la villa Poniatowski sulla Via Flaminia, e svolgeva una notevolissima attività quale restauratore di antichi edifici conducendo lavori memorabili per il loro consolidamento (Colosseo e Arco di Tito). Faceva in quegli anni il V. anche altre opere minori per sistemazioni edilizie ed urbanistiche, alcune delle quali furono successivamente attuate prendendo lo spunto dalle sue idee, tanto che la personalità di edile ed urbanista del V. appare notevolissima e forse maggiore di quella sua di architetto.

Come tale egli, piuttosto che collegarsi al gruppo degli architetti neoclassici romani, appare in diretto rapporto culturale con i neopalladiani del Veneto, fra i quali sono il Quarenghi ed il Piranesi. Donde il suo caratteristico atteggiarsi, per cui alcuni aspetti delle architetture neo-

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palladiane del V. (la chiesa di S. Pantaleo e quella di S. Rocco a Via Ripetta, a Roma, o l'interno del duomo di Urbino) possono anche apparire quali anticipazioni degli atteggiamenti propri dei puristi (v. PUREMO).

L'esperienza neoclassica tuttavia il V. in altre sue opere dimostra chiaramente di averla maturata, soprattutto nel campo dell'edilizia e in quello della specifica cultura archeologica modernamente intesa. Di ciò è testimonianza il suo scrupolo di restauratore. - Vedi tav. LXXXVIII.

Bull.: I. Ciompi, Vita di G. V., Roma 1870; B. M. Apolloni, s. v. in Enc. Ital., XXXIV, pp. 886-87; G. Matthiae, Piazza del Popolo, Roma 1946.

Emilio Lavagnino

VALAFRIDO (Uualahfrid, Walahfrid), Strarone. - Abate benedettino di Reichenau (v.), lat. Augia, soprannominato a causa della sua naturale miopia Strabo ( $=$ il guercio $=$ ), da lui cambiato in Strabus, n. nell'Alamannia da umile famiglia (cf. il suo poema Nostalgia, composto a Fulda nell'829) nell'808-809, m. il 18 ag. 849 attraversando un guado della Loira. E uno dei più attraenti personaggi dell'evo carolingio.

Offerto in ancor tenera età al monastero di Reichenau, vi si fece monaco sotto l'abate Haito (806-23). Ebbe per maestro il monaco Vettino e godette dell'amicizia del bibliotecario Regimberto, di Godeacalco di Orbais e di Grimaldo. Sotto l'abate Erlebaldo (823-38), benché ostacolato nelle sue tendenze letterarie, già si dimostra poeta con i Tituli Angieuses, composti per celebrare la dedicazione della chiesa di Reichenau: lettere versificate mandate in nome di Tatto a personaggi importanti dell'epoca. La sua più bella poesia di quel tempo è la Visio Wettini, che R. Vossler definisce un modesto preludio della Divina Commedia di Dante: è un canto in onore di Reichenau e dei suoi abati, che descrive con molta acutezza. V. aveva assistito alla morte del religioso esemplare Vettino, che aveva dettato un viaggio compiuto in visione attraverso l'inferno, il purgatorio e il cielo, guidato da un angelo; Haito ne aveva composto un testo in prosa, con allusioni a persone viventi; V. ne fece un poema latino, magistrale, del tutto originale, benché si senta che l'autore è ammiratore di Virgilio; mostrando, p. es., il giudizio del clero su Carlomagno, che è punito in purgatorio, ha persino qualche valore storico. Un'altra po.sia di V. è più interessante per la storia della cultura : l'Hortulus, descrizione poetica e pratica del giardinetto di piante medicinali, che era d'obbligo nei monasteri benedettini; il tutto è sinceramente sentito, pervaso delle finissime osservazioni d'un amatore della natura. Inoltre compose in quel tempo una supplica in versi ad un abate, forse il suo, pregandolo di usargli clemenza. Dall'826-27 all'829 andò a Fulda, allora massimo centro di studio in Germania, per farsi discepolo di Rabano Mauro (v.). Vi si dedicò alla teologia e Rabano lo indirizzò a studiare esegesi, secondo i commenti dei Padri. V. fu tra quelli che, sotto la guida di Rabano, tradussero il Distessaros (v.) di Taziano in antico tedesco; compose una glossa, anch'essa in antico tedesco, partendo da testi anglosassoni, che fu ritrovata fra i codici sugiensi.

Nell'829 Ilduino (v.), gran cappellano di Ludovico il Pio, lo fece chiamare alla corte di Aquisgrana, per essere cappellano dell'imperatrice Giuditta, anch'essa nata in Alamannia, essendo figlia del conte Wolf, e inoltre praeceptor del principe Carlo (più tardi \& il Calvo »). Nei primi giorni del nuovo ufficio, che lo mise in contatto con gli uomini più importanti del tempo (rimangono numerose lettere poetiche ad essi), compose il poema De imagine Tetrici, sulla statua di Teodorico l'Ostrogoto eretta da Carlomagno nel palazzo reale; Teodorico per lui è un tiranno ariano e serve di pretesto per celebrare l'Imperatore devoto e di retta fede Ludovico il Pio e la sua seconda consorte, contro la quale si appuntavano calunnie e sommosse da parte dei figli del primo letto. Durante tutto quel tempo V. mostra a Ludovico e Giuditta una piena fedeltà, che era inoltre fedeltà all'idea dell'Impero.
V. intendeva, sembra, presentare Carlo il Calvo
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(Int. Enc. Cult.)

Valafrido Strarone - Prefazione alla Passio metrica di s. Mammate. Codice del sec. te contenente la Carminum Walafridi Strabonis parva syllage - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. let. 469, f. $2^{2}$.
quale duca all'Alamannia; ma tutto cambiò per la disfatta di Ludovico di fronte ai suoi figli nell'833. L'Imperatore dovette mandare Giuditta in esilio ad Ortona; il figlio di essa fu mandato all'abbazia di Prüm, nell'Eifel, dove V. lo seguì. Liberata l'Imperatrice da un nobile e tornata, dopo una fuga avventurosa, al marito, le cose cambiarono: V. tornò ad Aquisgrana con Carlo il Calvo, che poco dopo venne dichiarato maggiorenne. In riconoscimento dei grandi servizi che la penna di V. gli aveva resi, Ludovico volle farlo nell'838 abbate di Reichenau, ma egli non risultò gradito a tutti i monaci, una parte dei quali aveva sostenuto Ludovico il Germanico, che nell'833 per la prima volta aveva occupata l'Alamannia. Per tale ragione Erlebaldo si dimise, e si fece lo scrutinio, che, a quanto sembra, diede la maggioranza a Ruadhelm. Però nel genn. 839 la Sassonia e l'Alamannia defezionarono da Ludovico il Germanico. l'Imperatore riguadagnò senza colpo ferire l'Alamannia e andò, fra preparativi di guerra contro il figlio ribelle, a visitare con Giuditta quella provincia. Allora i monaci dovettero venire a patti, e V. divenne abate. Le cose cambiarono subito dopo la morte di Ludovico il Pio (840) : ne seguì la sottomissione fulminea dell'Alamannia a Ludovico il Germanico. V. andò in esilio a Spira, dove scrisse un canto in onore dell'imperatore Lotario, nonché la sua opera teologica più celebre, il Liber de exordiis et incrementis quorundam in observationibus ecclesiasticis rerum, manuale liturgico ed archeologico, nel quale espone l'origine del culto divino e degli altari, delle sacre immagini (sostenendo la nota teoria moderata carolingia), del rito battesimale, dell'uso degli idiomi volgari; raccomanda la celebrazione quotidiana della S. Messa, paragona le dignità terrene e quelle sacre. In tutto il trattato non parla della transustanziazione, difesa da Pascasio Radberto, usa persino un'espressione inadatta, ma ciò non significa che l'abbia negata, come pretendono dopo E. Reuss alcune

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enciclopedie protestanti; V. difatti non fa disquisizioni dogmatiche, e va interpretato secondo la dottrina di Rabano Mauro che, pur essendo, con Ratramno (v.) ed altri, avversario di Pascasio Radberto, insegna anch'egli chiarissimamente la transustanziazione.

Nell'84I la battaglia di Fontenay decise contro l'unità dell'Impero e contro Lotario. Allora Grimaldo riuscl a riconciliare Ludovico il Germanico e V. (842); Ruaibelm, intrusosi un'altra volta, dovette rinunciare, e dall'842 all' 849 V . svolse un'attività fruttuosissima come padre del suoi monaci, elevando Reichensu a centro di studi d'attrazione e relazioni internazionali. Godette in tale misura la fiducia di Ludovico il Germanico che questi, per impedire le continue guerre fra Carlo il Calvo e Lotario, nell'849 lo assegnò alla corte di Carlo il Calvo; ma V. mori annegato. Fu celebrato da un epitafio di Rabano.

Un libro di V. con formolari di epistole mette in piena luce l'opera del sapiente abate, che conosceva la vita del gran mondo da perfetto cortigiano; ha valore, oltre che per la storia culturale, per le rare notizie storiche e biografiche che contiene. Un'altra collacianea di scritti di V. fu recentissimamente descritta da B. Bischoff. Egli non può più considerarsi come grande esegeta, dato che la Glossa Ordinaria ha ben pochi materiali di V. Forse V. è più importante per i commenti in antico tedesco che non per quelli in latino, ma né gli uni né gli altri sono stati sinora adeguatamente studiati. V. brilla principalmente come uno dei migliori poeti latini del «rinascimento carolingio».

BibL.: edd.: PL 113-14; MGH, Poëtae Latini Medii Aevi, II, pp. 259-423; III, p. 706 sgg.; De exordis et incrementis..., ed. J. Knöpffer, Friburgo 1890; $2^{2}$ ed. iv; 1899; A. Jundt, W.S., Cahors 1900; H. Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquell. im Mittelalter, I, $7^{2}$ ed., Stoccarda-Betlino 1904, pp. 277-80, Studl: L. Egel, W.S., Vienna 1908; E. Reuss, W. S., in Real-Encybl. f. post. Theol. u. Kirche, XX (1908), pp. 790-92; Manitius, I. Monaco 1911, pp. 302-13; E. Mayeda, [Visio Wistini], in Stud. u. Mitteil. des Benediktinerordens, 40 (1920), pp. 251-56; Fr. v. Bezold, W.S., in Hist. Zeitschr., 130 (1924), pp. 377 459; autori vari, in Die Kultur der Abtei Reichensu, ed. K. Beyerle, a voll., Monaco 1925-26, pp. 92-108 (biografia), 706-10 (teologia), 712-38 (poesia), 736-72 (Hortulus); E. Schröter, W.s deutsche Glossierungen zu den bibl. Büchern Gen.-Reg. II und der altberbdeut. Tatian, Halle 1926; K. Beyerle, Festschrift Al. Schulte, Düsseldorf 1927, pp. 82-98; G. Morin, W.S., in Rev. bénéd., 43 (1931), p. 308 [Godescalco suo amico e Reichensul; M.W.L. Laistern, Thought and Letters in Western Europe $A D$ 3vo to 900, Londra 1931, pp. 191-201 [conobbe il greco]; H. Leclercq, Le petit fardin, Parigi 1933; B. Smalley è l'autore di articoli in Revue de théol. anc. et médiev. negli anni 1935-37, decisivi per negare la paternità di V. quanto alla Glossa Ordinaria; id., The Study of the Bible in the middle ages, $2^{2}$ ed., Oxford 1952, pp. 56-60; J. de Ghellinck, Le développement du gogme d'après W. à propos du Baptême des enfants, in Recherches de science relig., 29 (1939), pp. 481-86; W. Nál - M. Gabathuler, Hortulus, St-Gallen 1942 (la migliore versione tedesca); L.C. Mohlberg, Kleine Notizien zu einem verschollenen Postmenhonometer W.S.'s, in Misc. G. Mercati, II, Città del Vaticano 1946, pp. 1-15; H. Peltier, Walafrid Strabon, in DThC, XV, II (1947), coll. 3498-3502; J. de Ghellinck, Le mousem. théol. au XIIm siècle, Bruges 1948, pp. 104-12; J. de Blic, L'oeuvre exégét. de W.S. et la Glosse ordin., in Rech. de théol. anc. et méd., 16 (1949), pp. 5-28; B. Bischoff, Eine Sammelhandschrift S'.s. (reccolta di scritti di V.J. in Festschrift G. Leph, Lipsia 1951, pp. 22-48.

Pietro Nober
VALAMO. - Arcipelago composto di ca. 40 isole nella parte settentrionale del lago Ladoga e sede, dopo Salovki (v.), del secondo grande monastero insulare della Russia.

Nella prima metà del sec. xiv iniziò la vita eremitica in queste isole il monaco Sergio seguito da un certo Germano. Questi due vengono venerati come i fondatori di quella comunità che più tardi formò il grande e ricco monastero della Trasfigurazione. Benché più volte distrutto ed anche per lungo tempo desolato, non fu mai totalmente abbandonato; anzi dietro ordine di Pietro il Grande fu ricostruito nel 1718 con nuovo splendore. Prima della Rivoluzione Russa vi risiedevano ben 400 monaci, non soltanto nel monastero centrale ma anche in molti «skit» e romitaggi sparsi sulle diverse isole. V. fu meta di grandi pellegrinaggi provenienti da tutta

La Russia. Da V. partirono missionari alle isole Aleutine nell'Estremo Oriente. Dopo la prima guerra mondiale V. fu incorporato alla Finlandia, dalla quale ritornò nel 1940 nella Russia sovietica. Ciò portò con sé una sensibile decadenza. Sono rimasti però alcuni monaci nelle isole mentre altri si sono rifugiati nella Finlandia.

BibL.: B. Sandberg-H. J. Viherjuuri, V., Helsinki 1936; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei ponti limitrofi, Torino 1948, v. indice.

Alberto M. Ammann
VALBURGA, santa. - Sorella di s. Villibrordo e Vunibaldo. Di origine anglosassone, n. verso il 710, m. nel suo monastero il 25 febbr. 779.

Iniziò la vita monastica a Wimborne. Per desiderio di s. Bonifazio venne con s. Liaba nel continente per aiutare le missioni in Germania. Stabilitasi nel nuovo monastero di Heidenheim, fondato dai fratelli presso Eichstätt, lo diresse dopo la morte di Vunibaldo (761), e ne costrui la chiesa abbaziale. Il suo corpo fu trasferito ad Eichstätt cento anni dopo, nel luogo dove più tardi fu fondata l'abbazia del suo nome. Molte chiese dei paesi settentrionali sono a lei dedicate; è invocata in parecchie malattie. Festa il 25 febbr. e il $1^{\circ}$ maggio.

L'abbazia di S. V. fu fondata presso la tomba della Santa a Eichstätt nel 1035, per trasformazione delle canonichesse in monache benedettine sotto la giurisdizione vescovile. Già decadente all'inizio del Quattrocento, rifiori dopo la metà del secolo. Soffri molto della invasione svedese nel Seicento, finché fu soppressa nel 1806. Ricostruita dalle antiche monache sopravviventi nel 1835 , la comunità fece diverse fondazioni in America del Nord, formando una fiorente congregazione benedettina con più di 5000 sorelle in 25 monasteri.

BibL.: una Vita abbastanza tarda con molti miracoli in MGH, Script., XV, 1, pp. 538-55. Le questioni sulla famiglia di V. in E. Grothe, Der hl. Richard und seine Kinder, Berlino 1908; A. Zimmermann, Kalend. Benedict., I, Metten 1934, pp. 221-34; [K. Kind], Zum you jähr. Jubiläum der Abtei St. Waldburg in Eichstätt, Paderborn 1935; anon., Die Abtei St. W. 10351933, 900 Jahr. in Wort und Bild, Eichstätt 1935; D. Zähringer, Von der Kunstpflege in der Abtei St. W. zu Eichstätt, in Benedict. Monatschr., 17 (1935), pp. 321-23.

Anscario Mundò
VALCHIRIE : v. GERMANI, RELICIONE dei.
VALDES, Fernando de. - Grande inquisitore spagnolo, n. a Salas (Asturic) nel 1483, m. a Madrid il 9 dic. 1568.

Studió nel Collegio maggiore di S. Bartolomeo a Salamanca ove si laureò in diritto (1512). Nel 1516 entrò a far parte del Consiglio dell'Inquisizione. Fu canonico di Alcalá, visitatore dell'Inquisizione di Cuenca e governatore del Consiglio di Navarra. Andò in Fiandra con l'imperatore Carlo V e poi in missione in Portogallo. Al suo ritorno in Spagna ebbe le sedi vescovili di Elne (1524), Orense (1529), Oviedo (1535), Siguenza (1539), Arcivescovo di Siviglia (1546), presidente di Castiglia, membro del Consiglio reale e inquisitore generale. Come inquisitore istrui il famoso processo contro l'arcivescovo Carranza (v.) in cui, secondo alcuni, non furono estranee rivalità personali, e pubblicò tre volte ( $1551 ; 1554 ; 1559$ ) l'Indice dei libri proibiti, senza tener conto di quello fatto fare da Paolo IV. Ricco e munifico, lasciò numerose dotazioni per opere pie; fondò collegi a Oviedo e a Salamanca e fece erigere nella città natale una grande chiesa in cui è sepolto.

BibL.: J. A. Llorente, Hist. crit. de l'Inquisit. d'Espagne. trad. franc., I, $2^{2}$ ed., Parigi 1818, pp. 472-74; III, ivi 1818, p. 183 sgg.; V. De la Puente, Hist. sclesiust. de España. V, Madrid 1874, pp. 235-37; Fr. H. Reusch, Der Index der vorhatenen Bücher, I, Bonn 1883, v. indice; T. Minguella y Arnedo, Hist. de la didescis de Sigianna, II, Madrid 1912, pp. 230-37; M. Artiguas, Hist. de los eterodoxes espalioles, V, $2^{2}$ ed., ivi 1928, pp. 1-73; Pastor, VI v. VII, v. indici.

Renata Orasi Ausenda
VALDES, Juan de. - Letterato e scrittore spagnolo, figlio di un Ferdinando e fratello di Alfonso (m. nel 1532) che fu segretario imperiale ed autore di due dialoghi, n. a Cuenca verso la fine del Quattrocento, m. a Napoli ai primi di ag. 1541.

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Servi in alcune corti di signori spagnoli, studio diritto e scienze sacre e subí da un lato l'influsso di Erasmo di Rotterdam e dall'altro quello degli alumbrados. Nel 1529 usci anonimo il suo Dialogo de doctrina christiana, che pur non urtando apertamente contro l'ortodossia, provoch un processo contro l'autore. Lo si trova a Roma verso il 1530 quale camerarius di Clemente VII ed insieme segretario imperiale. "Archivaro * di Napoli nel dic. 1532, lasciò Roma solo dopo la morte di Clemente VII, e pose stabile dimora a Napoli nel 1535 dove, pur lasciato l'ufficio di archivaro, ebbe uffici ed incarichi dal governo spagnolo e mantenne relazione con i ministri di Carlo V. Qui nel 1535-36 compose il Dialogo de la lengua, insigne documento per la storia della lingua e della letteratura spagnola. Particolare importanza nella vita religiosa del tempo fu l'influsso ch'egli esercitò su un gruppo di intellettuali a cominciare da Giulia Gonzaga vedova di Vespasiano Colonna. Per lei compose il dialogo l'Alfabeto cristiano conservatosi nella traduzione italiana di Marco Antonio Magno, e commenti sulle lettere ai Corinti, ai Romani, sul Vangelo di s. Matteo, una traduzione ed un commento ai Salmi. Si banno inoltre di lui Le cento e dieci divino considerazioni... delle cose utili, più necessarie e più perferte della christiana professione tradotte anche in altre lingue; un catechismo: Lacte spirituale, con il quale si debbono nutrire et allevare i figliuoli dei christiani e qualche altro minore trattatello, tutte opere stampate dopo la sua morte. Oltre ad altre gentildonne si radunarono intorno al V. ecclesiastici come l'Ochino (v.) che prendeva ispirazione da lui per le prediche, il Vermigli (v.), Pietro Antonio di Capua, arcivescovo di Otranto, il Carnesecchi, poi Marco Antonio Flaminio, Jacopo Bonfadio ed altri ancora. Pur senza rinnegare l'utilità delle buone opere, caposaldo dell'insegnamento suo era la giustificazione per la sola fede nell'applicazione dei meriti di Cristo senza bisogno del Sacramento della Penitenza per la remissione dei peccati; e pur nell'esteriore professione del cattolicesimo, veniva a rinunziare al dovere di appartenere alla Chiesa, e a dubitare del Purgatorio. Era in fondo un luteracesimo blando nella forma che si adottava e che ebbe fortuna anche fuori di Napoli per una certa unzione di maggiore pietà interiore in confronto con la decadenza del costume ecclesiastico. Il V. si trovò presto in contrasto con i primi Teatini stabilitisi a Napoli in quegli anni e morì senza essere stato condannato dalla Chiesa. Era stato, come il Carnesecchi, aspro nemico dei Farnesi.

BibL.: di surevole importanza sono: G. di Valdés, Alfabeto crist. Dialogo con Giulia Gonzaga, introdus, note ed append. di B. Croce, Bari 1938; E. Cione, 7. de V. La sua vita e il suo pensiero religioso, Bari 1938, con completa bibl. Cf. anche P. Tac-chi-Venturi, Stor. della Camp. di Gesù in Ital., $2^{\circ}$ ed., Roma 1930, p. 431 sgg.; A. Meozzi, Studio su 7. de V., in Rovt. bibl. d. letter. ital., 47 (1939), p. 200 sg.. Pio Paschini

VALDIVIA, diOCESI di. - Città e diocesi della provincia di V. e Osorno nel Cile (America del Sud).

Ha una superficie di 18.967 kmq . e una popolazione di 257.825 ab. dei quali 224.565 cattolici; conta 25 parrocchie servite da 17 sacerdoti diocesani e 45 sacerdoti regolari; ha 6 comunità religiose maschili e 13 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 440). La diocesi fu creata dal papa Pio XII l'8 luglio 1944 con la cost. apost. Apostolicis plumbo litteris, quale suffraganea di S.ma Concezione.

Bibl.: AAS, 36 (1944), pp. 321-24. Enrico Jesi
VALDIVIELSO, José de. - Poeta spagnolo, n. a Toledo verso il 1560 , m. a Madrid il 19 giugno 1638 .

Sacerdote e cappellano, prima del card. di Toledo Bernardo de Sandoval y Rojas e poi del cardinale infante d. Fernando d'Austria, effuse il suo senso del divino in deliziose liriche in cui dottrina teologica, intensa pietà e candore popolare si fondono in una sintesi suasiva, che richiama l'incanto dei quadri religiosi del Murillo. Con accenti di particolare tenerezza evocò i misteri della Natività e della Passione; celebrò i fasti eucaristici nel Romancero espiritual del S. Sacramento (1612) e nei Doze autos sacramentalos, che formano l'anello di congiunzione tra i primitivi e Calderón. Più discontinua la tensione
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(per certecia di P. A. Dondains, O.P.)
Valdo e Valdesi - Ultima parte della professione di fede cattolica di Pietro Valdo e dei suoi fratelli (1179-84) e inizio del Liber antiberecis, di autore valdese, scritto contro il dualismo cataro, Madrid, Biblioteca nazionale, moderno 1114, I. 27 (fine del sec. xII).
poetica del poema Vida, excelencias y muerte del gloriosísimo patriarca s. José (1602).
V. scrisse inoltre un poema del titolo Sagrario de Toledo (1616), un altro dedicato ai miracoli di s. Ildefonso e, per desiderio di Filippo III e del cardinale infante, la Exposición parafriática del Psalterio y cánticos del Breviario (1623). Confortò Lope de Vega morente e fu amico del Cervantes.

Bibl.: ed.: il Romancero a cura di M. Mir. Madrid 1880; gli Autos sacramentalos, la Vida de s. José e le Poesias (rispettivamente i voll. LXIII, XXIX e XXXV della Bibl. des autores sepaliáles). - Studi: C. A. de la Barreza, Catal. del teatro antiguo español, ivi 1860, p. 412; J. Mariscal de Gante, Autos sacrament., ivi 1911, p. 123; A. Vegue y Goldoni, Temas de arte y literatura, ivi 1928, pp. 89 e 98. Enzo Navares

VALDO e VALDESI. - I Valdesi derivano da un certo Valdès (Valdesius o Valdensis, in seguito Valdo), i cui primi dati importanti risalgono ad una epoca che oscilla tra il 1170 e il 1176.
I. Valdo. - Il nome, in volgare francese Valdès, derivò probabilmente da un villaggio del Delfinato: Vaux-Milieu, da cui venne il ricco mercante della città di Lione, che solo tardivamente, dal 1368, fu conosciuto con il nome di Pietro, preposto a quello di Valdo: Petrus Valdo o de Valdo. A causa di una forte emozione che, con ogni probabilità, gli suscitarono nell'animo il racconto della leggenda di s. Alessio e le devastazioni della carestia del 1173, Valdo decise di distribuire tutto il suo ai poveri e di abbracciare la povertà "per amore di Dio ". Tale "conversione" produsse in Lione un'enorme impressione e subito intorno a lui si formò un primo nucleo di discepoli.

Il loro scopo era di osservare la "povertà apostolica"; in seguito, nel 1177, i "poveri di Lione" (così furono subito chiamati), ritennero di dover imitare gli Apostoli, anche nella predicazione, e si fecero tradurre in volgare

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il Vangelo e poi altri libri del Nuovo e del Vecchio Testamento: ma impreparati com'erano, allarmarono l'autorità ecclesiastica, tanto che il vescovo di Lione protesto contro tali predicatori laici improvvisati. Valdo si recò allora a Roma durante il Concilio Lateranense III del 1179. Alessandro III approvò il loro genere di vita, ma proibì loro di predicare senza la richiesta dell'autorita vescovile. La proibizione fu poi ripetuta al gruppo degli Umiliati (v.) o " poveri lombardi ".
II. Lo scisma. - Se i " poveri di Lione" e i " poveri lombardi ", ormai alleati, si fossero piegati alla volontà del Papa, la Chiesa li avrebbe circondati di stima e di ammirazione, ma purtroppo si irrigidirono nella disobbedienza. Ritornato a Lione, Valdo ricominciò con i suoi aderenti a predicare e affrontò la polemica orale e anche scritta contro i catari, ritenendosi in questo compito più efficace dei predicatori ecclesiastici. Il vescovo Giovanni Bellesmains (e non Blanchesmains [1182-93]), richiamatili invano all'ordine, li denunciò al papa Lucio III, che li condannò insieme con gli umiliati nel Concilio di Verona (bolla Ad abolendam del 4 nov. 1184; Jaffé-Wattenbach, 13109 ).
III. I "Poveri lombardi" si separano dai "Poveri di Lione". - Dopo la condanna avvenne un avvicinamento sempre più stretto tra i valdesi lombardi e quegli umiliati che si ostinarono nello scisma; questi influirono con le loro caratteristiche sulla forma ascetica dei valdesi locali. Il centro principale rimase Milano, da cui sciamarono a Cremona, Bergamo, Pavia, in Liguria ed anche in territorio tedesco, a Strasburgo, Treviri, Magonza ed in Austria. Espulsi da Lione già nel 1181 e poi ancora in seguito, i poveri di Lione raggiunsero la Provenza, la Linguadoca, la Lorena, la Fiandra e il territorio di Liegi, finalmente l'Aragona e la Catalogna. La repressione contro di loro, blanda in principio, si fece sempre più dura, fino alla confisca dei beni e alla condanna al rogo.

Nel 1205 si venne alla separazione tra i " poveri di Lione", chiamati "insabbatati", e i "poveri lombardi" (v.), separazione che divenne definitiva dopo l'incontro di Bergamo, nel maggio 1218; tuttavia gli uni e gli altri continuarono ad essere designati col nomignolo di "sandaliati", "insabbatati", "sabbatati", "sutularii" ecc. dalla foggia della loro calzatura. Fin dalle origini, infatti, i poveri avevano adottato, come segno di povertà, sandali di legno o di cuoio che aderivano al piede nudo mediante lacci tirati a forma di croce. I poveri vi annettevano un'importanza eccessiva e suparstiziosa. Prima di entrare nella setta, era richiesto un lungo noviziato detto nosollanos; il novizio diventando professo prendeva il nome di sandalatus. Emetteva il voto, come in un ordine religioso, di "povertà perfetta", cioè di non preoccuparsi dei domani e di non accettare oro e argento, se non quel tanto che poteva servire ai bisogni quotidiani del vitto e del vestito. Con il voto di povertà, considerato come essenziale, i valdesi emettevano quello di castità e di obbedienza ai loro superiori. Tale organizzazione, tuttavia, non vincolava che i "maestri" e le "maestre", chiamati anche talvolta "apostoli". Alla setta però appartenevano anche gli "amici" o aderenti, i quali, pur continuando a frequentare le Chiese cattoliche, evitavano di ricevere la comunione dai preti cattolici ritenuti indegni per le loro ricchezze.

Il risultato della repressione fu quello di far scomparire a poco a poco lo "stile apostolico" dei "maestri", che li tradiva troppo facilmente, di rendere più saldi i vincoli tra "maestri" e "amici", di allontanare maggiormente i membri della setta dalla Chiesa cattolica e anche, assai spesso, di immettere nella Chiesa valdesi, desiderosi di sfuggire alle repressioni, ma sordamente ostili al clero cattolico.

IV. Dallo scisma all'eresia. - Dallo scisma la setta non tardò molto a slittare nell'eresia, prima materiale, poi formale. L'errore principale dei valdesi ha, in origine, un fondo comune con il donatismo. Questo, pur ammettendo il sacramento dell'Ordine, faceva dipendere il valore e l'efficacia dei Sacramenti dalla santità del ministro, che li conferiva. I valdesi però andarono più in là, sostenendo bastare la santità a conferire il potere di battezzare, cresimare, consacrare l'Eucaristia, assolvere dai
peccati. Senz'aver minimamente ricevuto il sacramento dell'Ordine, Valdo e i suoi successori pretesero di esercitare tutti i poteri sacerdotali e perfino quelli episcopali. Il cistercense Alano di Lilla, contemporaneo di Valdo, attribuisce loro questa formula: «Mago operatur meritum ad consecrandum vel benedicendum, ligandum et solvendum, quam Ordo vel officium ". Si comprende assai bene l'errore dei valdesi dalla professione di fede imposta da Innocenzo III (verso il 1210) a coloro che si convertivano: «Noi non riproviamo i Sacramenti che vi si celebrano (nella Chiesa) con la cooperazione e l'inestimabile e invisibile virtù dello Spirito Santo, anche se amministrati da un prete peccatore, purché dalla Chiesa approvato; non respingiamo alcuno degli uffici ecclesiastici e delle benedizioni impartite da tal prete, ma li accettiamo come quelli di un prete molto santo, con cuore sincero, perché la malizia di un vescovo o di un prete non nuoce al Battesimo di un fanciullo né alla consacrazione dell'Eucaristia né alla celebrazione degli altri uffici ecclesiastici celebrati per i sudditi" (Denz-U, 424).

L'errore dei valdesi, dunque, in tale materia era duplice: 1) in quanto facevano dipendere l'efficacia del Sacramento dalla santità del ministro; 2) in quanto negavano la necessità della