al Battesimo di un fanciullo né alla consacrazione dell'Eucaristia né alla celebrazione degli altri uffici ecclesiastici celebrati per i sudditi" (Denz-U, 424).
L'errore dei valdesi, dunque, in tale materia era duplice: 1) in quanto facevano dipendere l'efficacia del Sacramento dalla santità del ministro; 2) in quanto negavano la necessità della potestà di Ordine sostituendola con la santità, concepita a modo loro. Infatti un errore ancora più sottile e nascosto insidiava la loro concezione della santità. In confronto con la dottrina cattolica che solo Dio è santo, che l'uomo diventa santo soltanto per mezzo dell'amore verso di lui (amore che implica l'obbedienza perfetta ai suoi comandamenti e, per conseguenza, la totale sottomissione alla Chiesa), i valdesi, per ignoranza, o, magari, per una interpretazione della Bibbia troppo letterale, facevano consistere la santità soltanto nella pratica esteriore della povertà.
Si venne a formare presso i valdesi non un vero e proprio complesso di dottrina con una Confessione di fede regolare (l'ignoranza non permetteva loro di arrivare a tanto) ma un insieme di usi fondati, come ritenevano, nella Scrittura, in cui è possibile distinguere i seguenti elementi: proibizione di qualsiasi specie di giuramento; rigorosa condanna della bugia, considerata sempre come peccato grave; proibizione del servizio militare e della pena di morte anche dopo sentenza di un tribunale regolare; proibizione di messe, preghiere e suffragi per i defunti; abolizione delle indulgenze; rifiuto di ubbidienza a superiori considerati indegni perché non vivono come gli Apostoli; rinnegamento della potestà di Ordine; diritto di predicare per i laici, uomini e donne.
V. Storia dei valdesi. - Nella storia dei valdesi si distinguono tre periodi principali :
1. Dalle origini all'adesione al protestantesimo. - I valdesi, colpiti insieme ai catari, dai quali tuttavia ben si distinguevano, scomparvero da molte regioni, nelle quali si erano largamente diffusi. I documenti dell'Inquisizione, verso il 1321, li presentano cosi : a) la foggia di vestire degli "apostoli" e i "sandali" non si considerano più come troppo pericolosi; 6) i valdesi si camuffano sotto le vesti più strane; pellegrini, penitenti, barbieri, ciabattini, contadini, soprattutto merciaioli ambulanti; c) sono divenuti nemici accaniti della Chiesa, in special modo del clero cattolico, e pretendono di essere i soli rappresentanti della vera Chiesa; d) attribuiscono un valore speciale alla preghiera detta in segreto, fuori delle chiese, all'orazione domenicale e escludendo le altre preghiere, il culto della Vergine e quello dei Santi, il testo latino della Bibbia o, perlomeno, del Nuovo Testamento, che essi conoscono quasi sempre a memoria, spesso però senza comprenderlo.
Contro la repressione delle autorità cattoliche, i valdesi si rifugiano, dal sec. xiri, nelle valli delle Alpi Cosis Val Freissinière, Val Argentiera, Val Luisa, Val della Dora Riparia, Val Luserna, Val Angrogna, Val Perosa, Val San Martino, Val Pragelato, intorno alla famosa fortezza di Pinerolo o intorno a Torre Pellice. Si trovano anche valdesi sparsi in Puglia e in Calabria. In altre località, invece i valdesi scomparvero o confondendosi con la popolazione cattolica predominante o, più spesso ancora, aggregandosi a gruppi dissidenti ed eretici con i quali si trovavano a contatto (catari, ussiti, fratelli moravi, lollardi).
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Nelle comunità valdesi delle vallate alpine, i s maestri o s apostoli, presero il nome di sbarba, dalla parola barba $=$ zio. Questa è la ragione per cui i valdesi del Delfinato e del Parmonte e, più tardi, i calvinisti delle stesse regioni sono stati chiamati s barba ".
2. Dall'adesione al protestantesimo all'Editto di tolleranza del 1846. - Una delle prove più chiare della insul. ficienza dottrinale della setta fu la facilità con la quale i valdesi passarono al calvinismo. I primi loro contatti con i protestanti si ebbero prima che Calvino fosse divenuto il capo spirituale di Ginevra e avesse dato il suo nome a un nuovo ramo della s riforma " protestante. Iniziatore ne fu Guglielmo Farel (v.), agitatore religioso, che era appartenuto al gruppo di Meaux. Nel dic. 1526 si rifugio a Basilea; nel 1526 , mentre si trovava in Svizzera, a l'Aigle, nel cantone del Vallese, ebbe la visita di un s barba, certo Martino Gonin di Angrogna, ivi recatosi per chiedere consiglio e libri. I rapporti continuarono: nel 1530 altri due s barba s, Giorgio Morel di Val Freissinière e Pietro Masson si recarono da Farel. Morel, come più istruito degli altri per aver letto le opere di Erasmo e saper parlare e scrivere in latino (cf. Beza, Hist. eecl., in Corp. Ref., I, 53), ebbe colloqui con Farel, Haller, Ecolompadio, Bucero e Capitone, poi ritornò a Mérindol dove con Gonin si diede cura di far penetrare nel movimento protestante lo spirito valdese. Nel 1532 Farel, invitato a presiedere una s comune s, cioè un congresso generale e capitale dei valdesi, vi si recò con Antonio Saunier e Roberto Olivétan, cugino di Calvino. La s comune s si riunì il 12 sett. 1532 a Chanforans nella Val d'Angrogna; ad Olivétan fu affidato l'incarico di tradurre la Bibbia per i valdesi. Tutto ciò avvenne nel più grande silenzio, per non incappare nelle reti della polizia. Martino Gonin, il primo s barba s indiziato, mori in prigione a Grenoble nel 1536; la setta l'onoro come martire. A conclusione della s comune s di Chanforans fu deciso di sopprimere, presso i valdesi, la proibizione del giuramento e quella della pena di morte data da un regolare tribunale, i digiuni, la preghiera, la confessione, il rito della consacrazione dei sbarba, mediante l'imposizione delle mani, il celibato dei s barba s, la povertà obbligatoria e la predicazione ambulante, il voto di verginità delle suore. I valdesi rimasero però irremovibili nella loro opposizione al servizio militare. Assorbirono, invece, le nuove dottrine dei protestanti; giustificazione mediante la sola fede, interpretazione zwingliana dei due soli Sacramenti conservati (Battesimo e Cena). Accettarono inoltre il dogma calvinista per eccellenza, cioè l'elezione eterna e la predestinazione assoluta. Queste decisioni di Chanforans ebbero nuova conferma, nonostante una viva opposizione favorita dai fratelli moravi, nella riunione che si tenne in Val S. Martino il 15 ag. 1533.
Il movimento valdese finì, in tal maniera, con divenire una specie di appendice del calvinismo. Era inevitabile che i valdesi venissero a trovarsi impigliati nelle guerre di religione e a subire i rigori delle leggi allora emanate contro i dissidenti, sia contro i cattolici in paese protestante che contro i protestanti in paese cattolico. Due episodi di violenza vanno ricordati nella storia dei valdesi. Nel 1545, per ordine della Corte del Purlamento di Aix, fu fatta una sanguinosa spedizione contro di loro nella valle francese della Durance, soprattutto nei villaggi di Mérindol e di Cabrières ( 22 casali distrutti, numero di vittime impreciso; da 800 a 4000 ). Nelle valli piemontesi, per istigazione di Antonio Léger ( 1594 -1661) e soprattutto di Giovanni Léger, suo nipote (1615-61), pastori valdesi, scoppiò un movimento insurrezionale che fu duramente represso (Pasque piemontesi del 24 apr. 1655). Giovanni Léger, però, ne ha di proposito esagerato e falsificato i dolorosi particolari nella sua narrazione.
3. Dal 1848 ai nostri giorni. - Dopo la Rivoluzione Francese, i valdesi beneficiarono della tolleranza religiosa divenuta generale in Europa, finché con l'atto di emancipazione del 17 febbr. 1848 ebbero completa eguaglianza con i cattolici a tutti gli effetti civili. Nello stesso tempo trovarono un potente protettore nel generale inglese John Charles Beckwith, canadese di origine, che acceso di entusiasmo per le loro vicende storiche, credeva di aver sco-
perto in essi i rinnovatori del Cristianesimo in Italia. Egli ottenne loro larghi aiuti finanziari, aprì scuole, fondò un seminario valdese a Torre Pellice, costrui chiese, sostenne varie pubblicazioni e traduzioni bibliche. Ma non riuscì a realizzare il suo desiderio di agganciarli alla liturgia anglicana, staccandoli dal calvinismo. I valdesi non dimostrarono minore entusiasmo per la sua idea preferita: "l'evangelizzazione dell'Italia». La loro attività si concentrò allora nella s tavola, valdese, che sostituisce l'antica s comune s, loro suprema autorità religiosa. Nel 1860 la scuola di teologia di Torre Pellice, trasformata in Università valdese, si stabili nel Palazzo Salviati a Firenze, dove rimase fino al 1922, anno in cui si trasferì a Roma. Ha avuto come professori J. P. Revel, P. Geymonat e soprattutto il prete apostata Luigi de Sanctis. Conferenze generali furono tenute a Firenze, Genova, Torino, Milano. L'evangelizzazione" dell'Italia fu suddivisa in cinque distretti: Piemonte-Liguria, Lombardia-Veneto, Toscana, Roma-Napoli, Sicilia.
VI. Stato attuale. - Contrariamente però alle speranze fadesche concepite, il numero degli aderenti alla Chiesa valdese aumentò in maniera irrilevante. Essi hanno, oggi, 5 settori di "evangelizzazione": Valli alpine; Pie-monte-Lombardia-Veneto; Nizza-Liguria-Toscana; Roma; Italia meridionale-Sicilia; Rio de la Plata e regioni limitrofe. Si calcola che in 60 anni di libera "evangelizzazione" e con l'aiuto di ingenti mezzi finanziari americani i valdesi siano riusciti a fare appena 6297 nuovi adepti. Non superano, in tutto il mondo, la cifra di 30.000 . Quanto all'ostilità contro la Chiesa cattolica, è dovecoso notare in essi, come del resto nella maggior parte delle chiese protestanti, un profondo cambiamento, da quando è sorto l'ecumenismo (v.); molti valdesi, forse la maggior parte, mostrano ora rispetto e ammirazione per la Chiesa romana; gli altri però rimangono avversari aperti e irriconciliabili. Nel Congresso di Ciabas (Val Pellice) del 1943 Carlo Gay, rigido valdese, pronunciò queste parole : "Misconoscere il valore sociale della Chiesa romana, come quello della Chiesa universale prima e dopo la "Riforma", sarebbe amputare la storia di molti suoi fulgidi capitoli : e attribuire la sua opera a manovra di propaganda politica sarebbe indice di una meschina mentalità da parte dell'incredulo e segno di sfilucia nello spirito della carità di Cristo da parte del credente" (I. Giordani, L'umanesimo cattolico, in Pides, 43 [1943], pp. 153-56).
Bib.: 1). Fonti : Walteri Map, Liber de nugis curialium, ed. Camden Society, 1890; Chronicon nniv. anonymi Landonensis, ed. G. Holder-Egger, in MGH. Scriptures, XXVI, pp. 447-49; E. de Bourbon, Tract. de septem donis Spiritus Sancti, ed. A. Lecoy de la Marche, Parigi 1877; Passaure Anonymous, in Flaccian Illyricus, Catal. testium varitatis, Francoforte 1566; J. Gretzer, Script. contra sectam Waldensem, in Biblioth. maxima veterum Patrum. XXV. Lione 1677; Innocenti III Epistolae, ed. E. Belsize: FL 113-16; B. Gui, Practica inquisitionis, ed. C. Dousis, Parigi 1886; id., Manual de l'Inquisiteur, ed. e trad. di G. Mielat, 2 voll., Parigi 1906. - 2). Studi: J.-R. Bosquet, Hist. des variations, ed. P. Lachat, XIV, Parigi 1863. pp. 495-539; T. Gay, Esquisse d'Histoire vaudoise, Torre Pellice 1909; J. Jolla, Hist. des Vaudois, Pinerolo 1922; T. Balma, Stor. dei Valdesi, Milano 1929; E. Comba, Stor. dei Valdesi, Torre Pellice 1930; M. Viora, Stor. delle leggi sui valdesi di Vittorio Anodeo II, Bologna 1930; U. Janni, Il Rinnovam. catt. ital. e la missione del Valdisseo, Pinerolo 1932; G. B. Ottonello, La Chiesa Valdese, Pinerolo 1933; Ph. Ponzot, Les origines lyonnaises de la secte des vaudois, in Rev. d'hist. de l'Egl. de France. 22 (1936), pp. 5-37; G. De Marchi, Il papa Alessandro VII e le pasque piementais, in Boll. St. bibliog. Subalpina. 41 (1939), pp. 229-36; A. Dondaine, Aux origines du valdeisme. Une profession de foi de Valdés, in Archiv. Fratrum Praedicat., 16 (1946), pp. 191-235; C. Crivelli, I Valdesi. Stor., dottrina, organice., estratto da I protestanti in Italia, Pinerolo 1947; T. Kaeppeli, Un processo contro i Valdesi di Piemonte nel 1333, in Riv. stor. della Chiesa in Italia, 1, (1947), pp. 285-91; L. Cristiani, Vaudois, in DThC, XV, coll. 25862500. La bibliogr. valdese in A. A. Hugon-G. Gonnet, Bibliogr. valdese, Torre Pellice 1953 (compìsta); Th. Kacppeli - A. Zaninović, Trattés anti-vaudois dans le manuscrit 30 de la bibliothèque des Dominicais de Dobrovnik, in Arch. Fratrum Praed., 24 (1954),
Leone Cristiani
VALENCE, DIOCESt di. - Diocesi e città capoluogo di prefettura del dipartimento della Drôme in Francia, sulla riva sinistra del Rodano, presso la confluenza dell'Isère.
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(Art. Collettiva da Grand Basso de la Creta d'Or a Valence)
Valence, diocesi di - Abside della Cattedrale (secc. xi-xit) - Valence.
Ha una superficie di 6522 kmq . corrispondente al dipartimento della Drôme, con una popolazione di 268.233 ab. dei quali 250.842 cattolici, distribuiti in 246 parrocchie, servite da 410 sacerdoti diocesani e 85 regolari; ha grande e piccolo seminario, 10 comunità religiose maschili e 90 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 440).
E l'antica Ventia, poi Iulia Valentia capitale dei Segalouni; Prospero Tirone nella sua Cronaca la chiama "nobilissima civitas". Nel medioevo la città fu sotto il governo dei vescovi che la difesero contro i conti del Valentinois; i vescovi dal 1276 al 1687 ebbero anche il titolo di conti di V. Nel 1450 il Delfino, poi Luigi XI, ottenne una parte dei loro diritti, dando in cambio la protezione reale e la fondazione di una università che durò fino al 1790 ed ebbe tra i suoi insegnanti Cujas, Scaligero ecc. Nel 1562 gli Ugonotti, aiutati dal barone Des Adrets, si impadronirono della città, danneggiando la Cattedrale e altri edifici religiosi, specialmente l'abbazia di S. Rufo. Fu la capitale del Ducato del Valentinois e dal Delfino Luigi passò a Cesare Borgia, a Diana di Poitiers e ad Enrico Grimaldi, principe di Monaco. Il papa Pio VI fu per un mese prigioniero del Direttorio nella cittadella e vi mori il 29 ag. 1799. Una tradizione attribuisce la fondazione del cristianesimo in V. all'opera del presbitero Felice e dei diaconi Achille e Fortunato inviati da Lione, ricordati al 23 apr. nel Martirologio peronimismo.
Nel terzo cartulario di Grenoble (Biblioteca di Grenoble, ca. metà del sec. xII) è una lista di vescovi che comincia a metà del sec. ix. Il più antico vescovo noto è Emiliano il cui nome figura nel Concilio tenuto a V. nel 374. Prima del 417 si ebbe Massimo, che il papa Bonifacio con una lettera del 13 giugno 419 volle fosse giudicato (Jaffé-Wartenbach, 319). Si ha poi Cariato che inviò un suo rappresentante al Concilio di Vaison del 442; s. Apollinare, fratello di s. Avito di Vienne, che nel 517 fu al Concilio di Epaona, è ricordato nel Gerominiano al 5 ott.; Gallo fu al Concilio di Orléans del 549; Massimo II si fece rappresentare al Concilio di Lione del 570, Ragnoaldo fu al Concilio di Lione e si due di Mâcon del 58 I e 585 ; Ingildo fu a quello di Chalon-sur-Saône nel 650. Non si può assegnare un posto preciso ai vescovi Salvio, Antonio, Antonino ed Elephas. Il vescovo (Valdalo ebbe una donazione da Carlomagno (808-14); Lamberto fu sotto Ludovico il Pio. L'8 e il 9 genn. 855 si tenne a V. un Concilio. Poi si ebbe Reperto (859-79); Isacco fu al Concilio di Chalon-sur-Saône.
Più tardi si ricordano Gottardo (1082-95); Giovanni I (1141-46), già abate di Bonnevaux; il b. Umberto di Moribel (1200-20); Geraldo già abate di Cluny, poi patriarca di Gerusalemme; s. Bonifacio di Savoia (1240-42) poi arciv. di Canterbury; Amedeo II, card. di Saluzzo (1383-89); Giovanni VI card. di Lorena (1521); Fr. G. De Castelluan card. di Clermont-Lodève (1524-31); Ch. F. Fr. Cotton (1895-1905). Il 4 maggio 1847 il papa Pio IX, in ricordo di Pio VI, nominò i vescovi di V. di
diritto assistenti al soglio e conti romani; essi hanno anche il titolo di vescovi di Die e di St-Paul-Trois-Châteaux (v.). La diocesi è suffraganea di Avignone. Patrono della diocesi èfs. Apollinare.
La Cattedrale, S. Apollinare, è in stile romanico, con influssi di scuola alverniate; fu iniziata dal vescovo Gottardo alla fine del sec. XI, ma non era certo ultimata quando Urbano II la consacrò il 5 ag. 1095 (iscrizione nella navatella destra). L'insieme appartiene alla prima metà del sec. XII. Fu rovinata dagli Ugonotti e restaurata tra il 1604-1609; ma il coro è stato deturpato nel 1730 e poi tutto restaurato nel sec. xix. Il portico è sostenuto da 32 colonne. Nel transetto sud è un bel portale nel cui timpano è scolpito il Salvatore tra angoli e simboli dei quattro Evangelisti con tracce di antica policromia. L'interno è a croce latina di m. 75 = 18; al transetto misura m. 35,88; è diviso in tre navate da pilastri quadrati con 4 colonne aderenti. Il coro è circondato da 8 colonne, una delle quali è un'antica pietra miliare; ivi si conserva un monumento marmoreo contenente il cuore di Pio VI; nel deambulatorio si aprono 4 cappelle absidate. Nel transetto sono le tombe di mons. De la Tourrette (m. nel 1840), Chartrousse (1857) e De Gibergues (1919). La sacrestia è gotica (1488). Il chiostro annesso è stato distrutto; in mezzo ad esso si ergeva il superstite caratteristico monumento cretto dal can. Nicola Mistral nel 1548, detto il Pendentif. La chiesa di S. Giovanni Battista fu ricostruita dopo il 1840 in stile romanico di cui resta l'antico campanile della fine del sec. xit. L'antico Palazzo dell'abate di s. Rufo è oggi occupato dalla Prefettura.
Il papa Pio XI, con lettera del 24 maggio 1937 conferì titolo e privilegi di basilica minore alla chiesa di Notre-Dame de Aiguebelle, nel monastero dei Cistercensi riformati, in occasione dell'ottavo centenario dalla fondazione del monastero stesso, splendido monumento di arte romanica; da questa abbazia se ne formarono altre sette (AAS, 29 [1937], pp. 395-96). Per i sarcofagi cristiani conservati a V., v. Wilpert, Sarcofagi, tav. 215, 3, p. 306; tav. 214, 6, p. 296.
Bra.: Corinesu, II, coll. 3273-74; L. Duchesne, Postes épiscopaux de l'ane, Gaule, I, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1907, pp. 215-24; J. Perrot, Musaiques du baptistère de Valence, in Congrès archèol. de Valence-Montélimar, Valence 1923, pp. 226-28; id., La basilique de St-Apollinaire, ivi 1925; J. De Font-Réaulle, Histoire du dios, de V., ivi 1930; F. Buisson, La vie municipale à Valence au XVIIIe siècle, ivi 1941; Guide de la France chrét. et névismo, 1946-49, Parigi 1948, pp. 402-10, 787-90, 1114-15; Eubel, I, pp. 512-13; II, p. 287; III, p. 346; IV, 357, V, p. 403; Ann. Pont. 1553, p. 440.
Enrico Joni
VALENCIA (Valentinus, Valentininus), Gregorio de. - Gesuita, teologo tra i più insigni di Germania nella prima epoca postridentina, n. a Medina del Campo (Castiglia) nel marzo 1545, m. a Napoli il 25 apr. 1603.
Entrato nell'Ordine nel 1565 , passò, appena sacerdote, in Germania per la cattedra di dogmatica, prima all'Università di Dillingen (1573-75), poi in quella di Ingolstadt (1575-92). Seguì un sessennio di libertà dalla scuola per attendere alla pubblicazione delle sue opere; indi nel 1598 fu chiamato a Roma come professore di dogma e prefetto degli studi al Collegio Romano; nel 1602 partecipò, per ordine del generale Claudio Acquaviva, alle Congregazioni "de Auxiliis ", dove si dimostrò strenuo difensore del Molina (v.) e si meritò da Clemente VIII il titolo di "doctor doctorum ". Ma non resse a lungo a questa nuova fatica, e, inviato a Napoli, alla fine del 1602, per ristabilirsi, vi mori invece qualche mese dopo.
Merito principale del V. è la difesa scientifica della fede con la parola e gli scritti. Tra questi: De rebus fidei hac tempore controversis (Lione 1591; Parigi 1610) dove raccolse 34 monografie già edite separatamente e rivedute, aggiungendone altre 13 inedite. Vi tratta specialmente il culto dei santi, delle reliquie, del Sacramento
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dell'altare e del Sacrificio della Messa. L'opera può far riscontro alle Controversiae di s. Roberto Bellarmino; ma vi sono spunti e battute troppo virulente contro i protestanti. Però gli scritti più importanti, che gli dànno una vera preminenza, sono due : Analycis fidei catholicae (Ingolstadt 1585), trattazione metodica, nella quale predominano i due prineipi : solo nella Chiesa romana si trova con infallibile corazzo la fede, e soltanto l'unione con essa assicura la salvezza eterna; asserzioni che coincidono quasi alla lettera con quelle del Concilio Vaticano sulla infallibilità pontificia; Commentarii theologici (4 voll., Ingolstadt 1591-97; comparsi in varie edizioni : 12 in venti anni), teologia sistematica che comprende pure la filosofia e segue l'ordine delle questioni della Somma di s. Tommaso; ma entro i confini di ciascuna questione tratta di molti altri argomenti più consoni ai tempi e apporta una maggiore ricchezza di spiegazioni. L'opera si impose molto presto per l'acutezza delle osservazioni, l'ampia erudizione, l'ordine, la chiarezza; però risente ancora troppo della debolezza dell'antica scolastica, non approfondendo il pensiero dei Padri col tener conto del complesso delle loro opere, e dimostrando talora un senso critico elementare di fronte a tradizioni antiche che non reggono. Vi difende anche, antecedentemente al Molina, una sua teoria particolare intorno alla libertà umana e il concorso divino, ricorrendo ad una "determinatio activa" della volontà sotto l'eccitamento della Grazia preveniente; teoria detta "valencianismo" e seguita fino ai nostri tempi da altri teologi gesuiti di valore.
Nella questione economica, allora appena ai suoi albori, seppe difendere, tra i primi, contro avversari ben decisi, la legittimità di un certo interesse sul capitale imprestato e la sua opinione fini col trionfare. Nella questione, invece, delle streghe, assai scattante allora e diventata quasi una fobia, non si mostrò all'altezza dovuta; ma segui (in un "parere" del 1590 al duca Guglielmo V di Baviera e nei suoi Commentari [III, Ingolstadt 1595, pp. 2002-10]) le esagerate e credule idee del suo tempo, assillato dal terrore delle streghe e non seppe né distinguere né far distinguere le poche persone veramente colpevoli dalle centinaia di innocenti, che avrebbe dovuto piuttosto salvare.
A merito del V. si deve ascrivere invece il fatto di aver formato in Germania una eletta schiera di professori di teologia e filosofia, insistendo perché badassero, oltre che alla dottrina, alla nobiltà della forma, e risvegliando il senso critico e il ritorno alle fonti antiche.
BibL.: Sommervogel, VIII, 388-400; IX, 897, più completa presso W. Hentrich, in G. von V. und der Malinismus, Innsbruck 1928, pp. 92-110, 139-60 (per gli inediti). - Studi : B. Dahr, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutsch. Zunge, I, Friburgo in Br. 1907, pp. 713-30 (teologia), 743-47 (streghe); W. Hentrich, War G. von V. ein Prämolinist?, in Scholastik, 1929, pp. 91-106; id., G. von V. und die Erneuerung der deutsch. Scholastik in 16. Zaleh., Ratisbona 1930; X. le Bachelet, Prédestination et Grâce efficace, I, Lovanio 1931, pp. 14-22; J. Esposa, Relación entre le fe infiam y la adquirida en G. de V., in Arch. teolég. granadino, 8 (1945), pp. 99-123; B. Romeyer, s. v. in DTAC, XV (1930), coll. 2465-97. Celestino Testoro
VALENCIA NEL VENEZUELA, diocesi di. Città capoluogo dello Stato di Carabobo e diocesi nel Venezuela (America del sud).
Su una superficie di 20.650 kmq , conta 327.450 ab. dei quali 326.000 cattolici; ha 40 parrocchie con 41 sacerdoti diocesani e 70 regolari; conta 20 comunità religiose maschili e 13 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 440). La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Ad munus del 12 ott. 1922 per smembramento dall'artid diocesi di Caracas o Santiago di Venezuela, della quale è suffraganea, ed elevando la chiesa della B. Vergine al grado e dignità di cattedrale. Primo vescovo fu mons. S. Montes de Oca (1927-34), a cui successe dal 1937 mons. G. Adam.
BibL.: AAS, 15 (1923), pp. 99-102; J. Cunillera, Anuario eclesiástico venezolano 1933, Caracas 1953, pp. 178-99.
Enrico Josi
VALENTE (F. Valens Augustus), imperatore romano d'Oriente. - N. il 328 a Cibalae in Pannonia
dal tribuno militare Graziano, che da umile condizione assurse alle alte cariche della gerarchia imperiale.
Compi il suo tirocinio militare dapprima nelle armate di Giuliano l'Apostata e poi fu designato dal fratello Valentiniano I a reggere le sorti dell'Impero d'Oriente. Agli inizi del suo regno ebbe a lottare contro Procopio, un usurpatore che si diceva parente di Costantino e che aveva ottenuto l'appoggio dei Goti. La rivolta venne domata ma V. infierì crudelmente con un seguito di vendette e di stragi, cui segui una guerra contro l'insurrezione dei Goti che avevano aiutato Procopio, durata tre anni. Una congiura di palazzo capeggiata da un tal Teodoro, unitamente a pratiche di magia, gli diede modo di emanare varie condanne capitali e tra i personaggi indiziati peri anche il filosofo Massimo d'Efeso. Stava combattendo i Persiani e il loro re Sapore II quando i Goti, che per l'addietro, premuti dagli Unni, si erano riversati nei confini dell'Impero, vessati in tutti i modi dai funzionari romani, si ribellarono. Sotto la guida del loro capo Fritigeruo invasero la Tracia con un seguito di lutti e rovine e si spinsero sin sotto Adrianopoli. V. si affrettò a concludere la tregua con i Persiani (Ammiano, XXXI, 7) e volle affrontare i Goti senza attendere i rinforzi che veniva approntando il nipote Graziano, nuovo imperatore romano d'Occidente. Ma fu sconfitto proprio ad Adrianopoli (cf. F. Runkel, Die Schlacht bei Adrianopel, Berlino 1903) e perì in quella battaglia il 9 ag. 378 . V. fu un buon amministratore (Ammiano, XXXI, 14, 2), ma di rozza indole (ibid., 6). Seguace della corrente moderata dell'arianesimo, volle intervenire nelle polemiche e controversie religiose del tempo ma fu affrontato coraggiosamente da s. Basilio. Tuttavia perseguitò anche i cristiani (Gregorio Naz., Or., XX, 49-52; v. Fliche-Martin-Frutae, III, pp. 266-69). In Antiochia ne fece annegare diversi nell'Oronte, colpendo con l'esilio vari vescovi del luogo; a Nicomedia permise che si lasciassero bruciare in una barca ottanta sacerdoti (Gregorio Naz., Or., XLIII, 46). Se fu alquanto tollerante con i culti in genere (Cassiodoro, Hist. trip., VIII, 3), proibì i sacrifici sanguinosi e le pratiche magiche della superstite religione pagana.
Bibl.: fonti: Ammiano Marcellino, Hist., XXVI-XXXI. Studi: A. Nagl, s. v. in Pauly-Wissowa, XIV A, coll. 2097-2137; The Cambridge Mediev. Hist., I, Cambridge 1924, p. 19 e passim. Lanfranco Fiore
VALENTI GONZAGA, LUIGI : v. GONZAGA VALENTI, LUIGI.
VALENTIN, Louis de Boullongne, detto il. Pittore, n. a Coulommiers (Brie) nel 1592, m. a Roma nell'ag. 1632.
Lavorò molto a Roma per il card. Francesco Barberini; mancano opere documentate del periodo giovanile, sono invece note numerose altre, databili dopo il 1520. Fra le migliori la Buona ventura del Louvre, il Martirio dei ss. Processo e Martiniano della Pinacoteca Vaticana, il Cristo che caccia i mercanti dal Tempio e $L^{\prime}$ ultima cena della Galleria nazionale di Roma, le due Coronazione di spine di Monaco, l'Eradiade e la S. Famiglia con s. Giovannino della Galleria Spada in Roma, i dipinti di Dresda, Tolosa e Tours. Accanto al Serodine il V. è fra i più vivi maestri caravaggeschi del terzo decennio del secolo; nei suoi accenti più alti, di una violenta potenza drammatica, rivela la sua personale interpretazione del mondo del Caravaggio.
Bibl.: H. Voss, Die Malerei des Barock in Rome, Berlino 1925, pp. 454-55; R. Longhi, I pittori della realtà in Francia. ovvero i caravaggeschi francesi del Salcento, in Italia Letteraria, 19 genn. 1935; id., Ultimi studi sul Caravaggio e la sua cerchia. in Proporzioni, 1 (1943); G. Isarlev, Caravage et le caravagisme eurapôou. Catalogues, Ais 1941; F. Hermann, Cat. della Mostra dei dipinti francesi in Italia, Roma 1946; Mostra del Caravaggio, Catologo, Milano Pal. Reale, Firenze 1951. Luisa Mortari
VALENTINIANO I (Flavius Valentinianus Augustus), imperatore romano d'Occidente. - N. in Pannonia nel 321, m. ivi il 17 nov. 375. Entrato nell'esercito vi percorse tutti i gradi e si distinse nelle guerre di Gallia e della Persia.
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(fol. Alinari)
Valentinians I, imperatore romano - Busto, scultura antica - Roma, Musei Capitolini.
Per la sua fede cattolica fu in disgrazia sotto Costanzo II e da Giuliano fu persino allontanato dall' esercito. Reintegrato da Gioviano, fu promosso tribuno e, alla morte di questi ( febbr. 364), fu eletto imperatore; nel marzo successivo si associò il fratello Valente (v.) al quale affidò la parte orientale dell'Impero ritenendo per sé l'Occidente. Desideroso di migliorare le condizioni sociali dei sudditi emanó parecchie leggi che però rimasero inefficaci. Combaté contro i barbari che premevano da ogni
parte ai confini dell'Impero; egli stesso sconfisse gli Alamanni ed i Quadi; Flavio Teodosio, il padre del futuro Imperatore, vinse i Sassoni ed i Franchi. In Africa l'inetta politica del conte Romano aveva procurato la ribellione del mauro Firmus; Teodosio lo sconfisse e poco dopo, accusato di tramare contro l'Impero, V. lo fece uccidere.
In politica religiosa, benché fosse cattolico, V. si mostrò tollerante verso i pagani e gli eretici lasciando a tutti libertà di coscienza, sebbene emanasse leggi talvolta incoerenti. Mentre infatti assegnava al fisco i beni dei templi, e proibiva che i cristiani fossero adibiti alla loro custodia (Cod. Teod., XVI, 1, 1), tollerava che l'altare della Vittoria rimanesse nell'aula del Senato; nel 372 emanò un decreto contro i manichei ed i donatisti proibendone le riunioni, confocondone i beni e punendo i capi (Cod. Teod., XVI, 5, 3), ma lasciò che i vescovariani ritenessero le loro sedi. Abrogò le leggi restrittive sull'insegnamento emanate da Giuliano e proibì rigorosamente le pratiche di magia e di sortilggio (ibid., IX, 16, 7-10). Morì durante la campagna contro i Quadi, colpito da sincope.
BibL.: W. Heering, Kaiser V. I, Iena 1927; R. Andreotti, Incoerenza della legislar. di V. I, in Nuov. riv. stor., 15 (1931). pp. 436-316; L. R. Palanque, St. Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933, pp. 27-38; A. Solari, La crisi dell'Impero rom., I: La success. di Giuliano, Roma 1933; R. Paribeni, Da Dioclex. alla caduta dell'Imp. d'Occid., Bologna [1941], pp. 129-63 e passim.
Agostino Amore
VALENTINIANO II (Flavius Valentinianus Augustus), IMPERATORE ROMANO d'OCCIDENTE. - Figlio del precedente e di Giustina, n. nel 371, m. in Gallia nel 392 .
Alla morte del padre (375), per intervento della madre fu fatto proclamare Augusto e fu riconosciuto dal fratello Graziano (v.) e dallo zio Valente (v.); gli furono assegnate l'Italia, l'Illirico e l'Africa. Data la sua tenera età, non si può parlare di una attività politica di V., poiché il governo effettivo era nelle mani di Giustina (v.) e del magister militum, il franco Bautone. La politica filoxiriana dell'Imperatrice condusse nel 385-86 al drammatico scontro con s. Ambrogio per la cessione di una basilica alla setta (s. Ambrogio, Ep. 20 a Marcellina: PL 16, 1036) dal quale il Santo uscì vittorioso. Nel 387 lo stesso Ambrogio accettò di recarsi a Treviri per impedire l'immisente invasione dell'Italia da parte dell'usurpatore Massimo (v.) che aveva scritto al giovane Imperatore un'abile lettera esortandolo a desistere dal perseguitare i cattolici (PL 13, 391-94). L'anno successivo Massimo venne in Italia; V. si rifugiò presso Teodosio che lo riconduase a Milano dopo aver sconfitto Massimo (ag. 388), ed essendo morta Giustina, gli mise accanto il generale franco Arbogaste. Da questo momento' il giovane Imperatore si
giovò anche dei consigli di s. Ambrogio, che cercava di renderlo degno del grande Teodosio. Frutto di questa amicizia sono il decreto del 391 che proscriveva ogni culto pagano ed il rifiuto di far ripristinare l'altare della Vittoria già abbattuto da Graziano. Ma la tutela di Arbogaste sul giovane V. diveniva ogni giorno più opprimente; questi fu esonerato dall'ufficio, ma qualche giorno dopo l'Imperatore fu trovato morto nel suo letto. S. Ambrogio ne pianse la morte immatura e ne tessé uno splendido elogio (Ep. 53 a Teodosio: PL 16, 1215; De obitu Valentiniani, ibid., 1418-43).
BibL.: A. Morpurgo, Arbogaste e l'Imp. rom., dal 379 al 392, Trieste 1883; I. R. Palanque, St Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933, pp. 122-29, 139-44, 166 sgg., 182-94; A. Solari, La crisi dell'Imp. rom., II: Gli ultimi Valentiniani, Roma 1933; R. Paribeni, Da Dioclex. alla caduta dell'Imp. d'Occid., Bologna [1941], pp. 165, 172-74; Flicho-Martin-Frutaz, III, pp. 515-18.
Agostino Amore
VALENTINIANO III (Flavius Valentinianus Augustus), IMPERATORE ROMANO d'OCCIDENTE. - Figlio di Flavio Costanzo e di Galla Placidia, sorella dell'imperatore Onorio, n. nel 419, m. a Roma il 16 marzo 545 .
Alla morte dello zio Onorio (423) la corte bizantina, dove si era rifugiata Placidia con il figlio, per eliminare l'usurpatore Giovanni inviò in Italia V. e la madre con un esercito; Giovanni fu sconfitto e V. poté essere incoronato a Roma (425). Fissò la sua residenza a Ravenna e, data la sua tenera età, il governo effettivo fu nelle mani della madre. Placidia seppe dare grande impulso all'arte abbellendo la città di splendidi monumenti, e si giovò della forte e geniale opera del generale Ezio per tenere a freno i barbari che premevano nelle Gallie e nella Spagna. Nel 429 i Vandali sbarcavano in Africa, e, nonostante l'accordo del 435 , pochi anni dopo ( 439 ) erano padroni di quelle regioni e minacciavano la 'stessa Italia. Nel 451 Attila invadeva la Gallia ma fu sconfitto da Ezio ai Campi Catalaunici presso Châlons; venne in Italia l'anno successivo e V. si rifugiò a Roma donde inviò al barbaro un'ambasceria della quale faceva parte il papa s. Leone: Attila, che già aveva occupato e distrutto parecchie città, inaspettatamente si ritirò. A Roma intanto V., rimasto solo arbitro del governo dopo la morte della madre (450), si mostrò libertino ed inetto, inimicandosi tutti e specialmente i nobili che offendeva nell'onore. Una congiura capitanata da Petronio Massimo, per vendicare anche la morte di Ezio (sett. 454), lo eliminò mentre si trovava sulla Via Labicana.
La politica religiosa di V. fu diretta a reprimere sempre più il paganesimo, a tutelare la fede cattolica e combattere gli eretici. Nel 451 proibì sotto pena di morte e conflaca dei beni che si riaprissero i templi già chiusi o si facessero sacrifici (Cod. Iustin., I, 11, 7). Scrisse insieme con la madre e la moglie a Teodosio II perché si procedesse contro Eutiche (PL 54, 858 sgg.), e nel 452 decretava che fosse riabilitata la memoria del patriarca Flaviano (Cod. Iustin., I, 3, 23); nel 451 confermava tutti i privilegi concessi alla Chiesa cattolica e abrogava i decreti contrari (ibid., I, 2, 12). Decreti contro gli eretici e specialmente contro i nestoriani pubblicò nel 428 e nel 435 (ibid., I, 1, 3; I, 5, 6); nel 445 emanò una costituzione contro i manichei, con la quale erano dichiarati nemici dello Stato, era ordinato di cacciarli dalle città, era loro vietato di accedere alle cariche civili e militari ed erano privati di ogni diritto civile (PL 54, 622-24).
BibL.: C. Bugiani, Storia di Ezio generale dell'Impero sotto V. III, Firenze 1905; G. Liascand. Aetius, Parigi 1910; S. Cessi, La crisi imper. degli anni 454-55 e l'incurs. vandal. a Roma, in Arch. Soc. rom. di st. patri. 40 (1917), pp. 161-204; G. A. Balducci, La polis. di V. III, Bologna 1934; A. Solari, La crisi dell'Impero rom., IV, Roma 1936; R. Paribeni, Da Dioclex. alla caduta dell'Imp. d'Occid., Bologna [1941], pp. 255-59, 271-74 e passim (v. indice).
Agostino Amore
VALENTINO : v. CRONOGRAPO DELL'A. 354; FilOCALO.
VALENTINO, santo, martire. - Il Martirologio geronimiano al 14 febbr. dà soltanto «Interamnes via
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Flamminia miliario ab urbe LXIII natale Valentini $\cdot$. Una basilica dedicata a s. V. a Terni figura solo nella biografia di papa Zaccaria (Lib. Pont., I, p. 437).
Alcuni agiografi ritennero che vi fossero un V. vescovo di Terni e un V. presbitero romano, tutti e due martiri al 14 febbr. (BHL, 8460 ); altri invece che il V. fosse uno solo, il vescovo di Terni; altri infine uno solo, e precisamente il martire romano sepolto a Roma sulla Flaminia. Gli agiografi ricordano un V. prete romano nella Passio dei ss. Mario e Marta (BHL, 8463); Marucchi distinse i due V.; Lanzoni (pp. 406-13) e J.P.Kirsch (Der stadtromische Festhalender, Friburgo in Br. 1924, pp. 206-207) hanno preferito il martire di Terni, escludendo il romano. Secondo Delehaye gli agiografi hanno fatto di un santo unico due omonimi. Sembra più probabile che il V. oriundo di Terni e dimorante a Terni sia divenuto martire romano per essere stato condotto a Roma per il giudizio e ivi abbia subito il martirio, estendendosi l'imperium del preasfectus Urbi fino al centesimo miglio dalla città.
Il comiteno di S. V. - Il martire fu sepolto a Roma in un cimitero cristiano all'aperto al secondo miglio della Via Flaminia dove in suo onore il papa Giulio I eresse una basilica e dove le iscrizioni rinvenute attestano la venerazione del martire fino dal sec. iv. La memoria ebbe un'abside larga ca. m. 4,40 costruita direttamente contro il terrapieno, recentemente riconosciuta dall'architetto B.M. Apollonj-Ghetti. Tale abside fece parte della primitiva memoria di cui restano inoltre tre muri perimetrali che vennero poi in gran parte demoliti e sostituiti con i colonnati d'una basilica a tre navi, tornata in luce nel 1888 in occasione della nuova strada praticata dal Comune di Roma e illustrata da O. Marucchi. In una terza fase vennero costruiti la cripta e il presbiterio rialzato. Le pareti della cripta vennero rivestite di lastre marmoree e i suoi aditi vennero ottenuti aprendo un varco nei muri perimetrali della memoria e praticando al fondo delle navi minori due scalette. La costruzione della Basilica è assegnata dal Catalogo Liberiano e dal Lib. Pont. (I, p. 205) al papa Giulio I (336-32); la terza fase con la cripta viene attribuita dal Lib. Pont. al papa Teodoro ( $642-49 ;$ I, p. 333) mentre la Notitia ecclesiastum la dà come opera di Onorio I (625-38; R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, Roma 1942, p. 73). Tale Basilica sarebbe poi stata arricchita da Benedetto II (684-85; Lib. Pont., I, p. 473), da Adriano I (772-95; ibid., p. 504), da Leone III (795816; ibid., II, pp. 9, 20) che ne rifece pure il tetto (ibid., II, p. 28) e da Gregorio IV (827-44; ibid., II, p. 78). Nel 1905 tra i ruderi della Basilica si estrassero frammenti

(da Riv. di arch. crist., 25 (1919), p. 168, fig. 10). Valentino, santo, martire - Pianta della zona presbiteriale della basilica di S. V., eseguita da B. M. Apolloni Ghetti.

in lettere filocaliane di un carme composto da Damaso, sconosciuto alle sillogi epigrafiche (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 49, pp. 197198). Nel febbr. 1928 venne in luce un frammento su tre righe con: "... ut esset.... sepulcr.... presb(iter) inet(ans) «, i caratteri e il "presbiter instans" della terza riga sono identici all'epigrafe rinvenuta presso i sepolcri dei martiri Proto e Giacinto in Bassilla, posta dal presbitero Teodoro (A. Ferrus, op. cit., n. 49, II, p. 199). Contemporaneamente si recuperò un sarcofago marmoreo con la fronte abbozzata rappresentante Gesù dinanzi a Pilato e la Crux invicta sotto la quale dormono due soldati. Sotto il papa Niccolò II l'abate Teubaldo restaurò la chiesa e il monastero, finendo i lavori il 3 febbr. 1060.
Nella cronaca del monastero di S. Michele "ad Masam" si ricorda la visita compiuta nel sec. 21 da un pellegrino alla basilica di S. V. (J. Mabillon, Vetera analecta, Parigi 1723, pp. 350-56). Fra le abbazie di Roma è ricordata quella di S. V. sia da P. Malfio, che da Giovanni Discono (Ch. Hülsen, Le Chiese di Roma, Firenze 1927, p. 129), ma nel Catalogo di Torino delle chiese di Roma (ca. 1320), quella di S. V. extra portam è indicata «sine muris" e che "non habet servitorem" (ibid., p. 28, n. 57).
Il corpo del Martire sembra sia stato traslato verso la fine del sec. xili nella cappella di S. Zenone in S. Prassede. Gli avanzi del cimitero sotterraneo vennero riconosciuti nel 1594 da P. Ugonio e da A. Bosio che ne lasciarono una sommaria descrizione. Essi videro allora intatta l'immagine di Gesù Cristo crocifisso con quattro chiodi, i piedi poggiati su suppedaneo, vestito di colobio, ai lati della croce in alto il sole e la luna, in basso la b. Vergine e l'evangelista Giovanni. In una nicchia nella parete opposta è dipinta la b. Vergine col Bambino Gesù e la iscrizione "sča Dei genetrix "à dello stesso tipo di quella distrutta in Panfilo (v.). Nelle altre pareti erano scene riprodotte dal Bosio, con la Visitazione della Vergine, due scene della leggenda dell'ostetrica Salome tolta dal protoevangelo di Giacomo; tre figure di santi, tra cui "Sċs Laurentius ". Dopo Ugonio e Bosio le gallerie sotterranee furono trasformate in cantina e cosi fu distrutta parte della pittura della Crocifissione. Nel 1870 il terreno appartenuto fino allora agli Agostiniani fu confiscato e venduto. Nel 1877 O. Marucchi penetrò nel sotterraneo e riconobbe le pitture descritte da P. Ugonio e A. Bosio. Molte furono le iscrizioni rinvenute nel cimitero sopraterra, e non poche consolari, a cominciare dall'anno 318 fino al 523. In un frammento si legge "ad clomnu(m) V(alentinum.... refrigeret) tibi V(alentinus); un altro frammento indica: " depositus est ad d[omnum Valentinum) ". In un'iscrizione metrica di un "Pastor medicus" si legge "addetur et tibi Valentini gloria (sancti)". Fra i muri della Basilica fu estratto un frammento di sarcofago oggi nel Museo Capitolino, rappresentante una nave dal nome "Thecla", mentre chi governa la nave è "Paulus". Notevoli sono due frammenti epigrafici che si riferiscono a due defunti originari di Interamna, cioè Terni; il primo è di una "Veneriosa que nata est in civitate Interamnatium" nel 355 (O. Marucchi, Le catacombe rom., $2^{\circ}$ ed., Roma 1933, p. 610); il secondo ricorda una "Augu-
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rina civis (Interamnen)sis (ibid., p. 625). Esse, morte in Roma, sarebbero state deposte presso il martire originario di Terni. In basilica è un frammento marmoreo con la scritta: « semper et uloque devoti». Alcune epigrafi, tra cui quello di un acquisto di sepolcro del fossore Acillinus, sono ora nel Museo cristiano presso il Camposanto Teutonico.
Bist.: O. Marucchi, La cripta sepolcrale di S. V. sulla Via Flaminia rinvenuta e descritta, Roma 1878; id., Il cimitero e la basilica di S. V., ivi 1890 ; id., Di una sconosciuta iscriz. damasiana in onore del martire s. V., in Nuovo bull. arch. crist., 11 (1905), pp. 103-22; id., Scoperte di antichità crist. nell'area della basilica suburbana di S. V., in Bull. Comm. arch. cons. di Roma, $2^{\circ}$ setin, 55 (1927), pp. 261-67; id., Ulteriori osservas, sulle scoperte al primo miglio della Via Flaminia, ibid., 56 (1928), pp. 119-32; V. Federici, in Arch. Soc. rom. di st. patrio, 22 (1899), p. 226 sgg.; P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, Berlino 1906, p. 257; B. M. Apolloni Ghetti, Nuove indagini sulla basilica di S. V., in Riv. di arch. cristiana, 23 (1946), pp. 171-89. Enrico Joli
VALENTINO GNOSTICO. - Venne sotto Igino a Roma. Fiori sotto Pio e vi rimase fino a Aniceto (Ireneo, III 4, 3; testo greco presso Eusebio, Hist. eccl., IV, 11, 1); visse dunque ancora nella prima metà del sec. it a Roma.
Secondo Tertulliano (Adv. Valentian., 4), avrebbe sperato di diventare vescovo di Roma. V. era dunque sacerdote e come tale pronunciò anche omelie; s'interessò del culto, per il quale ha composto salmi. E errato vedere in lui solo un filosofo. Secondo una tradizione, raccolta da Epifanio (Haer., XXXI, 2, 3), V., nato nella zona costiera dell'Egitto, sarebbe stato educato in Alessandria e avrebbe diffusa la sua dottrina in Egitto ed in Cipro (ibid., XXXI, 7, 2). Questa tradizione è di dubbia autenticità. Non è facile inquadrare V. nella storia del movimento gnostico, ma l'Epistola di V. presso Epifanio ( 37,5 , I sgg.) che fa parte di una specie di hephalnia fa intendere che V . ha conosciuto speculazioni gnostiche anteriori e che ha modificato il suo punto di vista. Secondo s. Ireneo si tratterebbe di dottrine dei sethiani (ofiti; Haer., I, 30, 14). Le tradizioni gnostiche anteriori venivano da un ambiente aramaico, come risulta dal testo citato da Epifanio (Haer., XXXI, 2, 8 sgg.; v. la nota di Holl). Da Ippolito si sa che V. ha parlato di una sua visione, nella quale avrebbe visto un neonato che si sarebbe rivelato come il Logos (Prof., VI, 42, 2; v. anche il pargolo nel salmo di V., ibid., 37, 7); è forse presupposta una speculazione sethiana, che in base a un vangelo apocrifo metteva la nascita di Gesù in rapporto con la luce intellettuale della stella dei magi (su questa speculazione v. la Cronaca di Zuqnin presso U. Monneret de Villard, Le leggende oricntali sui magi evangelici [Studi e testi, 163], Città del Vaticano 1952). Il carattere visionario di V., che lo mette accanto ai profeti del più antico gnosticismo, si rivela anche nel frammento di un salmo (Ippolito, Philos., VI, 37, 7), dove V. afferma di aver visto "nello spirito" la connessione fra i singoli elementi del mondo. Da una tradizione giudaica (o giudeo-cristiana) viene l'idea di V. che il cuore (e non l'anima) sia il centro della persona umana. L'albergo del nostro cuore è abitato da demoni (Epistola di V. presso Clemente Aless., Strom., II, 20, 114 sgg.), finché non verrà epurata dal "Padre", o dai Logoi, come dirà la tradizione posteriore (Ippolito, Philos., VI, 34). Analogie per questa formulazione si trovano nel Pastore di Erma. Se Adamo, secondo V., dopo la sua creazione, divenne oggetto di spavento per gli angeli (Epistola presso Clemente Aless., Strom., II, 8, 36, 2 sgg.), o se V. distingue fra Adamo e un anthropos (uomo) antecedente (ibid.) si fonda ugualmente su tradizioni giudaiche. Ma oltre alle tradizioni giudaiche, o giudeo-cristiane, si può constatare in V. una discussione polemica con gli encratiti. Così diventa fino a un certo punto l'alleato di Clemente d'Alessandria nella sua lotta contro gli encratiti. V. voleva approfondire la spiritualità degli encratiti, evitando il loro dualismo, ma la frase "dissolvere il mondo" in una omelia di V. (Clemente Aless., Strom., IV, 89, 3) è quasi certamente l'ero di una formulazione encratica nel Vangelo degli Egiziani (ibid., III, 9, 63). Si può dunque dire che la gnosi sethiana e le dottrine degli encratiti sono i precedenti della gnosi di V.
Fuori delle poche citazioni dalle omelie, salmi ed epistole di V. (il suo Vangelo della Veritá [Ireneo, Haer., III, 11, 3; cf. Ps.-Tertulliano, Adv. omn. haer., 12], recentemente scoperto, non ancora pubblicato), la fonte principale per la dottrina di V. è il I l. dell'Adversus haereses di Ireneo, appoggiato in parte da Ippolito, che si è servito di un'altra fonte. Sorprende il fatto che Ireneo, diversamente da Clemente d'Alessandria, non abbia avuto in mano scritti originali di V. stesso, ma si è servito di commenti (Hyponnacmata) dei valentiniani, nei quali per la smania di formare un "sistema" si è perduto il fascino dell'intuizione primitiva. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli di questo sistema, ma è interessante che il "Padre ignoto" ha accanto a sé il Silenzio. Si deve probabilmente pensare alla speculazione giudaica che vide nella creazione un passaggio dal silenzio divino (IV Esd. 7, 30; Apoc. di Baruch, 3, 7). Un altro punto interessante è la maniera come è raccontata la defezione della Sofia (Sapienza) dal Pleroma divino. La sua "Enthymesis" ha originato l'allontanamento della Sofia dal Pleroma. Ma la parola "Enthymesis" è una delle traduzioni greche per la parola jezer, cioè l'inclinazione cattiva nell'uomo. Presupposto è dunque in ultimo un'antropologia giudaica, proiettata nel mondo di Dio (Pleroma) stesso. La defezione della Sofia è stata descritta come un'«estensione" (ekteinein), seguita da una "restrizione" (systellein) in seguito all'incontro con una barriera, chiamata frontiera (Horos) o Croce. L'idea dell'estensione e restrizione della Sofia è probabilmente un'interpretazione personale di V. di una speculazione anteriore sethiana (più tardi anche nella cabbala) che parlava dell'estensione e della restrizione della gloria divina e che ha il suo riflesso anche negli Atti apocrifi degli Apostoli. La dot-

(fot. Lopez Egra)
Valenza, arcipocesi di - Torre di S. Catalina costruita da Jan de Vifiez (1688-75) e Torre del Miguelete (fine 27 r - inizio xv sec.) eretta come campanile della Cattedrale - Valenza.
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trina degli Angeli e la loro connessione con Cristo è basata presso V. sull'idea che l'uomo prima della sua caduta era di natura angelica, una speculazione che V. ha in comune con gli encratiti. Cosl si possono constatare spesso rapporti o trasformazioni di speculazioni dei scthiani ed encratiti presso V., ma non è ancora possibile fissare l'opera originale di V. stesso.
La scuola di V. si divise in un ramo italico e in un ramo orientale (Ippolito, Philos., VI, 35). Rappresentanti del ramo italico furono Eracleone (v.), Tolemeo (v.) e Florino, del ramo orientale Teodoto (v.) e Marco (v.)
Bibl.: I frammenti di V. presso Stieren: S. frenazi opera. Lipsia 1823, pp. 909-16. Sul sistema di V.: F. M. Sagnard, La gnose Valentiniana et le témoignage de st Irénée (Bibliothe de philos. médiéle. XXXVII), Parigi 1940, con racco bibl. Erik Peterson
VALENTINO, PAPA. - Nell'ag. 827, i vescovi, la nobiltà e il popolo vollero eletto a pontefice l'arcidiacono V., n. nella regione di Via Lata, m. nel sett. 827.
Intronizzato nella Basilica del Laterano, fu consacrato 2 S. Pietro. Il Liber Pontificalis ne celebra le virtù che gli guadagnarono l'affetto dei