volume-12

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S.ma Trinità sul Monte Autore, Anagni 1943.

Filippo Caraffa
VALLEYFIELD, diOCESI di. - Città nella Provincia di Québec (Canadà).

La diocesi di V. copre una superficie di 2221 miglia quadrate con una popolazione totale di 87.000 ab . dei quali 77.033 sono cattolici. Vi sono 139 sacerdoti diocesani e 77 religiosi (Chierici di S. Viatore, Domenicani, Francescani, Gesuiti); i seminaristi frequentano il Seminario maggiore di Montréal e quello universitario di Ottawa; vi sono 3 collegi, I scuola di agricoltura, 52 chiese, 4 orfanotrofi, 3 ospizi, I ospedale, 47 parrocchie e 2 case di ritiro. Il Collegio classico di Rigaud (Collegio Bourget diretto dai Chierici di S. Viatore) è situato nella diocesi.

La città di V. (Campivallensis) è situata sulla riva del lago S. Francesco (Saint-François) a sud del fiume S. Lo-

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renzo. La città fu fondata nel 1855 sotto il nome di S. Cecilia e divenne poi Salaberry o V. nel 1874. E un centro industriale.

La diocesi di V. fu smembrata da Montréal il 5 apr. 1892 da Leone XIII con la bolla Universalis ecclesiae procuratio e fa ancor oggi parte della provincia ecclesiastica di Montréal. Il primo vescovo fu mons. Giuseppe Medardo Eymard, poi arcivescovo di Ottawa, il quale fondò un Collegio classico molto prospero, affiliato all'Università di Montréal.

Bias., Acta Leonis XIII, XII, Roma 1893,pp. 69-79; J. Dorais, s. v. in Cuth. Enc., XV, p. 261; Le Canada eccles., Montréal 1951, pp. 284-94. Gastone Carrière

VALLO DI LUGANIA, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Salerno. Ha una superficie di 3000 kmq . con una popolazione di 152.000 ab . tutti cattolici, distribuiti in 107 parrocchie, servite da 90 sacerdoti diocesani e 25 regolari; ha un seminario minore, 8 comunità religiose maschili e 38 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 418).

Nel territorio della Lucania fu in origine l'antica diocesi di Pesto di cui fu protettore il martire Vito che nel Martirologio geronimiano è ricordato al 15 giugno in Lucania (p. 321; BHL, 8711). Nel 392 s. Gregorio Magno ordinò a Felice vescovo di Agropoli di visitare le diocesi di Velia, Buxentum (Capo della Foresta) e Blanda Iulia, rimaste senza vescovi. Della prima e della terza non si conoscono i nomi dei presuli anteriori, di Buxentum è noto un Rusticus al principio del sec. vi; di Blanda Iulia è poi noto il vescovo Romano che fu presente al Sinodo romano del 5 luglio 595. L. Duchesne e F. Lanzoni ritennero che Felice fosse il vescovo di Pesto ritiratosi ad Acropoli a causa dell'invasione longobarda; un vescovo di Pesto è presente a Roma nel Concilio del 649. Pesto venne poi distrutta nel 930 dai Saraceni; allora la diocesi si trasferì a Capaccio, ma fino al sec. xir i vescovi ne mantennero il titolo; nel 1159 col vescovo Leonardo si comincia a trovare il titolo di Capaccio (Caputopuen.); in seguito furono unite a Capaccio le sedi di Blanda Iulia e di Acropoli. Nel 1568 la sede vescovile però si trasferì a Diano; nel 1851 il papa Pio IX con la bolla Cum propter institute dilectionem del 16 luglio creò la diocesi di V. quale suffraganca di Salerno e il 12 ott. successivo la locale chiesa di S. Pantaleone venne elevata a cattedrale. Il 24 nov. 1945 il titolo della diocesi veniva mutato in V. di L. Oltre i già citati si ricordano tra i vescovi: Arnolfo che nel 1179 intervenne al Concilio Lateranense; il monaco Pietro Matta de Haro (1611); il card. Francesco Brancacci (1627); Tommaso Caraffa (1639); Giovanni della Pace (1684). Sul Monte Sacro (m. 1705), dominante tutta la regione del Cilento, si erge il santuario ventrutissimo della Madonna di Novi Velia e del S. Monte di Novi. Nella diocesi furono i due monasteri basiliani di S. Maria di Centola e di S. Niccolò di Controne.

Bias., Upholli, VII, pp. 464-85; Cappelletti, XX, pp. 338-65; Eubel, I, p. 171; II, p. 132; III, p. 167; IV, p. 134; V, p. 142; L. Duchesne, Les évêchés d'Itul. et l'invasion lombarde, Roma 1906, p. 22; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 367-70. Enrico Josi
VALLOMBROSA. - Abbazia di S. Maria Assunta di V., dei monaci Benedettini Vallombrosani (v.). E situata a ca. 1000 m . sul mare in comune di Reggello, prov. di Firenze, nella giogaia di Pratomagno, sul pendio del monte di Secchieta nel subappennino toscano.

Itta, badessa di S. Ilario in Alfiano (S. Ellero), concesse un terreno in località Acquabella a s. Giovanni Gualberto che vi si ritirò con alcuni compagni nel 1030; e solo dopo la bonifica del luogo, compiuta dai monaci che vi impiantarono boschi di abetine, faggi, ecc., muta il nome in V.

Nacque all'inizio come eremo protetto da palizzate, con cellette isolate di legno, poste in giro intorno ad una chiesina pure in legname e frasche; ma si ingrandì subito tanto che il card. Umberto, il 9 luglio 1051, consacrò la tri-
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(1vi. Cesare Capello, Milano)
Vallombrosa - Veduta dell'Abbazia.
buna della chiesa, rinnovata tra il 1224 e il 1230 da un magister Petrus al tempo dell'abate Benigno, per la maggior parte con mezzi offerti dal vescovo Raimondo, al tempo dei papi Onorio III e Gregorio IX, come si legge nella iscrizione posta sulla facciata della chiesa, copia del sec. xvit dall'originale. Contemporaneo deve essere il campanile, mentre il monastero e il chiostro maggiore con i suoi annessi sono del 1465 .

L'abbazia ebbe rapido progresso, si arricchì di donazioni e si sviluppò con altri monasteri come si apprende dal privilegio di Urbano II del 6 apr. 1090 all'Universae Congregationi Vallis Umbrosanae, in cui sono ricordati oltre al coeudinus S. Maria i monasteri v elusdem religionis v. cioè quelli di S. Fedele de Strumis in diocesi di Arezzo, quelli in diocesi di Fiesole, Lucca, Firenze, Pistoia, Faenza, Bologna. Nel privilegio di Pasquale II del 9 febbr. 1115 si ricordano monasteri a Parma, Piacenza, Brescia, in quelli di Anastasio IV del 22 nov. 1153 e di Adriano IV del 5 dic. 1156 quelli di Siena, Volterra, Chiusi, Sardegna, Cremona, Reggio, Novara, Vercelli, Verona, Bergamo, Milano. Asti. Altri monasteri sono menzionati nel privilegio di Alessandro III del 14 febbr. 1169; e ancora il 12 maggio 1186 dal papa Urbano III sotto l'abate Terzo. Ebbe anche S. Mustiola di Turri, sotto l'abate Lotterio al tempo di Celestino III in data 14 apr. 1195 (Jaffé-Wattenbach, 17218).

Nel sec. xv cominciò il suo declino. Nel 1530 venne incendiata dalle truppe di Carlo V, ma seppe riprendersi nella seconda metà dello stesso secolo e nel successivo come dimostrano le ricostruzioni di albo e le aggiunte che vennero eseguite tra il 1578 e il 1590 e nel 1609-10, dopo l'incendio, da F. Mazzeranga e Tonna della Via dei Bardi; la facciata è opera di G. Silvani, iniziata nel 1637; a lui si deve anche la sacrestia dagli arredi sacri al piano superiore. Ulteriori ampliamenti appartengono al sec. xvin. L'abbazia fu soppressa nell'età napoleonica; poi i monaci tornarono fino al 1866, anno in cui fu di nuovo soppressa e occupata dall'Istituto forestale.

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Di recente i monaci hanno riotteruto il possesso di parte del monastero. La parte centrale dell'abbazia è data dal chiostro o corte maggiore, con quattro corridoi con volta a crociere; una porta immette nel transetto della chiesa, la cui facciata è opera dell'ab.te T. Davanasti, del 1644. Al di sopra dell'arco trionfale è la statua della b. Vergine; in una nicchia fra le due porte è la statua di S. Giovanni Gualberto. L'interno è a nave unica con soffitto ad archi ribossati; le pitture decorative sono di G. Fabbrini (1750). Nel presbiterio otto colonne sorreggono la cupola, affrescata dallo stesso pittore nel 1780. Gli stulli dal sec. xv, provenienti dall'abbazia di S. Pancrazio a Firenze, sono op:rra di Francesco da Poggibonsi. Nella parete di fondo sull'altare è l'Assunzione della b. Vergine, op.ra del Volterrano. Nel transetto è la cappella di S. Giovanni Gualberto del 1697; sull'altare è il tab.rnacolo coatenente il reliquiario argenteo con smalti e pietre preziose, opera di F. Soliano del 1500; la cap-p.lla detta dei Dieci Beati, eretta nel 1757, con atrio e coro, sorse nel luogo dove nel 1600 si rinvennero i sepolcri dei primi dieci beati dell'Ordine. Da qui provengono la grande tavola del Perugino ( 1500 ) oggi agli Uffizi a Firenze, rappresentante in alto l'Assunta e sotto s. Bernardo degli Uberti, s. Giovanni Gualberto, s. Michele Arcangelo e s. Antonio, come pure le due tavolette con i ritratti del committente abate Milanesi e del monaco Baldassarre. Il papa Pio XII con lettera apostolica del 18 nov. 1950 conferì il titolo e i privilegi di basilica minore alla chiesa di S. Maria Assunta (AAS, 43 [1951], pp. 426-28).

A nord-est del corridoio della corte maggiore è il quartiere dell'abate. Il grande corridoio del dormitorio dei monaci fu eretto nel 1609-10. La libreria fu costruita da A. Parigi nel 1584, ma i suoi manoscritti e i libri furono asportati nella soppressione. Vi è la grande pittura rappresentante la donazione fatta da Matilde di Canossa a s. Bernardo degli Uberti, eseguita da A. Mascagni nel 1609. La fonte di S. Giovanni Gualberto è una costruzione barocca del 1629 , come la cappellina adiacente. La foresta è opera dei monaci e da loro curata fino al 1866 in cui passò al demanio statale e all'amministrazione forestale che occupa parte dell'attuale monastero; venne ricordata dall'Ariosto e dal Lamartine. L'antica foresteria all'interno del monastero è stata trasformata ora in albergo. L'eroimo d Ile celle, o Paradisino, a monte sulla sinistra del monastero, è il luogo occupato nel sec. xi da alcuni monaci i quali vi si rifugiarono per vivere vita eremitica in picolle celle scavate nel monte. Attualmente resta un oratorio eretto nel sec. xvit a memoria del b. Migliore da Valgiano del sec. xit. Sulla facciata un'iscrizione ricorda il soggiorno del Milton che menziona V. nel suo Paradiso perduto. Dall'oratorio provengono i due pannelli con s. Michèle arcangelo e s. Giovanni Gualberto, s. Giovanni Battista e s. Bernardo degli Uberti, di Andrea del Sarto, oggi nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze.

L'Archivio abbaziale, oltre che a V., a causa della residenza degli abati in vari altri monasteri rimase in parte a quelli di S. Mich sle di Passignano, di Ripoli, di S. Trinità a Firenze, di S. Michele di Porcoli a Pistoia, di S. Mercuriale di Forlì, di S. Lorenzo di Cutuboni, in parte poi anche nel sec. xix a Roma presso S. Prassede, officiata dagli stessi monaci vallombrosani, dove però andò distrutto il Registrum. Una parte è ora nell'Archivio di Stato a Firenze (cf. Arch. stor. ital., $5^{\text {a }}$ serie, 32 [1903]), parte nella Biblioteca nazionale e parte in quella Laurenziana.

BibL.: P. Fr. Kehr, Italia Pontif., III, Berlino 1908, pp. 83116; Cappelletti, XVII, p. 33 sgg.; B. Albers, Consustudine, in Rev. bémol., 28 (1911), pp. 432-36; id., Neue Konstitutionen, Firenze 1921; P. Lugano, L'Italia benedett., Roma 1929, pp. 305-75; Comincau, II, coll. 3286-87; C. A. Kovacevich, L'abbazia di V., Roma 1951.

Enrico Jusi
VALMARANA, DEIANIRA (Dianira). - Fondatrice della Congregazione delle Dimesse o Modeste, fanciulle o vedove dello Stato veneto, n. a Vicenza nel 1549, m. ivi il 3 febbr. 1603.

Morti il marito e il figlio, vesti nel 1572 l'abito del Terz'ordine francescano e si ritirò a vita religiosa in una
sua casa con altre quattro dame sotto la direzione del minore osservante Antonio Pagani. Ne segui l'esempio la cugina vedova Angela V., che si ritirò in una casa unita a quella di Deianira con altre pie donne. Per le due case il p. Pagani scrisse regole comuni, approvato nel 1584 dal vescovo di Vicenza e dal visitatore apostolico card. Ag. Valerio, vescovo di Verona. L'Istituto venne detto delle Dimesse o Modeste. Le congregate vivevano in comune, insegnavano il catechismo alle donne e assistevano le ammalate negli ospedali. Potevano lasciare la Congregazione per maritarsi.

BibL.: A. Pagani, Gli ordini della droata Compagnia delle Dimesse, Venezia 1387; E. A. Cicogna, Saggio di bibliogr. vocaciona, Venezia 1847, pp. 44, 926-27; Momms, IV, p. 284; XX, p. 67; XCI, p. 571.

Felice da Maneto
VALOIS, FAMIGLIA. - Ne è capostipite CARLO, figlio minore del re Filippo III di Francia, il quale ottenne dal padre il Ducato di V.

Morti senza eredi maschi i tre figli di Filippo IV, sali nel 1328 sul trono francese il figlio di Carlo, che era fratello di Filippo IV, col nome di Filippo VI. Gli successe il figlio Giovanni II, che lasciò a sua volta quattro figli: l'erede al trono Carlo V, Luigi duca d'Angiò. Giovanni duca di Berry e Filippo l'ardito duca di Borgogna. I discendenti di Carlo V regnarono in Francia fino al 1498 con Carlo VI, Carlo VII, Luigi XI e Carlo VIII. Morto quest'ultimo senza eredi gli successe Luigi XII, discendente del duca Luigi I d'Orléans, fratello minore di re Carlo VI, Luigi XII sposò in seconde nozze Anna di Bretagna, vedova di Carlo VIII, dalla quale ebbe solo due femmine, Claudia e Renata. Morto Luigi XII nel 1515, la corona passò al duca Francesco d'Angoulême, pronipote del duca Luigi I d'Orleans. Francesco I, m. nel 1547, ebbe per successori il figlio Enrico II (dal 1547 al 1559), a poso di Caterina de' Medici, quindi i nipoti Francesco II (1559-62), Carlo IX (1560-74) ed Enrico III (1574-89). Dopo di lui la corona di Francia passò, con Enrico IV, al Borboni.

BibL.: G. Doda, Les V. Hist. d'une maison royale (1328-1389), Parigi 1934.

Silvio Furlani
VALORE ECONOMICO. - Il v. e., nel suo più generale significato, è l'importanza delle cose, in quanto rispondono ai bisogni degli uomini. Si tratta quindi di una valutazione soggettiva, non oggettiva; non assoluta, ma di confronto, non permanente, ma istantanea, cioè sempre relativa al momento ed alle circostanze della valutazione.

Tutta la scienza economica, e in particolare l'economia applicata, fa perno sul concetto di v. e sulla necessità di misurarlo. L'astrattezza con la quale l'economia classica trattò la 'questione, e il tentativo di risolverla con il fantasioso calcolo delle ore di lavoroтиestallizzato nei soggetti del v. (da Ricardo [v.] a Carlo Marx [v.]), hanno portato al disinteresse per il problema e alla fondata accusa di sterilità fatta alla scienza economica: la quale mostra di preferire la più pratica teorica dei prezzi.

Gli economisti distinguono ancora un v. d'uso e un v. di scambio: riferendo il primo al fatto naturale che l'uomo, sia per istinto che per riflessione, colloca i beni di cui abbisogna in una scala gerarchica di pregio soggettivo, ossia di utilità; mentre l'altro è il v. medio secondo cui vengono scambiati praticamente i beni sul mercato, e che assegna a ciascun bene un potere d'acquisto nei confronti di ciascun altro bene.

Elementi determinanti del v. e. sono anzitutto l'utilità e quindi la desiderabilità del bene da valutare, che si esprime nella domanda: poi la effettiva disponibilità di quel bene sul mercato (ufferà), infine la sua surruggibilità con altri beni, la possibilità o meno di rinviarne l'acquisto o il consumo, il costo di riproduzione qualora il bene andasse perduto.

I. MIGURA DEL V. E. - La comune misura dei beni scambiabili al fine di realizzare la giustizia commutativa, è la moneta (v.) : essa può essere coniata, come sono le varie monete nazionali metalliche o cartacee, oppure di conto, cioè non coniata, ma virtuale, da usare unicamente nei conteggi. Una giusta valutazione (ossia il giusto prezzo)

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non potrebbe uscire che da un confronto rapido, il più possibile completo, facile e preciso tra tutti i beni scambiabili. A questo ideale tendono concentricamente i progressi dell'economia applicata, orientati verso la unificazione e la perfezione tecnica e strumentale del mercato e dei suoi mezzi ausiliari, la formulazione di contrattitipo, l'uso di indici del v. (v. appresso) e la ricerca di una moneta a costante potere d'acquisto nello spazio, nel tempo e nelle professioni. Si ritiene ancora oggi che la moneta d'oro sia un efficace strumento per la misura del v. Ciò è vero soltanto con assai larga approssimazione, comprovata dalle continue e costosissime manovre a cui gli Stati produttori d'oro o possessori di grandi riserve aurec sono costretti, per mantenerne inalterato il potere d'acquisto; dalle oscillazioni di tale potere e da quelle assai più sensibili delle monete cartacee, prendono origine vasti sfruttamenti involontari, ben più gravi di quelli premeditati, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra città e campagne, tra settentrioni e meridioni di ogni paese, tra classi e tra professioni. La lotta di classe ha qui le sue radici.

Poiché il v. di un bene, e quindi anche dell'oro, è funzione del v. di tutti gli altri beni scambiabili con il primo, soltanto da un equilibrio stabile di tutti i prezzi mondiali può scaturire la costanza di potere d'acquisto di una moneta che sia ancorata a tutte le monete mondiali. Questa intuizione è valsa a non scoraggiare i tentativi, sempre più frequenti e importanti, velti alla creazione di una moneta di costante potenza d'acquisto, da ottenere mutandone l'ancoraggio dall'oro al lavoro, oppure al volume degli scambi, o all'una o all'altra derrata di grande consumo (grano), a servizi tipici (trasporti), o anche a v. del tutto convenzionali nella speranza di riprodurre la moneta di conto dei banchieri veneziani e genovesi del sec. xiri.

In questi ultimi anni furono proposti il bancar di lord Keynes, la notias del Fiano White-Morgenthau, la moneta franca dell'anarchico tedesco-argentino Gesell (recentemente sottoposto a plebiscito in Svizzera), l'hallis dell'hallesiano (v.). Si ha infine l'epunis dell'E.P.U. ("European Payments Union") che però non è altro che il dollaro USA, al pari dell'unus creato dall'UNESCO per i suoi particolari scopi d'istituto. Interessante per il suo carattere scientifico è l'hallis, anch'esso moneta di conto, garantita non da una riserva aurea, bensì da una riservareddito mondiale estremamente suddivisa, in modo che l'illimitate frazionamento del rischio realizzi una vera e propria assicurazione dei capitali. Essa corrisponde al prezzo dell'unità percentuale di un reddito raffinato, cioè esente da rischio e illimitatamente disponibile : perciò di v. praticamente costante. Ancorato, infatti, a tutte le monete nazionali e a tutte le produzioni mondiali il suo potere d'acquisto galleggerebbe fermo sui poteri d'acquisto di tutte le altre monete «al pari di una zattera che fosse grande come il mare».
II. INDICI DEL V. E. - Importante per gli scambi è il procedimento diretto a trasformare il prezzo di una data qualità di merce in una data località, nel prezzo di una altra qualità della stessa merce in un'altra località mondiale, contrattata alle stesse o a diverse condizioni. La trasformazione si opera correggendo il prezzo originario per mezzo di coefficienti o termini addizionali che tengano conto delle variazioni merceologiche di qualità, delle spese differenziali di trasporto, noli, assicurazione, dogane, nonché delle condizioni di pagamento e relative garanzie ecc.: modificando cioè il prezzo-base secondo indici di qualità, di distanza economica, giuridica e di solvibilità. Il procedimento, tuttora imperfetto ma perfettibile, promette di essere di grande aiuto per la facilitazione degli scambi, per il confronto dei prezzi e il loro equilibrio mondiale.
III. Il v. in sociologia. - Il problema centrale anche per la sociologia è la misurazione del v. particolarmente in ordine al lavoro. A parte le questioni di indole morale o di carità (relazioni umane dell'impresa, previdenze, prevenzioni infortuni, assicurazioni, parte normativa nei contratti collettivi ecc.) che si vanno pian piano risolvendo mediante un più diffuso e ragionato senso di moralità, ogni altra questione di giustizia sociale
cadrebbe quando un perfetto ordinamento del mercato determinasse automaticamente e inappellabilmente, oltre che in modo persuasivo per tutti, il giusto prezzo dei prodotti e del lavoro sottraendoli all'arbitrio, al compromesso e all'influenza delle politiche. Sarebbe in tal modo garantito a ciascuno il massimo prezzo reale del suo utile lavoro, costituente l'oggetto del suo diritto sociale.
IV. Plus-vaLore. - Dal fatto che il v. di mercato è generalmente superiore al costo di produzione, e seguendo il concetto ricardiano (v. RICARDO) che il v. di un prodotto o servigio dipende dalle ore di lavoro in esso cristallizzate, C. Marx dedusse che l'imprenditore si appropriava di una parte del v. dovuto al lavoro: il profitto (v.) industriale ne sarebbe il risultato.

Conseguenza e prova dello sfruttamento sarebbe il fatto che i lavoratori non riescono con i loro salari ad acquistare sul mercato tutti i beni che essi medesimi hanno prodotti; parte dei quali rimangono quindi investuti. Il che è smarrito dai fatti, in quanto le crisi sono generalmente di sotto-consumo e traggono origine da molte cause : il lavoro intermediario e inutile, sperperi e distruzioni in guerra e in pace, costo elevato della compravendita e dei capitali, imperfetta organizzazione produttiva e di mercato, imperfetta circolazione del denaro, svalutazione monetaria ecc. Il profitto industriale, del resto continuamente limato dalla concorrenza, non è che una delle cause, non la prima né la maggiore, destinata a scomparire insieme con le altre.

Biau, A. Montanari, Contributo alla storia della teoria del v. negli scrittori ital., Milano 1889; T. M. Carver, The concept of an economic quantity, in Quart. Journ., maggio 1907; W. M. Urban, Validation, its nature and its laws, Londra 1909; B. P. Siragen, The true nature of value, Chicago s. a.; C. Blondel, Psychologie collective, Parigi 1930; L. Amoroso, Valore, in Dic. di politica, IV, pp. 388-90. Mario Baronci

VALORI, FILOSOFIA dei. - Indica un orientamento della filosofia contemporanea il quale nei suoi molteplici indirizzi afferma innanzi tutto: al l'opposizione dell'essere (inteso come mondo della natura e dell'esperienza, scientifica o comune) e del dover essere (inteso come norma-oggettiva nel doppio senso di pensiero e di azione, o come esigenza soggettiva dell'affettività e della libertà); poi, è) l'accentuazione del momento "emozione" (indirizzato ad un ideale di conoscenza pura) e dell'apprezzamento o stima (in opposizione ad una semplice rappresentazione di «ciò che è»); e infine c) un interesse primordiale verso i problemi che interessano il senso dell'esistenza umana e, di conseguenza, la sostituzione della "comprensione" con il senso o fini della vita alla spiegazione causale (meccanicista). Secondo questo triplice orientamento : metafisico, psicologico, etico e etico-religioso, si suddividono le «assiologie» e dottrine dei v. che godono oggi il maggiore credito.

Nel corrente linguaggio filosofico il termine v. indica, soggettivamente, il fatto che le cose sono più o meno stimate o desiderate e, oggettivamente, dà rilievo all'eccellenza intrinseca che dà un fondamento a tale stima, oppure un carattere di utilità. Il significato matematico o logico, estetico ed economico del v. (cf. A. Lalande, Fecobulaire teckn. et crit. de la philos., Parigi 1926, s. v.) è abitualmente al di fuori dell'indagine filosofica. Nella filosofia contemporanea il termine v. può indicare tanto una regola di validità universale quanto una qualità «sui generis» chiamata talvolta «qualità terziaria», come l'equivalente dei termini «finis» e "bonum" (ci si ricollega ai termini : qualità, virtù, bene, fine, perfezione, norma).

Ricercando lo sviluppo storico, si può riconoscere che tutte le grandi filosofie sono in un certo senso f. dei v. (Lavelle), così per le idee di ordine, gerarchia, finatlismo che esse utilizzano come (e soprattutto) per le dottrine etiche che comportano. Benché sia facile scoprire l'influenza platonica nelle assiologie di Scheler e di N. Hartmann, e quella aristotelica nella teoria di Brentano, tuttavia è con la rivoluzione kantiana che s'inizia la speculazione sul v. Ciascuna delle "tre critiche» ha fornito

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un elemento originale d'ispirazione : secondo Rickert (cf. Lagos, 9, [1920], pp. 1-42) la "Critica della ragion pure" ha messo in rilievo un soggetto che non è quello degli empiristi e neppure è la sostanza spirituale dei metafisici, ma un "irreale", un punto di collegamento che è insieme Wert e Geltung. Il mondo oggettivo è costituito da queste "geltende Wertformen". Le tesi della "Critica della ragion pratica" si ritrovano nella distinzione usata soprattutto nella teologia protestante che si ispira a Ritschl (v.) fra "Seinsurteile" e "Werturteile". E la distinzione fra "reflektierende Urteilskraft" e "bestimmende Urteilskkraft ", usata nella "Critica alla facoltà di giudicare", ricorda l'opposizione moderna tra l'esplicazione e la comprensione.

Antesignano prossimo della f. dei v. è H. Lotze con la terminologia di "percepire valutativo", "sentimento", mondo dei v., "recettività dei v." ("Wertempfindend, Gefühl, Welt der Werte, Empfänglichkeit für Werte ") nell'antitesi ch'egli stabilisce tra la morale antica basata, secondo lui, sul concetto empirico di natura umana e la morale autentica fondata su delle "ethischen Ideen" (valide per qualsiasi essere spirituale; cf. Grundzüge, cit. in bibl., cap. 1, pp. 1-9), o "Wertbestimmungen der Vernunft", esse stesse espressione di un "Gefühl" identico in ogni tempo e luogo, nonostante le diverse "forme" che ne offrono le società e le culture (Mikrokosmos, cit. in bibl., cap. 5, p. 276 sgg.). Ma è soprattutto Nietzsche (v.) che attribuisce importanza alla nozione di v. (che vuole sostituire a quella di verità), fatto sinonimo tanto di utilità biologica, quanto di misteriosa energia creatrice (il cui simbolo è Zarathustra) che sostiene il suo progetto di una inversione di tutti i valori ("Umwertung der Werte" : sottotitolo del "Wille zur Macht "). E un tentativo di creare una cultura con a base i valori vitali, la cui sorgente è una "volontà di potenza" di fondamento biologico.

Lo sviluppo della f. dzi v. deve molto in alcune delle sue opere più rappresentative (M. Scheler, N. Hartmann) alla fenomenologia di Husserl. Si aggiunga infine a questi principi filosofici la "crisi dei fondamenti" (Krisis der Gründe) attraverso la quale sta passando la civiltà occidentale. Secondo la concezione realista di Scheler (sviluppata da N. Hartmann) il v. è una qualità immediata delle cose che si manifesta per se stessa come le qualità sensibili, assolutamente indipendente non solo dalla volontà ma anche dalla stessa percezione emotiva, estranea tanto al dovere (Sollen) che vi si appoggia come alla realtà (natura, storia, libertà) che può rappresentarla, più che tradirla o misconoscerla. Il v. è dotato, precisa N. Hartmann, di un essere ideale, simile alle essenze matematiche, ma con la differenza che mentre queste si impongono necessariamente nel reale, questo non è affatto il caso dei v. (dei v. etici in particolare). La concezione neo-kantiana identifica v. e norma, la norma stessa è definita mediante la relazione ad una validità universale ("Beziehung aus dem Zweck der Allgemeingülttigkeit". Cf. W. Windelband, Präludien, cit. in bibl.. II, p. 74 sgg.).

Le leggi fisiche (Naturgesetze) enunciano solo relazioni costanti fra i fatti (causalità) ; le norme dànno la definizione dei fini supremi, che impongono a tutti nell'ordine del pensiero e dell'azione; implicano da questo punto la relazione necessaria ad un soggetto (impersonale). Così valore e dovere (Wert e Sollen) s'identificano (cf. le esrazioni di Rickert in Gegenstand der Erkenntnis, Tubinga 1921, p. 281 sgg.). Nella tesi psicologista, che riprende la concezione spinoziana e hobbesiana, il v. è una relazione al "Begehren" ("Ehrenfels" distinto dal "Fühlen "). Più esattamente il v. di un oggetto consiste nella sua "Begehrbarkeit" (per Brentano, cf. Vom Ursprung, cit. in bibl., p. 17). Nel soggettivismo fichtiano di R. Polin il v. è ridotto ad un immaginario che nei diversi momenti del ciclo assiologico si determina in fine, in norma e finalmente in azione per estinguersi in oggetto realizzato cioè una cosa (Création des valeurs, cit. in bibl., p. 45 sgg.). Infine nella tesi sociologica il v. è una rappresentazione collettiva, un condensato di giudizi di apprezzamento imposti all'individuo come norma d'agire e di pensare (cf. E. Durk-
heim, Jugements de valeur et jugements de réalité, in Rev. mét. et mor., 19 [1911], p. 437 sgg.).

Quanto al fondamento dei v. bisogna pertanto distinguere la ragione o il criterio giustificativo dei v. e la loro origine o apparizione nella storia. Per il realismo assiologico di Scheler, come pure per il neo-kantismo e lo stesso Brentano, i v. non hanno bisogno di alcuna giustificazione estrinseca: essi si impongono a tutti di diritto, per una loro evidenza "sui generis"; sono giustificati per se stessi e giustificano tutto il resto e gli dànno un senso (Sinn). Invece per la loro origine o il loro apparire nella storia (o nella natura), essi son condizionati da un insieme di fattori biologici, culturali, etnici, religiosi, ecc. In questo senso un relativismo assiologico è compatibile con la tesi oggettivista. Per le tesi psicologiche o sociologiste, i problemi dell'origine e del fondamento del v. tendono a confondersi. Quindi si ha che ad un tale grado di evoluzione della società le sue rappresentazioni collettive, come le tendenze psicologiche dominanti (che spensano o relativamente immutabili o in continuo divenire), sono insieme sorgente e criterio dei v. Nel soggettivismo individualista la valutazione costituisce il v. ed è insieme il punto di origine e la giustificazione che questa valutazione mette in rilievo per una volontà di potenza irrazionale (Nietzsche) o per una libertà irriducibile alla biologia (Polin). Da un punto di vista tosta, è l'Assoluto insieme il punto d'origine da cui provengono i valori e la loro ultima giustificazione (Lavelle, Le Senne).

Considerati nella loro relazioni i v. sono suscettibili di una doppia considerazione, secondo che si consideri il rapporto che li unisce fra loro (relazioni interne) o quello che li riferisce ai loro differenti fattori di realizzazione (relazioni esterne). Nel primo caso si parla di rapporti d'inclusione, di esclusione, d'indifferenza (da qui una logica dei valori che non si limita ad una semplice logica sui "giudizi di v."). Ma ciò presuppone una divisione generica dei v., che varia di concezione in concezione. Si ricorda, fra le più conosciute, la divisione di v. positivi e di v. negativi (non da tutti accettate, cf. R. Polin, Du Laid ecc., cit. in bibl., passim) analoga alla divisione aristotelica dei contrari intesi come gli estremi di uno stesso genere, e che qualcuno ha paragonato alla divisione delle quantità positive e delle quantitá negative dei matematici, il cui concetto è stato introdotto nella filosofia da Kant; la divisione scheleriana: "Höhere, niedrigere Werte" che con la divisione in v. negativi e in v. positivi, costituisce l'ordine gerarchico dei v.; "Personwerte", "Sachwerte", "Aktwerte", "Funktionswerte", ecc. [divisione secondo i soggetti immediati dei v.]. Il secondo punto di vista considera l'inserzione del v. nella natura, nella storia e nelle diverse società umane (onde una sociologia statica e dinamica dei v.), nella libertà individuale (quindi una fenomenologia delle varie attitudini assiologiche ampiamente descritte da R. Polin, Compréhension des valeurs, Parigi 1944; cf. anche K. Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, trad. it., Roma 1950).

Passando alla classificazione dei v., importante è quella secondo il loro contenuto fatta da Scheler che stabilisce la seguente gerarchia: a) valori materiali (economici); b) valori vitali (in cui i due estremi sono il nobile e il vile: "Ungemein-Gemein "); c) valori spirituali (suddivisi anche in valori teorici, estetici ed etici); d) valori religiosi o valori del sacro. C'è anche la divisione tripartita: valoreverità; valore-utilità, valore-bellezza (G. Tarde citato da T. Ribot, Logique des sentiments, Parigi 1905, p. 42 sgg.), e quella di Kreibig (o v. personali (igiene), valori interpersonali (morale) e valori impersonali (etici). Rickert, indipendentemente da ogni forma di gerarchia, ha fatto una deduzione (che è nello stesso tempo una classificazione) a partire dall's aspirare" (Streben) umano, considerato in tre differenti momenti; A) contempilazione o valori impersonali; a) teorici (scienza); b) estetici (arte); c) mistici (parteisme). B) azione o valori personali : a) etici o etico-sociali (morale); $b$ ) erotici (matrimonio, amicizia, famiglia); c) religiosi (regno di Dio sulla terra mediante l'ermonia umana, in concreto; il cristianesimo: cf. Logos, 3 [1913], p. 295 sgg.). Infine L. Lavelle (Traité, cit. in bibl., I, pp. xiv-xv) propone una suddivisione in tre differenti gruppi

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i cui due termini esprimono l'aspetto soggettivo e oggettivo che ciascun tipo di valore può assumere : a) v. economici-v. affettivi; b) v. intellettuali-v. estetici ; c) v. moraliv. religiosi.

Manca ancora uno studio analitico di ciascun v.

Bibl.: una rassegna generale in L. Lavelle, Traité des valeurs, I, Parigi 1921, pp. 128-84. In particolare: R. Eucken, Gesch. u. Kritik der Grundhegr. der Gezente, Lipsia 1878; H. Lotze, Grundz. der praktischen Philos., ivi 1882; id., Mibrohasmus, 3 voll., ivi 1896-1909; Ch. v. Ehsenlefs, System der Werttheorie, I, ivi 1897; H. Münsterderg, Philos. der Werte, ivi 1908; A. Meinong, Für die Psychol. und gegen den Psychologismus in der ulligen Werttheorie, in Logos. 3 (1912), pp. 1-14; H. Rickert, Vom System der Werte, ibid., 3 (1913), pp. 292-327; id., Psychol. der Weltanschaumigen und Philos. der Werte, ibid., 9 (1920), pp. 1-42; id., Philos. des Lebens, 2* ed., Tubinga 1933; M. Scheler, Uber Besuettiment und moral Werturteil, Halle 1912; id., Vom Umsturz der Werte, ivi 1919; id., Der Formalismus in der Ethik und die materiale Wertethik, $3^{\circ}$ ed., ivi 1926; id., Wesen und Formen der Sympathie, Francoforte sul M. 1949; G. Meldin, Die Struktur des griech. Wertbewusstseins, ibid., 8 (1919), pp. 59-61; W. Windelband, Fralischen, 2 voll., $3^{4}$ ed., Tubinga 1921; T. Brentano, Vom Ursprung der sttll. Erkenntnis, ed. Kraus, Lipsia 1922; K. Groos, Zur Psychologie u. Metaphysik des Wert-Erlebens, Berlino 1932; W. Stern, Die menschl. Persönlichkeit, $3^{4}$ ed., Lipsia 1923; E. Goblot, La logique des jugements de v., Parigi 1927; Ed. Spranger, Lebensformen, $7^{2}$ ed., Halle 1930; R. Le Senne, Obstacle et v., Parigi 1934; id., Traité de morale gèu., ivi 1949; id., Introd. à la philos., $3^{2}$ ed., ivi 1949, cap. 7; id., Le Devoir, $2^{2}$ ed., ivi 1920; A. Stern, La philos. des valeurs, 2 voll., Parisi 1936; W. Köhler, The place of Value in a World of Facts, Nuova York 1938; J. B. Lotz, Sein und Wert, Paderborn 1938; E. Dupréel, Esquisse d'une philos. des v., Parigi 1939; Fr. Klenk, Wert, Sein, Gots, Roma 1942; R. Polin, La création des v., Parigi 1944; id., La compréhension des v., ivi 1944; id., Les v., Cougrés de philos. de Louvain, I,avanto 1947; id., Du Laid, du Mal, du Faux, Parigi 1948; R. Ruyer, Le monde des valeurs, ivi 1948; M. Reding, Metaphysik der sttll. Werte, Düsseldorf 1949; N. Hartmann, Ethik, $3^{2}$ ed., Berlino 1949; id., Das Problem des geistigen Seins, $2^{2}$ ed., ivi 1949.

Stanislas Breton
VALPARAISO, diocesi di. - Città e diocesi nella Repubblica del Cile.

Ha una superficie di 4600 kmq . con 490.000 ab. dei quali 480.000 cattolici, distribuiti in 37 parrocchie servite da 72 sacerdoti diocesani e 168 regolari; ha un seminario, 37 comunità religiose maschili e 63 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 442). E suffraganea di Santiago del Cile.

La diocesi fu eretta da Pio XI, con la cost. apost. Apostolici muneris del 18 ott. 1925. E composta delle province civili di V. e delle Isole Fernandez (Mas a Tierra e Mas a Fuera). Cattedrale è la chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo.

Bibl.: AAS, 18 (1926), p. 202.
Gastone Carrière
VALPERGA di GALUSO, Tommaso. - Abate, erudito piemontese, n. a Torino il 20 dic. 1737, m. ivi il $1^{\circ}$ apr. 1815 .

Sacerdote, aperto a tutti gli orizzonti, filosofo, filologo, versificatore, matematico, astronomo, vero tipo di enciclopedico formatosi con propria e diretta preparazione nello studio, si rese famoso per le molteplici pubblicazioni, memorie e saggi sulle più svariate materie, da Literaturae Capticae rudimentum e Prime lezioni di grammatica ebraica, si Principes de philosophie pour les initiés aux mathématiques, si tre libri Della poesia, ecc. Raccolse intorno a sé l'elemento più colto e progressivo piemontese in varie accademie, incitando l'Alfieri, formando agli studi orientali A. Peyron e C. Boucheron, influendo con Lodovico di Breme sul nascente movimento romantico. Il Gioberti lo giudicò «l'uomo più dotto d'Italia e forse il savio più universale dei suoi tempi».

Bibl.: l'elenco delle sue opere in C. Saluzzo, Notizie di T. V. di C., Torino 1815; C. Boucheron, De Thoma V. Calusio,
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(da K. von Schumacher, Südamerika, Berllno 1531, tav. 127) Valparaiso, diocesi di - Veduta della città e del porto.
ivi 1833; C. Calcaterra, Il « nostro imminente risorgimento *, ivi 1935, pp. 42-50, 469-80; G. C. Rossi, L'abate C. e il Portogallo, in Considium, nuova serie, 1947, p. 727. Piero Sannazzaro

VALROGER, Hyacinthe de. - Oratoriano, n. il 6 genn. 1814 a Caen, m. a Bayeux il 10 ott. 1876.

Dopo aver studiato medicina fu ordinato prete nel 1837. Direttore del piccolo Seminario di Bayeux, quindi docente di filosofia al Seminario di Sommervieu, collaborò nel 1852 con p. Gratry alla restaurazione della Congregazione dell'Oratorio e fu professore di teologia, maestro dei novizi ed assistente generale. Dotato di una stringente dialettica, lottò con la penna contro gli studiosi che intendevano negare o comunque sminuire il valore delle Sacre Scritture. Contro coloro che sostenevano la derivazione della dottrina cristiana dalle credenze religiose dell'India pubblicò, dal 1839 al 1840, negli Annales de philosophie chrétienne, sei articoli su Les doctrines hindoues examinées, discutées et mises en rapport avec les traditions bibliques. Combatté pure quell'eclettismo filosofico che voleva scalzare con l'ausilio della logica razionalista l'autorità del magistero della Chiesa. In diversi scritti, poi raccolti in volume (Etudes critiques sur le rationalisme contemporain, Parigi 1845) criticò la filosofia di Cousin, di Schelling, di Hegel. Nel 1847, in replica allo Strauss, tradusse ed annotò l'Essai sur la crédibilité de l'histoire évangelique di A. Thouluch, e trattò lo stesso argomento anche in diversi articoli sul Correspondant e sulla Revue des questions historiques; redasse, infine, l'opera La genèse des espèces. Etudes philosophiques et religieuses sur l'histoire naturelle et les naturalistes contemporains (Parigi 1873).

Bibl.: G. de V., Ames chrétiennes, Le gère de V., ses fríres, ses vœeurs, d'après leur correspond., Parigi 1911; A. Moliere, z. v. in DThC, XV, parte $2^{2}$, coll. 2527-30. Silvio Furlani

VALSECCHI, Antonino. - Apologista e oratore domenicano, n. a Verona nel 1708, m. a Padova il 5 marzo 1791. Insegnò prima filosofia, poi si dedicò alla predicazione, affermandosi tra i più distinti oratori del tempo. Per 33 anni professore di teologia all'Università di Padova (1758-91), godette la stima di Carlo Emanuele di Savoia e dei papi Clemente XIII, Clemente XIV e Pio VI.

Scrisse pregevoli opere apologetiche: Dei fondamenti della religione e dei fonti dell'empietà ( 3 voll., Padova 17651777, Torino 1769-70); La religione vincitrice relativa ai libri dei fondamenti (2 voll., Padova 1779); La verità della Chiesa cattolica romana (ivi 1787; in latino, ivi 1791); Praelectiones theologicae (postuma, ivi 1805). Fra le altre sono da ricordare: Prediche quaresimali (Venezia 1792,

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(fot. Alinari)
Valva e Sulmona, diocesi di - Cripta della Cattedrale (inizi del sec. xI). Sulmona.
opera postuma con biografia scritta dal p. Domenico Pellegrini); Panegirici e Discorsi (Bassano 1792).

BibL.: Necrologium, Arch. conv. di S. Domenico in Bologna, Necrologi, I, n. 178; D. M. Pellegrini, Elogio del p. M. A. V., Venezia 1792; Humer, V, i, coll. 322-23. Alfonso D'Amato

VALVASSORE. - Usualmente significa "vassallo di un vassallo", però il termine ha avuto valore un po' diverso secondo i tempi e le età. In Italia, etimologicamente, si dissero v. i vassi vassorum, cioè i vassalli dei vassi regi, quelli che nel sec. x erano detti milites secundi ordinis.

Però nell'Editto De beneficiis del 1037 di Corrado II si accenna ai nostris maioribus valvasoribus et eorum militibus, cioè a quei vassalli che nello stesso documento sono detti seniores in competizione con i loro milites; poi Corrado II fa ivi pure distinzione tra maiores valvasores e minores valvasores: le questioni dei maiores si risolvono davanti al tribunale del re, quelle dei minores davanti al tribunale dei seniores. Così si parla dell'usus maiorum valvasorum in dandi equis et armis suis senioribus. Adunque, dopo i vescovi, gli abati, i marchesi, i conti, si ha una classe feudale che si distingue in valvasores maiores e minores. I primi sono quelli che poi compaiono con il nome di capitanet, i minori conservano più propriamente il nome di v. Nelle Consuetudines feudales del sec. xit, dopo il dux, il marchio, il comes, nella gerarchia feudale viene il valvasor maior, colui che è dal principe o da altra podestà investito a titolo feudale di una pieve o di una sua parte e che ora è chiamato capitaneus qui proprie valvasor maior olim dicebatur. Invece vengono detti v. quelli che tenevano un feudo dai capitani. Quelli poi che tenevano dai v. un feudo che questi avevano ricevuto dai capitani erano detti valvasini id est minores valvasores. Secondo i Libri feudorum, questi non avevano vera concessione di carattere feudale. Morto infatti il v. senza figli maschi, il feudo che egli aveva dato al valvasino ritornava al capitano. Ora però, dicono i Libri feudorum, riferendosi alla loro età (metà del sec. xit) i valvasini nella Curia (tribunale) di Milano godono gli stessi diritti che i v. In Francia v. nel sec. xit era l'uomo libero che combatteva con armamento leggero limitato; in Normandia ed Inghilterra, l'uomo libero al servizio militare ma che non deve essere registrato con i vassalli. Cosi terra valvassani è il feudo tenuto da un cavaliere di grado inferiore, con obblighi di censo e di corrales.

Bim.: MGH, Legum sectio IV: Constit. et acta publica imperatorum et regum, I, ed. L. Weiland (1893); Consuetudines feudorum, in M. Lehmann, Das langobardische Lehnrecht, Gottinga 1896; P. del Giudice, Orig. del feudo e sua introd. in Italia, in Nuovi studi di
usato nei documenti medievali si riferisce certamente (come in altri casi: cf. "in Sabinis", "in Marsi") a tutto il circondario, e probabilmente al territorio compreso entro i confini delle diocesi di V. e S. Le origini sembrano risalire al sec. v: è incerto tuttavia se sia stato effettivamente vescovo di V. il Geronzio cui sono indirizzate due lettere di Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 648 sg .). La diocesi di S. si fa dai più risalire al sec. vi, poiché il vescovo Palladio, cui è indirizzata una lettera dello stesso Gelasio I del 495-96 (Jaffé-Wattenbach, 706) si ascrive normalmente a una sede toscana: non sembra tuttavia possibile rifiutare l'attribuzione a S., poiché come tale un Palladio sottoscrive al Sinodo romano di papa Simmaco del 499 (cf. MGH, Anzi. Antiquiss., XII, pp. 400 e 407). E probabile pertanto che la sede di S. abbia avuto origine nel sec. v e sia più antica di quella di V. E incerta l'epoca in cui avvenne l'unione delle diocesi: la presunzione che s. Panfilo, creduto vescovo di V. e sepolto nella cattedrale di S., sia morto nel 706 , ha fatto credere che almeno all'inizio del sec. viri le due sedi fossero già unite: ma le leggende così di s. Panfilo (titolare della cattedrale di S.), come di s. Pelino (titolare della cattedrale di V.) sono molto tarde (sec. x ?; cf. Lanzoni, I, p. 372 sgg.), ed Arnolfo, ricordato in una lettera di Giovanni VIII del sen. 876 (Jaffé-Wattenbach, 3045), risulta vescovo di V., non di S. Soltanto nei secc. xI e xII si trova più volte ricordata la stessa persona come vescovo di S. Pelino e di S. Panfilo: il documento più antico è un privilegio di Leone IX per Domenico vescovo di V. del 21 dic. 1053 (Jaffé-Wattenbach, 4306), rinnovato da Niccolò II il $1^{\circ}$ maggio 1059 (cf. Kehr [s. bibl.], p. 254, n. 4), in cui lo si conferma alle sedi di S. Pelino e di S. Panfilo. La preminenza di V. su S. in questo periodo sembra tuttavia testimoniata dalla circostanza che i vescovi, quando non si citano le due cattedrali, figurano con il solo titolo di Valvensis, pure essendo preposti ad ambedue le sedi: a meno che la diocesi di S. non sia stata allora soppressa, pur conservando la chiesa di S. Panfilo la dignità di cattedrale. Il successore di Domenico, e come lui abate di S. Clemente a Cassuria, Trasmondo, fu colpito di interdetto da Gregorio VII (Jaffé-Wattenbach, 5190) per aver disertato la cattedra; Gualtiero ebbe confermati da Pasquale II i confini della diocesi (cf. Kehr, p. 254, n. 7), e cosi Dodone da Innocenzo II (cf. Faraglia [v. bibl.], p. 43), più tardi (1145-56). Siginolfo ebbe una contesa con il monastero di Farfa, risoltasi in favore del vescovo (cf. Faraglia, p. 47); si ha poi notizia di un Odorisio in vari documenti di Alessandro III, Lucio III, Urbano III e

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Clemente III, nonché dalle sottoscrizioni degli Atti d. 1 III Concilio Lateranense. Con il sec. xili ha inizio la serie pressoché completa dei vescovi, i quali già da tempo avevano preso l'abitudine di risiedere per lunghi periodi a S., tanto che si ebbe una lite tra i .anonici di S. Pelino e quelli di S. Panfilo, composta nel 1168 (cf. Ughelli, I, col. 1367 e Faraglia, p. 48), ma riaccesasi nel sec. xili (cf. Faraglia, p. 63) e risolta definitivamente solo da Urbano VIII nel 1628: da allora i nomi di V. e S. figurano nei titoli dei vescovi sempre uniti. Già dal sec. xv, tuttavia, la preminenza di S. si era affermata come residenza stabile dell'Ordinario. Tra i vescovi si ricordano ancora Pompeo Zambeccari (1547-71), che partecipò al Concilio di Trento, e Francesco Boccapaduli, che nel 1638 scesse il Seminario di S.

Monasteri. - Completamente scomparsi sono i monasteri benedettini di S. Clemente, menzionato da Alessandro II nel 1073 (PL 146, 1401) e di S. Maria in Cartulano, presso Bussi (cf. E. Gattula, Historia abbaciae Cassinensis per succulorum seriem distributa..., Venezia 1733, pp. 319-21). Di altri, un tempo famosissimi, non rimangono che scarsi avanzi: S. Benedetto in Perillis, tra Popoli e Acciano, priorato benedettino fondato da Trasmondo vescovo di V., soggetto alla diocesi nel 1156, in commenda dal 1443, unito a S. Maria di Collemaggio di Aquila nel 1448; S. Pietro ad Oratorium, monastero benedettino presso Capestrano, soggetto a S. Vincenza; al Volturno, le cui origini sono fantasticamente alterate da una serie di documenti falsi: conserva la magnifica chiesa del sec. xir; S. Maria e S. Pellegrino in Bominaco (fraz. di Caporciano, attualmente nel territorio della diocesi di L'Aquila), antiche chiese soggette all'abbazia di Forfa, cui nel 1001 Oderisio, conte di V., prepose alcuni monaci benedettini sotto il governo di un unico abate, nel 1093 passate sotto la giurisdizione del vescovo di V. : nel 1222 Onorio III prese il monastero di S. Maria sotto la protezione della S. Sede, nel 1352 Clemente VI lo dichiarò esente dal vescovo aquilano, nel 1405 Innocenzo VII da quello valvense; ma lo stesso Papa, nel medesimo anno, revocò l'esenzione; in commenda dal sec. xv, fu soppresso nel 1762: rimangono oggi le due chiese. Ancora in tutta l'imponenza del suo complesso monumentale si presenta l'antica abbazia di S. Spirito ai piedi del monte Morrone, già sede dell'abate supremo della Congregazione dei Celestini: il convento trae origine dall'eremita s. Pietro Angelori, poi papa Celestino V, che fondò il monastero presso l'antica cappella di S. Maria del Morrone. L'edificio conventuale fu ricostruito da Carlo II d'Angiò alla fine del sec. xili, abbellito nel sec. xvi, restaurato nel xviII dopo un terremoto: elementi barocchi e settecenteschi si fondono sia nelle strutture che nella decorazione con altri conservati del secc. xv e xvi. Dal 1807, quando la Congregazione dei Celestini fu soppressa, l'edificio monumentale è stato adibito a vari usi e attualmente ospita un penitenziario. L'Archivio è presso l'abbazia di Montecassino.

Monumenti religiosi. - La basilica valvense o di S. Pelino, chiesa romanica (secc. xi-xir), costruita sulle rovine di una più antica andata distrutta per i saccheggi dei Saraceni (sec. Ix) e degli Ungari (sec. x), fu restaurata nel 1280 dopo un incendio, trasformata all'interno in stile barocco tra il sec. xvir e il xvir; tra i monumenti, notevole un pergamo del 1168 , opera di un certo Idolorico. Vi si innesta l'oratorio di S. Alessandro I papa, in cui è raccolto un museo di antichità corfiniesi.

A S. la Cattedrale, dedicata dal sec. ix a s. Panfilo, sorge sul luogo di un tempio pagano, poi trasformato e consacrato alla Madonna: subì vari restauri (secc. xi-xII, sec. xIII, secc. xv-xvi, secc. xix-xx) e presenta una commistione di elementi non sempre ben fusi; notevoli la cripta, del sec. xi, e il Tesoro. Altri interessanti monumenti di S. sono: le chiese di S. Francesco della Scarpa, di origine incerta, più volte rimaneggiata, ma che conserva in un fianco dell'abside un grandioso portale romanico, e di S. Maria della Tomba, già ricordata nel 1241, anch'essa variamente deturpata, ma che si fa ammirare per il portale ogivale e il ricco rosone del 1400 ;
l'eremo di S. Onofrio, sulle falde del Morrone, piccola chiesetta del sec. xili, luogo di ritiro di s. Celestino V, con interessanti affreschi di Gentile da S. Il monumento più pregevole di S. è però l'edificio dell'Annunziata, che deve le sue origini ( 1720 ) alla Confraternita omonima, ded