re per il portale ogivale e il ricco rosone del 1400 ;
l'eremo di S. Onofrio, sulle falde del Morrone, piccola chiesetta del sec. xili, luogo di ritiro di s. Celestino V, con interessanti affreschi di Gentile da S. Il monumento più pregevole di S. è però l'edificio dell'Annunziata, che deve le sue origini ( 1720 ) alla Confraternita omonima, dedita alla cura degli appestati. Consta del Palazzo, con una facciata in cui elementi di stili diversissimi, dal romanico, al rinascimentale, al barocco (anni 1413, 1483, 1522, 1706) sono armoniosamente fusi in un insieme mirabile, e della chiesa, rifatta al principio del ' 500 e poi ancora nel 1710 .
Santuari. - S. Maria della Libera, a Pratola Peligna (festa la prima domenica di maggio); S. Domenico di Foligno a Cocullo (festa il primo giovedi di maggio; per la processione, di grande interesse folkloristico, v. abrizzo); S. Gemma di Goriano Sicoli (festa il 12 maggio); S. Venanzio, tra Raiano e Vittorio (festa il 18 maggio; la chiesetta, già esistente nel sec. xir, deve la sua origine alla leggenda che il Santo dalmata avrebbe sostato in questo luogo muovendo da Camerino verso Roma). Vedi tav. XC.
Bibl.: E. de Matteis, Mem. stor. de' Peligni, ecc., ms. del sec. xvir presso la famiglia Tabassi a S.; L. Antinori, Mem. stor. delle tre prov. degli Abruzzi, Napoli 1781; I. Di Pietro, Mem. stor. della S. Chiesa di Salmona, ecc., ms. del sec. xix in . presso la Biblist. G. Pansa a S.; Cappelletti, XXI, p. 441 sg.; N. F. Faraglia, Codice diplom. sulmonese, Lanciano 1888; V. Bindi, Monum. stor. ed artist. degli Abruzzi, Napoli 1889, pp. 278 sgg.; 765 sgg.; P. Piscirilli, L'Abruzzo monumentale, in Rasi. abruzzese di storia ed arte, 3 (1899), p. 13 sgg.; P. Fr. Kichr, Italia Pont., IV, Berlino 1909, pp. 251-62; G. Calidouio, La disc. di V. e S., I-III, Casalbordino 1909-11, IV, Sulmona 1912; I. C. Gavini, Stor. dell'architettura in Abruzzo, I, Milano 1926, pp. 32 sgg., 100 sgg.; Eubel, I, pp. 513-14; II, p. 262 ; III, p. 326; IV, p. 358; V, p. 404; P. Sella, Rationes decimarum Italiae. Aprutium, Molisium (Studi e testi, 69), Città del Vaticano 1936, v. indice.
Alessandro Pratesi
VALVERDE, Vincenzo. - Vescovo domenicano, n. ad Oropesa (Toledo) all'inizio del sec. xvi, m. nell'isola di Puna (Perù) nel nov. 1542.
Domenicano nel 1523, dopo la professione studiò a Valladolid, alla scuola del Vitoria. Nel 1529, con altri confratelli, seguì Palazzo nel Perù e nel 1536 fu nominato primo vescovo di Cuzco e "protector de los Indios". Consigliere di Pizarro e non di rado con lui in opposizione, rivendicò il diritto alla libertà degli Indi, applicando gli insegnamenti del suo maestro. Fece opera di pacificazione tra gli Spagnoli colà immigrati, divisi nelle fazioni di almagristi e di pizarristi. Finì ucciso degli indigeni, mentre stava celebrando. La sua Relación sobre la conquista del Perú costituisce una fonte primaria per la storia delle colonie spagnole.
Bibl.: A. M. Torres, El p. V., Guayaquil 1912; anon., s. v. in Enc. Eor. Am., LXVI, p. 864; A. Walz, Compendium hist. Ord. Praed., Roma 1948, p. 490.
Piero Sannazzaro
VALVISCOLO. - Monastero situato ai piedi del monte Corvino, quasi a metà strada, tra Norma e Sermoneta in diocesi di Terracina, provincia di Latina. E dedicato ai ss. Pietro e Stefano.
L'altitarono dal vir-viii sec. i monaci basiliani; più tardi i Templari e in seguito alla loro soppressione Clemente V lo concesse ai monaci cistercensi della badia di V. di Carpineto, i quali con i beni e con i possedimenti vi portarono anche il titolo, e l'abbazia detta fino allora di Sermoneta si chiamò di V. Ai Cistercensi successero gli Agostiniani che l'abbandonarono ben presto per causa delle guerre nel 1348 ; nel 1471 , ridotto a commenda, fu assegnato al card. Orsini vescovo di Frascati. Nel 1612 vi furono chiamati i Cistercensi riformati detti Foglianti, che tornarono ad abbandonarla nel 1619, quando morì l'abate commendatario Bonifacio Gaetani che li aveva richiamati, e vi successero i religiosi di S. Francesco di Paola. Onorato Gaetani vi richiamò, nel 1633, i Cistercensi, i quali vennero ad abitarla solo il 17 luglio 1635 e vi rimasero fino alla soppressione di Napoleone I (1809 ca.). L'ultimo commendatario fu Filippo Gaetani, il quale rassegnò la Badia al papa
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(per cortesia di F. Mastrojanni)
Valvisciolo - Chiostro (sec. xili).
Pio IX, il quale nel 6 marzo del 1864 vi richiamò i monaci della badia di Casamari, che tuttora vi dimorano.
L'architettura della chiesa e del monastero di tipo citercense è gotico-lombarda (dopo il 1240). L'interno è a tre navate; di grande effetto artistico è il finestrone circolare sulla porta d'ingresso, che domina la elegantissima facciata, molto ammirato dagli storiografi della Badia. Nella chiesa si conservano pregevoli opere del Pomarancio, del Muziano e del sermonetano Girolamo Siciolante (m. nel 1541). Elegante è anche l'architettura del chiostro, adorno di doppia serie di colonne marmoree che sorreggono le quattro facciate laterali.
BibL.: C. Marozzo, Cistercio reflorescente, Torino 1690, pp. 28, 203-204; A. Lubin, Nutitia abbatiarum Italiae, Roma 1693, p. 365 ; L. Angeloni, Cenni stor. topogr. sulla badia di V., in Giorn. Arcadico, nuova serie, 31 (1862), pp. 86-89; id., Viaggio di S. S. Papa Pio IX nella città e greci, di Velletri, Velletri 1863, pp. 28-35; B. De Lazzaro, Mem. stor. sulla badia di V. di Pietro Pantanelli ora per la prima volta pubbl. ed annot., ivi 1863; G. Bonini, Illustrac. cattoliche.... in Palestra del Clero, 5 (1888), pp. 398-413; M. Raimondi, La badia di V., Velletri 1905, p. 196; P. Pantanelli, Notizie stor. della terra di Sermoneta, editi da Leone Gaetani, Roma 1911, pp. 223-30, 289-95. Fortunato Mastrojanni
VANA GLORIA. - Mentre desiderare la gloria è volere la manifestazione del bene proprio o della propria eccellenza (cosa di per sé non cattiva, come lo stesso Gesù Cristo ha affermato con chiare parole, Mt. 5, 16), si ha v. g.: a) quando si cerca la gloria in cose che non sono degne di gloria o non ne meritano tanta quanta se ne ricerca, ad es., in cose cattive, o in beni che non si posseggono; $b$ ) quando si cerca la gloria presso persone poco stimabili per scarso giudizio o per scarse doti personali; c) quando si cerca la gloria, soltanto per soddisfazione personale, con esclusione del retto fine, che è l'onore di Dio e il bene del prossimo (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 132, a. 1).
La v. g. è peccato veniale, quando non intervengono circostanze gravemente peccaminose. Sarebbe perciò peccato mortale cercare la gloria in cosa gravemente peccaminosa (ibid., $2^{\mathrm{a}}-\mathrm{a}^{\mathrm{ac}}$, q. 132, a. 7). Dalla v. g., che secondo s. Gregorio M. (Moralia, XXXI, cap. 45 : PL 76, 621) e s. Tommaso (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 132, a. 5 c.) è vizio capitale, derivano diversi vizi; cioè : a) la lattanza o millanteria nelle parole; b) l'invenzione delle novità in cose vere, atte però a destare ammirazione; c) l'ipocrisia in cose false; d) la pertinacia o cocciutaggine nelle proprie idee; e) la discordia; $f$ ) la contesa o litigio; $g$ ) la disobbedienza. A questi vizi, altri aggiungono la curiosità, che è la brama disordinata di conoscere.
BibL.: A. Tanquercy, Compendio di teol. ascet. e mitt., $7^{\circ}$ ed., Roma 1928, n. 820; A. Sertillanges, La philosophie morale de s. Thomas d'A., $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1923, p. 427 sgg.; Br. Carton de Wiart, Tract. de peccatis et vitiis, Malines 1932, pp. 159-60; A. Meynard, Trattato della vita interiore, I. Torino 1936, nn. 49-46; E. Janvier, Esposiz. della morale cuttal., X, ivi 1938, p. 177 sgg.; XII, ivi 1939, p. 189 sgg. Andrea Gennaro
VANA OSSERVANZA. - E una delle forme di superstizione non cultuale, per cui si compiono con intento superstizioso pratiche inidonee allo scopo che si vuole conseguire.
Tali sono l'arte di acquistare la scienza senza studiare, p. es., con l'uso di determinate parole, di certe figure, di speciali preghiere e digiuni; l'arte di guarire con mezzi sproporzionati, quali l'uso di preghiere, scongiuri, esercismi, attribuendo loro una efficacia ex opere operato, infallibile; l'arte di preservare da mali e da pericoli mediante l'uso di porta fortuna, di amuleti ecc. La v. o. può importare un ricorso, esplicito o implicito, al demonio. Infatti chi, per ottenere un determinato effetto, adopera un mezzo vano e inutile, che, cioè, né dalla natura, né da Dio o dalla Chiesa è stato destinato a produrre tale effetto, non può aspettarsi tale risultato che dal demonio.
La moralità della v. o. si desume, in generale, dalla stessa intenzione dell'agente, dagli effetti, che questi ha previsto, e dai pericoli di peccare, cui si è esposto. Se le osservanze comportano una invocazione o un patto esplicito con il demonio, si ha evidentemente peccato grave (cf. Deut. 18, 10-11; Lev. 19, 31; 20, 27), anche perché nessuna utilità temporale può compensare il danno spirituale, che segue alla invocazione demoniaca (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 95, a. 2 e 4). Anche quando non v'è patto esplicito, se scientemente e superstiziosamente si adopera un mezzo inidoneo ad un determinato scopo, si commette per sé un peccato grave, perché implicitamente si desidera l'intervento diabolico. Tuttavia, in questo caso, per lo più si è scusati da colpa grave, poiché generalmente l'atto è compiuto o per semplice curiosità o per semplicità o per ignoranza.
BibL.: oltre gli autori citati alla voce superstizione, cf. A. Gemelli, Pubblico di guerra, in Vita e pensiero, 1 (1917), p. 5 sgg.; C. Calippe, Prières et portebonbens, in Revue du clergé français ( $1^{\circ}$ febbr. e $1^{\circ}$ sett. 1917); R. Bruuillard, in Etudes, 231 (1932), pp. 192-206; 234 (1935), pp. 643-53. Angelo Criscito
VANCOUVER, ARCIDIOCESI di. - Città ed arcidiocesi nella parte ovest della Colombia canadese continentale (Canadà).
Ha una superficie di 119.439 kmq . con una popolazione di 650.000 ab. di cui 82.847 cattolici distribuiti in 61 parrocchie con 60 sacerdoti diocesani e 70 regolari. Ha un seminario maggiore e uno minore; 17 comunità religiose maschili e 39 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 442 ).
Verosimilmente, il cristianesimo vi apparve con lo stabilimento dei Francescani spagnoli sulla vicina isola di V., verso la fine del sec. xviri, ma nulla si sa di preciso del loro apostolato sul continente. Il 24 nov. 1838, 2 sacerdoti di Québec, N.-Fr. Blanchet e M. Demers arrivarono al Parte V., allora importante centro di commercio delle pelli. Vi rimasero fino all'ott. 1839 quando andarono nell'Oregon. Nei seguenti anni la regione fu di tempo in tempo evangelizzata da M. Demers, dal p. De Smet, gesuita, nel maggio 1842, e dal p. Giovanni Nobili, anche egli gesuita, per qualche tempo missionario nel territorio allora detto Nuova Caledonia. Il 13 sett. 1860 , gli Oblati di Maria Immacolata si stabilirono nella nuova città di New-Westminster e divennero i soli missionari sull'intero territorio attuale dell'arcidiocesi. Il 14 dic. 1863 , fu eretto il vicariato ap. della Colombia britannica (canadese) e affidato a mons. L.-J. d'Herbomez. Nella stessa città di V., la
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prima chiesa fu aperta nel 1886 sotto il titolo di Notre-Dame du St-Rosaire. Il 2 sett. 1890 Leone XIII creò la diocesi di New Westminster e il b. Pio X il 19 sett. 1908 elevò ad arcidiocesi V. divenuto più importante di Victoria. Le suffragance attuali sono Victoria, Nelson e Kamloops ed i vicariati op. di Prince Rupert e di Whitehorse. I titolari della sede di V., sotto le varie trasformazioni, furono mons. L.-J. d'Herbomea (1864-90); P. Durieu (18901899), Agostino Dontenwill (1899-1908), Neil McNeill (1910-12), Timoteo Casscy (1912-31) e Guglielmo Mark Duke (1931) tuttora in carica (1953).
Bibl.: AAS, i (1909), p. 198; A.-G. Morice, Hist. de l'Eglise cuth. dans l'Ouest canudien, III, Montréal 1912, v. indice; W. P. O' Boyle, s. v. in Cath. Enc., XV, pp. 267-68; L. L. Jeune, Dict. gèn. du Canada, II, Ottawa 1931, p. 754; Le Canada ecclit., Montréal 1951. Germano Leszac
VANDALI. - Popolazione di stirpe germanica, secondo le più antiche menzioni (Plinio, Nat. hist., IV, 99; Tacito, Germania, 2 e 43) stanziata sulle rive del Balico tra l'Elba e la Vistola. Di là risalendo, a quanto sembra, l'Oder nel sec. it d. C. si portarono sino al Danubio, a contatto cioè con il "limes" romano. Quando la pressione barbarica contro questo confine si fece più serrata e più urgente, i V. si trovarono vicini e alleati dei Marcomanni e con essi combattenti, e contenuti da Marco Aurelio, salvo poi a essere tornati in pace con Roma che li considerò suoi protetti nelle trattative di pace di Commodo con i Marcomanni dell'anno 181.
Erano divisi in due gruppi principali: Silingi e Asdingi, ciascuno con un proprio sovrano. Più tardi ebbero la concessione di stanziarsi in Dacia contro l'obbligo di fornire duemila cavalieri. Imperando Caracalla sono in lotta con i Marcomanni (Dione Cassio, LXXVII, 20) e nella loro irrequietezza parte di essi, risalendo il Danubio, si spostano verso il confine del Reno, dove li combattono gli imperatori Probe e Massimiano. Costantino assegna loro terre in Pannonia, ma mezzo secolo dopo, sospinti dagli Unni, si trovano ancora al Reno. Favoriti da Stilicone che era della loro stirpe e più ancora dalla quasi assenza di truppe romane chiamate in Italia per l'invasione di Radagacio, passano il Reno e invadono la Gallia (a. 406) che possono correre e depredare impunemente. Dopo qualche tentativo arrestato dalle popolazioni montanare, invadono la pacifica, prospera Spagna, rimasta sino allora quasi immune da devastazioni barbariche. In Spagna scendevano anche Suebi ed Alani, e mentre Suebi e V. Asdingi si stanziavano nella Gallecia e gli Alani in Lusitania, i V. Silingi occupavano la Betica, cui è da loro rimasto il nome di Andalusia. E l'esausto Impero Romano accettava nel 411 lo stato di fatto, riconoscendo gli invasori della Spagna come federati. Non mancarono tra loro e con i sopraggiunti Visigoti contese e lotte; ma con esse ebbe più che mai a consolidarsi lo Stato dei V. nel mezzogiorno della penisola; grazie anche all'intelligenza, energia ed astuzia del re Genserico (v.). Questi volse gli occhi alle prossime province d'Africa, e spronò i suoi alla navigazione, dando presto vita a una potenza marinara che per decenni dominò il Mediterraneo occidentale.
Secondo Procopio i V. sarebbero stati invitati a passare in Africa dal governatore romano, il comes domesticorum Bonifacio, ma anche senza chiamata la preda africana non poteva non invogliare l'intraprendente vicino. Bonifacio invece tentò di opporsi agli invasori, ma vinto due volte, dovette lasciare che i V. depredassero le fiorenti campagne, ed espugnassero una dopo l'altra le città (s. Agostino vescovo di Ippona morì durante l'assedio della sua città). Quando gli invasori ebbero occupato Ippona, Cirta, Cartagine, l'imperatore Valentiniano III li riconobbe come federati contro l'obbligo di un tributo

(da L. Hamilton, Le Canada, Berlino 1588, tav. III) VANCOUVER, ARCIDIOCESI di - Panorama della città.
di grano. I V. ebbero assegnazioni di terre, ma poco disposti ad una dimora tranquilla e laboriosa, preferirono trovar prosperità quali predoni a danno degli abitanti della provincia, e quali pirati sulle coste spagnole, galliche, italiane, e perfino greche. In Africa ebbero specialmente a soffrire i cattolici e le loro istituzioni sia per fanatico odio religioso (i V. erano ariani come i Goti) sia per i larghi profitti che le confische dei beni appartenenti alle chiese, ai vescovi, ai monasteri, alle personalità cattoliche procuravano.
Assassinato nel 455 Valentiniano III, Genserico trovava ottima occasione per presentarsi in forza a Roma, dove entrò senza combattere, e non risparmiò alla città depredazioni e saccheggi specialmente a danno di chiese cattoliche e di case patrizie. Ne ripartì dopo quattordici giorni conducendo seco oltre al grosso bottino la vedova di Valentiniano Eudossia con due sue figlie e molti senatori e consolari. Ripetute ambascerie romane ottennero la liberazione dell'Imperatrice e della figlia Placidia, mentre l'altra figlia Eudocia era data in sposa a Unnerico figlio di Genserico, che pretese naturalmente una ingente dote. Tentativi di spedizioni militari da parte degli imperatori Maioriano e Leone I di Costantinopoli contro l'insopportabile prepotenza dei V. non avevano esito felice; e diedero motivo al diabolico Vandalo di riprendere in pieno le sue feroci azioni di pirateria sulle coste mediterranee, di stabilire il proprio dominio sulle Baleari, sulla Sardegna, sulla Corsica, su parte della Sicilia, e di tornare alla politica di persecuzione contro i cattolici tenuti in sospetto per i loro sentimenti di devozione a Roma. Genserico riusciva infine a condurre amichevoli trattati con i due imperatori Zenone d'Oriente e Romolo Augustolo di Occidente, e con Odorcre che aveva posto fine all'Impero d'Occidente. Con la sua morte (477) declinava la potenza dei V. Inetti i successori immediati Unnerico figlio (477-84) e Godamundo nipote (484-96), i quali continuarono la politica di persecuzione contro i cattolici, politica che indeboliva il loro Stato, mentre scadeva al tempo stesso l'antica vigoria del popolo vandalo inflacchito dal clima africano e dalle sregolatezze consentite dalla immeritata prosperità. Qualche risorgere di energia si ebbe col re Trasamundo (496-523) che si tenne molto vicino agli Ostrogoti d'Italia e a Teoderico di cui aveva sposato la figlia. Ma si aggravavano al tempo stesso i pericoli sorgenti dalle irrequietezze delle tribù barbare dell'interno che per due volte riportarono segnalate vittorie. Il nuovo re Ilderico, tentò accordi con l'Impero di Costantinopoli, ma non trovò consensi nel suo popolo e specialmente in un pronipote di Genserico, Gelimero, che riusci a deporlo e a tenerlo prigioniero dopo averlo accecato. Questo fatto porse a Giustiniano la desiderata occasione d'intervenire. E l'impresa affidata a Belisario riuscl felicemente. Aiutato da una ribellione dei Sardi
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(1st. Enc. Gati.)
Vandelberto di Prü̈st - Explicit del Martirologium metricum. La miniatura rappresenta il monaco V. in atto di scrivere la sua opera - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. let. 458, f. $30^{\circ}$ (secc. 10-6).
e dall'appoggio dei Goti di Sicilia, Belisario sbarcò in Africa con un esercito non numeroso, ma che trovò subito aiuto nella popolazione indigena. Gelimero che aveva mandato la parte migliore del suo esercito contro i Sardi ribelli, fu battuto e fatto prigioniero. La resistenza vandala crollo, sicché nel 536 la regione era tornata all'Impero, e dei V., che dalla decadente civiltà romana avevano saputo apprendere solo deficienze e vizi, scompariva con lo Stato anche il nome.
Bibl.: le notizie più abbondanti si hanno in Procopio (Bell. Vand.) e in Jordanes (Getica). Degli studi moderni: F. Martreye, L'Occident et l'époque byzant. Goths et Vandales, Parigi 1904; id., Genséric. La conquête vandale en Afrique, ivi 1907; O. Seeck, Gesch. des Untergangs der antiken Welt, V e VII, Stoccarda 1913-20; F. Lot, La fin du monde ant. et les débats du moyen-dge, Parigi 1927; L. Halphen, Les barbares, ivi 1930; F. Cognasso, Popoli e Stati del Mediterroneo nell'alto medioevo, Milano 1931.
Roberto Pariben;
VANDELBERTO di Prüm. - Monaco di Prüm e diacono, n. verso l'813 e m. dopo l'870.
Gli si deve uno dei più antichi martirologi conosciuti, composto verso l'848 in esametri latini, scritto su richiesta del dotto Otrico, allorché V. si trovava a Colonia. E una compilazione fatta su testi martirologici (soprattutto la recensione m di Floro) inviatagli da Floro di Lione, con il quale fu in assidua corrispondenza. Pubblico, in seguito, un Horologium o note sulla conoscenza del tempo, delle stagioni, dei giorni e mesi dell'anno e l'origine dei loro nomi. Scrisse pure nell'839 una vita di s. Goar, eremita e confessore, l'Hexameron, poema sulla creazione del mondo, e alcune poesie.
Bibl.: opere in PL 121, 274-682; MGH, Poëtae Latini Medii aevi, II, 268-622; Script., XV, pp. 361-73; H. Quentin, Les martyrs. histor. du m. d., Parigi 1908, pp. 396-401 e passim; Manitius, I, pp. 257-60. Enrico Tribout de Movement
VAN DER GOES, Hugo: v. goës, ugo van der.
VAN DER WEYDEN, Roger. - Pittore, n. a Tournai nel 1400 ca. e m. a Bruxelles il 16 giugno 1464.
Ebbe varie denominazioni, da "Rogelet de la Pasture" nella città natale a "Ruggieri da Bruggia" in Italia. Considerato ufficialmente maestro nel 1432 , tre anni dopo diveniva pittore della città di Bruxelles dove la sua bottega fu la più importante dei Paesi Bassi nel sec. xv. Tra i lavori di vario genere ivi compiuti emerse e suscitò per secoli ammirazione universale la decorazione della sala della Giustizia nel Palazzo di Città, distrutta, sembra, nel 1695 .
Verso il 1445 egli iniziava l'imponente pala d'altare del Giudizio Universale nell'ospizio di Beaune presso Digione, con le immagini del committente Nicolza Rolin e della consorte, e nel 1449, in occasione del Giubileo, veniva in Italia soffermandosi a Ferrara, dove lavorò alla Corte di Lionello d'Este e influenzò sensibilmente i maestri di quella scuola con un trittico assai vantato da Ciriaco d'Ancona e di cui rimane probabilmente il centro, costituito dalla Deposizione, ora alla Galleria degli Uffizi. Il V. der W. non usava firmare e datare le sue opere, per cui non è sempre sicura l'identificazione di esse.
Fra le più importanti, nel campo della pittura sacra, si annoverano: le tre Deposizioni dell'Escuriale (Madrid), dell'Aja e degli Uffizi, il grande trittico dei Sacramenti (Anversa, la parte centrale è riprodotta al vol. VIII, col. 269) ricco di belle prospettive d'architettura ogivale, il trittico con la Notività e quillo dei Brabant Braque e la Pietà (Museo del Louvre), il trittico con l'Adorazione dei Magi, l'Amnunciazione e la Presentazione al Tempio, il S. Luca che dipinge la Vergine, nella Pinacoteca di Monaco, la Madonna detta dei Medici, nel Museo Städel di Francoforte.
Fra i suoi più eccellenti ritratti figurano quelli di Carlo il Temerario (Museo di Berlino), di Meliaduse d'Este, con il martelletto della Porta Santa fra le scarne dita (Museo Metropolitano di Nuova York), di Filippo de Croy (Museo di Anversa), e di Antonio grande Bastardo di Borgogna e di L. Froimont (Museo di Bruxelles).
Erede delle più alte qualità di Giovanni Van Eyck, il V. der W. raggiunse vertici espressivi nella raffigu-

(da A. Grefin, L'art religieux en Belgique. La peint. des origines à la fin du XVIlls sictis, Bruxelles-Parijs 186, too. 88) Van der Weyden, Roger - S. Luca dipinge la Vergine. Monaco, Pinacoteca.
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razione degli episodi patetici e lirici del Vangelo e seppe accoppiare un profondo spirito realistico, evidente nei ritratti, nelle figure di vita contemporanea e negli sfondi di paesaggio, a una tavolozza sontuosa e ad una squisita fattura. - Vedi tav. XCI.
BibL.: G. B. Cavaleaselle e J. A. Crowe, Storia dell'antica pittura fiamminga, Firenze 1899, p. 243 sgg.; P. Lafond, V. der W., Bruxelles 1912; M. J. Friedländer, R. V.d.W. und der Meister von Flimalle, Berlino 1924; A. Schmarsow, R. v. d. Kämplne n. R. V. d. W., Lipsia 1928; J. Destrée, R. de la Pasture (Vun d. W.), 2 voll., Parigi-Bruxellcs 1930; E. Renders, R. V.d. W., in Gaz. des Beaux Arts, luglio 1930, pp. 10-23; id., La salation du problème V. d. W.-Flémalle-Campin, 2 voll., Bruges 1931; M. J. Friedländer, Flémalle Meister-Dämmerung, in Posthum, 1931, pp. 333-35; F. Winkler, s. v. in Thieme-Becker, XXXV. Lipsia 1942, pp. 468-76.
Alberto Neppi
VAN DE VYVER, Agostino. - Vescovo, n. a Haeudonck (Belgio) il $1^{\circ}$ dic. 1844 , m. a Richmond (Virginia, U.S.A.) il 16 ott. 1911.
Compiuti i suoi studi nel Collegio Americano di Lovanio, sacerdote nel 1870 , passò subito negli Stati Uniti, nella diocesi di Richmond. Parroco di Harper's Ferry dal 1873 al 1881, successivamente fu chiamato ad esercitare le medesime funzioni presso la Cattedrale diocesana, assumendo poco più tardi la carica di vicario generale del vescovo, mons. Keane. Allorchè questi venne chiamato ad altro ufficio, il V. de V. fu innalzato all'episcopato e posto a capo della vasta diocesi richmondiana (1889). Presule di larga dottrina e di multiforme attività, fu uno dei più aclasti vescovi nordamericani del suo tam. po e impresse un cospicuo sviluppo al cattolicesimo. Gli si debbono la costruzione di una nuova Cattedrale, resa necessaria dall'accrescimento del suo gregge; la fondazione e la diffusione di numerose associazioni cattoliche (tra cui principalmente i Cavalieri di Colombo); l'istituzione di scuole, ospedali, enti benefici e culturali. Diede impulso alla stampa cattolica, si occupò attivamente di problemi sociali. Favori inoltre proficui incontri dell'episcopato statunitense, cosi da guadagnarsi vaste simpatie non solo tra i cattolici, ma fra gli abitanti tutti di Richmond, al di fuori di ogni confessione religiosa.
BibL.: F. G. Magri, s. v. in Cath. Enc., XV, pp. 270-71; id., The cath. Church in the U.S.A., Nuova York 1909.
Renzo U. Montini
VANDREGISILO (WANDRILLE), santo. - Benedettino, figlio del duca Valchise e parente di Pipino di Landen, n. ca. il 600 nel territorio di Verdun e m. nel monastero che porta il suo nome il 22 luglio 663.
Fu educato a corte e fatto "corte di palazzo" sotto Dagoberto. Attratti, egli e la moglie, alla vita monastica, si separarono per consacrarsi al servizio di Dio. V. soggiornò prima a Bobbio, la cui sustena regola corrispondeva bene ai suoi guati. Passò in seguito dieci anni nel monastero di St-Claude, dopo i quali fu chiamato a Rouen dal vescovo di St-Ouen, che lo consacrò sacerdote. Nel 649 fondò sulle rive della Senna, a Fontenelle, il monastero che porterà poi il suo nome. Grazie alle liberalità reali, Fontenelle con i suoi 300 monaci non la cedeva in nulla al vicino monastero di Jumièges, né alle altre, pure così numerose, fondazioni del sec. vir. La Regola di s. Benedetto, allora in piena voga, s'accrebbe tuttavia di alcune pratiche di maggior rigore (come la Confessione frequente), le quali rendono testimonianza dell'influsso esercitato da s. Colombano sul suo discepolo V. Festa il 22 luglio.
BibL.: Acta SS. Iulii, V. Anversa 1727, pp. 272-81; BHL. II, p. 1271; Vita Wandregisili, scritta ca. il 700 da un monaco, che lo conobbe personalmente, in MGH, Scriptores rerum Merowing., V, pp. 13-24; A. Legris, Les sire interpalies des solets de Fontenelle, in Anal. Boll., 17 (1898), pp. 297-306; E. Vscendard, Vie de st Ouen, Parigi 1902, pp. 161-68, 169; F. Lot, Etudes sur l'abbaye de St-W., ivi 1913; F. Lohier e J. Laporte, Gesta sanctorum patrum Fontanellensis coenobii, Rouen-Parigi 1936.
Guglielmo Mollat
VAN DYCK, Anton. - Pittore, n. ad Anversa il 22 marzo 1599, m. a Londra il 9 dic. 1641.
Frequentò la bottega di Rubens ad Anversa, ma già nel 1616 apriva uno studio per proprio conto; tre anni

(Int. Alinori)
Van Dyck, Anton - Cristo risorto con croce - Genova, Palazzo Rosso, Galleria.
dopo iniziava una efficace e apprezzata collaborazione con quel grande maestro. Nel 1620-21 lavorò a Londra per Giacomo I e il conte di Arundel; verso la fine del 1621 fu in Italia, soggiornando successivamente a Firenze, Roma, Venezia, Mantova, Parma, Napoli e Palermo; ma specialmente a Genova (1623-27) dove, ammiratissimo, ritrae le sembianze dei patrizi della città ed esercita una benefica azione sui pittori locali, specie nell'ambito del ritratto. Dopo gli anni 1628-32, passati ad Anversa, nel 1632 venne chiamato a Londra dal Carlo I e nominato pittore di quella Corte. Là trascorse quasi tutti gli ultimi anni, fra un'incessante richiesta di ritratti per il sovrano e per l'aristocrazia, che vennero eseguiti spesso con l'intervento di aiuti, rivelando la sostituzione dell'accorto virtuosismo a quella chiara stata la prodigiosa vena di un colorista quanto mai personale e raffinato. Basterà citare, tra le raffigurazioni virili, il superbo Carlo I d'Inghilterra (Museo del Louvre), in abito da caccia, con alle spalle il cavallo scalpitante all'ombra di un albero smeraldino; il giovane Lord Filippo Wharton, detto «il gentiluomo della vanghetta» (Ermitage di Leningrado), l'equestre duca Tommaso di Savoia Carignano (Pinacoteca di Torino); il pensoso e schietto Marchese Cattaneo (Gall. naz. di Londra) e il pallido e calvo Card. Guido Bentiveglio (Gall. Pitti a Firenze). Né meno perspicui e suggestivi, fra i ritratti muliebri, appaiono la sua moglie Maria Ruthven (Gall. di Monaco); la bruna principessa Maria Luisa di Turn e Taxis (Gall. Liechtenstein a Vienna); l'austera principessa Isabella Clara Eugenia di Spagna, superiora delle Clarisse (Gall. di Parma); la principessa d'Orange, Amelia di Solms (Pinac. di Brera a Milano).
Se l'allievo di Rubens non assume nella produzione sacra l'importanza storica ed estetica del caposcuola di Anversa e nel ciclo giovanile dei Dodici Apostoli non si distacca troppo dalle forme realistiche di lui e ne imita la foga passionale in parecchie Flagellazioni, Pietà, Crocifissi, Estasi di santi, assoluta originalità e profondo sentimento elegiaco occorre attribuire invece al Cristo morto del Museo di Anversa, col Nazareno bruno, disteso sul sudario candido, abbagliante. L'influsso delle
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Van Dyck, Anton - Ritratto di Guglielmo II d'Orange e Maria Stuart - Amsterdam, Rijks Museum.
scuole italiane, da Tiziano ad Andrea del Sarto, è visibule soprattutto nella monumentale Madonna del Rosario (oratorio omonimo a Palermo); più espressive : la Madonna col Bambino (Gall. naz. di Arte antica a Roma); il Riposo nella fuga in Egitto (Monaco); la Vergine fra gli angeli adoranti (Accademia di S. Luca). Toccano il vertice il Sansone e Dalila (Londra), il S. Martino che divide il suo mantello (Windsor); infine, la Cattura di Cristo (Museo del Prado), dove si scorge come anche gli elementi desunti da Rubens siano impiegati in un ordine emotivo, senza che l'effetto fantasmagorico delle fiaccole tra le lugubri fronde venga ad attenuare la serenità radiosa del Cristo, aggredito da ogni parte, nel tumulto di braccia protese e di vociferanti maschere indemoniate. - Vedi tav. XCII.
Bibl.: J. Guiffrey, A. V. D. Sa vie et son oeuvre, Parigi 1882; F. M. Haberditsl, Dyck, in Thieme-Becker, X (1914), pp. 263-70, con la bibl. antecedente; R. Oldenbourg, Studien zu V. D., in Münchener Jahrb. d. bild. Kunst, 9 (1914-15), pp. 224240; W. Bode, A. V. D. als Mitarbeiter von Rubens, in Helländische und elämische Meister, Lipsia 1917; A. L. Mayer, A. V. D., Monaco 1923; D. Redig de Campos, Intorno a due quadri d'altare del V. D. ecc., in Boll. d'arte, 30 (1936-37), pp. 150-65; C. Mercenaro, Opere ined. di A. V. D., in Boll. de l'Irat. hist. belge de Rome, 19 (1938); L. v. Puyvelde, V. D., BruxellesAmsterdam 1950; W. L. Valentiner, V. D.'s character, in The Art Quarterly, 13 (1950), pp. 97-104. Alberto Neppi
VAN EYCK, Hubert e Jan: v. EYCK, hubert E JAN van.
VANGELO (EvangelO). - Dal greco $\varepsilon \dot{\alpha} \alpha \gamma \gamma \dot{\varepsilon}-$ $\lambda$ iov, che significa "buona novella" o "lieto annunzio", fu con ta'e vocabolo chiamato il messaggio di redenzione e di salute che Gesù Cristo recò al mondo; per estensione poi con lo stesso vocabolo si designò il libro che di quel messaggio dà relazione.
Gesù, il vero autore del V. sotto ogni aspetto, predicò, non scrisse; ma le primi origini del V. scritto datano, si può dire, dal giorno stesso che il divino Maestro fu rapito alla terra. Nella predicazione degli Apostoli, nell'istruzione dei novelli fedeli, si raccontavano i fatti e i detti di Gesù. Quella fu la prima e precipua base dei V. a noi giunti.
S. Luca, scrivendo circa l'anno 60, afferma che "molti " prima di lui s'erano accinti a narrare i fatti e insegnamenti di Gesù. Fra quei molti vanno messi s. Matteo e s. Marco; ma c'è posto ancora per altri, ed è possibile, non però provato, che fra questi sia da contare qualcuno almeno degli autori di quei V. detti degli Ebrei, degli Ebieniti, degli Egiziani, dei quali i Padri hanno tramandato qualche frammento. Comunque sia, fra i molti V., che circolavano tra la fine del i sec. e il principio del II, la Chiesa cristiana ebbe presto riconosciuti come autentici, ossia ispirati da Dio e fedelogni, soltanto i quattro, che sotto i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni formano ancor oggi il patrimonio comune di tutti i cristiani. Ma va notato che sia nei manoscritti, cosi numerosi, del testo originale, sia nel linguaggio ufficiale della Chiesa, come nella liturgia, non portano mai altro titolo che di "secondo Matteo, secondo Marco, secondo Luca, secondo Giovanni ". Si professa cosi che, come fu sopra accennato, proprio e unico autore del V. è Gesù stesso, e i quattro libri canonici non sono che quattro redazioni o quattro aspetti di quell'unico V. A questo concetto s. Ireneo (II sec.) diede la sua formola scultoria, creando la felice locuzione di "V. tetraformon. ossia "quadriforme ".
Infatti gli Evangelisti non si proposero di dir tutto ciò che sapevano intorno al divin Maestro, ma solo quel tanto ch'era opportuno e sufficiente allo stabilimento della fede e della pratica di vita cristiana. Presentano così l'unico V. ognuno sotto un particolare aspetto secondo determinati scopi, e in buona armonia si completano a vicenda. Come forma letteraria i loro scritti appartengono a quel genere storico di "memorabilia", che anche nella letteratura profana dei Greci ha insigni modelli. E di quel genere essi hanno tutta la virtù e il valore : stretta verità storica nei fatti e sublime insegnamento nella dottrina (v. anche catechesi apostolica; giovanni; lucA; marco; matteo; sinottici).
Bibl.: J. Huby, L'Evangile et les Evangiles, Parigi 1029; G. Kittel, Theolog. Wörterbuch zum Neuen Testament. II, pp. 710734; A. Robert-A. Tricot. Initiation biblique. $2^{\circ}$ ed., Parigi 1948, pp. 180-86. Alberto Vaccari
Smitologizzazione del v. - Teoria del teologo luterano Rodolfo Bultmann (n. nel 1884, professore di esegesi del Nuovo Testamento a Marburg) sotto il duplice influsso della scuola storicoexegetica della "storia delle forme" e della corrente teologico-filosofica dell'esistenzialismo barthiano, che è un compromesso tra ortodossia protestante e razionalismo teologico.
L'elemento razionalista sta nella tesi, desunta dalla critica comparatista delle fonti cristiane, secondo cui il Nuovo Testamento sarebbe intimamente compenetrato delle concezioni "mitiche "circa la struttura del mondo, dell'uomo e la natura della salvezza, che sostanziano la letteratura apocalittica del tardo ebraismo e lo gnosticismo ellenistico, e avrebbe ad esse dato svolgimento; perciò il modo di pensare per immagini del Nuovo Testamento, in radicale antitesi con quello dell'uomo moderno che procede per concetti scientifici, e una presentazione apologetica efficace del cristianesimo ne esigerebbero, in via preliminare, la "smitologizzazione", la sua riesposizione in termini scientifici moderni, liberando la sostanza del V. dalle idee mitiche. L'esigenza dell'ortodossia sta nel fatto che il Bultmann mantiene la realtà del soprannaturale, riservando però alla sola coscienza religiosa, non pertanto alla coscienza storica, la percezione del fatto salutare del Cristo, quale una realtà esistenziale che risponde alla sua disperazione di uomo perduto, alla sua ansia di salvarsi. Perciò del Nuovo Testamento dovrebbe essere presentata soprattutto la situazione esistenziale.
Bibl.: R. Bultmann, Korygma und Mythos. Ein theolog. Gespräch. Amburgo 1948; id., Theol. der N. T., Monaco 1948 sg.; id., Le christianisme primitif dans le cadre des religions antiques (trad. franc. con pref. di M. Goguel), Parigi 1950; per la critica dal punto di vista protestante: R. Prenter, Mythe et Evangile, in Rev. de théol. et de phil., 1947, pp. 49-67; G. Bornkamm - W. Klaas, Mythos und Evangelium. Zum Programm R. B., in Theol. Existenz heute, nuova serie, n. 26 (Monaco 1951); dal punto di
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NOTTE STELLATA (St-Rémy, giugno 1889)
Nuova York, Museo di arte moderna.
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vista cattolico: R. Schnackenburg, Von der Formgeschichte zur Eutmythologisierung der N. T.-Zur Theologie R. B., in Münchener Theol. Zeitschr., a (1915), pp. 343-60; M. Bendiscioli, Interpretazioni razionalistiche del cristianesimo primitivo, Padova 1932, p. 68 sec . Mario Bendiscioli
VAN GOGH, Vincent. - Pittore olandese, n. a Groot-Zundert il 30 marzo 1853, m. suicida a Au-vers-sur-Oise il 29 luglio 1890.
La sua pittura compendia i diversi aspetti dell'esperienza artistica di mezzo secolo: ispirata, nel periodo olandese ( $1880-85$ ), ai motivi realistico-sociali di Millet e di Israels (I mangiatori di patate), si apre, nel breve periodo parigino ( $1886-88$ ), alle influenze schiettamente pittoriche dell'impressionismo (La Guinguette, Veduta di Montmartre), dal puntinismo (Interno di trattoria) e delle stampe giapponesi, ma per affermarsi, nel periodo provenzale ( 1880 -90), con sconcertante originalità. Con V. G. l'espressionismo si annuncia e si afferma con la potenza emotiva del colore e con l'irruenza deformatrice del segno; "legato alla terra da vincoli più che terreni", egli volle essere l'interprete del senso dell'essere (Il campo di grano, La messe, Il seminatore), dell'infinito cosmico (Notte stellata), dell'impulso vitale e degli elementi (Campo di rosolacci, Cipressi, Girasoli), del triste destino umano (Una sala dell'ospedale di Arles, I selciatori, Caffè notturno; e in molti ritratti). La sua visione non di rado si fa cupa e allucinata (Capanne di Montcel); eppure, di fronte alle intemperanze formali degli espressionisti posteriori, egli rimane un classico. Famose le sue lettere al fratello Théo (Amsterdam 1914-25) e a Bernard (Parigi 1911).
Bibl.: G. B. de la Faille, L'oeuvre de V. V. G., Parigi 1939; J. Leymarie, V. G., ivi 1951; M. Valsecchi, V. G., Milano 1932.
Giuseppe Faggio.
VANINI, Giulio Cesare (talora Lucitio). - T'orbida e irrequieta figura di filosofastro aristotelico, n. a Taurisano di Lecce nel 1585 , m. a Tolosa il 9 febbr. 1619.
Laureato in giurisprudenza a Napoli, il 6 giugno 1606, quando forse era già entrato nell'Ordine carmelitano con il nome di fra' Gabriele. Più tardi, dopo il 1608, va a studiare a Padova, in compagnia del confratello Bonaventura (al secolo Gian Battista) Ginocchi. Da Padova, a quanto pare, i due frati si recarono oltralpe, girovagando in paesi riformati, finché capitati in Francia, il generale dell'Ordine, Enrico Silvio, li obbliga a sloggiare. Andati a Venezia nel 1612 , ottengono dall'ambasciatore inglese commendatizie per i capi della Chiesa anglicana e il 28 giugno di quell'anno, a Londra, ripudiano il cattolicesimo. Sospettati dagli anglicani per la fama di libertini che li accompagnava, e presto ridotti a mal partito, chiedono e ottengono di far ritorno alla Chiesa cattolica; ma mentre il Ginocchi rientrò in Italia, il V. restò in Francia ${ }^{2}$ ove era cominciata una fiera lotta contro i libertini e gli atei. Nel giugno-luglio 1615 ottenne dalle autorità ecclesiastiche il permesso di stampare a Lione l'Amphitheatrum Aeternae Providentiae divino-magicum christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum, adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos e l'anno successivo a Parigi i dialoghi De admirandis Naturae reginae deaeque mortalium arcanis. Rimaneggiamenti al manoscritto di quest'ultima opera e la stampa da parte d'un editore non cattolico svegliarono forti sospetti sul vero intento perseguito dal V. in questi scritti; sicché egli, ad evitare il peggio, pensò bene di allontanarsi da Parigi, e di stabilirsi a Tolosa, sotto il falso nome di Pompeo Usciglio. Intemperanze di linguaggio in dispute con i maggiori teologi di Tolosa, indussero il Parlamento della città a farlo arrestare (ag. 1618). Processato come bestemmiatore ed ateo, fu condannato al taglio della lingua e al rogo. L'anno dopo l'Amphitheatrum e il De arcanis furono sconfessati e proibiti, perché "atheismi tanto periculosiores assertores quanto occultiores et libertatis abominandae vinifices" ( 16 luglio 1620, cf. E. Nemer [v. bibl.], pp. 186-98).
Il pensiero del V. non rappresenta alcun progresso nella storia della filosofia. In un momento di profondo rin-

(per cortesia di mons. J. P. Frutaz)
Van Gogh, Vincent - Testa di ragazzo (1888) - Amsterdam, Rijks Museum.
novamento scientifico e filosofico, egli si limita a ripatere i vecchi motivi dell'aristotelismo in via di dissoluzione, mietendo, senza scrupoli letterari e senza parsimonia, nelle opere del Pomponazzi, del Cardano, dello Scaligero, e di altri.
Bibl.: G. Porzio, Le opere di G. C. V. trad. per la prima volta in ital., a voll. con una misc. vaniniana e una biogr. crit., Lecce 1912; J.-R. Charbonnel, La pensée ital. du XVI siècle et le courant libertin, Parigi 1919, pp. 302-83; V. Spampanato, Nuovi docum. int. a negoci e processi dell'Inguisizione, in Giorn. crit. filos. ital., 5 (1924), pp. 107-10 e 216-18; E. Nemer, Nuovi doc. su V., ibid., 13 (1932), pp. 161-98; L. Corvaglia, Le opere di G. C. V. e le loro fonti, Milano-Roma-Napoli 1933-34; G. Spini, Ricerca dei libertini, Roma 1930, pp. 117-32; id., Vaniniana, in Rinascimento, 1 (1930), pp. 71-90.
Bruno Nardi
VANNES, DIOCESI DI. - Diocesi e città, capoluogo di prefettura nel dipartimento di Morbihan in Francia. Il suo nome in bretone è Gwened. Ha una superficie di 6798 kmq . con una popolazione di 506.884 ab. dei quali 505.000 cattolici distribuiti in 295 parrocchie, servite da 933 sacerdoti diocesani e 125 regolari, ha grande e piccolo seminario, 66 comunità religiose maschili e 362 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 443). E suffraganea di Rennes; patrono della diocesi s. Paterno; della città di V. è s. Vincenzo Ferreri.
Il nome della città deriva dal popolo dei Veneti di cui fu capitale; i Veneti furono a capo della confederazione che si oppose a Cesare, il quale distrusse la loro flotta nel 56 a. C. I Romani tracciarono strade conducenti a Corseul, Locmariaquer, Hennebont, Rennes, Nantes e Angers. Alla metà del vi sec. V. ebbe già i suoi conti. Sostenne duri assedi nel 1342. Il duca Giovanni V fece costruire il castello dell'Hermine e chiamò a V. s. Vincenzo Ferreri che vi morì nel 1419 e fu sepolto nella Cattedrale. La Bretagna fu unita alla corona francese nel 1532.
La lista dei vescovi di V. è nel Cartulario di Quimperlé. Tra il 461 e il 490 si tenne a V. un concilio in occasione della consacrazione episcopale di Paterno; Modesto intervenne nel 511 al Concilio di Orléans; Macliavo fu vescovo ca. la metà del sec. vi, è ricordato da Gregorio di Tours (Hist. Francorum, IV, 4), come Ennio (ibid., V. 26, 29, 40); quindi Regale, ca. il 590 (ibid., X, 2); Ago è al tempo di Carlomagno, come Isacco (cf. J. La Martinière, Les origines chrétiennes et les premières églises de V., in Mémoires de la Société polymathique du Morbihan, 1913); Auriscando figura in documenti del 971 e del 990; Iudicaele dal giugno 992 al 1032. In epoca più recente si ricordano P. de Foix, i cardé, L. Pucci (15141531) e A. Pucci (1531-44); C. De Marillac (1550-60). A V. furono tenuti Concili negli anni 461 o $465,818$ e 846 .
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(Int. La Cigogna)
Vannes, diocesi di - Facciata della cattedrale di S. Pietro (secc. xv-xvi).
La Cattedrale, dedicata a s. Pietro, conserva ancora la torre campanaria dell'inizio del sec. xiri a nord della facciata, mentre il resto risale in gran parte al secc. xv e xvi; la cappella rotonda del S.mo Sacramento è del 1537; le volte e il coro sono della seconda metà del sec. xviri; il portale principale fu rifatto nel 1873. L'interno (m. $44 \times 25$ ) è ad una sola navata con cinque cappelle per lato al di sopra delle quali corre una galleria; nella terza cappella a destra è la tomba di mons. De Bertin (m. nel 1774); nella quarta è deposto sotto l'altare il b. P. R. Rogue, n. a V. nel 1758, martirizzato il 3 marzo 1796 e beatificato dal papa Pio XI il 10 maggio 1926; nella stessa cappella è sepolto mons. Tréhion (m. nel 1941); nella seconda cappella a sinistra è la tomba di mons. Laticule (m. nel 1903). Nella crocera sono gli altari degli apostoli Pietro e Paolo; la tomba e reliquiari di s. Vincenzo Ferreri, del quale alcuni arazzi, offerti nel 1615 dal vescovo mons. J. De Martin, rappresentano la canonizzazione e i miracoli. In fondo al coro è la cappella di Notre-Dame ( $1536-46$ ) con le tombe dei vescovi mons. S. De Rosmade (m. nel 1646) e mons. F. D'Argouges (m. nel 1716).
La chiesa di S. Paterno, in origine romanica, fu cominciata a ricostruire nel 1727. Il collegio S. Francesco Saverio conserva la cappella del 1690.
L'episcopio è opera dell'architetto R. De Colte; fu fatto erigere dal vescovo mons. Ch. Fr. d'Allancourt (1723-54). Il Museo municipale occupa l'antico Hôtel de la Princerie o del Primicerio, ricostruito nel 1525 dai fratelli Musson, canonici di V. Nel Palazzo dell'antico Parlamento di Bretagna detto anche Château Gaillard, eretto nella prima metà del sec. xv, è oggi il Museo archeologico ricco di antichità preistoriche, gallo-romane, medievali, di oggetti del Rinascimento; conserva pure un arazzo d'Aubusson del 1671. La Biblioteca municipale comprende oltre 50.000 voll., 122 incunabuli e oltre 800 manoscritti provenienti in gran parte dalle soppresse abbazie del territorio di V. Si ricorda tra gli altri il Breviario mi-
niato del vescovo Ugo de Bar del 1352. Dell'antica abbazia di St-Vannes resta soltanto una torre della sua chiesa inserita nelle mura della cittadella, mentre capitelli e pietre tombali sono nel Museo municipale.
I principali santuari venerati della diocesi sono: S. Anna d'Auray (ivi l'immagine di s. Anna, bruciata nel 1793, fu sostituita da una nuova statua il 30 sett. 1808); Notre-Dame de Larmor; Notre-Dame de Quelven a Guern; Notre-Dame du Roncier a Josselin; NotreDame du Vœu a Henneboot. La certosa di S. Michele ad Auray fu fondata nel 1480 dal duca Francesco II in luogo della collegiata istituita nel 1382 da Giovanni IV di Montfort, dopo la vittoria del 1364; la certosa fu soppressa dalla Rivoluzione, ora vi è un ospizio per sordomuti tenuto dalle Suore della Sapienza. Presso la chiesa è stato eretto nel 1829 un mausoleo a ricordo dei 900 emigrati di Quiberon fucilati nel 1795 (A. Le Moné, Chartreux d'Auray, in Bulletin de la Société polymath. du Morbihan, 47 [1905], p. 274 sgg.).
Bibl.: Eubel, I, p. 220; II, p. 290; III, p. 349; IV, p. 362. V. p. 408; L. Duchesne, Fautes épice, de l'auc. Gaude, II, $2^{\circ}$ ed. Parigi 1910, pp. 373-76; R. Grand, F., in Congrés archéol. de France, Brest et Vannes 1914, Parisi 1914, pp. 401-57; Comneau, I, col. 207 (per Auray), II, coll. 3294-95; Guide de la France chrét. et missionn., 17-18-19, Parigi 1948, pp. 410, 791 794; 1115-19; P. Gronjeon, St Paterne d'Horoncles et st Paterne de V. dans les Martyrologes, in An. Boll., 67 (1949), pp. 384 400.
Enrico Josi
VANNICELLI CASONI, Luigi. - Cardinale, n. ad Amelia il 16 apr. 1801, m. a Roma il 21 apr. 1877.
Canonico vaticano nel 1829, divenne nel 1835 vice commissario delle quattro Legazioni con residenza a Bologna e, nel 1838, vice camerlengo di S. Romana Chiesa, governatore di Roma, presidente del tribunale del governo. Tra le disposizioni da lui emanate in questi uffici è notevole quella sui passaporti e sulla vigilanza alle porte di Roma.
Cardinale nel 1842, e legato in Bologna, diede prova di prudenza e di saggezza, incontrando il favore delle popolazioni. Fece restaurare la sala Farnese, la chiesa di S. Michele in Bosco ed abbellire l'edificio dell'Accademia di belle arti. Durante la sua presidenza (dal 1845) della Congregazione del Censo, pubblicò (1850) i ragguagli delle diverse misure agrarie dello Stato Pontificio, col sistema metrico, in 9 voll. Il $1^{\circ}$ luglio 1849 fu chiamato a far parte, con i cardd. Altieri e Della Genga Sermattei, della Commissione di tre cardinali per preparare il ritorno di Pio IX a Roma.
Pio IX, nel 1850 , lo elesse arcivescovo di Ferrara, ove svolse una cospicua attività pastorale. Oltre alla visita pastorale, favorì la predicazione delle missioni nei paesi della diocesi, fece rifiorire l'Università emulando lo zelo del card. Riminaldi, rivolse continue cure alle scuole comunali e private. Antesignano di moderne forme di apostolato, fu coraggioso araldo della stampa cattolica che sostenne con energia e con vigore. Nell'epidemia colerica del 1855 e nell'alluvione del Po del 1872, svolse un'ininterrotta opera di assistenza, provvedendo generosamente agli orfani, alle vedove e alle famiglie dei colpiti, recandosi personalmente nei poveri abituri, nell'arciospedale e nel lazzaretto, mettendo a disposizione dei senza tetto la sua casa di Sabbioncello.
Nel 1851 fu a Vienna latore di una lettera di Pio IX a Francesco Giuseppe e dallo stesso Pontefice fu, nel 1870, nominato prodatario pur continuando a reggere l'arcidiocesi di Ferrara.
Bibl.: L. Borelli, Il card. L. V. C. arciv. di Ferrara, Ferrara 1881; E. Michel, s. v. in Diz. del Risorg. nav., IV, p. 531 ; M. de Camillis, in L'asseruatore romano del $1^{\circ}$ marzo 1940. Mario de Camillis
VANNINI, Caterina, venerabile. - Monaca, convertita, detta la Taide senese, n. a Siena il 30 maggio 1562 , m. il 30 luglio 1606.
Cedette presto alle lusinghe delle vanità e del piacere e in breve diventò l'Aspasia del Rinascimento. Fu imprigionata per ordine di Gregorio XIII, ma liberata
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(Int. Thill, Bruxelles)
A sinistra: RITRATTO DI LORENZO FROIMONT - Bruxelles, Museo d'arte antica. Al centro: ANNUNCIAZIONE - Anversa, Museo Reale delle Belle Arti. A destra: GIUSEPPE DA ARIMATEA. Particolare della Deposizio